DIO
VERSIONE ITALIANA
18 settembre 2006
LA RIVELAZIONE
Tutto è successo a casa del signor Santo Panitro in una sera piovosa e fredda di dicembre. Erano tutti in torno al tavolo, che prendevano e mangiavano ceci e fave abbrustolite. I bambini giocavano a carte e la signora Maricchiedda recitava il rosario in un angolo della casa; mentre Rosina e Tinicchia messe in intimità chiacchieravano dicerie e maldicenze a chi le capitasse a tiro non risparmiando nessuno. Gaspare e Lilla, seduti accanto, mano nella mano, si guardavano negli occhi, dove s’alimentava il fuoco dell’amore, fosse stato per loro, avrebbero consumato subito, ma spazio non avevano e poi “il Signore non vuole, Gaspare!”.
Il signor Santo da un altro angolo del tavolo era con il padre di Gaspare, Matteo. Sorseggiavano insieme qualche bicchiere di vino. Il signor Santo mal sopportava quei discorsi tediosi di ogni sera che Matteo ci infliggeva di tutti i lavori in campagna, del suo vino come lo tramutava che gli riusciva il migliore di tutti, insomma un fastidio che non finiva mai, un macinino che non si stancava mai di parlare, un discorso finiva e un altro ne iniziava e che per l’amore della figlia doveva sopportare ogni santa sera. Per fortuna che il vino della contrada Caternini era buono ed era così forte che intontiva. Perciò se ne stava con il braccio sul tavolo con le gambe distese sotto il tavolo, gli occhi socchiusi e ogni tanto acconsentiva con la testa e gli sparava: “Sicuro Matteo! Minchia! Bravo!”. “E si dovevano passare questi altri cinque mesi e si faceva spazio a casa” Il signor Santo così pensava. La coppola adombrava gli occhi. Il signor Santo aveva il viso scavato e bruciato dal sole pure in inverno ma la fronte rimaneva bianca perché quella coppola non la toglieva proprio mai.
Il signor Santo mentre era così rilassato si è visto travolgere da una luce bianca e forte, si senti bruciare da un fuoco dentro il petto, non riusciva neanche a muoversi, pensò: “forse sto morendo? E’ così che si muore?”. Cominciò a girargli tutto in torno. E gira e gira incominciò a salire come un missile per il cielo. E saliva sempre più in alto e sempre più la luce era più forte, fin quando tutto divenne di un buio profondo e intenso, capì che quella luce era lui e tutte le cose, piccole e grandi vicine e lontane facevano parte di lui e le amava. Ogni cosa era un suo momento, ogni animale, ogni filo d’era l’amava con tutto l’amore che Dio ha. A questo punto ascoltò un canto di una miriade di angeli che lo adoravano. E tutta la sapienza gli entrò in testa, quando poi guardò nel suo centro, il corpo di Santo Panitro alticcio era quello suo. Allora come l’acqua nello scarico così girarono angeli, stelle e luci entrando tutto tramite la bocca rimasta aperta quando si era addormentato e abbandonato la testa all’indietro. Si svegliò all’istante mettendosi all’in piedi di scatto , con la mano fece cadere il bicchiere sul tavolo e la sedia a terra. Matteo si tirò indietro, penso: “Forse l’avrò offeso in qualche cosa?” Tutti si voltarono verso di lui presi dallo spavento e dallo stupore. Il signor Santo con gli occhi spiritati, con pollice e indice si alzò la coppola, allargò le braccia e disse: “Sono Dio!” Tutti rimasero di stucco, chiedendosi cosa avesse, che le era successo. Il signor Santo sempre con le braccia allargate gridando disse:
“Silenzio!
Io sono la luce e il buio!
Io sono il primo e l’ultimo momento!
Io sono la sola verità dove ogni verità cede!
Io sono l’amore dentro ogni cosa, persona o animale!
Io sono Dio!”
Matteo pensò la cosa più semplice: “il vino!” Ed ha fatto il verso di bere nella bottiglia ciucciando il pollice.
Rosina si mise le mani ai capelli disperata: “Che rovina!”
Lilla disperata: “Papino mio!”
Il signor Santo, sempre con le braccia distese, urlando sempre più forte:
“Silenzio!
Io sono Dio e posso tutto!
Io sono la luce e il buio!
E ora buio!” Mancò la corrente elettrica ed è stato buio fitto, non traspariva nemmeno la luce di fuori, neanche il lumino davanti le foto dei cari defunti, buio di quello vero. I bambini incominciarono a piangere, le donne a urlare. Insomma un gran terrore pervase in quella casa. Come i presenti si sono calmati, il signor Santo, sempre urlando: “Ora luce!” E fu luce!” Si accese ogni cosa. Si mise le braccia conserte e si sedette. Tutti gli andarono in torno e lo guardavano in silenzio. Lui aveva gli occhi che sembravano accesi, un ghigno che non prometteva niente di buono. La prima a parlare è stata Rosina: “Marito mio, che ti è successo? Cosa è stato?” Ma lui guardava tutti seguitando quella espressione. La moglie: “Madonna! Non lo vedo bene! Forse ci hai preso in giro? Santino!” Il signor Santo: “Ti devi sentire la donna più grata del creato! Tu sei la moglie di Dio sopra questa terra!” Rosina, strappandosi i capelli: “Madonna! Madonna mia! La mia casa si è rovinata!” Le altre donne cercavano di calmarla.
Tinicchiedda: “Fallo coricare che come si sveglia si dimentica di tutto! Questo non è niente! Ha bevuto solo un po’!”
Matteo: “Santo! Santo! Porco di (…)!”
Il signor Santo con voce solenne: “Tu non hai paura ignorante! E ti stai sbagliando! Questo momento per tutti voi e il più importante perché avete davanti Dio in persona. Cantate gloria! Ringraziatemi per la vostra vita!”
Rosina ormai alla esasperazione: “Tu sei Santo Panitro! Mio marito! Figlio di Bastiano Panitro inteso Seita e Carmela Saza intesa la Cusculera!”
Il signor Santo, minacciandola con l’indice: “Non ti permettere di offendere i miei!”
A queste parole tutti fecero un sospiro di sollievo rasserenandosi. Tinicchia disse: “Non è pazzo!” Neanche finì di dillo che il signor Santo riprese a parlare alzandosi nuovamente da seduto: “Io sono Santo Panitro, figlio di Bastiano Panitro inteso Seita e di Carmela Saza intesa la Cusculera e… sono Dio!” E sedette di nuovo con le braccia nuovamente conserti guardando tutti con una faccai che non sembrava nemmeno più la sua!”
La signora Maricchiedda, persona anziana, saggia e donna di pace, si è fatta avanti: “Sentitemi, questo non è niente! Non vi preoccupate più di tanto! Rimandiamo a domani con la luce del sole! Ascoltami figlia mia –rivolgendosi a Rosina e per attrarre l’attenzione la prese per il braccio e la scosse leggermente- finiamola di farci confusione. Matteo non te la prendere, ritiratevi cortesemente a casa vostra, che gli facciamo un po’ di decotto di papavero così quando si sveglia la discutiamo.” Tutti hanno acconsentito e se ne stavano andando; quando Matteo torna indietro mettendosi davanti al signor Santo e gli dice: “Conosci chi sono io?”
“Ti conosco quanto sei imbecille, Matteo! Vai a coricarti! Amo pure a te, vai a coricarti!”
“Andiamo, andiamo! Buonanotte e che il Signore sia con lei signora Marichiedda!”
La signora Marichiedda prese un bel papavero del mazzo appeso al muro, lo spaccò tolse tutti i semini scuotendolo conservandoli per quando facevano il pane, mise a bollire la scorza con un po’ d’acqua, poi versò dentro una tazza lo zucchero e lo diede a bere al genero. Il signor Santo avuto modo di sfogliarsi e coricarsi e cadde in un sonno profondo.
II
Quella notte per Rosina fu insonne, voleva pregare, ma non le sembrava giusto e poi con quale faccia dopo quella follia del marito? Era sicuramente un offesa così forte che a qualsiasi santo si fosse rivolta ‘avrebbero mandata a quel paese, così stette una notte a sentirlo russare. Il suo ronfo sembrava come due persone che dialogavano, un uomo e una donna. L’uomo chiedeva una cosa e l’uomo subito rispondeva. Questo per tutta la notte, povera Rosina, stava impazzendo pure lei. La sua grande paura era che svegliandosi il marito riprendesse con quella follia e la sua famiglia sarebbe stata perduta. Pensava agli impegni economici di matrimonio per la figlia, l’indebitamento per la biancheria e il sostegno quotidiano della famiglia. Come di consueto alla solita ora svegliò il marito per andare a lavorare con il cuore piccino piccino: “Santo, Santo marito mio, svegliati che già è ora!”
Il signor Santo, si smosse un po’, si girò un po’ di qua e un po’ di là, arieggiò due grandi peti e aprì gli occhi: “Rosina che ora è?”
“Le quattro e mezza, ti preparo il caffé! La sacca è già pronta!”
Per farla breve, il signor Santo andò per lavorare. Rosina sembrò rianimarsi, allora mentre sistemava il letto si girò verso il capezzale e baciò la Sacra Famiglia raffigurata, ringraziando il Signore. Sembrò tornare la serenità.
Il tempo per Rosina passa veloce, impegnata nelle faccende di casa. A un certo punto della giornata udiva un vociare fuori. Quando vide entrare il marito tutto con gli abiti scomposti e di seguito entrò don Calogero U Biunnu, il capo camperi del barone, con tanto di doppietta sulle spalle, anfibi e coppola storta.
“Rosina, vi porto vostro marito! Si è messo a fare il capo popolo, la testa calda!” Disse don Calogero girando tre dita della mano destra nell’aria.
“Santo! Santo! Che ti è successo marito mio?”
Il signor Santo rimaneva muto e guardava a capo chino.
“Come siamo arrivati sul posto di lavoro, si posizionò sopra una grossa pietra e incominciò a predicare: -Che state facendo? Lasciate questi attrezzi! Avvicinatevi qua! Perché tormentare la terra quando essa vi dona senza fatica tutto l’amore di Dio? Sudare, affaticarsi a morte, invece di pensare a cose fantastiche, amare Dio, essere felice del Creato. Lo vedete quest’uccellino come è contento? –In un primo momento tutti gli uomini ridevano, pure io ridevo, poi ci fu una seconda predica- Per due soldi fate i servi, quando io: DIO vi ho creati liberi, padroni di ogni cosa, d’ogni fiore, d’ogni stella e non servi del barone!- Come disse ciò perfino la mia cavalla s’imbestialì. Gli uomini non risero più, incominciarono a mormorare, allora tra me dissi: -Come sta andando a finire?- l’ho preso per la giacca e l’ho tirato di sopra quella pietra e con forza l’ho portato da voi! Ora tenetevelo caro! E fatelo curare, perché la sua malattia è molto grave, e la cosa peggiore ch’è invettiva, di questa malattia si muore…”
“Perdonatelo! Ve lo chiedo per carità perdonatelo! E’ da ieri sera che incominciò a dire delle stramberie… Ma è una brava persona… Lei lo sa, gran lavoratore e di poche parole. Perdonatelo!” Rosina si affannava con le lacrime a gli occhi. Quando ad un tratto il signor Santo sembrò prendere vigore e con voce tonante disse: “Chi è che mi deve perdonare? Questo? Guardaci gli occhi e vedrai che non hanno più luce! La luce l’hanno persa con tutto il male che ha fatto a gli altri e la sua anima è al buio! E quest’uomo miserabile che non è riuscito a resistere alla seduzione del male, mi dovrebbe perdonare? –Il signor Santo mette una mano sopra la spalla a don Calogero- Inginocchiati davanti a Dio e penditi dei tuoi peccati! Trova di nuovo la luce mentre sei in tempo!”
Don Calogero distorce i baffoni biondi a dritta e a manca e prese la doppietta da dietro e con le canne gli sposta il braccio e gliele puntò in bocca, alzò i grilletti e digrignò dicendogli: “Santu!”
“Lo lasci! E’ malato di mente! E’ pazzo non sa quello che dice!” Rosina piangeva e la signora Marichiedda, Lilla e i bambini sono accorsi vociando.
“Siamo troppi, caro Santo!” Abbassò i grilletti della doppietta e la rimise in spalla andandosene.
“La mia famiglia si è rovinata per sempre!” Rosina presa dalla disperazione incominciò a darsi schiaffi, mentre la gente che era fuori entrò. Chi cercava di consolare Rosina, chi parlava per i fatti propri e chi chiedeva, insomma si creò una confusione tale da sembrare al mercato. Proprio a questo punto il signor Santo salì sopra una sedia e da lì sopra il tavolo e urlando chiamò a tutti all’attenzione: “Ei! Silenzio! Silenzio! –il mormorio continuò ma più basso- Vi racconto una storia!”
“Ormai si è rovinata la mia casa!” Rosina sempre più agitata.
“Una volta il potente mago Balaam accavallo ad un’asina, stava andando a fare male al popolo di pastori, il mio Popolo. Sapete perché voglio bene a questo Popolo d’Israele? Perché è stato il primo a credere in Me, senza bisogno di miracoli, in parola. Il mago menava la via sicuro di andare a maledire il mio Popolo. Quando l’asina si fermò e non andava né davanti né dietro, fin quando si è completamente coricata a terra. Lui dava bastonate a più non posso. Allora all’asina le ho messo la parola e gli disse: “Ma che cavolo picchi? Per comportarmi in questo modo c’è sicuro un motivo!” Quando Balaam scorse il mio angelo, s’inginocchiò e chiese perdono, fece le sue scuse all’asina che le salvò la vita che sicuramente continuando andava ad incontrare. Ora io vi chiedo avete mai visto un’asina che parla? Potete mai credere che c’è stata quest’asina che ha parlato a questo tizio? –Tutti dicevano di no, ma ridevano con sarcasmo- Se vi sembra impossibile, ma ci credete come il vostro battesimo di cristiani vi impone per fede, perché questo è scritto nelle Vecchio Testamento. Ora se vi affermo che sono Dio ci credete?” Si scatenò un putiferio!
“Scendi Santo! Scendi che si stanno per rompere i piedi del tavolo!” La moglie delicatamente pregava di scendere al marito con il pianto dentro.
Una donna, la più litigiosa, con lo scialle nero addosso tutta vestita in lutto, per il marito morto non appena due anni fa, si fece avanti: “Così a quarant’anni si è accorto che è Dio? Così da un giorno a l’altro lei dice ch’è Dio e tutti noi lo dobbiamo credere!”
“Se volete essere salvi mi dovete credere in parola. Vi deve bastare!”
Le donne incominciarono ad uscire fuori e a mandarlo a quel paese, mentre il signor Santo aprì le braccia e incominciò la tiritera:
“Io sono la luce e il buio!
Io sono il primo e l’ultimo momento!
Io sono la sola verità dove ogni verità cede!
Io sono l’amore dentro ogni cosa, persona o animale!
Io sono Dio!”
A questo punto la vedova ardita, prima di uscire, si voltò, si mise il pugno sulle labbra a mo’ di trombetta e gli ha fatto una scoreggia. Si scatenò una risata generale.
IL SIGNOR SANTO E L’ARCIPRETE
La signora Marichiedda consigliò la figlia di chiamare l’arciprete al fine di convincerlo a desistere e così ritornare quello di prima. Lilla si infilò il paltò e mise il foulard in testa e andò via piagnucolando, poverina: “Che brutto natale quest’anno…”
Il signor santo scese di sopra il tavolo e si sedette, si rivolse alla moglie: “Rosina, ho fame!”
“Ma vedi un po’ com’è tranquillo… Come se non fosse successo niente… ha fame! Tu sei Dio, fatti spuntare un bel piatto di pasta e mangi!” A signora Maricchiedda, richiamò la figlia e le consigliò di dargli da mangiare, perché è meglio prenderlo con le buone.
“ La Maddalena che credeva veramente che Gesù era Dio, gli lavò i piedi con i profumi più costosi. Tu che hai l’onore di preparare da mangiare a Dio dovresti offrire le pietanze più gustose che hai! Prendi il vino, dai!” Rosina mal sopportava tutto questo discorso del marito: “Ma da dove ti stanno venendo tutte questi argomenti religiosi? Sembra che le prediche dei Padri Missionari li hai imparati a memoria.” Così gli apparecchiava la tavola. A signora Maricchiedda gli prese il bicchiere e il bottiglione del vino. Subito il signor Santo riempì il bicchiere e diede fondo in un unica sorsata: “Parlare mette sete!”
“ma come, marito mio, tu sei sempre stato un uomo di poche parole, dicevi sempre: -la parola migliore è quella che non si dice!- e ora parli parli e non ti fermi mai. Non pensi alla tua famiglia? Così va a finire che tua figlia Lilla rompe il fidanzamento, a lavorare con questo atteggiamento che hai non ti vorrà più nessuno. E la tua casa va in rovina!”
“Lo capisco, moglie mia e so il peso di ciò che dico. Ma come fa Dio a rinnegarsi? Se io lo facessi il cielo cadrebbe e la vita terminerebbe. Il tempo finirebbe per sempre! Altro che famiglia e matrimonio! Tutti avete la possibilità di non mi credere ed io vi perdono. Ma io no! Io sono Dio!” Come finì di pronunziare le ultime parole Rosina si picchiò duramente con le mani nella faccia. A signora Maricchiedda gli servì un piato di pasta fumante e il signor Santo incominciò a mangiare con gusto, forchetta e cucchiaio. Appena finito di mangiare si riempì un altro bicchiere di vino e lo bevve con piacere, appena composto liberò un rutto tonante.
“Salute!” Disse l’arciprete mentre entrava insieme al sacrestano ed ad una parrocchiana: “Cosa è mai successo? Vostra figlia è venuta a chiamarmi piangendo!” L’arciprete era un omone di grossa corporatura e alto. Quando entrò con quella tonica e quel manto nero sembrò oscurare tutto ad un tratto. L’arciprete aveva una faccia dai lineamenti carnosi: labbra e orecchie grosse; due occhi rotondi e piccolini, la fronte bassa e una gran quantità di capelli arruffati rossi con cangianti biondi, sembrava proprio un leone.
Rosina si ci avvicinò: “Che Dio la benedica, padre arciprete! Si accomodi, siamo in guai grossi. Mio marito da ieri sera che incominciò ad affermare ch’è Dio e predica, dice cose che non stanno ne in cielo ne in terra!”
L’arciprete sedendosi al tavolo e con tono conciliante disse: “Santo, voi che siete sempre stato uomo di fede, dite queste cose?”
“Padre arciprete, mi dispiace molto che sono venuti a disturbarla. Mi accettate un bicchiere di vino. Ehi, tu! Prendigli un bicchiere, anzi prendine due, uno pure per il sacrestano. –Mentre mesceva il vino pure nel suo bicchiere- Padre arciprete, ma voi non sentite niente?”
“E che devo sentire? -Incominciò ad annusare- Un po’ di puzzo…”
“Lasci stare la puzza. Nel cuore non sente niente?”
“Che mi vuole dire, signor Santo?”
“Voglio dire, che il ministro di Dio, se fa tutto con vera fede, dopo che ha aspettato così tanto il suo Padrone, come era davanti a Lui si doveva mettere con la faccia a terra e baciargli i piedi.”
Il sacrestano s’accosta al signor Santo e lo scuote per il braccio dicendogli: “Così parli a il padre arciprete? Non hai nessun rispetto?”
“E dov’è il mio Signore? Forse sei tu?” L’arciprete gli disse con sdegno alzandosi.
“Io ho parlato davanti a tutti! La mia rivelazione è un atto d’amore verso tutti voi. Basta che aprite gli occhi e vedrete, porgete l’orecchio ed ascolterete, aprite il cuore e sentirete. Io sono Dio in persona!” Con calma e convinzione proferì così il signor Santo.
“Pazzo, è folle! Andiamocene da questa casa di peccatori!” Disse urlando come una sirena la parrocchiana.
“Donna la tua chiesa è la tua casa, la tua famiglia, il tuo dovere di madre, di moglie. Cosa vai a pulire la scalinata della chiesa, il cesso dell’arciprete e sotto il letto della tua casa invece nascondi l’immondizia!”
“Tu dici di essere Dio in persona? Mostrami un segno!” Sempre con grande sdegno parlava l’arciprete.
“Quando mi sono rivelato l’ho dato e chi ha visto ha visto, ora mi dovete credere alla parola se volete la salvezza!”
“E quale è stato questo segno?”
“Ha tolto e rimesso la corrente elettrica a suo comando!” Si fece avanti Rosina.
“La corrente elettrica? Ma quella un po’ c’è un altro po’ va via! Una semplice coincidenza…” Ridendoci su.
“Se io ti facessi un segno ora e tu mi crederesti quale sarebbe la tua fede? Tu mi stai tentando diavolo!” Gli disse con tenacia il signor Santo.
L’arciprete con tutte e due le mani nel petto stracciò la tunica e i bottoni saltarono tutti per aria, urlò che sembrò un fiera: “Ha bestemmiato!”
“Sembra che stiamo recitando la Passione!” Il signor santo faceva riferimento a ‘Il riscatto d’Adamo nella morte di Gesù Cristo’ di Filippo Orioles, dramma famosissimo in tutta la Sicilia che si rappresenta tutt’oggi nelle parrocchie dei paesi in occasione della Settimana Santa.
“Fatelo rinchiudere al manicomio!” Disse la parrocchiana.
L’arciprete si copri con il mantello e senza salutare se ne andò via con il suo seguito.
DIO E LA PROPRIETA’
In quella povera casa è ritornata la luce, dopo che l’ombra di quei tre aveva sovrastato su ogni cosa. Le donne impaurite guardavano da lontano il signor Santo, rimasto seduto in pensiero e girava con il dito indice il bordo del bicchiere producendo un suono che sembrava un piffero.
Lilla e Giugiù, la sorella minore si avvicinarono. Giugiù lo chiamò con amore: “Papà…”, sembrava che quella parola contenesse una domanda, come se quella bambina si volesse sincerare se quello che fosse veramente suo padre o qualche altro. Il signor Santo ritornò in se a quel richiamo e guardò a tutte e due, poi si abbracciò la piccola: “Bella mia, non avere paura!” E la baciò in fronte. La bambina non si sentì per niente assicurata, e rimase nella sua paura. Lilla con il cuore in gola e con tutto l’amore che sentiva per il padre gli disse: “Papà, veda di smetterla con questa commedia, che ormai sta durando abbastanza. La finisca per sempre!” Lui per tutta risposta le disse guardandola negli occhi: “Non avere paura che Gaspare ama veramente e non ti lascia, neanche se tuo padre è pazzo!”
Lilla scoppiò a piangere: “Ma io mi preoccupo per lei, io ho paura per lei papino mio!”
Il signor Santo ridendo ed alzandosi dalla sedia: “Io sto bene! Sono Dio!! E so a che cosa vado incontro! E lo devo fare! Non posso fare a meno! Sento che devo farlo e lo devo fare, come quando la pera è matura si stacca dall’albero e cade a terra! Deve cadere se non vi è nessuno che la raccoglie! Piuttosto guardate, ora vado dal barone per dirgli di dare tutto ai bisognosi. Che se ne fa di tutte queste terre, questi palazzi, questi soldi? Quando liberandosene diventa il padrone di Tutto?”
Rosina agitata corre, postandosi davanti e afferrandolo per il braccio: “Dove vai? Ci lasci la pelle, pazzo!”
Il signor Santo: “Donna, lasciami il braccio! E non ti macchiare di peccato, impedendo il disegno di Dio!” Così si liberò dalla presa della moglie e dei figli che lo trattenevano e determinato si diresse al palazzo del barone. Lilla e Giugiù incominciarono a piangere, Rosina, strabuzzata, con le mani tra i capelli si rivolse alla madre: “E’ pazzo! E’ pazzo! Forse è colpa di questo vino? Basti che l’assaggia e diventa sempre più pericoloso, più folle di prima! A chi chiediamo aiuto? A chi?”
Nel frattempo che si disperava entrano il padre e la madre del signor Santo.
Il vecchietto curvato come un gancio poggiandosi nel bastone, entrò chiedendo permesso, dietro proseguiva più energica sua moglie. Questa visita dei suoceri, è stata una grande sorpresa, perché d’anni e anni le famiglie erano bisticciati per motivi di proprietà. Rosina non aveva animo di ribellarsi a quella intrusione indebolita dai recenti fatti, così non proferì niente. Si fece avanti la signora Maricchiedda: “Entrate! Accomodatevi!”
“Non c’è Santo?” Il padre con sofferenza.
A questo punto Rosina proruppe: “Aah! Santo…”
“In paese si dicono strane cose, cosa è successo?” Con un tono altezzoso sopraffece la nuora la signora Carmela.
“Ti ho ordinato di stare in silenzio! Devo parlare solo io! Tu ascolta e basta! –Voltandosi lentamente verso la moglie ma con forza, tanto che lei con i suoi più di settanta anni abbassò la testa e si ammutolì. –La dovete perdonare, ma è l’ardore di una madre che la fa parlare.”
“Dove l’ha avuto l’ardore di madre per tutti questi? Quando Santo è stato male? Quando è stato operato dai professori venuti appositamente per lui di Palermo a Girgenti?” Lo ha interrotto Rosina.
“Rosina cara, ti chiediamo perdono! Ho sbagliato! Le mie ossa non mi permettono di inginocchiarmi. Ma sono venuto qui dentro con queste intenzioni! Quando ho sentito dire che mio figlio Santo è impazzito… Dice di essere Dio! Allora ho capito il mio errore: quello di riempirmi il cuore di tanto orgoglio inutile. Un padre non sa che farsene dell’orgoglio su la prole. E se un figlio sbagliasse dovrebbe essere il padre ad andarci incontro, senza orgoglio. Quando ho sentito dire questo fatto mi sono chiesto: e come? Io, il padre, devo sapere da gli altri notizie su mio figlio? Mio figlio… Mio figlio Santo… Cosa faccio ancora a casa? La lite? Ma quale lite? Ma quali interessi di proprietà? Mio figlio! Mio figlio Santo! Ottantasei anni e vado dietro a queste piccolezze! Sono più vicino dall’altra parte che da questa e penso alla proprietà? Ora cara Rosina perdonami! Se ti vuoi sfogare sputami in faccia!” Così ci mostrò la faccia. Rosina si mise a piangere, Lilla e Giugiù sono andati vicine al nonno e chiamandolo, lo baciarono, e così pure baciarono la nonna.
“E’ vero! Tutto è successo ieri sera! Avevamo ospiti il fidanzato di Lilla, Gasparo il figlio di Matteo Parlantina, con la sua famiglia, e incominciò a parlare strano e dire così che è Dio!”
“E ora dove è?” Chiese il vecchio preoccupato.
“E’ andato dal barone a dirgli di donare tutti i suoi averi!” Rispose Rosina continuando a piangere.
“Allora è veramente pazzo! –Disse il vecchio battendo con forza il bastone a terra- Fatemi sedere, per favore! Se non creo disturbo l’aspetto.”
II
Il signor Santo, mentre camminava salutava chiunque come se fosse la prima volta che l’incontrava. Un gruppetto di ragazzetti lo seguivano, ma senza prenderlo in giro, anzi con rispetto.
Nel suo cammino incontro, un suo compagno di lavoro, Peppi Vurpi: “Santo, buongiorno! Non ci sei andato a lavorare?”
“Riposo!” Rispose allegramente il signor Santo.
“Io non sono a lavorare perché – sotto voce continuò, come se stesse per rivelare un segreto- sono andato a Girgenti per sbrigare certi documenti importanti! –Poi si guardò intorno e si accorse di tutti quei ragazzetti- Ma che fanno questi bambini? Sono, per caso, con te?”
“Lasciali stare, sono curiosi, hanno capito chi sono!”
“Come, hanno capito chi sei? –voltandosi con i ragazzetti- dileguatevi! Andate a casa! Lasciate stare il signor Santo!”
“No! Perché? Cosa fanno di male? Loro sono curiosi, vogliono sapere!”
“E cosa c’è da sapere?”
“Che da questo posto, in questo piccolo paese vi è la presenza di Dio in persona!”
“Santo, tu sei stata sempre una persona seria… Cosa è questa che mi stai dicendo?”
“Peppi e tu sei stato una persona con il cuore aperto, stai con le orecchie aperte per ciò che ti sto riferendo e fanne frutto: Peppi Vurpi, compagno di zappa lavoratore bracciante, ascolta, io, Santo Panitro, sono Dio!” Peppi ascoltando queste parole si sentì mancare, rimase con la bocca aperta, senza riuscire ne parlare ne muoversi. I ragazzi si dicevano tra loro, con gli occhi sgranati e convinti: “Il signor Santo Panitro è Dio!” Dio in persona!”
“Ora ti lascio perché vado a costatare se il barone da tutto ciò che ha per la sua salvezza!”
“Santo! Santo! Santo!” Con un filo di voce lo chiamava Peppi Vurpi, mentre il signor Santo lo baciò a destra e a sinistra come se stessi per partire per un lungo viaggio ed andò via con il suo seguito di ragazzetti. Cammina per vie e viuzze, mentre la gente curiosava quella strana processione, arriva così davanti il gran portone in ferro del palazzo signorile, seguito ormai da una cinquantina di ragazzetti, che si sono sommati lungo il tragitto. Il signor Santo portò la pace tra di loro che si facevano la guerra, tra quartiere e quartiere, a pietrate, con frecce ricavate dai raggi degli ombrelli, alla lotta libera. Abbandonarono le armi e lo seguirono.
“Fermo!” Gli disse Salvatore Cacinaru, di guardia dal barone.
“Devo conferire con il barone di argomenti importanti!”
“Il barone non c’è! Vattene! Oggi non è venerdì ed elemosina non ce n’è!”
Il signor Santo senza rispondere prese l’iniziativa di introdursi di scatto. Immediatamente tutte e due le guardie lo afferrarono per la giacca e bestemmiando lo strattonarono in malo modo e poi lo spinsero con forza fuori, facendolo cadere in mezzo alla strada. I ragazzini incominciarono ad urlare ed inveire contro le guardie, provocando un pandemonio. Così si affacciò dal balcone sovrastante il barone chiedendo cosa era successo.
“C’è Santo Panitro, quel contadino impazzito e vuole conferire con Vostra Signoria! E insiste!”
“Ahh! Chi è Dio? Fatelo salire!”
Il signor santo raccolse la coppola da terra, la spolverò con due manate ed entrò accompagnato da una delle guardie. Santo non era mai entrato a palazzo e quel soffitto alto come una chiesa, quei stucchi, quei quadri, quelle piante con fogliame mai visto, lo meravigliavano. Arrivati al primo piano Cacinaru gli disse: “Aspetta qui e se ti muovi t’ammazzo!”
Appena gli concessero di entrare, il signor Santo vide quella grande stanza con le pareti colme di libri fino alla soffitta, poi ovunque: statue, vasi e quadri, dietro un grande tavolo pieno di scartoffie vi era il barone seduto, indossava una giacca da camera con tanti fiori e lo sfondo rosso, aveva due basettoni e gli occhiali rotondi in filo d’orato. Il barone come lo vide entrare che osservava tutto intorno, premuroso gli disse: “Entrate! Sedetevi pure, se vi va!” Come il signor Santo entrò si accorse che dietro il tavolo insieme al barone vi era Ninuzzu Scupetta. Gobbo, alto quando una doppietta, uomo di fiducia del barone, amante di caccia e puttane, pronto con il suo sarcasmo a denigrare chiunque. Aveva una risata che faceva gelare il sangue.
“La vostra fama vi precede, ma di ciò che mi hanno riferito non mi ha dato la possibilità d’intendere chi siete veramente. Parlate, prego, sono pronto ad ascoltarvi.” Così dicendo si tolse gli occhiali posandoli tra le carte e si mise le braccia conserte mettendosi in attenzione.
Il signor Santo si posizionò di fronte a lui e togliendosi la coppola così parlò: “Io sono Santo Panitro, bracciante, ma questo appartiene alla storia umana. Quando sono entrato nel vostro palazzo osservavo le vostre soffitte tutte decorate. I quadri alle pareti, la scala grande e gli stucchi e sono rimasto meravigliato di quanta ricchezza. Ma tutto ciò fa parte della storia umana. Ora la storia umana, come vostra signoria sa, visto che avete letto tutti questi libri, vale a niente! Perché insegna che tutto passa! E l’uomo più potente muore come muore quello più debole. Ora a vostra signoria le voglio parlare della vera storia degli uomini.”
“Sono attento, voi parlate che io vi ascolto!”
“La vera storia è ogni giorno che il sole sorge!”
“Cosa volete dire che non vi intento?”
“Aprite gli occhi e vedete, aprite le orecchie e ascoltate, aprite il cuore e sentite- si mise con le braccia aperte-
Io sono la luce e il buio!
Io sono il primo e l’ultimo momento!
Io sono la sola verità dove ogni verità cede!
Io sono l’amore dentro ogni cosa, persona o animale!
Io sono Dio!”
Il barone ascoltando quelle parole si sbigottì; mentre Ninuzzu Scupetta usurpò quel magico silenzio con quella risata: “Ha! Ha! Ha! -Dovete immaginare il suono di questa risata che usciva fuori con tutto il catarro che aveva nei polmoni- Signor Santo se è Dio, che minchia si rivolge con il vostra signoria al barone? Insomma ha rischiato il piombo di don Caliddu u’ biunnu e poi di fronte al barone riconosce che è superiore a lei? Ha! Ha! Ha!”
Il signor Santo si compose e con molto controllo gli rispose: “Per la storia degli uomini io sono Santo Panitro e lui è sua signoria il barone e Santo Panitro è uomo di rispetto.”
Il barone con la mano fece cenno a Ninuzzu di non parlare: “Voi siete Dio! Bene! Allora a questo punto voglio un segno. Lo so bene cosa avete risposto all’arciprete. So pure quello che avete fatto con la corrente elettrica. Ma a me basta uno di quei miracoli a regola d’arte, quelli che nello stesso momento si possono smentire. Come il cieco che vede ma ha gli occhi, il paralitico che cammina ma ha le gambe. Se voi volete facciamo uscire fuori Ninuzzu così non vi sono testimoni. Pensate che il primo contadino che si ubriaca con il vino dei vigneti della contrada Caternini, e si convince che è Dio basti a me barone con tutta la conoscenza che ho per crederci?” E con il dito indice della mano destra gli fece segno di no, sventolandolo in aria.
“Ha! Ha! Ha!” Tuonò Ninuzzu Scupetta.
“Vostra Signoria ha letto, sa che Dio non si può smentire davanti a nessuno e neanche si può mostrare a piacimento degli altri. Vostra signoria mi deve credere, nella parola se vuole la salvezza!”
“Voi potete asserire che dietro queste montagne disegnate in questo quadro c’è un castello con quattro torri in mezzo ad un lago incantato, e chi vi può smentire? La salvezza che dite voi è qualcosa dopo questa realtà, fatta di terra, d’acqua, d’aria, di fuoco e di animali, che creò il Padreterno. Scusate che avete creato voi. E allora? Tutto ciò che avete creato in sette giorni fu un autentico fallimento? E noi creature dobbiamo morire per essere felici? Vi sembra giusto?”
“Ha! Ha! Ha!” Tuonò Ninuzzu Scupetta.
“Non è così! Io la salvezza ve la do ora, subito! Immediatamente! Sono venuto qui appositamente per liberarvi da tutte le catene che vi tengono prigioniero. Liberatevi da tutte le ricchezze, regalatele e andate libero per il creato, così diventerete il padrone del Mondo!”
“Ha! Ha! Ha! Minchia è veramente pazzo!” Ninuzzu.
“La proprietà… in campagna vi siete messo a predicare di non lavorare… per me. Ma ditemi, voi siete una testa calda comunista o siete Dio? La proprietà è un diritto di libertà. I politici insistono di dare le terre ai contadini, così si spezzetta il latifondo e il prodotto non è più competitivo con il mercato. Lo sapete come andrà a finire? Che l’Eras, dopo che assegna i terreni ai contadini; loro non si potranno sostenere con gli utili ed emigreranno per un tozzo di pane all’estero. Le campagne resteranno infoltivate, nell’arsura. I politici invece di andare dietro a bandiere di straccio dovrebbero fare la politica del luogo dove si trovano, lottare per i diritti sociali, per le ore di lavoro, il salario. Sederci attorno ad un tavolo e dialogare! Invece fanno la lotta per il comunismo… tutti operai e i politicanti al comando!”
“Vostra signoria parla bene per conto suo, ma io non ho creato l’uomo per fare il contadino o il barone, io ho creato l’uomo per godere di tutte le cose. Come fanno gli animali, come fanno i piccoli fiori e gli alberi. Ogni creatura ch’esiste mi è testimone del Tutto. Ora! Subito!”
Allora il barone si alzò di scatto e con imponenza gli disse: “Venite con me!” Seguito da Ninuzzu Scupetta, nonostante era gobbo e racchio camminava con una imponenza e stile, con le mani dietro la giacca confezionata dalla sartoria tanto da mitigare la gobba. Salirono per la scala a secondo piano e poi al terzo. Il barone aprì una piccola porta intagliata nelle decorazioni del muro e salirono una altra scalinata stretta e lunga, aprì una porta ed entrarono in una grande stanza, dove vi era una bella grande finestra e davanti a questa una specie di trono in legno. Il barone aprì la finestra e così disse al signor Santo: “Affacciatevi!” Il signor Santo forse non capì cosa disse e rimase dov’era. Il barone insistendo alzò la voce: “Guardate che si vede da qui! Non credo che avete paura di me?” Il signor Santo affacciatosi vide tutto il paese sotto: strade, case, casette, persone affaccendati che sembravano topini che camminavano e poi campagne coltivate fino alle montagne dove vi erano i carrubi, i vigneti e gli oliveti. Il signor Santo a tanta vista tirò un sospiro.
“Lo vedete? Questo –mostrandoci il trono- è il mio cesso! Guardate, -aprì lo sportellino di dietro dove si trovava il vaso sotto il buco- come è stato costruito con saggezza! Io di mattina salgo qui sopra, apro la finestra e vado di corpo, mentre guardo questo bene di Dio tutto mio. Guardo le persone che s’affaticano per un soldo. Ed io mi sento il padrone dei loro destini. Io mi sento Dio e defeco che è una bellezza. Per questo motivo se non mi venivate a trovare ero io che venivo a cercare voi. Io e magari posso… ma voi? Guardate dov’è la vostra casetta! Voi? Dio? E poi, parliamoci chiaro, la vostra non è nemmeno pazzia! Il pazzo che tiene discorsi… Il pazzo fa il pazzo, non dice niente! Il folle è in una altra verità che non ha niente a che vedere con la nostra. Perciò tiro le somme: voi siete semplicemente stanco dio lavorare! Non ne volete sapere più di niente e di nessuno e così avete incominciato a fare il folle. Poi chi è meglio di Dio? Ha ragione su tutti! E nessuno si può schierare contro!”
“Caro barone è vero ch’è più facile che un cammello passi in una cruna di un ago che un ricco entri nel Regno dei Cieli.”
“Ma voi dovete consolare i poveretti che non hanno giustizia in questo mondo così li fate stare calmi promettendoci la giustizia in un altro mondo. Sbagliate solo quando dite a loro di non lavorare, così il gioco si guasta per tutti.”
“L’uomo ha Dio davanti vivo pronto a dargli la Verità, e l’uomo, invece, si fa una verità lui di carte e pensieri sopra pensieri, l’animale non sa perché non vuole sapere, cosa se ne fa del sapere? Quando è lui stesso il sapere. Dio è pronto a dargli tutto l’Universo, e l’uomo lo rifiuta per un po’ di proprietà. Dio è pronto a dargli la Libertà e l’uomo si vende la propria vita, il proprio tempo, per quattro soldi, traditore di lui stesso per il lavoro, per guadagnare il superfluo e il superfluo è peccato. Dio è pronto a dargli l’Eternità e l’uomo chiude gli occhi s’ottura le orecchie e lo minaccia. Dio in persona come si permette a scendere di in celo a rompere i cosiddetti ciglioni a preti e baroni? Io sono Dio in persona e ora voi ne siete a conoscenza!”
“Signor Santo che scuola avete fatto?” Gli disse con curiosità il barone.
“Non sono andato a scuola, sono analfabeta!”
“Allora firmate con la croce?”
“Ha! Ha! Ha! S’è Dio! Certo che firma con la croce! Ha! Ha! Ha!”
“Carte scritte non ne tramando. Scrivetele voi! La storia appartiene a gli uomini! Dio il suo dito, la sua firma è messa in ogni cosa, pure su di te Ninuzzu! Con permesso mi congedo da vostra signoria!” Avviandosi per andare.
“Santo Panitro! -Lo chiamò il barone e il signor Santo si voltò- Continuate così che la pensione è assicurata!”
“Ha! Ha! Ha!” Fa eco Ninuzzu Scupetta mentre il signor Santo va via.
III
Quando il Signor Santo arrivò trovò la casa affollata di persone: il padre, la madre, Tinicchia, Mattè Parlantina e Gasparo. Appena lui entrò si sono zittiti all’istante e lo guardarono.
“Che viviate nella grazia di Dio tutti quanti e se questa assemblea è in mio onore, grazie!”
Il padre si voltò e vide il figlio davanti la porta in contro la luce del giorno e non riusciva a vederlo in viso e guardava accuratamente. La madre trattenendo il pianto si stava ferma.
“Ma quello che sto notando è un vero segno di cambiamento!” Disse il signor Santo meravigliato.
“Lo so che non ho diritto a venirti a cercare, e qualsiasi parola io dica è sbagliata!” Il signor Bastiano Seita, come terminò di pronunziare queste parole fece due passi e appoggiando una mano al braccio di sua moglie con dolori fortissimi alle giunture si mise in ginocchio davanti suo figlio.
“Ma che sta facendo? Voi padre non avete niente da farvi perdonare da me, in quanto figlio. Il vostro attaccamento alla proprietà e la mia pretesa nascono dallo stesso sbaglio, dallo stesso peccato! –Lo aiuta ad alzarsi e poi lo abbraccia. Il padre si mette a piangere- Che piangete? Dovete essere contento, allegro, perché il vostro sangue è stato benedetto e compiaciuto dalla presenza del Signore. E vi do la buona novella che io sono Dio in tutta la potenza in persona, e ogni cosa di questo Mondo, ogni momento di questo Tempo, mi canta il proprio ringraziamento!” Dopo queste parole dette con solennità la madre alzò con urla il pianto. Il padre incominciò a bestemmiare, poi si voltò con la moglie: “Carmela, calmati! Non fare una delle tue commedie!” Ma la signora Carmela sembrava una sirena dei pompieri a tutto spianto. Tutti i presenti le dicevano qualcosa per calmarla.
“Silenzio! -Urlò il signor Santo. E tutti si zittirono. Così riprese- Sediamoci comodi! –Ognuno trovò il sistema per sedersi.- Rosina prendi un po’ di quel vino che lo faccio assaggiare a mio padre, lui se ne intende.”
“Questo lo sistema con perfezione! E’ colpa di questo vino! E’ questo vino! Ogni volta ti peggiora la malattia!” Disse Rosina mentre prendeva il bottiglione e i bicchieri dalla credenza.
“Tu porta rispetto a tuo marito e soprattutto a Dio! –riempi i bicchieri- Brindiamo perché dobbiamo festeggiare questo incontro tra padre e figlio! Matteo tu non bevi? Tieni, brinda con noi e dici pure la tua!”
“Tu sei normale, perfettamente normale, tranne quando asserisci di essere Dio!” Gli disse Matteo con il bicchiere in mano e poi bevve.
“Pensi che Dio potrebbe essere normale come a te Matteo? Dio è Dio!”
“Figlio mio, ti ricordi quando andavamo forestiere a mietere il grano? Quella volta a Branda, quanta strada a piedi che facevamo per tornare a casa per portare un po’ di verdura che raccoglievamo e quel poco di pane che risparmiavamo, perché le tue sorelline non avevano niente da mangiare. Prendevamo per Matarana e poi per Mariusa e scendevamo per Cantamatina. Ti ricordi quando gli aeroplani inglesi ci mitragliavano e ci buttavamo a faccia a terra; e tuo zio Peppe si mise ad urlare. Lo abbiamo visto tutto con il volto coperto di sangue, abbiamo pensato che era stato colpito da qualche proiettile, poi siamo riusciti a capire che è stato un filo di arbusto che nel modo che si abbassò la testa gli si ci infilò nel naso. Come erano cattivi quegli aviatori inglesi…”
“La guerra e guerra!” Disse sospirando Matteo.
“Figlio mio –disse la madre accorata- tu sei stato sempre cervellotico, ma nel contempo ragionato, di poche parole e lavoratore. Ti ho fatto io, e non posso credere che da un momento all’altro hai perso la ragione! Non riesco a capire dove vuoi arrivare con questa storia, ti prego, mettimi un po’ l’animo in pace, fammi capire cosa è questo fatto, cosa è successo per comportarti in questa maniera? I tuoi genitori sono qui da te per dati il proprio aiuto, per quello che possiamo. –Incomincia a piangere- Tuo padre è una saggia persona con un cuore grande, ha avuto ragione a venirti a cercare, le tue sorelle, cosa vuoi, devono essere ubbidienti ai mariti e i tuoi cognati sono sempre dei forestieri!” Chiuse così, asciugandosi le lacrime con il fazzoletto estratto dal seno.
“Vi voglio raccontare una storia –disse il signor Santo, bevendo un po’ di quel vino- In un tempo lontano, in un regno lontano, la regina era gravida pronta a partorire. Tutti nel regno erano contenti; il re più di tutti perché attendeva l’erede al trono. Ma da quel momento una cornacchia nera e malaugurate ogni giorno si appollaiava sulla ringhiera della finestra della camera da letto della regina e ‘Chià! Chià! Chià!’. I servi la cacciavano: ‘Cosa è questo cattivo presagio!’ Ma ogni giorno la stessa storia. Andò a finire che la regina non ha voluto più che si cacciasse, così prendeva una fico catalana e la posava sul piano del balcone. Quella cornacchia sembrava gradisse. Ad un certo punto mentre la regina si dilettava ad osservare come l’uccello beccava quel frutto, le è sembrato di ascoltare una voce che la chiamasse: ‘Figlia, figlia mia!’. Si guardava attorno quando si accorse di essere guardata dalla cornacchia, capì che era essa che la chiamava e si sconvolse molto. ‘Non avere paura, sono lo spirito di tua madre, sono venuta a svelarti un triste destino che tiene legato il figlio che ti deve nascere!’ La regina allora le chiese: “Dopo che tu mi sveli il destino di mio figlio, io lo posso cambiare?’ La cornacchia si dispiaceva e torceva il collo: ‘No, mia cara figlia, perché lo spirito forte è sempre pronto a fargli compiere il suo destino.’ – ‘Allora il mio figlio il suo destino lo ha ormai assegnato? E allora non lo voglio conoscere e tu sei uno spirito cattivo se me lo vuoi dire!’
‘No, figlia mia, tu puoi decidere se abortire conoscendo quello che si compierà se nascerà!’ – ‘Vuoi che uccida mio figlio, il figlio di mio marito per ascoltare te?’ Allora la intrappolò con il velo e le tirò il collo ammazzandola!”
“E’ finita così la storia?” Gli disse sorpreso Matteo
“Così così! –prendendolo in giro gli rispose il signor Santo- La regina ha compreso che il male non era il futuro del bambino che doveva nascere, ma conoscere quel futuro che diventava destino!”
“Noi mamme avvolte parliamo per il bene dei figli!” Disse risentita la madre del signor Santo.
“E’ in quel bene che si deve vedere quanto male c’è!” Le rispose il signor Santo.
“Figlio mio stai attento! Non pestare i piedi a nessuno e pensa alla tua famiglia!”
“Padre, quello che succede fa parte alla storia, e la storia è degli uomini, io sono Dio!”
“Vi accorgete come risponde?” Disse piena di collera Rosina
“Santo, figlio mio, da domani puoi coltivare le mie terre, ora sono tue, lo dico davanti a tutti e la mia parola è un atto!”
“Ma quale terre da coltivare? Quale proprietà? Questa notte affacciatevi fuori e guardi su nel cielo, tutte le stelle! Ogni stella, ogni cosa è mia, la coltivo io, Dio d’ogni momento!”
LA RIVOLUZIONE
Si avvicinava il santo natale e il signor Santo Panitro era sempre lo stesso. Rosina era molto preoccupata per gli impegni che aveva con l’avvicinarsi alla data delle nozze della figlia; il suocero gli dava tanto coraggio, era pronto ad aiutarla per le spese, però lei sapeva che la suocera non era molto affidabile, se si imbestialiva e incominciava a scalciare come una bestia, come sapeva fare, poteva succedere ogni cosa.
Al signor Santo le era venuta un’altra fissazione, quando era a casa e gli altri parlavano, lui sembrava non ci fosse, mentre sorbiva il suo vino girava il dito indice sul bordo del bicchiere e produceva un suono strano come un sibilo. Rosina, questo, la infastidiva enormemente, sembrava imbestialirsi. La signora Maricchiedda la calmava con giudizio. Rosina era anche preoccupata di quella calma apparente del marito e pensava che fosse come un vulcano pronto ad esplodere.
Una sera di queste, il signor Santo, spinto dal padre e dalla moglie, è andato dal barbiere per sistemarsi i capelli per la festa incombente. Tanto questo servizio al barbiere era stato già pagato con un tomolo di frumento già portato nel mese di giugno. Il suo barbiere era Ciciu Crepis. Crepis era un soprannome che gli appiccicarono quei invidiosi dei paesani. Ciciu Crepis era un barbiere che era pratico a fare molte altre cose: aggiustava orologi, armi, ombrelli, estraeva denti, faceva i salassi, toglieva i calli, barbe e capelli; insomma s’industriava come poteva. E appunto per questo si è potuto soddisfare un piacere: comprarsi una moto Gilera, appositamente di colore rosso contro il malocchio. E siccome era a conoscenza da i discorsi che facevano i suoi clienti dentro la sua bottega, ha scritto e appeso sulla moto, un cartello: “CREPI L’(e sotto) INVIDIA”. Ora, mentre tutto era scritto a stampatello la elle l’ha scritta in corsivo e sembrava veramente una esse. I paesani leggevano CREPIS e si chiedevano se fosse latino. Lui era costretto a spiegare il tutto. Questo una volta, due volte, tre volte, poi incominciò ad infastidirsi. E visto che si infastidiva incominciarono a sfotterlo chiamandolo per l’appunto CREPIS. L’unico rimedio che ha potuto prendere fu quello di togliere quel cartello dalla moto e strapparlo in mille parti. Il cartello ormai non esiste più ma quel soprannome è rimasto per sempre.
Come il signor Santo entrò nel salone, salutò tutti: “Pace e verità!”. Lì seduti come ogni sera c’erano: Giovanni Scumazza con la chitarra, Paolo Apuni con il mandolino e Carlino Fimminedda che si stava facendo sbarbare quei pochi peli che aveva a zone, più altri che aspettavano il turno. Appena lui si è seduto, incominciarono ad intonare una stornellata, cantava così Giuvanni Scumazza:
“E dopo venti anni di zappare
Ci è voluto il vino delle Caternini
Per Santo Panitro così scoprire
Di essere vero Dio dentro le veni.
Lui fa oscurare e illuminare
Ma nessuno in paese ci crede.
All’arciprete la tonica fece strappare
Ed io che ho un po’ di fede
A Dio ci voglio chiedere:
di tutto questo male, niente vede?
Il povero sotto deve soggiogare
E al ricco la tasca gli ride.
Il povero ogni cosa deve penare?
Che mondo hai fatto Dio di strapazzo?
Rispondimi se non sei un povero pazzo!”
Il signor Santo si alzò la coppola a modo suo e accennò una risatina, e fece gesto di continuare a suonare; mentre tutti presenti si torcevano dalle risate. Perfino Ciciu Crepis aveva smesso di lavorare perché poteva ferire a carlino Fimminedda. Così il Signor Santo incominciò a cantare:
“Così me l’hai suonata con la chitarra
E sei contento per questa canzone.
C’è chi fa schiuma quando parla
E chi dice di essere Dio in persona.
L’uomo cresce come una agave
E’ vero che ne ho zappata di terra
Ma qui dentro una stella brilla
Questa gran luce a tutti perdona
Pure a quelli che strisciano a terra.
Poveretti preti e baroni
È tutta gente pronta alla guerra
Chiede, ma ognuno che dona?
E tu che dici di avere un po’ di fede,
voglio risponderti senza paragoni,
Io Dio vedo chi piange e chi ride,
leggo nel cuore di ogni persona,
vedo il male che c’è nel bene
e il bene che c’è nel male d’ognuna.
Io Dio ho fatto ogni cosa con piacere,
ogni creatura del tempo padrona,
con la libertà belli e sinceri,
pietre, erba, animaletti e animaloni.
Questo è il Mondo del vostro Dio
Che vi devo dare quattro schiaffoni
Se non credete neanche chi sono Io?
E vi cercate l’un l’altro soggiogare?
Santo Panitro è Dio e non è pazzo
Se non ci credete mi importa un cazzo!”
A queste parole non sapevano più se ridere o credere, sono rimasti a bocca aperta che si guardavano l’un l’altro. Rispondere così in canzone non era nelle capacità di Santo Panitro. Carlino Fimminedda protestò per avere completata la barba; e Cicio Crepis si rimise a lavoro. Giovanni Scumazza e Paolo Apuni si rimisero a suonare una canzone napoletana e il signor Santo aspettò il suo turno.
II
Quando uscì dal barbiere, salì per la chiesa di San Francesco, bello sbarbato e in profumato. Voleva andare, per sapere le ultime del paese, al bar di Cardilicchia. Anche Cardilicchia nel suo bar praticava, come i barbieri, una specie di baratto con i bambini. Ogni bambino che portava un tot di mandorle aveva un relativo gelato. Ad esempio con quindici mandorle un gelato da quindici lire e via di seguito. Lei con le mandorle raccolte preparava i pasticcini e intanto istigava i bambini a rubare le mandorle stese al sole per le strade oppure ad andare a raccogliere direttamente dagli alberi in campagna, iniziandoli alla carriera dei sacchinara (ladruncoli di campagna). Mentre saliva di dietro la piccola chiesa incontra Nino Baddettu, con la giacca sul braccio e un bastone in mano, con quel buio gli occhi di lui sembravano di fuoco. Il signor Santo lo salutò e si spostò per farlo passare, ma quello sembrava che avesse gli spiriti e si ci porse davanti, si spostò a manca e se lo ritrovò davanti, si spostò a dritta e gli saltò dinanzi. Al signor Santo gli si scombussolò lo stomaco, pensò: “Sono perduto!”, conoscendo che Nino Baddettu era capace dargli qualche buona bastonata. Ad un certo punto il pazzo gli dice: “E’ vero quello che dicono, che tu sei Dio?”
Il signor Santo ci pensò un po’ e poi rispose: “Si io sono Dio!”
“E allora quello dentro la chiesa chi è?”
“Io sono Dio e sono in ogni attimo!”
“Quello in croce sopra l’altare è Dio?”
“Ma quello è una statua, di legno o di gesso!”
“Vado a vedere e se non è come tu dici avrai lo stesso trattamento!” E andò via correndo verso sotto, saltando come un grillo, o un diavolo! Corre, corre ed entra dentro la chieda dell’Immacolata. Li dentro la sacrestia c’erano giovani che giocavano al calcio balilla, come hanno sentito rumori sospetti, si sono affacciati e così videro Nino Baddettu che andava saltando di banco in banco, salire sull’artare maggiore e incominciare a picchiare con il bastone al Crocifisso bestemmiando come un disgraziato: “Vediamo se sei tu Dio o lo è Santo Panitro!” Subito Nicola, il ragazzo pi grande andò a chiamare a padre Alba. Il quale corse come il vento con la tonica alzata. Quando vide quel sacrilegio, non si è perduto d’animo, anzi con parole adeguati lo ha convinto a scendere e quando il pazzo gli disse: “Quello non è Dio! E’ una statua, un pupo!” Padre Alba gli rispose: “E’ vero, l’abbiamo sopra l’altare come un figlio tiene il ritratto della madre. O la moglie la fotografia del marito!” Nino Baddettu ci rispose, bestemmiando e rivolgendogli parolacce e invettive d’ogni tipo e scappò via come il vento. I ragazzi erano spaventati, gli raccontarono come sono stati i fatti e ciò che disse. Immediatamente padre Alba andò dall’arciprete a riferire il tutto. L’arciprete rispose che ci badava lui, perché il vero autore non è Baddettu ma Santo Panitro, sta incominciando a disturbare un po’ tutti. L’arciprete ne parlò con il barone. E il barone con la legge.
Il signor Santo, dopo una bella passeggiata al freddo di quella sera di dicembre se ne tornò a casa. La moglie si complimentò per quei capelli messi a posto e quella barba appena rasata, odoroso da quel profumo a spruzzo del barbiere.
Quell’incontro con Nino Baddettu lo aveva scosso parecchio e ancora era agitato. A casa, per fortuna, non vi erano estranei, così pensò di starsene un po’ in pace; mentre si stava sedendo sentì battere la porta come se fosse entrata una bufera. Vide entrare come una furia quella vedova rabbiosa: “Se sei Dio mi devi dare pace! –E gli esce un rutto così forte che fece tremare la lampada con tutto il suo piatto, poi seguito altri tre piccoli rutti.- E’ il nervosismo che dà allo stomaco, scusatemi! –Si scopre la testa dallo scialle, si siede e si sventola con le mani- Sto morendo!”
“Accomodati!” Con sarcasmo le fa Rosina.
“Santo Panitro, ci ho pensato su, e tu potresti essere veramente Dio! Forse non sei il Padre, ma una divinità più piccola… meno importante. Io non ne capisco… Da te voglio una risposta! Mio marito è morto giovane di tumore, così dissero i medici, ma per me è stata una malia che quella bagascia di Nunziata gli ha fatto fare, per vendetta che non riuscì a sposarlo lei!” Così dicendo si diede due forte manate sulle cosce, il viso alterato, rosso e il collo torto.
“Cosa vai pensando a queste cose?” le disse la signora Maricchiedda.
“Per un verso, sono contento perché sei l’unica che non mi credi un pazzo; per l’altro verso sono dispiaciuto perché mi hai scambiato per un demone e non per Dio. Datti pace, spegni questo fuoco che non ti fa dormire. Togliti questo lutto, mettiti una vesta a fiori e ruba la vita ai giorni e non ti fare rubare i giorni dalla morte. Tu hai bisogno amore e non dolore, amore non odio.”
“Dammi una risposta! Perché non ho pace! E per il mio fuoco so come badarci! Nel tuo silenzio c’è la tua risposta. E’ stata lei!”
“Ma quale lei! Ora stai imbrogliando tutto tu, perfino quello che non dico!” Irritandosi le dice il signor Santo.
La vedova cade inginocchio e si schiaffeggia urlando delle imprecazioni: “Prego Dio che di suo marito non deve trovare neanche le ossa! Deve soffrire le pene dell’inferno!”
“Ohh! Ohh! Fermati, basta! Ed esci da questa casa! Tizzone dell’inferno!” Rosina la prese per le braccia per alzarla, ma lei resisteva.
“Siediti e calmati! Tu chiedi a Dio il male? E a quale dio lo stai chiedendo? Quando tu imprechi queste maledizioni, tu stessa diventi il male in persona! Io creo il Mondo continuamente. Io sono ogni momento. Io sono il seme che cresce e tutto e dentro quel seme. Ora tu che sei una bella donna, non ti storpiare il tuo spirito e divenire un mostro di bruttezza. Parli di malia, malia… La vera magia è questa fatta di tutto e di niente. Quello che non si vede è la forza, quello che si vede è solo apparenza. L’energia non sa, e non interessa, se tu hai ragione o torto, perché ragiona con la tua testa. Basti che tu ci credi meno di un solo istante e diventa verità, apparenza, istantaneamente! Per questo motivo ti dico: stai attenta pensa con serenità e questo fuoco che hai dentro il tuo sangue usalo per l’amore che spunta ovunque!”
“Oh! che sono scema! Mi sono venuta ad inginocchiare davanti ad un contadino pazzo! Che parla senza sapere cosa dice! La pazza sono io!” Si alzò ed uscì nello stesso modo di come entrata, sembrando una bufera.
LA NOTTE DI NATALE
Il signor Santo Panitro era così contento di andare in chiesa che sembrava un bambino. Tutta la sua famiglia insieme con la famiglia di Matteo Parlantina, partirono per andare a prendere posto alla Matrice. E’ successo che qualche giovane discolo verso nella fonte dell’acqua benedetta del colore nero. Con la poca luce che c’era non si vedeva così quelli che entravano e attingevano le dita della mano per segnarsi la croce si sporcavano con quel colore. Quando poi si scoprì ognuno mormorava con il vicino di posto e quando sembra conclusero che l’autore sia stato Santo. Il quale se ne stava accanto a sua moglie incappottato che attendeva giulivo l’inizio della funzione. Tutti parlottavano e guardavano lui. Chi si puliva, chi si controllava il soprabito rovinato dal colore. Insomma ci fu un disturbo grande. Matteo incominciò ad infastidirsi perché era diventato oggetto di sguardi cattivi di quelli seduti davanti che si voltavano verso di loro e con il labiale si capivano pure le invettive.
Dindì! Dindì! Dindì! Si accendono le luci, tutti all’in piedi, iniziarono i canti ed entra l’arciprete seguito dai chierichetti.
“Prima che inizio la funzione, voglio chiarire due cose: l’individuo che ha sporcato l’acqua santa è un sacrilego che non ha rispetto ne degli uomini, ne della chiesa e soprattutto nemmeno di Dio! Ora questa sera è presente insieme ai suoi familiari un individuo, che si è auto proclamato Dio in terra. Basterebbe questo, per cacciarlo via da questo luogo santo. E i familiari avrebbero fatto bene a tenerselo a casa, sia o meno un folle da catena. E invece eccolo qua, non solo a provocare con la sua presenza, ma a causare danni e molestie con la sua forma di pazzia. Già nell’Immacolata, grazie alla sua follia è stato deturpato il Cristo dell’altare maggiore. Ora basta! Basta! Anche questa sera con l’acqua santa, basta! Abbiate un po’ di contegno e portevelo via. Santo Panitro, esci dalla casa di Dio! Via!” L’arciprete tuonava e con l’indice indicava la porta! Rosina sembrò sprofondare nelle profondità della terra. Lilla, sua figlia, incominciò a piangere. Matteo e sua moglie si alzarono pronti ad andarsene. Il signor Santo s’alzò pure lui e salì sopra il banco. Il mormorio delle persone aumentò di volume. Il signor Santo guardando tutti faceva segno di fare silenzio, poi si rivolse all’arciprete e gli disse: “Hai Parlato? Ora dammi la possibilità di risponderti! Tu sei un commediante! Perche se tu eri un vero uomo di fede, questi sospetti su di me, e tutto quello che hai riferito, mi chiamavi in sacrestia, senza farti vedere da nessuno e me lo dicevi. Ma a te veramente interessa la predica, la commedia e l’hai fatto, bravo! Tu e quelli come te, avete giudicato senza appello, non vi interessa la verità! Perché conta quello che vi confezionate voi. Una sola verità, quella vostra e non quella di Dio o degli uomini. Quella vostra! Pronti a bruciare a chiunque per la vostra verità! –Poi si voltò con i fedeli- Di ciò che mi accusa sono innocente. IL colore nero nell’acqua benedetta è sicuramente opere di qualche ragazzaccio. Come quella volta che buttarono il tabacco da naso di sopra il tetto. Noi non siamo sporchi perché il colore è stato versato sicuramente dopo che siamo entrati. –Scese dal banco- Andiamone, qui dentro fede non ce n’è!”
“Andate via!” Girandosi la testa l’arciprete e facendo gesto con la mano di andare.
“Ricordati che tu hai mandato via dalla chiesa Dio in persona!”
“Via!” Rispose l’arciprete con quanta forza aveva.
Quella notte di natale in casa Panitro fu un vero dramma: urla, nervi, mortificazioni. Sono rimasti alzati hanno trapassato sia la mezzanotte, l’ora della nascita del Bambino Gesù, e videro pure spuntare il sole. Il signor Santo sembrava calmo, si era bevuto il suo bicchiere di vino e girava con il dito sul bordo del suo bicchiere generando quel sibilo con quella nota cupa e continua.
“Ti rendi conto? Vedi come ci stai portando alla rovina? Siamo diventati il divertimento del paese! La vuoi smettere ora?” Il signor Santo non rispondeva alla moglie, si chiudeva nel suo silenzio e in quello strano gioco del bicchiere.
Rosina con l’aiuto dei suoceri e di sua madre, hanno fatto un po’ di spesa per dovere della famiglia della fidanzata e così passarono la festa di capodanno insieme con la famiglia del fidanzato. Il signor Santo ne parlò, ne uscì di casa mangiò quasi niente; sembrò che quella offesa in chiesa lo abbia stordito.
Il due di gennaio i carabinieri bussarono alla porta per riferire che il signor Panitro Santo si deve presentare in caserma immediatamente! Alla moglie incominciarono le caldane. Il signor Santo aveva un debole basta vedere dei gendarmi si ci scombussolava lo stomaco e così successe, così si chiuse nello sgabuzzino, in legno e faesite senza tetto, del cesso e non si poteva alzarsi perché sembrava di non finire mai, andava per alzarsi e riprendeva. Tanto che la moglie preoccupatasi aprì la porticina in faesite per vedere se stava male. Mentre era dentro nel suo espletamento entrò il medico di famiglia: “Poso entrare, oh! signora rosa, passavo per l’appunto da queste parti e mi sono chiesto se tutto era apposto. Avete trascorso bene le feste?”
“Prego dottore, si accomodi. Le feste… uhm!”
“Suo marito è a lavorare? –Il dottore girava la testa come per cercarlo, quando udì un il rumore di un grosso peto- Ah! Ho capito…”
“Si è a casa! E’ a casa!” Disse con mortificazione Rosina, andando subito da suo marito per informarlo della visita. Il signor Santo si stava imbracando e gettò un secchio d’acqua nel cesso. (Acqua raccolta nel secchio dalle faccende di casa, come quella rimasta dalla pulitura delle stoviglie della cena della sera prima.) Così si presentò: “Caro dottore, che onore averlo a casa mia senza malattie!”
“L’onore è tutto mio… Santo io le volevo parlare. Ho sentito parlare molto di voi in questi giorni all’ambulatorio. Poi la notte di natale è stato un culmine che ha acceso la mia curiosità.”
“Mi hanno offeso e hanno offeso tutta la mia famiglia! Mi sento ancora mortificato per mia moglie e miei figli!”
“Ora se ho la possibilità di scambiare quattro chiacchiere con lei, perché il suo caso è molto interessante!”
“C’è solo un contrattempo, prima di lei erano venuti i carabinieri perché mi vogliono in caserma, perciò non ho ne tempo ne sono in sintonia. Ma il maresciallo può attendere, perché lei merita come uomo e come medico.”
“Grazie Panitro!”
“Dottore gradisce un buon caffè!?” Gli propose Rosina.
“Allora ho sentito dire che lei afferma di essere Dio in persona! –Il medico gli disse questo avvicinandosi con la sedia sotto alzandosi appena e fissandosi negli occhi- E’ vero?”
“Io sono la luce e il buio!
Io sono il primo e l’ultimo momento!
Io sono la sola verità dove ogni verità cede!
Io sono l’amore dentro ogni cosa, persona o animale!
Io sono Dio!” Disse così il signor Santo con dignità.
“Bene bene! Allora lo voglio informare prima che continuiamo che io sono ateo! Cioè non credo all’esistenza di Dio ne in cielo ne in terra!”
“Lei pensa di non credere, come io penso di essere Dio! Siamo tutte e due in mezzo ad una strada, meglio di essere in mezzo ad una stanza con gli addobbi funebri!”
“Allora anche lei mette in dubbio la sua personalità divina…”
“Io non metto in dubbio niente in quanto Dio, perché io lo penso e ci credo veramente! Lei lo pensa ma tante volte ha seri dubbi. Tanto che mentre tutti, e non ne tolgo nessuno, pensano che sono impazzito, lei se non è più pazzo di me è venuto a parlarmi con rispetto, credo.”
Il medico disse tre se: “Grande!” meravigliato di come il signor Santo espletava le sue ragioni. Mentre Rosina era arrivata con il caffè; così lo presero. “Dottore, che gliene sembra di mio marito?”
“Gnora Rosa, grazie per il caffè, ma non sono venuto a visitarlo, solo a parlargli.” Rosina così si allontanò: “Allora vi lascio parlare.”
“Signor Santo, quando dite: ‘Sono la luce e il buio’ che volete dire?”
“Io non voglio dire, io dico! E questo Mondo è più buio che luce! Tra una stella ed un’altra cosa c’è? Buio! E il buio è, come è la luce!”
“Ma lei è analfabeta, come riuscite ad esprimere questi concetti così alti? Come li conoscete questi argomenti?”
“Dottore, vi è più sapienza in uno sguardo di una donna che in tutti i libri scritti!”
“Cosa ne pensate degli animali? Il medico sembrava bramoso d’ascoltare il signor Santo.
“Lei mi chiede degli animali, ma qui in questo Mondo ogni cosa è vita, ogni cosa ha la sua anima. E ogni cosa che esiste si muove con il proprio tempo e con la propria verità. Gli animali hanno la propria conoscenza, che importa a loro delle minchiate che hanno pensato gli uomini? Nel loro mondo non vi è di bisogno di studiare la scienza, il perché non interessa, non ne hanno di bisogno. Se hanno dolore di pancia vanno a mangiarsi l’erba che gli necessita. Glielo chiede il loro corpo stesso, che loro hanno imparato ad ascoltare, quale erba mangiare. Il corpo ci parla, ma noi uomini che siamo animali come loro, non lo ascoltiamo, anzi se riusciamo a sentirlo ci convinciamo che non è vero, è il diavolo a parlarci!”
“Ho fatto bene, ho fatto benissimo a venire a trovarlo. Lei non è pazzo! Il barone ha ragione! Al circolo civile parlavano di lei e delle sue risposte. Ora mi chiedo perché? Perché avete messo in atto tutto questo? Quale è lo scopo? Non si offenda su ciò che le sto per dire, se cerca la pensione, io le posso dare una mano d’aiuto…”
“Se fosse stato per questo, tutto sarebbe stato più semplice per tutti, avrei fatto quattro stravaganze e mi avrei fatto mettere la camicia di forza. Ma a me è capitato tutto all’improvviso, non so come, non so perché proprio a me. Proprio io, che quando gli altri parlavano di politica mi allontanavo. Ora ogni cosa mi è chiara, ogni silenzio mi parla! Mentre parlo con lei nello stesso istante creo ogni cosa, perché io non sono il soggetto ma il Verbo, io non sono il motore ma l’Azione!”
“Lei è la ribellione e gli omini non vi lasceranno fare! State attento Santo Panitro! Se entrerete nel manicomio di Girgenti non ne uscirete più!”
“Ora caro dottore, mi interessate voi! Perché non mi credete? Mi avete di fronte, mi potete toccare, vi siete preso il caffè con me, mi avete ascoltato e non mi credete?”
“Signor Santo io credo a lei come uomo e non come Dio. E in quanto uomo l’ho ascoltato, lo posso toccare. Ma come Dio? Ho ascoltato un analfabeta che mi ha parlato di stelle e di teologia, ma il miracolo dov’è? Tutto è nelle regole di questo mondo. E questo mondo non ha bisogno di Dio come gli animali non hanno bisogno della cultura degli uomini.”
“E’ tutto vero fin quando l’uomo rimaneva animale! Ora non può più tornare indietro, dopo che mi ha chiamato e mi ha voluto conoscere! Come per lei, fin quando sentiva parlare di me, poteva fare a meno di credere, ma dopo che ha voluto venire a conoscermi, pensa che la sua vita rimarrà come prima?”
“Che se ne fa l’uomo di Dio? Io ho visto morire bambini senza poterci dare aiuto, tra tanti sofferenze fisiche e madri che hanno pregato in ginocchio con il cuore infranto dal dolore e dal pianto e niente e nessuno ha cambiato le cose per quei innocenti!”
“E’ la storia degli uomini. Dio per amore non può cambiarla!”
“E allora l’uomo deve essere uomo per se stesso senza Dio!”
“E l’uomo non è uomo senza Dio e neanche un animale innocente! Basta il dubbio della mia esistenza, perché io solo il dubbio posso dare. La certezza l’uomo se la deve cercare dentro lui stesso, scavando sempre sempre e sotto l’immondizia che ha buttato dentro se la trova! E se la trova, trova la salvezza, la verità. E allora questa festa che è questo Mondo che io l’ho privilegiato con il mio invito se la gode tutta. E lei dottore che fa? Invitato alla festa e rimane chiuso dentro casa al buio mentre sente le voci le musiche e i botti della festa?”
“Signor Santo, sono contento di questo incontro! Se lei permette lo vengo a trovare un’altra volta!”
“Se mi cerca mi trova!”
DIO IN CASERMA
Il signor Santo dopo tanta anticamera, un carabiniere gli disse di accomodarsi dal maresciallo.
“Signor Panitro si segga!” Il maresciallo stava dietro la scrivania che sbuffava in mezzo alle scartoffie e neanche lo guardava in faccia. Questa era la seconda volta che il signor Santo entrava in caserma. La prima volta è stato quando a suo padre bruciarono il pagliaio in campagna da gente di mala carne che approfittarono della lite tra padre e figlio. Per fortuna il signor santo si trovava in chiesa ad ascoltare i Padri missionari da mattina a sera. E proprio allora è stato l’arciprete che lo ha discolpato. Ora a quanto sembra è proprio l’arciprete che lo accusa! Il signor Santo si è seduto sembrava proprio sulle spine. L’aria che c’era sembrava soffocarlo.
“Che dio lo benedica maresciallo!”
“Signor Panitro, lei non ha mai creato disturbi. Perciò le voglio parlare d’amico. A me basta una piccola dichiarazione firmata e lo lascio andare via. Però mi deve promettere di finirla! –Il signor Santo muoveva la testa non per acconsentire quello che diceva ma per esortarlo a continuare- Sembra che c’intentiamo! –Abbassò il tono della voce- Nell’altra stanza c’è l’arciprete e mi ha chiesto di intervenire perché lei è pericoloso, un pazzo da camicia di forza. Ma qui in questo paese, dove sono stato mandato, ci sono tanti di quei problemi veri e gravi che queste sono delle vere sciocchezzuole. Perciò Panitro, prima di rispondere rifletta bene: lo accusano di essere un sobillatore contro la chiesa, è vero?”
“Io contro la chiesa? Mai!”
“Appuntato scriva! Allora quello che è successo all’Immacolata non è opera sua? Quel pazzo è entrato e ha rovinato il Cristo a bastonate, non ne sa niente? Eppure gridava il suo nome!”
“Non ne so niente!”
“Dicono che tu affermi di essere Dio in persona, è vero? Rispondi!”
“Lo sta dicendo vostra signoria stesso!” A questo punto entrò con imponenza l’arciprete: “Maresciallo si prende gioco di lei come ha fatto con me, le ha risposto come Gesù rispose a Pilato!”
“Arciprete lei non doveva intervenire! Visto che è qua le dico che per me è innocente! Non ha compiuto reato per la legge, ognuno può asserire quello che vuole!”
“Anche se interferisce nelle funzioni religiose come la vigilia di natale che ha sporcato l’acqua benedetta con il colore e poi se la rideva seduto?”
“Ma non mi sarei mai permesso di sporcare l’acqua santa! Vi siete dimenticati che sono Dio, ma sono pure Santo Panitro uomo di fede!”
“A me basta questo! Signor Panitro mi promette di non andare più in chiesa?” Il signor Santo abbassò la testa e non disse niente.
“E’ un pericolo pubblico, arrestatelo!”
“Non mi compete! Non vi è nessun reato a suo carico, per me è libero, può andare!”
“Maresciallo se mi succederà qualche cosa, oppure riceverò atti di vandalismo in chiesa, sappi che la responsabilità è sua!”
“Non vi è pericolosità nell’affermare di essere Dio!”
“Ma denota sicuramente uno squilibrio mentale!”
“Non sono un dottore per costatarlo!”
“E allora chiami il manicomio e lo faccia internare per costatarlo!”
“Per me è libero può andare!”
Il signor Santo con movimenti lenti si ne tornò a casa sua.
L’arciprete in fretta e furia salì dal barone, e riferì ogni cosa il comportamento del maresciallo. Il barone assicurò di non preoccuparsi più di Santo Panitro perché ci pensava lui.
La stessa sera Matteo parlantina lo invitò di uscire insieme, se lui voleva andarsi a bere un bicchiere di vino nella bottega di U Parrinu u Vecchiu, per stare così un po’ a discutere insieme a gli altri. Così hanno fatto. Il signor Santo in quella bottega del vino parlò con gli ubriachi e i forestieri che si trovarono lì per mangiare qualcosa. Parlò di amore, del Mondo e dell’inutile lotta che fa l’uomo. Uno dei forestieri gli chiese del vecchio eremita giudeo, con la barba bianca e lunga e i pantaloni a strisce rosse e blu, che errava da paese a paese fin quando non fosse giunta l’ora del Regno dei Cieli. “Era forse questa l’ora? Era questo il tempo che aspettava l’eremita? Il quale diceva di essere l’apostolo più giovane di Gesù, Giovanni, che aveva avuto promesso dal Maestro che il tempo sarebbe giunto prima della sua morte e appunto per questo non poteva morire.”
Il signor Santo gli mise la mano sulla spalla e gli disse: “Dio non lascia carte scritte! Le carte le scrivono gli uomini! Ma se un uomo apre il suo cuore benedice chiunque viene nel nome di Dio! E chi viene nel mio nome può solo parlare di amore senza condizioni! Tutto il resto appartiene a gli uomini.”
Un altro narrò un fatto che aveva avuto raccontato da un suo avo ma non aveva capito il senso: “Gesù quando era qui con noi camminava con gli apostoli a piede da paese a paese. Un giorno si fermarono e disse ai suoi apostoli di prendere un sasso ciascuno. Tutti presero una bella pietra ma Pietro prese un sassolino e lo portò. Gesù benedisse le pietre e si trasformarono in pane. Pietro contestò perché aveva preso un sassolino. Ma Gesù gli rispose che quello gli doveva servire da lezione. Passo tanto altro tempo e un giorno Gesù disse la stessa cosa ai suoi apostoli. Tutti portarono una bella pietra, ma Pietro ha voluto esagerare portò una pietra proprio grande, tanto da camminare con molta difficoltà. Allora Gesù benedisse tutte le altre e trasformò in pane ma non quella di Pietro. Allora l’apostolo contestò e Gesù gli rispose che poteva sedergli sopra! Non ho mai capito dove è la morale. Voi che siete Dio in persona datemi una spiegazione plausibile.”
Il signor Santo gli disse stringendogli le mani: “Il significato sta proprio nel comprendere questa storia. Quante volte pensiamo di fare la cosa giusta ma non è condivisa dagli altri e non capiamo il perché, anzi pensiamo di ricevere un’ingiustizia dagli altri. Ora ti chiedo, pensi che Pietro abbia mai capito il comportamento del Maestro?”
“Si, ha fondato la Chiesa! -Rispose sicuro il forestiero- ‘Pietro su questa pietra costruirai la mia casa!’”
“E su quale pietra? Sarà riuscito a trovare quella giusta?” Alzandosi gli disse desolato il signor Santo mentre già era pronto per andarsene disse a tutti: “Chi vince ha perso. Chi perde ha vinto. Chi si mette dalla parte del vincente, può avere più ricchezze ma ha perso tutto di lui!” E guardò attentamente negli occhi di Matteo Parlantina, il quale abbassò gli occhi a terra. E’ bastato il tempo che il signor Santo finì di bere quel po’ di vino rimasto nel bicchiere e non vide più a Matteo, a questo punto salutò a tutti: “pace e verità!” ed uscì fuori. Stava salendo avvolto nel suo paltò per la strada principale. Alzò gli occhi al cielo, era aperto senza una nuvola e si vedevano tante stelle di mille colori. Mentre stava voltando davanti il mulino San Giuseppe, si sentì chiamare: “Santo! Santo!” Gli sembrò la voce di Matteo e si avvicinò: “Matteo, te ne sei andato senza dirmi niente!”. Come voltò l’angolo prese tante di quelle bastonate che non sapeva più da dove arrivassero e come difendersi, fino a quando si è arreso e si accasciò a terra. Mentre era a terra gli diedero dei calci allo stomaco e in faccia. Stava perdendo i sensi e uno di loro gli sussurrò all’orecchio: “Dio si fa i fatti suoi in cielo, non rompe la minchia a nessuno!”
RISVEGLIO
Dopo ventuno giorni si svegliò in un letto dell’ospedale
San Giovanni di Girgenti. Incominciò con il vedere le stelle che s’ingrandivano, fino a quando vide la luce e l’ombra delle persone. La prima cosa che ricordò fu quella voce che gli sussurrava: “Dio si fa i fatti suoi in cielo, non rompe la minchia a nessuno!” e si sconfortò, poi vide sua moglie che piangeva per la contentezza. Lui la guardò e la chiamò: “Rosina, dove sono?”
“Oh! Marito mio eri morto e sei rinvenuto! Il Signore mi ha fatto questa grazia! Sei all’ospedale di Girgeti!”
“Acqua!” Disse con un filo di voce. Rosina subito riempì un bicchiere d’acqua e glielo appoggiò sulle labbra secche: “Bevi, marito mio, bevi!” Come bevve il primo sorso si affogò, poi si riprese e bevve più a lungo sentiva scorrere l’acqua nello stomaco dando un senso di freschezza a tutto il corpo. Assaporava l’acqua e si deliziava.
“marito mio sei caduto dal ponte di Mastru Giurlannu… Eri un po’ ubriaco e sa cosa volevi fare…”
“Rosina, sono state botte, bastonate!” Gli disse sussurrando il marito.
“E chi è stato? Chi poteva volere così male che ti stavano uccidendo?”
“Non lo so!” E si abbandonò di nuovo sul cuscino. La moglie chiese aiuto a gli infermieri che corsero subito. Il dottore le disse che era ormai fuori pericolo, ma la botta che prese in testa gli causò un trauma cranico perciò doveva rimanere sotto osservazione.
Il signor Santo non appena una settimana si riprese perfettamente e ricominciò a predicare ai malati. Era il passa tempo dell’ospedale. Rosina era tornata in paese. Quando poi ritornò per andarlo a visitare le dissero che lo avevano trasferito al manicomio per controlli. Tutto è stato inutile, corse da punta a punta di Girgenti, affannata corse per tutto il viale della Passeggiata, ma quel giorno no ha potuto vedere suo marito e neanche quello dopo. Passarono due settimane di andare e venire con la corriera dal paese e glielo fecero vedere. Aveva ancora il pigiama dell’ospedale, tutto sporco, andava avanti e dietro con lo sguardo rivolto verso il niente e nessuno; si andava sbattendo con gli altri pazzi e diceva: “Dio si fa i fatti suoi in cielo, non rompe la minchia a nessuno!”. Il dottore la informò che quel padiglione era la nazione degli dei. Dove mettevano assieme tutti i pazzi che si credevano delle divinità. Un pazzo l’avvicinò le parlava parlava ma non si capiva neanche una parola. Rosina si accorse che infondo allo stanzone vi era un altro pazzo che stava sopra una sedia con i pantaloni abbassati senza mutante le braccia divaricate e la testa inclinata, faceva il Crocifisso.
Dopo circa un mese la moglie non lo trovò più neanche a Girgenti. Il signor Santo Panitro fu trasferito a Gorizia, dove morì e fu sepolto, lontano dalla sua famiglia e dalla sua Terra.
VERSIONE ITALIANA
18 settembre 2006
LA RIVELAZIONE
Tutto è successo a casa del signor Santo Panitro in una sera piovosa e fredda di dicembre. Erano tutti in torno al tavolo, che prendevano e mangiavano ceci e fave abbrustolite. I bambini giocavano a carte e la signora Maricchiedda recitava il rosario in un angolo della casa; mentre Rosina e Tinicchia messe in intimità chiacchieravano dicerie e maldicenze a chi le capitasse a tiro non risparmiando nessuno. Gaspare e Lilla, seduti accanto, mano nella mano, si guardavano negli occhi, dove s’alimentava il fuoco dell’amore, fosse stato per loro, avrebbero consumato subito, ma spazio non avevano e poi “il Signore non vuole, Gaspare!”.
Il signor Santo da un altro angolo del tavolo era con il padre di Gaspare, Matteo. Sorseggiavano insieme qualche bicchiere di vino. Il signor Santo mal sopportava quei discorsi tediosi di ogni sera che Matteo ci infliggeva di tutti i lavori in campagna, del suo vino come lo tramutava che gli riusciva il migliore di tutti, insomma un fastidio che non finiva mai, un macinino che non si stancava mai di parlare, un discorso finiva e un altro ne iniziava e che per l’amore della figlia doveva sopportare ogni santa sera. Per fortuna che il vino della contrada Caternini era buono ed era così forte che intontiva. Perciò se ne stava con il braccio sul tavolo con le gambe distese sotto il tavolo, gli occhi socchiusi e ogni tanto acconsentiva con la testa e gli sparava: “Sicuro Matteo! Minchia! Bravo!”. “E si dovevano passare questi altri cinque mesi e si faceva spazio a casa” Il signor Santo così pensava. La coppola adombrava gli occhi. Il signor Santo aveva il viso scavato e bruciato dal sole pure in inverno ma la fronte rimaneva bianca perché quella coppola non la toglieva proprio mai.
Il signor Santo mentre era così rilassato si è visto travolgere da una luce bianca e forte, si senti bruciare da un fuoco dentro il petto, non riusciva neanche a muoversi, pensò: “forse sto morendo? E’ così che si muore?”. Cominciò a girargli tutto in torno. E gira e gira incominciò a salire come un missile per il cielo. E saliva sempre più in alto e sempre più la luce era più forte, fin quando tutto divenne di un buio profondo e intenso, capì che quella luce era lui e tutte le cose, piccole e grandi vicine e lontane facevano parte di lui e le amava. Ogni cosa era un suo momento, ogni animale, ogni filo d’era l’amava con tutto l’amore che Dio ha. A questo punto ascoltò un canto di una miriade di angeli che lo adoravano. E tutta la sapienza gli entrò in testa, quando poi guardò nel suo centro, il corpo di Santo Panitro alticcio era quello suo. Allora come l’acqua nello scarico così girarono angeli, stelle e luci entrando tutto tramite la bocca rimasta aperta quando si era addormentato e abbandonato la testa all’indietro. Si svegliò all’istante mettendosi all’in piedi di scatto , con la mano fece cadere il bicchiere sul tavolo e la sedia a terra. Matteo si tirò indietro, penso: “Forse l’avrò offeso in qualche cosa?” Tutti si voltarono verso di lui presi dallo spavento e dallo stupore. Il signor Santo con gli occhi spiritati, con pollice e indice si alzò la coppola, allargò le braccia e disse: “Sono Dio!” Tutti rimasero di stucco, chiedendosi cosa avesse, che le era successo. Il signor Santo sempre con le braccia allargate gridando disse:
“Silenzio!
Io sono la luce e il buio!
Io sono il primo e l’ultimo momento!
Io sono la sola verità dove ogni verità cede!
Io sono l’amore dentro ogni cosa, persona o animale!
Io sono Dio!”
Matteo pensò la cosa più semplice: “il vino!” Ed ha fatto il verso di bere nella bottiglia ciucciando il pollice.
Rosina si mise le mani ai capelli disperata: “Che rovina!”
Lilla disperata: “Papino mio!”
Il signor Santo, sempre con le braccia distese, urlando sempre più forte:
“Silenzio!
Io sono Dio e posso tutto!
Io sono la luce e il buio!
E ora buio!” Mancò la corrente elettrica ed è stato buio fitto, non traspariva nemmeno la luce di fuori, neanche il lumino davanti le foto dei cari defunti, buio di quello vero. I bambini incominciarono a piangere, le donne a urlare. Insomma un gran terrore pervase in quella casa. Come i presenti si sono calmati, il signor Santo, sempre urlando: “Ora luce!” E fu luce!” Si accese ogni cosa. Si mise le braccia conserte e si sedette. Tutti gli andarono in torno e lo guardavano in silenzio. Lui aveva gli occhi che sembravano accesi, un ghigno che non prometteva niente di buono. La prima a parlare è stata Rosina: “Marito mio, che ti è successo? Cosa è stato?” Ma lui guardava tutti seguitando quella espressione. La moglie: “Madonna! Non lo vedo bene! Forse ci hai preso in giro? Santino!” Il signor Santo: “Ti devi sentire la donna più grata del creato! Tu sei la moglie di Dio sopra questa terra!” Rosina, strappandosi i capelli: “Madonna! Madonna mia! La mia casa si è rovinata!” Le altre donne cercavano di calmarla.
Tinicchiedda: “Fallo coricare che come si sveglia si dimentica di tutto! Questo non è niente! Ha bevuto solo un po’!”
Matteo: “Santo! Santo! Porco di (…)!”
Il signor Santo con voce solenne: “Tu non hai paura ignorante! E ti stai sbagliando! Questo momento per tutti voi e il più importante perché avete davanti Dio in persona. Cantate gloria! Ringraziatemi per la vostra vita!”
Rosina ormai alla esasperazione: “Tu sei Santo Panitro! Mio marito! Figlio di Bastiano Panitro inteso Seita e Carmela Saza intesa la Cusculera!”
Il signor Santo, minacciandola con l’indice: “Non ti permettere di offendere i miei!”
A queste parole tutti fecero un sospiro di sollievo rasserenandosi. Tinicchia disse: “Non è pazzo!” Neanche finì di dillo che il signor Santo riprese a parlare alzandosi nuovamente da seduto: “Io sono Santo Panitro, figlio di Bastiano Panitro inteso Seita e di Carmela Saza intesa la Cusculera e… sono Dio!” E sedette di nuovo con le braccia nuovamente conserti guardando tutti con una faccai che non sembrava nemmeno più la sua!”
La signora Maricchiedda, persona anziana, saggia e donna di pace, si è fatta avanti: “Sentitemi, questo non è niente! Non vi preoccupate più di tanto! Rimandiamo a domani con la luce del sole! Ascoltami figlia mia –rivolgendosi a Rosina e per attrarre l’attenzione la prese per il braccio e la scosse leggermente- finiamola di farci confusione. Matteo non te la prendere, ritiratevi cortesemente a casa vostra, che gli facciamo un po’ di decotto di papavero così quando si sveglia la discutiamo.” Tutti hanno acconsentito e se ne stavano andando; quando Matteo torna indietro mettendosi davanti al signor Santo e gli dice: “Conosci chi sono io?”
“Ti conosco quanto sei imbecille, Matteo! Vai a coricarti! Amo pure a te, vai a coricarti!”
“Andiamo, andiamo! Buonanotte e che il Signore sia con lei signora Marichiedda!”
La signora Marichiedda prese un bel papavero del mazzo appeso al muro, lo spaccò tolse tutti i semini scuotendolo conservandoli per quando facevano il pane, mise a bollire la scorza con un po’ d’acqua, poi versò dentro una tazza lo zucchero e lo diede a bere al genero. Il signor Santo avuto modo di sfogliarsi e coricarsi e cadde in un sonno profondo.
II
Quella notte per Rosina fu insonne, voleva pregare, ma non le sembrava giusto e poi con quale faccia dopo quella follia del marito? Era sicuramente un offesa così forte che a qualsiasi santo si fosse rivolta ‘avrebbero mandata a quel paese, così stette una notte a sentirlo russare. Il suo ronfo sembrava come due persone che dialogavano, un uomo e una donna. L’uomo chiedeva una cosa e l’uomo subito rispondeva. Questo per tutta la notte, povera Rosina, stava impazzendo pure lei. La sua grande paura era che svegliandosi il marito riprendesse con quella follia e la sua famiglia sarebbe stata perduta. Pensava agli impegni economici di matrimonio per la figlia, l’indebitamento per la biancheria e il sostegno quotidiano della famiglia. Come di consueto alla solita ora svegliò il marito per andare a lavorare con il cuore piccino piccino: “Santo, Santo marito mio, svegliati che già è ora!”
Il signor Santo, si smosse un po’, si girò un po’ di qua e un po’ di là, arieggiò due grandi peti e aprì gli occhi: “Rosina che ora è?”
“Le quattro e mezza, ti preparo il caffé! La sacca è già pronta!”
Per farla breve, il signor Santo andò per lavorare. Rosina sembrò rianimarsi, allora mentre sistemava il letto si girò verso il capezzale e baciò la Sacra Famiglia raffigurata, ringraziando il Signore. Sembrò tornare la serenità.
Il tempo per Rosina passa veloce, impegnata nelle faccende di casa. A un certo punto della giornata udiva un vociare fuori. Quando vide entrare il marito tutto con gli abiti scomposti e di seguito entrò don Calogero U Biunnu, il capo camperi del barone, con tanto di doppietta sulle spalle, anfibi e coppola storta.
“Rosina, vi porto vostro marito! Si è messo a fare il capo popolo, la testa calda!” Disse don Calogero girando tre dita della mano destra nell’aria.
“Santo! Santo! Che ti è successo marito mio?”
Il signor Santo rimaneva muto e guardava a capo chino.
“Come siamo arrivati sul posto di lavoro, si posizionò sopra una grossa pietra e incominciò a predicare: -Che state facendo? Lasciate questi attrezzi! Avvicinatevi qua! Perché tormentare la terra quando essa vi dona senza fatica tutto l’amore di Dio? Sudare, affaticarsi a morte, invece di pensare a cose fantastiche, amare Dio, essere felice del Creato. Lo vedete quest’uccellino come è contento? –In un primo momento tutti gli uomini ridevano, pure io ridevo, poi ci fu una seconda predica- Per due soldi fate i servi, quando io: DIO vi ho creati liberi, padroni di ogni cosa, d’ogni fiore, d’ogni stella e non servi del barone!- Come disse ciò perfino la mia cavalla s’imbestialì. Gli uomini non risero più, incominciarono a mormorare, allora tra me dissi: -Come sta andando a finire?- l’ho preso per la giacca e l’ho tirato di sopra quella pietra e con forza l’ho portato da voi! Ora tenetevelo caro! E fatelo curare, perché la sua malattia è molto grave, e la cosa peggiore ch’è invettiva, di questa malattia si muore…”
“Perdonatelo! Ve lo chiedo per carità perdonatelo! E’ da ieri sera che incominciò a dire delle stramberie… Ma è una brava persona… Lei lo sa, gran lavoratore e di poche parole. Perdonatelo!” Rosina si affannava con le lacrime a gli occhi. Quando ad un tratto il signor Santo sembrò prendere vigore e con voce tonante disse: “Chi è che mi deve perdonare? Questo? Guardaci gli occhi e vedrai che non hanno più luce! La luce l’hanno persa con tutto il male che ha fatto a gli altri e la sua anima è al buio! E quest’uomo miserabile che non è riuscito a resistere alla seduzione del male, mi dovrebbe perdonare? –Il signor Santo mette una mano sopra la spalla a don Calogero- Inginocchiati davanti a Dio e penditi dei tuoi peccati! Trova di nuovo la luce mentre sei in tempo!”
Don Calogero distorce i baffoni biondi a dritta e a manca e prese la doppietta da dietro e con le canne gli sposta il braccio e gliele puntò in bocca, alzò i grilletti e digrignò dicendogli: “Santu!”
“Lo lasci! E’ malato di mente! E’ pazzo non sa quello che dice!” Rosina piangeva e la signora Marichiedda, Lilla e i bambini sono accorsi vociando.
“Siamo troppi, caro Santo!” Abbassò i grilletti della doppietta e la rimise in spalla andandosene.
“La mia famiglia si è rovinata per sempre!” Rosina presa dalla disperazione incominciò a darsi schiaffi, mentre la gente che era fuori entrò. Chi cercava di consolare Rosina, chi parlava per i fatti propri e chi chiedeva, insomma si creò una confusione tale da sembrare al mercato. Proprio a questo punto il signor Santo salì sopra una sedia e da lì sopra il tavolo e urlando chiamò a tutti all’attenzione: “Ei! Silenzio! Silenzio! –il mormorio continuò ma più basso- Vi racconto una storia!”
“Ormai si è rovinata la mia casa!” Rosina sempre più agitata.
“Una volta il potente mago Balaam accavallo ad un’asina, stava andando a fare male al popolo di pastori, il mio Popolo. Sapete perché voglio bene a questo Popolo d’Israele? Perché è stato il primo a credere in Me, senza bisogno di miracoli, in parola. Il mago menava la via sicuro di andare a maledire il mio Popolo. Quando l’asina si fermò e non andava né davanti né dietro, fin quando si è completamente coricata a terra. Lui dava bastonate a più non posso. Allora all’asina le ho messo la parola e gli disse: “Ma che cavolo picchi? Per comportarmi in questo modo c’è sicuro un motivo!” Quando Balaam scorse il mio angelo, s’inginocchiò e chiese perdono, fece le sue scuse all’asina che le salvò la vita che sicuramente continuando andava ad incontrare. Ora io vi chiedo avete mai visto un’asina che parla? Potete mai credere che c’è stata quest’asina che ha parlato a questo tizio? –Tutti dicevano di no, ma ridevano con sarcasmo- Se vi sembra impossibile, ma ci credete come il vostro battesimo di cristiani vi impone per fede, perché questo è scritto nelle Vecchio Testamento. Ora se vi affermo che sono Dio ci credete?” Si scatenò un putiferio!
“Scendi Santo! Scendi che si stanno per rompere i piedi del tavolo!” La moglie delicatamente pregava di scendere al marito con il pianto dentro.
Una donna, la più litigiosa, con lo scialle nero addosso tutta vestita in lutto, per il marito morto non appena due anni fa, si fece avanti: “Così a quarant’anni si è accorto che è Dio? Così da un giorno a l’altro lei dice ch’è Dio e tutti noi lo dobbiamo credere!”
“Se volete essere salvi mi dovete credere in parola. Vi deve bastare!”
Le donne incominciarono ad uscire fuori e a mandarlo a quel paese, mentre il signor Santo aprì le braccia e incominciò la tiritera:
“Io sono la luce e il buio!
Io sono il primo e l’ultimo momento!
Io sono la sola verità dove ogni verità cede!
Io sono l’amore dentro ogni cosa, persona o animale!
Io sono Dio!”
A questo punto la vedova ardita, prima di uscire, si voltò, si mise il pugno sulle labbra a mo’ di trombetta e gli ha fatto una scoreggia. Si scatenò una risata generale.
IL SIGNOR SANTO E L’ARCIPRETE
La signora Marichiedda consigliò la figlia di chiamare l’arciprete al fine di convincerlo a desistere e così ritornare quello di prima. Lilla si infilò il paltò e mise il foulard in testa e andò via piagnucolando, poverina: “Che brutto natale quest’anno…”
Il signor santo scese di sopra il tavolo e si sedette, si rivolse alla moglie: “Rosina, ho fame!”
“Ma vedi un po’ com’è tranquillo… Come se non fosse successo niente… ha fame! Tu sei Dio, fatti spuntare un bel piatto di pasta e mangi!” A signora Maricchiedda, richiamò la figlia e le consigliò di dargli da mangiare, perché è meglio prenderlo con le buone.
“ La Maddalena che credeva veramente che Gesù era Dio, gli lavò i piedi con i profumi più costosi. Tu che hai l’onore di preparare da mangiare a Dio dovresti offrire le pietanze più gustose che hai! Prendi il vino, dai!” Rosina mal sopportava tutto questo discorso del marito: “Ma da dove ti stanno venendo tutte questi argomenti religiosi? Sembra che le prediche dei Padri Missionari li hai imparati a memoria.” Così gli apparecchiava la tavola. A signora Maricchiedda gli prese il bicchiere e il bottiglione del vino. Subito il signor Santo riempì il bicchiere e diede fondo in un unica sorsata: “Parlare mette sete!”
“ma come, marito mio, tu sei sempre stato un uomo di poche parole, dicevi sempre: -la parola migliore è quella che non si dice!- e ora parli parli e non ti fermi mai. Non pensi alla tua famiglia? Così va a finire che tua figlia Lilla rompe il fidanzamento, a lavorare con questo atteggiamento che hai non ti vorrà più nessuno. E la tua casa va in rovina!”
“Lo capisco, moglie mia e so il peso di ciò che dico. Ma come fa Dio a rinnegarsi? Se io lo facessi il cielo cadrebbe e la vita terminerebbe. Il tempo finirebbe per sempre! Altro che famiglia e matrimonio! Tutti avete la possibilità di non mi credere ed io vi perdono. Ma io no! Io sono Dio!” Come finì di pronunziare le ultime parole Rosina si picchiò duramente con le mani nella faccia. A signora Maricchiedda gli servì un piato di pasta fumante e il signor Santo incominciò a mangiare con gusto, forchetta e cucchiaio. Appena finito di mangiare si riempì un altro bicchiere di vino e lo bevve con piacere, appena composto liberò un rutto tonante.
“Salute!” Disse l’arciprete mentre entrava insieme al sacrestano ed ad una parrocchiana: “Cosa è mai successo? Vostra figlia è venuta a chiamarmi piangendo!” L’arciprete era un omone di grossa corporatura e alto. Quando entrò con quella tonica e quel manto nero sembrò oscurare tutto ad un tratto. L’arciprete aveva una faccia dai lineamenti carnosi: labbra e orecchie grosse; due occhi rotondi e piccolini, la fronte bassa e una gran quantità di capelli arruffati rossi con cangianti biondi, sembrava proprio un leone.
Rosina si ci avvicinò: “Che Dio la benedica, padre arciprete! Si accomodi, siamo in guai grossi. Mio marito da ieri sera che incominciò ad affermare ch’è Dio e predica, dice cose che non stanno ne in cielo ne in terra!”
L’arciprete sedendosi al tavolo e con tono conciliante disse: “Santo, voi che siete sempre stato uomo di fede, dite queste cose?”
“Padre arciprete, mi dispiace molto che sono venuti a disturbarla. Mi accettate un bicchiere di vino. Ehi, tu! Prendigli un bicchiere, anzi prendine due, uno pure per il sacrestano. –Mentre mesceva il vino pure nel suo bicchiere- Padre arciprete, ma voi non sentite niente?”
“E che devo sentire? -Incominciò ad annusare- Un po’ di puzzo…”
“Lasci stare la puzza. Nel cuore non sente niente?”
“Che mi vuole dire, signor Santo?”
“Voglio dire, che il ministro di Dio, se fa tutto con vera fede, dopo che ha aspettato così tanto il suo Padrone, come era davanti a Lui si doveva mettere con la faccia a terra e baciargli i piedi.”
Il sacrestano s’accosta al signor Santo e lo scuote per il braccio dicendogli: “Così parli a il padre arciprete? Non hai nessun rispetto?”
“E dov’è il mio Signore? Forse sei tu?” L’arciprete gli disse con sdegno alzandosi.
“Io ho parlato davanti a tutti! La mia rivelazione è un atto d’amore verso tutti voi. Basta che aprite gli occhi e vedrete, porgete l’orecchio ed ascolterete, aprite il cuore e sentirete. Io sono Dio in persona!” Con calma e convinzione proferì così il signor Santo.
“Pazzo, è folle! Andiamocene da questa casa di peccatori!” Disse urlando come una sirena la parrocchiana.
“Donna la tua chiesa è la tua casa, la tua famiglia, il tuo dovere di madre, di moglie. Cosa vai a pulire la scalinata della chiesa, il cesso dell’arciprete e sotto il letto della tua casa invece nascondi l’immondizia!”
“Tu dici di essere Dio in persona? Mostrami un segno!” Sempre con grande sdegno parlava l’arciprete.
“Quando mi sono rivelato l’ho dato e chi ha visto ha visto, ora mi dovete credere alla parola se volete la salvezza!”
“E quale è stato questo segno?”
“Ha tolto e rimesso la corrente elettrica a suo comando!” Si fece avanti Rosina.
“La corrente elettrica? Ma quella un po’ c’è un altro po’ va via! Una semplice coincidenza…” Ridendoci su.
“Se io ti facessi un segno ora e tu mi crederesti quale sarebbe la tua fede? Tu mi stai tentando diavolo!” Gli disse con tenacia il signor Santo.
L’arciprete con tutte e due le mani nel petto stracciò la tunica e i bottoni saltarono tutti per aria, urlò che sembrò un fiera: “Ha bestemmiato!”
“Sembra che stiamo recitando la Passione!” Il signor santo faceva riferimento a ‘Il riscatto d’Adamo nella morte di Gesù Cristo’ di Filippo Orioles, dramma famosissimo in tutta la Sicilia che si rappresenta tutt’oggi nelle parrocchie dei paesi in occasione della Settimana Santa.
“Fatelo rinchiudere al manicomio!” Disse la parrocchiana.
L’arciprete si copri con il mantello e senza salutare se ne andò via con il suo seguito.
DIO E LA PROPRIETA’
In quella povera casa è ritornata la luce, dopo che l’ombra di quei tre aveva sovrastato su ogni cosa. Le donne impaurite guardavano da lontano il signor Santo, rimasto seduto in pensiero e girava con il dito indice il bordo del bicchiere producendo un suono che sembrava un piffero.
Lilla e Giugiù, la sorella minore si avvicinarono. Giugiù lo chiamò con amore: “Papà…”, sembrava che quella parola contenesse una domanda, come se quella bambina si volesse sincerare se quello che fosse veramente suo padre o qualche altro. Il signor Santo ritornò in se a quel richiamo e guardò a tutte e due, poi si abbracciò la piccola: “Bella mia, non avere paura!” E la baciò in fronte. La bambina non si sentì per niente assicurata, e rimase nella sua paura. Lilla con il cuore in gola e con tutto l’amore che sentiva per il padre gli disse: “Papà, veda di smetterla con questa commedia, che ormai sta durando abbastanza. La finisca per sempre!” Lui per tutta risposta le disse guardandola negli occhi: “Non avere paura che Gaspare ama veramente e non ti lascia, neanche se tuo padre è pazzo!”
Lilla scoppiò a piangere: “Ma io mi preoccupo per lei, io ho paura per lei papino mio!”
Il signor Santo ridendo ed alzandosi dalla sedia: “Io sto bene! Sono Dio!! E so a che cosa vado incontro! E lo devo fare! Non posso fare a meno! Sento che devo farlo e lo devo fare, come quando la pera è matura si stacca dall’albero e cade a terra! Deve cadere se non vi è nessuno che la raccoglie! Piuttosto guardate, ora vado dal barone per dirgli di dare tutto ai bisognosi. Che se ne fa di tutte queste terre, questi palazzi, questi soldi? Quando liberandosene diventa il padrone di Tutto?”
Rosina agitata corre, postandosi davanti e afferrandolo per il braccio: “Dove vai? Ci lasci la pelle, pazzo!”
Il signor Santo: “Donna, lasciami il braccio! E non ti macchiare di peccato, impedendo il disegno di Dio!” Così si liberò dalla presa della moglie e dei figli che lo trattenevano e determinato si diresse al palazzo del barone. Lilla e Giugiù incominciarono a piangere, Rosina, strabuzzata, con le mani tra i capelli si rivolse alla madre: “E’ pazzo! E’ pazzo! Forse è colpa di questo vino? Basti che l’assaggia e diventa sempre più pericoloso, più folle di prima! A chi chiediamo aiuto? A chi?”
Nel frattempo che si disperava entrano il padre e la madre del signor Santo.
Il vecchietto curvato come un gancio poggiandosi nel bastone, entrò chiedendo permesso, dietro proseguiva più energica sua moglie. Questa visita dei suoceri, è stata una grande sorpresa, perché d’anni e anni le famiglie erano bisticciati per motivi di proprietà. Rosina non aveva animo di ribellarsi a quella intrusione indebolita dai recenti fatti, così non proferì niente. Si fece avanti la signora Maricchiedda: “Entrate! Accomodatevi!”
“Non c’è Santo?” Il padre con sofferenza.
A questo punto Rosina proruppe: “Aah! Santo…”
“In paese si dicono strane cose, cosa è successo?” Con un tono altezzoso sopraffece la nuora la signora Carmela.
“Ti ho ordinato di stare in silenzio! Devo parlare solo io! Tu ascolta e basta! –Voltandosi lentamente verso la moglie ma con forza, tanto che lei con i suoi più di settanta anni abbassò la testa e si ammutolì. –La dovete perdonare, ma è l’ardore di una madre che la fa parlare.”
“Dove l’ha avuto l’ardore di madre per tutti questi? Quando Santo è stato male? Quando è stato operato dai professori venuti appositamente per lui di Palermo a Girgenti?” Lo ha interrotto Rosina.
“Rosina cara, ti chiediamo perdono! Ho sbagliato! Le mie ossa non mi permettono di inginocchiarmi. Ma sono venuto qui dentro con queste intenzioni! Quando ho sentito dire che mio figlio Santo è impazzito… Dice di essere Dio! Allora ho capito il mio errore: quello di riempirmi il cuore di tanto orgoglio inutile. Un padre non sa che farsene dell’orgoglio su la prole. E se un figlio sbagliasse dovrebbe essere il padre ad andarci incontro, senza orgoglio. Quando ho sentito dire questo fatto mi sono chiesto: e come? Io, il padre, devo sapere da gli altri notizie su mio figlio? Mio figlio… Mio figlio Santo… Cosa faccio ancora a casa? La lite? Ma quale lite? Ma quali interessi di proprietà? Mio figlio! Mio figlio Santo! Ottantasei anni e vado dietro a queste piccolezze! Sono più vicino dall’altra parte che da questa e penso alla proprietà? Ora cara Rosina perdonami! Se ti vuoi sfogare sputami in faccia!” Così ci mostrò la faccia. Rosina si mise a piangere, Lilla e Giugiù sono andati vicine al nonno e chiamandolo, lo baciarono, e così pure baciarono la nonna.
“E’ vero! Tutto è successo ieri sera! Avevamo ospiti il fidanzato di Lilla, Gasparo il figlio di Matteo Parlantina, con la sua famiglia, e incominciò a parlare strano e dire così che è Dio!”
“E ora dove è?” Chiese il vecchio preoccupato.
“E’ andato dal barone a dirgli di donare tutti i suoi averi!” Rispose Rosina continuando a piangere.
“Allora è veramente pazzo! –Disse il vecchio battendo con forza il bastone a terra- Fatemi sedere, per favore! Se non creo disturbo l’aspetto.”
II
Il signor Santo, mentre camminava salutava chiunque come se fosse la prima volta che l’incontrava. Un gruppetto di ragazzetti lo seguivano, ma senza prenderlo in giro, anzi con rispetto.
Nel suo cammino incontro, un suo compagno di lavoro, Peppi Vurpi: “Santo, buongiorno! Non ci sei andato a lavorare?”
“Riposo!” Rispose allegramente il signor Santo.
“Io non sono a lavorare perché – sotto voce continuò, come se stesse per rivelare un segreto- sono andato a Girgenti per sbrigare certi documenti importanti! –Poi si guardò intorno e si accorse di tutti quei ragazzetti- Ma che fanno questi bambini? Sono, per caso, con te?”
“Lasciali stare, sono curiosi, hanno capito chi sono!”
“Come, hanno capito chi sei? –voltandosi con i ragazzetti- dileguatevi! Andate a casa! Lasciate stare il signor Santo!”
“No! Perché? Cosa fanno di male? Loro sono curiosi, vogliono sapere!”
“E cosa c’è da sapere?”
“Che da questo posto, in questo piccolo paese vi è la presenza di Dio in persona!”
“Santo, tu sei stata sempre una persona seria… Cosa è questa che mi stai dicendo?”
“Peppi e tu sei stato una persona con il cuore aperto, stai con le orecchie aperte per ciò che ti sto riferendo e fanne frutto: Peppi Vurpi, compagno di zappa lavoratore bracciante, ascolta, io, Santo Panitro, sono Dio!” Peppi ascoltando queste parole si sentì mancare, rimase con la bocca aperta, senza riuscire ne parlare ne muoversi. I ragazzi si dicevano tra loro, con gli occhi sgranati e convinti: “Il signor Santo Panitro è Dio!” Dio in persona!”
“Ora ti lascio perché vado a costatare se il barone da tutto ciò che ha per la sua salvezza!”
“Santo! Santo! Santo!” Con un filo di voce lo chiamava Peppi Vurpi, mentre il signor Santo lo baciò a destra e a sinistra come se stessi per partire per un lungo viaggio ed andò via con il suo seguito di ragazzetti. Cammina per vie e viuzze, mentre la gente curiosava quella strana processione, arriva così davanti il gran portone in ferro del palazzo signorile, seguito ormai da una cinquantina di ragazzetti, che si sono sommati lungo il tragitto. Il signor Santo portò la pace tra di loro che si facevano la guerra, tra quartiere e quartiere, a pietrate, con frecce ricavate dai raggi degli ombrelli, alla lotta libera. Abbandonarono le armi e lo seguirono.
“Fermo!” Gli disse Salvatore Cacinaru, di guardia dal barone.
“Devo conferire con il barone di argomenti importanti!”
“Il barone non c’è! Vattene! Oggi non è venerdì ed elemosina non ce n’è!”
Il signor Santo senza rispondere prese l’iniziativa di introdursi di scatto. Immediatamente tutte e due le guardie lo afferrarono per la giacca e bestemmiando lo strattonarono in malo modo e poi lo spinsero con forza fuori, facendolo cadere in mezzo alla strada. I ragazzini incominciarono ad urlare ed inveire contro le guardie, provocando un pandemonio. Così si affacciò dal balcone sovrastante il barone chiedendo cosa era successo.
“C’è Santo Panitro, quel contadino impazzito e vuole conferire con Vostra Signoria! E insiste!”
“Ahh! Chi è Dio? Fatelo salire!”
Il signor santo raccolse la coppola da terra, la spolverò con due manate ed entrò accompagnato da una delle guardie. Santo non era mai entrato a palazzo e quel soffitto alto come una chiesa, quei stucchi, quei quadri, quelle piante con fogliame mai visto, lo meravigliavano. Arrivati al primo piano Cacinaru gli disse: “Aspetta qui e se ti muovi t’ammazzo!”
Appena gli concessero di entrare, il signor Santo vide quella grande stanza con le pareti colme di libri fino alla soffitta, poi ovunque: statue, vasi e quadri, dietro un grande tavolo pieno di scartoffie vi era il barone seduto, indossava una giacca da camera con tanti fiori e lo sfondo rosso, aveva due basettoni e gli occhiali rotondi in filo d’orato. Il barone come lo vide entrare che osservava tutto intorno, premuroso gli disse: “Entrate! Sedetevi pure, se vi va!” Come il signor Santo entrò si accorse che dietro il tavolo insieme al barone vi era Ninuzzu Scupetta. Gobbo, alto quando una doppietta, uomo di fiducia del barone, amante di caccia e puttane, pronto con il suo sarcasmo a denigrare chiunque. Aveva una risata che faceva gelare il sangue.
“La vostra fama vi precede, ma di ciò che mi hanno riferito non mi ha dato la possibilità d’intendere chi siete veramente. Parlate, prego, sono pronto ad ascoltarvi.” Così dicendo si tolse gli occhiali posandoli tra le carte e si mise le braccia conserte mettendosi in attenzione.
Il signor Santo si posizionò di fronte a lui e togliendosi la coppola così parlò: “Io sono Santo Panitro, bracciante, ma questo appartiene alla storia umana. Quando sono entrato nel vostro palazzo osservavo le vostre soffitte tutte decorate. I quadri alle pareti, la scala grande e gli stucchi e sono rimasto meravigliato di quanta ricchezza. Ma tutto ciò fa parte della storia umana. Ora la storia umana, come vostra signoria sa, visto che avete letto tutti questi libri, vale a niente! Perché insegna che tutto passa! E l’uomo più potente muore come muore quello più debole. Ora a vostra signoria le voglio parlare della vera storia degli uomini.”
“Sono attento, voi parlate che io vi ascolto!”
“La vera storia è ogni giorno che il sole sorge!”
“Cosa volete dire che non vi intento?”
“Aprite gli occhi e vedete, aprite le orecchie e ascoltate, aprite il cuore e sentite- si mise con le braccia aperte-
Io sono la luce e il buio!
Io sono il primo e l’ultimo momento!
Io sono la sola verità dove ogni verità cede!
Io sono l’amore dentro ogni cosa, persona o animale!
Io sono Dio!”
Il barone ascoltando quelle parole si sbigottì; mentre Ninuzzu Scupetta usurpò quel magico silenzio con quella risata: “Ha! Ha! Ha! -Dovete immaginare il suono di questa risata che usciva fuori con tutto il catarro che aveva nei polmoni- Signor Santo se è Dio, che minchia si rivolge con il vostra signoria al barone? Insomma ha rischiato il piombo di don Caliddu u’ biunnu e poi di fronte al barone riconosce che è superiore a lei? Ha! Ha! Ha!”
Il signor Santo si compose e con molto controllo gli rispose: “Per la storia degli uomini io sono Santo Panitro e lui è sua signoria il barone e Santo Panitro è uomo di rispetto.”
Il barone con la mano fece cenno a Ninuzzu di non parlare: “Voi siete Dio! Bene! Allora a questo punto voglio un segno. Lo so bene cosa avete risposto all’arciprete. So pure quello che avete fatto con la corrente elettrica. Ma a me basta uno di quei miracoli a regola d’arte, quelli che nello stesso momento si possono smentire. Come il cieco che vede ma ha gli occhi, il paralitico che cammina ma ha le gambe. Se voi volete facciamo uscire fuori Ninuzzu così non vi sono testimoni. Pensate che il primo contadino che si ubriaca con il vino dei vigneti della contrada Caternini, e si convince che è Dio basti a me barone con tutta la conoscenza che ho per crederci?” E con il dito indice della mano destra gli fece segno di no, sventolandolo in aria.
“Ha! Ha! Ha!” Tuonò Ninuzzu Scupetta.
“Vostra Signoria ha letto, sa che Dio non si può smentire davanti a nessuno e neanche si può mostrare a piacimento degli altri. Vostra signoria mi deve credere, nella parola se vuole la salvezza!”
“Voi potete asserire che dietro queste montagne disegnate in questo quadro c’è un castello con quattro torri in mezzo ad un lago incantato, e chi vi può smentire? La salvezza che dite voi è qualcosa dopo questa realtà, fatta di terra, d’acqua, d’aria, di fuoco e di animali, che creò il Padreterno. Scusate che avete creato voi. E allora? Tutto ciò che avete creato in sette giorni fu un autentico fallimento? E noi creature dobbiamo morire per essere felici? Vi sembra giusto?”
“Ha! Ha! Ha!” Tuonò Ninuzzu Scupetta.
“Non è così! Io la salvezza ve la do ora, subito! Immediatamente! Sono venuto qui appositamente per liberarvi da tutte le catene che vi tengono prigioniero. Liberatevi da tutte le ricchezze, regalatele e andate libero per il creato, così diventerete il padrone del Mondo!”
“Ha! Ha! Ha! Minchia è veramente pazzo!” Ninuzzu.
“La proprietà… in campagna vi siete messo a predicare di non lavorare… per me. Ma ditemi, voi siete una testa calda comunista o siete Dio? La proprietà è un diritto di libertà. I politici insistono di dare le terre ai contadini, così si spezzetta il latifondo e il prodotto non è più competitivo con il mercato. Lo sapete come andrà a finire? Che l’Eras, dopo che assegna i terreni ai contadini; loro non si potranno sostenere con gli utili ed emigreranno per un tozzo di pane all’estero. Le campagne resteranno infoltivate, nell’arsura. I politici invece di andare dietro a bandiere di straccio dovrebbero fare la politica del luogo dove si trovano, lottare per i diritti sociali, per le ore di lavoro, il salario. Sederci attorno ad un tavolo e dialogare! Invece fanno la lotta per il comunismo… tutti operai e i politicanti al comando!”
“Vostra signoria parla bene per conto suo, ma io non ho creato l’uomo per fare il contadino o il barone, io ho creato l’uomo per godere di tutte le cose. Come fanno gli animali, come fanno i piccoli fiori e gli alberi. Ogni creatura ch’esiste mi è testimone del Tutto. Ora! Subito!”
Allora il barone si alzò di scatto e con imponenza gli disse: “Venite con me!” Seguito da Ninuzzu Scupetta, nonostante era gobbo e racchio camminava con una imponenza e stile, con le mani dietro la giacca confezionata dalla sartoria tanto da mitigare la gobba. Salirono per la scala a secondo piano e poi al terzo. Il barone aprì una piccola porta intagliata nelle decorazioni del muro e salirono una altra scalinata stretta e lunga, aprì una porta ed entrarono in una grande stanza, dove vi era una bella grande finestra e davanti a questa una specie di trono in legno. Il barone aprì la finestra e così disse al signor Santo: “Affacciatevi!” Il signor Santo forse non capì cosa disse e rimase dov’era. Il barone insistendo alzò la voce: “Guardate che si vede da qui! Non credo che avete paura di me?” Il signor Santo affacciatosi vide tutto il paese sotto: strade, case, casette, persone affaccendati che sembravano topini che camminavano e poi campagne coltivate fino alle montagne dove vi erano i carrubi, i vigneti e gli oliveti. Il signor Santo a tanta vista tirò un sospiro.
“Lo vedete? Questo –mostrandoci il trono- è il mio cesso! Guardate, -aprì lo sportellino di dietro dove si trovava il vaso sotto il buco- come è stato costruito con saggezza! Io di mattina salgo qui sopra, apro la finestra e vado di corpo, mentre guardo questo bene di Dio tutto mio. Guardo le persone che s’affaticano per un soldo. Ed io mi sento il padrone dei loro destini. Io mi sento Dio e defeco che è una bellezza. Per questo motivo se non mi venivate a trovare ero io che venivo a cercare voi. Io e magari posso… ma voi? Guardate dov’è la vostra casetta! Voi? Dio? E poi, parliamoci chiaro, la vostra non è nemmeno pazzia! Il pazzo che tiene discorsi… Il pazzo fa il pazzo, non dice niente! Il folle è in una altra verità che non ha niente a che vedere con la nostra. Perciò tiro le somme: voi siete semplicemente stanco dio lavorare! Non ne volete sapere più di niente e di nessuno e così avete incominciato a fare il folle. Poi chi è meglio di Dio? Ha ragione su tutti! E nessuno si può schierare contro!”
“Caro barone è vero ch’è più facile che un cammello passi in una cruna di un ago che un ricco entri nel Regno dei Cieli.”
“Ma voi dovete consolare i poveretti che non hanno giustizia in questo mondo così li fate stare calmi promettendoci la giustizia in un altro mondo. Sbagliate solo quando dite a loro di non lavorare, così il gioco si guasta per tutti.”
“L’uomo ha Dio davanti vivo pronto a dargli la Verità, e l’uomo, invece, si fa una verità lui di carte e pensieri sopra pensieri, l’animale non sa perché non vuole sapere, cosa se ne fa del sapere? Quando è lui stesso il sapere. Dio è pronto a dargli tutto l’Universo, e l’uomo lo rifiuta per un po’ di proprietà. Dio è pronto a dargli la Libertà e l’uomo si vende la propria vita, il proprio tempo, per quattro soldi, traditore di lui stesso per il lavoro, per guadagnare il superfluo e il superfluo è peccato. Dio è pronto a dargli l’Eternità e l’uomo chiude gli occhi s’ottura le orecchie e lo minaccia. Dio in persona come si permette a scendere di in celo a rompere i cosiddetti ciglioni a preti e baroni? Io sono Dio in persona e ora voi ne siete a conoscenza!”
“Signor Santo che scuola avete fatto?” Gli disse con curiosità il barone.
“Non sono andato a scuola, sono analfabeta!”
“Allora firmate con la croce?”
“Ha! Ha! Ha! S’è Dio! Certo che firma con la croce! Ha! Ha! Ha!”
“Carte scritte non ne tramando. Scrivetele voi! La storia appartiene a gli uomini! Dio il suo dito, la sua firma è messa in ogni cosa, pure su di te Ninuzzu! Con permesso mi congedo da vostra signoria!” Avviandosi per andare.
“Santo Panitro! -Lo chiamò il barone e il signor Santo si voltò- Continuate così che la pensione è assicurata!”
“Ha! Ha! Ha!” Fa eco Ninuzzu Scupetta mentre il signor Santo va via.
III
Quando il Signor Santo arrivò trovò la casa affollata di persone: il padre, la madre, Tinicchia, Mattè Parlantina e Gasparo. Appena lui entrò si sono zittiti all’istante e lo guardarono.
“Che viviate nella grazia di Dio tutti quanti e se questa assemblea è in mio onore, grazie!”
Il padre si voltò e vide il figlio davanti la porta in contro la luce del giorno e non riusciva a vederlo in viso e guardava accuratamente. La madre trattenendo il pianto si stava ferma.
“Ma quello che sto notando è un vero segno di cambiamento!” Disse il signor Santo meravigliato.
“Lo so che non ho diritto a venirti a cercare, e qualsiasi parola io dica è sbagliata!” Il signor Bastiano Seita, come terminò di pronunziare queste parole fece due passi e appoggiando una mano al braccio di sua moglie con dolori fortissimi alle giunture si mise in ginocchio davanti suo figlio.
“Ma che sta facendo? Voi padre non avete niente da farvi perdonare da me, in quanto figlio. Il vostro attaccamento alla proprietà e la mia pretesa nascono dallo stesso sbaglio, dallo stesso peccato! –Lo aiuta ad alzarsi e poi lo abbraccia. Il padre si mette a piangere- Che piangete? Dovete essere contento, allegro, perché il vostro sangue è stato benedetto e compiaciuto dalla presenza del Signore. E vi do la buona novella che io sono Dio in tutta la potenza in persona, e ogni cosa di questo Mondo, ogni momento di questo Tempo, mi canta il proprio ringraziamento!” Dopo queste parole dette con solennità la madre alzò con urla il pianto. Il padre incominciò a bestemmiare, poi si voltò con la moglie: “Carmela, calmati! Non fare una delle tue commedie!” Ma la signora Carmela sembrava una sirena dei pompieri a tutto spianto. Tutti i presenti le dicevano qualcosa per calmarla.
“Silenzio! -Urlò il signor Santo. E tutti si zittirono. Così riprese- Sediamoci comodi! –Ognuno trovò il sistema per sedersi.- Rosina prendi un po’ di quel vino che lo faccio assaggiare a mio padre, lui se ne intende.”
“Questo lo sistema con perfezione! E’ colpa di questo vino! E’ questo vino! Ogni volta ti peggiora la malattia!” Disse Rosina mentre prendeva il bottiglione e i bicchieri dalla credenza.
“Tu porta rispetto a tuo marito e soprattutto a Dio! –riempi i bicchieri- Brindiamo perché dobbiamo festeggiare questo incontro tra padre e figlio! Matteo tu non bevi? Tieni, brinda con noi e dici pure la tua!”
“Tu sei normale, perfettamente normale, tranne quando asserisci di essere Dio!” Gli disse Matteo con il bicchiere in mano e poi bevve.
“Pensi che Dio potrebbe essere normale come a te Matteo? Dio è Dio!”
“Figlio mio, ti ricordi quando andavamo forestiere a mietere il grano? Quella volta a Branda, quanta strada a piedi che facevamo per tornare a casa per portare un po’ di verdura che raccoglievamo e quel poco di pane che risparmiavamo, perché le tue sorelline non avevano niente da mangiare. Prendevamo per Matarana e poi per Mariusa e scendevamo per Cantamatina. Ti ricordi quando gli aeroplani inglesi ci mitragliavano e ci buttavamo a faccia a terra; e tuo zio Peppe si mise ad urlare. Lo abbiamo visto tutto con il volto coperto di sangue, abbiamo pensato che era stato colpito da qualche proiettile, poi siamo riusciti a capire che è stato un filo di arbusto che nel modo che si abbassò la testa gli si ci infilò nel naso. Come erano cattivi quegli aviatori inglesi…”
“La guerra e guerra!” Disse sospirando Matteo.
“Figlio mio –disse la madre accorata- tu sei stato sempre cervellotico, ma nel contempo ragionato, di poche parole e lavoratore. Ti ho fatto io, e non posso credere che da un momento all’altro hai perso la ragione! Non riesco a capire dove vuoi arrivare con questa storia, ti prego, mettimi un po’ l’animo in pace, fammi capire cosa è questo fatto, cosa è successo per comportarti in questa maniera? I tuoi genitori sono qui da te per dati il proprio aiuto, per quello che possiamo. –Incomincia a piangere- Tuo padre è una saggia persona con un cuore grande, ha avuto ragione a venirti a cercare, le tue sorelle, cosa vuoi, devono essere ubbidienti ai mariti e i tuoi cognati sono sempre dei forestieri!” Chiuse così, asciugandosi le lacrime con il fazzoletto estratto dal seno.
“Vi voglio raccontare una storia –disse il signor Santo, bevendo un po’ di quel vino- In un tempo lontano, in un regno lontano, la regina era gravida pronta a partorire. Tutti nel regno erano contenti; il re più di tutti perché attendeva l’erede al trono. Ma da quel momento una cornacchia nera e malaugurate ogni giorno si appollaiava sulla ringhiera della finestra della camera da letto della regina e ‘Chià! Chià! Chià!’. I servi la cacciavano: ‘Cosa è questo cattivo presagio!’ Ma ogni giorno la stessa storia. Andò a finire che la regina non ha voluto più che si cacciasse, così prendeva una fico catalana e la posava sul piano del balcone. Quella cornacchia sembrava gradisse. Ad un certo punto mentre la regina si dilettava ad osservare come l’uccello beccava quel frutto, le è sembrato di ascoltare una voce che la chiamasse: ‘Figlia, figlia mia!’. Si guardava attorno quando si accorse di essere guardata dalla cornacchia, capì che era essa che la chiamava e si sconvolse molto. ‘Non avere paura, sono lo spirito di tua madre, sono venuta a svelarti un triste destino che tiene legato il figlio che ti deve nascere!’ La regina allora le chiese: “Dopo che tu mi sveli il destino di mio figlio, io lo posso cambiare?’ La cornacchia si dispiaceva e torceva il collo: ‘No, mia cara figlia, perché lo spirito forte è sempre pronto a fargli compiere il suo destino.’ – ‘Allora il mio figlio il suo destino lo ha ormai assegnato? E allora non lo voglio conoscere e tu sei uno spirito cattivo se me lo vuoi dire!’
‘No, figlia mia, tu puoi decidere se abortire conoscendo quello che si compierà se nascerà!’ – ‘Vuoi che uccida mio figlio, il figlio di mio marito per ascoltare te?’ Allora la intrappolò con il velo e le tirò il collo ammazzandola!”
“E’ finita così la storia?” Gli disse sorpreso Matteo
“Così così! –prendendolo in giro gli rispose il signor Santo- La regina ha compreso che il male non era il futuro del bambino che doveva nascere, ma conoscere quel futuro che diventava destino!”
“Noi mamme avvolte parliamo per il bene dei figli!” Disse risentita la madre del signor Santo.
“E’ in quel bene che si deve vedere quanto male c’è!” Le rispose il signor Santo.
“Figlio mio stai attento! Non pestare i piedi a nessuno e pensa alla tua famiglia!”
“Padre, quello che succede fa parte alla storia, e la storia è degli uomini, io sono Dio!”
“Vi accorgete come risponde?” Disse piena di collera Rosina
“Santo, figlio mio, da domani puoi coltivare le mie terre, ora sono tue, lo dico davanti a tutti e la mia parola è un atto!”
“Ma quale terre da coltivare? Quale proprietà? Questa notte affacciatevi fuori e guardi su nel cielo, tutte le stelle! Ogni stella, ogni cosa è mia, la coltivo io, Dio d’ogni momento!”
LA RIVOLUZIONE
Si avvicinava il santo natale e il signor Santo Panitro era sempre lo stesso. Rosina era molto preoccupata per gli impegni che aveva con l’avvicinarsi alla data delle nozze della figlia; il suocero gli dava tanto coraggio, era pronto ad aiutarla per le spese, però lei sapeva che la suocera non era molto affidabile, se si imbestialiva e incominciava a scalciare come una bestia, come sapeva fare, poteva succedere ogni cosa.
Al signor Santo le era venuta un’altra fissazione, quando era a casa e gli altri parlavano, lui sembrava non ci fosse, mentre sorbiva il suo vino girava il dito indice sul bordo del bicchiere e produceva un suono strano come un sibilo. Rosina, questo, la infastidiva enormemente, sembrava imbestialirsi. La signora Maricchiedda la calmava con giudizio. Rosina era anche preoccupata di quella calma apparente del marito e pensava che fosse come un vulcano pronto ad esplodere.
Una sera di queste, il signor Santo, spinto dal padre e dalla moglie, è andato dal barbiere per sistemarsi i capelli per la festa incombente. Tanto questo servizio al barbiere era stato già pagato con un tomolo di frumento già portato nel mese di giugno. Il suo barbiere era Ciciu Crepis. Crepis era un soprannome che gli appiccicarono quei invidiosi dei paesani. Ciciu Crepis era un barbiere che era pratico a fare molte altre cose: aggiustava orologi, armi, ombrelli, estraeva denti, faceva i salassi, toglieva i calli, barbe e capelli; insomma s’industriava come poteva. E appunto per questo si è potuto soddisfare un piacere: comprarsi una moto Gilera, appositamente di colore rosso contro il malocchio. E siccome era a conoscenza da i discorsi che facevano i suoi clienti dentro la sua bottega, ha scritto e appeso sulla moto, un cartello: “CREPI L’(e sotto) INVIDIA”. Ora, mentre tutto era scritto a stampatello la elle l’ha scritta in corsivo e sembrava veramente una esse. I paesani leggevano CREPIS e si chiedevano se fosse latino. Lui era costretto a spiegare il tutto. Questo una volta, due volte, tre volte, poi incominciò ad infastidirsi. E visto che si infastidiva incominciarono a sfotterlo chiamandolo per l’appunto CREPIS. L’unico rimedio che ha potuto prendere fu quello di togliere quel cartello dalla moto e strapparlo in mille parti. Il cartello ormai non esiste più ma quel soprannome è rimasto per sempre.
Come il signor Santo entrò nel salone, salutò tutti: “Pace e verità!”. Lì seduti come ogni sera c’erano: Giovanni Scumazza con la chitarra, Paolo Apuni con il mandolino e Carlino Fimminedda che si stava facendo sbarbare quei pochi peli che aveva a zone, più altri che aspettavano il turno. Appena lui si è seduto, incominciarono ad intonare una stornellata, cantava così Giuvanni Scumazza:
“E dopo venti anni di zappare
Ci è voluto il vino delle Caternini
Per Santo Panitro così scoprire
Di essere vero Dio dentro le veni.
Lui fa oscurare e illuminare
Ma nessuno in paese ci crede.
All’arciprete la tonica fece strappare
Ed io che ho un po’ di fede
A Dio ci voglio chiedere:
di tutto questo male, niente vede?
Il povero sotto deve soggiogare
E al ricco la tasca gli ride.
Il povero ogni cosa deve penare?
Che mondo hai fatto Dio di strapazzo?
Rispondimi se non sei un povero pazzo!”
Il signor Santo si alzò la coppola a modo suo e accennò una risatina, e fece gesto di continuare a suonare; mentre tutti presenti si torcevano dalle risate. Perfino Ciciu Crepis aveva smesso di lavorare perché poteva ferire a carlino Fimminedda. Così il Signor Santo incominciò a cantare:
“Così me l’hai suonata con la chitarra
E sei contento per questa canzone.
C’è chi fa schiuma quando parla
E chi dice di essere Dio in persona.
L’uomo cresce come una agave
E’ vero che ne ho zappata di terra
Ma qui dentro una stella brilla
Questa gran luce a tutti perdona
Pure a quelli che strisciano a terra.
Poveretti preti e baroni
È tutta gente pronta alla guerra
Chiede, ma ognuno che dona?
E tu che dici di avere un po’ di fede,
voglio risponderti senza paragoni,
Io Dio vedo chi piange e chi ride,
leggo nel cuore di ogni persona,
vedo il male che c’è nel bene
e il bene che c’è nel male d’ognuna.
Io Dio ho fatto ogni cosa con piacere,
ogni creatura del tempo padrona,
con la libertà belli e sinceri,
pietre, erba, animaletti e animaloni.
Questo è il Mondo del vostro Dio
Che vi devo dare quattro schiaffoni
Se non credete neanche chi sono Io?
E vi cercate l’un l’altro soggiogare?
Santo Panitro è Dio e non è pazzo
Se non ci credete mi importa un cazzo!”
A queste parole non sapevano più se ridere o credere, sono rimasti a bocca aperta che si guardavano l’un l’altro. Rispondere così in canzone non era nelle capacità di Santo Panitro. Carlino Fimminedda protestò per avere completata la barba; e Cicio Crepis si rimise a lavoro. Giovanni Scumazza e Paolo Apuni si rimisero a suonare una canzone napoletana e il signor Santo aspettò il suo turno.
II
Quando uscì dal barbiere, salì per la chiesa di San Francesco, bello sbarbato e in profumato. Voleva andare, per sapere le ultime del paese, al bar di Cardilicchia. Anche Cardilicchia nel suo bar praticava, come i barbieri, una specie di baratto con i bambini. Ogni bambino che portava un tot di mandorle aveva un relativo gelato. Ad esempio con quindici mandorle un gelato da quindici lire e via di seguito. Lei con le mandorle raccolte preparava i pasticcini e intanto istigava i bambini a rubare le mandorle stese al sole per le strade oppure ad andare a raccogliere direttamente dagli alberi in campagna, iniziandoli alla carriera dei sacchinara (ladruncoli di campagna). Mentre saliva di dietro la piccola chiesa incontra Nino Baddettu, con la giacca sul braccio e un bastone in mano, con quel buio gli occhi di lui sembravano di fuoco. Il signor Santo lo salutò e si spostò per farlo passare, ma quello sembrava che avesse gli spiriti e si ci porse davanti, si spostò a manca e se lo ritrovò davanti, si spostò a dritta e gli saltò dinanzi. Al signor Santo gli si scombussolò lo stomaco, pensò: “Sono perduto!”, conoscendo che Nino Baddettu era capace dargli qualche buona bastonata. Ad un certo punto il pazzo gli dice: “E’ vero quello che dicono, che tu sei Dio?”
Il signor Santo ci pensò un po’ e poi rispose: “Si io sono Dio!”
“E allora quello dentro la chiesa chi è?”
“Io sono Dio e sono in ogni attimo!”
“Quello in croce sopra l’altare è Dio?”
“Ma quello è una statua, di legno o di gesso!”
“Vado a vedere e se non è come tu dici avrai lo stesso trattamento!” E andò via correndo verso sotto, saltando come un grillo, o un diavolo! Corre, corre ed entra dentro la chieda dell’Immacolata. Li dentro la sacrestia c’erano giovani che giocavano al calcio balilla, come hanno sentito rumori sospetti, si sono affacciati e così videro Nino Baddettu che andava saltando di banco in banco, salire sull’artare maggiore e incominciare a picchiare con il bastone al Crocifisso bestemmiando come un disgraziato: “Vediamo se sei tu Dio o lo è Santo Panitro!” Subito Nicola, il ragazzo pi grande andò a chiamare a padre Alba. Il quale corse come il vento con la tonica alzata. Quando vide quel sacrilegio, non si è perduto d’animo, anzi con parole adeguati lo ha convinto a scendere e quando il pazzo gli disse: “Quello non è Dio! E’ una statua, un pupo!” Padre Alba gli rispose: “E’ vero, l’abbiamo sopra l’altare come un figlio tiene il ritratto della madre. O la moglie la fotografia del marito!” Nino Baddettu ci rispose, bestemmiando e rivolgendogli parolacce e invettive d’ogni tipo e scappò via come il vento. I ragazzi erano spaventati, gli raccontarono come sono stati i fatti e ciò che disse. Immediatamente padre Alba andò dall’arciprete a riferire il tutto. L’arciprete rispose che ci badava lui, perché il vero autore non è Baddettu ma Santo Panitro, sta incominciando a disturbare un po’ tutti. L’arciprete ne parlò con il barone. E il barone con la legge.
Il signor Santo, dopo una bella passeggiata al freddo di quella sera di dicembre se ne tornò a casa. La moglie si complimentò per quei capelli messi a posto e quella barba appena rasata, odoroso da quel profumo a spruzzo del barbiere.
Quell’incontro con Nino Baddettu lo aveva scosso parecchio e ancora era agitato. A casa, per fortuna, non vi erano estranei, così pensò di starsene un po’ in pace; mentre si stava sedendo sentì battere la porta come se fosse entrata una bufera. Vide entrare come una furia quella vedova rabbiosa: “Se sei Dio mi devi dare pace! –E gli esce un rutto così forte che fece tremare la lampada con tutto il suo piatto, poi seguito altri tre piccoli rutti.- E’ il nervosismo che dà allo stomaco, scusatemi! –Si scopre la testa dallo scialle, si siede e si sventola con le mani- Sto morendo!”
“Accomodati!” Con sarcasmo le fa Rosina.
“Santo Panitro, ci ho pensato su, e tu potresti essere veramente Dio! Forse non sei il Padre, ma una divinità più piccola… meno importante. Io non ne capisco… Da te voglio una risposta! Mio marito è morto giovane di tumore, così dissero i medici, ma per me è stata una malia che quella bagascia di Nunziata gli ha fatto fare, per vendetta che non riuscì a sposarlo lei!” Così dicendo si diede due forte manate sulle cosce, il viso alterato, rosso e il collo torto.
“Cosa vai pensando a queste cose?” le disse la signora Maricchiedda.
“Per un verso, sono contento perché sei l’unica che non mi credi un pazzo; per l’altro verso sono dispiaciuto perché mi hai scambiato per un demone e non per Dio. Datti pace, spegni questo fuoco che non ti fa dormire. Togliti questo lutto, mettiti una vesta a fiori e ruba la vita ai giorni e non ti fare rubare i giorni dalla morte. Tu hai bisogno amore e non dolore, amore non odio.”
“Dammi una risposta! Perché non ho pace! E per il mio fuoco so come badarci! Nel tuo silenzio c’è la tua risposta. E’ stata lei!”
“Ma quale lei! Ora stai imbrogliando tutto tu, perfino quello che non dico!” Irritandosi le dice il signor Santo.
La vedova cade inginocchio e si schiaffeggia urlando delle imprecazioni: “Prego Dio che di suo marito non deve trovare neanche le ossa! Deve soffrire le pene dell’inferno!”
“Ohh! Ohh! Fermati, basta! Ed esci da questa casa! Tizzone dell’inferno!” Rosina la prese per le braccia per alzarla, ma lei resisteva.
“Siediti e calmati! Tu chiedi a Dio il male? E a quale dio lo stai chiedendo? Quando tu imprechi queste maledizioni, tu stessa diventi il male in persona! Io creo il Mondo continuamente. Io sono ogni momento. Io sono il seme che cresce e tutto e dentro quel seme. Ora tu che sei una bella donna, non ti storpiare il tuo spirito e divenire un mostro di bruttezza. Parli di malia, malia… La vera magia è questa fatta di tutto e di niente. Quello che non si vede è la forza, quello che si vede è solo apparenza. L’energia non sa, e non interessa, se tu hai ragione o torto, perché ragiona con la tua testa. Basti che tu ci credi meno di un solo istante e diventa verità, apparenza, istantaneamente! Per questo motivo ti dico: stai attenta pensa con serenità e questo fuoco che hai dentro il tuo sangue usalo per l’amore che spunta ovunque!”
“Oh! che sono scema! Mi sono venuta ad inginocchiare davanti ad un contadino pazzo! Che parla senza sapere cosa dice! La pazza sono io!” Si alzò ed uscì nello stesso modo di come entrata, sembrando una bufera.
LA NOTTE DI NATALE
Il signor Santo Panitro era così contento di andare in chiesa che sembrava un bambino. Tutta la sua famiglia insieme con la famiglia di Matteo Parlantina, partirono per andare a prendere posto alla Matrice. E’ successo che qualche giovane discolo verso nella fonte dell’acqua benedetta del colore nero. Con la poca luce che c’era non si vedeva così quelli che entravano e attingevano le dita della mano per segnarsi la croce si sporcavano con quel colore. Quando poi si scoprì ognuno mormorava con il vicino di posto e quando sembra conclusero che l’autore sia stato Santo. Il quale se ne stava accanto a sua moglie incappottato che attendeva giulivo l’inizio della funzione. Tutti parlottavano e guardavano lui. Chi si puliva, chi si controllava il soprabito rovinato dal colore. Insomma ci fu un disturbo grande. Matteo incominciò ad infastidirsi perché era diventato oggetto di sguardi cattivi di quelli seduti davanti che si voltavano verso di loro e con il labiale si capivano pure le invettive.
Dindì! Dindì! Dindì! Si accendono le luci, tutti all’in piedi, iniziarono i canti ed entra l’arciprete seguito dai chierichetti.
“Prima che inizio la funzione, voglio chiarire due cose: l’individuo che ha sporcato l’acqua santa è un sacrilego che non ha rispetto ne degli uomini, ne della chiesa e soprattutto nemmeno di Dio! Ora questa sera è presente insieme ai suoi familiari un individuo, che si è auto proclamato Dio in terra. Basterebbe questo, per cacciarlo via da questo luogo santo. E i familiari avrebbero fatto bene a tenerselo a casa, sia o meno un folle da catena. E invece eccolo qua, non solo a provocare con la sua presenza, ma a causare danni e molestie con la sua forma di pazzia. Già nell’Immacolata, grazie alla sua follia è stato deturpato il Cristo dell’altare maggiore. Ora basta! Basta! Anche questa sera con l’acqua santa, basta! Abbiate un po’ di contegno e portevelo via. Santo Panitro, esci dalla casa di Dio! Via!” L’arciprete tuonava e con l’indice indicava la porta! Rosina sembrò sprofondare nelle profondità della terra. Lilla, sua figlia, incominciò a piangere. Matteo e sua moglie si alzarono pronti ad andarsene. Il signor Santo s’alzò pure lui e salì sopra il banco. Il mormorio delle persone aumentò di volume. Il signor Santo guardando tutti faceva segno di fare silenzio, poi si rivolse all’arciprete e gli disse: “Hai Parlato? Ora dammi la possibilità di risponderti! Tu sei un commediante! Perche se tu eri un vero uomo di fede, questi sospetti su di me, e tutto quello che hai riferito, mi chiamavi in sacrestia, senza farti vedere da nessuno e me lo dicevi. Ma a te veramente interessa la predica, la commedia e l’hai fatto, bravo! Tu e quelli come te, avete giudicato senza appello, non vi interessa la verità! Perché conta quello che vi confezionate voi. Una sola verità, quella vostra e non quella di Dio o degli uomini. Quella vostra! Pronti a bruciare a chiunque per la vostra verità! –Poi si voltò con i fedeli- Di ciò che mi accusa sono innocente. IL colore nero nell’acqua benedetta è sicuramente opere di qualche ragazzaccio. Come quella volta che buttarono il tabacco da naso di sopra il tetto. Noi non siamo sporchi perché il colore è stato versato sicuramente dopo che siamo entrati. –Scese dal banco- Andiamone, qui dentro fede non ce n’è!”
“Andate via!” Girandosi la testa l’arciprete e facendo gesto con la mano di andare.
“Ricordati che tu hai mandato via dalla chiesa Dio in persona!”
“Via!” Rispose l’arciprete con quanta forza aveva.
Quella notte di natale in casa Panitro fu un vero dramma: urla, nervi, mortificazioni. Sono rimasti alzati hanno trapassato sia la mezzanotte, l’ora della nascita del Bambino Gesù, e videro pure spuntare il sole. Il signor Santo sembrava calmo, si era bevuto il suo bicchiere di vino e girava con il dito sul bordo del suo bicchiere generando quel sibilo con quella nota cupa e continua.
“Ti rendi conto? Vedi come ci stai portando alla rovina? Siamo diventati il divertimento del paese! La vuoi smettere ora?” Il signor Santo non rispondeva alla moglie, si chiudeva nel suo silenzio e in quello strano gioco del bicchiere.
Rosina con l’aiuto dei suoceri e di sua madre, hanno fatto un po’ di spesa per dovere della famiglia della fidanzata e così passarono la festa di capodanno insieme con la famiglia del fidanzato. Il signor Santo ne parlò, ne uscì di casa mangiò quasi niente; sembrò che quella offesa in chiesa lo abbia stordito.
Il due di gennaio i carabinieri bussarono alla porta per riferire che il signor Panitro Santo si deve presentare in caserma immediatamente! Alla moglie incominciarono le caldane. Il signor Santo aveva un debole basta vedere dei gendarmi si ci scombussolava lo stomaco e così successe, così si chiuse nello sgabuzzino, in legno e faesite senza tetto, del cesso e non si poteva alzarsi perché sembrava di non finire mai, andava per alzarsi e riprendeva. Tanto che la moglie preoccupatasi aprì la porticina in faesite per vedere se stava male. Mentre era dentro nel suo espletamento entrò il medico di famiglia: “Poso entrare, oh! signora rosa, passavo per l’appunto da queste parti e mi sono chiesto se tutto era apposto. Avete trascorso bene le feste?”
“Prego dottore, si accomodi. Le feste… uhm!”
“Suo marito è a lavorare? –Il dottore girava la testa come per cercarlo, quando udì un il rumore di un grosso peto- Ah! Ho capito…”
“Si è a casa! E’ a casa!” Disse con mortificazione Rosina, andando subito da suo marito per informarlo della visita. Il signor Santo si stava imbracando e gettò un secchio d’acqua nel cesso. (Acqua raccolta nel secchio dalle faccende di casa, come quella rimasta dalla pulitura delle stoviglie della cena della sera prima.) Così si presentò: “Caro dottore, che onore averlo a casa mia senza malattie!”
“L’onore è tutto mio… Santo io le volevo parlare. Ho sentito parlare molto di voi in questi giorni all’ambulatorio. Poi la notte di natale è stato un culmine che ha acceso la mia curiosità.”
“Mi hanno offeso e hanno offeso tutta la mia famiglia! Mi sento ancora mortificato per mia moglie e miei figli!”
“Ora se ho la possibilità di scambiare quattro chiacchiere con lei, perché il suo caso è molto interessante!”
“C’è solo un contrattempo, prima di lei erano venuti i carabinieri perché mi vogliono in caserma, perciò non ho ne tempo ne sono in sintonia. Ma il maresciallo può attendere, perché lei merita come uomo e come medico.”
“Grazie Panitro!”
“Dottore gradisce un buon caffè!?” Gli propose Rosina.
“Allora ho sentito dire che lei afferma di essere Dio in persona! –Il medico gli disse questo avvicinandosi con la sedia sotto alzandosi appena e fissandosi negli occhi- E’ vero?”
“Io sono la luce e il buio!
Io sono il primo e l’ultimo momento!
Io sono la sola verità dove ogni verità cede!
Io sono l’amore dentro ogni cosa, persona o animale!
Io sono Dio!” Disse così il signor Santo con dignità.
“Bene bene! Allora lo voglio informare prima che continuiamo che io sono ateo! Cioè non credo all’esistenza di Dio ne in cielo ne in terra!”
“Lei pensa di non credere, come io penso di essere Dio! Siamo tutte e due in mezzo ad una strada, meglio di essere in mezzo ad una stanza con gli addobbi funebri!”
“Allora anche lei mette in dubbio la sua personalità divina…”
“Io non metto in dubbio niente in quanto Dio, perché io lo penso e ci credo veramente! Lei lo pensa ma tante volte ha seri dubbi. Tanto che mentre tutti, e non ne tolgo nessuno, pensano che sono impazzito, lei se non è più pazzo di me è venuto a parlarmi con rispetto, credo.”
Il medico disse tre se: “Grande!” meravigliato di come il signor Santo espletava le sue ragioni. Mentre Rosina era arrivata con il caffè; così lo presero. “Dottore, che gliene sembra di mio marito?”
“Gnora Rosa, grazie per il caffè, ma non sono venuto a visitarlo, solo a parlargli.” Rosina così si allontanò: “Allora vi lascio parlare.”
“Signor Santo, quando dite: ‘Sono la luce e il buio’ che volete dire?”
“Io non voglio dire, io dico! E questo Mondo è più buio che luce! Tra una stella ed un’altra cosa c’è? Buio! E il buio è, come è la luce!”
“Ma lei è analfabeta, come riuscite ad esprimere questi concetti così alti? Come li conoscete questi argomenti?”
“Dottore, vi è più sapienza in uno sguardo di una donna che in tutti i libri scritti!”
“Cosa ne pensate degli animali? Il medico sembrava bramoso d’ascoltare il signor Santo.
“Lei mi chiede degli animali, ma qui in questo Mondo ogni cosa è vita, ogni cosa ha la sua anima. E ogni cosa che esiste si muove con il proprio tempo e con la propria verità. Gli animali hanno la propria conoscenza, che importa a loro delle minchiate che hanno pensato gli uomini? Nel loro mondo non vi è di bisogno di studiare la scienza, il perché non interessa, non ne hanno di bisogno. Se hanno dolore di pancia vanno a mangiarsi l’erba che gli necessita. Glielo chiede il loro corpo stesso, che loro hanno imparato ad ascoltare, quale erba mangiare. Il corpo ci parla, ma noi uomini che siamo animali come loro, non lo ascoltiamo, anzi se riusciamo a sentirlo ci convinciamo che non è vero, è il diavolo a parlarci!”
“Ho fatto bene, ho fatto benissimo a venire a trovarlo. Lei non è pazzo! Il barone ha ragione! Al circolo civile parlavano di lei e delle sue risposte. Ora mi chiedo perché? Perché avete messo in atto tutto questo? Quale è lo scopo? Non si offenda su ciò che le sto per dire, se cerca la pensione, io le posso dare una mano d’aiuto…”
“Se fosse stato per questo, tutto sarebbe stato più semplice per tutti, avrei fatto quattro stravaganze e mi avrei fatto mettere la camicia di forza. Ma a me è capitato tutto all’improvviso, non so come, non so perché proprio a me. Proprio io, che quando gli altri parlavano di politica mi allontanavo. Ora ogni cosa mi è chiara, ogni silenzio mi parla! Mentre parlo con lei nello stesso istante creo ogni cosa, perché io non sono il soggetto ma il Verbo, io non sono il motore ma l’Azione!”
“Lei è la ribellione e gli omini non vi lasceranno fare! State attento Santo Panitro! Se entrerete nel manicomio di Girgenti non ne uscirete più!”
“Ora caro dottore, mi interessate voi! Perché non mi credete? Mi avete di fronte, mi potete toccare, vi siete preso il caffè con me, mi avete ascoltato e non mi credete?”
“Signor Santo io credo a lei come uomo e non come Dio. E in quanto uomo l’ho ascoltato, lo posso toccare. Ma come Dio? Ho ascoltato un analfabeta che mi ha parlato di stelle e di teologia, ma il miracolo dov’è? Tutto è nelle regole di questo mondo. E questo mondo non ha bisogno di Dio come gli animali non hanno bisogno della cultura degli uomini.”
“E’ tutto vero fin quando l’uomo rimaneva animale! Ora non può più tornare indietro, dopo che mi ha chiamato e mi ha voluto conoscere! Come per lei, fin quando sentiva parlare di me, poteva fare a meno di credere, ma dopo che ha voluto venire a conoscermi, pensa che la sua vita rimarrà come prima?”
“Che se ne fa l’uomo di Dio? Io ho visto morire bambini senza poterci dare aiuto, tra tanti sofferenze fisiche e madri che hanno pregato in ginocchio con il cuore infranto dal dolore e dal pianto e niente e nessuno ha cambiato le cose per quei innocenti!”
“E’ la storia degli uomini. Dio per amore non può cambiarla!”
“E allora l’uomo deve essere uomo per se stesso senza Dio!”
“E l’uomo non è uomo senza Dio e neanche un animale innocente! Basta il dubbio della mia esistenza, perché io solo il dubbio posso dare. La certezza l’uomo se la deve cercare dentro lui stesso, scavando sempre sempre e sotto l’immondizia che ha buttato dentro se la trova! E se la trova, trova la salvezza, la verità. E allora questa festa che è questo Mondo che io l’ho privilegiato con il mio invito se la gode tutta. E lei dottore che fa? Invitato alla festa e rimane chiuso dentro casa al buio mentre sente le voci le musiche e i botti della festa?”
“Signor Santo, sono contento di questo incontro! Se lei permette lo vengo a trovare un’altra volta!”
“Se mi cerca mi trova!”
DIO IN CASERMA
Il signor Santo dopo tanta anticamera, un carabiniere gli disse di accomodarsi dal maresciallo.
“Signor Panitro si segga!” Il maresciallo stava dietro la scrivania che sbuffava in mezzo alle scartoffie e neanche lo guardava in faccia. Questa era la seconda volta che il signor Santo entrava in caserma. La prima volta è stato quando a suo padre bruciarono il pagliaio in campagna da gente di mala carne che approfittarono della lite tra padre e figlio. Per fortuna il signor santo si trovava in chiesa ad ascoltare i Padri missionari da mattina a sera. E proprio allora è stato l’arciprete che lo ha discolpato. Ora a quanto sembra è proprio l’arciprete che lo accusa! Il signor Santo si è seduto sembrava proprio sulle spine. L’aria che c’era sembrava soffocarlo.
“Che dio lo benedica maresciallo!”
“Signor Panitro, lei non ha mai creato disturbi. Perciò le voglio parlare d’amico. A me basta una piccola dichiarazione firmata e lo lascio andare via. Però mi deve promettere di finirla! –Il signor Santo muoveva la testa non per acconsentire quello che diceva ma per esortarlo a continuare- Sembra che c’intentiamo! –Abbassò il tono della voce- Nell’altra stanza c’è l’arciprete e mi ha chiesto di intervenire perché lei è pericoloso, un pazzo da camicia di forza. Ma qui in questo paese, dove sono stato mandato, ci sono tanti di quei problemi veri e gravi che queste sono delle vere sciocchezzuole. Perciò Panitro, prima di rispondere rifletta bene: lo accusano di essere un sobillatore contro la chiesa, è vero?”
“Io contro la chiesa? Mai!”
“Appuntato scriva! Allora quello che è successo all’Immacolata non è opera sua? Quel pazzo è entrato e ha rovinato il Cristo a bastonate, non ne sa niente? Eppure gridava il suo nome!”
“Non ne so niente!”
“Dicono che tu affermi di essere Dio in persona, è vero? Rispondi!”
“Lo sta dicendo vostra signoria stesso!” A questo punto entrò con imponenza l’arciprete: “Maresciallo si prende gioco di lei come ha fatto con me, le ha risposto come Gesù rispose a Pilato!”
“Arciprete lei non doveva intervenire! Visto che è qua le dico che per me è innocente! Non ha compiuto reato per la legge, ognuno può asserire quello che vuole!”
“Anche se interferisce nelle funzioni religiose come la vigilia di natale che ha sporcato l’acqua benedetta con il colore e poi se la rideva seduto?”
“Ma non mi sarei mai permesso di sporcare l’acqua santa! Vi siete dimenticati che sono Dio, ma sono pure Santo Panitro uomo di fede!”
“A me basta questo! Signor Panitro mi promette di non andare più in chiesa?” Il signor Santo abbassò la testa e non disse niente.
“E’ un pericolo pubblico, arrestatelo!”
“Non mi compete! Non vi è nessun reato a suo carico, per me è libero, può andare!”
“Maresciallo se mi succederà qualche cosa, oppure riceverò atti di vandalismo in chiesa, sappi che la responsabilità è sua!”
“Non vi è pericolosità nell’affermare di essere Dio!”
“Ma denota sicuramente uno squilibrio mentale!”
“Non sono un dottore per costatarlo!”
“E allora chiami il manicomio e lo faccia internare per costatarlo!”
“Per me è libero può andare!”
Il signor Santo con movimenti lenti si ne tornò a casa sua.
L’arciprete in fretta e furia salì dal barone, e riferì ogni cosa il comportamento del maresciallo. Il barone assicurò di non preoccuparsi più di Santo Panitro perché ci pensava lui.
La stessa sera Matteo parlantina lo invitò di uscire insieme, se lui voleva andarsi a bere un bicchiere di vino nella bottega di U Parrinu u Vecchiu, per stare così un po’ a discutere insieme a gli altri. Così hanno fatto. Il signor Santo in quella bottega del vino parlò con gli ubriachi e i forestieri che si trovarono lì per mangiare qualcosa. Parlò di amore, del Mondo e dell’inutile lotta che fa l’uomo. Uno dei forestieri gli chiese del vecchio eremita giudeo, con la barba bianca e lunga e i pantaloni a strisce rosse e blu, che errava da paese a paese fin quando non fosse giunta l’ora del Regno dei Cieli. “Era forse questa l’ora? Era questo il tempo che aspettava l’eremita? Il quale diceva di essere l’apostolo più giovane di Gesù, Giovanni, che aveva avuto promesso dal Maestro che il tempo sarebbe giunto prima della sua morte e appunto per questo non poteva morire.”
Il signor Santo gli mise la mano sulla spalla e gli disse: “Dio non lascia carte scritte! Le carte le scrivono gli uomini! Ma se un uomo apre il suo cuore benedice chiunque viene nel nome di Dio! E chi viene nel mio nome può solo parlare di amore senza condizioni! Tutto il resto appartiene a gli uomini.”
Un altro narrò un fatto che aveva avuto raccontato da un suo avo ma non aveva capito il senso: “Gesù quando era qui con noi camminava con gli apostoli a piede da paese a paese. Un giorno si fermarono e disse ai suoi apostoli di prendere un sasso ciascuno. Tutti presero una bella pietra ma Pietro prese un sassolino e lo portò. Gesù benedisse le pietre e si trasformarono in pane. Pietro contestò perché aveva preso un sassolino. Ma Gesù gli rispose che quello gli doveva servire da lezione. Passo tanto altro tempo e un giorno Gesù disse la stessa cosa ai suoi apostoli. Tutti portarono una bella pietra, ma Pietro ha voluto esagerare portò una pietra proprio grande, tanto da camminare con molta difficoltà. Allora Gesù benedisse tutte le altre e trasformò in pane ma non quella di Pietro. Allora l’apostolo contestò e Gesù gli rispose che poteva sedergli sopra! Non ho mai capito dove è la morale. Voi che siete Dio in persona datemi una spiegazione plausibile.”
Il signor Santo gli disse stringendogli le mani: “Il significato sta proprio nel comprendere questa storia. Quante volte pensiamo di fare la cosa giusta ma non è condivisa dagli altri e non capiamo il perché, anzi pensiamo di ricevere un’ingiustizia dagli altri. Ora ti chiedo, pensi che Pietro abbia mai capito il comportamento del Maestro?”
“Si, ha fondato la Chiesa! -Rispose sicuro il forestiero- ‘Pietro su questa pietra costruirai la mia casa!’”
“E su quale pietra? Sarà riuscito a trovare quella giusta?” Alzandosi gli disse desolato il signor Santo mentre già era pronto per andarsene disse a tutti: “Chi vince ha perso. Chi perde ha vinto. Chi si mette dalla parte del vincente, può avere più ricchezze ma ha perso tutto di lui!” E guardò attentamente negli occhi di Matteo Parlantina, il quale abbassò gli occhi a terra. E’ bastato il tempo che il signor Santo finì di bere quel po’ di vino rimasto nel bicchiere e non vide più a Matteo, a questo punto salutò a tutti: “pace e verità!” ed uscì fuori. Stava salendo avvolto nel suo paltò per la strada principale. Alzò gli occhi al cielo, era aperto senza una nuvola e si vedevano tante stelle di mille colori. Mentre stava voltando davanti il mulino San Giuseppe, si sentì chiamare: “Santo! Santo!” Gli sembrò la voce di Matteo e si avvicinò: “Matteo, te ne sei andato senza dirmi niente!”. Come voltò l’angolo prese tante di quelle bastonate che non sapeva più da dove arrivassero e come difendersi, fino a quando si è arreso e si accasciò a terra. Mentre era a terra gli diedero dei calci allo stomaco e in faccia. Stava perdendo i sensi e uno di loro gli sussurrò all’orecchio: “Dio si fa i fatti suoi in cielo, non rompe la minchia a nessuno!”
RISVEGLIO
Dopo ventuno giorni si svegliò in un letto dell’ospedale
San Giovanni di Girgenti. Incominciò con il vedere le stelle che s’ingrandivano, fino a quando vide la luce e l’ombra delle persone. La prima cosa che ricordò fu quella voce che gli sussurrava: “Dio si fa i fatti suoi in cielo, non rompe la minchia a nessuno!” e si sconfortò, poi vide sua moglie che piangeva per la contentezza. Lui la guardò e la chiamò: “Rosina, dove sono?”
“Oh! Marito mio eri morto e sei rinvenuto! Il Signore mi ha fatto questa grazia! Sei all’ospedale di Girgeti!”
“Acqua!” Disse con un filo di voce. Rosina subito riempì un bicchiere d’acqua e glielo appoggiò sulle labbra secche: “Bevi, marito mio, bevi!” Come bevve il primo sorso si affogò, poi si riprese e bevve più a lungo sentiva scorrere l’acqua nello stomaco dando un senso di freschezza a tutto il corpo. Assaporava l’acqua e si deliziava.
“marito mio sei caduto dal ponte di Mastru Giurlannu… Eri un po’ ubriaco e sa cosa volevi fare…”
“Rosina, sono state botte, bastonate!” Gli disse sussurrando il marito.
“E chi è stato? Chi poteva volere così male che ti stavano uccidendo?”
“Non lo so!” E si abbandonò di nuovo sul cuscino. La moglie chiese aiuto a gli infermieri che corsero subito. Il dottore le disse che era ormai fuori pericolo, ma la botta che prese in testa gli causò un trauma cranico perciò doveva rimanere sotto osservazione.
Il signor Santo non appena una settimana si riprese perfettamente e ricominciò a predicare ai malati. Era il passa tempo dell’ospedale. Rosina era tornata in paese. Quando poi ritornò per andarlo a visitare le dissero che lo avevano trasferito al manicomio per controlli. Tutto è stato inutile, corse da punta a punta di Girgenti, affannata corse per tutto il viale della Passeggiata, ma quel giorno no ha potuto vedere suo marito e neanche quello dopo. Passarono due settimane di andare e venire con la corriera dal paese e glielo fecero vedere. Aveva ancora il pigiama dell’ospedale, tutto sporco, andava avanti e dietro con lo sguardo rivolto verso il niente e nessuno; si andava sbattendo con gli altri pazzi e diceva: “Dio si fa i fatti suoi in cielo, non rompe la minchia a nessuno!”. Il dottore la informò che quel padiglione era la nazione degli dei. Dove mettevano assieme tutti i pazzi che si credevano delle divinità. Un pazzo l’avvicinò le parlava parlava ma non si capiva neanche una parola. Rosina si accorse che infondo allo stanzone vi era un altro pazzo che stava sopra una sedia con i pantaloni abbassati senza mutante le braccia divaricate e la testa inclinata, faceva il Crocifisso.
Dopo circa un mese la moglie non lo trovò più neanche a Girgenti. Il signor Santo Panitro fu trasferito a Gorizia, dove morì e fu sepolto, lontano dalla sua famiglia e dalla sua Terra.
