che sfotteno e ss’inzogneno la notte
come potecce fà ttutti aruditi.
categoria:studio su il ciclo degli uzeda d
“Il barone Palmi, padre di Matilde, liberale d'antica data, aveva preso alla rivoluzione del Quarantotto una parte così attiva che, dopo la restaurazione, colpito da una condanna capitale, s'era rifugiato a Malta, e senza specialissime protezioni e solenni impegni di non cominciar da capo, quell'esilio, invece di pochi mesi, sarebbe durato quanto la sua vita. Nondimeno, graziato ed ammonito, egli ricominciò a dirigere nel suo paese e in quasi tutta la Sicilia il movimento contro il regime borbonico. Ora queste sue opinioni politiche e questa sua autorità nell'ancor vivo partito liberale furono le ragioni per cui il duca vide bene il matrimonio della figliuola di lui con Raimondo.”
De Roberto nella figura del barone Palmi, indipendentista attivo prima e dopo la rivoluzione del quarantotto, è significativa per capire la storia che attraversa gli uomini di questo romanzo, autentica “vera” come quella vissuta in Sicilia. Il barone Palmi, non si rassegnò nemmeno dopo la sconfitta, il quale riprese la sua attività appena tornato dall’esilio di Malta. Oltre seicento Patrioti Siciliani che avevano preso parte alla rivoluzione erano stati costretti a fuggire dalla Sicilia; sbarcarono a Valletta. L'amnistia concessa dal re di Napoli nel maggio 1849 invitava la maggior parte dei rifugiati a ritornare in Sicilia, ma alcuni dei capi, a cui non fu concesso il perdono, dovevano rimanere nell'isola. [1]Uno su tutti Ruggero Settimo[2], accolto dai Maltesi come capo di stato, rimase e lì morì, nonostante la caduta del regno borbonico, verrà eletto alla carica di Presidente del Senato del nuovo Parlamento del Regno d'Italia dall'inizio dell'ottava legislatura. Il Grande Ruggero Settimo, non accettò tale mandato, perché venne a sapere delle nefandezze sia garibaldine che piemontesi sul Popolo Siciliano. E’ emblematico che il primo presidente del senato del Regno d’Italia, rifiuti tale incarico, perché denota un guasto genetico dello Stato Italia. Benché se ne voglia a dare versioni ufficiali di tele rifiuto additandolo ad uno stato di salute precario del Presidente della Sicilia libera, Ruggero Settimo. Il barone Palmi, in quanto personaggio rappresenta il politico idealista, come lo fu a maggior ragione, Ruggero Settimo, il quale nemmeno alla chiamata di Garibaldi dopo la presa di Palermo volle rispondere. A confronto dell’idealismo rivoluzionario sorge la figura del duca d’Oragua, sintesi della politica per il potere. Lo zie vede bene le nozze del nipote con la figlia del Palmi perché intravede la possibilità del suo vantaggio politico questa sua autorità nell'ancor vivo partito liberale. E dal percorso della storia reale aveva fiutato bene.
[1] T. ZAMMIT, Malta - the Maltese islands and their history, 3°ed., Malta, A. Aquilina & Co., 1971, p. 301.
[2] Ruggero Settimo nato Palermo,il 19 maggio 1778 morì a Malta il 12 maggio 1863. Divenne ufficiale nell'Accademia di Marina di Napoli. In servizio alla flotta borbonica prese parte a diversi combattimenti: nel 1793 a Tolone contro i Francesi, nel 1795 a Capo Tagliato e nel 1798 contro i barbareschi. La sua svolta politica fu nel 1812 quando si ritirò dal servizio, subito in Sicilia divenne uno dei capi del movimento indipendentista sicilianista, diventando uomo guida per la richiesta della carta costituzionale. Ministro della Marina prima e della Guerra poi tra il 1812 e il 1814 abbandonò la politica dopo la soppressione della Costituzione. Quando nel 1820 firmò l’atto di soggezione a Napoli quale membro della Giunta di sicurezza i patrioti Siciliani non lo videro di buon occhio. Ma nel 1848 pensarono alla sua Persona come capo della nuova Repubblica Siciliana.
“Fu la prima menzogna che disse, per evitare il convento: non poteva sentirsi chiamato ad un mestiere quasi sconosciuto in Sicilia, dove, come non c'era coscrizione e tra i popolani correva il motto: «meglio porco che soldato», così neppure la nobiltà si dava alla milizia.”
Il Popolo Siciliano ha sempre disdegnato di fare il soldato. E’ questa la causa primaria di tutti problemi della difesa territoriale della Sicilia. Come si è visto nel corso della storia la Sicilia è stata alla mercé del conquistatore, principalmente per la sua caratteristica geografica con i suoi 1039 chilometri di costa, così mi viene facile pensare, che non a caso il nostro simbolo nazionale è la triskeles, con le gambe aperte in ogni direzione … Principalmente è caratteristica del Popolo Siciliano l’avversità ad essere soldato per combattere, l’avversità alla divisa, per il suo individualismo anarcoide contro qualsiasi potere istituito (anche perché spesso è stato imposto e colonizzatore), la riluttanza ad essere diffidenti verso lo straniero, anzi pronto ad accogliere ed ospitare. Come abbiamo già visto nel 1849, la lezione di Satriano, anche se la giovanissima Repubblica Siciliana non era organizzata per la difesa contro i Borboni, il Popolo Siciliano era pronto a sacrificarsi, come ha già fatto precedentemente nei secoli, rivolta dopo rivolta, quasi una ogni mezzo secolo, vedi le eclatanti come la Rivoluzione del Vespro, eccetera. Basta questo per intendere che non è la volontà politica alla difesa della propria sovranità o del rispetto della Patria, ma l’avversità ad essere un soldato, pagato per combattere, costretto in una divisa. Questa nostra sicilianità ci costò tantissimo, nel carosello delle dominazione nei millenni. I signori feudatari in lotta tra loro portavano i mercenari per combattere. Tanto che i Siciliani spesso diciamo nix dal tedesco nights, mimato con il pollice e l’indice aperti nella mano movendo con ripetizione da destra a sinistra e viceversa. Sicuramente ha origine con la presenza dei mercenari germanici sull’isola. Il nostro “’nstzù!” dentale un “no” mimato in maniera animalesca, come fanno gli equini, con l’alzata della testa, è internazionale, un no inconfondibile. Il re Ferdinando II di Borbone non ha commesso l’errore della leva obbligatoria. Quello che invece fece segnare come un disastro politico il 14 maggio del 1860 al novello dittatore Garibaldi. Sopportarono tutto, le nuove tasse, come quella di successione, ci risero pure sopra, definendosi parenti del re, ma la coscrizione del militare obbligatoria non fu accettata. Molti furono i renitenti alla leva che si diradarono per le campagne. I Piemontesi li accusarono di banditismo e la restante popolazione come favoreggiatori iniziando una repressione inumana, con torture e fucilazioni. Il Popolo Siciliano è stato sempre contrario alla guerra, alle armi e alle divise, quel che se ne dica diversamente. [1]
Pirandello ne I Vecchi e i giovani da un quadro straordinario di quanto detto, proprio all’inizio del grande romanzo vi è la scena di uno strano personaggio su una giumenta bianca, un capitano borbonico, Domenico Scarella, visto come un fantoccio, un buffo fantasma, qui di seguito riporto questa scena di grande letteratura dove uomini e bestie a fatica vanno contro il vento della storia:
“Vi strillava, al contrario (almeno a prima vista), una giumenta bianca montata da un fantoccio in calzoni rossi e cappotto turchino. Se non che, a guardar bene, quella giumenta bianca si scopriva anch'essa compassionevole: vecchia e stanca, sbruffava ogni tanto dimenando la testa bassa, come se non ne potesse più di sfangare per quello stradone; e il cavaliere, che la esortava amorevolmente, pur in quella vivace uniforme di soldato borbonico, non appariva meno avvilito della sua bestia, le mani paonazze, gronchie dal freddo, e tutto ristretto in sé contro il vento e la pioggia.
- Coraggio, Titina! E intanto il fiocco del berretto a barca, di bassa tenuta, pendulo sul davanti, gli andava in qua e in là, quasi battendo la solfa al trotto stracco della povera giumenta. Dei rari passanti a piedi o su pigri asinelli qualcuno che ignorava come qualmente il principe don Ippolito Laurentano tenesse una guardia di venticinque uomini con la divisa borbonica nel suo feudo di Colimbètra, dove fin dal 1860 si era esiliato per attestare la sua fiera fedeltà al passato governo delle Due Sicilie, si voltava stupito e si fermava un pezzo a mirare quel buffo fantasma emerso dai velarii strappati di quell'incerto crepuscolo, e non sapeva che pensarne. Passando innanzi allo stupore di questi ignoranti, Placido Sciaralla, capitano di quella guardia, non ostanti il freddo e la pioggia ond'era tutto abbrezzato e inzuppato, si drizzava sulla vita per assumere un contegno marziale; marzialmente, se capitava, porgeva con la mano il saluto a qualcuno di quei tabernacoli; poi, chinando gli occhi per guardarsi le punte tirate su a forza e insegate dei radi baffetti neri (indegni baffi!) sotto il robusto naso aquilino, cangiava l'amorevole esortazione alla bestia in un: «Su! su!» imperioso, seguito da una stratta alla briglia e da un colpetto di sproni giunti, a cui talvolta Titina - mannaggia! - sforzata così nella lenta vecchiezza, soleva rispondere dalla parte di dietro con poco decoro.”[2]
Ecco come veniva considerato il capitano Sciaralla, perché tale si considerava. La ricchezza di argomenti di queste pagine mi impone di proporvele, perché vi è il rapporto tra Siciliani e divisa, tra l’etica del soldato e l’uomo.
“Ma questi incontri, tanto graditi al capitano, avvenivano molto di rado. Tutti ormai sapevano di quel corpo di guardia a Colimbètra, e ne ridevano o se n'indignavano.
Il Papa in Vaticano con gli Svizzeri; don Ippolito Laurentano, nel suo fèudo con Sciaralla e compagnia! E Sciaralla, che dentro la cinta di Colimbètra si sentiva a posto, capitano sul serio, fuori non sapeva più qual contegno darsi per sfuggire alle beffe e alle ingiurie. Già cominciamo che tutti lo degradavano, chiamandolo caporale. Stupidaggine! indegnità! Perché lui comandava ben venticinque uomini e bisognava vedere come li istruiva in tutti gli esercizii militari e come li faceva trottare. E poi, del resto, scusate, tutti i signoroni non tengono forse nelle loro terre una scorta di campieri in divisa? Veramente, dichiararsi campiere soltanto, scottava un po' al povero Sciaralla, che «nasceva bene» e aveva la patente di maestro elementare e di ginnastica. Tuttavia, a colorar così la cosa s'era piegato talvolta a malincuore, per non essere qualificato peggio. Campiere, sì. Sciaralla è a capo dei guardiani delle terre coltivate, denominati appunto campieri. Campiere capo.
-Caporale?
- Capo! capo! Che c'entra caporale? Ammettete allora che sia milizia?
Di chi? come? e perché vestita a quel modo? Sciaralla si stringeva nelle spalle, socchiudeva gli occhi:
- Un'uniforme come un'altra. Capriccio di Sua Eccellenza, che volete farci?
Con alcuni più crèduli, tal'altra, si lasciava andare a confidenze misteriose: che il principe cioè, mal visto per le sue idee dal governo italiano, il quale - figurarsi! - avrebbe alzato il fianco a saperlo morto assassinato o derubato senza pietà, avesse davvero bisogno nella solitudine della campagna di quella scorta, di cui egli, Sciaralla, indegnamente era capo. Restava però sempre da spiegare perché quella scorta dovesse andar vestita di quell'uniforme odiosa - Boja, piuttosto!- s'era sentito più volte rispondere il povero Sciaralla, il quale allora pensava con un po' di fiele quanto fosse facile al principe il serbare con tanta dignità e tanta costanza quel fiero atteggiamento di protesta, rimanendo sempre chiuso entro i confini di Colimbètra, mentre a lui e ai suoi subalterni toccava d'arrischiarsi fuori a risponderne. Invano, a quattr'occhi, giurava e spergiurava, che mai e poi mai, al tempo dei Borboni, avrebbe indossato quell'uniforme, simbolo di tirannide allora, simbolo dell'oppressione della patria; e soggiungeva scotendo le mani:
- Ma ora, signori miei, via! Ora che siete voi i padroni... E' un lavoro come un altro. Lasciatemi stare! È pane. Dite sul serio? Gli volevano amareggiare il sangue a ogni costo, fingendo di non comprendere che egli poi non era tutto nell'abito che indossava; che sotto quell'abito c'era un uomo come tutti gli altri costretto a guadagnarsi da vivere in qualche porca maniera. Con gli sguardi, coi sorrisi, componendo il volto a un'aria di vivo interessamento ai casi altrui, cercava in tutti i modi di stornar l'attenzione da quell'abito; poi, di tutte quelle arti che usava, di tutte quelle smorfie che faceva, si stizziva fieramente con se stesso, perché, a guardar quell'abito senza alcuna idea, gli pareva bello, santo Dio! e che gli stésse proprio bene; e quasi quasi gli cagionava rimorso il dover fingersi afflitto di portarlo.” [3]
Queste pagine straordinarie di Pirandello lasciano intravedere l’immagine del marziale Sciarella tra i Siciliani, costretto con una menzogna a giustificarsi definendo il mestiere del soldato una porca maniera di buscarsi il pane.
[1] Vedi sottolineatura: (L’Illusione PARTE SECONDA CAPITOLO OTTAVO Pagina 169)
[2] I vecchi e i giovani di Luigi Pirandello – La Biblioteca Ideale Tascabile giugno 1995 Editoriale Opportunity Book S.r.l. Milano pagine 14 e 15.
[3] I vecchi e i giovani di Luigi Pirandello – La Biblioteca Ideale Tascabile giugno 1995 Editoriale Opportunity Book S.r.l. Milano pagina 16