domenica, 20 dicembre 2009
(PARTE PRIMA CAPITOLO QUARTO Pagina 349)
 
“ - … Questo è il frutto dell'educazione impartita qui dentro, degli esempi che hanno dato, della diffidenza e del gesuitismo eretti a sistema... “
 
Questo Quarto Capitolo focalizza dapprima, l’immagine del piccolo Consalvo, nella sua interezza caratteriale di autentico Uzeda. Le sue non sono bambinate, ma veri ricatti e dispetti, nonostante la sua età. De Roberto lascia intravedere la crudeltà degli Uzeda, non risparmiando proprio nessuno nemmeno quel bambino di appena sei anni curioso degli intrighi di famiglia. Questo Capitolo è pure un collante preciso al primo romanzo del Ciclo. De Roberto racconta dei trasferimenti degli sposi Matilde e il conte Raimondo, da Milazzo a Firenze, poi a Catania, di nuovo a Firenze e ritornoa Catania. Descrive la solitudine della povera Matilde, è ancora più sola tra la crudeltà della famiglia del marito e la sua disattenzione. Fin quando arriva l’autentico congiungimento tra L’Illusione e I Vicerè: la nascita della figlia Teresa.   [1]Non era bastato farsi da parte, non esprimere mai volontà, né desideri, né opinioni: l'odio aveva trovato sempre ragioni di sfogarsi. Esso riversavasi ancora contro l'innocente bambina che aveva il doppio torto d'appartenere al sesso disprezzato e d'esser nata da quella madre; e poiché, rassegnata personalmente a quei trattamenti, la madre sanguinava agli sgarbi fatti alla sua creatura, la principessa s'era messa a perseguitare con speciale accanimento la nipotina.
               Il principe Giacomo inizia a mettere in atto il suo piano per riacquistarsi l’eredità, con uno stratagemma di falsi debiti accumulati dalla estinta, incominciando a tessera la sua trama, con lo zio duca, chiedendogli di farsi portavoce di tale novità. Il duca D’Oragua personaggio, come si è visto precedentemente, facile a prendere le posizioni moderate e temporeggianti. Il principe, nella diffidenza dei familiari, nelle fazioni che si erano create per complottare contro di lui, pronuncia quanto sopra sottolineato riferito ai suoi parenti, che a sua volta si sentivano truffati, perché non era stata divisa in maniera paritaria la parte di eredità del padre. Insomma come spesso succedeva dopo le letture testamentarie delle famiglie nobili, liti a non finire! Sono rimasto colpito sul “gesuitismo eretto a sistema”, oltre alla diffidenza e alla educazione degli Uzeda, è l’accusa ai suoi parenti del principe Giacomo pronto ad affrontare una loro probabile battaglia giudiziaria.
                   Il gesuitismo, è un termine che proviene dai gesuiti. I gesuiti, sono chiamati comunemente in questo modo i Compagni di Gesù, fanno parte, appunto, alla Societas Iesu[2]. Nasce nel 1534, precisamente il 15 agosto, a Parigi, quando sei studenti[3] universitari fanno gruppo guidati da Ignazio di Loyola[4], incontrato nella chiesa di Saint Pierre de Montmartre, si legarono ad un voto di castità e povertà ed ad un’opera missionaria a Gerusalemme di ospitalità, dandosi la scadenza entro un anno. La Compagnia fu approvata dal papa Paolo III con bolla papale nel 1540 e Ignazio venne scelto come primo Superiore Generale della Compagnia[5]. Egli inviò i suoi compagni come missionari a creare scuole, istituti, collegi e seminari in tutta l'Europa. Nel 1548 fondò il Ginnasium di Messina, l’Università di Messina. L’esigenza di tale organizzazione storicamente era vista bene per l’esigenza di contrastare la riforma protestante in continua espansione in tutta Europa. Quinti la Compagnia nata appena prima della Controriforma, incoraggiavano “propagandavano” di rimanere fedele alle Sacre Scritture e sopratutta alla Chiesa di Roma. Tramite gli Esercizi Spirituali di Ignazio la regola principale per tutti i cattolici era, ed è: [6]Per essere sicuri di non sbagliare dobbiamo sempre regolarci in questo modo: quello che io vedo bianco, creda che sia nero, se la Chiesa gerarchica così stabilisce; certi che tra Cristo nostro Signore, sposo, e la Chiesa, sua sposa, vi è lo stesso spirito che ci governa e regge per la salvezza delle nostre anime. Infatti dal medesimo Spirito e Signore nostro, che diede i dieci comandamenti, è retta e governata nostra santa madre Chiesa.” I gesuiti furono spesso accusati, sia dai cattolici che dai protestanti, di avere fatto parte a diverse cospirazioni, e di avere usato la casistica per dimostrare l’indimostrabile. Pertanto il termine “gesuitismo” a livello internazionale assume significato di elusione della verità oggettiva e di ipocrisia. Come si legge nel sito web ufficiale della Compagnia del Gesù: [7]È poi diffusa l'idea che i gesuiti siano persone, certo colte e intelligenti, ma anche scaltre, doppie e ipocrite.”
Come scrisse Belli[8] in uno dei suoi sonetti romani: Le scôle[9]:
(…)
Causa de sti vorponi ggesuiti
che sfotteno e ss
inzogneno la notte
come potecce fà ttutti aruditi.
(…) 
Come ebbe a dire nel giugno del 1869 De Santis[10] conferendo su Machiavelli[11]:
“Ma che valore hanno e l'accusa e la difesa? L'accusa è rettorica, perché allora essa avrebbe forza, quando dimostrasse che coi mezzi morali o immorali del Machiavelli non si mantengono, ma si perdono gli Stati. Nessun accusatore del Machiavelli è passato ai posteri. Un gesuita disse « machiavellismo » quello che dipoi doveva dirsi « gesuitismo ». La difesa è sofistica, e non giunge a riabilitare Machiavelli.” Così il termine gesuitismo adoperato da De Roberto proprio nelle parole del De Santis assume il significato inteso nelle parole del principe Giacomo Uzeda.
            I gesuiti furono interessati della posizione geografica della Sicilia, soprattutto perché Messina era meta di partenza per i crociati[12]. La Compagnia era molto richiesta anche in molte città di tutta Europa, tanto che l’istituzione di collegi divenne il compito prevalente, con un accumulo patrimoniale ingente. Il 16 agosto 1773 il papa Clemente XIV sopprime l’ordine, proprio da chi da frate francescano era filo gesuita. Già il 3 Novembre 1767 il re Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia[13] emanò tale editto che ordinava l'espulsione dei gesuiti:“Noi, il Re, usando della suprema possanza indipendente che abbiamo ricevuto direttamente da Dio, inseparabilmente da esso unita alla nostra sovranità, pel governo per la condotta dei nostri sudditi, vogliamo ed ordiniamo che la compagnia detta di Gesù sia abolita per sempre ed espulsa a perpetuità dal regno delle Due Sicilie.” Verso la mezzanotte tutte le case, monasteri, e collegi dei gesuiti esistenti nel regno, furono investiti dagli ufficiali del re e dalla forza armata, le porte infrante e le celle occupate militarmente. All’alba del 4 i gesuiti furono trasportati verso gli stati Romani, dove furono sbarcati. Solo nel 1814 l’Ordine della Compagnia di Gesù fu ricostituito con la bolla Sollicitudo omnium Ecclesiarum[14] del papa Pio VII[15]. E’ famosa una sua omelia ad Imola nel 1797 dove dichiarò la compatibilità del cristianesimo con la democrazia, disse: “Siate cristiani tutti d’un pezzo e sarete anche dei buoni democratici”. I gesuiti, sono stati presenti nell’istruzione degli aristocratici in Sicilia e nella politica, come nella monopolizzazione delle informazioni (vedi Introduzione) delle notizie, caso emblematico, uno per tutti: il cannibalismo di Bronte. Questa frase dell’Autore … della diffidenza e del gesuitismo eretti a sistema …espressa dal principe Giacomo mi ha fatto spesso riflettere e mi è venuto spontaneo rifarmi ad un personaggio della Sicilia di oggi: padre Pintacuda[16].  Fu spesso appellato come “Papa Nero”, però quando tornò a Palermo dagli Stati Uniti d’America per le sue simpatie per il movimento studentesco fu chiamato anche “il prete rosso”. Pintacuda arriva pure allo scontro con Giovanni Falcone, quando è ormai all’attenzione dei media nazionali, appunto asserisce che non vi è posto per il dubbio con la sua celebre frase: “il sospetto è l’anticamera della verità”. Falcone rispose che questa cultura del sospetto è [17]l’anticamera del khomeinismo”. Padre Pintacuda poi chiude con Orlando, chiude con Bartolomeo Sorge[18], altro padre gesuita di grande spessore politico, per opinioni divergenti sul direttivo del movimento politico La Rete[19]. Si allontana dal centro di formazione politica Arupe[20]. Chiude con la Compagnia di Gesù. Infondo rimane sempre un gesuita al cento per cento. Così apre verso quel centro destra che aveva bollato con parole da inquisitore. Ecco da buon gesuita riparlare di “verità” in modo completamente diverso: [21]“…la verità giudiziaria è una cosa, la verità storica può anche essere diversa, persino opposta (…) Ne deriva che i giudizi politici non sono sentenze ma esprimono una parzialità di cui si deve tener sempre conto.” Ecco un altro esempio oltre quello di Bronte come la verità possa assumere valore storico e politico diverso ma sempre in maniera gesuitica. Nella manifestazione di “Siculiana in Cinema” indetta dalla Pro Loco, estate 2005, nella mia introduzione alla proiezione del film Porte Aperte, dove vi è appunto una scena girata a Siculiana, nelle cantine del palazzo signorile Alfani, colsi l’occasione nell’introduzione dei lavori di fare un parallelismo con l’omonimo libro di Leonardo Sciascia. In questo racconto sembra non esserci nessun riferimento con i gesuiti e invece il contatto esiste in quella polemica sorta su i “professionisti dell’antimafia”.
 
[22]-La foto di Matteotti trovata a casa dell’imputato a mio avviso non ha un rigore contestuale in tutta la vicenda è come se appartenesse alla dimensione della mente dove tutto avviene tra pensieri e fatti. Pertanto sia la frase accanto alla fotografia sia i ricordi storici fanno parte del contesto in quanto Matteotti era libero docente di diritto penale all’università di Bologna (…) Matteotti era stato considerato tra gli oppositori del fascismo il più implacabile non perché parlava in nome del socialismo, che in quel momento era una porta aperta da cui scioltamente si entrava ed usciva, (anche oggi) ma perché parlava in nome del diritto.[23] Quando il regime uccise Matteotti uccise pure il diritto che rappresentava. Sembrava un errore vitale per il fascismo del 1924 ma l’opinione italiana, allora come oggi, dimentica, s’abitua come quando entrando in un luogo malo adorante dopo un po’ non si ci fa più caso. Ed è appunto di diritto, di legge, che parla il libro. “E, tranne quella qui, oggi, anno 1937 (anno 1987), che l’umanità, il diritto, la legge – e insomma lo Stato che filosofia idealistica e dottrina del fascismo dicevano allora etico– rispondere con l’assassinio all’assassinio non debbano.” 1987? E cosa c’entra questa anno 1987? Nell’impianto letterario? Sicuramente nella dimensione mente dell’Autore ha un riferimento un accostamento. “10 gennaio 1987 – Il Corriere della sera pubblica un articolo di Leonardo Sciascia in cui si afferma che la partecipazione alla lotta alla mafia è ormai divenuto uno strumento di potere e di carriera. Tutti individuano in Borsellino e nel sindaco di Palermo Orlando gli esempi di –professionisti dell’antimafia- cui allude Sciascia. Più tardi lo scrittore dichiara di essere stato travisato in merito al magistrato…[24] Gli anni ’80 in Sicilia sono anni bui dove il famigerato 416 del codice penale fascista (Rocco), diventa 416 bis,(inserito nel codice penale nel 1982 legge speciale n°646 del 13.09.1982), da semplice associazione a delinquere ad associazione a delinquere di stampo mafioso, pertanto bastava un sospetto per potere causare danni irreversibili sulla vita di un innocente. Basta pensare alle parole del gesuita Pintacuda che il sospetto è l’anticamera della verità per provare paura per il diritto, per la legge, per l’etica di uno stato. Tanti fecero politica con il dito puntato, ancora oggi ci provano, ma non ha più lo stesso effetto, grazie ad una mente illuminata, libera e senza paure, come il grande Sciascia. Sciascia vive le sue parole, una per una, il suo romanzo ha una forma nuova, polivalente tra saggio, dialogo filosofico, testimonianza e struttura narrativa, in una luce costante della ragione come punto di arrivo, riferimento, strumento, soluzione, per comprendere e fare comprendere.-
 
         Il grande Leonardo Sciascia già nel 1974 rese protagonisti i gesuiti con il romanzo Todo Modo[25] . Proprio questa espressione è una citazione da una preghiera di Sant'Ignazio di Loyola: “Todo modopara buscar la voluntad divina (...)[26] Il protagonista è un prete gesuita Don Gaetano, il quale fonda un hotel, l'Eremo di Zafer e lo utilizza per ospitare dirigenti potenti come: ministri, politici, direttori di banche eccetera, per degli esercizi spirituali. Avvengono degli omicidi alquanto misteriosi, il giallo non porta a scoprire i colpevoli. Proprio nello stesso anno Pasolini ha scritto sul Corriere della Sera: “Io so i nomi dei responsabili delle stragi, ma non ho le prove…”. Era iniziata la strategia della tensione, il 12 dicembre del 1969 a Piazza Fontana a Milano e il 28 maggio del 1974 scoppiava una bomba a Piazza della Loggia nella città di Brescia, dove muoiono otto persone e novantaquattro rimangono feriti. Si intravede l’ombra della massoneria, dei servizi segreti (SID) e gruppi emergenti di Ordine Nuovo, movimento di estrema destra. Il processo giunto alla terza istruttoria continua ancora …  Il libro di Sciascia termina con le parole di Scalambri: [27]“Si arriva che tu, io, il commissario diventiamo sospettabili quanto costoro, e ancor più: e senza che ci si possa attribuire una ragione, un movente … Io lo dico sempre: il movente, bisogna trovare, il movente …” Ma le ultime parole del libro sono affidate al romanzo di André Gide[28] del 1914, I sotterranei del Vaticano:
“No, mi lasci andare. Ne so abbastanza per scegliere una linea di condotta. Tenga il resto per un romanzo, questa sera stessa scrivo al Gran Maestro, e domani ricomincio le mie cronache scientifiche sulla Dépéche. Riderà bene chi riderà l’ultimo”
“Come! Zoppica?” disse Giulio di vederlo nuovamente claudicante.
“Si, da qualche giorno i miei dolori mi hanno ripreso”.
“Ha! Me la dica tutta!” Disse Giulio che, senza guardarlo allontanarsi, si rincantucciò nella carrozza.
Si può affermare che questo libro ha con se segnata una traccia per almeno trenta anni di storia futura dell’Italia. Un parallelismo letterario con il racconto Il Rosario di De Roberto è appunto nella preghiera del rosario dove si nota il vuoto, la mancanza di fede, per l’opprimente vita familiare dei protagonisti. La recita del rosario è l’elemento narrativo estraniante, tipico della letteratura naturalista e in maniera più esplicita nel verismo siciliano. La madre delle sorelle Sommatino è la sacerdotessa di un Dio implacabile che tutto permette. Lo stesso del gesuita: [29]“Dio esiste, dunque tutto ci è permesso”. Donn’Antonia celebra il rosario, non è una semplice preghiera, è un rito dove le tre sorelle Caterina, Filippina e Agatina, partecipano con sottomissione. Unico momento di aggregazione e di dialogo della famiglia, dove la casa è una metafora stessa dell’interiorità psicologica della madre la quale diventa sacerdotessa e tempio nello stesso momento dove ogni libertà viene negata. Tutto al fimminile dove l’unico uomo è già morto, sia il marito che il genero usurpatore per avere maritato la figlia Rosaria. I rintocchi della campana a morte interrompono a pena il rosario, per un po’.
 
[30]“- Ave Maria, piena di grazie...
All'altra ripresa, Caterina ricominciò:
- Vi ha disobbedito, è vero, mammà... si è preso uno che non era del suo stato... vi ha dato tanti dispiaceri... ma adesso! se la vedeste, non si riconosce più... Vuole buttarsi ai vostri piedi... per chiedervi perdono... Sapete: non ha come fare, non ha più nulla!... Volete che venga a domandarvi perdono?...
- Padre nostro che state in cielo, santificato il vostro nome... - Interrompendosi un poco, cogli occhi sempre socchiusi, donn'Antonia disse: - Di chi stai parlando?
- Di Rosalia, mammà... di vostra figlia...
- Venga a noi il vostro regno, sia fatta la vostra santa divina volontà... Io non ho figlie di nome Rosalia. Mia figlia è morta... Così in cielo come in terra... - E suggerendo la ripresa alle figliuole, che restavano mute, con le schiene sulle seggiole, continuò sola sino in fondo: - Dateci oggi il nostro pane quotidiano... perdonate i nostri peccati, come noi perdoniamo i nostri nemici...”
Si conclude così questa novella. I parallelismo con l’opera di Sciascia porta a tantissimi contatti, nella stessa recita della preghiera, nella introspezione dell’eremo come introspezione psicologica, non di una famiglia, ma di una società, impersonate dal sacerdote. Ricorda così lo spettatore estraneo protagonista, voce narrante:
[31]“Mi affiorava il ricordo non delle parole latine di prima, ma di come quelle parole erano pronunciate dalle donne che d’inverno intorno al braciere, d’estate nel cortile, si raccoglievano a dire il Rosario, negli anni della mia infanzia.” In Todo Modo non è il tocco della campana a morte ad interrompere la preghiera ma uno stappo, il colpo d’arma da fuoco e nel dileguare dei partecipanti al Rosario si vede a terra il morto.
  In Todo modo la preghiera assume un valore diabolico. La chiave di lettura sono gli occhiali del quadro di Rutilio Manetti, Le tentazioni di S. Antonio Abate, nel romanzo si trova nella cappella dell’hotel, in realtà è esposto a Siena nella chiesa di Sant’Agostino. Il soggetto di questo quadro è il diavolo con gli occhiali Nel romanzo suscita una discussione tra il gesuita Don Gaetano e la voce narrante del pittore famoso laico.
[32]“Come allora: ogni strumento che aiuta a veder bene, non può essere che opera e offerta del diavolo. Dico per voi, per la Chiesa”.
“Interpretazione laica, di vecchio laicismo: quello delle associazioni intitolate a Giordano Bruno e a Francesco Ferrer… Io invece direi: ogni correzione della natura non può essere che opera e offerta del diavolo”
Volendo approfondire questo discorso teologico e filosofico si andrà per forza abbondantemente fuori tema. Vi è da precisare che i gesuiti sono sorti in soccorso alla Chiesa appunto nel Rinascimento al sorgere del metodo scientifico e nella piena separazione tra filosofia e scienza. Si crea un divario tra uomini di scienza e uomini di Chiesa, la lotta è abbastanza sanguinosa senza risparmio né di colpi né di mezzi. Forse la stessa massoneria è sorta in difesa degli uomini di scienza. Non dimenticando che la stessa scienza è una derivazione della filosofia ermetica, pertanto della magia. Il discorso dello strumento opera del diavolo parte dal paradiso terrestre, quando l’uomo incomincia a ragionare, inventando e creando assimilandosi a Dio stesso. Il fuoco di Prometeo per i pagani. Ecco la tentazione del serpente. Tutti simboli che appunto ritroviamo nella massoneria. Un altro richiamo letterario è nella Divina Commedia di Dante nel XXV Canto dell’Inferno dove si coglie il senso che l’uomo subisce la metamorfosi in serpente per l’uso della propria intelligenza per il male, sia sociale che morale. Ma l’attenzione del pittore personaggio del romanzo è rivolta, come ho scritto, su gli occhiali, simili a quelli del gesuita Don Gaetano. Ora in un gioco di specchi c’è da perdersi nel chiedere chi è il diavolo, dove sta il male? Per Sciascia è sicuramente il gesuita e il pittore è Sant’Antonio. Ecco che allora quel rosario recitato dai potenti diventa fortemente invocativo di tutto il male che contiene il potere! Come gesuitismo corrisponde ad ipocrisia ed inganno è nell’occorrenza della Compagnia di Gesù ad intervenire presso i poteri di ogni parte del mondo, a loro possibile, con le stesse armi delle scoperte scientifiche, tramite l’insegnamento per una coesione forte tra Chiesa e classe politica dominate. In questo gioco è difficile mantenere integro il magistero della moralità e della verità. Lo stesso è avvenuto per la Massoneria ancora più subdola e intrigante perché la classe politica dominante entra direttamente a farne parte. Tra le due fazioni non è la lotta sull’esistenza di Dio ma sul posto culturale e politico che detiene la Chiesa. L’impegno della Massoneria internazionale è a sostituirsi alla Chiesa, occupare ruolo e posto. Ancora oggi che paga le conseguenze sono i popoli colonizzati in varie forme e le varie strategie spesso micidiali per l’umanità tutta. La scienza non è altro   che   un metodo   filosofico, spesso fallimentare. La tecnologia ha portato strumenti per un benessere apparente basta valutare gli effetti collaterali deleteri. Ma è un altro discorso.  
 


[1] Pagina 345
[2] Tradotto dal latino: Compagnia di Gesù.
[3] Francisco Xavier ( san Francesco Saverio), Alfonso Salmeron, Diego Laínez e Nicola Bobadilla, spagnoli, Pierre Favre ( Beato Pietro Fabro), francese, e Simon Rodrigues, portoghese.
[4] Sant'Ignazio di Loyola nato il 24 dicembre 1491 morto il  31 luglio 1556, noto anche come Íñigo López de Loyola, religioso spagnolo. venne canonizzato il 12 marzo 1622. Il 23 luglio 1637 il suo corpo fu collocato in un'urna di bronzo dorato, nella Cappella di sant'Ignazio della Chiesa del Gesù in Roma..
[5] Padre Adolfo Nicolás, eletto il 19 gennaio 2008, ex-moderatore della Conferenza Gesuita dell'Asia Orientale e Oceania, è l’attuale Papa Nero, così chiamato per il colore della tonica .
[6] Esercizi Spirituali di Ignazio di Loyola Editrice Ancora – Milano –Anno 1967 Esercizio n°365.
[7]http://www.gesuiti.it/storia/schedabase.asp Letto il 13 dicembre 2009 ore 12,49
[8] Giuseppe Francesco Antonio Maria Gioachino Raimondo Belli nato a Roma il 7 settembre 1791 visse e morì il 21 dicembre 1863, grande poeta romano. Nei suoi tantissimi sonetti in lingua romana descrisse il popolo della Roma pontificia della sua epoca. É uno delle "quattro coroncine", insieme a Giovanni Meli, Carlo Goldoni, Carlo Porta. Ma non diminuiscono di sicuro affiancati alle "tre corone" di Dante, Petrarca e Boccaccio.
[9] Scritta il 18 novembre 1832.
[10] Francesco Saverio De Sanctis nato a Morra Irpina il28 marzo 1817 e morto a Napoli il 29 dicembre 1883) è stato uno scrittore, uno tra i più grandi critici letterarii, politico e filosofo italiano.
[11] Saggi critici, vol. II di Francesco De Sanctis a cura di Luigi Russo, Edizioni Laterza, Bari 1965 (prima ed.: 1952) Il letterato  espose per la prima volta la sua interpretazione di Machiavelli nella Gran Sala del Capitolo dell'ex Convento di San Domenico Maggiore a Napoli, nei giorni 23, 27, 30 maggio, 3 e 6 giugno 1869. Il conferenziere scriveva il 7 giugno 1869 a Francesco Protonotari: « Le mie conferenze sul Machiavelli sono terminate ieri, e son certo di farti piacere annunziandoti che son riuscite di lá da quello che io medesimo potessi sperare, e per il numeroso ed elettissimo uditorio, e per la profonda impressione che ho lasciato negli animi ».
[12] Nella seconda metà del secolo XVI, sorsero i collegi dei gesuiti lungo le coste, a Siracusa, a Trapani, a Catania, a Marsala e a Malta. Nella prima metà del secolo XVII, dopo la battaglia di Lepanto si stabilirono pure nell’interno: Salemi, Naro, Piazza Armerina, Caltanissetta, Castrogiovanni, Polizzi, Mazzara, Alcamo, Mazzarino, Bivona, Caltagirone, Castroreale, Mineo, Modica, Monreale, Noto, Salemi, Sciacca, Scicli, Vizzini. Si impartiva fondamentalmente l'istruzione secondaria; solo nei Collegi di Palermo, Messina, Trapani e Siracusa, elevati ad Accademia si conferiva il titolo di dottorato. L’influenza di questa colonizzazione culturale in Sicilia
[13] Continuò a regnare in Sicilia fino al 1815.
[14] In italiano: La sollecitudine di tutte le Chiese
[15] Papa Pio VII, nato Barnaba Niccolò Maria Luigi (in religione Gregorio) Chiaramonti nato a Cesena il 14 agosto 1742 morto a Roma il 20 agosto 1823, è stato il 251° vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica dal 1800-1823.
[16] Ennio Pintacuda nato a Prizzi il 9 marzo 1933 morto per problemi cardiaci a Palermo il 4 settembre 2005, è stato un gesuita, ispiratore della cosiddetta primavera politica di Palermo e di Leoluca Orlando. E’ stato notevole il suo impegnato antimafia. Nel 1998 accettò la presidenza del Cerisdi, la scuola di formazione che si trova a castello Utveggio, Palermo. Dove vi sono pure gli uffici dei Servizi Segreti di Stato e da dove si presume sia partito il comando per la strage di via d’Amelio.
[17] La Repubblica  Palermo – L’Espresso del 3 settembre 2006:  Pintacuda nascita e tramonto di un’utopia di Amelia Crisantino.
[18] Nato a Rio Marina nel 1929 fu ordinato sacerdote nel 1958, direttore di La Civiltà Cattolica dal 1973 al 1985, dal 1986 al 1996 ha diretto l’Istituto di Formazione Politica Pedro Arrupe di Palermo.
[19] Movimento politico fondato a Trento il 29 agosto 1990 in difesa della democrazia e antimafia ispirato da padre Pintacuda. Esponente di spicco Leoluca Orlando che nel 1991 a Palermo fondo il Partito e nel 1993 fu eletto sindaco di Palermo. Confluì ne I Democratici il 27 febbraio 1999.
[20]Dedicato allo spagnolo Pedro Arrupe Ecco come lo ricorda il giornalista Giovanni Filoramo: - un basco magro e minuto che rassomigliava nei tratti del volto a Ignazio di Loyola Ricordo che nel corso di un incontro con padre Arrupe portai il discorso appunto sull’obbedienza «perinde ac cadaver». E lui tranquillamente rispose che l’obbedienza alle regole e ai superiori dovesse essere tutt’altro che cadavere. «Non vogliamo davvero dei manichini: la nostra vita associativa è dominata dalla libertà totale di esprimere sempre il proprio pensiero», mi disse.
Tratto da LA REPUBBLICA VENERDÌ 28 LUGLIO 2006 “LA COMPAGNIA ARMATA DI SCIENZA E FEDE - STORIA DI UN MOVIMENTO NATO AI TEMPI DI KEPLERO E GALILEI
[21] La Repubblica Palermo – L’Espresso del 3 settembre 2006: Pintacuda nascita e tramonto di un’utopia di Amelia Crisantino
[22] TRA SIGNIFICATO E IMMAGINE PORTE APERTE RECENSIONE Di Alphonse Doriahttp://www.siculiana.net/uploads/File/200512-trasignificatoeimmagine.pdf letto giorno 16 dicembre 2009 ore 19,16
[23] Porte Aperte di Leonardo Sciascia edito dall’Adelphi SpA di Milano  nel 1987 -pagina 16; 17
[24] S.O.S. NAZIONE SICILIA di Alphonse Doria pagine 60; 61 (inedito)
[25] Todo Modo di Leonardo Sciascia Adelphi Edizione SpA – Milano 1974 –Edizione Mondolibri SpA Milano 1995
[26] Cercate in ogni modo di adeguarvi alla volontà divina (…)
[27] Todo Modo di Leonardo Sciascia Adelphi Edizione SpA – Milano 1974 –Edizione Mondolibri SpA Milano 1995 pagina 120
[28] André Gide nato a Parigi il  22 novembre 1869 dove è morto il 19 febbraio 1951 è stato uno scrittore francese che cercò di essere se stesso ad ogni costo affinché rimanga indelebile la sua onesta intellettuale di libero pensatore,  premio Nobel per la letteratura nel 1947.
 
[29] Todo Modo di Leonardo Sciascia Adelphi Edizione SpA – Milano 1974 –Edizione Mondolibri SpA Milano 1995 pagina 78
[30] I processi verbali di Federico De Roberto Sellerio Editore –Palermo anno 1997 (prima pubblicazione anno 1889).
[31] Todo Modo di Leonardo Sciascia Adelphi Edizione SpA – Milano 1974 –Edizione Mondolibri SpA Milano 1995 pagina 56
[32] Todo Modo di Leonardo Sciascia Adelphi Edizione SpA – Milano 1974 –Edizione Mondolibri SpA Milano 1995 pagina 35
postato da: alphonsedoria alle ore 11:30 | Permalink | commenti
categoria:studio su il ciclo degli uzeda d
venerdì, 11 dicembre 2009
(PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 334)
 
“ (…) consigliò prudenza, allegò il bene del paese, le insidie, i possibili pericoli, dando così un colpo al cerchio e un altro alla botte.”
 
Il duca d’Oragua è la terza via degli Uzeda. La via religiosa: Suor Maria Crocifissa, don Ludovico, don Blasco. La via del denaro: la zitellona, donna Ferdinanda, don Eugenio (dopo quella fallita militare, fallirà anche quella dei soldi). La terza via è la politica, intrapresa con successo anche da Consalvo. Gli Uzeda dell’idealismo non hanno nessun sentimento, viene visto come uno strumento per il potere. La Sicilia libera, o borbonica, o piemontese per loro non fa alcuna differenza, a loro interessa il potere, non la libertà del Popolo Siciliano. Loro non si sentono nell’animo Siciliani, loro si sentono gli Uzeda, i conquistatori, i Vicerè. Quanto è moderna questa condizione? Quanti politici di oggi si siedono a Sala D’Ercole non sentendo nel loro profondo di essere Siciliani, ma degli arrivati al potere. Dopo questa precisazione, ricordo che precedentemente è stato già trattato questo argomento, con le dovute differenzazioni tra liberali e indipendentisti, rivoluzionari e politici di potere. In questa sottolineatura focalizzeremo ancor più sul personaggio duca d’Oragua. De Roberto ci mette bene in chiaro alcuni dati, per intravedere questa figura camaleontica. (…) borbonico per la pelle, prima della rivoluzione del Quarantotto, come tutti gli Uzeda. L’Autore spiega come rodeva ai secondogeniti il triste destino del fedecomesso e l’invidia rabbiosa verso il primogenito e la voglia di affermarsi per altri vie, come abbiamo già descritto. I rivoluzionari del Quarantotto erano alla ricerca di figure importanti pertanto lo corteggiavano così  aveva dato ascolto alle lusinghe dei rivoluzionari, ai quali premeva di trarre dalla loro un personaggio importante come il duca d'Oragua, secondogenito del principe di Francalanza.” Come leggiamo nel romanzo lui s’associò al Gabinetto di lettura covo dei liberali, ma non dismise né di fare la corte all’Intendente né di frequentare il Casino dei Nobili, quartier generale dei puri.  Incorruttibili borbonici. Ecco ora come reagisce il politico per il potere, sceglie la via moderata, una via di mezzo pronto a saltare da una parte all’altra. (Capisco che non sto dicendo niente di nuovo e so che non è successo niente di nuovo, ma l’analisi porta a questa riflessione, la caratteristica di modernità del romanzo stesso le fa sembrare ovvietà.) De Roberto descrive con dovizia di particolari la dinamica del cerchiobottista. Neologismo[1] molto in foga nella politica italiana di oggi e di ieri, per quei tanti che tra affermazioni e smentite stanno attaccati alla poltrona. Ma in una fase storica come quella della rivoluzione, l’attività del cerchiobottista è veramente difficoltosa, perché è il momento preciso delle decisioni radicali. Vediamo come se la cava il nostro personaggio. Scoppia il Quarantotto[2] il duca d’Oragua , ha molta paura, il gioco è pesante dichiarando ai suoi nuovi amici che il moto era impreparato, inopportuno, destinato immancabilmente a fallire, mentre la gente s'armava e si batteva egli se la batté in campagna, e fece sapere ai capi del partito regio che aspettava la fine di quella «carnevalata».  Così riesce a giustificare il suo allontanamento dalla parte attiva della rivoluzione e connotando alla controparte che quella rivoluzione non era altro che una carnevalata. Quanti duca D’Oragua vi sono in quelli che diminuiscano il valore di quel Quarantotto Siciliano? Solo rendendolo un fenomeno ridimensionato, togliendo i valori politici patriottici siciliani, possono continuare a dare un colpo al cerchio e l’altro alla botte. Perché se affermassero che c’è stata la volontà autentica, legittima, di un intero Popolo di conquistarsi la propria sovranità, diventerebbero anche loro di parte. Alcuni, politici, giornalisti, uomini di cultura, inquinano la verità storica con dei “si, ma …”, per rimanere sdoganati a gli occhi della cultura dominante del colonialismo italiano. Ai Siciliani di ieri e di oggi non è stato e non è permesso essere partigiani della loro storia o del loro Popolo senza suscitare equivoci, senza essere additati e nella peggiore delle ipotesi essere magari accusati. Il mio è un vittimismo, tutto siciliano, nato da una amara costatazione di fatti.
          Ritorniamo al nostro duca D’Oragua, la carnevalata, comela storia ci insegna, ha avuto il suo risultato “i soldati napoletani sgombrarono la Sicilia, e quantunque s'annunziasse ogni giorno il loro ritorno, non se n'ebbe più né nuova né vecchia, e il governo provvisorio si venne ordinando.”  Allora, sempre con prudenza, come i topi che escono dalla loro buco, entra nelle file del partito trionfante. Anche in questa fase, da buon cerchiobottista, raccomanda, per il “bene della Patria”, di stare attenti ai pericoli, alle varie insidie. Dopo le varie attenzioni, ormai rassicurato già assaporava i primi frutti del favor popolare, ormai era a spada tratta con i liberali , che Satriano sbarcò a Messina con dodicimila uomini.
           Seguono pagine intessute di storia che danno la dinamica reale di quei giorni, fino a chiudere il terzo capitolo con la figura particolare di questo personaggio che è l’essenza del messaggio politico, se così si può chiamare, derobertiano. Proprio in queste pagine abbiamo l’esempio del romanzo storico, alcuni l’hanno chiamato “antistorico” dove la storia è in funzione a quella dei personaggi. In tutto Il Ciclo degli Uzeda, l’oggetto non è né la storia né la politica, ma come precisato precedentemente, l’amore e la morte, nella lotta continua, darwiniana della affermazione dell’individuo. Così afferma Vittorio Spinazzola[3]: [4]I Vicerè appaiono configurare un episodio di una storia naturale dell'umanità, del tutto ateologica, avente per motore immobile il principio dell'affermazione di sé” In questa lotta, tra brutti e belli, non vi è posto per la morale o il sentimento. L’ambiente del romanzo, come vedremo, dove i personaggi vivono, è vero, principalmente nella dimensione storica, come tutto il verismo siciliano. E’ vero a qualsiasi costo, anche alla smentita stessa dei propri preconcetti politici e ideologici. Appunto questo aspetto rendono gli autori del verismo siciliano tanto interesse nello studio, non solo letterario, ma, anche antropologico, politico e soprattutto storico.
         Dopo lo sbarco di Satriano[5] il duca si sentì perso, così spinto da questa paura mentre la città s'apparecchiava alla resistenza, egli firmò con altri borbonici fedeli e liberali traditori una carta in cui s'invocava la pronta restaurazione del potere legittimo. Appellato in maniera infamante dagl’indipendentisti Siciliani come Libro Nero! Ai primi d'aprile, le compagnie della milizia siciliana che presidiavano Taormina sgombrarono all'apparire dei regi e ritornarono a Catania; il 7 Satriano entrò in città dopo un sanguinoso combattimento. Il duca, ancora una volta, come tutti gli Uzeda, scappa dalla città. Si andò a rifugiare alla Pietra dell’Ovo, a quanto pare nel versante opposto della via di Messina, da dove si aspettava l’avanzata borbonica. Invece Filangeri, finse uno sbarco a Cefalù ed avanzò velocemente lungo la costa orientale,  per Alì, Roccalumera, Sant’Alessio, Taormina e il 3 aprile sbarcarono a Riposto dodicimila uomini e trentadue cannoni.  Così Satriano entrò nel podere degli Uzeda e il duca lo ha accolto come un salvatore, un liberatore, come farà poi con Garibaldi. Così il duca entrò nella Catania, messa a dura prova e piegata, cavalcando accanto al conquistatore. Gli indipendentisti, non gli perdonarono sia la firma sul Libro Nero che le feste fatte a Satriano alla Pietra dell’Ovo. La notizia dell’accoglienza al generale borbonico si diffuse tra il popolo di Catania ed incominciarono a girare voci che [6]mentre la città agonizzava, il duca guardava lo spettacolo col cannocchiale di Satriano”.
Nonostante le difese del Giulente, il duca fu sempre additato come traditore dal popolo, fin quando non arrivarono pure le minacce, non solo a voce ma anche tramite lettere anonime. Don Lorenzo era rimasto amico del duca,ma non bastò né questa amicizia né le ragioni della difesa a vincere quel clima di ostilità tra gli indipendentisti. Il duca D’Oragua, a sua difesa avvalorava la tesi:  “In fin dei conti, egli non aveva preso né gradi, né stipendi, né appalti dalla rivoluzione: era stato a vedere, aspettandone la riuscita; mentre tanti altri, dopo aver fatto gazzarra e il mangia-mangia, si buttavano ai piedi dell'Intendente e salutavano col cappello fino a terra nominando Sua Maestà Ferdinando II «che Dio sempre feliciti!»”. Da precisare che quanto evidenziato sopra non è l’opinione dell’Autore è lo stile autenticamente del romanzo moderno, il cosiddetto stile indiretto libero o discorso vissuto[7]. In questo caso De Roberto da la parola indirettamente a don Lorenzo Giulente, portavoce delle ragioni del duca, senza intercorrere al dialogato. Verrà usato moltissimo dal grande Pirandello per accentuare una valenza psicologica nel racconto tra soggettivo e oggettivo. Pertanto questa esile ragione era diffusamente riportata dal Giulente, ma non attenuava la rabbia dei catanesi, tanto che gli consigliò di cambiare aria. Il duca accettò il consiglio e si trasferì a Palermo. Nella capitale gli indipendentisti non si erano assopiti alla rassegnazione, anzi si aiutavano gli esuli, si osservava le vicende insurrezionali che avvenivano nelle altre parti dell’Europa. Il duca, vinte le remore, gli rimase l’amaro in bocca dell’etichetta affibbiatogli, così per riabilitarsi e dimostrare ai catanesi che si sbagliavano sul suo conto, ricominciò a frequentare gli ambienti politici dei liberali, del partito d’azione, degli indipendentisti, però non abbandonando la prudenza del cerchiobottista. Così andava “ai conciliaboli rivoluzionari come ai ricevimenti del Luogotenente generale del Re”. Arrivò la notizia a Catania del suo inserimento nei comitati d’azione, non solo, anche degli aiuti materiali ai patrioti siciliani esuli. Come dire, le parole non bastano da sole, il duca, astutamente inviò anche aiuti economici pure ai comitati rivoluzionari catanesi. L’Autore chiarisce: “che uno come lui, senza fede e senza coraggio, non poteva far valere altri titoli se non i denari sonanti.” Questa è stata la dinamica politica del duca D’Oragua in questa fase storica della rivoluzione indipendentista dal sorgere alla fine. In seguito analizzeremo le altre fasi politiche del personaggio.
            La colpa del fallimento dell’Indipendenza Siciliana e della mancata difesa dall’attacco borbonico, il Popolo Siciliano lo affibbiò ai vari traditori, perché si vuole con immediatezza il capro espiatorio da condannare per le pene subite. La colpa, a mio avviso, non è totalmente dei politici siciliani di allora, nemmeno dei cerchiobottisti come il nostro personaggio, ma soprattutto è da amputare alle vicende politiche esterne dalla Sicilia. Il Popolo Siciliano è stato lasciato da solo dopo essere stato il primo, il capo fila, il più coraggioso, ad iniziare il risorgimento confederale[8]. Ormai sembra che la storia ufficiale stia sdoganando il risorgimento confederale. Ma non ha vinto del tutto le remore della propaganda unitaria. Basta leggere qualsiasi libro di storia. Porto solo un esempio di un testo di che è stato fatto circolare nelle scuole medie inferiori della Sicilia, ecco le testuali parole sull’argomento: [9]“Solo nel 1860, tutti i contendenti della caotica accademia di Sicilia riconosceranno le proprie imperdonabili colpe, abbandonando il nazionalismo regionalistico per la grande patria italiana.” Scarcella, poi continua ad infamare i rivoluzionari del Quarantotto con varie posizioni classiste derivanti dal caposcuola Smith, come abbiamo già visto più volte in precedenza. Questo perché Scarcella ammette l’inconfutabile realtà storica della Rivoluzione Siciliana però con le dovute precauzioni del cerchiobottista etichettando un bel “si, ma …”. Ecco queste sono le remore. Voglio concludere questo argomento avvalorando ancora una volta la realtà storica dell’azione dei Siciliani verso il compimento di una Italia confederale, mi preme sottoscrivere questo atto ufficiale parlamentare, con tanto di trinacria a suggello:
“PARLAMENTO GENERALE DI SICILIA
------°------
Il Parlamento decreta: che il Potere
Esecutivo dichiari in nome della Nazione
agli altri Stati d’Italia, che la
Sicilia già libera ed indipendente intende
a far parte della Unione e Federazione
Italiana.
Fatto e deliberato in Palermo il dì
1° Aprile 1848.
 
Il Presidente della Camera dei Comuni
firmato, MARCHESE DI TORREARSA[10]
 
Il Presidente della Camera dei Pari
firmato, DUCA DI SERRADIFALCO[11]
 
Per copia conforme
Il Presidente della Camera dei Comuni
firmato, MARCHESE DI TORREARSA
 
Per copia conforme
Il Presidente del Governo del Regno di Sicilia
RUGGIERO SETTIMO
 
Per copia conforme
Il Ministro
CALVI[12]”.
            De Roberto, in questa chiusura del Terzo Capitolo, descrive i malumori degli indipendentisti [13]“gli animi amareggiati dal disinganno chiedevano un capro espiatorio; e come Mieroslawski, il polacco comandante della polizia, era stato accusato di tradimento, così il rancore popolare si rovesciò sul duca, quantunque mille più di lui lo meritassero perché di lui più colpevoli.
          Le rivoluzioni compiute, di tutte le epoche e di ogni parte del mondo, spesso impostano il loro regime sullo stato di paura di accusa di traditore della rivoluzione che pende su ogni rivale o obiettore politico. Qui è la fine della rivoluzione, è il rammarico più assoluto del Popolo Siciliano verso chi ha tradito la propria rivoluzione, il proprio sogno di sovranità, di libertà. Se proprio vogliamo parlare di traditori, tranne un certo dottore Paolo Fabbrizi, come abbiamo visto in precedenza, non ve ne furono di rilevanti, oltre, poi la politica di palazzo che si fece di conseguenza alla presa di Catania.
       Mieroslawski, come detto in precedenza: La Farina gli conferisce il grado di brigadiere con le funzioni di capo di stato maggiore generale. Il Generale polacco il 2 aprile dal suo quartiere generale di Bronte si partì per Catania. Bensì le cronache scrivono: con animo coraggioso “baldanzoso” pronto a prendersi la rivincita dalla caduta di Taormina, insieme con [14]un corpo di volontari di cui era Capitano Don Mariano Meli e Tenente Don Arcangelo Radice e l’avvocato Nicolò Lombardo, gente al certo non usa alle armi, né ai pericoli di guerra, male in arnese, e alquanti armati di fucili a pietra focaia.” Il Lombardo sarà protagonista dei fatti di Bronte del 1860[15].
          E’ sicuramente ingiusta l’accusa di tradimento a Mieroslawski. Questa accusa sarà nata forse perché feritosi, abbandonò la lotta, forse per il mancato intendersi con i Siciliani, anche praticamente per problemi di lingua. Principalmente, perché non aveva un autentico esercito. Scherzosamente possiamo dire, che portava un po’ di sfiga visto che fallirono tutte le rivoluzioni dove si è registrata la sua presenza …
          Il duca D’Oragua, ritorna a Catania due anni dopo, per le nozze di Lucrezia con Benedetto Giulente, deriso da donna Ferdinanda e don Blasco, sembrava fossero gli unici a ricordare ancora il Libro Nero e l’amicizia di Satriano, rincorati per il suo appoggio alle nozze. Il duca ripartì per Palermo e tornò dopo altri quattro anni per la morte della cognata, la principessa. Il suo ritorno è stato un trionfo, ormai era diventato la speranza del partito. Parlava delle sue conoscenze politiche di Palermo, e della sua sapienza di teorie politiche ed economiche e la gente gli stava dinanzi a bocca aperta.  Ora il suo vero volto di cerchiobottista lo esercitava senza intignare nessuno, tranne la zitellona e don Blasco. [16]Il patriotta, è vero, riceveva visite dall'Intendente e le restituiva, e non aveva scrupolo di mostrarsi in compagnia dei più ferventi borbonici; ma ciò non gli era posto più a debito: bisognava fingere con l'autorità per non destarne i sospetti, per comprenderne il giuoco.” La sua arte l’adoperò anche per le faccende familiari. Perché di arte trattasi della finzione e dell’inganno, oggi molto diffusa.
 


[1] Inventato forse da Indro Montanelli.
[2] Vedi nota L’Illusione(PARTE SECONDA CAPITOLO PRIMO Pagina 110)
[3] Vittorio Spinazzola nato a Milano il 29 marzo 1930 dove risiede è docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università degli studi di Milano, è autore di numerosi saggi, tra cui "L’avanguardia" (1989), "Critica della lettura" (1992), "Il romanzo antistorico" (1993), "L’immaginazione divertente" (1995), "Letteratura e popolo borghese" (2000).
[4] Il romanzo antistorico, di Spinazzola V. Roma:Editori Riuniti,1993,p.130
[5] Vedi la sottolineatura (I VICERE’ PARTE PRIMA CAPITOLO SECONDO Pagina 292-3)
[6] Pagina 335
[7] La memoria e la ragione: Ottocento e Novecento di G. Passarello – E. Janora – S. Passarello – Società Editrice Internazionale – Torino Settembre 1992 – L’analisi strutturale del racconto di Angelo Marchese – Pagina 327
[8] Quando ero piccolo nel mio paese, si era soliti giocare alla guerra tra quartieri. Vi erano i ragazzi della Via Immacolata che non facevano passare nessuno dal loro quartiere, minacciando e a volte, picchiando chi insistesse. Ora quel quartiere era uno snodo importante per quelli della Chiazza che dovevano scendere giù. Così un bel giorno si fece una coalizione di bande di quartieri diversi per una azione punitiva. Eravamo più di cento e scendemmo giù come una valanga. Io ero davanti con un sasso legato ad una corda che facevo roteare, urlando. Quando quelli dell’Immacolata invece di fuggire risposero avanzando, non so perché, tutto quell’esercito batté in ritirata. Io me ne sono accorto troppo tardi e fui preso prigioniero.Questo episodio della mia infanzia me lo porto come insegnamento, più come paragone interpretativo che come modo di vivere. Mi sembra che alla Sicilia Indipendentista sia andata a finire proprio in questo modo.    
 
[9]La Sicilia di Gaspare Scarcella Mursia Editore – Milano 1985 pagina 132.
[10] Vincenzo Fardella Marchese di Torrearsa è nato a Trapani il 16 luglio 1808  deceduto a Palermo il 12 gennaio 1889. Tra i più ferventi indipendentisti patrioti siciliani, Dopo la presa di Roma del 1870, venne eletto presidente del Senato, mantenendo tale carica fino al 1874, anno in cui, si ritirò in Sicilia e pose fine alla sua carriera politica per dedicarsi allo sviluppo della propria Patria Sicilia tramite la cultura e la verità storica. Visse tra Trapani e Palermo, e coltivò con impegno i suoi studi storici e socio-economici. Curò lo sviluppo della Società Siciliana di Storia Patria, di cui fu presidente e nel 1881 iniziò la stesura di “Ricordi sulla Rivoluzione Siciliana degli anni 1848 e 1849”.
[11] Domenico Lo Faso Pietrasanta duca di Serradifalco nato a Palermo il 21 febbraio 1783, deceduto a Firenze il 15 febbraio 1863, studioso siciliano di architettura, archeologia e letterato di pregio. Oltre a presidente della Camera dei Pari fu pure Ministro degli Esteri della Sicilia Indipendente del 1848 e ‘49. Dopo il ritorno dei Borboni esiliò a Firenze. Tornò in Sicilia dopo l’occupazione piemontese. Fu nominato presidente della Commissione di antichità e belle arti. Ha eseguito importanti scavi e restauri nei principali siti archeologici siciliani: Segesta, Selinunte, Agrigento, Siracusa, Taormina.
[12] Pasquale Calvi  nato a Messina nel 1794 morì a Palermo nel 1867. Uomo politico siciliano, nel 1848, a capo dei democratici, partecipò alla rivoluzione, giocando un ruolo di primaria importanza. Nel 1860 fu chiamato da Garibaldi a presiedere la Corte Suprema di Giustizia di Palermo. Nel 1861 venne eletto deputato del Parlamento Italiano.  In un suo saggio denunciò l’arretratezza della Sicilia ed espose le idee dei repubblicani di sinistra, chiarendo le loro intenzioni di giustizia economica e sociale. Calvi viene considerato il teorico di una società di uomini liberi ed uguali. Per lui la proprietà privata è causa di ingiustizia sociale e quindi qualsiasi riforma risulta vana se non si pone alla base della nuova società la socializzazione della terra e dei mezzi di lavoro. Diritto di insurrezione popolare, di eleggibilità, di rimozione dei magistrati, di associazione e di mutuo soccorso sono i termini su cui fondare una repubblica federata di tutti gli stati uniti europei. Fonte:
http://88.53.219.99/corso_formazione/QUI%20SUCCESSE%20UN%20QUARANTOTTO!/pasquale_calvi.htm letto giorno 9 dicembre 2009 alle ore 14,23 La sua ideologia ricorda molto Emiliano Zapata, fu proprio la socializzazione della terra il punto di scontro e la continua della sua lotta fino all’agguato finale e alla sua morte. Con lui finbisce la rivoluzione indios in Messico.
[13] Pagina 335
[14] Memorie storiche di Bronte IL ’48 E IL ’49 IN BRONTE di Benedetto Radice edito da Associazione Bronte Insieme Onlus Pagina 17
[15] Vedi Introduzione.
[16] Pagina 336
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mercoledì, 02 dicembre 2009
(PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 333)
“Il barone Palmi, padre di Matilde, liberale d'antica data, aveva preso alla rivoluzione del Quarantotto una parte così attiva che, dopo la restaurazione, colpito da una condanna capitale, s'era rifugiato a Malta, e senza specialissime protezioni e solenni impegni di non cominciar da capo, quell'esilio, invece di pochi mesi, sarebbe durato quanto la sua vita. Nondimeno, graziato ed ammonito, egli ricominciò a dirigere nel suo paese e in quasi tutta la Sicilia il movimento contro il regime borbonico. Ora queste sue opinioni politiche e questa sua autorità nell'ancor vivo partito liberale furono le ragioni per cui il duca vide bene il matrimonio della figliuola di lui con Raimondo.”
 
De Roberto nella figura del barone Palmi, indipendentista attivo prima e dopo la rivoluzione del quarantotto, è significativa per capire la storia che attraversa gli uomini di questo romanzo, autentica “vera” come quella vissuta in Sicilia. Il barone Palmi, non si rassegnò nemmeno dopo la sconfitta, il quale riprese la sua attività appena tornato dall’esilio di Malta. Oltre seicento Patrioti Siciliani che avevano preso parte alla rivoluzione erano stati costretti a fuggire dalla Sicilia; sbarcarono a Valletta. L'amnistia concessa dal re di Napoli nel maggio 1849 invitava la maggior parte dei rifugiati a ritornare in Sicilia, ma alcuni dei capi, a cui non fu concesso il perdono, dovevano rimanere nell'isola.[1]Uno su tutti Ruggero Settimo[2], accolto dai Maltesi come capo di stato, rimase e lì morì, nonostante la caduta del regno borbonico, verrà eletto alla carica di Presidente del Senato del nuovo Parlamento del Regno d'Italia dall'inizio dell'ottava legislatura. Il Grande Ruggero Settimo, non accettò tale mandato, perché venne a sapere delle nefandezze sia garibaldine che piemontesi sul Popolo Siciliano. E’ emblematico che il primo presidente del senato del Regno d’Italia, rifiuti tale incarico, perché denota un guasto genetico dello Stato Italia. Benché se ne voglia a dare versioni ufficiali di tele rifiuto additandolo ad uno stato di salute precario del Presidente della Sicilia libera, Ruggero Settimo. Il barone Palmi, in quanto personaggio rappresenta il politico idealista, come lo fu a maggior ragione, Ruggero Settimo, il quale nemmeno alla chiamata di Garibaldi dopo la presa di Palermo volle rispondere. A confronto dell’idealismo rivoluzionario sorge la figura del duca d’Oragua, sintesi della politica per il potere. Lo zie vede bene le nozze del nipote con la figlia del Palmi perché intravede la possibilità del suo vantaggio politico questa sua autorità nell'ancor vivo partito liberale. E dal percorso della storia reale aveva fiutato bene.


[1] T. ZAMMIT, Malta - the Maltese islands and their history, 3°ed., Malta, A. Aquilina & Co., 1971, p. 301.
[2] Ruggero Settimo nato Palermo,il 19 maggio 1778 morì a Malta il 12 maggio 1863. Divenne ufficiale nell'Accademia di Marina di Napoli. In servizio alla flotta borbonica prese parte a diversi combattimenti: nel 1793 a Tolone contro i Francesi, nel 1795 a Capo Tagliato e nel 1798 contro i barbareschi. La sua svolta politica fu nel 1812 quando si ritirò dal servizio, subito in Sicilia divenne uno dei capi del movimento indipendentista sicilianista, diventando uomo guida per la richiesta della carta costituzionale. Ministro della Marina prima e della Guerra poi tra il 1812 e il 1814 abbandonò la politica dopo la soppressione della Costituzione. Quando nel 1820 firmò l’atto di soggezione a Napoli quale membro della Giunta di sicurezza i patrioti Siciliani non lo videro di buon occhio. Ma nel 1848 pensarono alla sua Persona come capo della nuova Repubblica Siciliana.
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mercoledì, 02 dicembre 2009
 (PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 333)

“Il barone Palmi, padre di Matilde, liberale d'antica data, aveva preso alla rivoluzione del Quarantotto una parte così attiva che, dopo la restaurazione, colpito da una condanna capitale, s'era rifugiato a Malta, e senza specialissime protezioni e solenni impegni di non cominciar da capo, quell'esilio, invece di pochi mesi, sarebbe durato quanto la sua vita. Nondimeno, graziato ed ammonito, egli ricominciò a dirigere nel suo paese e in quasi tutta la Sicilia il movimento contro il regime borbonico. Ora queste sue opinioni politiche e questa sua autorità nell'ancor vivo partito liberale furono le ragioni per cui il duca vide bene il matrimonio della figliuola di lui con Raimondo.”

 

De Roberto nella figura del barone Palmi, indipendentista attivo prima e dopo la rivoluzione del quarantotto, è significativa per capire la storia che attraversa gli uomini di questo romanzo, autentica “vera” come quella vissuta in Sicilia. Il barone Palmi, non si rassegnò nemmeno dopo la sconfitta, il quale riprese la sua attività appena tornato dall’esilio di Malta. Oltre seicento Patrioti Siciliani che avevano preso parte alla rivoluzione erano stati costretti a fuggire dalla Sicilia; sbarcarono a Valletta. L'amnistia concessa dal re di Napoli nel maggio 1849 invitava la maggior parte dei rifugiati a ritornare in Sicilia, ma alcuni dei capi, a cui non fu concesso il perdono, dovevano rimanere nell'isola. [1]Uno su tutti Ruggero Settimo[2], accolto dai Maltesi come capo di stato, rimase e lì morì, nonostante la caduta del regno borbonico, verrà eletto alla carica di Presidente del Senato del nuovo Parlamento del Regno d'Italia dall'inizio dell'ottava legislatura.  Il Grande Ruggero Settimo, non accettò tale mandato, perché venne a sapere delle nefandezze sia garibaldine che piemontesi sul Popolo Siciliano. E’ emblematico che il primo presidente del senato del Regno d’Italia, rifiuti tale incarico, perché denota un guasto genetico dello Stato Italia. Benché se ne voglia a dare versioni ufficiali di tele rifiuto additandolo ad uno stato di salute precario del Presidente della Sicilia libera, Ruggero Settimo. Il barone Palmi, in quanto personaggio rappresenta il politico idealista, come lo fu a maggior ragione, Ruggero Settimo, il quale nemmeno alla chiamata di Garibaldi dopo la presa di Palermo volle rispondere. A confronto dell’idealismo rivoluzionario sorge la figura del duca d’Oragua, sintesi della politica per il potere. Lo zie vede bene le nozze del nipote con la figlia del Palmi perché intravede la possibilità del suo vantaggio politico  questa sua autorità nell'ancor vivo partito liberale. E dal percorso della storia reale aveva fiutato bene.



[1] T. ZAMMIT, Malta - the Maltese islands and their history, 3°ed., Malta, A. Aquilina & Co., 1971, p. 301.

[2] Ruggero Settimo  nato Palermo,il 19 maggio 1778  morì a Malta il 12 maggio 1863. Divenne ufficiale nell'Accademia di Marina di Napoli. In servizio alla flotta borbonica  prese parte a diversi combattimenti: nel 1793 a Tolone contro i Francesi, nel 1795 a Capo Tagliato e nel 1798 contro i barbareschi. La sua svolta politica fu nel 1812 quando si ritirò dal servizio, subito in Sicilia divenne uno dei capi del movimento indipendentista sicilianista, diventando uomo guida per la richiesta della carta costituzionale. Ministro della Marina prima e della Guerra poi tra il 1812 e il 1814 abbandonò la politica dopo la soppressione della Costituzione. Quando nel 1820  firmò l’atto di soggezione a Napoli quale membro della Giunta di sicurezza i patrioti Siciliani non lo videro di buon occhio. Ma nel 1848 pensarono alla sua Persona come capo della nuova Repubblica Siciliana.

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martedì, 01 dicembre 2009
 (PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 332)

 

“Fu la prima menzogna che disse, per evitare il convento: non poteva sentirsi chiamato ad un mestiere quasi sconosciuto in Sicilia, dove, come non c'era coscrizione e tra i popolani correva il motto: «meglio porco che soldato», così neppure la nobiltà si dava alla milizia.”

 

Il Popolo Siciliano ha sempre disdegnato di fare il soldato. E’ questa la causa primaria di tutti problemi della difesa territoriale della  Sicilia. Come si è visto nel corso della storia la Sicilia è stata alla mercé del conquistatore, principalmente per la sua caratteristica geografica con i suoi 1039 chilometri di costa, così mi viene facile pensare, che non a caso il nostro simbolo nazionale è la triskeles, con le gambe aperte in ogni direzione … Principalmente è caratteristica del Popolo Siciliano l’avversità ad essere soldato per combattere, l’avversità alla divisa, per il suo individualismo anarcoide contro qualsiasi potere istituito (anche perché spesso è stato imposto e colonizzatore), la riluttanza ad essere diffidenti verso lo straniero, anzi pronto ad accogliere ed ospitare. Come abbiamo già visto nel 1849, la lezione di Satriano, anche se la giovanissima Repubblica Siciliana non era organizzata per la difesa contro i Borboni, il Popolo Siciliano era pronto a sacrificarsi, come ha già fatto precedentemente nei secoli, rivolta dopo rivolta, quasi una ogni mezzo secolo, vedi le eclatanti come la Rivoluzione del Vespro, eccetera. Basta questo per intendere che non è la volontà politica alla difesa della propria sovranità o del rispetto della Patria, ma l’avversità ad essere un soldato, pagato per combattere, costretto in una divisa. Questa nostra sicilianità ci costò tantissimo, nel  carosello delle dominazione nei millenni. I signori feudatari in lotta tra loro portavano i mercenari per combattere. Tanto che i Siciliani spesso diciamo  nix dal tedesco nights, mimato con il pollice e l’indice aperti nella mano movendo con ripetizione da destra a sinistra e viceversa. Sicuramente ha origine con la presenza dei mercenari germanici sull’isola. Il nostro “’nstzù!” dentale un “no” mimato in maniera animalesca, come fanno gli equini, con l’alzata della testa, è internazionale, un no inconfondibile. Il re Ferdinando II di Borbone  non ha commesso l’errore della leva obbligatoria. Quello che invece fece segnare come un disastro politico il 14 maggio del 1860 al novello dittatore Garibaldi. Sopportarono tutto, le nuove tasse, come quella di successione, ci risero pure sopra, definendosi parenti del re, ma la coscrizione del militare obbligatoria non fu accettata. Molti furono i renitenti alla leva che si diradarono per le campagne. I Piemontesi li accusarono di banditismo e la restante popolazione come favoreggiatori iniziando una repressione inumana, con torture e fucilazioni. Il Popolo Siciliano è stato sempre contrario alla guerra, alle armi e alle divise, quel che se ne dica diversamente. [1]

Pirandello ne I Vecchi e i giovani da un quadro straordinario di quanto detto, proprio all’inizio del grande romanzo vi è la scena di uno strano personaggio su una giumenta bianca, un capitano borbonico, Domenico Scarella, visto come un fantoccio, un buffo fantasma, qui di seguito riporto questa scena di grande letteratura dove uomini e bestie a fatica vanno contro il vento della storia:

“Vi strillava, al contrario (almeno a prima vista), una giumenta bianca montata da un fantoccio in calzoni rossi e cappotto turchino. Se non che, a guardar bene, quella giumenta bianca si scopriva anch'essa compassionevole: vecchia e stanca, sbruffava ogni tanto dimenando la testa bassa, come se non ne potesse più di sfangare per quello stradone; e il cavaliere, che la esortava amorevolmente, pur in quella vivace uniforme di soldato borbonico, non appariva meno avvilito della sua bestia, le mani paonazze, gronchie dal freddo, e tutto ristretto in sé contro il vento e la pioggia.
- Coraggio, Titina!  E intanto il fiocco del berretto a barca, di bassa tenuta, pendulo sul davanti, gli andava in qua e in là, quasi battendo la solfa al trotto stracco della povera giumenta.   Dei rari passanti a piedi o su pigri asinelli qualcuno che ignorava come qualmente il principe don Ippolito Laurentano tenesse una guardia di venticinque uomini con la divisa borbonica nel suo feudo di Colimbètra, dove fin dal 1860 si era esiliato per attestare la sua fiera fedeltà al passato governo delle Due Sicilie, si voltava stupito e si fermava un pezzo a mirare quel buffo fantasma emerso dai velarii strappati di quell'incerto crepuscolo, e non sapeva che pensarne.  Passando innanzi allo stupore di questi ignoranti, Placido Sciaralla, capitano di quella guardia, non ostanti il freddo e la pioggia ond'era tutto abbrezzato e inzuppato, si drizzava sulla vita per assumere un contegno marziale; marzialmente, se capitava, porgeva con la mano il saluto a qualcuno di quei tabernacoli; poi, chinando gli occhi per guardarsi le punte tirate su a forza e insegate dei radi baffetti neri (indegni baffi!) sotto il robusto naso aquilino, cangiava l'amorevole esortazione alla bestia in un: «Su! su!» imperioso, seguito da una stratta alla briglia e da un colpetto di sproni giunti, a cui talvolta Titina - mannaggia! - sforzata così nella lenta vecchiezza, soleva rispondere dalla parte di dietro con poco decoro.”[2]

Ecco come veniva considerato il capitano Sciaralla, perché tale si considerava. La ricchezza di argomenti di queste pagine mi impone di proporvele, perché vi è il rapporto tra Siciliani e divisa, tra l’etica del soldato e l’uomo.

“Ma questi incontri, tanto graditi al capitano, avvenivano molto di rado. Tutti ormai sapevano di quel corpo di guardia a Colimbètra, e ne ridevano o se n'indignavano.
Il Papa in Vaticano con gli Svizzeri; don Ippolito Laurentano, nel suo fèudo con Sciaralla e compagnia!  E Sciaralla, che dentro la cinta di Colimbètra si sentiva a posto, capitano sul serio, fuori non sapeva più qual contegno darsi per sfuggire alle beffe e alle ingiurie.  Già cominciamo che tutti lo degradavano, chiamandolo caporale. Stupidaggine! indegnità! Perché lui comandava ben venticinque uomini e bisognava vedere come li istruiva in tutti gli esercizii militari e come li faceva trottare. E poi, del resto, scusate, tutti i signoroni non tengono forse nelle loro terre una scorta di campieri in divisa?  Veramente, dichiararsi campiere soltanto, scottava un po' al povero Sciaralla, che «nasceva bene» e aveva la patente di maestro elementare e di ginnastica. Tuttavia, a colorar così la cosa s'era piegato talvolta a malincuore, per non essere qualificato peggio. Campiere, sì. Sciaralla è a capo dei guardiani delle terre coltivate, denominati appunto campieri. Campiere capo.
-Caporale?
- Capo! capo! Che c'entra caporale? Ammettete allora che sia milizia?
Di chi? come? e perché vestita a quel modo? Sciaralla si stringeva nelle spalle, socchiudeva gli occhi: 

- Un'uniforme come un'altra. Capriccio di Sua Eccellenza, che volete farci?
Con alcuni più crèduli, tal'altra, si lasciava andare a confidenze misteriose: che il principe cioè, mal visto per le sue idee dal governo italiano, il quale - figurarsi! - avrebbe alzato il fianco a saperlo morto assassinato o derubato senza pietà, avesse davvero bisogno nella solitudine della campagna di quella scorta, di cui egli, Sciaralla, indegnamente era capo. Restava però sempre da spiegare perché quella scorta dovesse andar vestita di quell'uniforme odiosa  - Boja, piuttosto!- s'era sentito più volte rispondere il povero Sciaralla, il quale allora pensava con un po' di fiele quanto fosse facile al principe il serbare con tanta dignità e tanta costanza quel fiero atteggiamento di protesta, rimanendo sempre chiuso entro i confini di Colimbètra, mentre a lui e ai suoi subalterni toccava d'arrischiarsi fuori a risponderne.  Invano, a quattr'occhi, giurava e spergiurava, che mai e poi mai, al tempo dei Borboni, avrebbe indossato quell'uniforme, simbolo di tirannide allora, simbolo dell'oppressione della patria; e soggiungeva scotendo le mani:
- Ma ora, signori miei, via! Ora che siete voi i padroni... E' un lavoro come un altro.  Lasciatemi stare! È pane. Dite sul serio?  Gli volevano amareggiare il sangue a ogni costo, fingendo di non comprendere che egli poi non era tutto nell'abito che indossava; che sotto quell'abito c'era un uomo come tutti gli altri costretto a guadagnarsi da vivere in qualche porca maniera. Con gli sguardi, coi sorrisi, componendo il volto a un'aria di vivo interessamento ai casi altrui, cercava in tutti i modi di stornar l'attenzione da quell'abito; poi, di tutte quelle arti che usava, di tutte quelle smorfie che faceva, si stizziva fieramente con se stesso, perché, a guardar quell'abito senza alcuna idea, gli pareva bello, santo Dio! e che gli stésse proprio bene; e quasi quasi gli cagionava rimorso il dover fingersi afflitto di portarlo.”
[3]

Queste pagine straordinarie di Pirandello lasciano intravedere l’immagine del marziale  Sciarella tra i Siciliani, costretto con una menzogna a giustificarsi definendo il mestiere del soldato una porca maniera di  buscarsi il pane.



[1] Vedi sottolineatura:  (L’Illusione PARTE SECONDA CAPITOLO OTTAVO Pagina 169)

[2] I vecchi e i giovani di Luigi Pirandello – La Biblioteca Ideale Tascabile giugno 1995 Editoriale Opportunity Book S.r.l. Milano pagine 14 e 15.

[3] I vecchi e i giovani di Luigi Pirandello – La Biblioteca Ideale Tascabile giugno 1995 Editoriale Opportunity Book S.r.l. Milano pagina 16

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lunedì, 30 novembre 2009
(PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 328)
 
“Non era parsa mai donna, né di corpo né d'anima. Quando, bambina, le sue compagne parlavano di vesti e di svaghi, ella enumerava i feudi di casa Francalanza; non comprendeva il valore delle stoffe, dei nastri, degli oggetti di moda, ma sapeva, come un sensale, il prezzo dei frumenti, dei vini e dei legumi; aveva sulla punta delle dita tutto il complicato sistema di misurazione dei solidi, dei liquidi e delle monete; sapeva quanti tarì, quanti carlini e quanti grani entrano in un'onza; in quanti tùmoli si divide una salma di frumento o di terreno, quanti rotoli e quanti coppi formano un cafisso d'olio... A quel modo che, fisicamente, gli Uzeda si dividevano in due grandi categorie di belli e di brutti, così al morale essi erano o sfrenatamente amanti dei piaceri e dissipatori (…) o interessati, avari, spilorci, capaci di vender l'anima per un baiocco , (…)”
 
Viene focalizzata in questa parte la figura di donna Ferdinanda, la zitellona. Per lei non fu necessario il convento, perché già si era inflitta una missione: “l’interesse”! Lei sorella del principe Giacomo XIII, apparteneva agli Uzeda brutti. Era riuscita nella sua indipendenza e in quanto donna, e per l’epoca è sorprende che non sia finita ospite fissa dentro qualche parente e inattiva. De Roberto nel suo disprezzo smanioso di attrazione verso l’aristocrazia forse per la sua doppia natura, per il padre[1] senza alcun titolo nobiliare e per la madre[2] nobildonna catanese, da una immagine autentica, da osservatore diretto, perché frequentatore degli ambienti aristocratici della parentela materna. Vi è pure una aggiunta di critica abbastanza inviperita, a volte con punte di crudeltà, dovuta a una sicura presa freddezza forse dimostrata da questi per un probabile matrimonio tra l’Autore e una di quelle parenti. Un po’ come la volpe e l’uva, direbbe la zitellona. Donna Ferdinanda sembra così viva e vera che De Roberto si sia sicuramente imbattuto e contrastato con lei nella sua vita reale. Non ho dati biografici tali da affermare ciò con sicurezza sono solo delle ipotetiche supposizioni. Questa figura, quasi maschile, dura, con il rigetto del femminile, che s’impose a cospetto di tutto e di tutti economicamente, è sicuramente per un certo verso antistorica, ma ben piantata geograficamente in una Catania industriosa e non burocratica come Palermo. Ha iniziato con il piatto, una piccola rendita di sussistenza data dal padre durante il fedecommesso, sessant'onze annuali. Le bastarono per realizzare il suo sogno di divenire ricca. E chi le consigliava prudenza, lei rispondeva che i suoi soldi non correvano rischi solo“chi presta senza pegno perde i denari, l'amico e l'ingegno”. Così fredda a qualsiasi pianto e preghiera eseguiva con scrupolo il suo crudele mestiere. Va bene che l’unico libro di sua lettura, come vangelo, era il testo unicamente salvato dalla vendita della biblioteca di famiglia, per le sue fisime nobiliari: Teatro Genologico delle Famiglie Nobili, Titolate, Feudatarie, & Antiche Nobili, del Fidelissimo Regno di Sicilia, viventi ed estinte, del Signor Dottore D. Filadelfo Mugnose  [3]faceva già troppo, poiché essendo una «porcheria» per le donne della sua casta, al principio del secolo, sapere di lettere, ella aveva appreso a legger da sé, pei bisogni delle sue speculazioni”. Anche questo aspetto la rendeva diversa oltre il suo unico scopo: l’interesse! Un esempio della sua crudeltà è raccontato come riuscì ad ottenere la casa dove abitava. 1849 erano tornati i Borboni in Sicilia e i Patrioti Siciliani che avevano fatto la rivoluzione indipendentista caddero in disgrazia. “Ella aveva dato certe mille onze al cavaliere Calasaro, il cui figliuolo, complicato nella rivoluzione, era stato costretto a prendere le vie dell'esilio. Il padre, spogliatosi ed esaurito tutto il suo credito per non fargli mancare nulla, non poté, alla scadenza, soddisfare donna Ferdinanda.”[4] La quale non accettò ne prorogare, ne suppliche del povero cavaliere in ginocchio, il quale offrì una delle sue proprietà che l’aggradavano maggiormente. Lei lo incravattò pretendendo la casa di abitazione ad un prezzo inferiore del suo autentico valore. Quella casa aveva un valore particolare per lei per l’altra sua fisima: la nobiltà. E quella era la casa dei Casalaro di “mastra antica”,  posta ai Crociferi, nel vecchio quartiere della nobiltà. Il figliolo rivoluzionario si trovava esiliato a Torino e chiedeva soldi, il povero cavaliere Calasaro ovviamente avversato dai Borboni ha dovuto cedere. Basta leggere attentamente per trovare in queste pagine la vera storia del Popolo Siciliano, che ha lottato, ha sofferto e pagato per la sovranità politica della Sicilia. Una sovranità persa totalmente con la colonizzazione piemontese. Donna Ferdinanda conosceva tutto il complicato sistema di misurazione dei solidi, dei liquidi,e delle monete ben diverso da quello che ha dovuto adottare in seguito all’“Unità”.  Come, appunto precisa Denis Mack Smith:
“I siciliani[5] erano stati abituati a un discreto grado di autonomia persino sotto i Borboni, e pochi pensavano che questa potesse ora cessare del tutto. Pochi si fermarono a riflettere sul significato che avrebbero avuto non solo una nuova moneta e nuovi pesi e misure, ma anche un sistema amministrativo e giudiziario completamente diverso, per non parlare di una lingua, che per la gente del popolo, era completamente nuova.”[6]
Anche questo cambiamento causò non pochi disagi all’attività economica dei Siciliani.  
    Un sistema monetario davvero complicato, ma così radicato in Sicilia che nemmeno non si riuscì ad eliminarecon la legge monetaria N.° 1176 del 20 aprile 1818 e il successivo decreto N.° 1908 del 6 marzo del 1820 in vigore dal 1° gennaio 1821 dove si stabilì che il sistema monetario venne unificato in tutti i territori del Regno delle Due Sicilie, abolendo la monetazione siciliana in onze[7] e tarì[8]. In pratica il Popolo Siciliano per la tenuta continuò a usare l’onza[9]. Non solo, possiamo benissimo dire che nel periodo contestuale del romanzo circolassero ancora le onze d’oro o tarì d’argento siciliani coniati a Palermo, perché nel Regno delle due Sicilie erano attive due zecche, quella di Napoli e quella di Palermo.[10] Poi nel 1758 la zecca siciliana fu chiusa. Riassumento in un’onza[11] entrano 30 tarì, 60 carlini[12] 600 grana, 3600 piccioli[13].   pari 450 euro circa di oggi,
        Ora vediamo donna Ferdinanda e la sua conoscenza sulle misurazioni, lei sapeva perfettamente  in quanti tùmoli si divide una salma di frumento o di terreno. Che cosa è un tumolo? In siciliano dicesi tumminu[14] (plurale tummina) è un recipiente di forma cilindrica che può contenere all’incirca 20 Kg di aridi. I Siciliani per misurare la superficie di un apprezzamento di terra mettevano in considerazione il numero di tummina di frumento che servivano all’occorrenza per seminarlo, in altri posti era la quantità di terra dalla quale un tomolo di grano si poteva raccogliere. Il tumolo per tale misurazione veniva considerato di 20[15] Kg di frumento corrispondente a quattro munnedda[16] (mondelli). La sarma (salma) è composta da 16 tummina composta da 320 kg. Ora con ogni tumminu (20 Kg. di frumento) si può seminare una superficie pari a 2.143,59 mq[17]. Nella città di Catania nei paesi limitrofi è variabile da comune a comune.
. Così facendo il calcolo (2143,59 x 16) che per ogni sarma si può seminare una superficie di 34297,44 mq. Ancora oggi tra i contadini non vengono usate le misure ufficiali, quinti un ettaro[18] di terreno equivale a nove tummina circa. Quinti donna Ferdinanda sapeva che per una salma di frumento di terreno ci vogliono 16 tùmoli. Da considerare che il terreno era in stretta corrispondenza con la sua qualità produttiva. Negli atti di vendita dei terreni si dava spesso preferenza ai riferimenti di confini, a quelli cardinali e pure all’estensioni perimetrali. [19]
Donna Ferdinanda sapeva: quanti rotoli e quanti coppi formano un cafisso d'olio... Un cafisso (in siciliano: cafisu[20]) è pari a 10 rotoli in kg. 7,93(per difetto), variabile secondo le zone da 9 a 16 litri d’olio; un coppo è pari quasi ad un rotolo. Il rotolo è la quantità dell’olio d’oliva che contiene il quartuccio, un ventesimo di palmo cubo alla temperatura media di 64° Farhenheit [21]. Il rotolo è la pesiera borbonica, in siciliano “rotulu ruttu”, significando il rotolo borbonico frazionato nella pesiera completa di 7 "vasetti", i cui pesi, in once, sarebbero: 1/8, 1/8, 1/4, 1/2, 2, 3, 6, per un totale di 12 once.Il totale sarebbe, così, 30 once, ossia un rotolo.Un'oncia  è pari a 26,447 gr.[22]
Come si è visto la Sicilia da micro continente qual è non solo differenziava dal resto del mondo nel suo sistema di misura, ma anche nello stesso territorio. [23]
Per il piacere della curiosità, la Sicilia fino al 1893, anno in cui l’Italia entrò nella Convenzione Internazionale dei Meridiani[24] aveva pure un fuso orario diverso. L’ora di Palermo veniva misurata dal meridiano che passava dall’osservatorio astronomico sopra il Palazzo Reale, pertanto anche le ore delle città siciliane differenziavano rispettivamente dei minuti corrispondenti dall’ora ufficiale. Il primo gennaio del 1801 proprio in questo osservatorio astronomico di Palermo, Giuseppe Piazzi[25] dedicò alla padrona pagana della Sicilia, la Madre Terra Cerere, la scoperta del pianeta tra Marte e Giove. Pertanto chi metteva piede in terra di Sicilia doveva spostare le lancette dell’orologio indietro dall’ora solare di 6 minuti e 36 secondi. I proletari Siciliani intanto misuravano la loro giornata lavorativa con lo spuntare e il calare del sole. E la loro giornata finiva con il vespro e iniziava con il sorgere del sole. Mentre era chiamata “ora di Francia” oppure “ora di Spagna” l’attuale.
Ritornando alla sapienza di donna Ferdinanda, sia per le sue fisime nobiliari sia per l’uso continuo delle misure da vera sensale, contrariò la povera Matilde Palmi di Milazzo. Famiglia che nemmeno viene nominata nel Mugnòs, pertanto, la tremenda zitellona,  ridicolizzava quel nome: “Una Palmi di Milazzo!... Palmi? Donna Ferdinanda non la chiamò mai con questo nome; ma ora Palma, ora Palmo, e le diede come “arma parlante” ora la mezza canna, che conta appunto quattro palmi, con la quale i rivenduglioli misurano la cotonina; ora due palme di piedi, che tra quella gente dovevano esser villosi, da quei contadini che erano.” Un palmo misura 26 centimetri e una canna 2 metri e 6 centimetri tale misura è indicata nella lapide del 28 aprile 1862 posta a Palermo in via Schiavuzzo angolo Piazza Rivoluzione. Nell’araldica l’arma parlante è appunto  quella immagine che richiama per lo più il nome. Come appunto la mezza canna misurava quattro palmi.
 


[1] Federico senior, ex ufficiale di stato maggiore del Regno delle Due Sicilie.
[2] Marianna Asmundo
[3] PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 331
[4] Pagine 329 e 330
[5] Come potete notare Denis Mack Smith scrive nel suo libro siciliani minuscolo mentre Borboni, maiuscolo, a volere sottolineare la non considerazione dei Siciliani in quanto Popolo, caratteristica e qualità che attribuisce ai Borboni.
[6] STORIA DELLA SICILIA Medievale e Moderna di Denis Mack Smith Editori Laterza – Bari 1971 – Pagina 595
[7] Oncia è un’unità di misura introdotta dai Greci che indica la dodicesima parte, Comunemente s’intende la parte più piccola. Corrispondente a 26,44 g.
[8] Etimologicamente proviene dall’arabo e significa fresco di conio.
[9]Nel1861 venne considerata pari a 12,75 lire. Il ducato - che equivaleva a un terzo dell'onza - venne considerato pari a 4,25 lire. Ogni ducato si suddivideva in 100 baiocchi. La sterlina equivaleva a 54 tari (5,4 ducati), il dollaro a 1,25 ducati sino al 1853 e a 1,22 ducati successivamente. La moneta fuori dal territorio siciliano, straniera, veniva chiamata baiocco..
[10] Interessante per l’argomento consultare: NUMISMATICA CONTEMPORANEA SICULA – Le monete di corso sino al 1860 di Giacomo Majorca - Brancato Editore San Giovanni La Punta Catania 1999
[11] Un’onza siciliana nel 1826 valeva 3 ducati in oro, titolo 996/1000 (23,90 carati)peso grammi 3,78 (peso nominale di acini 85). Fonte: www.girgenti1820.it consultata nel 15 novembre 2009 ore 8,13.
[12] Col dispaccio del 17 agosto 1735 (Carlo III) e poi con la legge del 29 dicembre 1745 si ordinò che il carlino napoletano risultasse pari al tarì siciliano.
[13] Piccoli o denari.
[14] Il termine tumulo proviene dal latino "tumulus" che vuoi dire rialzo. Ma il termine siciliano tumminu proviene dall’arabo “thurnm".
[15] Questa misura cambia da zona a zona della Sicilia, da un peso di 14Kg circa a 17Kg. circa.
[16]Proviene dall’astratto "mudd" che significa "quantum duabus manibus coniunctis extensique api potest", cioè "quanto può prendersi con due mani unite ed aperte".
[17] 21,4359 are.
[18] 10.000 mq
[19] Nella provincia di Agrigento, l'unità storica locale di misura della superficie usata in agraria è il tomolo. Il valore del tomolo è variabile da comune a comune; nel capoluogo corrisponde a 24,4427 are, ossia a 2.444,27 .
[20] E’ un termine antichissimo, portato in Sicilia forse da gli Arabi, è una antica misura persiana proviene da kafiz.. Rappresenta un vaso di misura d’olio, che ha diverse capacità secondo le varie località. Il cafisu di Palermo è uguale a 16 litri. (Vocabolario SICILIANO-ITALIANO  di Antonino Traina – Edizione REPRINT s.a.s. Milano dicembre 1991 stampato dalla Poligrafica Marotta &C s.r.l. Napoli)
[22] Tale valore stabilito dal Codice metrico siculo del 1809: precedentemente l'oncia sicula coincideva con quella di Napoli.
[23] Gli anziani di Siculiana mi hanno riferito queste misure: Na vutti è quantu 9 vestii. Na vestia quantu 2 varlira ca sunnu 65 litra. Na vestia è qunatu 5 lanceddi; na vutti quantu 45 lanceddi e na lancedda è 13 litra.
[24] Stabilì come Ora Base è assunta quella del Meridiano di Greenwich (GMT = TU), Meridiano Centrale del Fuso Orario, o che viene aumentata o diminuita gradatamente di un numero intero di ore nei fusi successivi.
[25] Giuseppe Piazzi (Ponte in Valtellina, 16 luglio 1746 – Napoli, 22 luglio 1826) è stato un presbitero e astronomo italiano.
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domenica, 29 novembre 2009
(PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 327)
 
“ (…) ora don Blasco era borbonico sfegatato e Padre Dilenna, al Quarantotto, aveva fatto galloria con gli altri liberali per la cacciata di Ferdinando II. L'anno dopo, don Blasco aveva ottenuto la rivincita; ma Dilenna gli fece più tardi mangiar l'aglio quando, in previsione della vacanza del priorato, sostenne Lodovico Uzeda, mentre don Blasco in persona aspirava a quell'ufficio!”
 
Padre Dilenna è il cugino di Matilde, che andrà in sposa  a Raimondo, figlia del barone Palmi,di Milazzo,indipendentista della Patria Sicilia, liberale, aveva preso parte attiva alla rivoluzione del quarantotto così che al ritorno dei Borboni ha dovuto esiliare a Malta, come tanti altri compatrioti Siciliani. Per l’appunto anche Padre Dilenna è stato di idee indipendentiste e liberali, tanto da avere festeggiato per la cacciata di Ferdinando II. Come sappiamo non appena un anno e vi fu la ripresa borbonica, con grande soddisfazione di Don Blasco. In una ricerca su i palazzi signorili e le location letterarie a Milazzo del romanzo L’Illusione hanno permesso di identificare nella realtà la figura del barone Palminell’indipendentista liberaleStefano Zirilli il quale possedeva terre a contrada Gelso ed al Capo, alla Rocca, oggi Villa Ella.La sua attività politica di patriota siciliano, sia a Milazzo che nelle zone limitrofe fu significante. Ecco che la figura di Padre Dilenna viene fortemente legata alla propria famiglia sia politicamente, sia per trarne gli interessi. Vorrei precisare la posizione politica dei due frati benedettini in completa opposizione, riflesso della passionalità partecipata. Il Popolo Siciliano tutto è stato coinvolto nella grande fase storica che poteva segnare un riscatto della propria Patria per la sovranità. Dopo l’Unità (piemotizzazione) sono state le varie operazioni di forza e violenza oppressive che determinarono per i Siciliani, per alcuni la fuga per altri il giogo e per una esigua minoranza il compromesso nell’alleanza di potere per il potere. Da questi pochi è nata la nuova classe politica e i mafiosi. Il convento benedettino è lo scenario preferito di De Roberto per  eventi politici determinanti ed eclatanti, come vedremo in seguito.
 
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giovedì, 26 novembre 2009
(PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 324)
 
“La tradizione di famiglia, mantenuta fino al 1812 dall'istituzione del fedecommesso, (…)”
La tradizione di famiglia era che solo il primogenito prendesse moglie, ma la principessa Teresa ruppe con il passato trovando moglie al secondogenito Raimondo, prima ancora del primogenito Giacomo. Come precedentemente si è notato il riguardo preferenziale verso Raimondo. Donna Teresa, grande stratega, riuscì a trovare partito a Raimondo con le caratteristiche che più la soddisfacevano. Prima fra tutte doveva essere né di Catania e nemmeno delle vicinanze, come Palermo, Messina e magari del Continente, poi per delle sue fisime doveva essere orfana di madre. E così fu il benedettino, amico di don Blasco, “Padre Dilenna di Milazzo, fermò la sua scelta sulla figlia del barone Palmi, cugina del Cassinese”. Rimaneva Giacomo che ancora a 25 anni non era sposato, gli comandò la figlia del marchese Grazzeri. Così a poca distanza furono celebrate le nozze di tutt’e due. L’albero genealogico degli Uzeda, in via tutta eccezionale aveva due rami di cui uno storto che avrebbe fatto concorrenza al diritto. Sappiamo con l’eredità come andrò a finire, per l’appunto divisa in due. L’istituzione del fidecommesso ha origine nel diritto romano, e nell’epoca feudale, consentiva alle famiglie di mantenere intatto il patrimonio e così la potenza stessa lasciando in eredità al primogenito che era l’unico a sposarsi. Nella Costituzione Siciliana del 1812 al Capo V DELL’ABOLIZIONE DE’ FEDECOMMESSI[1]nei punti 6 e 7 leggiamo:
6 Ciò che attualmente posseggono gli ultrageniti, sia per ragioni di vitamilizia, di dote di paraggio, di quote di fedecommesso regolare, e per qualunque altra causa; l’abbiano in piena proprietà perpetuamente, e con titolo libero: l’abbiano ancora se loro aggrada, in terre; perciocché, venuta meno quell’assurda e barbara indivisibilità di poderi alla maniera feudale informati, non v’ha ragione per cui il secondogenito non debba avere in gleba la sua parte.
7 Dal giorno della Real Sanzione della legge sull’abolizione de’ fedecommessi, ciascuno resterà libero amministratore e dispositore de proprii beni. Alla sua morte si osserverà per la legittima dei figli quanto viene prescritto dal diritto comune; ma questa osservanza avrà luogo sino alla pubblicazione del nuovo codice, nel quale saranno stabiliti gli opportuni regolamenti.
Quinti oramai così aboliti, donna Teresa, trasgredisce la tradizione ma non la legge.


[1] Carlo Cottone, Principe di Castelnuovo, nato a Palermo, 30 settembre 1754 dove morì il 24 dicembre 1829,  ha avuto il merito principale di questa legge con l’approvazione della costituzione il 19 luglio del 1812. Trovò sfavorevoli i baroni siciliani all’abolizione dei Fedecomessi, compreso il principe di Belmonte Giuseppe Ventimiglia.
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mercoledì, 25 novembre 2009
(PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 323)
“… la principessa aveva riposto tutto il suo affetto, un affetto cieco, esclusivo, irragionevole, sopra Raimondo.”
 
L’affetto della principessa madre per Raimondo è spiegato con tre coordinate: cieco, esclusivo, irragionevole. In questo rapporto traspare quello dell’Autore con la propria madre. Però questo rapporto è solo un algoritmico del rapporto reale, perché è troppo restrittivo limitarsi al condizionamento psicologico della vita reale dell’Autore. Per potere avere una analisi più completa dovremmo mettere in considerazione, quali delle condizioni animano il personaggio madre. Ad esempio se il personaggio madre è come lui avrebbe voluto fosse la madre, oppure ha solo una delle caratteristiche della madre reale, o come potrebbe essere in questo caso in analisi, la condizione relazionale dell’Autore con la propria madre.  Capisco che può sembrare semplice sofismo, ma uno scrittore può essere condizionato più o meno dei fatti reali, ma nello scrivere ogni condizione può servire ad arricchire la sua opera e non ad una menomazione. Nelle lettere di De Roberto con la madre esce fuori questa figura predominante di lei. Federico De Roberto a solo undici anni si vede privato dalla figura paterna, come abbiamo visto scomparso in circostanze imprevedibili. La madre assume un ruolo dominante e carica sul proprio figlio la figura maschile della casa. Questo suo ruolo influenza le scelte positivistiche maschiliste[1] nelle caratteristiche delle trame letterarie. Ma lui era già evaso da questa prigione della madre fatta con sbarre e cancelli d’amore, proprio quando ha realizzato tutto il Ciclo degli Uzeda. Pertanto i nove anni di fuga da Catania di De Roberto, dal 1888 al 1897, a Milano, sono stati meno influenzati dalla figura materna. Intanto non ravviso vendetta nei personaggi madre in tutta la trilogia. Solo caratteristiche come in questo caso con la principessa Teresa. La figura materna nel-L’Illusione di Teresa, figlia di Raimondo, personaggio principale, è completamente all’estremo opposto della madre dell’Autore, essendo completamente staccata, disinteressata dal proprio figlio. Mentre Chiara è la madre attaccata e permissiva ad un figlio che non è il suo, ma di suo marito, un bastardo figlio della serva, causa gli insuccessi perpetrati nelle varie gestazioni. Il suo grande amore per il marito, la sua voglia immensa di essere madre, della sua genitura la porta a questa soluzione difficile. Nel-L’Imperio la madre di Federico Ranaldi ha la missiva di chiedere la mano della pura e bella Anna Ursino. Finisce proprio qui Il Ciclo degli Uzeda. L’Autore non riesce più ad andare avanti. Non sappiamo cosa risponde al personaggio Federico la madre. E’ una madre idealizzata ed infinita, rimasta in quella realtà virtuale in una sospensione temporale, mentre nella realtà la madre di Federico, l’Autore, è già morta.
         Cosa lo ha fatto ritornare a Catania? Oltre il richiamo della madre, il quale poteva anche resistere come ha fatto per tutto il tempo, secondo me, la sconfitta nel campo letterario ha determinato il ritorno come una ritirata dal campo di battaglia della vita, una arresa senza condizioni. Proprio questo mancato successo lo ha indebolito psicologicamente, lo ha reso vulnerabile al dominio materno e al mondo tutto. Questa arresa condiziona anche la produzione letteraria incline all’ossessività di riscontri, senza più quel coraggio eroico della produzione del Ciclo degli Uzeda. [2] Opera troppo avanti con i tempi sia per i contenuti scomodi (a tutti!) sia per lo stile letterario sperimentale, ma dal mio modo di vedere straordinariamente efficace. De Roberto è stato cosciente fino all’ultimo del danno che gli aveva causato la madre e proprio nel 1908 trovatosi a Roma scrive una lettera di accusa precisa alla madre: [3]“Tu mi dici di pensare alla mia vecchia mamma, ed io vi pensai il giorno che rinunziai alla vita di Milano, ma bisognerebbe che anche tu pensassi al tuo vecchio figlio. Dicono che per le mamme i figli sono sempre bambini, e questa è l’origine di tanti nostri guai, miei e di Diego. Io sono un ragazzo vicino a compiere cinquant’anni; ed a cinquant’anni, nello stato di avvilimento intellettuale e di abbattimento nervoso in cui mi sono ridotto, è una cosa terribile non avere neppure in casa un poco di libertà e di quiete...”. Sono parole per un certo aspetto terribili, che avrebbero trafitto la madre più granitica di tutti i tempi. Eppure questa spietatezza per la loro tagliente verità non la troviamo né nelle sorti né nei fatti di tutto il Ciclo. Questo amore materno “esclusivo” verso uno dei figli, non è caratteristica solo letteraria si riscontra spesso e volentieri nella vita reale. E veramente “irragionevole”, è uno di quei meccanismi psicologici che andrebbero approfonditi in una analisi della madre, forse senza trovare lo steso spiegazioni. Il fatto rimane la madre ha la preferenza per uno dei figli e se le fosse chiesto: quale figlio preferisci? non lo confesserebbe mai, la sua risposta sarebbe: per me sono tutti uguali! La realtà è nell’evoluzione della specie, un istinto naturale, diciamo animale, lo stesso che muove l’innamoramento verso un uomo che lo crede opportuno e vincente accoppiare i propri geni, così da quella genitura avvantaggia il più vincente. Lo stesso come una gatta che non ha latte abbastanza seleziona i cuccioli più forti e reprime i più deboli. In questo caso la principessa Teresa ha preferito Raimondo ritenendolo vincente nei confronti degli altri e magari riscontrando in risalto parte del corredo cromosomico della propria famiglia dei Risà. Semplici supposizioni rimanendo in tema con il positivismo dell’epoca e il darwinismo in foga. Oggi alcune università e studiosi cercano d’indagare scientificamente su questa caratteristica e proprio la conferma dell'importanza di questa scelta tra i figli che una madre non confessa è stato un sondaggio condotto da un sito internet britannico, specializzato in problemi della maternità,il netmums.com.


[1] Lombroso.
[2]Ecco le opere: La morte dell’amore, L’amore, Gli amori, La storia dell’amore, Come si ama, Le donne, i cavalier
[3] Tratta da: “I Viceré” di Federico De Roberto di Simonetta Agnello Hornby Fondazione Feltrinelli pagina 7
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martedì, 24 novembre 2009
 (PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 320)
 “S’ha da fare così per forza, perché è scritto nella legge: perciò questa parte si chiama legittima…”
 
Questa frase viene pronunciata dalla serva donna Vanna, la quale parteggiava per le signorine. Così come sosteneva l’avversione al matrimonio di Chiara, ora sosteneva e fomentava il matrimonio di Lucrezia, demolendo una per una le opposizioni della padrona. La principessa madre asseriva che Lucrezia era brutta, (l’Autore chiarisce che lo era veramente), per la madre era malaticcia ed era povera perché tutto era dei fratelli, donna Vanna, mentre la pettinava smentiva ogni cosa con una bellissima similitudine. Le faceva notareCom'è ben formata Vostra Eccellenza!... Sembra una palma!... E queste trecce! Corde di bastimento!” E poi il colpo determinante a fare cadere qualsiasi fisima: “Ha da trovarsi uno che se la godrà!...”  Non era vero che era povera perché toccava la legittima. Donna Vanna sposava la tesidi don Basco. La cognata aveva convinto il marito Consalvo VII  a firmare un testamento dove dichiara che il suo patrimonio era distrutto e ai figli non lasciava niente cose da far recere i cani!... Invece secondo il monaco benedettino le cose sono andate diversamente perché non sono state calcolate esattamente le rendite dei feudi, ed era impossibile che sono servite solo per il fabbisogno quotidiano, quinti la manovra della cognata principessa doveva essere screditata con una azione di tutti i figli colpiti, come le sorelle: Lucrezia,  Chiara e il babbeo Ferdinando accontentato con il poderedelle Ghiante. Don Blasco voleva impiantare una lite che se fosse stata accesa sarebbe durata anni e anni da erede ad erede, come tante e tante che ve ne sono nei casati siciliani tuttora ravvivati da carte bollate e appelli vari[1].
L’attenzione della signorina Lucrezia non era rivolta a questi particolari di carattere legale, ma quando donna Vanna alludeva alla sua femminilità e quando poi incominciò a parlarle di Benedetto Giulente, come la guardasse, così le seminò quell’interesse che piano piano divenne “amore”. La grande artefice di questa passione, la serva, accese anche nel giovane l’interesse portando i saluti di lei, creando quel collegamento utile a fare prendere fuoco e fiamme quell’interesse tra i due. E così fu. Tra l’altro i Giulente, già da tempo sposavano nobili anche squattrinate per dare alla loro antica famiglia quel tanto di nobiltà che ancora non avevano avuto riconosciuta. E ad imitazione delle famiglie nobili solo uno dei Giulente poteva prendere moglie e gli altri rimanere scapoli.
 “Nondimeno tutto era andato egualmente al primogenito: don Paolo, il padre di Benedetto, era ricchissimo, mentre don Lorenzo non possedeva un baiocco: per questo, forse, trescava coi rivoluzionari. Benedetto, un po' per l'esempio dello zio, un po' pel soffio dei nuovi tempi, faceva anch'egli il liberale; teneva moltissimo alla sua nascita, ma combattendo la bigotteria della nobiltà — quando la volpe non arriva all'uva! gridava la zitellona — e per questi suoi sentimenti, quantunque tutta la sostanza del padre dovesse un giorno spettargli, studiava per prendere la laurea d'avvocato.”[2]
Questo zio Lorenzo, il quale sposa la causa indipendentista forse come don Blasco la vita monacale, meglio ancora come un cavaliere di ventura contro il destino assegnato da altri, in questo caso dalla sua famiglia. Per Benedetto è diverso, lui sente il tempo nuovo che si avvicina, ed è dovuto a questo il mutamento che subirà da indipendentista quarantottista ad unitario. La sua lotta è per il potere e non per l’ideologia, per la libertà. Come vedremo in seguito.
Quale elemento è stato la variante negli episodi delle signorine Chiara e Lucrezia? L’eros! Nelle dinamiche come abbiamo visto, l’Autore inserisce i fattori di fitness che le coppie calcolano come l’aspetto meno piacevole di Lucrezia equiparato con la non nobiltà di Benedetto, oppure l’alto casato di Chiara con la sua assenza di dote accettata dal marchesino Federico. Questo a significare il concetto positivistico dell’amore in De Roberto. E l’eros è il protagonista in Chiara nella prima sera di nozze, elemento abbastanza convincente da farle cambiare totalmente opinione, tanto da essere sottolineato con ironia dalla servitù. Ed è l’eros che accende la passione in Lucrezia. Proprio le parole di donna Vanna: “Ha da trovarsi uno che se la godrà!...” vi è il massimo dell’erotismo per la vergine signorina. Asserendo l’atto passivo pertanto innocente di lei immette nella sua logica l’apertura ad una esperienza sessuale disarmante e disarmata. Questo denota in De Roberto una grande esperienza erotica, come testimoniano l’epistole con le sue varie amanti. In altre parole considerando la concezione teorica dell’Autore sull’amore, in queste due esperienze (Chiara e Lucrezia) rimane sempre una “illusione” e la sostanza è solo l’eros.


[1] Vedi famiglia Agnello di Siculiana, il palazzo signorile “Alfani” sta crollando per la mancata opera di ristrutturazione dovuta al diverbio legale tra i suoi componenti che dura da decine e decine di anni.
[2] Pagina 321
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