martedì, 16 giugno 2009

Il priore, tornato a sedere a canto a Monsignore, nel gruppo delle tonache nere, deplorava anch’egli, a bassa voce, l’iniquità dei tempi per via della legge piemontese contro le corporazioni religiose; e don Blasco, nel crocchio opposto:-Adesso fanno la guerra senza denari! Rubando la Chiesa di Cristo! E quel celebre d’Azeglio? Avete letto il suo sproloquio?..  Già vi è un senso compiuto che queste leggi hanno avuto la loro luce grazie alla tendenza e influenza politica della massoneria. Ormai è in piena simbiosi la politica di Cavour e quella massonica. Il 7 marzo del 1850 Cavour pronunzia alla Camera sul progetto di legge per l’abolizione del foro ecclesiastico e sul diritto d’esilio, fu un grande successo. LE LEGGI SICCARDI  n°1013 del 9 aprile 1850 proposta dal Guardasigilli Giuseppe Siccardi[1] sotto il governo di D’azeglio miravano a quell’ammodernamento appoggiato da Vittorio Emanuele II nel creare uno stato laico, pertanto tali leggi miravano soprattutto all'abolizione di tre grandi privilegi (foro ecclesiastico, diritto di asilo, la manomorta[2])  che il clero godeva nel Regno di Sardegna. Pertanto si voleva condurre gli uomini della Chiesa alla Giustizia laica, togliere l’impunità giuridica di coloro che chiedendo rifugio nelle chiese si sottraevano alla giustizia laica. L’interesse politico di allargare lo stato di polizia, soprattutto in quell’aria sempre più avversa dei cattolici. In ultima analisi togliere l'inalienabilità dei possedimenti ecclesiastici, la cosiddetta manomorta. E fin qui può considerarsi un ammodernamento dello Stato. Questo, a mio avviso,  fu la preparazione al disegno politico di Cavour  ispirati dalla massoneria internazionale di Francia e Inghilterra ma, principalmente, il modo come  trovare i finanziamenti per risanare sia il bilancio dello Stato sia per le opere di ammodernamento del Piemonte, che non bastarono e solo con la colonizzazione del Regno delle due Sicilie riuscì inseguito, e, infine per le strategie di politica estera e finanziarsi così la guerra di Crimea.   In questo contesto viene concepita l’asserzione di Don Blasco che adesso fanno la guerra … rubando la Chiesa di Cristo

E quel celebre D’Azeglio? Avete letto il suo sproloquio?...

Riporto qui una parte centrale del discorso di D’Azeglio che ha sconvolto la Chiesa tutta:

"Se il papa è divenuto principe per le donazioni di Pipino e di Carlo Magno, della contessa Matilde e d’altri, perché è stato tenuto perciò principe legittimo? Perché l’universale consentiva nel creder legittimo questo modo d’acquistare, nel credere quelli che donavano legittimi possessori della cosa donata; e si comprende che se l’universale avesse creduto tutto l’opposto, non solamente questo acquisto, questo principato, non sarebbe potuto durare, ma neppure sarebbe venuto in mente né agli uni di concederlo né agli altri di accettarlo. Ma le età sono mutate [...]. Si deve dunque riconoscere che l’idea sulla quale posava la legittimità del principato ecclesiastico, come di tant’altri, più non esiste [...]. Le nuove fondamenta, le sole, sulle quali ormai egli possa reggersi, sono nel diritto ammesso dal consenso universale, nel diritto comune"[3] L’impegno di D’Azeglio per l’approvazione della Legge Siccardi è stato totale in parlamento e anche fuori, pertanto sono stati tanti gli interventi scritti a tale proposito considerati dei “sproloqui” da parte degli uomini di chiesa. Il Regno di Sardegna (Cavour), non voleva incidere sulla tassazione dei beni ecclesiastici, la cosiddetta manomorta nella sua sostanza intrinseca, ma all’esproprio dei beni ecclesiastici, è questa la differenza sostanziale e le varie critiche piovute da molte parti anche non prettamente del clero. Come successivamente, Cavour (1851) nell’avvio alle riforme in campo economico riorganizzò il sistema delle imposte indirette allo scopo di accrescere il loro gettito. Ormai ispiratori della sua logica di stato erano la Francia e la Gran Bretagna e loro modello istituì una moderna imposta fondiaria, che colpiva indiscriminatamente i possedimenti terrieri: aristocratici, borghesi e non tralasciando nemmeno i poveri contadini. Fece approvare in tale pacchetto un’addizionale speciale per quei possedimenti delle associazioni religiose detta appunto  manomorta.

 Si intensificano i trattati con la Gran Bretagna e il 22 luglio 1851 ottiene un importante prestito della Banca Hambro di Londra. Dopo l’alleanza anglo francese del Piemonte, Cavour pronuncia in parlamento il 17 febbraio 1855 il discorso sul progetto di legge relativo all’esproprio totale dei patrimoni degli enti ecclesiastici che non svolgessero funzioni di istruzione e di assistenza agli infermi.    Ripete l’intervento il 23 dello stesso mese nella presentazione sotto forma della Legge Rattazzi. Il 26 aprile Cavour si dimette in contrapposizione alle direttive dell’episcopato capeggiata dal vescovo Luigi Nazari di Calabiana contro il suo progetto di legge, sapendo già che il re non era in grado di un valido sostituto. Il tentativo di Giacomo Durando[4] di formare un nuovo governo come previsto dallo statista, fallì, così Cavour rimasto in carica riprendeva la sua campagna contro le comunità religiose. Il 29 maggio 1855, superata la "crisi calabiana" il suo progetto divenne legge. Il Piemonte ha, così, la strada spianata per la piemontizzazione degli stati italici con il consenso di Francia e Gran Bretagna, la questione italiana. Il parlamento, di fatto ora ha più potere decisionale e più autonomia dalla Corona, nasce così, possiamo dire, il sistema parlamentare.  Questo iter per mettere chiarezza sull’importanza politica dell’attacco alla Chiesa da parte del Cavour. Ho trovato di grandissimo interesse il libro Difesa dello statuto piemontese …,[5] dove avviene un ipotetico dibattimento  tra un cittadino piemontese di fede cattolica e il ministro di grazia e giustizia e dell’interno Rattazzi,[6] ecco come a pagina 8 viene espresso un concetto molto moderno per l’epoca ed è attinente a mettere luce sulla nostra analisi (Il cittadino risponde a Ratazzi il quale asserisce che le ricchezze sottratte saranno distribuiti ai cittadini benemeriti in equità): “Ciò starebbe bene, qualora nel vostro progetto non si violasse la giustizia e gli altrui diritti, ne si venisse a togliere a questi per distribuire a quelli, ma daste loro del vostro. Chi prende senza giusto titolo l’altrui, quand’anche ne sia per farne un uso più utile, onesto e pio, non può sfuggire l’infame taccia di ladro; e se ciò è vero in un individuo, non lo è meno in un gran Corpo morale quale è lo Stato e la Nazione. La teoria dell’alto domino dello Stato sulle proprietà dei suoi cittadini, che certi giuristi s’argomentarono di sostenere, è un’utopia da pazzi. La nazione, che non è altro che un gran Corpo morale formato da altri Corpi minori che si compongono in un ultima analisi d’individui, non può invadere senza dispotismo i diritti delle parti di cui essenzialmente composta, e per conseguenza non può competere al suo Governo altro diritto fuor di quello di poter regolare con buone e savie leggi i diritti dei sudditi in ordine al benessere universale, e di reprimere collo stesso mezzo gli abusi, e coll’uso moderato e ragionevole della forza, che è in dovere di somministrargli la Nazione medesima.”  Nella risposta, ipotetica o reale, del ministro, continuando, si legge: “Difatti i corpi religiosi in discorso non essendo corpi attivi ed utili, ne acconci  all’indole del secolo più che mai industrie (pagina 9)  e positiva vogliono perciò essere aboliti come enti morali, lasciando però loro l’esistenza e la sussistenza individua che vien amplissimamente dal nostro progetto guarentita.”  Il dibattito va avanti per più di 250 pagine e il libro pubblicato da G. Amoso, mi sembra di una modernità sconvolgente sui temi della laicità dello Stato e sulla proprietà privata. Si menziona l’articolo 29[7] dello Statuto Albertino, dove per l’appunto esplicita che tutte le proprietà, senza alcuna eccezione, sono inviolabili.  Ma l’esigenza di Cavour, oltre a quella di cassa, è pure un esigenza politica di patto occulto con la Massoneria internazionale, più che nella visione di uno stato moderno e laico, un attacco alla Chiesa come istituzione. Per il concetto liberale e laico dello stato sicuramente vi era una conversione di idee anche da parte della stessa Chiesa. Ma sicuramente la Chiesa doveva chiudersi a riccio in forma di autodifesa nell’attacco alla sua istituzione stessa. Ed è questo l’intento di Cavour il quale preparò la stessa camera nello scegliere i deputati da eleggere. A questo proposito Una lettera scritta dal fratello  D’Azeglio Roberto al figlio Emanuele, diplomatico: [8]Da informazioni sicure siam fatti certi come a Busca e Caraglio per allettare i paesani a votare Brofferio si faceva loro credere che era un uomo eminentemente religioso, assiduo ai sacramenti, amico della pace e dell’ordine, nemico della repubblica e il più perfetto onest’uomo del paese perseguitato per causa della sua pietà e del suo realismo” Realmente Angelo Brofferio[9] era un poeta e politico anticlericale, scrittore di casa Savoia, già dal 1831 faceva parte dei Franchi Muratori della Massoneria. Questo caso è emblematico ma abbastanza chiarificatore, come asserisce anche in Risorgimento massonico[10]? Di  Angela Pellicciari[11], per capire come tramite l’inganno la massoneria riuscì a mettere i suoi uomini e a sostituire il fondamento culturale del risorgimento da religioso ad ateo da unista (confederale) a unitario (piemontizzazione). Nel saggio della Pellicciari vi è il percorso della massoneria nell’influenza politica della fase unitaria dei politici italiani. Ecco un significativo contributo: “Dal momento che la massoneria ritiene suo compito specifico tracciare la distinzione tra bene e male, quale ruolo attribuisce alle religioni positive? Praticamente nessuno. Le ritiene tutte superstizioni locali buone per il volgo, utili solo ancora per qualche tempo: il tempo necessario perché tutti gli uomini imparino a usare la ragione e cioè diventino massoni. Il luminare della massoneria francese J. M. Ragon che scrive con l’esplicita approvazione del Grande Oriente di Francia, sostiene che la massoneria apre i suoi templi agli uomini "per liberarli dai pregiudizi dei loro paesi o dagli errori delle religioni dei loro padri" e afferma che l’Ordine "non riceve la legge ma la stabilisce (elle ne reçoit pas la loi, elle la donne) dal momento che la sua morale, una ed immutabile, è più estesa e più universale di quelle delle religioni native, sempre esclusive" [Cfr. Cours philosophique et interprétatif des initiations anciennes e modernes, Parigi 1853, pp. 18, 38]. La massoneria italiana è perfettamente allineata su questa posizione. La Costituente che si riunisce nel maggio del 1863, dopo aver precisato che la massoneria "non prescrive nessuna professione particolare di fede religiosa, e non esclude se non le credenze che imponessero l’intolleranza delle credenze altrui", precisa (art. 3) che i principi massonici debbono gradualmente divenire "legge effettiva e suprema di tutti gli atti della vita individuale, domestica e civile" e specifica (art. 8) che fine ultimo dell’Ordine è "raccogliere tutti gli uomini liberi in una gran famiglia, la quale possa e debba a poco a poco succedere a tutte le chiese, fondate sulla fede cieca e l’autorità teocratica, a tutti i culti superstiziosi, intolleranti e nemici tra loro, per costruire la vera e sola chiesa dell’Umanità" [Cfr L. PARASCANDOLO, La Framassoneria, IV, Napoli 1869, p. 120].

Il D’Azeglio da cattolico parlava ai cattolici ma i contenuti erano deviati dalla massoneria, per questo suscita meraviglia nel don Blasco derobertiano. La Massoneria internazionale ormai ha deciso di cambiare ruolo non è solo di concetto ma di azione ed ha aperto la fase di condizionare i tempi è importante l’affermazione della Massoneria francese del 1853 "non riceve la legge ma la stabilisce”.  Per concludere, la Massoneria apre a tutti gli uomini liberi, per fondare una nuova chiesa che si contrappone a quella di Roma. Per fare ciò ci vuole creare nuovi miti e nuove verità, tramite una propaganda possibile solo tramite il potere, il controllo della cultura e dei mezzi di diffusione di massa. P2 apparte, l’Italia massonica quanto incide ancora oggi? A questa risposta metto solo la sigla finale di uno dei più popolari programmi della televisione: Striscia la notizia, del 2008-2009, la quale si pone al pubblico come paladina della giustizia:

 

 

PER CHI SUONA LA CAMPANELLA?

Grembiulino e vai - è un passepartout -
Ciao mammina Bye - corri in classe anche tu -
zitto che se no son guai
che goduria quante novità
obbedienza, tutto cambierà
viva il Gran Maestro che ci salverà - è unico -
cappuccini e babà - studia i numeri -
e l'abbiccì - agli esuberi -
gli Paghiamo il Taxì - tutti a casa signorsì -
quattro cinque sei e un sette più
ora è tutto ok
con i voti è un bijou
è la scuola take a way
col compasso un bel cerchio fa
sulla cattedra si è messo già
bravo il Gran Maestro che ci salverà - è unico -
cappuccini e babà
[12]

Non aggiungo altro per il momento solo che questa sigla quotidianamente è stata trasmessa con la visione di due belle donne e che in maniera occulta propaganda il messaggio massonico senza alcuna difesa degli ignari telespettatori. Questo sicuramente non è ispirato per ironizzare sulla massoneria, ma una passione da sempre da parte dei fratelli massoni di mettere in grande evidenza i loro segni per mostrare tra di loro la potenza dell’organizzazione segreta. Ma lo scopo principale è quello di immettere nella memoria collettiva i simboli della massoneria in un binomio positivo come la bellezza delle veline l’allegria dei comici e il senso di giustizia (apparente) della trasmissione. Dico apparente perché un mezzo così potente, a volte e spesso, viene utilizzato contro piccoli truffatori tralasciando i grandi. E’ lo stesso di sparare con un bazzuca ad una zanzara tralasciando l’attacco di un carro armato, facendo credere a tutti ad un atto di difesa. Per togliere ulteriori dubbi sulla volontà di propaganda da parte dell’ideatore e regista del programma Antonio Ricci[13] basta notare che la scenografia di un altro suo programma Veline in realtà è un altare massonico. Dove due colonne che simboleggiano la forza e la bellezza segnano la fiamma, che il Gabibbo[14] dice dell’arte, e che per i massoni è la fiamma di Prometeo[15]. Proprio all’ingresso, questo per togliere qualsiasi dubbio vi è una stella a cinque punti simbolo massonico per eccellenza.  Mi chiedo: per chi suona la campanella?



[1] Nato il 13.10.1802 a Verzuolo, Cuneo e morto a Torino il 29.10.1857. Conte non di nascita, di professione magistrato

[2] Manomorta proviene dal francese antico main morte. E’ un diritto feudale che indica un possesso inalienabile a terzi anche i servi della gleba, i quali erano considerati oggetto di un vero e proprio diritto dominicale di proprietà da parte del feudatario, da tale divieto si poteva essere esentati dietro pagamento di una tassa proporzionale al valore dei beni interessati da parte di chi si trovasse nel possesso dei beni stessi e fosse intenzionato ad alienarli a terzi; la tassa doveva essere ovviamente pagata al dominus da cui il vassallo o contadino dipendeva. La manomorta ecclesiastica non permetteva agli stati di ricavare nessuna tassa anche per secoli e secoli su le vaste proprietà degli enti ecclesiastici. Nella storia giuridica degli Stati Italici un primo intervento normativo è stato introdotto il primo ministro Bernardo Tanucci del Regno delle Due Sicilie tra il 1767 ed il 1776, delineando una riforma per definire meglio i rapporti  tra Stato ed enti ecclesiastici, con norme atti ad  eliminare tali privilegi feudali. Con maggiore attenzione a colpire con una tassazione gravosa le donazioni di privati ad enti ecclesiastici.  .

 

[3] Degli ultimi casi di Romagna, in Raccolta degli scritti politici, di Massimo D’Azeglio- Torino 1850, pp. 59-60

 

[4] Nato a Mondovì, il 4 febbraio 1807 – morto a Roma, 21 agosto 1894) è stato un generale e politico italiano. Fu Presidente del Senato dal 27 novembre 1884 al 16 novembre 1887. Famosa la riforma Durante sull’Ordine Militare Savoia approvata il 28 settembre del 1855.

[5] Difesa dello statuto piemontese contro il dispotismo del ministero Cavour dimostrato nel progetto, nella esposizione, nella relazione e nella discussione della legge per la soppressione delle comunità religiose ecc: dialogo fra un cittadino piemontese ed Urbano Ratazzi  Pubblicato da G. Amoso, 1855 (Originale disponibile presso la Harvard University)

[6] Nato ad Alessandria, il 30 giugno 1808 –  deceduto a Frosinone, il 5 giugno 1873 appoggiò il ministero d'Azeglio (di cui condivideva la politica ecclesiastica), avvicinandosi sempre più al Cavour dopo l'ingresso di questi nel gabinetto d'Azeglio (1850). Per sua inziativa fu varata la legge sulla soppressione delle corporazioni religiose. La sua posizione nel governo si andò però indebolendo dopo il tentativo insurrezionale mazziniano a Genova (giugno 1857) che egli non riuscì a impedire, e dopo il successo dei clericali nelle elezioni del novembre 1857.

[7] Difesa dello statuto piemontese contro il dispotismo del ministero Cavour dimostrato nel progetto, nella esposizione, nella relazione e nella discussione della legge per la soppressione delle comunità religiose ecc: dialogo fra un cittadino piemontese ed Urbano Ratazzi  Pubblicato da G. Amoso, 1855 (Originale disponibile presso la Harvard University) Pagina 16

 

[8]C. D’AZEGLIO, Souvenirs historiques de la marquise Costance D’Azeglio, Torino 1884, pagine. 380-381.

[9] Nato a Castelnuovo Calcea, 6 dicembre 1802  morto a Locarno, 25 maggio 1866.

[10] Apparso in Studi Cattolici, n. 440, Ottobre 1997

[11] Nata a Fabriano 1948. Laureata in Filosofia con dottorato in Storia ecclesiastica, insegna storia e filosofia in un liceo romano.Ha collaborato con la RAI, attualmente scrive su diverse testate e tiene una trasmissione sulla storia della Chiesa su Radio Maria.

[13] Nato ad Albenga il 26 giugno 1950.

[14] Il Gabibbo inventato da Antonio Ricci è una specie di terun genovese. Quando nasce questo termine? A chi riporta? Nasce con il navigatore e armatore genovese  Raffaele Rubattino, amico di Cavour e fornitore dei piroscafi Piemonte e Lombardo della spedizione dei mille di Garibaldi in gran segreto. Il Rubattino è tra i più grandi massoni italiani. Lo chiamiamo anche questo  un caso, e che caso!!

[15] Il mito  greco di Prometeo a che vedere appunto con la fiaccola. La leggenda narra che si recò da Atena affinché lo facesse entrare di notte nell'Olimpo e appena giunto, accese una torcia dal carro di Elio e si dileguò senza che nessuno lo vedesse. Secondo altre leggende, egli ritrovò la torcia nella Fucina di Efesto, ne rubò qualche favilla e, incurante delle conseguenze, la riportò agli uomini. Venutolo a sapere, Zeus promise di fargliela pagare. Così ordinò ad Efesto di costruire una donna bellissima, la prima del genere umano, alla quale gli dei del vento infusero lo spirito vitale e tutte le dee dell'Olimpo la dotarono di doni meravigliosi. Un parallelismo si può fare con il frutto del bene e del male della Genesi e la nascita di Eva. Il fuoco divino considerato come la promessa del Serpente di essere simili a Dio. Quinti la fiaccola di Prometeo rappresenta il libero pensiero razionale dell’uomo.

 

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domenica, 12 aprile 2009

ETIMOLOGIA DELLA PAROLA: KITIB

DI

Alphonse Doria

Kitib è un onomatopeico ironico di Kitab. Kitab è la traduzione in siciliano dell’aramaico Ketubàh. Precisamente in lingua siciliana diciamo: né kitib né kitab.  Volendo significare:  senza tante cerimonie (formalità). Ancora oggi si usa e molti lo scrivono né chitibi e né chitabi, ed erroneamente alcuni mettono davanti senza, dico erroneamente perché già il senza è nella frase stessa ed è solo un errore e non un rafforzativo. Ma cosa è il Ketubàh?  Significa ciò ch’è scritto, contratto. Era l’atto di matrimonio tra due giovani ebrei che potevano  sposarsi solo dopo aver compiuto 18 anni. In ricordo dell’Esodo dall’Egitto il matrimonio si celebrava sotto una speciale tenta (baldacchino ornato per l’occasione). L’atto di matrimonio, il ketubàh, veniva scritto da rabbino in presenza di uno scriba in ebraico ed in aramaico, per produrre gli effetti giuridici era indispensabile che un notaio doveva trascriverlo in  lingua siciliana,  tutto avveniva in una forma molto solenne. Tale atto eseguiva per quanto riguardava la legge ebraica affinché i due giovani divenivano marito e moglie ed era un autentico contratto dove venivano elencati gli oggetti dati in dote alla sposa in maniera puntigliosa uno per uno con descrizione di ognuno. Le donne ebraiche potevano praticare il commercio, curare gli ammalati, praticare varie attività quasi a parità degli uomini. E potevano chiedere anche il divorzio, riavere i beni portati in dote trascritti nel Ketubàh. La cerimonia prima della produzione del Ketubàh è molto simile a quando succedeva in Sicilia fino a gli anni ’60. Obadyah da Bertinoro[1] descrive appunto l’uscita della sposa dalla casa. Poi ella percorreva tutte le vie della giudecca a  cavallo proceduta dai bambini festosi e urlanti e gli invitati tutti a seguito a piedi diretti verso dove era allestita la tenda, oppure nella sinagoga.

           Un esempio letterario a Siculiana di quanto precisato prima lo troviamo nel libro di Stefano Bissi Sciuriddi di lu me paisi (Edizione Centro Culturale “L. Pirandello” Agrigento Palermo – 1982)[2] a pagina 111 nella poesia Peppi Nasca dove si narra di una causa alla Pretura di Siculiana tra due personaggi locali, un divertente aneddoto siculianese, ecco la quartina interessata:

Ccà pi la Liggi ‘un ci su fissa o babbi:

E’ veru o Peppi Nasca, mastrudascia,

ca, senza né chitibi e né chitabi,

pigliastivu a Maridda pi bagascia?-

L’Autore nella nota 5 a pagina 112 scrive la seguente traduzione: Né chitibi e ne chitabi – senza un motivo. Sarà sicuramente una deformazione del significato originale, però sostituendo con senza tante cerimonie, non solo il senso non cambia, ma prende ancor di più vita e autenticità, ciò è naturalmente opinabile ed è dovuto il rispetto dell’Autore. Certamente manifesta una traccia della memoria storica degli Ebrei a Siculiana. Il professore Scarcella nell’opera già citata nella nota 1 ha scritto a pagina 67:

“Nella cittadina di Siculiana non s’istallò mai una comunità ebraica, vi furono, invece. Delle momentanee presenze di commercianti giudaici, che effettuavano scambi coi mercanti locali. Soltanto qualche giudeo risulta residente nella cittadina, confuso tra la popolazione locale. Nonostante ciò la sparuta schiera semitica conservò gli elementi identificatori della sua cultura. Questi flebili ricordi storici, rilevabili in qualche istallazione, trovano segno nella Chiesa Madre, presso l’altare maggiore con un’iscrizione. Invero, ve n’è un’altra, incisa su alabastro e composta di due righe e venticinque lettere, con cui si ricorda che, “dal 1478 , Samuele, il figlio di RabbiYona, riposa in paradiso.” Vi s’esprime, infine, con il riporto delle armi dei due casati  Aragona e Castiglia, la felice unione dei due regni sotto Isabella e Ferdinando I. L’incredibile comportamento di quest’accoppiata infima di bestie umane non è possibile identificarla con altri personaggi se non direttamente con il loro figlio putativo, l’esclusivo Adolf Hitler. Nella Chiesa Madre fu scoperta una solitaria tomba. Sono riportate, inoltre, nel santuario alcune scene bibliche interessanti, sculture  egregie d’artisti del XV secolo, ascrivibili a valente mano d’uno scultore ebraico. Trattasi d’un fatto eccezionale, che va rimarcato per la singolarità dell’episodio. Nessun’altra scultura d’autore giudaico è riscontrabile in qualsiasi altro paese. La difficoltà d’interessamento d’un ebreo all’arte della scultura è intrinseca alla sua cultura religiosa. Infatti, la Bibbia esprime contrarietà sulle riproduzioni dei volti umani maschili e femminili. Tutto questo scaturiva dal pericolo che il popolo potesse incorrere nell’idolatria, magari con la rappresentazione di Dio, di cui l’ebraismo vietava finanche la pronuncia. Tutto il tempio gode in ogni sua parte d’una commissione artistica di diversa provenienza, da cui deriva una pregevole sintesi culturale tra la civiltà cristiana e quella giudaica.”

Come si evince ci sono diverse inesattezze sia di posizionamento del sarcofago che di altro, ma questo richiamo nel libro è meritevole per avere espresso la singolarità delle otto formelle in alabastro rosso posizionate nel battistero della Chiesa Madre di Siculiana.

               Ora grazie all’opera di promozione dell’Associazione Pro Loco di Siculiana, dove io opero, il sarcofago e le otto formelle sono già meta turistica di molti gruppi di visitatori. Ecco come ho descritto personalmente in una di queste visite alla Chiesa Madre, precisamente come da relazione del 19 agosto 2007[3]:

 Il battistero è una cappella a pianta rotonda nel lato sinistro della navata non appena il primo altare. Contiene otto colonne di stucco alla parete dove si aprono nicchie incavate ad ornamento. Nelle nicchie vi sono diversi simulacri: San Calogero, l’Addolorata, Santa Lucia, Santa Agnese(?). A centro vi è un tempietto quadrangolare coperto da un volta sostenuta da quattro pilastri lignei dalle colonne raddoppiate, opera del maestro Mariano Musso di Chiusa costruito nel 1848 destinato per la vara del SS. Crocifisso. A centro del tempietto su una lastra di marmo sostenuta a sua volta da un pilastro con spirali ai quattro lati vi è la vasca battesimale di forma rettangolare di marmo bianco con venature rossastre, monolitica. Il lato che si presenta al visitatore mostra due stemmi gentilizi che intaccano le cornici ed una scritta di 25 consonanti ebraiche tradotte da monsignore Benedetto Rocco dopo la segnalazione del professore Paolo Fiorentino. La traduzione: “Nell’anno 5.235: Samuele, figlio di Rabbi Yona(Sib’on). Riposi nell’Eden.” (5.235 togliendo 3.760 anni della creazione del mondo secondo la Bibbia calcolata alla maniera ebraica tradizionale si ha l’esatto anno dell’era cristiana: 1475). Lo stemma di destra è della dinastia aragonese in Sicilia; l’altro di Leon e Castiglia. Proprio nel 1469 Ferdinando il Cattolico (re di Aragona e di Sicilia) aveva sposato Isabella (erede del trono di Castiglia). Nel 1474 era avvenuta la fusione. Il Rocco dice che l’inserire i due stemmi dal committente fa pensare ad una precisa volontà benaugurale per questa unione e mostrare così la propria fedeltà di suddito feudale. Fu tutt’altro, nel 1492 vi fu la cacciata degli Ebrei da tutti i domini spagnoli. Ora un mezzo mistero è che non risulta da nessun archivio siciliano l’espulsione di ebrei da Siculiana. La loro presenza in quell’epoca è sicura anche da atti notarili, come quello nell’archivio di Sciacca (Notaio Liotta Andrea volume I IV novembre 1434 XIII Indizione A.S. Sciacca) dell’ebreo Xabono del 1435 il quale scelse il fortilizio di Siculiana, in quell’epoca porto franco, sicuramente in quanto abitato da una comunità ebraica. Questo sarcofago del piccolo Samuele prima del restauro presentava delle incrostazioni, murati attorno vi erano otto formelle di pietra alabastrina (cm. 16x24) dove in bassorilievo vi sono raffigurate delle scene dell’Antico Testamento (forse unico esempio di arte sacra figurata ebraica in Sicilia). Raffiguranti:

-Davide che uccide Golia,

-il trasporto dell’Arca a Gerusalemme e Davide suona la cetra,

-Giuseppe e i fratelli,

-Giuseppe che riceve il padre,

-Giona vomitato dal mostro marino,

-Giobbe su un letamaio vicini la moglie e due amici,

-il sacrificio di Isacco,

-Isacco che benedice Giobbe.

Ora si possono notare in basso lungo le pareti dell’elegante cappella, rispettivamente in senso orario, a mio avviso, la bellezza e l’unicità internazionale, perciò per l’importanza meriterebbero una visibilità maggiore.

          In conclusione vorrei fare notare la ricchezza della Lingua Siciliana piena di storia e cultura dei vari Popoli che hanno contribuito alla sua unicità pertanto occorrerebbe una giusta attenzione da parte delle istituzioni e non la solita denigrazione e a volte demonizzazione identificandola come la lingua dei cattivi. Principalmente è interesse di tutti noi Siciliani la salvaguardia del nostro patrimonio culturale sia materiale che immateriale come la nostra Lingua Siciliana per non commettere l’obbrobrio a gli occhi dei nostri figli di averli privati della loro identità culturale lasciandoli senza passato.   

 

 

            

             



[1] Fonte Gli Ebrei in Sicilia  di Gaspare Scarcella  - 2003 - Antares Editrice Palermo.

[2] Questo libro per tutti noi Siculianesi, sia residenti che sparsi in ogni angolo del mondo, è un vero tesoro perché è un autentico documento della nostra memoria collettiva, sia storica che culturale. Pertanto noi Siculianesi siamo grati al (pruvissuri Abbissi) Poeta Stefano Bissi per avere prodotto quest’opera meritoria d’interesse, rallegrandoci con il sagace umorismo che lo distingue. Io sono particolarmente legato a due poesie. A pagina 39 che narra la nascita dell’Hotel Villa Doria (Trappitu di lu passu) perchè riguarda direttamente un episodio della mia famiglia, pertanto sono legato affettivamente. L’altra poesia lo sono ancor di più, perché riguarda la memoria storica siciliana che emerge dalla letteratura e che può fare scaturire significativi riflessioni culturali. Si tratta di Comu Caferru  a pagina 151, dove l’Autore narra di un episodio accaduto nel 1865 nelle campagne di Siculiana ad un certo Caferru , il quale ormai anziano, settanta anni, per discolpare alcuni picciotti prusucuti perché si sono rifiutati di fare il servizio di leva ad uno stato che non ritenevano proprio e perché il Popolo Siciliano non l’aveva mai fatto con nessuno dei vari poteri che si erano succeduti per millenni. Appunto si diceva fino a qualche tempo fa: Megliu porcu ca surdatu. Tanto che i vari signori in guerra tra di loro chiamavano i mercenari. Caferru s’incolpò lui stesso degli spari che avevano sentito i soldati piemontesi, così lo legarono in un carrubo e seduta stante lo fucilarono.  Mentre veniva osservato a distanza dai picciotti e notavano che le mosche lo infastidivano, ma la sua per lo più era irrequietezza per il suo stato ansioso.  I nuovi liberatori si rilevarono più intransigenti e tiranni dei precedenti Borboni. E’ rimasto il detto: tuttu muschi comu Caferru  ad indicare chi è sulle spine. Ma Caferru andrebbe ricordato come eroe Siciliano. Grazie a Stefano Bissi  per la sua grande opera. Comunque vi è il personale rimpianto per la perdita di un grande tesoro letterario, si tratta  della raccolta di poesie dei vari poeti di piazza realizzata dal medico Formica. Con pazienza facendosi recitare dai suoi pazienti tale poesie che si tramandavano oralmente le trascriveva in un quaderno poi lasciò non so a chi,  però  ho sentito spesso parlare anche di anziani che si prestarono allora alle interviste del medico Formica. Questa raccolta era sicuramente contenente di altri aneddoti e storia che quella ufficiale spesso ci nega.

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sabato, 17 gennaio 2009

RIAPPROPRIAMOCI DELLA NOSTRA STORIA

Impressioni di lettura su

Antonio Canepa e il separatismo siciliano

del professore Lino Carrubba

di

Alphonse Doria

 

canepa libro


La mia attesa nel leggere questo libro: “Antonio Canepa e il separatismo siciliano” del professore Lino Carrubba – Edizioni “Amando Riesi” 2008,  è stata smaniosa, perché, per me e penso per tutti quanti nutrono la passione sicilianista, ogni nuova uscita è un evento importante. Noi Siciliani in genere abbiamo bisogno tutti di recuperare quella “storia negata” e allora siamo sempre nell’edicole, nelle bancarelle a cercare con metodo testi a tale esigenza. Quando si trova qualcosa è scritta da quei autori ormai arcinoti, professori e giornalisti, anche Siciliani, che devono pagare il pegno per il loro posto di lavoro, alla politica unitaria o ideologica, pertanto la storia del nostro Popolo e della nostra Sicilia viene mistificata, traviata, come penso avviene in ogni popolo e terra colonizzata. Sappiamo tutti che negare lì identità culturale e storica è la prima azione dei colonizzatori. Questo avviene in maniera spontanea; cioè: il professore Taldetali non ha bisogno di un ordine che arrivi dall’alto per scrivere che “il movimento indipendentista era composto di agrari e mafiosi” sa già che la sua selezione avviene tramite queste posizioni e allora ecco che troviamo un coro di pappagalli (oggi si dice: “copia in colla”) che narrano tutti la stessa menzogna da farne una verità[1].  Poi possiamo trovare alcuni autori sicilianisti, che scrivono con quell’enfasi passionale e a volte sfociando nella retorica degli anni quaranta, e diciamolo è un puro godimento, una vera masturbazione cerebrale.  Ogni tanto si trova un testo come questo in questione, dove il Carrubba dopo uno studio profondo sulla figura così particolare come il nostro Comandante Canepa erge un monumento all’onestà culturale. Carrubba ha seguito la verità storica a costo di essere scomodo, rispettando le tesi contrarie e documentando minuziosamente ogni cosa in una totale generosità verso il lettore. Ecco che questo libro diventa uno strumento di studio utilissimo per quanti hanno quella arsura di verità sulla storia della nostra amata Sicilia. Tanto da potersi reputare fortunati l’incontro con questo testo, per il suo contenuto e per una appendice così ricca e selezionata da potersi definire un vero tesoro. Tesi che leggiamo nella splendida Premessa[2] del dottore Scianò[3]: “Non è un lavoro agiografico, anche se sappiamo che l’Autore si definisce, senza timore, esponente della cultura sicilianista. Infatti è un lavoro scientifico dal quale emergono verità (sul personaggio Canepa e sul periodo storico da questi attraversato) poco conosciute e poco approfondite. Talvolta persino poco gradite agli amici ed agli avversari.”  Ma la conclusione importante di tutto il documento prodotto dal Carrubba è la legittimità della lotta e della morte di Antonio Canepa, e degli altri Eroi caduti per la Nazione Sicilia. Una eredità che nessuno potrà mai toglierci né con le menzogne né tanto meno con le minacce. Fa parte della nostra storia comune di Siciliani, verità portate avanti da potere citare, nero su bianco!

                           Quando ho un libro in mano per la prima volta, non lo apro subito, lo tocco, lo stringo tra le mani, quasi a volerne costatare la consistenza, osservo la copertina e l’editore. La copertina così leggera, a mio avviso, impreziosisce ancor più l’edizione, tanto da chiedere maggiore cura nel maneggiarlo affinché non si rovini. Vi saranno sicuramente tantissime altre ristampe ma questa rimane per sempre la distinta prima edizione. L’editore è “Amando Riesi”, trattasi di un Movimento Politico che produsse una lista civica. Da questo e dal passato politico di Carrubba si denota l’attenzione e l’attività per la sua città. Il Carrubba mi ricorda tutte quelle persone (come ultimamente Librizzi,[4]) che operando localmente apportano un contributo reale alla “causa siciliana” con la propria testimonianza di correttezza e fattibilità politica rivolta al popolo. E’ di questo che abbiamo di bisogno: il contatto diretto con le aspettative del Popolo Siciliano. Riacquistare il linguaggio del popolo. Fare sentire propria la voglia di riscatto e la legittimità della Sovranità Nazionale Siciliana. Giustamente il professore Carruba nella chiusa del suo libro lascia spazio a Il memorandum alla Conferenza di San Francisco del grande Andrea Finocchiaro Aprile, perché siamo ancora fermi a quelle parole che io sotto firmo ancora oggi.  Il mio modesto plauso al professore Carrubba, da un operaio sicilianista quale io sono.

Alphonse Doria



[1] Argomento che ho trattato in “Don Fabrizio e la verità” pubblicato sul- L’ISOLA Editore Francesco Paolo Catania Bruxelles (Belgique) – Bimestrale anno VII- 2005: n°1 Gennaio/Febbraio/Marzo Prima Parte pagine 4; 5- n°2 Marzo/Aprile Seconda Parte pagine 6;7 – n°3 Maggio/Giugno Terza Parte pagine 10; 11 -  n°4 Settembre Ottobre - Quarta parte pagine 8; 9.

 

[2]Antonio Canepa e il separatismo siciliano” del professore Lino Carrubba – Edizioni “Amando Riesi” 2008 – pag. 6

[3] Capo storico e SEGRETARIO POLITICO F.N.S. FRUNTI NAZZIUNALI SICILIANU - SICILIA INDIPINNENTI

[4] Assessore della cultura della Giunta comunale di Capo d’Orlando del sindaco Sindoni e Presidente dell’Archeoclub morto nell’aprile 2008.

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venerdì, 01 agosto 2008

L’ILLUSIONE di Federico De Roberto

(Pagina 33) “…e la notte, dicevano, certuni avean visto vagolarvi certe fiammelle: le anime dei soldati morti nella battaglia del Sessanta e seppelliti lì, dentro grandi fosse, tutti insieme…” Siamo a Patti, dalle montagne di Tindari a Capo D’Orlando, di fronte le isole di Lipari. Proprio  questo specchio di mare così meraviglioso è stato teatro di importantissime e decisive battaglie, proprio nel 60. La prima nel 260 a C. tra i Romani e i Cartaginesi. L’arma segreta: “il corvo”, una passerella con un chiodo che agganciava la nave nemica permettendo i soldati di arrembare senza le funi come nella terra ferma, fu una sorpresa e una disfatta per i Cartaginesi e una vittoria per i Romani.   Ma l’Autore non parla di quella battaglia, bensì del 20 luglio del 1860. I morti furono così tanti, quasi 800, nonostante i feriti, nelle file garibaldine (piemontesi). Proprio questo numero elevato di morti, questa cruenta battaglia, doveva essere coperta mediaticamente, perché non lasciava dubbi in una cattiva conduzione da parte dell’Eroe. A questo ci pensò Dumas, che guarda caso, dicono gli storici garibaldini massoni, si trovava a navigare nel Mediterraneo, è venuto in Sicilia e si è trovato nelle acque di Milazzo il giorno della battaglia. (Giuseppe Garibaldi di Alfonso Scirocco Pagina 240 Edizione RCS Quotidiani SpA Milano 2005 –Corriere della Sera). Alessandro Dumas romanzò la battaglia di Milazzo depurandola dagli episodi meschini e crudeli inviò dalla vicina Barcellona ben quattro lettere al Carini che pensò insieme a l’alto comando garibaldino di diffondere in tutti i giornali, anche esteri. Lo stesso Cavour (dicono ingenuamente alcuni storici che non lo considerano l’artefice)  si lasciò condizionare da tale manovra e diede il suo benestare a Garibaldi di oltrepassare lo Stretto.

Nella biografia scritta dall’inglese Lucy Riall, docente di Storia al Biberck College dell’Università di Londra, intitolata “Garibaldi. L’invenzione di un eroe”, ed Laterza, si legge che

“la celebrità di Garibaldi fu il risultato di una precisa strategia politica e retorica” e che lo stesso fu “abile controllore della propria immagine e ben consapevole del nesso che già allora andava creandosi tra politica e sistemi di comunicazione di massa. Il mito di Garibaldi  può non corrispondere alla realtà, ma fu senza dubbio efficace … la popolarità di cui godette ci offre importanti spunti per comprendere la più generale funzione dei miti nell’ambito dei movimenti nazionali…”.[1]

Questa battaglia ha dell’inverosimile più si legge e più si scoprono cifre coperte da una nebbia fittissima. Il 17 luglio del 1860 il governo piemontese manda la colonna del Generale Medici composta di dieci compagnie, per un totale di  21.000 uomini, provenienti quasi tutti da città lombarde, bene armati a bordo di 34 navi.[2] Il 18 giunge il comandante inglese Dunne con 600 uomini. Alberto Mario, marito della Jessie White, si imbarca sulla City of Aberden con un gruppo di ottimi carabinieri genovesi, imbarca 900 volontari guidati da Vincenzo Strambio e 1000 di Clemente Corte e sbarcano a Patti. Un altro contingente dei volontari di Cosez giunge da terra guidati  dal maggiore Specchi. Sopraggiunge la corvetta a vapore con 10 cannoni Tukory. Tirando le somme gli storici nell’eguagliare le forze, considerando la matematica una mera opinione, considerano la cifra circa 5000 borboni e circa 5000 garibaldini. Giorno 23 si presenta una squadra navale borbonica, Bosco che era stato già mortificato a Palermo con la richiesta di tregua, e che aveva espressamente chiesto all’Eroe di concludere con un duello tra di loro prima della battaglia, pensava ai rinforzi così tanto richiesti. Invece erano arrivati per trattare la resa. Inspiegabile comportamento dei napoletani. Come si comportò l’Eroe Garibaldi dopo la vittoria? Voleva processare a morte il comandante della Tukory per avere disubbidito ai suoi ordini di spostarsi da ponente a levante, mentre ciò in realtà gli era stato impedito da un guasto alla nave medesima; il volere imporre al comandante Bosco sconfitto, che aveva combattuto lealmente, durissime condizioni e mortificanti; il volere, in seguito alla scoperta che i cannoni del Castello erano stati danneggiati prima della consegna, attaccare proditoriamente le navi borboniche venute a trattare la resa della guarnigione. Come relazionò il professore Cannistra in La voce di Milazzo –Novembre Dicembre 2007) Comportamento indegno per la fama costruita a doc sul suo personaggio e che gli storici mantengono ben occultati. Così le centinaia di soldati morti e seppelliti nelle fosse comuni non restano altro che fantasmi, i quali non avendo ottenuto giustizia terrena rimangono a vagare tra Tindari e Capo d’Orlando, nonché Milazzo, dopo il vespro, lasciando vedere le loro fiammelle ai viventi in cerca di pace giusta, di giusta verità storica per trovare così il loro riposo eterno. Proprio quei soldati che avevano mangiato sulle lapidi usate come tavole da pranzo strappate dalle sepolture (Pagina 34). Sembra proprio che ci abbia pensato il primo cittadino di Capo d’Orlando Enzo Sindoni, e sicuramente di tutta la spettabile Amministrazione, a dare un senso alla morte di tanti valorosi Siciliani e alla nostra storia. E’ in atto a Capo d’Orlando un processo di “revisione” nei confronti di personaggi storici in riferimento alla toponomastica. Nel Giornale di Sicilia di sabato 28 giugno 2008 il Sindaco Sindoni ha dichiarato: “Sono iniziative che hanno un valore aggiunto, straordinario, poiché sono figlie dell’indimenticato Antonino Librizzi, l’assessore alla cultura ed ex presidente dell’Archeoclub, morto due mesi fa. Questa affermazione non fa altro  che aggiungere onore all’onore del primo cittadino di Capo d’Orlando, il quale ha ricordato Librizzi, che io non ho avuto piacere di conoscere, ma sicuramente sono queste persone la speranza del nostro Popolo Siciliano, le quali agiscono nel proprio territorio riuscendo ad aprire squarci di verità come sinonimo di cultura e lasciando una traccia da seguire. Andiamo al fatto. Il Comune insieme all’Archeoclub d’Italia ha tenuto un convegno dal titolo: “Identità siciliana e Garibaldi” . I lavori sono stati introdotti dal presidente dell’Associazione Carmelo Caccetta, il dottore Scianò, capo storico del Frunti Naziunali Sicilianu “Sicilia Indipinnenti” è stato il relatore, dando luce alla oggettività storica, o perlomeno, ha dato forza a l’altra voce senza la falsa retorica unitaria risorgimentale, la voce di quel Popolo Siciliano che nonostante tutto è sempre esistito e resiste ancora. Ecco come Scianò intervenne:

“La corruzione ed il tradimento dei generali borbonici regalarono, poi,sostanzialmente a Garibaldi quelle vittorie che l'Eroe Nizzardo, con tutta la superiorità numerica, non riusciva a conquistare sui campi di battaglia. E se fu vincitore lo fu solo grazie agli sforzi ed ai pesanti interventi dei Governi di Torino e,
soprattutto, di LONDRA, che spesso evitarono che l'Eroe dei Due Mondi fosse ributtato in mare. Sì, quindi, al cambio di nome della Piazza. Sì al recupero della verità storica, della memoria storica. Diciamo finalmente "BASTA" alla GARIBALDOMANIA! Diciamo "BASTA" alla ALIENAZIONE
CULTURALE ed al COLONIALISMO CULTURALE.”

Capo d’Orlando butta a mare l’eroe dei due mondi, togliendo alla piazza antistante alla stazione ferroviaria il suo nome. Quinti non vi sarà più Piazza Garibaldi bensì Piazza IV LUGLIO 1299, ricordando così, quella che gli storici ricordano come la Termopoli Siciliana svoltasi appunto in questo così travagliato Golfo. In contrapposizione alla flotta angioino-aragonese guidata da Ruggero di Loria vi è stata la flotta siciliana comandata direttamente dal Re di Sicilia Federico III. La perdita è stata esorbitante, in quella battaglia perirono più di seimila Siciliani, non vi furono prigionieri, ma è giusto ricordarla per tramandare il sangue versato del Popolo Siciliano per la propria sovranità. Per dire basta a quella storia di fenici, greci, svevi, normanni, arabi, angioini, spagnoli, italiani e mai parla di Siciliani. Una storia di Sicilia senza Siciliani è una grossa menzogna coloniale e questa Piazza IV LUGLIO 1299 lo ricorderà a tutti coloro che l’attraverseranno dando giustizia almeno a quei 6000 Siciliani sacrificati per l’onore di tutti noi.



[2] La storia illustrata dell’indistruttibile popolo siciliano – Gaspare Petralia editore –Paceco (TP)  Ottobre 1988

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domenica, 24 febbraio 2008

 

 

 

MITO

RESPIRO di Emanuele Crialesi

 

Di

Alphonse Doria

 

 

Scheda Film:
ANNO: Italia 2002; GENERE: Drammatico; REGIA: Emanuele Crialese; CAST: Valeria Golino, Vincenzo Amato, Francesco Casisa, Veronica D'Agostino, Filippo Pucillo, Muzzi Loffredo, Elio Germano ; DURATA: 95 '

 

Io non so come è potuto succedere e perché, un fatto è certo,  la Sicilia di Crialesi è così autentica che solo dopo un suo film, uno come me che ha cercato ovunque e comunque di capire la propria Terra, riesco con più coscienza. A differenza di Tornatore che nei suoi film si trova più conoscenza della Sicilia. In questo film di Crialesi non c’entra niente la TERRA TREMA, qui la storia degli uomini è spettatrice, qui c’è il divino. La protagonista femminile GRAZIA, interpretata meravigliosamente da Valeria Golino, è una dea, Afrodite, Artemide, Cerere, Iside e chi si vuole. Proprio come Artemide Grazia è “raffigurata” con i cani. La sua alienazione con gli uomini è dovuta alla sua natura divina. I suoi figli sono i nuovi eroi e il marito il classico pescatore che fa innamorare una dea tanto da prendere per lui sembianze umane. In questa chiave di lettura ogni microsecondo del film è una rivelazione continua, dall’inizio con la caccia a gli uccelli, alla guerra dei picciotti, dalla nudità dei corpi  come statue di Fidia, a gli scheletri edilizi, forse abusivi come gli stessi tempi greci in una terra che non apparteneva. Proprio da queste brutture edilizie di Lampedusa si vede una mare Mediterraneo che ha un colore unico, una luce unica come solo in Sicilia è possibile vedere. Proprio questa luce invade tutto il film. Diversa dalla luce bianca che Pasquale vede nel suo stordimento, quella è sufista. E’ quel momento tra il giorno e il tramonto, tra il mare e la terra, tra il rimanere e l’andare via. Quella luce è una presa di coscienza dell’amore unico e grande che il padre sente e che non basterà nessuna prova della sua morte per rassegnarsi, solo lo stordimento. E proprio mentre lui va a caccia che da un dirupo vede Artemide viva ,che si fa il bagno. Nessuno lo crede. Solo il figlio perché sa! (http://www.surfers.it/liguria/sarzana/cinema/respiro___film_di_emanuele_crialese.html) giorno 24 febbraio 2008, recensione di Lisa Castagna: “la colonna sonora di John Surman (in cui spicca il suono del clarinetto) ha qualcosa di divino nelle sue sonorità arcaiche ed etniche.Roberto Donati.”

Mi ricordo quando ero carusu (etimologia dal salvadanaio in terracotta perché ai ragazzini per paura dei pidocchi si rasava la testa da sembrare appunto dei salvadanai) che giocavamo alla guerra, via contro via, quartiere contro quartiere, a pietrate, con le fionde, con gli archi e le frecce auto costruite con i raggi di un ombrello, e anche alla ddutta (corpo a corpo in una specie di  lotta grecoromana ) tra gli eroi delle due fazioni in guerra. Noi prendevamo insegnamento dai film mitologici di Ercole, Maciste, del cinema anni ’60. Le guerre dei carusi (non dei picciotti) di Lampedusa mi hanno fatto ricordare proprio quell’epoca con qualche reminescenza del passato, le botte prese di pasquale per avere dato una fiondata in un occhio ad un nemico (per gioco). Poi è mezz’agosto e si preparano i mucchi di legna in riva alla spiaggia per ardere e così i quattro elementi: terra, fuoco, aria e acqua in uno spettacolo emozionante e conclusivo come meglio non si poteva fanno da scenario all’incontro di Grazia con il marito, il figlio Pasquale e via via tutta la comunità. Come nella smaniosa ricerca dell’imminente verso il trascendente tramite l’amore, in un paradosso tutto siciliano, nella Terra dei miti, senza linea di demarcazione tra finzione e verità, tra sogno e realtà.

 

 

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domenica, 16 dicembre 2007

Commento e note personali

LETTERA ENCICLICA
SPE SALVI
DEL SOMMO PONTEFICE
BENEDETTO XVI
AI VESCOVI
AI PRESBITERI E AI DIACONI
ALLE PERSONE CONSACRATE
E A TUTTI I FEDELI LAICI
SULLA SPERANZA CRISTIANA

2. Prima di dedicarci a queste nostre domande, oggi particolarmente sentite, dobbiamo ascoltare ancora un po' più attentamente la testimonianza della Bibbia sulla speranza. « Speranza », di fatto, è una parola centrale della fede biblica – al punto che in diversi passi le parole « fede » e « speranza » sembrano interscambiabili. Così la Lettera agli Ebrei lega strettamente alla « pienezza della fede » (10,22) la « immutabile professione della speranza » (10,23). Anche quando la Prima Lettera di Pietro esorta i cristiani ad essere sempre pronti a dare una risposta circa il logos – il senso e la ragione – della loro speranza (cfr 3,15), « speranza » è l'equivalente di « fede ». Quanto sia stato determinante per la consapevolezza dei primi cristiani l'aver ricevuto in dono una speranza affidabile, si manifesta anche là dove viene messa a confronto l'esistenza cristiana con la vita prima della fede o con la situazione dei seguaci di altre religioni. Paolo ricorda agli Efesini come, prima del loro incontro con Cristo, fossero « senza speranza e senza Dio nel mondo » (Ef 2,12). Naturalmente egli sa che essi avevano avuto degli dèi, che avevano avuto una religione, ma i loro dèi si erano rivelati discutibili e dai loro miti contraddittori non emanava alcuna speranza

La fede ridurla al concetto di speranza significa scatolarla nell’attesa. La fede è un momento presente, un sentimento religioso persistente che va ascoltato continuamente per viverci in armonia, oggi, ora, senza speranza ma con certezza. La fede non è futuro ma presente. Il futuro non esiste in quanto tale. Gli altri dei, qualsiasi altro dio ingabbiato nella religione rituale è una costruzione di potere. Cristo è venuto a liberare più che gli uomini Se Stesso in quanto Dio dalle prigionie religiose degli uomini. Lui Stesso Sacerdote, Lui Agnello Sacrificale, Lui Stesso Uomo, Lui Stesso Dio. Tutto il resto sono dei relativi, discutibili miti contraddittori che non emanano alcuna speranza.

 

3. Per noi che viviamo da sempre con il concetto cristiano di Dio e ci siamo assuefatti ad esso, il possesso della speranza, che proviene dall'incontro reale con questo Dio, quasi non è più percepibile.

Ci siamo assuefatti al messaggio di Cristo perché scomodo, rivoluzionario, orami incrostato da balzelli di dottrina e riti teatrali. Il concetto cristiano di Dio ormai è traviato dai presunti intermediari, detentori di una verità dottrinale, ma non della Verità, in quanto la Verità è in possesso ad ogni uomo, nel suo interiore, nel proprio sentimento religioso che lo mette in discussione ad ogni scelta, pensiero, momento della propria esistenza e che banalmente chiamiamo coscienza.

 

4. Il cristianesimo non aveva portato un messaggio sociale-rivoluzionario come quello con cui Spartaco, in lotte cruente, aveva fallito. Gesù non era Spartaco, non era un combattente per una liberazione politica, come Barabba o Bar-Kochba. Ciò che Gesù, Egli stesso morto in croce, aveva portato era qualcosa di totalmente diverso: l'incontro col Signore di tutti i signori, l'incontro con il Dio vivente e così l'incontro con una speranza che era più forte delle sofferenze della schiavitù e che per questo trasformava dal di dentro la vita e il mondo.

“Il Signore di tutti i signori” penso che non vi sia espressione più brutta che sia stata mai enunciata per appellare Gesù. IL Cristo in cui credo è stato ancor più rivoluzionario di uno Spartaco o di un Barabba, perché mentre un rivoluzionario, lotta per un idea, uno status, il Cristo mi pone in perenne lotta contro il male, una lotta interiore che non si ferma nel cotesto sociale e storico perché non ha traguardi di status. Ma lotta vivamente, fisicamente ogni ingiustizia e non si zittisce e non subisce passivamente il male, in qualsiasi forma si mostri. Un cristiano non vuole l’uguaglianza di tutti ma ama tutti. E’ questo amore che è scomodo e non gli permette di essere un centrista, un qualunquista, un arrivista, un uomo di potere ma un puro rivoluzionario.

5. Tuttavia fin dall'inizio c'erano anche conversioni nei ceti aristocratici e colti. Poiché proprio anche loro vivevano « senza speranza e senza Dio nel mondo ». Il mito aveva perso la sua credibilità; la religione di Stato romana si era sclerotizzata in semplice cerimoniale, che veniva eseguito scrupolosamente, ma ridotto ormai appunto solo ad una « religione politica ». Il razionalismo filosofico aveva confinato gli dèi nel campo dell'irreale. Il Divino veniva visto in vari modi nelle forze cosmiche, ma un Dio che si potesse pregare non esisteva.

Ma quale epoca sta descrivendo? Mi sorge un dubbio…

san Gregorio Nazianzeno può essere illuminante. Egli dice che nel momento in cui i magi guidati dalla stella adorarono il nuovo re Cristo, giunse la fine dell'astrologia, perché ormai le stelle girano secondo l'orbita determinata da Cristo[2]. Di fatto, in questa scena è capovolta la concezione del mondo di allora che, in modo diverso, è nuovamente in auge anche oggi. Non sono gli elementi del cosmo, le leggi della materia che in definitiva governano il mondo e l'uomo, ma un Dio personale governa le stelle, cioè l'universo; non le leggi della materia e dell'evoluzione sono l'ultima istanza, ma ragione, volontà, amore – una Persona. E se conosciamo questa Persona e Lei conosce noi, allora veramente l'inesorabile potere degli elementi materiali non è più l'ultima istanza; allora non siamo schiavi dell'universo e delle sue leggi, allora siamo liberi. Una tale consapevolezza ha determinato nell'antichità gli spiriti schietti in ricerca. Il cielo non è vuoto. La vita non è un semplice prodotto delle leggi e della casualità della materia, ma in tutto e contemporaneamente al di sopra di tutto c'è una volontà personale, c'è uno Spirito che in Gesù si è rivelato come Amore[3].

Vorrei capire meglio se la cometa dei Magi è stata la congiunzione tra Saturno e Giove se fosse una vera cometa se un astro che si muoveva per i fatti suoi guidata dalla volontà di Dio come un satellite artificiale, un ufo… Perché da buon cattolico non credo alla astrologia, perché so per certo che il futuro è tutto da costruire da fare d’avvenire, e non scritto e già accaduto e qualcuno più bravo di me sa leggere. Prego il mio Dio per me e per gli altri per la misericordia e non per altro. Ora se la fede cattolica mi deve imporre la fine del mio pensiero libero e meditativo sul mondo, io caro Papa non ci sto, e non ho paura se riaprissi i tuoi tribunali della “Santa” Inquisizione, perché, con l’insegnamento di Cristo, saprei come affrontarli.

 

 

 

 

(12) La parola « vita eterna » cerca di dare un nome a questa sconosciuta realtà conosciuta. Necessariamente è una parola insufficiente che crea confusione. « Eterno », infatti, suscita in noi l'idea dell'interminabile, e questo ci fa paura; « vita » ci fa pensare alla vita da noi conosciuta, che amiamo e non vogliamo perdere e che, tuttavia, è spesso allo stesso tempo più fatica che appagamento, cosicché mentre per un verso la desideriamo, per l'altro non la vogliamo. Possiamo soltanto cercare di uscire col nostro pensiero dalla temporalità della quale siamo prigionieri e in qualche modo presagire che l'eternità non sia un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità.

Basta sostituire la parola “eterna” con Assoluta. L’Uomo cerca la vita assoluta, vissuta pienamente senza le pasture della storia degli uomini.

 

23.                Se il progresso per essere progresso ha bisogno della crescita morale dell'umanità, allora la ragione del potere e del fare deve altrettanto urgentemente essere integrata mediante l'apertura della ragione alle forze salvifiche della fede, al discernimento tra bene e male. Solo così diventa una ragione veramente umana. Diventa umana solo se è in grado di indicare la strada alla volontà, e di questo è capace solo se guarda oltre se stessa. In caso contrario la situazione dell'uomo, nello squilibrio tra capacità materiale e mancanza di giudizio del cuore, diventa una minaccia per lui e per il creato. Così in tema di libertà, bisogna ricordare che la libertà umana richiede sempre un concorso di varie libertà. Questo concorso, tuttavia, non può riuscire, se non è determinato da un comune intrinseco criterio di misura, che è fondamento e meta della nostra libertà. Diciamolo ora in modo molto semplice: l'uomo ha bisogno di Dio, altrimenti resta privo di speranza.

24.                Proprio in queste parole leggo l’assenza della Chiesa alle risposte dell’epoca, a quelle risposte che sia la classe  borghese prima e poi la classe proletaria non ha trovato, anzi è stata in contrapposizione sostenendo quell’individualismo salvifico di speranza in un mondo dei Cieli. Poi in tema di libertà “un concorso di varie libertà” sa di parto della montagna, il solito topolino. Poi tiriamo le somme: “l'uomo ha bisogno di Dio, altrimenti resta privo di speranza.” Ed ecco pronta una multinazionale che detiene il copyright e vendere speranza a prezzi modici… L’uomo ha Dio sempre, fino quando ne è bisticciato, è solo quando perde pure la speranza nell’ipocrisia e nella menzogna degli altri che perde Dio. Ora anche se la Chiesa gli offre un Dio confezionato a prezzi modici nei supermercati allestiti con vetrine all’occasione, l’uomo si accorge subito dopo di essere stato truffato perché quella scatoletta quando l’apre la trova vuota, di speranza di verità, vi è solo qualche conservante di retorica, spicciola filosofia e politica della rassegnazione.

 

25.                Non è la scienza che redime l'uomo. L'uomo viene redento mediante l'amore. Ciò vale già nell'ambito puramente intramondano. Quando uno nella sua vita fa l'esperienza di un grande amore, quello è un momento di « redenzione » che dà un senso nuovo alla sua vita. Ma ben presto egli si renderà anche conto che l'amore a lui donato non risolve, da solo, il problema della sua vita. È un amore che resta fragile. Può essere distrutto dalla morte. L'essere umano ha bisogno dell'amore incondizionato. Ha bisogno di quella certezza che gli fa dire: « Né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezze né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore » (Rm 8,38-39). Se esiste questo amore assoluto con la sua certezza assoluta, allora – soltanto allora – l'uomo è « redento », qualunque cosa gli accada nel caso particolare. È questo che si intende, quando diciamo: Gesù Cristo ci ha « redenti ». Per mezzo di Lui siamo diventati certi di Dio – di un Dio che non costituisce una lontana « causa prima » del mondo, perché il suo Figlio unigenito si è fatto uomo e di Lui ciascuno può dire: « Vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me » (Gal 2,20).

L’amore tra due persone è momentaneo, complesso, un insieme di tanti fasi. E’ il confondere le fasi del corteggiamento e dell’innamoramento con la post vita di coppia che crea la distruzione di tali legami. La pretesa dell’uno o dell’altro in un continuo stato di tensione come le fasi precedenti. Il rapporto con Dio esclude qualsiasi intermediario, Parola del Signore.

 

  31. Ancora: noi abbiamo bisogno delle speranze – più piccole o più grandi – che, giorno per giorno, ci mantengono in cammino. Ma senza la grande speranza, che deve superare tutto il resto, esse non bastano. Questa grande speranza può essere solo Dio, che abbraccia l'universo e che può proporci e donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere. Proprio l'essere gratificato di un dono fa parte della speranza. Dio è il fondamento della speranza – non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l'umanità nel suo insieme. Il suo regno non è un aldilà immaginario, posto in un futuro che non arriva mai; il suo regno è presente là dove Egli è amato e dove il suo amore ci raggiunge. Solo il suo amore ci dà la possibilità di perseverare con ogni sobrietà giorno per giorno, senza perdere lo slancio della speranza, in un mondo che, per sua natura, è imperfetto. E il suo amore, allo stesso tempo, è per noi la garanzia che esiste ciò che solo vagamente intuiamo e, tuttavia, nell'intimo aspettiamo: la vita che è « veramente » vita. Cerchiamo di concretizzare ulteriormente questa idea in un'ultima parte, rivolgendo la nostra attenzione ad alcuni « luoghi » di pratico apprendimento ed esercizio della speranza.

 

L’uomo nuovo in Cristo non ha bisogno della speranza, è un puro palliativo. L’uomo che ama Cristo vive nella consapevolezza, ha raggiunto già la verità. La speranza serve solo a chi non vuole reagire a chi vuole conservare nei fatti il suo stato di vita. La speranza serve anche ai potenti che elargiscono come illusione agli oppressi.

33. Il giusto modo di pregare è un processo di purificazione interiore che ci fa capaci per Dio e, proprio così, anche capaci per gli uomini. Nella preghiera l'uomo deve imparare che cosa egli possa veramente chiedere a Dio – che cosa sia degno di Dio. Deve imparare che non può pregare contro l'altro. Deve imparare che non può chiedere le cose superficiali e comode che desidera al momento – la piccola speranza sbagliata che lo conduce lontano da Dio. Deve purificare i suoi desideri e le sue speranze. Deve liberarsi dalle menzogne segrete con cui inganna se stesso: Dio le scruta, e il confronto con Dio costringe l'uomo a riconoscerle pure lui.

 

Seneca dice che bisogna pregare come se ti ascoltassero gli altri e parlare come se ti ascoltasse Dio. Anche la preghiera è una relazione individuale con Dio. E un uomo sano di mente, retto, non si può presentare a Dio in maniera sconvenevole. Non può presentare le lordure interiori le malefatte quando sa che non con il perdono degli altri può pulire davanti a Dio nemmeno i propri pensieri. Allora cerca di migliorarsi, piano piano, quello che si può, ma con convincimento. Allora l’uomo può pregare con più allegria e Dio ascolta sempre. Chiunque può prendere in giro chiunque ma non Dio.

 

 

 35. Possiamo liberare la nostra vita e il mondo dagli avvelenamenti e dagli inquinamenti che potrebbero distruggere il presente e il futuro. Possiamo scoprire e tenere pulite le fonti della creazione e così, insieme con la creazione che ci precede come dono, fare ciò che è giusto secondo le sue intrinseche esigenze e la sua finalità. Ciò conserva un senso anche se, per quel che appare, non abbiamo successo o sembriamo impotenti di fronte al sopravvento di forze ostili. Così, per un verso, dal nostro operare scaturisce speranza per noi e per gli altri; allo stesso tempo, però, è la grande speranza poggiante sulle promesse di Dio che, nei momenti buoni come in quelli cattivi, ci dà coraggio e orienta il nostro agire.

La creazione non è un dono di Dio, l’uomo non è il padrone della creazione. E’ stoto questo concetto presuntuoso che ha distrutto il pianeta, il non rispetto, il sentirsi padrone di una cosa che non ci appartiene, solo ospiti locatari occasionali. Non avevamo nessun diritto di dominare le altre specie animali in quanto uguali di diritto alla specie umana. L’uomo non deve agire nel bene per la speranza ma per la coscienza di essere parte di Dio, essere tutt’uno con Dio e sentirsi amati. Penso che questo basti ed avanzi, cosa vuoi sperare di più?

36. Come l'agire, anche la sofferenza fa parte dell'esistenza umana. Essa deriva, da una parte, dalla nostra finitezza, dall'altra, dalla massa di colpa che, nel corso della storia, si è accumulata e anche nel presente cresce in modo inarrestabile. Certamente bisogna fare tutto il possibile per diminuire la sofferenza: impedire, per quanto possibile, la sofferenza degli innocenti; calmare i dolori; aiutare a superare le sofferenze psichiche. Sono tutti doveri sia della giustizia che dell'amore che rientrano nelle esigenze fondamentali dell'esistenza cristiana e di ogni vita veramente umana. Nella lotta contro il dolore fisico si è riusciti a fare grandi progressi; la sofferenza degli innocenti e anche le sofferenze psichiche sono piuttosto aumentate nel corso degli ultimi decenni. Sì, dobbiamo fare di tutto per superare la sofferenza, ma eliminarla completamente dal mondo non sta nelle nostre possibilità – semplicemente perché non possiamo scuoterci di dosso la nostra finitezza e perché nessuno di noi è in grado di eliminare il potere del male, della colpa che – lo vediamo – è continuamente fonte di sofferenza. Questo potrebbe realizzarlo solo Dio: solo un Dio che personalmente entra nella storia facendosi uomo e soffre in essa. Noi sappiamo che questo Dio c'è e che perciò questo potere che « toglie il peccato del mondo » (Gv 1,29) è presente nel mondo. Con la fede nell'esistenza di questo potere, è emersa nella storia la speranza della guarigione del mondo. Ma si tratta, appunto, di speranza e non ancora di compimento; speranza che ci dà il coraggio di metterci dalla parte del bene anche là dove la cosa sembra senza speranza, nella consapevolezza che, stando allo svolgimento della storia così come appare all'esterno, il potere della colpa rimane anche nel futuro una presenza terribile.

Allora se si ha la consapevolezza di questo grande Amore che Dio ci proficua in ogni istante della nostra vita si ha di sicuro la consapevolezza dell’amore verso tutti gli altri, piante, animali, nuvole, cristalli e fratelli. E con la consapevolezza di questo amore basta vedere il dolore per soffrirne interamente. Cosa devi aspettare Dio? Dio sei tu! Madre Teresa che così smilza come era amava ognuno con tutta se stessa. Pensi che un suo assistito nel vedere prodigare il suo aiuto non abbia visto Cristo in persona? Non delegare a gli altri quello che puoi fare tu stesso. Per cambiare tutto basta amare, non si tratta di speranza ma di Vangelo. Agire nella storia, non con la speranza ma autenticamente è un dovere cristiano. Io so, per questo mi sento un miserabile peccatore.

 

43. Dalla rigorosa rinuncia ad ogni immagine, che fa parte del primo Comandamento di Dio (cfr Es 20,4), può e deve imparare sempre di nuovo anche il cristiano. La verità della teologia negativa è stata posta in risalto dal IV Concilio Lateranense il quale ha dichiarato esplicitamente che, per quanto grande possa essere la somiglianza costatata tra il Creatore e la creatura, sempre più grande è tra di loro la dissomiglianza[32]. Per il credente, tuttavia, la rinuncia ad ogni immagine non può spingersi fino al punto da doversi fermare, come vorrebbero Horkheimer e Adorno, nel « no » ad ambedue le tesi, al teismo e all'ateismo. Dio stesso si è dato un' « immagine »: nel Cristo che si è fatto uomo. In Lui, il Crocifisso, la negazione di immagini sbagliate di Dio è portata all'estremo. Ora Dio rivela il suo Volto proprio nella figura del sofferente che condivide la condizione dell'uomo abbandonato da Dio, prendendola su di sé. Questo sofferente innocente è diventato speranza-certezza: Dio c'è, e Dio sa creare la giustizia in un modo che noi non siamo capaci di concepire e che, tuttavia, nella fede possiamo intuire. Sì, esiste la risurrezione della carne[33]. Esiste una giustizia[34]. Esiste la « revoca » della sofferenza passata, la riparazione che ristabilisce il diritto. Per questo la fede nel Giudizio finale è innanzitutto e soprattutto speranza – quella speranza, la cui necessità si è resa evidente proprio negli sconvolgimenti degli ultimi secoli. Io sono convinto che la questione della giustizia costituisce l'argomento essenziale, in ogni caso l'argomento più forte, in favore della fede nella vita eterna. Il bisogno soltanto individuale di un appagamento che in questa vita ci è negato, dell'immortalità dell'amore che attendiamo, è certamente un motivo importante per credere che l'uomo sia fatto per l'eternità; ma solo in collegamento con l'impossibilità che l'ingiustizia della storia sia l'ultima parola, diviene pienamente convincente la necessità del ritorno di Cristo e della nuova vita.

Che Dio si sia fatto un immagine lo troviamo nella Genesi ed è l’uomo. Che per quella sua immagine si è fatto carne è nei vangeli. Che l’ingiustizia e le sofferenze di questo mondo appartengono alla storia degli uomini è per l’amore grande di Dio alla libertà della sua immagine in quanto tale e non diversamente. Senza libertà non vi era ne esistenza ne immagine. Nulla smentisce nulla. Tutte verità che cadono di fronte l’unica Verità: Dio!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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domenica, 21 ottobre 2007

2° Concorso Lingua Siciliana

Pro Loco “Siculiana”

Discorso introduttivo

Teatro Centro Sociale di Siculiana, sabato 20 ottobre 2007  

 

L’ACQUA ASCIUTTA

Di

Alphonse Doria

 

 

 

   Con mia grande soddisfazione siamo arrivati al traguardo della seconda edizione del Concorso LINGUA SICILIANA. La partecipazione così qualificata e diversificata comprendente tutte le zone della nostra Sicilia fa ben sperare a continuare questo Concorso. Un grazie di cuore a tutti i presenti.

   Porto i saluti del dottor Pippo Scianò e del professore Corrado Mirto che sono stati impossibilitati ad essere presente per il perseverare delle cattive condizioni atmosferiche, pertanto augurano il buon proseguimento dei lavori.

  A questo punto è mio desiderio rendere presente la grande figura culturale del professore mirto leggendovi una sua pagina tratto da ARCHIVIO STORICO SICILIANO Serie IV – Volume XXVIII del 2002: “In un famoso romanzo, II Gattopardo, il protagonista, il siciliano Fabrizio Salina, dice al suo interlocutore, il piemontese Aimone Chevalley: «Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifìche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui noi abbiamo dato il la; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d'Inghilterra; eppure da duemilacinquecento anni siamo colonia... questi monumenti... del passato, magnifici ma in comprensibili perché non edificati da noi». Queste riflessioni che l'Autore attribuisce al principe Fabrizio sono la conseguenza di un secolare lavaggio del cervello fatto ai Siciliani per convincerli della loro inferiorità genetica e, per conseguenza, della loro immutabile condizione di indigeni di una colonia. Quando si vuole togliere l'identità ad un popolo gli si tolgono la cultura, la lingua e la storia, in maniera che i «colonizzati» finiscano con l'identificarsi con la cultura, la lingua e la storia del paese dominante. Questo è accaduto ai Siciliani, i quali sono stati convinti del fatto che essi non hanno una propria cultura e che la loro lingua è un rozzo dialetto. E a questo proposito è doveroso ricordare un increscioso fatto accaduto qualche mese fa. Il parlamento italiano ha giustamente riconosciuto che dentro i confini dello Stato, oltre alla lingua italiana, vi sono altre lingue che debbono essere protette. E così ha stabilito, giustamente, che la lingua sarda deve essere protetta. Ha stabilito, giustamente, che, siccome in Sicilia vi sono un certo numero di Siciliani di origine albanese, la lingua albanese deve essere protetta. A questo punto avremmo aspettato di sentire che, siccome in Sicilia vi sono cinque milioni di Siciliani «di origine siciliana», anche la lingua siciliana doveva essere protetta. Invece la sconcertante decisione del parlamento italiano è stata che il siciliano non è una lingua, ma un rozzo dialetto, e che quindi non deve essere protetto. A favore della lingua siciliana (non del dialetto siciliano) ha preso autorevolmente posizione, con un articolo pubblicato nell'edizione di Palermo del quotidiano "La Repubblica" del 10 dicembre 2000, il professore Francesco Renda, il quale, dopo avere chiarito di non essere separatista e di non essere nemmeno sicilianista, chiede che la lingua siciliana sia insegnata in Sicilia nelle scuole, perché la lingua è «ilprimo dato costitutivo della identità di un popolo». Io non sono un esperto in campo linguistico, sono però in grado di affermare che nella seconda metà del secolo XIV e nel secolo XV la Real Cancelleria siciliana emanava in lingua siciliana documenti firmati dal sovrano, e che la regina Bianca, benché navarrese, scriveva le sue lettere in lingua siciliana. Quindi è evidente che essa, dovendo venire in Sicilia per il suo matrimonio con Martino I, aveva studiato la lingua (non il dialetto) del paese del quale sarebbe divenuta regina. Con una tenace attività, poi, la storia siciliana è stata fatta in parte scomparire (per esempio: Federico III) ed in parte è stata alterata. Per la Sicilia infatti si par la soltanto di dominazioni straniere e i Siciliani sono visti costantemente come oggetti passivi della storia siciliana, che sarebbe fatta sempre dagli stranieri.”

  Questo concorso, come tutti potete notare, non è intestato ad un personaggio illustre della nostra letteratura siciliana, come tanti altri prestigiosi concorsi specifici, ma alla nostra LINGUA SICILIANA, perché il nostro intento è di essere espliciti nel superare i preconcetti che tentano di denigrare il suo valore e ridurla a semplice dialetto.

    Con questo non vogliamo, e parlo in prima persona, fare chissà quale rivoluzione, noi vogliamo difendere semplicemente la nostra cultura, la nostra storia, la nostra lingua, dai vari pregiudizi voluti e insistenti con mezzi portentosi. Proprio l’altro ieri in un film di animazione su Italia Uno vi erano gli squali cattivi che guarda caso parlavano in Siciliano, l’unico squalo buono, parlava in italiano… Questo serve per demonizzare già ai bambini non solo i Siciliani ma la nostra lingua e la nostra cultura. Comunque non vogliamo lottare la lingua italiana. Ripeto: vogliamo difendere la nostra lingua siciliana.

   Vorrei precisare, che molti insistono a declassificare la nostra lingua a dialetto. Ricordo, che io e altri amici, nel 2001, abbiamo istituito l’Associazione culturale Kokalos Siculiana e il signor notaio, che ha steso l’atto, ha fatto una opposizione inverosimile per convincerci a non mettere la dicitura “lingua siciliana”. Insisteva nel voler scrivere: dialetto, vernacolo, ma non lingua. Personalmente mi sono buscato i suoi risolini di derisione e insistenze. Alla fine l’abbiamo spuntata, anche se nel rogito, con un lapsus freudiano ha pure sbagliato e poi nella nota 3 ha corretto: “attività di difesa e approfondimento della lingua e cultura siciliana”.  Ma il notaio non è il solo, ha una ben qualificata compagnia. Alcuni docenti universitari arrivano a contraddirsi in maniera sorprendente, tra i contenuti dei loro scritti e l’insistenza di chiamare una lingua dialetto.

      Come si fa a classificare dialetto una lingua come la nostra che nonostante tutto è in uno stato migliore dell’italiana. La lingua italiana mal ridotta dalla televisione dai suoi mediocri figuranti. Creando altrettanto mostri verbali nei nostri giovani e nelle famiglie. Lo stesso strumento televisivo demonizza la nostra lingua in una parlata tipica accentuata e non simile al vero, tanto che noi stessi nell’imitare quei personaggi dobbiamo forzare la parlata. E non solo, cosa risaputa, in un film o telefilm che si voglia i personaggi negativi parlano in siciliano quelli positivi in italiano. Anche se il buono del contesto è siciliano. Poi, se nella vita reale, il soggetto storico in contesto aveva una intonazione siciliana molto calcata, nella finzione scompare completamente. Un esempio per tutti: il giudice Falcone nel film “Giovanni Falcone” di Giuseppe Ferrara interpretato da Michele Placido. Nello stesso film abbiamo un Paolo Borsellino italianissimo interpretato dal grande Giancarlo Giannini. Nel cinema di ora si incomincia ad utilizzare la lingua siciliana in maniera contestuale. Come nel film NUOVOMONDO di Emanuele Crielese. Vorrei leggere una parte della mia recensione pubblicata su www.mymovies.it (NUOVOMONDO E I SICILIANI DI EMANUELE CRIELESE):

In questo film finalmente si parla in Siciliano, solo perché è la lingua di quella storia, di quei personaggi. senza criminalizzare il Popolo Siciliano, così denotando i personaggi nei ruoli tra i buoni e i cattivi. Lingua utilizzata in ogni suo termine nella pienezza consapevole del loro significato. (Prof. Marco Scalabrino: …uno studio del Centro Ethnologue di Dallas ha, compiutamente, così fissato: < Il Siciliano è differente dall'Italiano standard in modo abbastanza sufficiente per essere considerato una lingua separata; è inoltre una lingua ancora molto utilizzata e si può parlare di parlanti bilingui > in Siciliano e in Italiano standard.)

     La grande biblioteca della letteratura siciliana, basterebbe da sola a testimoniare non solo che il siciliano non è un dialetto ma una lingua di grande valore. A volte mi sembra di discutere sull’acqua bagnata per l’evidenza e semplicità del discorso. Ma la spinta dell’altra parte è così forte che sembra palese il contrario, cioè che l’acqua è asciutta!

      Nella nostra letteratura siciliana grandi nomi ve ne sono e così tanti che per citarli non basterebbe oggi e domani. Vincendo il pregiudizio di fare opera minoritaria scrivendo in siciliano, sono sicuro che la produzione si rinvigorirà ancor di più. Voi tutti autori con le vostre opere, con questa partecipazione così qualificata e prestigiosa siete l’esempio vivo delle mie affermazioni.

        Per l’ennesima volta, in questi giorni ho letto le poesie dell’abate Meli, poeta tradotto in diverse lingue compreso quella italiana, apprezzato da tantissimi letterati. L’Alfieri trovandosi a Parigi ascoltò un gruppo di uomini di cultura italiani affermare che il Meli aveva il primato per le bucoliche e per la lirica anacreontica, però gli stessi osservavano che aveva fatto male a scrivere in siciliano. Di tutto punto l’Alfieri rispose così testualmente: “Ha fatto bene ad usare la favella che intimamente conosce, perocchè con quella generale d’Italia sarebbe stato minor poeta di quel sommo che mostrasi in cose semplici e graziose. Se non tutti lo intenderanno avrà l’onor de’ classici di esser anch’egli tradotto”. (Giovanni Meli Poesie Siciliane 1 –Avanzini e Torraca Editori 1965 – pagina 55) A mio avviso il Meli è uno dei più grandi poeti arcadi a livello internazionale. Con lui l’Arcadia diventa viva più che mai, non una poesia di elite bensì il concepimento preciso della natura e della donna l’una immagine dell’altra amati come tutt’uno dall’uomo nel giusto desiderio dell’esistere in piena simbiosi. Questo è stato possibile solo grazie alla lingua siciliana. Francesco De Sactis ebbe a dire nella conferenza dell’8 settembre del 1875 nella grande Aula della Reggia Università di Palermo, parlando dell’ode Lu labbru (che tutto il Popolo Siciliano di ieri e di oggi conosce e che ha anche cantato però con il nome di L’apuzza nica) per la delicatezza, la grazia e la voluttuosità illimitata e questa potenza si deve al siciliano, “come il Dante e il Petrarca furono bene ispirati a lasciare il latino e poetare in volgare bene ispirato fu il Meli. L’Arcadia trasportata nel dialetto acquista una nuova virtù. Un pensiero insipido e volgare, se lo incontrate in una lingua straniera, vi par nuovo. Ed è nuovo effettivamente, perché la parola straniera te lo porge in un’altra immagine, sotto un altro aspetto. Questo sentite nel dialetto, dove brilla innanzi e vi stupisce quella che nella esausta parola italiana ha perduto ogni sapore. E quel dialetto! Dove è una melodia che ti spetra e t’intenerisce, quando pure che i sentimenti non siano teneri, ma melodia sino alla tenerezza, e punto monotona e addormentatrice, come una ninna nanna si che degeneri in cantilena. Non te ne dà il tempo la velocità di questo dialetto sveltissimo com’è l’ingegno siculo, pieno di scorciatoie e di a abbreviazioni, con trapassi rapidissimi, tutto parola propria e piena di senso, senza frasi, senza circonlucuzioni, e mai non stagni, e corri corri.

              Poi si avviò alle conclusioni: Il Meli trovò una vecchia letteratura e trasportandola nel suo dialetto vi spirò la freschezza della gioventù, ne fece il mondo della verità e del sentimento. Quel mondo della naturalezza e della verità che Parini e Goldoni predicavano. Meli l’aveva già bello e creato! I presenti applaudirono ripetutamente. (Giovanni Meli Poesie Siciliane 1 –Avanzini e Torraca Editori 1965 – pagina 46 e 47) Come avete potuto notare il De Sactis non parla di lingua siciliana ma di dialetto, anche se il contenuto del discorso non è riferito al dialetto ma alla lingua (vi ricordo il termine di paragone il siciliano con la lingua straniera), c’è un perché ed è il suo impegno politico, fu deputato nel 1861 e subito dopo Ministro della Pubblica Istruzione, incarico rinnovato inseguito nel 1878 – 1879 e 1882. Pertanto doveva usare termini unitari che il suo ruolo e la sua politica gli obbligava particolarmente in quella fase storica. Il nuovo Regno Italiano aveva decretato di assurgere il Toscano a lingua nazionale e la fine di tutto ciò che esisteva di diverso  nella penisola di linguistico appellandolo  a  dialetto. Compreso il Siciliano, nonostante tutto.  Queste forzature di termini esistono ancora, ma ne parleremo in seguito. Ho parlato di Meli, ma di Autori e casi simili se ne possono citare una moltitudine. Mi chiedo: come mai riconoscendo la grandezza di un poeta di così grande valore letterario, non si studia a scuola? Perché ancora oggi dobbiamo subire le antologie degli altri? Dalle elementari alle medie superiori in continue letture alienanti come a settembre cadono le foglie oppure di quel libro  di geografia adottato nelle scuole pubbliche GEO ITALIA con le frasi infamanti come La Sicilia è in testa alle regioni da evitare perché la criminalità organizzata soffoca la società. (…)le periferie diventate inferni umani(…) la Sicilia è una regione autonoma con ampi poteri che riceve dallo Stato più di quanto produce. Sarà disattenzione di chi sceglie i libri di testo? sarà scarsa disponibilità di libri più diretti alla cultura della nostra terra? Più facile mi viene pensare ad una spinta da parte della scuola ad una omologazione culturale. Per me è un male perché la perdita della nostra cultura è una catastrofe mastodontica. Perché i giovani senza le radici identitarie culturali sono degli alienati impotenti a relazionarsi socialmente con le altre culture perdendo il proprio termine di paragone e avvolte creando dei veri disastri esistenziali. Voglio per l’appunto precisare con questo documento emesso dalla Regione Siciliana: Identità e futuro (CRICD 2005- Regione Siciliana): La questione della "centralità" della memoria storica non consiste nella riproposizione del passato, ma nella consapevolezza che l'identità può costituire un progetto per il futuro.

La Cultura può essere definita come "la trasmissione da una generazione all'altra, attraverso l'insegnamento ed altri processi di imitazione di conoscenze, valori ed altri fattori che influiscono sui comportamenti" (Douglass C. North) Le società sono dunque contesti di orientamento e di memoria che vengono trasmessi alle generazioni successive.

La Cultura è esercizio di facoltà spirituali ed intellettuali; per svilupparsi ha bisogno di un adeguato e proprio contesto di memoria storica.

Qui sta il vero problema dell'ora presente: l'Europa attraversa oggi una fase di profonda crisi d'identità. L'identità è qualcosa di più della Cultura di una società: Jan Assman paragona la Cultura a una sorta di "sistema di identità" del gruppo sociale, analogo al sistema immunitario biologico. Se c'è un punto in cui lo slogan "uniti nella diversità" è specialmente vero, questo è il campo culturale. Aggiungiamo, con Eliot: "Perché la cultura europea fiorisca si richiedono due condizioni: che la cultura di ogni paese sia unica, e che le diverse culture riconoscano la reciproca relazione, cosicché ciascuna sia in grado di riaccogliere le altre".

L'identità europea nasce infatti dalle identità nazionali e regionali, le deve favorire e non sovrapporsi ad esse. In questo specifico contesto va riaffermata la nostra "sicilianità".

Conoscere la nostra cultura per potersi confrontare con le altre, per potere essere moderni e non alienati.

        Ora mi chiedo: come può succedere che un siciliano arrivi alla laurea senza avere studiato un solo rigo della storia della Sicilia, tranne lo sbarco di Garibaldi, con tutte le deviazioni del caso? Quando invece le scuole dovrebbero, dalle elementari alle medie superiori insegnare sia la storia che la cultura siciliana compreso la lingua. Il torto non è dello Stato Italiano ma del Parlamento Siciliano che pur avendo uno statuto che permette loro di potere legiferare sulla scuola pubblica, tutt’oggi non ha fatto completamente niente. L’articolo 14  del nostro Statuto, sottolineo legge costituzionale, dice che è mansione dell’Assemblea nell’abito della Regione di legiferare in maniera esclusiva in materia di istruzione elementare. Al dire il vero molti disegni di legge in difesa della lingua siciliana sono stati presentati ma visto che ne stiamo ancora parlando nessuno è andato in porto.

       Come sicuramente sapete le lingue non sono mai le stesse con l’andar del tempo si modificano le parole muoiono ne nascono delle altre. Così anche la nostra Lingua Siciliana, alcune consonanti, o parole o regole sono cadute in disuso, perciò non c’è d’allarmarsi o bloccarsi in una ortodossia della grammatica e della grafia. Lo stesso Pitrè si faceva questi scrupoli. Lui ha adoperato un metodo misto tra quello dei filologi cercando di descrivere il suono delle parole con vari segni grafici con più precisione possibile e il metodo grammaticale che rende la parola più letterale possibile come la buona letteratura insegna. Il suo scopo era di fornire riscontri e dati a studiosi di testi popolari in dialetto, era quello dell’etnologo, pertanto scopo del suo studio erano i vari dialetti, le diversità di parlate che la lingua siciliana.

 

Il metodo da me seguito nella trascrizione di tutti questi testi ha bisogno di qualche schiarimento che io non devo tralasciare. V’ha una scuola di filologi che cercando rendere tal quale il suono delle parole vorrebbe con segni grafici rendere ogni suono dialettale e, più ancora, vernacolo. Non son certamente io colui che proverà il difetto di questo metodo, che pure ha il suo lato buono; ma, poiché ho provato anche io le difficoltà di questa pratica e le funeste conseguenze alle quali può essa condurre, non me ne starò dal dire che appunto perché tale io non la ho saputo seguire. È nolo a chi abbia un po' di pratica di queste discipline, che grandi, molteplici, svariati sono i suoni, e che qualunque segno grafico ordinario riesce sempre inefficace a renderli. I dittonghi, i jati, le

attenuazioni, i rafforzamenti, le aspirazioni, le atonie son tali e tante che mal si può presumere di ritrarre secondo la pronunzia popolare la parola. Che se tanto potesse supporsi, chi comprenderebbe più una scrittura piena di parole sformate, smozzicate, guaste a quel modo? D'onde, come conseguenza necessaria, una fonte inesauribile di errori per ragione delle etimologie che verrebbero a fondarsi su basi malferme e poco precise.— D'altro lato, bisogna guardarsi della scuola contraria, propugnatrice del metodo grammaticale, che vuol rendere la parola qual'è ne' libri o quale dovrebb'essere virtualmente come modificata dalla voce originaria greca, latina ecc. Da questa teoria non s'avrà nulla di buono, e la scienza non si avanzerà d'un passo verso la filologia, la quale ha diritto di conoscere tutte le differenze che corrono tra il dialetto scritto e il dialetto parlato, tra un vernacolo e l'altro. Persuaso di questo fallo, io rimasi lungamente perplesso circa al metodo da scegliere, il quale rispondesse al doppio scopo della raccolta, che è quello di fornire nuovi riscontri agli studiosi di Novellistica, e testi popolari a chi cerca i dialetti non nei libri de' letterati ma nella bocca del popolo, maestro di lingua a chi meglio si stima parlarla. Da ultimo chiesi a me stesso: Ora perché dovrò io farmi schiavo d'un metodo esclusivo colla certezza di avervi a trovare dei difetti, quando con un partito conciliativo potrei evitarli ?— E il partito fu quale doveva essere: un,metodo misto che facilitando quanto più la intelligenza delle parole con una grafia assai stretta alla fonica rendesse nel miglior modo la caratteristica della parlale varie in mezzo al dialetto comune. Prova di questo metodo coscenziosamente seguito, è la differente forma onde una stessa voce si trova scritta secondo che essa suoni in bocca palermitana,a caslelterminese, alimenese,ecc

(FIABE NOVELLE E RACCONTI POPOLARI SICILIANI di Giuseppe PITRE’ Vol. I Gruppo Editoriale Brancato Clio   Biesse –Nuova Bietti S.G. La Punta (CT) 1993)

            La Sicilia è un continente per la sua varietà e ricchezza culturale e dobbiamo mettere in considerazione questa realtà nel considerare la diversità di parlate e la ricchezza di parole che contiene la nostra lingua.  Possiamo affermare che fino al 1860 la nostra lingua si presentava in maniera medesima tale da non identificare il luogo d'origine di chi scriveva. Con la fine della nostra sovranità regredisce politicamente a dialetto. La nostra Lingua Siciliana ha perso la guerra! (Noam Chomski). Ma è una guerra politica, di fatto è viva più che mai e questa sera lo stiamo dimostrando pienamente.

           Cosa s’intende per dialetto? Vi sono due origini: l’origine greca διάλεκτος, dialektos, letteralmente "lingua parlata” è una varietà linguistica (o idioma) usata da abitanti originari di una particolare area geografica, comunque senza prestigio; poi vi è l’origine inglese corrisponde "dialect" in poche parole è inteso come una variante di una lingua madre.  Sia nel significato greco di dialetto, il Siciliano non è solo una lingua parlata, un semplice idioma, per la sua storia per il suo valore letterario; sia nel significato inglese non è una variante dell’Italiano perché la Lingua Siciliana è nata prima della Lingua Italiana. Possiamo dire che in un certo qual modo è stato il contrario (vedi: De vulgari eloquentia di Dante). E sin dagli albori della letteratura italiana vi è stato un travaso culturale dalla letteratura siciliana (vedi: il sonetto di Jacopo da Lentini). Vi sono altri (padani… e non) che smentiscono l’evidenza definendo la Magna Curia di Federico II un fenomeno isolato lontano dalla realtà circostante. Anzi qualcuno azzarda che la Scuola Siciliana sia nata in Veneto per via di alcuni canzonieri donati a Federico II da una dinastia veneta. (L’ISOLA N°6 settembre 2007 Siciliano ed italiano: quale dei due è il dialetto? Autore Il Consiglio dell’Abate Vella). Posso affermare il contrario che la Scuola Siciliana nasce da una forza centripeta di concentrazione dell’idioma del Popolo Siciliano divenendo Lingua Nazionale, per motivi di governabilità dell’Impero federiciano, tanto da stendersi per tutto il meridione, dove ancora oggi il Siciliano in alcune parti è parlato: in Calabria e nel Salento. Il sonetto stesso ha la stessa metrica dell’antecedente popolare strambotto siciliano, da dove ha trovato origine.

        La Scuola Siciliana, pur risentendo della tradizione occitanica la quale è all’origine della poetica di tutto l’occidente, in un certo senso si caratterizza rispetto agli schemi cortigiani e professionali del trovatore. Nella sua poesia si può percepire un addentellato di laicità, ed anche quando è cortigiana e madrigaleggiante essa rimane tuttavia aperta a sollecitazioni di carattere popolare e borghese. Tale peculiarità si può cogliere nella stessa metrica, dove il popolare strambotto verosimilmente istrada all’esperimento siciliano del sonetto. Una più chiara conferma la dà lo stesso strumento linguistico, schiettamente siciliano e meridionale, che fonde in sé i vari localismi ponendosi come lingua unica, comune a tutto il popolo del regno svevo, assurgendo perciò a lingua nazionale.

          In un periodo in cui alla società schiavista si era venuta già sostituendo la società feudale, dalla Sicilia parte un impulso politico-sociale centripeto e accentratore. Sorge un nuovo stato che si estende ed unifica tutto il meridione, si erge alla ribalta politica italiana ed europea, costituisce nel mediterraneo il più grande blocco unitario dell’epoca, aspira alla sovranità assoluta e perfino alla costituzione di una chiesa nazionale; elementi che non possono non postulare una comunicazione linguistica. Il dialetto siciliano, attraverso l’unificazione dei vari vernacoli, diviene la lingua nazionale del nuovo stato. L’interesse di classe spinge i nuovi detentori del potere ad attingere alle risorse popolari per contrapporsi all’esterno anche mediante il linguaggio; a nazionalizzare la lingua della base popolare, mezzo comune ed unico ed elemento di coesione tra dominatori e popolo. Una specie di autarchia linguistica.

           Dopo Federico e la Scuola Siciliana si esaurisce il tentativo di monarchia assoluta a carattere nazionale, lo Stato accentrato si disgrega. Si esaurisce di pari passo il ruolo nazionale della lingua siciliana la quale regredisce e si circoscrive. Così guardata essa è qualcosa di più di un dialetto, qualcosa di meno di una lingua. E’ un idioma che storicamente ha attraversato la fase centripeta di concentrazione a lingua vera e propria e, dopo il culmine, quella centrifuga di riduzione. Piuttosto che dialetto, penso che sia più appropriato definirlo lingua di una nazionalità, col suo insieme di vernacoli e di gerghi che si articolano sul fondo linguistico regionale.

(Tratto da: AMORI DI SICILIA di Nino Pino – Edizioni “Il Vespro” S.p.A. di Palermo  novembre 1979 pagine 38 e 39)

         (Il Siciliano) lo si può considerare il linguaggio di una nazionalità, con la sua ricca eterogeneità localistica e la sua caratterizzazione socio culturale. Esso scopre anche lessicamente la sua aderenza, la sua disponibilità e immediatezza di fronte alle istanze che premono. Perciò la crescita quantiqualitativa  dei percorsi  di rinnovamento e di rottura contenutistica e formale della poesia siciliana non può non coinvolgere la revisione critica del dettato. Si ripropone cioè il dibattito su gli idiomi locali: la loro fonetica e traduzione grafica. La secolare questione della fedeltà o meno alla pronunzia ed alla pertinente grafia delle singole parlate risorge al passo con i tempi ma non risolta nella sua sostanza. Da questo punto di vista, il “fenografismo” non era stato che una recrudescenza, una punta emergente di questo ricorrente travaglio.

(Tratto da: AMORI DI SICILIA di Nino Pino – Edizioni “Il Vespro” S.p.A. di Palermo  novembre 1979 pagina 124)

            Occorre, quinti, riattivare una forza centripeta  che uniformi la grafia degli idiomi locali pur recuperando le ricchezze delle diversità e delle varie parole per rinvigorire la lingua. Per riattivare questa forza bisogna incentivare le iniziative come la nostra e soprattutto una volontà politica regionale siciliana disposta a legiferare per incentivare nella scuola pubblica lo studio della lingua e cultura siciliana. Vincendo quel pregiudizio razziale che mortifica continuamente l’istintuale versione a parlare in siciliano dei ragazzi. Come asserisce il professore  Giovanni Ruffini nel suo libro Sicilia editore LaTerza a pagina 106

…la scuola è il luogo dove l’incontro tra siciliano e italiano può diventare “scontro”, talvolta con effetti traumatici. Le conseguenze saranno in tal caso molto negative sia sotto l’aspetto psicologico, sia nell’apprendimento della lingua italiana. (…) Bisogna invece favorire e valorizzare l’incontro tra il dialetto e la lingua. Sarà dunque necessario non mortificare - e anzi valorizzare - il patrimonio dialettale e al tempo stesso far maturare un uso corretto della lingua italiana, senza che ciò debba

comportare l'abbandono del dialetto.
Ma cosa è effettivamente un errore?(…) bisogna convincersi del fatto che l'errore di lingua non deve essere considerato una trasgressione da punire con una «multa». L'errore è un fatto del tutto normale, inevitabile in chi sta apprendendo una lingua, che si può eliminare con un esercizio paziente, intelligente e - perché no - anche divertente.

Anche il luminare Ruffini nella parola DIALETTO diventa un contenitore ripieno di significati significanti lingua.

Tra i sostenitori del termine dialetto vi è pure il professore di linguistica all’Università di Catania, Salvatore C. Trovato, il quale senza veli, nel suo libro La fiera del Nigrò –Viaggio nella Sicilia linguistica-  della Sellerio nel XXXVII capitolo così confessa: “Né va sottaciuto il fatto che il concetto di koinè si trascina dietro il pregiudizio che il dialetto regionale sia una lingua e non un dialetto. Conseguenza innocua, se dietro al concetto di lingua non sta spesso (o non sia stato) quello di nazione”.

Il professore Trovato ammette che utilizza il termine dialetto per un semplice pregiudizio politico, sacrifica la verità scientifica per esigenze politiche.

            Mi avvio alle conclusioni, tirando le somme la diatriba tra dialetto e lingua è solo una considerazione politica dello Stato Italiano. Nel 2005 l’Organizzazione Internazionale per le Standardizzazioni viene classificata con il codice: ISO 639-2  e ISO 639-3   Registration Authority. Il codice ISO 639 viene adottato per le lingue; pertanto u Sicilianu è una lingua ed è pure in un ottimo stato (SNC) per la comunità scientifica internazionale .

L’UNESCO pone in fascia VI la lingua Siciliana,  cioè lingua con nessun rischio di estinzione.

Il Centro Ethnologue di Dallas ha, compiutamente, così fissato: “Il Siciliano è differente dall'Italiano standard in modo abbastanza sufficiente per essere considerato una lingua separata; è inoltre una lingua ancora molto utilizzata e si può parlare di parlanti bilingui > in Siciliano e in Italiano standard”.) (Prof. Marco Scalabrino)

 

Per l’Unione Europea la lingua siciliana si deve ritenere una Lingua Regionale o minoritaria ai sensi della "Carta Europea delle Lingue Regionali o minoritarie", che all'Art. 1 afferma che per "lingue regionali o minoritarie si intendono le lingue ... che non sono dialetti della lingua ufficiale dello stato". La "Carta Europea delle Lingue Regionali o minoritarie" è stata approvata il il 25 giugno 1992 ed è entrata in vigore il 1 marzo 1998. L'Italia ha firmato tale Carta il 27 giugno 2000 ma non l'ha ancora ratificata.

Il professore Roberto Bolognesi – linguista Università di Groningen (Paesi Bassi) e il Giornalista pubblicista Matteo Incerti avanzano una Proposte per una politica di Plurilinguismo Integrale ecco come definiscono il Siciliano:

La Sicilia, che dal 1946 gode di un proprio Statuto di Autonomia, mai applicato fino in fondo dai politici Siciliani che l'hanno governata sino ad oggi, è l'unica Regione a Statuto Speciale che non si vede riconosciuta la propria lingua. Sia l'Unesco Red Book che Ethnologue e molti altri studiosi affermano che il siciliano è una lingua distinta dall'italiano. Secondo lo Studio del Centro Ethnologue di Dallas, "il Siciliano è differente dall'Italiano standard in modo sufficiente per essere considerato una lingua separata","è inoltre una lingua ancora molto utilizzata e si può parlare di parlanti bilingui" in siciliano e italiano standard. Se a livello culturale esiste ancora oggi una fiorente attività che ruota sul siciliano, a livello politico mancano ancora forti segni di rilancio della battaglia per la valorizzazione della lingua siciliana. La rinascita in questi ultimi anni di movimenti politici sicilianisti come Noi Siciliani o il Partito Siciliano d'Azione potrebbe però riportare in auge questa tematica.

Nessun “onorevole” ha perorato in difesa della lingua siciliano, nessuno è stato disposto a firmare nell’ambito della legge n. 3366 sulle Minoranze Etniche e Linguistiche approvata definitivamente da Parlamento Italiano in data 25 Novembre 1999. Così ancora oggi la LINGUA SICILIANA per lo Sato Italiano è dialetto! Come ho avuto modo di dire nella precedente edizione di questo Concorso.

 

La Regione Siciliana nel 2000, dopo sollecitazioni ed appelli da parte di poeti e studiosi come il professore Giovanni Ruffino, Salvatore Di Marco e tantissimi altri partorisce CIRCOLARE n°11 protocollo 535  7 luglio 2000 G.U.R.S. 15 settembre 2000, n. 42 dell’ASSESSORATO DEI BENI CULTURALI ED AMBIENTALI E DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE  con cui si rendono efficaci ed operative le precedenti leggi intese "a favorire lo studio del dialetto siciliano e delle lingue delle minoranze etniche delle scuole dell’Isola".

Cap. 38092 - Contributi alle scuole ed agli istituti di istruzione di ogni ordine e grado che intendano realizzare attività integrative volte all'introduzione dello studio del dialetto siciliano ed all'approfondimento dei fatti linguistici, storici, culturali ad esso connessi, nonché a favore delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado che programmino attività di educazione degli adulti finalizzate allo studio ed alla conoscenza del predetto dialetto.

 

Per tutti u Sicilianu è lingua tranni p’u Statu ‘Talianu ca è dialettu!

Però noi non criminalizziamo le parole, come fanno gli altri e questa sera ve ne daremo la prova. A noi interessano i significati. E come ho potuto mostrare molti nella parola dialetto riguardante il siciliano hanno nascosto il significato di lingua alcuni per timore o peggio ancora servilismo, altri per scopi politici, altri ancora per innocenza, ma gli imperdonabili sono coloro che ne fanno uso per un semplice pregiudizio razziale su la Sicilia e i Siciliani.

Allora, riattiviamo questa forza centripeta, per dirla alla Nino Pino, come già operò la Magna Curia di Federico II, incontrandoci più possibile, confrontandoci senza paura della grafia e della grammatica, trovando le risposte dentro di noi, nella nostra memoria collettiva, nella nostra sicilianità, al fine di non essere i monatti della nostra lingua ma i continuatori lasciando così un’eredità a chi domani si potrà chiedere: Chi sono?  

 

 

                      

 

 

 

  

                  

 

 

 

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domenica, 09 settembre 2007

IL PREGIUDIZIO RAZZIALE

E Mister Denis Mack Smith

Di

Alphonse Doria

Siculiana, 9 settembre 2007

 

              Il paradosso dei paradossi è che hanno inculcato al Popolo Siciliano il pregiudizio razziale su se stesso.

              In questi giorni ho letto STORIA DELLA SICILIA Medievale e Moderna di Denis Mack Smith Editori Laterza – Bari 1971. Il libro me lo hanno portato a casa tutto stracciato con pagini mancanti, allora l’ho dovuto riparare con l’amore che  ho per ogni libro. Sinceramente lo cercavo da tempo, non che non si trovasse, ma cercavo una edizione economica, più di questa… a gratis! Lo cercavo perché molti ne fanno cenno a giusta ragione e poi perché chi ama Sciascia non può fare a meno. Secondo me mister Smith ha centrato a pieno nell’introduzione inserendo come preambolo le celebre parole de –Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: “Siamo vecchi, Chevalley vecchissimi… …noi siamo dei bianchi quanto lo è lei… Dove si legge benissimo oltre la rassegnazione anche il pregiudizio razziale di essere Siciliani. Pertanto nessuno evento storico potrà mai cambiare il destino di questo Popolo perché è la sua natura, la sua caratteristica di razza, il suo dna che non è predisposto ad un futuro migliore, anzi destinato a non avere futuro. Faccio un esempio: perché non vi è sviluppo economico in Sicilia? Perché il Siciliano non ha una mentalità allo sviluppo, il suo individualismo lo porta alla non fiducia e a non credere nel futuro, così nell’investimento. Così tutti i Siciliani cercano il pubblico impiego e affini. E’ veramente così? L’ordine pubblico, la sicurezza, la legalità sono materia d’interesse specifica di ogni Stato qualsivoglia in tutta la faccia della Terra. Si, ma… in Sicilia c’è la mafia. Il Siciliano è un mafioso, perciò lo Stato può fare ben poco. E una questione di razza! Ma è veramente così?  Tutto vale ben poco se poi i politici non hanno mai programmato lo sviluppo tanto che in Sicilia non vi sono né strade, né porti, né aeroporti sufficienti a tale scopo. Tranne per quell’industrializzazione rifiutata dal nord e piantata a rovinare perdutamente luoghi unici al mondo per bellezza come: Gela, Priolo, Melilli, Augusta, Milazzo dove con i fonti della Cassa del Mezzogiorno destinati all’industrializzazione e allo sviluppo del sud scaltri pirati economici hanno concentrato un così numero di raffinerie avvelenando il Popolo Siciliano senza pagare nemmeno l’imbatto ambientale o le dovute tasse (I.V.A.)  e non solo, rubandoci i nostri giacimenti senza nemmeno chiederci permesso, anzi negando, e facendoci pagare il costo del carburante più caro degli altri italiani. Tutto con il consenso, se non complicità, dei partiti politici che si sono succeduti senza tenere conto dei vari colori.

                         Ora si legge che il Tar di Palermo ha dato via libera alla compagnia statunitense Panther Gas di trivellare a due passi dal tesoro degli splendori dell’architettura barocca siciliana di Noto e Ragusa di interesse Unesco. Perché gli strapagati impiegati regionali hanno tardato a rispondere sulla valutazione dell’impatto ambientale ed è scattato il meccanismo del silenzio assenso. Il presidente della regione Cuffaro, minaccia che a settembre sarà presentato, con procedura d’urgenza, un provvedimento che chiuderà definitivamente la questione vietando ogni tipo di trivellazione nell’area interessata. (Il Sole 24 Ore del 29 agosto 2007- Il presidente della Regione, Salatore Cuffaro: “Invitiamo la Panther Eureka a non dare il via ai lavori. E in ogni caso, a settembre, la regione, con procedura d’urgenza, presenterà un provvedimento che chiuda definitivamente la questione e impedisca le trivellazioni nell’area”.) Staremo a vedere… A me convince poco il “presenterà”… In lingua siciliana il futuro esiste solo in forma mistica, per i terreni (non terroni) come Cuffaro vi è o il tempo presente o il condizionale. Nel condizionale vi sono sempre patti e condizioni… Aimè!

                         Ritorniamo al nostro caro mister Smith, mentre parla con ammirazione della Sicilia “La Sicilia è sembrata a volte il centro stesso del mondo civile” (pagina 3). Del suo Popolo dice: “Chi sono i siciliani? (…) In realtà i siciliani sono stati sempre divisi tra loro, e non è da escludere che questo abbia arrecato loro un danno grave quanto quello dell’oppressione straniera. (pagina 3) INDIVIDUALISTI!

“I Vespri siciliani del 1282 non sono che una delle tante rivolte popolari che dimostrano come, persino nelle città esistessero molte forze poderose di cui il governo centrale aveva ben poca nozione; e la lunga storia del brigantaggio e della mafia ce ne dà la conferma.” (pagina 4) MAFIOSI!

“Gran parte del meglio e gran parte del peggio della storia siciliana proviene da questa fiera insularità, che non è senza rapporti con l’impoverimento materiale della Sicilia moderna.” (pagina 4) MANCANZA DI MENTALITA’ IMPRENDITORIALE

              In poche parole Smith mostra un concetto imperialista e di superiorità in rapporto a gli altri popoli dando così l’alibi alla politica colonizzatrice inglese. Dimostrabile facilmente, per lui, la colpa dell’impoverimento delle risorse siciliane non è dei vari colonizzatori che si sono succeduti ma del Popolo Siciliano, della sua natura o per meglio dire della sua caratteristica razziale. Allora prima di approfondire in analisi il testo ancor di più, parliamoci chiaro, ammetto che abbiamo tanto da rimproverarci e che come attesta un pensiero, che circola continuamente nei nostri scritti di appassionati sicilianisti: “La colpa è dei Siciliani. Il Nord non avrebbe mai potuto saccheggiare la Sicilia nel modo in cui l’ha saccheggiata, se non avesse trovato qui, nell’Isola, dei complici. Dei complici che hanno sempre tradito gli interessi della Sicilia. Dei complici. Ieri, Oggi. Sempre.” (Giuseppe Garretto da Realtà Siciliana -1960). La colpa è pure nostra senza se e condizioni, ma dobbiamo dire che il metodo di ogni colonialista è quello di corrompere con uno stato dilagante d’illegalità il popolo da depredare. Pertanto è giustissima l’autocritica, anzi la lotta di ogni siciliano che ama la sua terra deve iniziare proprio da questa fase. Meditare sui mali che attanagliano la nostra Terra e caricarsi le proprie colpe di responsabilità, per poi incominciare a superare pian piano questo stadio e prendere coscienza della propria sicilianità senza vergognarsene. Ma non si vuole che i Siciliani prendano coscienza, tutt’altro, si vuole  ci si debba vergognare di essere tali, di sentire la propria sicilianità. Allora mentre per noi sicilianisti la sicilianità è un plus valore per chi ci vuole omologare del tutto è una negatività così pesante da farci responsabili di tutti i mali del mondo. Tanto che per gli unitari, continentali e isolani, è diventato un pregiudizio razziale. Qualcuno può chiedersi: “unitari?”. Si perché per quelli come me la questione risorgimentale: indipendentisti, unisti e unitari è ancora aperta. Forse sarò rimasto molto indietro ma da un po’ di tempo vado accorgendomi che non sono il solo. Attualmente in politica si parla di federalismo… Ebbene non facendo confusione di termini il semplice decentramento di alcuni uffici non fa di uno stato unitario regionalista, uno federalista, o ancor più confederalista. Vecchia questione e molto ambia ma sostanzialmente d’importanza rilevante sia a livello europeo che italiano. A livello europeo perché uno stato confederalista come l’Europa non può nascere dall’insieme di interessi economici; o peggio ancora, per il volere di alcuni potenti banchieri che assoldano certi politici mercenari, o compari, per disegnare una brutta bandiera. Con questo non sono contrario alla nascita dell’Europa quanto la stessa rispetta le peculiarità identitarie dei popoli, come sinceramente, è già accaduto per alcuni. Noi indipendentisti siamo ottimisti nel credere ad una Europa che rispetta il diritto di sovranità a tutte le nazioni che la compongono, anche per quelle, come la Sicilia, che sono state beffate e abrogate con imbrogli, (vedi la falsa liberazione garibaldina, vedi il falso plebiscito),  e violenza (vedi la soppressione alle rivoluzioni, come quella del 15 settembre 1866 -Sette e Mezzo-, come i moti indipendentisti del dopo guerra -E.V.I.S.-), in seguito la piemotizzazione del 1860.  

                    Appunto l’impresa garibaldina è vista da mister Smith come un sussidiario prefascista. “L’11 maggio, cinque settimane dopo l’insurrezione iniziale, Garibaldi giunse nel porto recentemente riaperto di Marsala con due piccoli piroscafi ad elica che aveva rubati. Con lui c’erano soltanto un migliaio di volontari male equipaggiati ma entusiasti. Contro di lui, circa venticinque battaglioni di fanteria oltre a vari reggimenti di artiglieria e di cavalleria.” (pagina 588) Si nota benissimo quella retorica  nazionalista da maestro con i basettoni e gli occhialini rotondi! Le immaginette del sussidiario colorate di Garibaldi proteso a prua con lo sguardo fiero verso Marsala! “…il fascino personale mesmerico di Garibaldi…Questo famoso anticlericale e anticattolico fu presto venerato come un santo, persino come una reincarnazione di Cristo stesso, venuto a riscattare i siciliani da secoli di maltrattamenti, e accortamente egli non scoraggiò quest’immagine carismatica.”(pagina 588). Basta!!! Mi fermo qui perché l’oggetto della discussione non è Garibaldi, ma la storia. E’ possibile che uno storico(?) si possa prostituire talmente? E meglio che si risponda lui stesso:

E nemmeno dovremmo condannare in modo sbrigativo e indiscriminato qualunque tentativo di alimentare quei miti storici che aiutano a consolidare il nostro senso di identità nazionale. Allo stesso tempo si deve pur ammettere che le leggende storiche possono avere esiti disastrosi se prese troppo seriamente, tanto più quando sono state manipolate o persino inventate nel deliberato tentativo di influire sulla politica o ingannare i posteri. Nei libri di testo per la scuola elementare oppure nella stampa popolare una certa dose di manipolazione della storia può sembrare abbastanza innocente, ma queste manipolazioni sommandosi possono generare nell'opinione pubblica illusioni pericolose oppure concezioni errate relativamente alla potenza di una nazione e ai suoi reali interessi. Nessun paese è immune dalla tentazione di portare queste esagerazioni alle estreme conseguenze. Accade in ogni nazione che alcuni storici, invece di cercare semplicemente di comprendere e raccontare il passato, siano condizionati da interessi legati alla politica del momento e abbiano in mente piuttosto un qualche futuro idealizzato per il quale cercano una giustificazione storica. In casi estremi un tale atteggiamento può essere portato fino al punto di falsificare le prove documentali, magari assolvendo l'operato di un tiranno per legittimare poi una politica nazionale aggressiva, oppure per difendere la discriminazione razziale o la lotta di classe, o ancora per nascondere la corruzione di una élite governativa.”

(La storia manipolata di Denis Mack Smith- Edizioni Laterza 1998 – Capitolo 1. I resoconti tendenziosi della storia)

 

Andiamoci piano, con questo non voglio dire che il testo in questione sia negativo a 360 gradi, anzi, è pieno di giuste analisi per potere riflettere attentamente. Sicuramente deve essere letto con le necessarie cautele, perché appunto pecca di pregiudizio razziale ed è ciò che sto cercando di mettere in evidenza pertanto tralasciando tutto quello che ha di positivo.

(Pagina, 54 - anno 1169): “Pietro di Blois nelle sue lettere a casa espresse la sua tristezza per la crudeltà e la perfidia degli abitanti della Sicilia. Era pieno di nostalgia per il mondo più tranquillo dell’Inghilterra, per la sua aria tenera e dolce, per il vino francese e il cibo inglese;laddove la Sicilia gli dava la malaria, il suo cibo non gli si addiceva e i suoi terremoti e vulcani ne facevano con ogni evidenza l’anticamera dell’inferno.”

(Pagina 57 il perché dei mosaici di Monreale): “…illustravano le storie della Bibbia a un pubblico che non sapeva leggere…”

(Pagina 69): “Gervaso di Tilbury, che era vissuto in Sicilia, temeva i falsi e bellicosi abitanti di questo paese ricco ma sinistro: come altri dopo di lui, egli li trovò –Astuti nel far male, muti di fronte all’offesa”

(Pagina 85, la colpa è dei Siciliani se non sono nate le città stato): “Mancava quello spirito di comunità che avrebbe potuto creare una civiltà sul tipo delle città-Stato dell’Italia del nord.” O forse la Sicilia stava vivendo un altro momento storico?

(Pagina 90 NO AL PONTE SULLO STRETTO): “…gli isolani erano una popolazione intrattabile che nutriva un fiero senso d’indipendenza. La Sicilia era difficile da conquistare e ancor più difficile da amministrare con efficienza, e lo stretto, visto dal nord, costituiva una grossa barriera psicologia e geografica.”

(Pagina 140 – 1516- Rivolte o rivoluzioni all’ombra della mafia): “Nel frattempo a Palermo, scoppiava una rivolta più popolare. Questa fu forse scatenata dalla disoccupazione che fece seguito alla chiusura del parlamento e al ritiro dei baroni. Nella versione fornita da Moncada, si trattò di una rivolta fomentata dai nobili che avevano al loro servizio bande criminali –una versione analoga, e forse talvolta veritiera, è stata data di tutte le rivolte siciliane, dai Vespri ai movimenti guidati da Garibaldi a Giuliano- e aggiunse che a quelli che avevano cercato di fermare l’insurrezione erano state bruciate le case.” Questo pregiudizio razziale che ogni rivolta in Sicilia è mafiosa, perché il Siciliano è mafioso. Vorrei andare ad analizzare tutte le rivolte e rivoluzioni di questo mondo e di tutti i tempi ed andare ad appurare lo stato delinquenziale degli attori… Ma questo non toglie il valore politico.

(Pagina 146): “…quell’indistinto complesso di qualità chiamato con dispregio –spagnolismo- sembra a volte caratterizzare più i siciliani governati che i loro governanti spagnoli.”

(Pagina 149 La Spagna voleva lo sviluppo della Sicilia ma…): “Un altro ostacolo rappresentato dal fatto che talvolta persone potenti in Sicilia corrompevano i funzionari a Madrid per impedire qualsiasi cambiamento.” Tutta colpa dei Siciliani!

(Pagina 150 e 151 -1579 dai rapporti dei viceré e di molti visitatori): “Si ammirava l’ingegno sottile e l’acutezza mentale come non si poteva che apprezzare la fedeltà alla Spagna, la cordialità, e la disposizione all’obbedienza verso qualsiasi governo veramente forte. Tuttavia i siciliani erano considerati il popolo più vendicativo e passionale del mondo. La loro capacità di falsa testimonianza e di corruzione era nota. Essi non solo erano rozzi e maleducati, ma si concentravano egoisticamente sul loro interesse privato senza alcuna considerazione per il bene comune. Degli altri paesi non si interessavano minimamente. Erano un popolo -avido di onori, eppure incline a gli agi e alle piacevolezze; chiacchierone, indiscreto, polemico, zelante e vendicativo- Confermava l’inglese Sandys intorno al 1610.”

(Pagina 152 l’Inquisizione spagnola è stata una leggerezza tanto da soffocare ogni principio di libero pensiero politico, culturale e artistico): “Lungi da essere oppressiva, in realtà, la Spagna potrebbe essere accusata più appropriatamente di eccessiva tolleranza, di un eccessivo rispetto verso l’antiquato parlamento feudale e le immunità privilegiate dei nobili del clero e delle corporazioni cittadine. Se la Spagna fosse stata solo poco più oppressiva, forse i siciliani sarebbero stati spinti a una maggiore coscienza politica e a un più spiccato senso di autodeterminazione.”

(Pagina 162 Il Parlamento): “…non si pensava al parlamento come un luogo ove manifestare il dissenso (…) diversamente da quanto avveniva nell’Inghilterra di quel tempo, non incoraggiava critiche del genere.

(Pagina 163): “Il viceré aveva quasi tutte le carte in mano. Egli nominava i presidenti di tutte e tre le Camere e aveva una parte preponderante nella scelta della maggioranza degli altri membri. Uno dei suoi fidi votava per conto di ogni diocesi vacante e per ogni feudo il cui barone fosse morto senza eredi, mentre naturalmente egli nominava i vescovi e creava la nuova aristocrazia.”

(Pagina 179): “Era possibile talvolta ingaggiare marinai inglesi, spagnoli e napoletani con l’offerta di una buona paga, ma raramente i siciliani, e questo fatto toglie parte del suo valore l’affermazione secondo cui era semplicemente colpa della Spagna se le coste erano lasciate indifese.”

(Pagina 181): “…era impossibile indurre i siciliani a sacrificare il loro tempo e le loro comodità.”

(Pagina 189): “De Vega spiegò a Madrid che la generosità e l’Inghilterra dovevano essere usate con grande cautela perché la clemenza era interpretata come debolezza.”

(Pagina 198): “I siciliani divennero noti per il baciamano, per gli scappellamenti e il gioco.”

(Pagina 287 - 1677): “I cittadini sentivano il peso di dover alloggiare i soldati francesi, in parte perché non ricevevano in cambio nessun pagamento, ma ancor più perché l’avere in casa un uomo estraneo era una minaccia al loro onore. (…)Era questo un confronto con un mondo nuovo e provocatorio da cui la benevole sollecitudine dell’Inquisizione aveva finora protetto i siciliani.

(Pagina 209): “Cercando di eliminare l’eresia, l’Inquisizione aiutava ad attaccare una pericolosa fonte di pensiero indipendente e a volte rivoluzionario nel campo politico oltre che religioso. Insieme col controllo esercitato dai gesuiti sull’istruzione, questo contribuì a mantenere la Sicilia ortodossa e obbediente.”

(Pagina 292 – 1720): “I siciliani parlano sempre del loro onore, commentò Gregorio Leti, tuttavia si vantano di non mantenere mai la parola.”

(Pagina 306): “La maggior parte degli altri siciliani, secondo funzionari borbonici, accettò il cambiamento con il fatalismo di gente abituata ad essere sballottata qua e là dalla sorte come un giocattolo.”

(Pagina 312 Sui Savoia): “Persino lo storico ed erudito canonico Mongitore (…)condivideva l’irritazione generale per questa sfida al modo di vivere siciliano; infatti l’equità e l’efficienza non erano apprezzate in questo ambiente feudale, e l’avarizia in un sovrano era oggetto di disprezzo. (…)le intenzioni del re erano egualmente buone.”

(Pagina 394, 395) “Se la Sicilia era per gli stranieri un luogo interessante da visitare, ciò era dovuto proprio al suo isolamento e alle sue idiosincrasie, che erano un elemento così negativo. (…)I settentrionali perciò accettarono in parte l’idea che l’Europa finisse a Napoli e che la Sicilia facesse parte di un diverso mondo semi-africano. (…)Gli altri italiani, se si eccettuano i napoletani, non sapevano quasi nulla dell’Isola, ne la conoscevano bene gli stessi siciliani; e senza una conoscenza ben difficilmente poteva esservi una seria o efficace riforma.”

(Pagina 423): “Caracciolo non poteva evitare di manifestare disprezzo per un popolo che considerava degradato dalla tirannia. Si riferiva ad essi col termine di –infami-, parola che era più insultante di quanto egli non sapesse. Persino molti intellettuali secondo lui erano –barbari- e non conoscevano il latino.”

(Pagina 443 - 1812): “Nei salotti di Palermo si diffuse l’affettazione snobistica di parlare siciliano con l’accento inglese.”

(Pagina 459 – L’abate Balsamo dice a Bentinck): “Troppa libertà è per i siciliani ciò che sarebbe una pistola o uno stiletto nelle mani di un bimbo o di un pazzo. (…) A’Court, analizzò così la situazione (…) (Pagina 460) –I siciliani si aspettano che gli altri facciano tutto per loro-, e aggiungeva: -essi sono stati sempre abituati all’obbedienza passiva”.

(Pagina 505 – il pregiudizio razziale imprenditoriale): “Fu Vincenzo Florio a dimostrare col suo esempio cosa si sarebbe potuto realizzare tanto nel commercio quanto nell’industria. Florio era un continentale, nato in Calabria, la cui famiglia era andata in esilio in Sicilia, al seguito del re.” Basta nascere qualche chilometro più in là, basta non essere siciliani per essere buoni imprenditori… Non parlando degli inglesi…

(Pagina 533 De Welz osservò nel 1822): “…che i siciliani avevano un opinione troppo alta delle proprie capacità per desiderare d’imparare o di cambiare.”

(Pagina 542): “Una guida inglese, ad esempio, nelle edizioni del 1828 e del 1833 diceva che –i siciliani sono facili a governarsi con modi cortesi”.

(Pagina 558 Sui moti rivoluzionari del 1848): “La moralità tribale di una popolazione soggetta si manifestò con l’assassinio in massa di poliziotti e sospetti informatori, a volte con incredibile crudeltà. Si notò che i soldati, che erano per la maggior parte stranieri, suscitavano molto meno ostilità della polizia, che formata in genere da siciliani, e questo ci illumina sulla natura della rivoluzione. (…) A questo si aggiungeva quella che più tardi sarebbe stata definita la mafia.”

(Pagina 572 come si comportò Filangeri?): “…si comportò con umanità e buon senso.”

(Pagina 583 – enigmatica conclusione del capitolo XLVI): “Un movimento dalla base di vaste proporzioni era essenziale, se il grosso esercito borbonico in Sicilia doveva essere sconfitto: questo Garibaldi lo capiva, ma non così Cavour; e fu questo che permise finalmente a Garibaldi superando tutte le divergenze tra i vari gruppi di siciliani di unire la Sicilia al resto dell’Italia.” (?)

(Pagina 601): “Gli amministratori che ora arrivavano dal Nord (…) riferirono che la Sicilia era –un pozzo pieno di fango-, e che la loro popolazione era composta da –feroci (Pagina 602) beduini- indolenti e indifferenti alle libere istituzioni, (…)ogni siciliano apparteneva ad un clan basato sul rapporto cliente-patrono, destinato a difenderlo contro altri clan e persino contro il governo.”

(Pagina 611 – Govone): “Govone gradualmente ristabilì l’ordine, ma con metodi che resero il dominio italiano poco popolare. In un mondo di omertà, egli fu talvolta costretto da arrestare la gente senza processo e alcuni rimasero in prigione per anni senza essere processati; nei villaggi più recalcitranti prese ostaggi per costringere all’obbedienza la collettività; a volte si fece uso della tortura e a Licata si tagliarono le forniture di acqua nel pieno dell’estate. (…) Govone peggiorò le cose affermando sconsideratamente in parlamento che nessun altro metodo poteva aver successo in un paese come la Sicilia che –non è sortita dal ciclo che percorrono tutte le nazioni per passare dalle barbarie alla civiltà- Questa frase provocò uno scoppio d’indignazione; Govone a causa delle sue affermazioni, dovette battersi in duello e, in seguito, presentò delle parziali scuse; ma alcuni siciliani in privato erano disposti ad ammettere che forse egli aveva ragione.

(Pagina 624 IL PATTO SCELLERATO): “Antonio di Rudinì, divenuto prefetto nel 1867, in quanto siciliano, capiva (…)Egli ricordò al parlamento, infatti, che la forza serviva a poco dove il comportamento mafioso era di norma. Albanese, che era il capo della polizia sotto Medici, impiegava come poliziotti noti delinquenti; non li licenziava quando erano implicati in altri reati e nemmeno quando erano accusati di servirsi della loro carica per operazioni criminali su vasta scala. (Pagina 625) Questo divenne di domino pubblico quando Diego Tajani, procuratore generale di Palermo, non siciliano e non abituato a questi sistemi emanò un mandato di cattura contro Albanese nel 1871. Con sorpresa di Tajani, il governo ordinò che il mandato non fosse eseguito; e, cosa quasi altrettanto inquietante, alcuni testimoni dell’accusa vennero assassinati.”Viene voglia di dire: il governo non siciliano…

(Pagina 665 l’orgoglio siciliano): “Molti, certamente, furono ben lieti di questo proscioglimento perché, con il progressivo allargarsi dell’elettorato l’aiuto della mafia e il –voto siciliano- erano più importanti che mai per gli uomini politici di diverse tendenze. Un pericoloso e spesso isterico patriottismo locale era stato inoltre fomentato fra i siciliani tanto di destra quanto di sinistra che, per quanto irritati con Palizzolo che aveva messo in luce l’aspetto peggiore della barbara macchina politica palermitana, erano irritati anche di più per l’altera e talvolta sprezzante reazione settentrionale. Alcuni italiani, a questo punto,

scrissero sul Mezzogiorno alludendo ad un’ipotetica inferiorità razziale che avrebbe reso incorreggibile la delinquenza siciliana e i siciliani, oltraggiati da questo atteggiamento, fecero di Palizzolo, dopo la sua assoluzione, una celebrità. Una nave speciale fu noleggiata per scortarlo in patria in trionfo ed egli si ritrovò un eroe locale. L’orgoglio siciliano ancora una volta proteggeva la mafia e condannava la Sicilia a un male peggiore.”

(Pagina 668, 669 NUNZIO NASI): “Luigi Pirandello e l’altro eminente scrittore siciliano Luigi Capuana (che avevano tratto vantaggi personali dalla protezione di Nasi) condivisero in pieno il sentimento di sdegno.” Visto che Nasi aveva aiutato due colonne portanti della letteratura internazionale ci aveva visto bene.

(Pagina 670 non è cultura quella siciliana): “Pirandello scrisse alcuni drammi in dialetto, e tanto lui quanto Verga avevano un enorme nostalgia della Sicilia e un senso quasi di colpa per averla lasciata. I temi di Verga furono siciliani fino all’ossessione e desta sorpresa l’apprendere che scriveva da Milano ai suoi amici di inviargli una serie di espressioni siciliane con le quali dare alla sua opera un carattere anche maggiore di autenticità. E così Pirandello preferiva tornare a casa ogni pochi anni per rifornirsi di intrecci e di atmosfera locale; ma non vi rimaneva mai a lungo. (Pagina 671) …lo stesso Verga parlava male l’italiano e non andava esente da un chiaro provincialismo nel suo modo di pensare.”

(Pagina 692): “Pirandello amava la dottrina fascista che poneva la forza nazionale al di sopra della libertà e della legalità, e decise ostentatamente di chiedere la tessera del partito nel 1924, nel momento stesso in cui la complicità di Mussolini nell’assassinio politico era stata provata in modo incontrovertibile.”

(Pagina 715): “La frustrazione e il malcontento locali sono espresse dalla sorprendente decisione presa dal governo, nell’agosto 1941, di trasferire tutti i funzionari siciliani sul continente, dai giudici di corte d’appello in giù, per sospetta infedeltà.” Il testo del telegramma di Stato protocollo n°5943 del 5 agosto 1941: “DAGLI UFFICI DELLA SICILIA DEBBONO ESSERE ENTRO BREVE TEMPO ALLONTANATI TUTTI I FUNZIONARI NATIVI DELL’ISOLA PROVVEDERE IN CONFORMITA’ ASSICURANDO – MUSSOLINI” Pregiudizio razzista del governo fascista.

 

(Pagina 671 IL PREGIUDIZIO LINGUISTICO) Un fattore che contribuì         a ritardare la fusione culturale della Sicilia con l’Italia fu il fatto che in molte scuole si continuasse a usare il dialetto.

Mister Smith, e tanti altri misero il pregiudizio linguistico minorando così gli studenti siciliani in rapporto a gli altri. Questo pregiudizio negò di fatto il giusto insegnamento della lingua italiana, non rapportandola con la lingua siciliana. Questo argomento lo avevo già trattato  su (PENZA edito su Pensiero Indipendente e su www.scrivi.com:  Ma su gli errori sia di ortografia che di sintassi vorrei aggiungere un contributo importantissimo che ho trovato con mia grande soddisfazione nel libro SICILIA scritto dal grande professore Giovanni Ruffino Editore Laterza a pagina 106 nel capitolo Dialetto e lingua nella scuola. Il quale afferma che la scuola è il luogo dove l’incontro tra siciliano e italiano può diventare “scontro”, talvolta con effetti traumatici. Le conseguenze saranno in tal caso molto negative sia sotto l’aspetto psicologico, sia nell’apprendimento della lingua italiana. (…) Bisogna invece favorire e valorizzare l’incontro tra il dialetto e la lingua. Sarà dunque necessario non mortificare - e anzi valorizzare - il patrimonio dialettale e al tempo stesso far maturare un uso corretto della lingua italiana, senza che ciò debba comportare l'abbandono del dialetto.
Ma cosa è effettivamente un errore?(…) bisogna convincersi del fatto che l'errore di lingua non deve essere considerato una trasgressione da punire con una «multa». L'errore è un fatto del tutto normale, inevitabile in chi sta apprendendo una lingua, che si può eliminare con un esercizio paziente, intelligente e - perché no - anche divertente. Ancora oggi nelle scuole, a maggior ragione quelle d’obbligo, la lingua siciliana viene demonizzata. Chi compie un errore di lingua ghettizzato e avvolte anche ridicolizzato, pensando le maestre di agire nel bene, invece fanno male il loro mestiere e male alla propria anima.”

Giovedì 17 novembre 2005 leggo nella pagina Cultura e spettacoli del quotidiano LA SICILIA, un intervista a Silvana Grasso dal titolo: Silvana e l’anarchico disìo. Questo articolo mi ha colpito per due motivi fondamentali: La questione della Lingua Siciliana e la Sicilianità. Il bravo intervistatore pone la seguente domanda: -Che cosa ha il siciliano che l’italiano non ha?
Risposta: -Animus e anima. L’italiano “letterario” di oggi ha il
fascino di un cadavere in fase d’autopsia.
Domanda: -Disìo, come gli altri suoi romanzi, è impreziosito da
sapiente uso del siciliano. Eppure, per chi cresce e
studia in Sicilia, non sempre il siciliano è considerato
sapiente. Per molti è una sorta di tabù, ed è divieto
parlare siciliano a scuola o, peggio ancora, a casa.
Perché? Da dove, secondo lei, nasce la vergogna?
Risposta: - (…)La vergogna è non flagellare una scuola così,
che impone a una lingua il cilicio dell’abitudine, del
tedio, della mortificazione espressiva.

 

(Pagina 676) “…mancanza di mentalità commerciale. Lo zolfo e gli agrumi, ora i più importanti prodotti siciliani e tra le principali esportazioni italiane, erano entrambi un esempio di risorse inadeguatamente sfruttate. Quando i produttori di limoni di Siracusa formarono un’organizzazione per le vendite e le ricerche, le gelosie reciproche presto ne imposero lo scioglimento: non c’era abbastanza gente, infatti, neanche nella progredita Sicilia orientale, disposta a riconoscere la presenza di un interesse comune nel controllo delle malattie delle piante o nel preservare un alto livello di qualità. La mancanza di spirito associativo spiega anche perché i primi impianti idroelettrici nella Sicilia orientale fossero apparentemente debitori di ben poco all’investimento locale.”

(Pagina 682): “…i contadini siciliani erano comunque troppo individualisti per accettare di buon grado la collaborazione,”

 La storia si può anche tacere oltre che esaltare come abbiamo già visto. Manca tutto ciò che riguarda l’E.V.I.S. il M.I.S. mancano le vittime siciliane, quelle di Randazzo, quelli di Via Macqueda, quelli delle guerre mondiali, mancano tutti quei morti sepolti nel tacito taciuto consenso di alcuni storici coinvolti nella congiura del silenzio contro il Popolo Siciliano.

Sono stato insieme al mio caro amico Vincenzo L.  e alcuni della sua famiglia e mia moglie a girovagare per Agrigento per assistere, curiosare e passare il tempo tra gli eventi  della manifestazione LA NOTTE BIANCA. Prima tappa, leggendo il programma,  il Monastero di Santo Spirito con un omaggio a Leonardo Sciascia prodotto dall’Associazione ‘Utile & Dulce’, specializzata in performances eno-letterarie: IL MAR COLOR DEL VINO. Vie e viuzze nel centro storico della pur sempre bella città e finalmente il meraviglioso monastero. Appena arrivati ci misero in mano dei bicchieri di carta con dello spumante dentro, grazie! Con mia grande sorpresa abbiamo trovato dei primi posti per tutte e cinque seduti inizia lo spettacolo. Bravissimo  Giandomenico Vivacqua, affabulatore, ottima dizione; bravissimi i musicisti; atmosfera magica!

“Che uno, a trentotto anni, non conosce la Sicilia: ebbene, non lo faccio apposta, ma mi viene una certa rabbia…”

 Allora mi avvicino all’orecchio di Vincenzo e gli dico: “Ora viene il bello vedrai che Sciascia è uno di quei scrittori che non ha il pregiudizio di nascondere la storia, quella vera, quella siciliana!”

Macché, passano avanti, il treno arriva a Canicattì tra le marachelle di Nenè e Lulù, tra gli occhi di triglia dell’ingegnere e della bella Gerlanda, e della storia siciliana neanche bizzi.

Come e dov’e sono le parole del professore Miccichè all’ingegnere della petrolchimica settentrionale diretto alla raffineria di Gela?:

-…Perché poi (si capisce che parlo in generale), senza conoscere, senza sapere, dall’alto del loro bum o, come si chiama, del loro miracolo economico, insomma, tagliano e arrostono questa povera Sicilia come piace a loro… E io allora dico: bum un corno, questo bum voi lo fate sulla nostra pelle, voi ci state friggendo con lo stesso olio nostro…  ….

-E’ stato separatista- disse la signora a spiegare la passione del marito.

-Indipendentista- corresse il professore- e lo sono ancora.

-Ora avete il petrolio- disse l’ingegnere, a consolarlo.

-Il petrolio?... Mi creda: se lo succhiano- disse il professore- se lo succhiano… Si ricorda il Musco nel San Giovanni di Martoglio? Teneva una lampada ad olio: “vieni qualche divotu, o qualche divota, con farso inganno, e s’asciuga l’ogghiu d’a lampa…” E così finisce col petrolio: una canna lunga da Milano a Gela, e se lo succhiano… I devoti, si capisce, quelli che per la Sicilia si preoccupano, si accorano… (LEONARDO SCIASCIA). 

Il mio amico Vincenzo, sicuramente, aveva pure dimenticato quello che gli avevo detto, ma io non stavo più nella pelle, dovevo dire al bravissimo Vivacqua il perché di quella parte mancante, visto che era la sola e due minuti più o due minuti in meno poteva pure starci considerando l’importanza letteraria. Vincenzo conoscendomi, ride…

-Scusi, intanto complimenti perché siete stati bravissimi.- Io da sotto il ripiano stringo la mano all’attore.

-Grazie!- sorridente mi fa Totò Nocera dell’associazione e che aveva interpretato l’ingegnere.

-Ma, vorrei sapere gentilmente perché avete omesso una parte sola? A mio avviso di grande importanza.

-Quale? Non abbiamo tolto niente!- Il sorriso era scomparso

-Quella del petrolio che viene succhiato come il devoto di San Giovanni Decollato di Martoglio succhiava l’olio della lampada.

-A si! Alcune parti le abbiamo tolte.

-Perché proprio quella era di poche righe?- Insistevo con tedio.

-Beh! Qualcuno attento c’è, sicuro che se ne accorto solo lei!- Svincolandosi con il suo sorrisetto adrenalinico per la serata. Ma io non riesco a consolarmi e non mollo! Così vedo giù il bravissimo attore ed affabulatore Vivacqua, stessi complimenti, meritati, stessa domanda. Lui ammette subito di avere omesso alcune parti e mi promette che sarà per la prossima volta. Ma io a questo punto ci credo poco e penso che quella omissione è frutto di un taglio politico dovuto al pregiudizio razziale di tutta la storia indipendentista siciliana. Un pregiudizio fatto nascere in ognuno di noi su noi stessi. Coltivato tramite, telefilm, cinema, giornali, libri e censure in ogni dove, come questa, ennesima in una notte bianca agrigentina dell’8 settembre 2007.

Mister Smith, nel testo in oggetto, cita Leonardo Sciascia e sicuramente tra i due vi sarà stata una corrispondenza, questo non toglie il grande senso critico di libero pensatore del Maestro di Regalpetra. Sciascia per le sue scelte di uomo libero, a mio avviso, pagò una certa ghettizzazione nel mondo letterario, penalizzandolo nelle premiazioni anche internazionali, che meritava sicuramente. Sicuramente fanno male alla cultura, alla verità, alcuni che si mettono tra le file degli appassionati di Sciascia a ghettizzare questo lato di sicilianista del grande letterato. Riporto per coloro che tengono alla verità quello che testualmente ho letto su il libro (SICILIA, SICILIA, SICILIA! Di Giuseppe Scianò Edizioni Anteprima s.r.l. Palermo 1994 a pagina 16 e 17) che Leonardo Sciascia in una lettera del 1965 allo stesso Scianò: “Con mia sorpresa, Leonardo Sciascia mi rispose in modo personale, a stretto giro di posta e con una lettera da cima a fondo autografa, con la quale sostanzialmente mi ringraziava dell’invito, che tuttavia declinava con gentilezza, in quanto – mi precisava- pochi giorni prima, accompagnato da Pippo Amato e da Nino Velis, era già stato sui luoghi dell’Eccidio. (…) Leonardo Sciscia, in quella occasione, ebbe a dichiarare, senza mezzi termini, di essere un “separatista”. Proprio lui che vent’anni prima era sto avversario dell’Indipendentismo Siciliano! (…)

Con la data del 27 febbraio 1965, sul quotidiano della sera di Palermo, L’ORA, dopo alcune considerazioni assai critiche sul “rapporto” fra la Sicilia e l’Italia e fra la Sicilia e l’Europa, Sciascia, infatti, scrive: “…Intendiamo dire, cioè, che la Sicilia non ha bisogno di un’Autonomia di “decentramento” e di “risarcimento” rispetto allo Stato Italiano, ma di una concreta sovranità. Si dirà che stiamo scoprendo, con vent’anni di ritardo, e dopo averlo decisamente avversato, l’indipendentismo. Ma vent’anni fa la Sicilia indipendente sarebbe stata una repubblica fondata sulla reazione agraria, un vero e proprio stato di mafia, mentre oggi naturalmente si inserirebbe nella rivoluzione mediterranea, in un vasto e concreto processo di risorgimento.”

(Pagina 741): “Secondo Sciascia, anzi, una maggioranza considera l’autonomia un esperimento fallito e lo stesso giudizio è espresso da molti uomini d’affari.” Indubbiamente perché è stato snaturato il significato pattizio dell’Autonomia con l’eliminazione di fatto dell’Alta Corte per la Sicilia (come dicono: è stata dichiarata assorbita dalla Corte Costituzionale con sentenza n°38 del 1957 dalla Costituzione stessa e così via di seguito) e la vera funzione di strumento per l’Autodeterminazione del Popolo Siciliano. Ma l’Autonomia va difesa, va difeso il Parlamento, perché è ancora un titolo valido, anche se non corrisposto, per reclamare giustizia e sovranità nazionale. E’ vero, ormai da secoli troviamo dentro il nostro Parlamento siciliani asserviti, ascarizzati pronti con il sorbetto in mano a digerirsi quello che hanno mangiato, ogni tanto qualcuno di loro rutta: Autonomia! Poi si siede e riprende a mangiare. Mentre dai palazzi delle prefetture vigilano che questi Siciliani, feroci assassini, stiano sul filo della legalità. Qualcuno si chiede quale legalità? Sicuramente non quella costituzionale perché quella non prevede i prefetti in Sicilia. E allora quale? Quella studiata appositamente per voi Siciliani.

Io finendo di leggere il libro di Denis Mack Smith  STORIA DELLA SICILIA Medievale e Moderna mi sono messo allo specchio e mi sono guardato allo specchio negli occhi. Mi sono chiesto:

-Ma siamo veramente così?

-Come così?

-Come ci ha descritto lui?- Ho abbassato gli occhi e mi sono vergognato di essermelo chiesto. In risposta a tale libro vi è stato STORIA DI SICILIA come STORIA DEL POPOLO SICILIANO del Professore SANTI CORRENTI dove leggiamo nelle prime parole: “Non è facile, oggi, scrivere della Sicilia. Da un lato, infatti si corre il rischio di offrire una versione un po sinistra delle vicende isolane, come recentemente ha fatto lo storico inglese Denid Mack Smith (…) L’autore del presente libro ha cercato di evitare e le preconcette deformazioni metodologiche, tendenti a spiegare tutta la storia siciliana come una proiezione della mafia; e del’latro canto ha voluto evitare le preconcette esaltazioni del “genio siciliano che in parte sono dovute, presso gli autori che se ne servono, a una sorta di reazione polemica contro i pregiudizi che tuttora persistono nei riguardi dei siciliani(…)

 

 Spero che tanti Siciliani non cadono nella trappola tesa da quanti ci vogliono convincere di essere per costituzione razziale, nel dna: mala carne! Purtroppo forse la situazione è grave, penso però, che non è finita.

 

 

 

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venerdì, 07 settembre 2007

17 GIUGNO 1945

IL GIORNO DELLA MEMORIA

IL GIORNO DELL’ONORE

IL GIORNO DEI CADUTI DELL’EVIS!

Mi trovo vicino con tutto me stesso ai fratelli indipendentisti TUTTI che celebrano questa giornata, grazie a gli inviti del M.I.S. e a quelli del F.N.S. ci sarei stato sicuramente se non fosse per il mio lavoro notturno di operaio che non mi permette di spostarmi così tanto. Mi qualifico politicamente come indipendentista sicilianista, forse con presunzione, ma sicuramente con orgoglio e piena coscienza del significato di questo binomio. Opero continuamente e attivamente nella mia comunità per la Sicilia, non impongo nessuno, anche perché non potrei, ma non voglio a priori, le mie concezioni politiche, però li manifesto volontariamente. Pertanto quando capita che un fratello sicilianista, a maggior ragione indipendentista, mi viene a fare visita a Siculiana, non solo gli apro le porte della mia casa ma anche quelle del mio cuore. Questo mio comportamento può non piacere a qualcuno e magari frainteso però siamo così pochi ed in via di estinzione che non mi pongo nessun condizionamento mentale. Mi dispiace per qualcuno che crede di montare la tigre sicilianista, come il Movimento Autonomista di Lombardo, non riesco a vedere con positività, forse perché parla molto romano, italianesco, per essere compreso da me. Ritorniamo a quel 17 giugno 1945, chi c’era dietro la casa cantoniera? Uomini della brigata partigiana di Parri? L’Italia fa ancora buio su questa strage di stato, ma noi Siciliani ne parliamo così chiaramente, o ricordiamo ancora ammutoliti pieni di paura? Io nelle mie preghiere di ogni giorno ricordo sempre i nomi dei caduti: Carmelo Rosano, Antonio Canepa, Giuseppe Lo Giudice, e tutte le Vittime Siciliane, e non solo il 17 giugno di ogni anno. Ma ogni 17 giugno avrei avuto il grande piacere di condividere queste mie preghiere e questo mio ricordo con tutti i Fratelli di Sicilia, pertanto ritenetemi presente. Vogliamo parlare del 60° anniversario dell’ARS o è meglio calare un velo pietoso? Della presenza di Giorgio Napoletano in Sicilia, Presidente della Repubblica Italiana e di tutta la stampa nazionale e di tutti i telegiornali nazionali che hanno taciuto questa notizia, mentre quando Napoletano va a cesso ne danno ampia notizia tute le reti? Perché questo silenzio? Solo a livello regionale, non fuori i confini, perché? Forse perché siamo una colonia e l’Autonomia conquista con il sangue dei nostri Martiri dell’Evis, è diventato lo strumento di colonizzazione? Covo di ascari traditori del Popolo Siciliano, che non fanno niente tranne che i fatti propri! Se in Sicilia c’è la disoccupazione, se in Sicilia c’è la mafia, la responsabilità è solo politica, la vostra politica Signor Presidente d’Italia! La vostra politica, cari romani, cari italiani, finalmente è fallita tuta senza distinzione di colore, questo è pericoloso per la democrazia, ma almeno prendetene atto!

ANTUDU!

Jsamu a testa

Fratuzzi me!

Rapemu u cori,

Fratuzzi me

C’orgogliu e cu anuri!

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mercoledì, 06 giugno 2007

PENZA
Di
Alphonse Doria
Siculiana, 5 giugno 2007

Chi ha pensato che ho commesso un grave errore di ortografia, consiglierei di non continuare a leggere, perché nutre così tanti pregiudizi da non lasciargli aperture mentali. Dicendola alla Renzo De Felice, è nutrito dal pensiero razionalizzante che gli farà rimbalzare qualsiasi concetto in opposizione o differente al proprio.
Chi ha pensato che ho voluto fare una provocazione allora possiamo discutere e confrontarci sulle nostre posizioni anche se differenti.
Chi ha letto semplicemente una parola scritta in siciliano, significando di pensare in siciliano, posso affermare che forse ne sa più di me e avrei voglia di ascoltarlo per imparare qualcosa ancora.
Io errori di scrittura ne faccio così tanti da sentirmi presuntuoso il solo accingermi a scrivere qualsiasi cosa. Me ne faccio un alibi, anzi più di uno. Il primo che non ho fatto una scuola elementare giusta, maggiormente il primo e il secondo anno. Messo in una classe di emarginati sociali, il primo anno sensa insegnante, il secondo con il professore Nanà (bonarma), terzo quarto e quinto etichettato minorato mentale e misu all’agghiuni. Ma su gli errori sia di ortografia che di sintassi vorrei aggiungere un contributo importantissimo che ho trovato con mia grande soddisfazione nel libro SICILIA scritto dal grande professore Giovanni Ruffino Editore Laterza a pagina 106 nel capitolo Dialetto e lingua nella scuola. Il quale afferma che la scuola è il luogo dove l’incontro tra siciliano e italiano può diventare “scontro”, talvolta con effetti traumatici. Le conseguenze saranno in tal caso molto negative sia sotto l’aspetto psicologico, sia nell’apprendimento della lingua italiana. (…) Bisogna invece favorire e valorizzare l’incontro tra il dialetto e la lingua. Sarà dunque necessario non mortificare - e anzi valorizzare - il patrimonio dialettale e al tempo stesso far maturare un uso corretto della lingua italiana, senza che ciò debba comportare l'abbandono del dialetto.
Ma cosa è effettivamente un errore?(…) bisogna convincersi del fatto che l'errore di lingua non deve essere considerato una trasgressione da punire con una «multa». L'errore è un fatto del tutto normale, inevitabile in chi sta apprendendo una lingua, che si può eliminare con un esercizio paziente, intelligente e - perché no - anche divertente. Ancora oggi nelle scuole, a maggior ragione quelle d’obbligo, la lingua siciliana viene demonizzata. Chi compie un errore di lingua ghettizzato e avvolte anche ridicolizzato, pensando le maestre di agire nel bene, invece fanno male il loro mestiere e male alla propria anima. Su questo argomento spero di potermi dilungare in avvenire, in occasione della premiazione sul 2° Concorso di Lingua Siciliana.
Il titolo scaturisce nella richiesta di chi legge di pensare un po’ in siciliano su alcune vicende che sinceramente mi fanno scaturire l’esigenza di scrivere e mettermi a confronto con quanti lo vogliono, ringraziando a questo straordinario mezzo democratico che è internet.
Mi ricordo sempre nella fatidica scuola elementare che una volta ogni tanto ci univano una classe femminile e una maschile per farci cantare in coro: Fratelli d’Italia, Il Piave mormorò e qualche altra cazzata del genere. Ora, anche se gli scolari non hanno bisogno di andare a trovare le compagnette perché sono tutte classi miste, e allora aveva la sua importanza… avverto che le canzoncine educatrici ci sono ancora. Una sta andando proprio di moda ed è quella del bravo Fabrizio Moro vincitore di Sanremo Giovane di quest’anno dal titolo PENSA. Navigando ho trovato il testo, è con una scarna punteggiatura, però tanto quanto basta per potere individualizzare bene il soggetto della frase a mio avviso incriminante.
Ci sono stati uomini che hanno scritto pagine
Appunti di una vita dal valore inestimabile
Insostituibili perché hanno denunciato
il più corrotto dei sistemi troppo spesso ignorato
Uomini o angeli mandati sulla terra per combattere una guerra
di faide e di famiglie sparse come tante biglie
su un isola di sangue che fra tante meraviglie
fra limoni e fra conchiglie... massacra figli e figlie
di una generazione costretta a non guardare
a parlare a bassa voce a spegnere la luce
a commentare in pace ogni pallottola nell'aria
ogni cadavere in un fosso.
Premesso che, tra i miei Eroi Siciliani (eroi nel vero senso della parola e Siciliani nel vero senso della parola) vi sono FALCONE e BORSELLINO. I quali hanno subito l’abbandono dello Stato Italiano e la manovalanza mafiosa. Quest’isola di sangue che è la nostra Sicilia anche se con tante meraviglie, concediamo la rima con conchiglie, massacra figli e figlie, è vero che fa rima ma il quadro che ne segue è quello di Bahgdad. Mi sorge un dubbio: Fabrizio Moro è mai venuto in Sicilia? Oppure l’immagine che ha è solo quella virtuale di un certo cinema e di una certa televisione? Ultimamente è stata messa in riedizione economica tutta la saga della PIOVRA… Avrà fatto sicuramente un’overdose! L’immagine di questa canzone sicuramente danneggia e danneggerà l’immagine tutta della nostra terra e soprattutto la nostra offerta turistica. Io non mi preoccuperei se rispecchiasse la realtà odierna, anzi metterei in evidenza come ho già fatto in precedenza. Ma non corrisponde alla realtà! E quel fricchettone di Pippo Baudo a gridare BRAVO! Non voglio rimarcare cose macinate e rimacinate sulla mafia. Ma cari insegnanti vi sembra opportuno dare impasto questa realtà virtuale della Sicilia ai bambini? Loro faranno subito un paragone con la vita di tutti i giorni: si chineranno la testa per le pallottole volanti, parleranno a bassa voce, spegneranno la luce perché la mafia li può colpire… Sappiamo bene che questa non è la vita di tutti i giorni; allora i nostri bambini distingueranno le verità della scuola con le verità della vita. Il risultato è semplicemente alienante, lo stesso di quando io cantavo Il Piave mormorò non passa lo straniero… oppure de-l’elmo di Scipio si è cinta la testa (…) siam pronti alla morte… A mio avviso, le istituzioni lo Stato si deve sentire, avvertire in maniera reale e non alienante. La LEGALITA’ non si insegna alle scuole si deve avvertire, vivere ogni giorno. Altro che parlamenti della legalità, e scorci di babbaluci e vari mestieranti della LEGALITA’. Individui, strani, messi sul podio a tenere lezioni di legalità a tutti, per mestiere. Nessuno obietta, nessuno critica, silenzio assoluto per paura di essere etichettato come mafioso. Anche questo silenzio è omertà!
Venerdì 1 giugno sul Giornale di Sicilia a pagina 5 ho letto con mezzo piacere che il Tribunale di Milano ha condannato la casa editrice Principato a risarcire cinquantamila euro alla Regione Sicilia e anche l’inibizione “dell’ulteriore ristampa del libro con i passi riguardanti la Sicilia”. Il libro in questione è di geografia adottato nelle scuole pubbliche GEO ITALIA le frasi infamanti: La Sicilia è in testa alle regioni da evitare perché la criminalità organizzata soffoca la società. (…)le periferie diventate inferni umani(…) la Sicilia è una regione autonoma con ampi poteri che riceve dallo Stato più di quanto produce. Nel 2003 l’allora assessore ai beni Culturali della Sicilia Granata ha interdetto l’uso del libro. La Casa editrice Principato gli ha fatto causa, sicuramente avrà pensato che le loro erano certezze da non potere smentire, come quelle di Fabrizio Moro che la scuola ha adottato dal festival di Sanremo. Per fortuna la Legge ha smentito questa infamia che continua alle spese di un Popolo che vuole vincere la rassegnazione di una continua colonizzazione e mortificazione identitaria.
Scusatemi gli errori. (continua…)

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