IL PREGIUDIZIO RAZZIALE
E Mister Denis Mack Smith
Di
Alphonse Doria
Siculiana, 9 settembre 2007
Il paradosso dei paradossi è che hanno inculcato al Popolo Siciliano il pregiudizio razziale su se stesso.
In questi giorni ho letto STORIA DELLA SICILIA Medievale e Moderna di Denis Mack Smith Editori Laterza – Bari 1971. Il libro me lo hanno portato a casa tutto stracciato con pagini mancanti, allora l’ho dovuto riparare con l’amore che ho per ogni libro. Sinceramente lo cercavo da tempo, non che non si trovasse, ma cercavo una edizione economica, più di questa… a gratis! Lo cercavo perché molti ne fanno cenno a giusta ragione e poi perché chi ama Sciascia non può fare a meno. Secondo me mister Smith ha centrato a pieno nell’introduzione inserendo come preambolo le celebre parole de –Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: “Siamo vecchi, Chevalley vecchissimi… …noi siamo dei bianchi quanto lo è lei…” Dove si legge benissimo oltre la rassegnazione anche il pregiudizio razziale di essere Siciliani. Pertanto nessuno evento storico potrà mai cambiare il destino di questo Popolo perché è la sua natura, la sua caratteristica di razza, il suo dna che non è predisposto ad un futuro migliore, anzi destinato a non avere futuro. Faccio un esempio: perché non vi è sviluppo economico in Sicilia? Perché il Siciliano non ha una mentalità allo sviluppo, il suo individualismo lo porta alla non fiducia e a non credere nel futuro, così nell’investimento. Così tutti i Siciliani cercano il pubblico impiego e affini. E’ veramente così? L’ordine pubblico, la sicurezza, la legalità sono materia d’interesse specifica di ogni Stato qualsivoglia in tutta la faccia della Terra. Si, ma… in Sicilia c’è la mafia. Il Siciliano è un mafioso, perciò lo Stato può fare ben poco. E una questione di razza! Ma è veramente così? Tutto vale ben poco se poi i politici non hanno mai programmato lo sviluppo tanto che in Sicilia non vi sono né strade, né porti, né aeroporti sufficienti a tale scopo. Tranne per quell’industrializzazione rifiutata dal nord e piantata a rovinare perdutamente luoghi unici al mondo per bellezza come: Gela, Priolo, Melilli, Augusta, Milazzo dove con i fonti della Cassa del Mezzogiorno destinati all’industrializzazione e allo sviluppo del sud scaltri pirati economici hanno concentrato un così numero di raffinerie avvelenando il Popolo Siciliano senza pagare nemmeno l’imbatto ambientale o le dovute tasse (I.V.A.) e non solo, rubandoci i nostri giacimenti senza nemmeno chiederci permesso, anzi negando, e facendoci pagare il costo del carburante più caro degli altri italiani. Tutto con il consenso, se non complicità, dei partiti politici che si sono succeduti senza tenere conto dei vari colori.
Ora si legge che il Tar di Palermo ha dato via libera alla compagnia statunitense Panther Gas di trivellare a due passi dal tesoro degli splendori dell’architettura barocca siciliana di Noto e Ragusa di interesse Unesco. Perché gli strapagati impiegati regionali hanno tardato a rispondere sulla valutazione dell’impatto ambientale ed è scattato il meccanismo del silenzio assenso. Il presidente della regione Cuffaro, minaccia che a settembre sarà presentato, con procedura d’urgenza, un provvedimento che chiuderà definitivamente la questione vietando ogni tipo di trivellazione nell’area interessata. (Il Sole 24 Ore del 29 agosto 2007- Il presidente della Regione, Salatore Cuffaro: “Invitiamo la Panther Eureka a non dare il via ai lavori. E in ogni caso, a settembre, la regione, con procedura d’urgenza, presenterà un provvedimento che chiuda definitivamente la questione e impedisca le trivellazioni nell’area”.) Staremo a vedere… A me convince poco il “presenterà”… In lingua siciliana il futuro esiste solo in forma mistica, per i terreni (non terroni) come Cuffaro vi è o il tempo presente o il condizionale. Nel condizionale vi sono sempre patti e condizioni… Aimè!
Ritorniamo al nostro caro mister Smith, mentre parla con ammirazione della Sicilia “La Sicilia è sembrata a volte il centro stesso del mondo civile” (pagina 3). Del suo Popolo dice: “Chi sono i siciliani? (…) In realtà i siciliani sono stati sempre divisi tra loro, e non è da escludere che questo abbia arrecato loro un danno grave quanto quello dell’oppressione straniera. (pagina 3) INDIVIDUALISTI!
“I Vespri siciliani del 1282 non sono che una delle tante rivolte popolari che dimostrano come, persino nelle città esistessero molte forze poderose di cui il governo centrale aveva ben poca nozione; e la lunga storia del brigantaggio e della mafia ce ne dà la conferma.” (pagina 4) MAFIOSI!
“Gran parte del meglio e gran parte del peggio della storia siciliana proviene da questa fiera insularità, che non è senza rapporti con l’impoverimento materiale della Sicilia moderna.” (pagina 4) MANCANZA DI MENTALITA’ IMPRENDITORIALE
In poche parole Smith mostra un concetto imperialista e di superiorità in rapporto a gli altri popoli dando così l’alibi alla politica colonizzatrice inglese. Dimostrabile facilmente, per lui, la colpa dell’impoverimento delle risorse siciliane non è dei vari colonizzatori che si sono succeduti ma del Popolo Siciliano, della sua natura o per meglio dire della sua caratteristica razziale. Allora prima di approfondire in analisi il testo ancor di più, parliamoci chiaro, ammetto che abbiamo tanto da rimproverarci e che come attesta un pensiero, che circola continuamente nei nostri scritti di appassionati sicilianisti: “La colpa è dei Siciliani. Il Nord non avrebbe mai potuto saccheggiare la Sicilia nel modo in cui l’ha saccheggiata, se non avesse trovato qui, nell’Isola, dei complici. Dei complici che hanno sempre tradito gli interessi della Sicilia. Dei complici. Ieri, Oggi. Sempre.” (Giuseppe Garretto da Realtà Siciliana -1960). La colpa è pure nostra senza se e condizioni, ma dobbiamo dire che il metodo di ogni colonialista è quello di corrompere con uno stato dilagante d’illegalità il popolo da depredare. Pertanto è giustissima l’autocritica, anzi la lotta di ogni siciliano che ama la sua terra deve iniziare proprio da questa fase. Meditare sui mali che attanagliano la nostra Terra e caricarsi le proprie colpe di responsabilità, per poi incominciare a superare pian piano questo stadio e prendere coscienza della propria sicilianità senza vergognarsene. Ma non si vuole che i Siciliani prendano coscienza, tutt’altro, si vuole ci si debba vergognare di essere tali, di sentire la propria sicilianità. Allora mentre per noi sicilianisti la sicilianità è un plus valore per chi ci vuole omologare del tutto è una negatività così pesante da farci responsabili di tutti i mali del mondo. Tanto che per gli unitari, continentali e isolani, è diventato un pregiudizio razziale. Qualcuno può chiedersi: “unitari?”. Si perché per quelli come me la questione risorgimentale: indipendentisti, unisti e unitari è ancora aperta. Forse sarò rimasto molto indietro ma da un po’ di tempo vado accorgendomi che non sono il solo. Attualmente in politica si parla di federalismo… Ebbene non facendo confusione di termini il semplice decentramento di alcuni uffici non fa di uno stato unitario regionalista, uno federalista, o ancor più confederalista. Vecchia questione e molto ambia ma sostanzialmente d’importanza rilevante sia a livello europeo che italiano. A livello europeo perché uno stato confederalista come l’Europa non può nascere dall’insieme di interessi economici; o peggio ancora, per il volere di alcuni potenti banchieri che assoldano certi politici mercenari, o compari, per disegnare una brutta bandiera. Con questo non sono contrario alla nascita dell’Europa quanto la stessa rispetta le peculiarità identitarie dei popoli, come sinceramente, è già accaduto per alcuni. Noi indipendentisti siamo ottimisti nel credere ad una Europa che rispetta il diritto di sovranità a tutte le nazioni che la compongono, anche per quelle, come la Sicilia, che sono state beffate e abrogate con imbrogli, (vedi la falsa liberazione garibaldina, vedi il falso plebiscito), e violenza (vedi la soppressione alle rivoluzioni, come quella del 15 settembre 1866 -Sette e Mezzo-, come i moti indipendentisti del dopo guerra -E.V.I.S.-), in seguito la piemotizzazione del 1860.
Appunto l’impresa garibaldina è vista da mister Smith come un sussidiario prefascista. “L’11 maggio, cinque settimane dopo l’insurrezione iniziale, Garibaldi giunse nel porto recentemente riaperto di Marsala con due piccoli piroscafi ad elica che aveva rubati. Con lui c’erano soltanto un migliaio di volontari male equipaggiati ma entusiasti. Contro di lui, circa venticinque battaglioni di fanteria oltre a vari reggimenti di artiglieria e di cavalleria.” (pagina 588) Si nota benissimo quella retorica nazionalista da maestro con i basettoni e gli occhialini rotondi! Le immaginette del sussidiario colorate di Garibaldi proteso a prua con lo sguardo fiero verso Marsala! “…il fascino personale mesmerico di Garibaldi… …Questo famoso anticlericale e anticattolico fu presto venerato come un santo, persino come una reincarnazione di Cristo stesso, venuto a riscattare i siciliani da secoli di maltrattamenti, e accortamente egli non scoraggiò quest’immagine carismatica.”(pagina 588). Basta!!! Mi fermo qui perché l’oggetto della discussione non è Garibaldi, ma la storia. E’ possibile che uno storico(?) si possa prostituire talmente? E meglio che si risponda lui stesso:
“E nemmeno dovremmo condannare in modo sbrigativo e indiscriminato qualunque tentativo di alimentare quei miti storici che aiutano a consolidare il nostro senso di identità nazionale. Allo stesso tempo si deve pur ammettere che le leggende storiche possono avere esiti disastrosi se prese troppo seriamente, tanto più quando sono state manipolate o persino inventate nel deliberato tentativo di influire sulla politica o ingannare i posteri. Nei libri di testo per la scuola elementare oppure nella stampa popolare una certa dose di manipolazione della storia può sembrare abbastanza innocente, ma queste manipolazioni sommandosi possono generare nell'opinione pubblica illusioni pericolose oppure concezioni errate relativamente alla potenza di una nazione e ai suoi reali interessi. Nessun paese è immune dalla tentazione di portare queste esagerazioni alle estreme conseguenze. Accade in ogni nazione che alcuni storici, invece di cercare semplicemente di comprendere e raccontare il passato, siano condizionati da interessi legati alla politica del momento e abbiano in mente piuttosto un qualche futuro idealizzato per il quale cercano una giustificazione storica. In casi estremi un tale atteggiamento può essere portato fino al punto di falsificare le prove documentali, magari assolvendo l'operato di un tiranno per legittimare poi una politica nazionale aggressiva, oppure per difendere la discriminazione razziale o la lotta di classe, o ancora per nascondere la corruzione di una élite governativa.”
(La storia manipolata di Denis Mack Smith- Edizioni Laterza 1998 – Capitolo 1. I resoconti tendenziosi della storia)
Andiamoci piano, con questo non voglio dire che il testo in questione sia negativo a 360 gradi, anzi, è pieno di giuste analisi per potere riflettere attentamente. Sicuramente deve essere letto con le necessarie cautele, perché appunto pecca di pregiudizio razziale ed è ciò che sto cercando di mettere in evidenza pertanto tralasciando tutto quello che ha di positivo.
(Pagina, 54 - anno 1169): “Pietro di Blois nelle sue lettere a casa espresse la sua tristezza per la crudeltà e la perfidia degli abitanti della Sicilia. Era pieno di nostalgia per il mondo più tranquillo dell’Inghilterra, per la sua aria tenera e dolce, per il vino francese e il cibo inglese;laddove la Sicilia gli dava la malaria, il suo cibo non gli si addiceva e i suoi terremoti e vulcani ne facevano con ogni evidenza l’anticamera dell’inferno.”
(Pagina 57 il perché dei mosaici di Monreale): “…illustravano le storie della Bibbia a un pubblico che non sapeva leggere…”
(Pagina 69): “Gervaso di Tilbury, che era vissuto in Sicilia, temeva i falsi e bellicosi abitanti di questo paese ricco ma sinistro: come altri dopo di lui, egli li trovò –Astuti nel far male, muti di fronte all’offesa”
(Pagina 85, la colpa è dei Siciliani se non sono nate le città stato): “Mancava quello spirito di comunità che avrebbe potuto creare una civiltà sul tipo delle città-Stato dell’Italia del nord.” O forse la Sicilia stava vivendo un altro momento storico?
(Pagina 90 NO AL PONTE SULLO STRETTO): “…gli isolani erano una popolazione intrattabile che nutriva un fiero senso d’indipendenza. La Sicilia era difficile da conquistare e ancor più difficile da amministrare con efficienza, e lo stretto, visto dal nord, costituiva una grossa barriera psicologia e geografica.”
(Pagina 140 – 1516- Rivolte o rivoluzioni all’ombra della mafia): “Nel frattempo a Palermo, scoppiava una rivolta più popolare. Questa fu forse scatenata dalla disoccupazione che fece seguito alla chiusura del parlamento e al ritiro dei baroni. Nella versione fornita da Moncada, si trattò di una rivolta fomentata dai nobili che avevano al loro servizio bande criminali –una versione analoga, e forse talvolta veritiera, è stata data di tutte le rivolte siciliane, dai Vespri ai movimenti guidati da Garibaldi a Giuliano- e aggiunse che a quelli che avevano cercato di fermare l’insurrezione erano state bruciate le case.” Questo pregiudizio razziale che ogni rivolta in Sicilia è mafiosa, perché il Siciliano è mafioso. Vorrei andare ad analizzare tutte le rivolte e rivoluzioni di questo mondo e di tutti i tempi ed andare ad appurare lo stato delinquenziale degli attori… Ma questo non toglie il valore politico.
(Pagina 146): “…quell’indistinto complesso di qualità chiamato con dispregio –spagnolismo- sembra a volte caratterizzare più i siciliani governati che i loro governanti spagnoli.”
(Pagina 149 La Spagna voleva lo sviluppo della Sicilia ma…): “Un altro ostacolo rappresentato dal fatto che talvolta persone potenti in Sicilia corrompevano i funzionari a Madrid per impedire qualsiasi cambiamento.” Tutta colpa dei Siciliani!
(Pagina 150 e 151 -1579 dai rapporti dei viceré e di molti visitatori): “Si ammirava l’ingegno sottile e l’acutezza mentale come non si poteva che apprezzare la fedeltà alla Spagna, la cordialità, e la disposizione all’obbedienza verso qualsiasi governo veramente forte. Tuttavia i siciliani erano considerati il popolo più vendicativo e passionale del mondo. La loro capacità di falsa testimonianza e di corruzione era nota. Essi non solo erano rozzi e maleducati, ma si concentravano egoisticamente sul loro interesse privato senza alcuna considerazione per il bene comune. Degli altri paesi non si interessavano minimamente. Erano un popolo -avido di onori, eppure incline a gli agi e alle piacevolezze; chiacchierone, indiscreto, polemico, zelante e vendicativo- Confermava l’inglese Sandys intorno al 1610.”
(Pagina 152 l’Inquisizione spagnola è stata una leggerezza tanto da soffocare ogni principio di libero pensiero politico, culturale e artistico): “Lungi da essere oppressiva, in realtà, la Spagna potrebbe essere accusata più appropriatamente di eccessiva tolleranza, di un eccessivo rispetto verso l’antiquato parlamento feudale e le immunità privilegiate dei nobili del clero e delle corporazioni cittadine. Se la Spagna fosse stata solo poco più oppressiva, forse i siciliani sarebbero stati spinti a una maggiore coscienza politica e a un più spiccato senso di autodeterminazione.”
(Pagina 162 Il Parlamento): “…non si pensava al parlamento come un luogo ove manifestare il dissenso (…) diversamente da quanto avveniva nell’Inghilterra di quel tempo, non incoraggiava critiche del genere.”
(Pagina 163): “Il viceré aveva quasi tutte le carte in mano. Egli nominava i presidenti di tutte e tre le Camere e aveva una parte preponderante nella scelta della maggioranza degli altri membri. Uno dei suoi fidi votava per conto di ogni diocesi vacante e per ogni feudo il cui barone fosse morto senza eredi, mentre naturalmente egli nominava i vescovi e creava la nuova aristocrazia.”
(Pagina 179): “Era possibile talvolta ingaggiare marinai inglesi, spagnoli e napoletani con l’offerta di una buona paga, ma raramente i siciliani, e questo fatto toglie parte del suo valore l’affermazione secondo cui era semplicemente colpa della Spagna se le coste erano lasciate indifese.”
(Pagina 181): “…era impossibile indurre i siciliani a sacrificare il loro tempo e le loro comodità.”
(Pagina 189): “De Vega spiegò a Madrid che la generosità e l’Inghilterra dovevano essere usate con grande cautela perché la clemenza era interpretata come debolezza.”
(Pagina 198): “I siciliani divennero noti per il baciamano, per gli scappellamenti e il gioco.”
(Pagina 287 - 1677): “I cittadini sentivano il peso di dover alloggiare i soldati francesi, in parte perché non ricevevano in cambio nessun pagamento, ma ancor più perché l’avere in casa un uomo estraneo era una minaccia al loro onore. (…)Era questo un confronto con un mondo nuovo e provocatorio da cui la benevole sollecitudine dell’Inquisizione aveva finora protetto i siciliani.”
(Pagina 209): “Cercando di eliminare l’eresia, l’Inquisizione aiutava ad attaccare una pericolosa fonte di pensiero indipendente e a volte rivoluzionario nel campo politico oltre che religioso. Insieme col controllo esercitato dai gesuiti sull’istruzione, questo contribuì a mantenere la Sicilia ortodossa e obbediente.”
(Pagina 292 – 1720): “I siciliani parlano sempre del loro onore, commentò Gregorio Leti, tuttavia si vantano di non mantenere mai la parola.”
(Pagina 306): “La maggior parte degli altri siciliani, secondo funzionari borbonici, accettò il cambiamento con il fatalismo di gente abituata ad essere sballottata qua e là dalla sorte come un giocattolo.”
(Pagina 312 Sui Savoia): “Persino lo storico ed erudito canonico Mongitore (…)condivideva l’irritazione generale per questa sfida al modo di vivere siciliano; infatti l’equità e l’efficienza non erano apprezzate in questo ambiente feudale, e l’avarizia in un sovrano era oggetto di disprezzo. (…)le intenzioni del re erano egualmente buone.”
(Pagina 394, 395) “Se la Sicilia era per gli stranieri un luogo interessante da visitare, ciò era dovuto proprio al suo isolamento e alle sue idiosincrasie, che erano un elemento così negativo. (…)I settentrionali perciò accettarono in parte l’idea che l’Europa finisse a Napoli e che la Sicilia facesse parte di un diverso mondo semi-africano. (…)Gli altri italiani, se si eccettuano i napoletani, non sapevano quasi nulla dell’Isola, ne la conoscevano bene gli stessi siciliani; e senza una conoscenza ben difficilmente poteva esservi una seria o efficace riforma.”
(Pagina 423): “Caracciolo non poteva evitare di manifestare disprezzo per un popolo che considerava degradato dalla tirannia. Si riferiva ad essi col termine di –infami-, parola che era più insultante di quanto egli non sapesse. Persino molti intellettuali secondo lui erano –barbari- e non conoscevano il latino.”
(Pagina 443 - 1812): “Nei salotti di Palermo si diffuse l’affettazione snobistica di parlare siciliano con l’accento inglese.”
(Pagina 459 – L’abate Balsamo dice a Bentinck): “Troppa libertà è per i siciliani ciò che sarebbe una pistola o uno stiletto nelle mani di un bimbo o di un pazzo. (…) A’Court, analizzò così la situazione (…) (Pagina 460) –I siciliani si aspettano che gli altri facciano tutto per loro-, e aggiungeva: -essi sono stati sempre abituati all’obbedienza passiva”.
(Pagina 505 – il pregiudizio razziale imprenditoriale): “Fu Vincenzo Florio a dimostrare col suo esempio cosa si sarebbe potuto realizzare tanto nel commercio quanto nell’industria. Florio era un continentale, nato in Calabria, la cui famiglia era andata in esilio in Sicilia, al seguito del re.” Basta nascere qualche chilometro più in là, basta non essere siciliani per essere buoni imprenditori… Non parlando degli inglesi…
(Pagina 533 De Welz osservò nel 1822): “…che i siciliani avevano un opinione troppo alta delle proprie capacità per desiderare d’imparare o di cambiare.”
(Pagina 542): “Una guida inglese, ad esempio, nelle edizioni del 1828 e del 1833 diceva che –i siciliani sono facili a governarsi con modi cortesi”.
(Pagina 558 Sui moti rivoluzionari del 1848): “La moralità tribale di una popolazione soggetta si manifestò con l’assassinio in massa di poliziotti e sospetti informatori, a volte con incredibile crudeltà. Si notò che i soldati, che erano per la maggior parte stranieri, suscitavano molto meno ostilità della polizia, che formata in genere da siciliani, e questo ci illumina sulla natura della rivoluzione. (…) A questo si aggiungeva quella che più tardi sarebbe stata definita la mafia.”
(Pagina 572 come si comportò Filangeri?): “…si comportò con umanità e buon senso.”
(Pagina 583 – enigmatica conclusione del capitolo XLVI): “Un movimento dalla base di vaste proporzioni era essenziale, se il grosso esercito borbonico in Sicilia doveva essere sconfitto: questo Garibaldi lo capiva, ma non così Cavour; e fu questo che permise finalmente a Garibaldi superando tutte le divergenze tra i vari gruppi di siciliani di unire la Sicilia al resto dell’Italia.” (?)
(Pagina 601): “Gli amministratori che ora arrivavano dal Nord (…) riferirono che la Sicilia era –un pozzo pieno di fango-, e che la loro popolazione era composta da –feroci (Pagina 602) beduini- indolenti e indifferenti alle libere istituzioni, (…)ogni siciliano apparteneva ad un clan basato sul rapporto cliente-patrono, destinato a difenderlo contro altri clan e persino contro il governo.”
(Pagina 611 – Govone): “Govone gradualmente ristabilì l’ordine, ma con metodi che resero il dominio italiano poco popolare. In un mondo di omertà, egli fu talvolta costretto da arrestare la gente senza processo e alcuni rimasero in prigione per anni senza essere processati; nei villaggi più recalcitranti prese ostaggi per costringere all’obbedienza la collettività; a volte si fece uso della tortura e a Licata si tagliarono le forniture di acqua nel pieno dell’estate. (…) Govone peggiorò le cose affermando sconsideratamente in parlamento che nessun altro metodo poteva aver successo in un paese come la Sicilia che –non è sortita dal ciclo che percorrono tutte le nazioni per passare dalle barbarie alla civiltà- Questa frase provocò uno scoppio d’indignazione; Govone a causa delle sue affermazioni, dovette battersi in duello e, in seguito, presentò delle parziali scuse; ma alcuni siciliani in privato erano disposti ad ammettere che forse egli aveva ragione.”
(Pagina 624 IL PATTO SCELLERATO): “Antonio di Rudinì, divenuto prefetto nel 1867, in quanto siciliano, capiva (…)Egli ricordò al parlamento, infatti, che la forza serviva a poco dove il comportamento mafioso era di norma. Albanese, che era il capo della polizia sotto Medici, impiegava come poliziotti noti delinquenti; non li licenziava quando erano implicati in altri reati e nemmeno quando erano accusati di servirsi della loro carica per operazioni criminali su vasta scala. (Pagina 625) Questo divenne di domino pubblico quando Diego Tajani, procuratore generale di Palermo, non siciliano e non abituato a questi sistemi emanò un mandato di cattura contro Albanese nel 1871. Con sorpresa di Tajani, il governo ordinò che il mandato non fosse eseguito; e, cosa quasi altrettanto inquietante, alcuni testimoni dell’accusa vennero assassinati.”Viene voglia di dire: il governo non siciliano…
(Pagina 665 l’orgoglio siciliano): “Molti, certamente, furono ben lieti di questo proscioglimento perché, con il progressivo allargarsi dell’elettorato l’aiuto della mafia e il –voto siciliano- erano più importanti che mai per gli uomini politici di diverse tendenze. Un pericoloso e spesso isterico patriottismo locale era stato inoltre fomentato fra i siciliani tanto di destra quanto di sinistra che, per quanto irritati con Palizzolo che aveva messo in luce l’aspetto peggiore della barbara macchina politica palermitana, erano irritati anche di più per l’altera e talvolta sprezzante reazione settentrionale. Alcuni italiani, a questo punto,
scrissero sul Mezzogiorno alludendo ad un’ipotetica inferiorità razziale che avrebbe reso incorreggibile la delinquenza siciliana e i siciliani, oltraggiati da questo atteggiamento, fecero di Palizzolo, dopo la sua assoluzione, una celebrità. Una nave speciale fu noleggiata per scortarlo in patria in trionfo ed egli si ritrovò un eroe locale. L’orgoglio siciliano ancora una volta proteggeva la mafia e condannava la Sicilia a un male peggiore.”
(Pagina 668, 669 NUNZIO NASI): “Luigi Pirandello e l’altro eminente scrittore siciliano Luigi Capuana (che avevano tratto vantaggi personali dalla protezione di Nasi) condivisero in pieno il sentimento di sdegno.” Visto che Nasi aveva aiutato due colonne portanti della letteratura internazionale ci aveva visto bene.
(Pagina 670 non è cultura quella siciliana): “Pirandello scrisse alcuni drammi in dialetto, e tanto lui quanto Verga avevano un enorme nostalgia della Sicilia e un senso quasi di colpa per averla lasciata. I temi di Verga furono siciliani fino all’ossessione e desta sorpresa l’apprendere che scriveva da Milano ai suoi amici di inviargli una serie di espressioni siciliane con le quali dare alla sua opera un carattere anche maggiore di autenticità. E così Pirandello preferiva tornare a casa ogni pochi anni per rifornirsi di intrecci e di atmosfera locale; ma non vi rimaneva mai a lungo. (Pagina 671) …lo stesso Verga parlava male l’italiano e non andava esente da un chiaro provincialismo nel suo modo di pensare.”
(Pagina 692): “Pirandello amava la dottrina fascista che poneva la forza nazionale al di sopra della libertà e della legalità, e decise ostentatamente di chiedere la tessera del partito nel 1924, nel momento stesso in cui la complicità di Mussolini nell’assassinio politico era stata provata in modo incontrovertibile.”
(Pagina 715): “La frustrazione e il malcontento locali sono espresse dalla sorprendente decisione presa dal governo, nell’agosto 1941, di trasferire tutti i funzionari siciliani sul continente, dai giudici di corte d’appello in giù, per sospetta infedeltà.” Il testo del telegramma di Stato protocollo n°5943 del 5 agosto 1941: “DAGLI UFFICI DELLA SICILIA DEBBONO ESSERE ENTRO BREVE TEMPO ALLONTANATI TUTTI I FUNZIONARI NATIVI DELL’ISOLA PROVVEDERE IN CONFORMITA’ ASSICURANDO – MUSSOLINI” Pregiudizio razzista del governo fascista.
(Pagina 671 IL PREGIUDIZIO LINGUISTICO) Un fattore che contribuì a ritardare la fusione culturale della Sicilia con l’Italia fu il fatto che in molte scuole si continuasse a usare il dialetto.
Mister Smith, e tanti altri misero il pregiudizio linguistico minorando così gli studenti siciliani in rapporto a gli altri. Questo pregiudizio negò di fatto il giusto insegnamento della lingua italiana, non rapportandola con la lingua siciliana. Questo argomento lo avevo già trattato su (PENZA edito su Pensiero Indipendente e su www.scrivi.com: “Ma su gli errori sia di ortografia che di sintassi vorrei aggiungere un contributo importantissimo che ho trovato con mia grande soddisfazione nel libro SICILIA scritto dal grande professore Giovanni Ruffino Editore Laterza a pagina 106 nel capitolo Dialetto e lingua nella scuola. Il quale afferma che la scuola è il luogo dove l’incontro tra siciliano e italiano può diventare “scontro”, talvolta con effetti traumatici. Le conseguenze saranno in tal caso molto negative sia sotto l’aspetto psicologico, sia nell’apprendimento della lingua italiana. (…) Bisogna invece favorire e valorizzare l’incontro tra il dialetto e la lingua. Sarà dunque necessario non mortificare - e anzi valorizzare - il patrimonio dialettale e al tempo stesso far maturare un uso corretto della lingua italiana, senza che ciò debba comportare l'abbandono del dialetto.
Ma cosa è effettivamente un errore?(…) bisogna convincersi del fatto che l'errore di lingua non deve essere considerato una trasgressione da punire con una «multa». L'errore è un fatto del tutto normale, inevitabile in chi sta apprendendo una lingua, che si può eliminare con un esercizio paziente, intelligente e - perché no - anche divertente. Ancora oggi nelle scuole, a maggior ragione quelle d’obbligo, la lingua siciliana viene demonizzata. Chi compie un errore di lingua ghettizzato e avvolte anche ridicolizzato, pensando le maestre di agire nel bene, invece fanno male il loro mestiere e male alla propria anima.”
Giovedì 17 novembre 2005 leggo nella pagina Cultura e spettacoli del quotidiano LA SICILIA, un intervista a Silvana Grasso dal titolo: Silvana e l’anarchico disìo. Questo articolo mi ha colpito per due motivi fondamentali: La questione della Lingua Siciliana e la Sicilianità. Il bravo intervistatore pone la seguente domanda: -Che cosa ha il siciliano che l’italiano non ha?
Risposta: -Animus e anima. L’italiano “letterario” di oggi ha il
fascino di un cadavere in fase d’autopsia.
Domanda: -Disìo, come gli altri suoi romanzi, è impreziosito da
sapiente uso del siciliano. Eppure, per chi cresce e
studia in Sicilia, non sempre il siciliano è considerato
sapiente. Per molti è una sorta di tabù, ed è divieto
parlare siciliano a scuola o, peggio ancora, a casa.
Perché? Da dove, secondo lei, nasce la vergogna?
Risposta: - (…)La vergogna è non flagellare una scuola così,
che impone a una lingua il cilicio dell’abitudine, del
tedio, della mortificazione espressiva.
(Pagina 676) “…mancanza di mentalità commerciale. Lo zolfo e gli agrumi, ora i più importanti prodotti siciliani e tra le principali esportazioni italiane, erano entrambi un esempio di risorse inadeguatamente sfruttate. Quando i produttori di limoni di Siracusa formarono un’organizzazione per le vendite e le ricerche, le gelosie reciproche presto ne imposero lo scioglimento: non c’era abbastanza gente, infatti, neanche nella progredita Sicilia orientale, disposta a riconoscere la presenza di un interesse comune nel controllo delle malattie delle piante o nel preservare un alto livello di qualità. La mancanza di spirito associativo spiega anche perché i primi impianti idroelettrici nella Sicilia orientale fossero apparentemente debitori di ben poco all’investimento locale.”
(Pagina 682): “…i contadini siciliani erano comunque troppo individualisti per accettare di buon grado la collaborazione,”
La storia si può anche tacere oltre che esaltare come abbiamo già visto. Manca tutto ciò che riguarda l’E.V.I.S. il M.I.S. mancano le vittime siciliane, quelle di Randazzo, quelli di Via Macqueda, quelli delle guerre mondiali, mancano tutti quei morti sepolti nel tacito taciuto consenso di alcuni storici coinvolti nella congiura del silenzio contro il Popolo Siciliano.
Sono stato insieme al mio caro amico Vincenzo L. e alcuni della sua famiglia e mia moglie a girovagare per Agrigento per assistere, curiosare e passare il tempo tra gli eventi della manifestazione LA NOTTE BIANCA. Prima tappa, leggendo il programma, il Monastero di Santo Spirito con un omaggio a Leonardo Sciascia prodotto dall’Associazione ‘Utile & Dulce’, specializzata in performances eno-letterarie: IL MAR COLOR DEL VINO. Vie e viuzze nel centro storico della pur sempre bella città e finalmente il meraviglioso monastero. Appena arrivati ci misero in mano dei bicchieri di carta con dello spumante dentro, grazie! Con mia grande sorpresa abbiamo trovato dei primi posti per tutte e cinque seduti inizia lo spettacolo. Bravissimo Giandomenico Vivacqua, affabulatore, ottima dizione; bravissimi i musicisti; atmosfera magica!
“Che uno, a trentotto anni, non conosce la Sicilia: ebbene, non lo faccio apposta, ma mi viene una certa rabbia…”
Allora mi avvicino all’orecchio di Vincenzo e gli dico: “Ora viene il bello vedrai che Sciascia è uno di quei scrittori che non ha il pregiudizio di nascondere la storia, quella vera, quella siciliana!”
Macché, passano avanti, il treno arriva a Canicattì tra le marachelle di Nenè e Lulù, tra gli occhi di triglia dell’ingegnere e della bella Gerlanda, e della storia siciliana neanche bizzi.
Come e dov’e sono le parole del professore Miccichè all’ingegnere della petrolchimica settentrionale diretto alla raffineria di Gela?:
-…Perché poi (si capisce che parlo in generale), senza conoscere, senza sapere, dall’alto del loro bum o, come si chiama, del loro miracolo economico, insomma, tagliano e arrostono questa povera Sicilia come piace a loro… E io allora dico: bum un corno, questo bum voi lo fate sulla nostra pelle, voi ci state friggendo con lo stesso olio nostro… ….
-E’ stato separatista- disse la signora a spiegare la passione del marito.
-Indipendentista- corresse il professore- e lo sono ancora.
-Ora avete il petrolio- disse l’ingegnere, a consolarlo.
-Il petrolio?... Mi creda: se lo succhiano- disse il professore- se lo succhiano… Si ricorda il Musco nel San Giovanni di Martoglio? Teneva una lampada ad olio: “vieni qualche divotu, o qualche divota, con farso inganno, e s’asciuga l’ogghiu d’a lampa…” E così finisce col petrolio: una canna lunga da Milano a Gela, e se lo succhiano… I devoti, si capisce, quelli che per la Sicilia si preoccupano, si accorano… (LEONARDO SCIASCIA).
Il mio amico Vincenzo, sicuramente, aveva pure dimenticato quello che gli avevo detto, ma io non stavo più nella pelle, dovevo dire al bravissimo Vivacqua il perché di quella parte mancante, visto che era la sola e due minuti più o due minuti in meno poteva pure starci considerando l’importanza letteraria. Vincenzo conoscendomi, ride…
-Scusi, intanto complimenti perché siete stati bravissimi.- Io da sotto il ripiano stringo la mano all’attore.
-Grazie!- sorridente mi fa Totò Nocera dell’associazione e che aveva interpretato l’ingegnere.
-Ma, vorrei sapere gentilmente perché avete omesso una parte sola? A mio avviso di grande importanza.
-Quale? Non abbiamo tolto niente!- Il sorriso era scomparso
-Quella del petrolio che viene succhiato come il devoto di San Giovanni Decollato di Martoglio succhiava l’olio della lampada.
-A si! Alcune parti le abbiamo tolte.
-Perché proprio quella era di poche righe?- Insistevo con tedio.
-Beh! Qualcuno attento c’è, sicuro che se ne accorto solo lei!- Svincolandosi con il suo sorrisetto adrenalinico per la serata. Ma io non riesco a consolarmi e non mollo! Così vedo giù il bravissimo attore ed affabulatore Vivacqua, stessi complimenti, meritati, stessa domanda. Lui ammette subito di avere omesso alcune parti e mi promette che sarà per la prossima volta. Ma io a questo punto ci credo poco e penso che quella omissione è frutto di un taglio politico dovuto al pregiudizio razziale di tutta la storia indipendentista siciliana. Un pregiudizio fatto nascere in ognuno di noi su noi stessi. Coltivato tramite, telefilm, cinema, giornali, libri e censure in ogni dove, come questa, ennesima in una notte bianca agrigentina dell’8 settembre 2007.
Mister Smith, nel testo in oggetto, cita Leonardo Sciascia e sicuramente tra i due vi sarà stata una corrispondenza, questo non toglie il grande senso critico di libero pensatore del Maestro di Regalpetra. Sciascia per le sue scelte di uomo libero, a mio avviso, pagò una certa ghettizzazione nel mondo letterario, penalizzandolo nelle premiazioni anche internazionali, che meritava sicuramente. Sicuramente fanno male alla cultura, alla verità, alcuni che si mettono tra le file degli appassionati di Sciascia a ghettizzare questo lato di sicilianista del grande letterato. Riporto per coloro che tengono alla verità quello che testualmente ho letto su il libro (SICILIA, SICILIA, SICILIA! Di Giuseppe Scianò Edizioni Anteprima s.r.l. Palermo 1994 a pagina 16 e 17) che Leonardo Sciascia in una lettera del 1965 allo stesso Scianò: “Con mia sorpresa, Leonardo Sciascia mi rispose in modo personale, a stretto giro di posta e con una lettera da cima a fondo autografa, con la quale sostanzialmente mi ringraziava dell’invito, che tuttavia declinava con gentilezza, in quanto – mi precisava- pochi giorni prima, accompagnato da Pippo Amato e da Nino Velis, era già stato sui luoghi dell’Eccidio. (…) Leonardo Sciscia, in quella occasione, ebbe a dichiarare, senza mezzi termini, di essere un “separatista”. Proprio lui che vent’anni prima era sto avversario dell’Indipendentismo Siciliano! (…)
Con la data del 27 febbraio 1965, sul quotidiano della sera di Palermo, L’ORA, dopo alcune considerazioni assai critiche sul “rapporto” fra la Sicilia e l’Italia e fra la Sicilia e l’Europa, Sciascia, infatti, scrive: “…Intendiamo dire, cioè, che la Sicilia non ha bisogno di un’Autonomia di “decentramento” e di “risarcimento” rispetto allo Stato Italiano, ma di una concreta sovranità. Si dirà che stiamo scoprendo, con vent’anni di ritardo, e dopo averlo decisamente avversato, l’indipendentismo. Ma vent’anni fa la Sicilia indipendente sarebbe stata una repubblica fondata sulla reazione agraria, un vero e proprio stato di mafia, mentre oggi naturalmente si inserirebbe nella rivoluzione mediterranea, in un vasto e concreto processo di risorgimento.”
(Pagina 741): “Secondo Sciascia, anzi, una maggioranza considera l’autonomia un esperimento fallito e lo stesso giudizio è espresso da molti uomini d’affari.” Indubbiamente perché è stato snaturato il significato pattizio dell’Autonomia con l’eliminazione di fatto dell’Alta Corte per la Sicilia (come dicono: è stata dichiarata assorbita dalla Corte Costituzionale con sentenza n°38 del 1957 dalla Costituzione stessa e così via di seguito) e la vera funzione di strumento per l’Autodeterminazione del Popolo Siciliano. Ma l’Autonomia va difesa, va difeso il Parlamento, perché è ancora un titolo valido, anche se non corrisposto, per reclamare giustizia e sovranità nazionale. E’ vero, ormai da secoli troviamo dentro il nostro Parlamento siciliani asserviti, ascarizzati pronti con il sorbetto in mano a digerirsi quello che hanno mangiato, ogni tanto qualcuno di loro rutta: Autonomia! Poi si siede e riprende a mangiare. Mentre dai palazzi delle prefetture vigilano che questi Siciliani, feroci assassini, stiano sul filo della legalità. Qualcuno si chiede quale legalità? Sicuramente non quella costituzionale perché quella non prevede i prefetti in Sicilia. E allora quale? Quella studiata appositamente per voi Siciliani.
Io finendo di leggere il libro di Denis Mack Smith STORIA DELLA SICILIA Medievale e Moderna mi sono messo allo specchio e mi sono guardato allo specchio negli occhi. Mi sono chiesto:
-Ma siamo veramente così?
-Come così?
-Come ci ha descritto lui?- Ho abbassato gli occhi e mi sono vergognato di essermelo chiesto. In risposta a tale libro vi è stato STORIA DI SICILIA come STORIA DEL POPOLO SICILIANO del Professore SANTI CORRENTI dove leggiamo nelle prime parole: “Non è facile, oggi, scrivere della Sicilia. Da un lato, infatti si corre il rischio di offrire una versione un po sinistra delle vicende isolane, come recentemente ha fatto lo storico inglese Denid Mack Smith (…) L’autore del presente libro ha cercato di evitare e le preconcette deformazioni metodologiche, tendenti a spiegare tutta la storia siciliana come una proiezione della mafia; e del’latro canto ha voluto evitare le preconcette esaltazioni del “genio siciliano che in parte sono dovute, presso gli autori che se ne servono, a una sorta di reazione polemica contro i pregiudizi che tuttora persistono nei riguardi dei siciliani(…)”
Spero che tanti Siciliani non cadono nella trappola tesa da quanti ci vogliono convincere di essere per costituzione razziale, nel dna: mala carne! Purtroppo forse la situazione è grave, penso però, che non è finita.