lunedì, 24 agosto 2009

 LA PAURA DI CAMILLERI

&

LA PROFEZIA DI FIFI’

 

“Pronto, Andrea, Montalbano sono!”

Camilleri riattaccò il telefono e disse tra se: “il solito garruso …”

Dall’altra parte, il commissario rimase con la cornetta in mano a fissarla per un secondo, deluso da quella reazione. Non appi tempo di riprendersi che sentì sbattere alla porta, era Catarella, girò gli occhi verso il soffitto santianno.

“Dottori, c’è una picciotta che voli parlare con vossia di persona pirsonalmente.”

“Falla entrare, Catarella, aspetta! Non puoi entrare come tutti i cristiani di questo mondo?”

“Mi avi a pirdunare dottori.” Si girò dritto dritto e sbatté di nuovo alla porta.

“Catarella!!”

“M’ava a cummannari dottori?”

“Una curiosità: ma hai qualche parentela con Franco Franchi?”

“Nonzi dottori!”

“puoi andare … e attento alla porta!”

Entrò un pezzo di fimminuna supra la vintina vestita con una veste nera attillata e una chioma di un castano chiaro con un passo elegante di cavadda, sembrò cangiare, in una ditta e un fatto, tutto il mondo attorno a idda. Ora Montalbano capì quell’impeto che aveva Catarella nell’annunciarla.

“Buongiorno!”

Montalbano si alzò a volere dire: onore a tanta biddizza! Si diedero la mano:

“S’accomodi, prego.”

“Dottore Montalbano, anche se non l’ho mai incontrata la conosco da quando ero bambina. Mio padre me ne ha sempre parlato.”

“E con chi ho il piacere di …”

“Sono Teresa, la figlia di Filippo d’Onofrio!”

Il modo di come aveva pronunziato il nome s’aspettava una sua reazione, ma Montalbano era completamente allo scuro, non ci solleticava nemmeno un ricordo anche minimo e nemmeno voleva fare finta di ricordare per non deluderla. Lei, che era picciotta sperta, prima lo guardò insicco negli occhi, poi prese un pacchettino dalla borsa e glielo porse.

“Questo l’aiuterà a ricordare!”

“Che cosa è?” Tastiannolo “… un libro?”

“Lo apra!”

“Mi! ma questo si che me lo ricordo! La raccolta di poesie d’amore di Pablo Neruda. Lei non sa quanto l’ho cercato!” Montalbano era felice di riavere quella edizione con la copertina in cartone, quel libro e non un’altra edizione, quel libro e non un altro, era come un compagno, un maestro, una prima esperienza con la poesia, che lo aveva coinvolto come masculo e gli aveva fatto vedere la fimmina come un continente sconosciuto e meraviglioso. Per tutto quello che rappresentava Montalbano stringeva con tutte e due le mani e poi l’aprì a caso e con l’occhio birbante del liceale lesse due versi e arridì e na fudda di ricordi ci annuvolarono la testa. Poi guardò la donna e sdimaccicando, tecchia imbarazzato, chiuse il libro e lo posò.

“Quindi?! L’aveva suo padre?!”

“Si!” Tistiannu con la speranza che finalmente si ricordava. Ma niente di niente. Lei sorrise e con molta eleganza e compostezza incominciò a raccontare della morte improvvisa del padre e che le aveva espresso tale desiderio. Quando parlò della morte è sembrato come se un’ombra fosse scesa nel suo sguardo, creando due espressioni opposte nello stesso viso: le belle labbra leggermente carnose sorridevano, mentre gli occhi erano tristi. Fu come un lampo di luce che schiarì tutto all’improvviso.

“Il profeta! Fifì!”

La voce alta, fece sobbalzare la picciotta, che non si aspettava in quel momento quella reazione.

“Scusi signorina Teresa, noi lo chiamavamo così, almeno io. Ma poi lui ha lasciato il liceo e non l’ho più rivisto!” Montalbano lo aveva chiamato in quella maniera perché a scuola mentre tutti se ne catafuttivano dell’ora di religione, lui era attento e rispondeva, commentava, fino a quando tra i due finiva a vociata.  Mentre i compagni si ripassavano la lezione e altri giocavano a carte, Montalbano si godeva la turilla tra il parrino e Fifì, il quale s’infervorava con il dito indice alzato e sembrava proprio un profeta.

“Non ne ho saputo più niente … Sapevo che si era ricoverato nelle sale gioco, facendo luna quasi ogni giorno. Non ricordo di avergli prestato questo libro.”

“Mio padre mi ha raccontato tutto. Lui lo ha voluto prestato per fare colpo con una ragazza, questa poi è diventata la sua fidanzata e di seguito moglie, mia madre!”

Montalbano ora in quel volto vedeva pure le sembianze di Nena, il mento, la fronte, la dolcezza degli occhi grandi  e scuri, neri come la notte. A questo punto a Montalbano calò la malinconia, guardò Teresa ancora una volta e abbassò gli occhi sulla copertina del libro. Tralasciando che era stato lui a leggere Neruda a Nena nelle panchine della villetta e che poi il Profeta ha raccolto i frutti, tralasciando pure la menzogna di quel libro che non era stato più restituito e che lui, farfanti, a precisa richiesta cangiava discorso. Tralasciando tutto, pensò amaramente questa fimmina, che gli ha fatto smuovere il sangue, aveva l’età di una sua probabile figlia.  Per le sue riserve mentali, significava, che, almeno per questa generazione di fimmine, la sua competitività di mascolo andava a farsi fottere.

Teresa penetrava nell’ombra dello sguardo del commissario  e continuò il suo racconto, del padre che si prese il diploma magistrale e incominciò ad insegnare, grazie pure al papà di Nena, fu trasferito a Liana e poi, sistemati economicamente, si sposarono. Così anche la madre ottenne il trasferimento a Montelusa, negli uffici delle imposte dirette. Ma negli ultimi tempi non andavano tanto d’accordo, perché al padre incominciarono a venirgli tante fisime e gelosie.

“Ai primi di Aprile, mio padre venne nella mia stanza, era molto strano, come se avesse timore delle sue stesse parole e mi disse che se fosse morto prima di pasqua di portarle questo libro, già impacchettato così com’era. Me lo ha pure fatto promettere!”

“E di chi è morto suo padre?”

“Un aneurisma cerebrale … non ci fu proprio niente da fare, a nulla valse la corsa all’ospedale! Mia madre ha autorizzato l’espianto degli organi, anch’io sono stata d’accordo.”

“Mi dispiace, tanto, farò un salto a Liana a porgere le condoglianze a sua madre.”

Mentre vengono interrotti da una bussatina accompagnata dalla richiesta di permesso senza aspettare risposta. Era Mimì che si intrufolava con indifferenza, ma il suo passo faceva notare che la curiosità di conoscere la fimmina non lo fece più resistere.

“Oh scusa! Ho disturbato, non sapevo …”

“Trasì Mimì! Il dottore Augello, la signorina Teresa d’Onofrio!”

Mimì che a Maggio è come gli scecchi, non si mise a ragliare per poco.

“Bene, io vado, è stato un vero piacere conoscerla.”

Montalbano gira la scrivania e gli propone di offrirle qualcosa al bar.

“Ho voluto esaudire il desiderio di mio padre in pieno e tra le sue richieste vi era quella di non fare sapere a nessuno del nostro incontro. Sa, a Vigata qualcuno di Liana può sempre esserci.”

“Allora mi dica, l’annuncio funebre nel giornale è stato pubblicato? Non vorrei metterla a disagio quando andrò a trovare sua madre!”

“E come? C’è stato pure l’articolo per la donazione degli organi!”

Mimì quando la vide alzare e andare via con quel passo sicuro di cavadda, pareva abbarsamato.

“Mimì, Mimì!”

“Salvo, hai visto? Tutto al posto giusto!”

“Mimì, che vuoi? Che sei venuto a fare?”

“Me lo sono scordato!” E andò via come un fantasima.

“Fifì, il profeta, mi ha giocato di coda … Il libro, Nena, bravo!”

Mentre Montalbano rifletteva su le dinamiche di quel passato, un pinzeri accuminciò a fare pirtusa al suo cervello. Questa morte profetizzata, “prima di pasqua” il libro da consegnare in segreto, perché? Prese il libro lo incartò di nuovo e riprese a telefonare.

“Pronto!”

“Andrea, io sono!”

“Io chi?”

“Montalbano, Salvo Montalbano, il commissario Montalbano sono!”

“Vorrei sapere quale bestia ti ha dato il mio numero. Comunque, sei uno di quei tanti imitatori scarsi di qualche radio? Vai avanti, ma ti assicuro che imiti malissimo Zingaretti.”

“Ma quale imitare, io sono l’originale, l’autentico, unico e vero che ti sta chiamando da Vigata!”

A questo punto il maestro riattaccò di nuovo, accompagnando con un “vafanculo!” a tutto tondo.

“Minchia oh! Che testa!”

 

Di prima mattina già si trovava a Liana. Il paese era tranquillo, troppo tranquillo, tanto da dare un senso d’inquietudine.  Non gli venne difficile trovare la casa dei D’Onofrio alla fine del corso principale. Quando Nena le venne ad aprire fu come un tradimento. Si sentì tradito dal tempo che aveva devastato tutto ciò che gli piaceva di Nena. La sue curve erano diventate linee e il suo visino, che era una attrazione magnetica, era diventato una specie di muffuletto, gli occhi non erano più i suoi, se li ricordava più piccoli, ora erano rotondi e sgricchiati. Quelle pupille nere erano ipnotiche. Le era rimasto poco e niente della giovane Nena che ricordava.

“Salvo!”

Dopo i convenevoli Montalbano rifletteva sulle fisime di Fifì, sicuro non era la fimmina di cui essere geloso. Dopo qualche ricordo velato di rimpianto, la natura di sbirro di Montalbano incominciò a farsi avanti.

“Parlami di Filippo.”

“Che vuoi che ti dica … E’ stato un buon padre e un buon marito!”

Intercalò questa frase con una taliata che significava: colari e colari! Dispiaceri a non finire!

“Si si!”

Montalbano aveva notato che ormai era pronta a scoppiare, così rincarò la dose:

“E’ stato sempre una brava persona!”

“Ma quali? Non mi fare parlare! Anche se non ci vediamo da tempo, per me sei stato sempre un amico e mi posso confidare.”

Il commissario rifletteva così: -dicono bene a dire che l’amicizia è la tomba dell’amore! Era quello che mi diceva anche allora e mi aveva così tanto infastidito. Con l’amicizia prima non si concludeva un bel niente, prima, ora i tempi sono cangiati e si futti pure per amicizia.- Mentre lui pensava tutto questo, il mosto stava uscendo tutto dal carratone.

“Era diventato geloso di me! Non di me, questa, di oggi, che mi poteva fare anche piacere, ma di quella che ero stata. Si era convinto che chissà quante corna gli avevo fatto spuntare in testa, dall’università all’impiego. Avevo vinto il concorso in Lombardia e poi sia per la gravidanza e qualche raccomandazione, ottenuta per intercessione di quel santo uomo di mio padre (alzò gli occhioni alla soffitta giungendo le mani), mi trasferirono a Montelusa. E poi, urlava, urlava sempre. Fin quando ho deciso di vivere in stanze separate e lui ne fu pure contento... Si chiudeva a chiave in quelle stanze e se ne stava tranquillo. Insomma, eravamo separati in casa. Ti voglio fare conoscere Teresa, è il mio orgoglio! Anzi, mi farai cosa gradita se verresti a cena da me, il fine settimana, che c’è pure Alberto, il suo fidanzato, vedrai che persona! Mi raccomando, porta la tua compagna …”

Montalbano incominciava a non poterne più, ne aveva pieni i campasisi di quella voce da mezzo soprano, che ogni tanto saltava uno scacchino da vedova allegra, di quelle pupille nere, che una volta lo facevano abbabbire, ora sembravano seguire le parole che diceva come nel karaoke.

“Si! Perché no! Solo che la mia compagna non è qui!”

“Oh va bene, vieni solo non ti mangerò, oh!oh!oh!...”

Questa volta al commissario ci parsi proprio assai.

“Scappo!” Si alzò per fuggire proprio.

“Quanta fretta Salvo, ti faccio un caffè!”

Siccome i pensieri in testa non lo lasciavano in pace, perché in quella morte del profeta c’era tutto che non funzionava, perché lui alle profezie non ci aveva mai creduto, e non voleva incominciare a crederci ora. Perché non era vero che stava invecchiando …

“Va bene per il cafè. Lo sai come lo chiamavo a tuo marito?”

“Fifì!”

“No, il profeta!”

“Azzeccato, perfetto come nomignolo! Questa casa era l’unica che non si poteva permettere di cacciare i Testimoni di Geova, perché erano loro che la evitavano, anzi avevano segnato nelle loro schede di nemmeno bussare! Quando qualche uno di loro, magari principiante, ci cascava, lui se lo portava nel suo studio e gli faceva la testa come un tamburo, per poco quel poverino non perdeva pure la fede!”

Montalbano se la rideva pensando cosa cuminava a scuola.

“Il giorno del fidanzamento di Teresa, con i consuoceri a cena. Il padre di Alberto è l’avvocato Spatolisano, un penalista! Forse sicuramente conosci … La mamma insegna lettere allo scientifico di Montelusa. Hanno portato, pure, un loro caro amico: Monsignore Lavita. Oh!Oh!Oh! Quello che è successo!! Non ti dico … Il finimondo!”

Montalabano se la rideva. Si sono spostati in una bella cucina grande, luminosa, di quelle moderne.

“La conosci la visione d’Ildegonda? Te la dico io, una visionaria antica, che a Gerusalemme vide tre personaggi che camminavano assieme lasciando orme di fuoco. Chi erano? Pietro, l’Antipietro e l’Anticristo! Pertanto la profezia per lui era chiara: -anche la Chiesa corrompe l’umanità all’evento dell’Anticristo!- Questo è stato solo il preludio alla catastrofe. Monsignore non si mise a bestemmiare per carità, ma era diventato rosso e gli usciva fuoco dalle narici.  Ha rovinato la cena e ha messo in grave difficoltà la felicità della figlia. Tutto poi non ha avuto conseguenze grazie all’amore di Alberto!”

“Sicuro che, con questo carattere, in paese, non ha avuto vita tanto facile!”

“Altro che … A scuola era un maestro dinamico e anche bravo, si faceva voler bene da tutti: colleghi, alunni e genitori. Poi andava al club a giocare a carte, interi pomeriggi, a parlare di calcio, ed era pure pacato, tranquillo. Sul pallone che poteva dire, urlare, tutto quello che voleva, era invece calmissimo, logico e lucido. Ma come vedeva una tonica qualsiasi, fin quando era buongiorno buonasera, tutto andava bene, ma se per caso … ”

Il cafè acchianò e fu servito lì in cucina stesso.

“Sono curioso di vedere il suo studio.”

“Subito sarai servito.” La giostra così si mosse in due semigiri e condusse Montalbano nella stanza. S’immaginava più disordine sporcizie, più libri, invece solo due scomparti dello scaffale. In uno testi scolastici, nell’altro volumi con pesanti copertine: Bibbia, Corano, dizionari e consimili di tutte le misure. Gli altri scomparti dello scaffale erano o vuoti, o con qualche contenitore di terracotta, manufatti artigianali locali. Montalbano ne prese uno aprì il coperchio e dentro vi erano dei sassolini. I posacenere erano sparsi e dispersi dappertutto. Comunque regnava l’ordine in quelle cose.

“Lui dormiva nella stanza accanto! Tranquillo! Teresa ha voluto che tutto restasse così com’era. Erano molto legati.  E’ stato trovato morto proprio lì, vicino quello sgabello. Sicuramente stava prendendo, o posando, qualche cosa ed è caduto causa l’aneurisma. I dottori pensavano dapprima ad un trauma cranico, ma appena abbiamo spiegato la dinamica, hanno accertato e non vi sono stati più dubbi.”

“Era solo in casa?”

“Salvo!? Oh, oh, oh! Mi stai facendo l’interrogatorio?”

“Deformazione professionale scusami!”

“No, scusami tu, lo dicevo per ridere. C’erano Teresa e Alberto. Io ero con i consuoceri in un convegno nel salone della Matrice. Proprio Alberto, mentre stava andando in bagno, sentì il tonfo e incuriosito entrò nello studio. Teresa arrivò, poco dopo, mentre Alberto tentava di rianimarlo con un massaggio cardiaco. Tutto risultò inutile.”

 

Si concluse lì, quel primo incontro con Nena, devastata dal tempo e dal morbo di Basedow. Montalbano, mentre guidava, si mise a filosofare sul tempo inesorabile, impietoso e tiranno. Pensava la panchina della villetta, quella bella Nena e sovrappose il suo volto con quello della figlia Teresa e gli spuntò, come un fiore nella mente, questo verso di Neruda: –Gli occhi hanno sete, perché esistono i tuoi occhi.- In una ditta e un fatto arrivò a Vigata. Catarella stava cercando di spiegargli che lo aveva cercato ripetutamente e “di persona personalmente il dottori questori Bonetti-Alderighi!”. Non appena s’assettò che subito trasì Fazio carricato a tinchitè di carte da firmare.

“Fazio!”

“Devono partire al più presto …”

“Salvo, ci sono i coniugi Sparagna per quel furto …”

“Mimì, quale furto? Vedetela tu! Fai! Poi se è il caso ne parliamo, s’è il caso …”

“Vogliono parlare con te, di una cosa importante!”

Passò il resto della matinata pressato senza un attimo di respiro!

“Dottori, dumannu pirdunanza, c’è i signori questori …”

“Catarella, sono diventati due?”

Catarella arristà basito e disse tra se: “Bonetti … Alderighi …” “Catarella, basta! E che avete oggi? E va bene passamelo!”

“Montalbano, ho letto di una statua in suo onore!”

Il commissario già aveva un nirbuso tutto suo, ci mancava questo gran cornutissimo di Bonetti-Alderighi con il suo sfottò.

“Signor Questore, non so niente e non me ne frega niente!”

“Questo lo dice lei, i fatti dicono il contrario e lei con il suo protagonismo individualista ha sempre nuociuto al gioco di squadra della polizia.”

“Ma quali fatti? Le assicuro che contesterò per quanto mi sarà possibile questo evento, e raccomanderò di farne una proprio a lei che è il mio diretto superiore!”

“Montalbano non si prenda gioco di me!”

 

Dopo tutto quel manicomio al commissario ci smuvì un pitittu caprigno e s’avviò per la trattoria San Calogero. Calogero come lo vitti si ci accostò:

“Dottore Montalbano pinzava proprio a vossia, mi hanno portato un purpu ancora vivo, una meraviglia!”

“Calogero, pasta?”

“Pasta cu i  gammari, prima assaggiassi questo antipasto.”  Ci posò un piatto dove il purpo regnava su gammari, cozze, accia, pitrusinu, carotine, polpa di granchio e via di seguito. Montalbano sentì il profumo del mare e quello dell’aglio quanto basta, quello era il segreto di quel piatto, e incominciò a sentirsi bene, mangiò e già provava un rilassamento, tra lo scrocchiare di quel pane fresco e la mollica giallognola che ogni tanto immergeva nel sughetto di quella insalata di mare. Dopo due sorsetti di quel vino bianco, Calogero portò la pasta con i gammari in una versione nuova, vi era fatto a pezzi del pomodorino di Pachino. Guardò quel piatto fumante come un’opera d’arte e lo sciauro che saliva lo avvolse in un piaciri unico e religioso. L’arte è arte! Aveva portato con se il pacchetto con il libro di Neruda e mentre meditava su quei sapori rimasti in bocca, scartò il libro. Quel foglio di giornale nella parte interna vi era una notizia che attirò l’attenzione:

 -AUTO DATA ALLE FIAMME A LIANA- La notte scorsa l’auto di proprietà dell’insegnate, ex assessore D’Onofrio del Comune di Liana è stata data alle fiamme da ignoti. D’Onofrio precisa di non avere avuto minacce di nessun genere. I carabinieri indagano a 360 gradi.-

Il giornale portava la data del 21 marzo.

Montalbano incominciò a scuitarisi, prese il libro e incominciò a sfogliarlo pagina dopo pagina, niente, né parole sottolineate né scritture ai bordi. Lo posò piegò per bene il foglio del giornale che mise nella tasca. Tempo di sorseggiare il cafè e ricordò che un giorno Nena le aveva scritto nell’ultima pagina, qualcosa, un disegnino, non era un cuore, forse un fiore, era una farfalla ora ricordava chiaramente, con la scritta:

-Per Salvo con sincera amicizia, Antonella-

Così riaprì il libro, prese l’ultima pagina e scoprì che era vuota, non strappata, non ci vozi molto ad accorgersi che era incollata. Pigliò il coltello, tagliò e trovò dentro una lettera, scritta in bella grafia e piccola con una penna stilografica con l’inchiostro di colore bilù in un foglio proprio adatto per le lettere. Montalbano lesse quella lettera soppesando ogni parola tistiannu e intercalando di tanto in tanto. 

-Caro Salvo Montalbano, sono stato tentato tante volte di venire a farti visita, ma non ho mai trovato gli argomenti giusti, sicuro di non farti arrabbiare per riportarti questo libro. Senza altro il tempo ha smorzato tutte le spigolature del caso. Hai conosciuto la mia bellissima Teresa ed è per lei che mi preoccupo in verità. Ho seguito in questi anni come con scrupolo fai il tuo dovere e sono certo che non mollerai facilmente l’osso che ti sto lanciando. La settimana scorsa ho avuto l’auto bruciata, motivo di tale minaccia è una denunzia di pedofilia che ancora non ho fatto. In un tema in classe una bambina di quinta elementare, Graziella Garetta, descriveva gli abusi del padre Gerlando, un noto delinquente locale. Questi abusi, su di lei e sul suo fratellino più piccolo, sono continui, con il tacito consenso della madre. La cosa più semplice era denunciare l’accaduto, ci avrebbero pensato gli altri. Invece, asino che sono, dopo essermi accertato con la bambina, senza farla insospettire e trovato conferma, che tutto era vero, ho chiesto consiglio al brillante futuro genero fresco avvocato degno figlio del padre. Il quale voleva il tema, che non ho dato (lo troverai nell’altra tasca ricavata nell’altra copertina del libro) mi dissuase animatamente di fare la denunzia, motivando che non vi erano i presupposti. Un giorno al club sono stato avvicinato da questo elemento negativo del Garetta, il quale mi minacciò apertamente di non mettere certe idee alla figliola. Io non mi sento apposto sapendo le condizioni di quei bambini. Alberto mi ha chiesto un giorno cosa avevo deciso in merito e, bestia che sono sempre stato,  avevo accennato che ti conoscevo e ne dovevo parlare con te. Così immediatamente dopo ho avuto l’auto bruciata, sospetto che Alberto e il Garetta sono in relazione, forse cliente del padre. Ho vissuto come un miserabile, raccattando quello degli altri, come questo libro, l’amore per Nena, il posto di lavoro, la politica, ora è il momento di pagare e sono pronto affinché liberi quei bambini dal loro mostro. Pertanto ho dato l’incarico a Teresa, anche per proteggerla da quello che lei vede come un uomo retto e invece è complice di tali atrocità e altro ancora. Per non rendere infelici nessuno occorre delicatezza. Per avere la sicurezza, non vorrei che qualche disgrazia mi colpisca inaspettatamente … ho trovato questa soluzione. Visto che non sono stato io a portarti questo libro, significa che è successo ciò che temevo, il mio rammarico è che non abbiamo avuto occasione di rincontrarci. Ti voglio bene, toglimi questo peso, per carità.

P.S.

La prima volta che ho visto la tua foto sul giornale non credevo ai miei occhi, il compagno Salvo Montalbano, lo stesso che fece a botte per un dazibao strappato davanti il liceo, Salvo con il pugno alzato e nella tasca Lotta Continua, è passato dall’altra parte della barricata. Forse non c’è paradosso per chi crede e vive per il giusto ovunque esso si trovi.-

 

Montalbano immediatamente aprì l’altra tasca ricavata nella copertina del libro e trovò il foglietto di quaderno scritto da Graziella, lo lesse e provò una rabbia sorda. Così turbato si avviò verso il porto per la solita passeggiata lungo il braccio, guardò il mare e forse il vento gli strappò una lacrima dagli occhi. Ricordò una canzone degli Inti Illimani e canticchiò:

“El pueblo unido  jamás será vencido!”

Si fumò una sigaretta, guardò il mare e il cielo all’orizzonte che si congiungevano, come il passato e il presente, la vita e la morte. Gli venne una specie di scossa si scuttuliò tutto e girò le spalle alla filosofia.

 

Quel libro di Neruda ora pesava così tanto, lo posò sulla scrivania. Rifletteva che Nena non aveva minimamente accennato all’episodio e nemmeno all’attività politica del marito, strano. La prima cosa che fece incaricò Fazio di ricavare vita morte e miracoli su i Spatolisano, padre e figlio, su Gerlando Garetta e sulla vita e morte di Filippo D’Onofrio.

“ Senta commissario ma noi di Vigata che c’entriamo con Liana. Che c’è sotto …?”

“Fazio, quando è il momento opportuno sarai informato! Va bene?!”

Fazio si affunciò e lo taliò di malamanera .

“Lo scopriremo insieme, manco io so di che si tratta.”

Quasi a scusarsi di quel suo tono. 

In maniera inaspettata, ma opportuna, ha ricevuto la telefonata di Teresa. La quale lo ringraziava per la visita alla mamma e che sarebbe felice averlo ospite a casa per la cena di sabato così gli faceva conoscere il suo Alberto. Al commissario è bastato questo secondo contatto per entrare in una naturale confidenza.

“Grazie Teresa, scusami se ti rubo del tempo. Tua madre mi parlò che fu proprio Alberto a dare il primo soccorso a tuo padre. Mi racconti con più precisione quei momenti?”

“C’è qualcosa che dovrei sapere?”

“Noo e che, non ho mai creduto alle profezie ora si presenta questa che puntualmente si è verificata e vorrei saperne di più. Tutto qua.”

“Si, è strano tutto, ma era diventato strano papà. Io e Alberto eravamo rimasti a casa, mentre i nostri genitori erano andati ad un convegno, mentre papà era al club sarebbe tornato dopo le 21 come ogni sera. Pensavamo di essere soli … Era una settimana che non ci vedevamo e allora …”

La voce di Teresa si stracanciò e la cornetta del telefono sembrò pigliare fuoco.

“Ho capito!”

“Poi Alberto si avviò per il bagno, che è dall’altra parte della casa della mia stanza. Dapprima non avevo fatto caso per il ritardo, e avevo messo un po’ di musica, poi mi sono incuriosita e sono andata, ho sentito rumore sospetto nello studio di papà e sono entrata. Ho visto Alberto sopra papà, sembrava che lo stessi picchiando, poi mi spiegò che stava praticando un massaggio cardiaco. Il seguito lo sa!”

“Perché hai pensato che lo stava picchiando?”

“Perché non mi sono sembrati  massaggi cardiaci, la posizione di come era messo Alberto. Non ho visto l’azione vera e propria perché come sono entrata subito si è alzato riferendomi che ha sentito un tonfo e lo ha trovato svenuto così stava cercando di rianimarlo. Sicuramente il mio Alberto ha fatto il possibile, si è dato molto da fare. Per non parlare della corsa spericolata per Montelusa.” 

“Certo, sono curioso di fare la sua conoscenza! Non ho potuto fare a meno di leggere sul giornale la macchina incendiata”

“E’ un episodio della nostra famiglia molto triste. Mio padre sicuramente non sapeva che la politica nei nostri paesi ha delle regole che non hanno niente a che dividere con la legalità e per questo motivo fu fonte di tanti dispiaceri.”

 

Montalbano aprì il frigo e trovò un piattone pieno d’insalata di mare … Quel purpo rosso, di scoglio, era una delizia, si faceva veramente guardare, ma due volte in un giorno, no! Così prese la pezza di pecorino primo sale con spezie e una ventina di olive, si posizionò davanti la televisione e cangiò quei quattro canali parecchie volte, fin quando si fermò, nel solito salotto. Composto da: un paio di politici, dalla zoccola rifatta, un parrino impegnato in qualcosa e il rampollo industriale che si sciarriava con la madre. La sciarra era per il tesoro in uno dei paradisi fiscali che aveva accumulato il vecchio e che era stato nascosto alla spartizione  dell’eredità. Come le storie dei pirata dove il capitano ammuccia in una sperduta isola il suo tesoro. Ma a questo giornalista acuto, ai presenti, proprio a nessuno viene in mente che questi soldi, sono fondi neri sottratti al fisco, e magari accumulati con il ricatto del licenziamento di migliaia di operai e ricevuti come aiuti dallo Stato stesso? Cioè da noi tutti. Tra gli spettatori non ve n’è giudici zelanti con il mangiascino di aprire un’inchiesta? Montalbano mangiava ma si quadiava vedendo quel cretino che parlava così palesemente, alla faccia di noi tutti, sicuramente più imbecilli di lui e gli veniva di santiari come un saracino, così astutò.

“Pronto amore!”

“Che hai Salvo? Hai una voce strana, è successo qualcosa?”

“No, anzi, va tutto bene, e tu?”

“Ed io …”

“Sento un gran bisogno, Livia!”

“Mi fa piacere, dimmi cosa ti è successo.”

“Ho riavuto un libro pieno di ricordi che avevo prestato quando ero al liceo.”

“Se ne è preso tempo per leggerlo!”

Montalbano raccontò tutto compreso i dubbi sulla morte del profeta.

“L’Aneurisma sicuramente lo aveva da tempo, e gli causavano questi strani comportamenti, queste reazioni.”

“Teresa una bella donna, mi ha fatto riflettere che una mia figlia avrebbe potuto avere la sua età! Mi sono sentito gli anni addosso.”

“Attento, non fare come il gatto amico del canarino che lo leccava, lo accarezzava, compiacendosi quanto era bello, quanto gli voleva bene e da lì a poi ne ha fatto un prelibato bocconcino …”

 “Livia, ogni tanto mi fa piacere sentirti gelosa. C’è di non stare tranquilla è veramente un bel canarino.”

Montalbano era irrequieto così  prese due pastiglie che calò con un bicchiere di whisky e si andò a coricare.

Non appena dopo sentì tuppuliari alla porta, non gli andava di alzarsi, ma la tuppuliata era insistente, così come era in mutande e canottiera andò ad aprire.

“Mi fai entrare? O mi devi fare venire le artrosi più di come ce le ho?”

“Andrea! Tu qui? Trasi!”

“Mi devi dire, ora, subito perché ha una settimana che mi scassi i cambasisi tutti i giorni?”

Camilleri lentamente con il verso entrò e si sedette nel tavolo, togliendosi la coppola e poggiandola sul tavolo.

“Senti, Salvo linghimi quel bicchiere di whisky che parliamo giusti giusti!”

“Andrea non credo che i tuoi reni si dovrebbero assentiri?...”

“Piglia cretino! Chi mi nni catafuttu tanto è un sonnu!”

 “Mi devi spiegare la statua …”

“Che vuoi sapere della statua?”

“Perché a mia? E non a Bonetti-Alderighi? Che mi ha pure richiamato.”

“Perché sei tu il commissario Montalbano! Il picciotto delle mie storie.”

“Secondo me, ora ti spiego come la penso, tuo compare Firetto la statua la voleva fare a te!” Mentre il maestro si toccò in mezzo alle gambe. “Vedi, che è vero! Allora ti è venuta la felice idea di farla a mia. E c’è puru un motivo!”

“Quale?”

“Poi, questa strittanza con Firetto? Stai diventando berlusconiano?”

“Salvo hai la licenza di sparare minchiate, ma non te ne devi approfittare!”

“Intanto non mi somiglia! Con tutte le manciate che mi fai fare tecchia di pancia, invece quello è segalignu.  L’artista, come si chiama?”

“Giuseppe Agnello”

“Quello che la fece pure a Sciascia! Macari lì aveva un vero corpo e gli è bastato copiare. Ma qui esistono solo le parole, la mia immagine letteraria è nella tua mente e quando la comunichi ad un altro ne esce un Montalbano diverso. Ora siamo: quello virtuale della televisione l’attore Zigaretti, quello di carne e ossa, il docente universitario di Cagliari, quel sardo? come si chiama?”

“Il professore Giuseppe Marci!”

“La statua di bronzo di Agnello ed io!”

“Io che ho detto? E’ un Montalbano possibile!”

“Poi in mezzo alla strada! Ma che minchia di idea è? che se un cane ci va piscia diventa il pisciatoio dei cani! Oppure qualcuno ci va sbatti, macari di rimbalzo mi carica di mali parole!”

“Meglio essere in mezzo alla strata che in mezzo a la casa!”

“Ecco che siamo arrivati al dunque!”

“Che c’è Montalbano?”

“C’è che ho capito che mi vuoi fare fuori! In uno scontro a fuoco? Una malattia? Dimmi come?”

“Già è tutto scritto e lo saprai al momento opportuno!”

“Mi immagino quel garruso di Zingaretti che soddisfazione proverà a morire! Come Michele Placido nella Piovra, non ne poteva più, si buttò a terra liberandosi così una volta per tutti del personaggio, ma per allungare la scienza spararono per mezzora per avere la cirtizza della sua morte. Tu mi vuoi ammazzare perché hai paura!”

“Io? Sono tutto scantato …” Ridacchiando.

“Si, hai paura che muori prima tu lasciandomi vivo in balia di qualche imbecille che  continua a scrivere sceneggiature all’impazzata!”

Il pensiero della morte aiuta a vivere!

“Poi, mi permetti Andrea una lamentela, tutta personale? Ma è possibile che mi finì come a Topolino con Minni? Sempre zitu cu Livia a Genova!”

“Montalbano, fa parte del tuo personaggio eroico! Me lo vuoi dire che eroismo c’è in un marito?”

“Si ma un omu … che fa, corre a Genova…”

“E non ti puoi lamentare!”

A Montalbano si ci stampò un sorrisetto e tistiò.

“Comunque, il tuo ultimo romanzo è già scritto come una profezia, un destino segnato. Tu lo sai che sei il mio pensiero felice su questa Terra e il suo Popolo, fatta di ricordi e presente, pertanto fin quando ci sarà questo sentimento ci sarai pure tu. Poi ha portato male a quegli autori che hanno pensato di fare morire il protagonista dei propri gialli.”

“E la storia di Vigata? Perché non metterci: la città di Camilleri? Vigata! Ora c’è: la Vigata televisiva Ibla, quella letteraria, luogo della memoria e questa Porto Empedocle! Il siciliano così sa sempre meno se vive un romanzo, un film o la vita vera …”

“Ma che dici Salvo?”

“Ora vengo e mi spiego. Nel marzo del ’97 un insigne magistrato, forse fresco di lettura de Il Gattopardo, non mandò un mafioso, a soggiorno obbligato a Donnafugata?  Il provvedimento scritto ordinava -in Donnafugata frazione di Santa Croce Camerina-!  E’ una zona in aperta campagna a 14 chilometri da Ragusa, dove c'è solo un castello, che fu degli antenati del principe Tomasi di Lampedusa e poi nibba. Inoltre Donnafugata fa parte di Ragusa, e Santa Croce non c'entra affatto. Un manicomio, tra la magistratura, il Comune di Ragusa, il proprietario del castello e la sovrintendenza.  Ora per togliere le cose di mezzo, il sindaco di Ragusa, bonariamente, gli voleva trovare una sistemazione nella sua città. Ma i carabinieri, che sanno il fatto loro, risposero che gli ordini non si discutono! Così, in attesa che il magistrato accetti di avere fatto una gran minchiata, il mafioso Pietro Balsamo dalla cella è andato a finire in una stanza affrescata del castello, arredata con mobili d'epoca e con un grande letto con tanto di baldacchino come il Principe di Salina!”

“Questa è la terra di Pirandello. Mi hai dato l’idea del prossimo racconto: L’ospite indesiderato!”

“Mi, ma la statua di fronte a quella dell’insigne Pirandello, mette soggezione. Il sindaco, tuo compare Firetto, che sicuramente aveva vivuto assai, sparò che il Commissario Montalbano è un empedoclino doc, intanto sono di Catania e poi l’unica cosa di empedoclino doc che ha quel Montalbano è la faccia stagnata, di bronzo!”

 Camilleri, fumava e il fumo era sempre più denso fin quando svanito il fumo il maestro non c’era più.

“Andrea! Andrea!” Si svegliò mentre si sentiva lo scruscio della pioggia provando un forte nirbuso.

 

Quando c’era tempo tinto in ufficio sapevano che Montalbano incominciava a fare lo scuncicuso e come sapeva fare lui lo stronzo ci arriniscivano in pochi. Ma, al contrario, quel giorno si andò a inpirtusare nel suo ufficio. si assittò  lungo lungo e si mise le mani giunte sullo stomaco. Forse sarà stato quel sogno che gli permise di liberarsi tutte quelle fisime che si portava dentro.

Entrò Fazio a piede leggìo, dopo avere tuppiulato, chiesto permesso, salutato e con carta alla mano si posizionò davanti.

“Allora?”

“Spatolisano Vincenzo fu Alberto nato a Liana il 16 marzo 1949 avvocato penalista, sposato con Amerinda Diana di Palermo nata il…”

“Fazio … oh! Stringi!”

“L’avvocato Spatolisano ha difeso almeno tre processi a Gerlando Garetta, la prima volta per pedofilia, poi per danni contro il patrimonio e rissa, in ultimo per furto con scasso all’ufficio postale di Fiacca. Pertanto vi è una conoscenza dal 1973 al 1996, da allora sembra che il Garetta non ha avuto altro di rilevante.”

“Alberto Spatolisano?”

“Anche lui avvocato come il padre è stato riportato ultimamente nelle croniche dei giornali per la difesa della moglie di un certo Pasturi Paolo detenuto a Trapani e morto, secondo la procura, per cause naturali e sostenendo, invece lui, la tesi di morte provocata. Trattasi di -aneurisma cerebrale per cause naturali’. L’avvocato Spatolisano Alberto ha chiesto una autopsia di parte. Il dottore Frannitta ha rilevato che fu conseguenza del pestaggio. Leggo testualmente: - violento trauma addominale da schiacciamento con conseguente lacerazione epatica, crisi ipertensiva arteriosa correlata alla sintomatologia dolorosa e alla paura con conseguente reazione adrenergica e successiva rottura di una sacca aneurismatica di una vaso arterioso cerebrale.- Del D’Onofrio è stato fatto l’espianto di quasi tutto:  cuore, reni,  polmoni, pancreas e intestino,  cornee, valvole cardiache e vasi sanguigni.”

“Mischino, lo hanno smontato pezzo per pezzo!”

“Tranne il fegato, lo hanno trovato danneggiato, il reperto spiega a causa del tentativo di rianimarlo con il massaggio cardiaco!” 

“Ho capito, Fazio, ho capito! Hai tirato le somme e due più due fa quattro, grazie!”

“Commissario, avevo incominciato a preoccupare che lei stava male, vedendolo sereno in un giorno di malo tempo.”

“Ora sei tranquillo, almeno tu sei sereno? Vai!”

Fazio come sempre aveva fatto un indagine scrupolosa e ottima, il tutto andava quadrando. Ma non concepiva la dinamica e nemmeno il movente. Alberto non sapeva che Fifì era in casa e questo magari aiutava il movente, cioè, era entrato nello studio per cercare e sottrarre il tema, fu scoperto dal futuro suocero, che casualmente era rincasato e magari si trovava nell’altra stanza, ci fu una colluttazione e incidentalmente, o volutamente, gli ha provocato l’aneurisma, che a quanto pare Fifì già da tempo se lo portava dietro e forse gli causavano questi atteggiamenti di violenza verbale,  di tanto in tanto. Ma questa ipotesi presenta una debolezza: perché tanta ostinazione nella protezione di uno come il Garetta? Sicuramente non per motivi professionali, amicizia? Di certo c’è dell’altro!

Cosa? Cosa può spingere uno come Alberto Spatolisano a pregiudicare la sua posizione, prendendo a lignate il futuro suocero, per un fango?

Si alzò di botto perché gli venne subito il da farsi.

“Galluzzo!”

Al solito dietro il rosa e il nero della carta stampata dello sport, così con una ciampata gli scippa il giornale di mano.

“Quante volte lo devo dire? qui dentro non si legge! Galluzzo, vieni con me!”

Arrivarono a Liana  cercarono un vigile urbano che non trovarono manco a farlo apposta.

“Commissario, il comandante è mio amico. Ci incontriamo al poligono.”

Il comandante dei vigili urbani lui stesso che li condusse nella casa del Garetta. C’era un caseggiato mezzo diroccato nel centro storico, l’auto era lì, così gli si parcheggiarono proprio dietro. In una parte ancora abitabile vi era la porta aperta. Si presentò questa donna con gli occhi accerchiati di niguru, i capelli tinti e abbrusciati di un rosso milingiana e una vesta mezza scirata, era sicca con una pancia gonfia rotonda con le spalle cadute. Una mischinazza che a solo guardarla faceva pena.

“Signora, suo marito è in casa?”

“A chi cercate?”

“Gerlando Garetta, abita qui?”

“Si, ma mio marito non c’è!”

“Chi è?” Una voce interna alla casa la contraddisse.

“Sbirri!” Rispose lei.

“Signora mi fa entrare? E’ meglio!”

Galluzzo era pronto all’attacco, guardava con la mano vicina alla fondina.

“Galluzzo! Stai calmo, tranquillo …”

Quella casa era un tugurio: letti, tavolino, tinello sembravano messi a caso. Ma primeggiava, sopra il comò, un televisore gigante di questi moderni piatti come un quadro, con altre apparecchiature allacciate.

S’appresentò, impomatato e fresco di barba, in canottiera con un tatuaggio che gli pigliava dal collo a tutto il braccio destro, con la tovaglia in mano. Due occhi virdi minuti in una faccia lentigginosa e di pilatura rossa.

“Commissario Montalbano sono, dove possiamo scambiare due chiacchiere?”

“Commissario io non ho tempo da perdere con lei. Devo andare a lavorare! Sono in arresto?”

“Senta Garetta, se ne stia calmo e non alzi la voce, se no le manette gliele metto davvero e poi vediamo se sta volta i suoi amici riescono a farlo uscire. L’addrevi dove sono?”

“A la scuola” Rispose poco convinta la moglie.

“Bene, le conviene collaborare e se merita ragioniamo.”

“Facci un cafè al dottore!”

Già il Garetta aveva perso tutto lo sbromo di prima, si prese una seggia e s’assittò.

“No grazie signora. Galluzzo tu?”

Galluzzo se ne stava dietro a Garetta, alzò la testa e dissi no come i cavalli. Montalbano in mezzo a tutte quelle fitinzie gli si era chiuso lo stomaco. La puzza ardosa di quella casa, ammiscata con il mezzo litro di dopobarba che aveva supra Garetta, pigliava alla testa. Mentre la moglie si era allontanata per la cucina. Montalbano guardava il vaso di tulipani, gialli, rossi e pampini virdi, di plastica sopra il tavolo.

“Lo sa che se le cade questa montagna di fango supra ci rimane sepolto e deve cangiare puru paese.”

Garetta era come immobile guardava negli occhi al commissario, muto. Aspettava e questo era segno che gli interessava ascoltare.

“In primis, voglio sapere in che rapporti è con la famiglia Spatolisano?”

“Chi rapporti? Quali rapporti? Che sta dicendo commissario?” Garetta parsi posseduto da mille diavoli.

“Alberto Spatolisano!”

“Ma che sta dicendo?” Il Garetta s’alzò dalla seggia facendola cadere a terra. Galluzzo subito gli puntò la pistola in testa. Garetta incominciò a urlare. Trasì la moglie e come vide il marito con la pistola puntata urlò qualcosa di incomprensibile. A questo punto il commissario gli mise le manette e se lo portò via tra il bordello della moglie.

 

Non erano ancora arrivati in commissariato che il povero Catarella ha ricevuto così tante telefonate dal questore, dal prefetto e da altri ancora a tal punto che non riusciva ad alzare la cornetta senza farla volare come una saponetta sotto la doccia.

“Cammina, e non fare storie.” Galluzzo se lo tirava per il braccio, mentre Montalbano seguiva.

“Dottori dottori! Domando pirdunanza, dottori, sugnu scuitatu!”

“Che c’è Catarella? Spiegati!”

“U circaro di persona personalmente, il signore questori, ha chiamato tre voti, il signore prefetto ha chiamato tre voti, il segretario, non so che segretario, ha chiamato…”

“tre voti!”

“Vossia come lo sapi?”

“Catarella, se chiamano, per la quarta volta me li passi.”

“Addomando perdonanza, il dottori questori mi disse di persona personalmente che non appena era arrivato di chiamarlo con urgenza subitamente, che faccio lo chiamo?”

“Ti avviso io Catarella, tranquillo, stai tranquillo.”

Entrarono nell’ufficio e chiusero la porta a chiave.

“Senta Garetta, lei crede che ho voglia di perdere tempo con uno che fa violenza ai propri addrevi?”

“Pezzo di merda!” Galluzzo gli disse strattonandolo.

“Senti Galluzzo, fammi una cortesia, intanto non mi piaci sta confidenza che ti stai pigliando con questo tu,  poi fai silenzio, che non stiamo girando una pellicola americana!”

“Commissario, lei è una persona buona, e deve capire che un povirazzu come a mia, ha sempre bisogno di persone altolocate come l’avvocato. Io e Alberto eravamo compagni di scuola dall’asilo alla scuola media. E il padre mi ha difeso con una mangiata di pasta. Chi se lo può permettere pagare un avvocato come Spatolisano?”

“Questo già mi fa capire tante cose, ma non tutto. Ora se io non metto tutte le cose a posto, nel suo posto giusto, io non riesco a dormire la notte. E tu che pensi che io ti lascio andare, per poi non dormire la notte e addivintare pazzo?”

Garetta lasciava intravedere facilmente la sua irrequietezza, non stava fermo, fissava a Galluzzo ed evitava lo sguardo del commissario. Il commissario così gli tolse le manette.

“Se cerchi di scappare ti sparo!” Gli disse con una cattiveria tutta convincente Galluzzo.

“Lui è capace di farlo! E’ accussì … Allora Gerlando vuole parlare o no?” A Montalbano quella persona gli faceva senso, aveva in testa le parole del tema della figlia a stento si tratteneva a non dargli quattro pedate in mezzo alle gambe e una paricchia di cazzotti in faccia.  Lui si ammutolì e abbassò la testa.

“Va bene, significa che vi arresto, marito e moglie intanto, con l’accusa per il reato di maltrattamenti, abusi sessuali, e minacce nei confronti di minori. Galluzzo prepara la denuncia e la traduzione nel carcere di Montelusa.”

“No! Commissario, che vuole che le dica, all’avvocato ho fatto solo qualche sirbizo, e basta!”

“In cambio della sua difesa e della sua amicizia, chiamiamola così, amicizia, no?”

Il Garetta calava la testa come un pupo.

“La macchina del D’Onofrio, quella l’hai abbrusciata per conto tuo?”

“Ma quali? A questo cornutazzo io ci disse di lasciarmi stare! io se faccio un travaglio, che me la penso e lo faccio, mi va a finire male!”

Montalbano capì che per il momento non aveva niente più da spremere. Il commissario così diede ordini precisi, in mezzo alle urla offensive del Garetta per la presa in giro, per la cattura della moglie e per l’assistente sociale.

“Dottore, gli aveva promesso …”

“Con i tipi come il Garetta parola non ne tengo, Galluzzo!”

 

Montalbano decise di andare  dal questore e così chiarire di persona ogni ombra, avendo inzertato il perché di quelle telefonate. Si sucò quelle parole pulite, che gira gira andavano a finire nel solito posto: darrè, ma in fine il questore approvò l’arresto e fu lui stesso che telefonò al giudice per i coniugi Garetta. Montalbano non fece cenno sulla profezia di Fifì e dei sospetti su Alberto, perché non era il momento, molte cose non quadravano. Mentre tornava da Montelusa ripensava a tutto il quadro, ormai era ora d’incontrare Alberto. Della vita di Fifì gli mancava qualcosa, che nella lettera ha voluto celare: la sua attività di assessore, sicuramente non ne andava forse così fiero.

Non appena arrivato in ufficio telefonò a Teresa, spiegando ogni cosa sulla segnalazione del padre e dell’arresto del Garetta.

“Il tuo fidanzato sarà sicuramente contrariato del riserbo che hai avuto nei suoi confronti!”

“Il mio fidanzato capirà! è stata una promessa che una figlia ha fatto al proprio padre.”

“Tuo padre, sospettava che Alberto aveva informato il Garetta.”

“E’ vero?”

“Non ti so dire con precisione, dovrò parlargli, ti ho telefonato se vuoi chiarirti prima con lui.”

“Grazie! Ti richiamo appena dopo avergli parlato.”

La sua voce prima decisa e chiara, ora era diventata bassa riflessiva ma non perdeva di sicurezza e questo la rendeva ancora più affascinante nell’immaginario dell’omo Montalbano.

Prima della telefonata di Teresa, arrivò quella di Alberto che chiedeva d’incontrarlo nel pomeriggio.

Alberto fu puntale come un ralogio svizzero. Padrone di ogni suo movimento, con un sorriso convenevole stampato in un bel viso da filibustiere elegante, con sopra tanti capelli lisci castano chiari, non ci mancava proprio niente. Montalbano capì perché la picciotta ne era così innamorata. Non appena i saluti e il piacere della conoscenza, il giovane avvocato saltò subito i preliminari.

“Il papà di Teresa mi aveva parlato del tema della figlia del Garetta. Ed io avevo avuto notizia prima ancora dallo stesso Garetta, il quale si era lamentato perché il mio futuro suocero aveva costretto la figlia a scrivere quelle porcherie sul suo conto. Insomma volevo vederci chiaro su questa faccenda, anche perché, il mio futuro suocero ce l’aveva con Giugiù, lo accusava di averlo visto mentre gli tagliava tutte e quattro i copertoni dell’auto.  Fatto che non escludo, considerato il comportamento scorretto che lui ha avuto nella sua attività di assessore al bilancio, all’annona e alla nettezza urbana nel comune di Liana. Niente di sicuro, vox popoli, dopo essersi accordato come partito sulla tangente da spartire ha chiesto un supplemento personale sull’acquisto dei cassonetti e dei sacchi di plastica. Per non parlare quello che ha combinato con le autorizzazioni commerciali, figli e figliastri,  non tenendo conto del piano commerciale. Un giorno mi confidò che aveva trovato una testa di cane mozzata e una santuzza con la Madonna Addolorata.  Lui l’aveva intesa come una minaccia di morte con scadenza fissata: prima di pasqua. Non fece denunzia, ma si dimise subito. Solo che ogni tanto partiva con una delle sue prediche e metteva galantuomini in cattiva luce. Ecco che forse di conseguenza gli bruciarono l’auto. Era diventato paranoico, non si fidava di nessuno, nemmeno di me, che gli ero stato sempre vicino. Di sicuro, per questo motivo, pensò a lei e al libro.”

“Lei sapeva dell’aneurisma del D’Onofrio?”

“L’aneurisma non da segni esterni, però io nutrivo un sospetto, perché in questi ultimi mesi ho trattato un caso di aneurisma e pertanto mi sono informato anche sulla sintomatologia che per lunghi periodi non si manifesta a livello doloroso, ma a livello comportamentale, la sua violenza verbale che mostrava di tanto in tanto mi faceva molto riflettere. Anche se solo con una tac si può sapere dell’aneurisma, senza, quando si scopre è già tardi!”

“Lei è stato il primo a soccorrerlo!”

“Si, gli era venuta una specie di epilessia, ed ho sentito fragore nello studio, mi sono pure spaventato, perché credevo  non ci fosse nessuno a casa. Aprii e lo trovai a terra, che si scuoteva, ho cercato di immobilizzarlo perché non si facesse male, quando ho visto che ha perso i sensi, ho pensato di rianimarlo, ma non sono un esperto, i medici mi hanno detto che gli ho rovinato il fegato. Come di sicuro sa, la famiglia ha autorizzato all’espianto degli organi ed abbiamo saputo del fegato.”

“Il fegato come al detenuto di Trapani.”

“In quel contesto sono sicuro che l’aneurisma è stato causato dalle botte prese. Come è stato trovato sulla branda e altri segni di violenza. L’aneurisma è come una bolla in una camera d’aria di una ruota, quando capita la pressione giusta ecco che la bolla scoppia.”

“Consideriamo l’ipotesi, che in ogni modo devo fare. Lei cercava qualcosa nello studio, credendolo fuori casa, quando è stato scoperto è scaturita una colluttazione e da lì l’aneurisma.”

“Una ipotesi, ma cosa dovevo cercare? Cosa mai poteva interessarmi di così importante!”

“Questo! il tema della figlia del suo amico Giugiù!”

“Commissario, io non credevo che il Garetta poteva essere così terribile, è stato compagno di scuola nelle elementari. Ma sicuramente non era un mio amico, due mondi molto lontani.”

“Anche se suo padre qualche sirbizzo glielo ha fatto fare.”

“E’ un altro discorso, preferisco non parlare.”

Tutta quella sicurezza di essere più spertu degli altri, ci passò subito, mentre Montalbano facendo finta di leggere qualche carta lo guardava negli occhi fermi, che si sono mossi per un frangente di secondo da destra a sinistra per poi ritornare ad essere fermi e sicuri come prima.

“Avvocato Spatolisano, credo che lei considera i miei dubbi non del tutto infondati.”

“Lei commissario mi chieda la qualsiasi, ma che non vada ad intaccare la sfera privata di mio padre. Anche perché abbiamo due vite abbastanza separate e pertanto non le potrei essere utile. Le posso dire che mio padre non s’interessa di politica ed ha una scarsa considerazione sui politicanti di ogni grandezza. E’ un penalista e Giugiù è un suo difeso, spesse volte a gratis. In cambio è stato sempre pronto a fare il guardiano nella villa a mare oppure a badare a gli uomini in campagna. Questo è quello che so io. Non le nego che, nonostante sia un brutto personaggio, mio padre non gli ha ostentato fiducia. Le vicende di Garetta saranno valutate nella giusta sede. E’ tremendo il solo pensare del suo reato di abusi sessuali a propri bambini ...”

Il commissario pensava tra se che era abbastanza convincente, anche perché i conti tornavano, quelle verità venivano capovolte, sconvolte e ne ricostruiva di nuove, più belle, più verità. Comunque quelle affermazioni erano una conferma alle sue deduzioni.

“E’ vero, che molto spesso siamo in contatto con dei criminali di ogni sorta, ma questo non è sufficiente ad intaccare la nostra morale di uomini onesti e giusti.”

Montalbano pensava al mare che all’orizzonte si congiungeva con il cielo in un labile confine come tra il bene e il male.  

  

Il sabato Montalbano s’appresentò con un cabarè di cannola in casa D’Onofrio. La vista di Teresa gli aggiustò la giornata, quella di Nena lo mise di buonumore. Ancora non erano arrivati gli Spatolisano, così ne approfittarono per fare un po’ di salotto. Montalbano si trovò in mano un bicchiere di qualcosa, mentre un discorso portava ad un altro.

“Salvo, che bella età era la nostra!”

“Si, riavere quel libro mi ha fatto ricordare come eravamo diversi.”

“Un po’ stupidelli.(con un saltello si rivolse verso la figlia) Lo sai Teresa, un giorno Salvo mi ha invitato alla villetta, così ci siamo appartati. Io mi dicevo: è fatta! Mi farà la dichiarazione d’amore, come si usava allora e subito dopo, magari, passerà a cose più concrete. Io mi sentivo predisposta, pronta. Non appena seduti incomincia a parlare, di questo di quello, tira fuori un libro di poesie e incomincia a leggermele … Dico una, e poi … Invece un’altra e un’altra ancora. Così all’indomani e dopodomani. Scusami Salvo, due palle così. Oh! Oh! Oh!”

Teresa si stava scatasciando dalle risate. Montalbano si sorprese di quella verità tremenda che stravolse ogni suo ricordo come un terremoto.

“Ed io, tutto fissa,  pensavo che ti piacevano le poesie di Neruda?”

“Ma quale? La poesia mi ha fatto sempre ammoscire. Ma non finisce qui! Oh! Oh! Oh! Si fa avanti Fifì, tuo padre, bonarma. Appuntamento dopo la scuola, ci appartiamo in una altra villetta comunale. Ad un certo punto, che fa? Non tira fuori lo stesso libro e incomincia a leggere poesie? Il sangue mi salì subito alla testa facendomi incavolare come non mai, dapprima pensai che mi volessero sfottere. Ad un certo punto presi l’iniziativa e lo baciai, fingendomi presa da quelle poesie. Così ci siamo fidanzati e poi sposati. Se era per Neruda sicuramente, cara Teresa, saresti rimasta ancora nel limbo. Oh! Oh! Oh!” 

Ora a Montalbano quella risata gli sembrava un martello che lo picchiava nel cervello ripetutamente.

 

 

La storia l’avevo fatta finire qui. Se nonché  in questi giorni ricevo una telefonata:

“Pronto, parlo con il signor Alphonse?”

“Si?”

“Il commissario Montalbano sono, senta non riattacchi, facendo delle inutili ripetizioni della gag con Camilleri. Le volevo dire solo due cose: la prima che è una bella testa di minchia! La seconda è il motivo perché lo è.”

A questo punto ho pensato che uno dei miei amici, che aveva letto il racconto, mi stava facendo questo scherzo e ho deciso di starci, pertanto intercalai con un:

 “Eèh!?”

“Lei pensa che io abbia ammuccato tutta la parlata di quell’avvocaticchio rampante? E poi due coincidenze sono troppe:

la prima mentre Alberto passava di lì davanti lo studio per andare a cesso, a Fifì, contemporaneamente gli veniva il malessere; l’altra, visto che il fu Fifì aveva l’abitudine di chiudersi a chiave dentro lo studio, solo per pura coincidenza non l’abbia fatto quella volta. A lei sembra normale, che uno sbirro come a mia perda la faccia nel suo raccontino?”

“No, mi scusi non era nelle mie intenzioni, era solo per scrivere qualche cosa sulla statua che le hanno fatto e della presenza del Maestro Camilleri a Siculiana, solo questo, poi non so dirle come è uscita fuori la profezia di Fifì!”

“Il Maestro, se nzamà, legge questa minchiata, non le dico che aggettivo c’impiccica,  perché sono un signore. Lui esagera sempre quando dice “scrivete, scrivete”, non tenendo conto di quante bestie letterarie vi siete a piede libero.”

“E! Commissario, mi faccia il piacere, di restare un signore!”

“Bene, allora, torniamo alla profezia di Fifì. Puntualmente, ho fatto le mie ricerche per verificare quanto è stato detto da Alberto, ed è risultato a verità: che il D’Onofrio ha avuto liti nella sua cordata politica e che ultimamente aveva iniziato a denunciare magagne dell’amministrazione, tutto vero. Ho fatto controllare il conto in banca, niente di rilevante. Ma a Liana c’è un puparo che muove i fili di nascosto, uno di quelli che al momento giusto sa con chi parlare, inzerti chi è?”

“L’avvocato Spatolisano, padre?!”

“Oh! Lo vede che quando si ci mette ci riesce! Allora, riapra il raccontino, da bravo.”

E riattaccò udii sbattere la cornetta violentemente.

 

 

Si sentì il Din! Don! E Nena alzandosi fece:

 “Oh ooh oooh! Sono loro! Vado ad aprire!”

 Teresa manco si cataminò, arristò a conversare, non lasciando solo il commissario che pensò di averci visto giusto a prima impressione: -questa è una fimmina di carattere!-

“Teresa scusami se ritorno sulla morte del povero papà, non voglio entrare nelle vostre intimità, però sembra che abbia accumulato una cospicua somma di denaro, non parlo dei risparmi del lavoro, visto che lui non si spostava da Liana, se non in casi precisi e quasi forzato, a quanto sembra, qui non  ci siano tante possibilità di spendere …”

“Capisco che mi vuoi dire, è lo stesso identico discorso che mi fece Alberto qualche giorno fa, ti rispondo come a lui: no, niente! Non fece mai cenno di lasciti in denaro o eredità se non quella ufficiale. Come ti ho detto, negli ultimi tempi era preoccupato e un po’ strano, e tra le stramberie, espresse il desiderio, oltre quello del libro, di custodire gelosamente il suo studio, mi precisò, e questo mi fece un po’ di tenerezza, che erano miei i sassolini che avevamo raccolto uno per uno scelti tra tanti, quando da bambina mi portava a mare. Facevamo un gioco bellissimo, mi faceva scegliere un sassolino e soppesandolo, osservandolo dovevo inventarci una storia. Così faceva pure lui. A volte quel sassolino diventava un personaggio fantastico, una navicella, una stella, un amuleto magico e così via. Tutto finiva in un tenero abbraccio tra tutte e due contenti della nostra fantasia.”

“Fifì sapeva fare bene il suo mestiere di padre … Quelle pietruzze così hanno un valore inestimabile per te, no? ”

“Si, certo! Anzi me ne porterò un po’ nella mia stanza, uno di questi giorni. E’ stato un bravo papà!”

Teresa si era commossa e gli occhi le brillarono come due stelle vespertine.

Arrivarono i Spatolisano preceduti da Nena, che fa subito le presentazioni. La signora è una donna dal portamento aristocratico e dal corpo giunonico, mentre l’avvocato era curto, ma taliava dall’alto in basso, aveva un pizzetto alla Pirandello, gli occhiali con la montatura dorata e i capelli brillantati. Montalbano pensò che quella brillantina forse la facivano solo per lui, oppure si era fatto una tale riserva di bottigliette tanto d’averne ancora. Alberto seguiva dietro e subito andò da Teresa.         

“E’ un piacere conoscere un vero servitore dello Stato e della Legalità!” Quella manuzza nica dell’avvocato stringì energicamente quella del commissario, mostrando una forza inaspettata. Quelle parole, con quella cadenza sembravano un discorso di commiato e di cerimonia funebre che un autentico apprezzamento, tanto che, Montalbano mise la mano in tasca e fece le corna stinnicchiando indice e mignolo a tutta forza.

Il pranzo era stato preparato e servito a tavola da una signora e dal marito che prima gestivano un ristorante a mare. Ora chiuso perché dato alle fiamme. Ai coniugi, per pagarsi i debiti accumulati, ogni occasione di lavoro che si ci apprisintava era buona. Montalbano non fu molto soddisfatto di quel pranzo tutto a base di carne, non perché non era buono, anzi era fatto con classe, ma per lui il pesce e i sapori forti e nostrani erano nandra cosa.

“Sicché siete stati compagni di liceo con il povero D’Onofrio!?”

Proruppe l’avvocato, mentre posava la tazzina di caffè.

“Ah si, qualche anno.”

Nena aveva fatto servire i cannoli, che sottolineò con puntiglio: “Questi li ha portati Salvo da Vigata!”

Montalbano aveva notato Alberto che l’osservava, non poteva fare a meno di puntagli gli occhi addosso come se da un momento all’altro s’aspettasse una rivelazione. Mentre il padre era sulle sue, mostrava una sicurezza eccessiva, non necessaria per l’occasione. Teresa che scambiava con dolcezza frasi con la futura suocera e la mamma, appoggiando di tanto in tanto la mano sul braccio di Alberto, come un gesto quasi protettivo, rassicurante. Sembrava non interessata, invece era molto attenta alla conversazione non fatta solo di parole, ma anche di gesti e atteggiamenti e silenzi, che avevano imboccato l’avvocato, Alberto e il commissario.

Così alzati i tre si spostarono nel salotto.

“Commissario le volevo dire, che sono rimasto turbano per l’orrendo crimine del Garetta. Lo difenderò si, farò di tutto per fargli dare il minimo della pena a lui e alla moglie, questo però non diminuisce il reato, che gli ho consigliato di ammettere nel concordato.”

“Il Garetta è un personaggio tutto da scoprire, per i lavori che lui eseguiva in maniera saltuaria, non poteva mai permettersi tutta quella tecnologia in casa, acquistata tutta insieme e da poco. Sicuramente saprà, il materiale pornografico che teneva in casa e che i bambini ormai vedevano come se fossero Le avventure di Pinocchio e La principessa sul pisello. Le confesso una cosa avvocato, credo di avere fatto male ad arrestare il Garetta. Riconosco che sta volta ho agito alla sanfasò, normalmente non è cosa mia.”

“Come mai? Se mi è lecito chiedere!”

“No, addumanni pure. Le spiego, ho il sospetto che il Garetta aveva avuto l’incarico di qualche sirbizo speciale, tanto da incassare tutto quel denaro. Pertanto bastava seguirlo, osservarlo per farci scoprire di che si trattava. E siccome né a Liana né nelle vicinanze ci sono stati atti d’intimidazioni, né furti, allora viene facile concludere che il Garetta, Giugiù, ha fatto un salto di qualità, che so, come assistere a qualche latitante …”

Alberto divenne una statua, non muoveva nemmeno le pupille degli occhi. L’avvocato fece due mosse di scatto e riprese:

“Se la sua intuizione è giusta allora è stata un’occasione mancata!”

“Sicuro che il suo arresto ha provocato l’allarme. Ora, ho pensato possibile ad un suo aiuto, per convincere Giugiù a collaborare.”

“Possiamo discuterne! Perché no?”

Furono interrotti dalle donne che s’intromisero tra i tre.

Nena era tutta presa dal suo consuocero e si volse diretta a lui. Teresa parlò con Alberto che sembrava avere preso subito il controllo di ogni suo muscolo. E la signora si rivolse con grazia al commissario:

“Vedo che avete preso confidenza. Spero che non vi abbiamo interrotto una conversazione di lavoro?! Lo sa che il mio Alberto ha avuto uno stress emotivo non indifferente dopo la morte del suocero? Dietro quell’armatura di maschio sicuro vi è sempre il cuore nobile del mio bambino. Mi portava a casa i suoi amichetti, tutti di famiglie umili, spesso capitava che li facevo mangiare con lui. Tanto che  non avrei mai pensato che avrebbe intrapreso la strada del padre, credevo che imboccasse quella ecclesiale. Il buon Dio non lo ha chiamato; significa che il suo destino era legato a questa magnifica donna.”

Montalbano arrideva per fare contenta la signora, ma il suo intento era quello di approfittare di quell’unica occasione d’indagine sulla morte di Fifì e i retroscena dei Spatolisano. Mentre sintiva la signora taliava attentamente Teresa, con gli occhi sembrava chiederle aiuto, tantoché, come fu e come non fu, la picciotta si ci avvicinò.

“Come va?”

“Bene bene, e che già vorrei andare …”

“Anche noi, penso, che dobbiamo andare. Sa, mio marito domani ha un udienza importante e vuole essere fresco ed energico per l’arringa.”

La signora Spatolisano si dilungava nei discorsi aprendo sempre incidentali e percorsi nuovi. Montalbano stampava quella sua arri satina, ma ogni tanto lanciava il suo S.O.S. a Teresa.

“Alberto, tu rimani un altro po’?”

“No, Teresa sono spiacente, ma anch’io dovrò andare!”

“Solo che prima di andare voglio chiederti una cortesia.”

“Con grande piacere, di che si tratta?”

“Vorrei visitare lo studio di tuo padre toccare le sue cose, ricordarlo un po’… Però se non è il momento sarà per un’altra volta.”

“Mi può fare solo piacere!”

Teresa con un sorriso di tenera gratitudine si appoggiò nel braccio di Montalbano, il quale non poté fare a meno di sentire quel seno ciruso, che gli causò un forte turbamento mascolino. Pensava che, queste cose apparentemente innocenti, le fimmine le fanno apposta perché lo sanno cosa ci succede agli omini e accussì s’addivertono. Questa distrazione non gli permise di notare la reazione di Alberto, però a quanto sembra tutta la premura di andare gli era finita di botta. Così pure al padre che aveva le orecchie tise come un cane cirneco e aveva seguito tutto.

Teresa fece strada a Montalbano.

“Tua madre mi diceva che si chiudeva a chiave quando era dentro.”

“Si, sempre, io dovevo bussare e attendere che aprisse, una sola volta è capitato che si è dimenticato proprio la chiave in esterno.”

Arrivati davanti lo studio Teresa continua:

“Ecco questa volta è molto strano perché la chiave è all’interno, ma lo studio era aperto.”

“Le coincidenze ora sono tre: Alberto sente il bisogno del bagno, mentre tuo padre ha l’attacco epilettico, dimentica la porta aperta e la chiave in esterno.”

“E con questo? La vita è colma di queste coincidenze!” Disse con la sua impermeabile sicurezza Alberto. Entrati dentro sembrava percepire ancora lo spirdo di Fifì in ogni mobile e oggetto, anche nell’ario.

“Mi chiedo, come lo passava il suo tempo, chiuso qui dentro?”

“Leggeva il giornale, il quotidiano e ascoltava musica. Da fuori sentivamo questa musica. Ci deve essere il suo mangianastri proprio nella scrivania. Eccolo! E’ ancora attaccato alla corrente.”

Montalbano si avvicina a Teresa e sente turbare il profumo della sua pelle, ma non perde la concentrazione, perché quella scoperta capisce che è risolutoria.

“Che musica ascoltava, sono curioso?”

Teresa stava armeggiando quando il commissario ci levò di mano l’apparecchio:

“Scusami!”

La cassetta era senza alcuna intestazione di quelle accattate vacanti. Il commissario riavvolse il nastro e mise play:

-“Uno, due, tre prova

clic …

(un rumore lontano, si percepisce che sono due giri di serratura) Alberto, ti ho aspettato che uscivi dal bagno per dirti due paroline. Entra!

-Lasciami in pace una buona volta!-

-Non posso lasciarti in pace, tu hai in ostaggio il mio tesoro.-

-Io non tengo nessuno in ostaggio, noi ci amiamo, pazzo!-

-Non offendere. Ascolta! … ”

Alberto è completamente a disagio ed è agitato, con una mossa fulminea ruba di mano l’apparecchio e tenta la fuga, ma proprio davanti la porta s’imbattè con il padre che lo ha bloccato.

“Dove credi di andare? Stupido!”

Gli toglie l’apparecchio e lo porge a Montalbano.

“Commissario accenda pure.

“Grazie avvocato, ma suo figlio ha già confessato con questo gesto!”

Teresa aveva stampato nel volto la rabbia e la delusione di quell’uomo così tanto amato che le aveva mentito sull’evento più importante della  sua vita: la morte del padre! Riuscì solo a dire:

“Alberto?”        

 Il commissario risistemò il cordone della corrente e il mangianastri ripartì:

-“ … Io sono disposto a darvi tutti i soldi, fino all’ultimo, ad un solo patto d’onore tra noi due.

-Ma quale patto si può fare con te, che non mantieni la parola data!-

-Io la parola  l’ho sempre mantenuta. E’ stato quel gran massone di tuo padre che mi ha fatto cambiare le carte in tavola. E capisco che ormai la mia condanna a morte è segnata, ma così  non avrete mai i soldi! Una sola condizione chiedo in contropartita e non solo ti do tutto ma anche questa: la prova che tuo padre è il portatore delle trattative della mafia. Questo è il pizzino che ho sottratto dalla sua borsa un giorno ospite qui, mentre credevate che io non ci fossi, o poco ve ne importava.-

-Quale è questa condizione?-

-Devi lasciare Teresa!-

-Mai!-

-Allora non mi rimane altro che portare tutto al mio amico Montalbano! Sono costretto dalla vostra condanna a morte a denunziare tutto.”

Ci fu il rumore inequivocabile di una colluttazione e il ringhio di Alberto:

-Pazzo, Pazzo! T’ammazzo questa volta!-

Dopo un po’ mentre si sentivano ancora colpi, il netto rumore della porta che si apre.

-Alberto?!-

-Teresa …  ho sentito un tonfo e …  l’ho trovato a terra svenuto, è inutile, non riesco a farlo rinvenire … -

-Mio dio!-

-Portiamolo subito in ospedale!-

-Papà! Papà!”

Il nastro girò ancora ma non vi era più niente inciso, solo il silenzio di una casa vuota.

“Dottore Montalbano, i soldi in questione non erano così tanti, ma i miei clienti ragionano diversamente dagli uomini d’affari comuni, ne fanno una questione d’onore.”

 

 

Dopo qualche mese Teresa andò a trovare Montalbano.

“Un giorno presa dalla nostalgia andai a prendere un vaso con i sassolini e sotto ho trovato questi!”

 Mostrò pietre preziose e monete d’oro.

“Non mi appartengono! I sassolini sono il vero tesoro che mi ha lasciato papà!”

 

Fine

           

 

 

 

 

NOTA DELL’AUTORE

Chiedo pirdunanza al Maestro Andrea Camilleri per questo atto di presunzione, è stato solo un atto d’amore verso la sua Arte e prometto solennemente di non farlo più.

Siculiana, 22 luglio 2009

Alphonse Doria

      

 

 

      

 

    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

       

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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categoria:novelle
giovedì, 11 maggio 2006

L’ASSIOMA DEL SERPENTE
Di
Alphonse Doria







“Gioie di una carne così fragile
Che finge l’immortalità nell’immagine
Siamo di fronte
Ad un arbitrio libero.

Ricordo di avere avuto
Il dono dell’ignoranza
È precaria ogni conoscenza.

Perché volevo illudermi
Della tua ingenuità?
Perché volevo tingermi
Della tua liberta?”
-Afrodite- Canzone di Federico Doria-














I
E in quel niente, ove ogni cosa sembra avere termine, il serpente se ne stava fermo nella sua camicia di forza. Rideva, piangeva, emetteva gridi di parole incomprensibili. Già da giorni gli avevano somministrato sedativi, ma ad ogni risveglio stava peggio di prima.
Loredana, stava lì in quella sala d’attesa, che aveva fatto sua, ogni cosa: la panchina di legno, il telefono pubblico alla parete, le cicche per terra, il paesaggio dietro la finestra che sembrava non finire mai nelle sue colline e pianure, la luce del giorno che si spegneva, i quotidiani visitatori assopiti e rassegnati e altri esasperati, la porta che si apriva, le visite senza alcuna speranza, le parole quante buone in fondo vuote del professore, tutto, anche l’odore del cloroformio e il neon freddo di quella stanza rappresentavano solo e soltanto l’altare dove immolare il suo senso di colpa. Si sentiva in colpa di avere mentito a tutti, compreso a se stessa, si sentiva in colpa della tragedia che la sua famiglia stava vivendo, di avere rotto il cuore di suo padre, di avere provocato l’assassinio del suo ex amante Cristiano, di avere trasformato un semplice uomo in un serpente che ha ucciso, ha abusato della figlia e alla fine è impazzito. Ora Loredana non ha coraggio, ma troverà lo stesso la forza di confessargli un’altra verità, che deve assolutamente sapere, attente un suo momento di lucidità.
“Professore è possibile che ritorni in sé? Anche per un solo momento?”
“A questo punto tutto è possibile, bisogna avere pazienza. E’ una forma stranissima d’isterismo. E’ peggiorato dopo una sua risata agghiacciante, si è sentita oltre l’isolamento acustico della sua stanza. Non appena siamo entrati era che ballava, ad un tratto si è fermato e mi ha gridato in faccia: -Ho ucciso il creatore! Sono libero! Libero!- Ora sono più di cinque giorni che si trova in questo stato. Non le posso assicurare niente di preciso.”
“Posso vederlo oggi? Magari avvicinarlo, parlargli, per scuoterlo da questa sua alienazione… Professore lo prego me lo faccia avvicinare. Ho bisogno di parlargli!”
“Non ho più niente in contrario, ma deve rimanere legato, le sue reazioni possono essere imprevedibili!”
“Da sola!”
“Signora questo non è possibile!”
“Ma è legato? Quale pericolo ci può essere per me?”
Il professore ha abbassato gli occhi sul suo pesante tagliacarte di bronzo con il manico raffigurante un jolly a mezzo busto, poi la fissò intensamente negli occhi e le disse: “Ad una condizione: la dobbiamo fare perquisire da una nostra infermiera e deve rimanere sotto lo sguardo vigile del nostro personale.”
Loredana gli prese le mani tra le sue e sorridente lo ringraziò.
Quando entrò e udì la serratura chiudersi dietro di se, volse lo sguardo e si accorse del professore e di un assistente dietro il vetro, avanzò con passi incerti e si fermò a centro della stanza. Lui era sopra il letto, legato, che farfugliava disconnesso, mentre le lacrime scendevano a dirotto. Il suo volto mutava continuamente aspetto tra l’esasperazione e la gioia, mentre una schiuma intensa e bianca usciva dalla sua bocca. Loredana si mise una mano davanti la bocca ed era un fremito di paura e d’adrenalina, ma sentiva dentro se di procedere, andare avanti, così avanzò altri due piccoli passi, quando fu quasi davanti, mentre lo guardava a testa china, lui spalancò gli occhi fissandola intensamente. Ma quello sguardo non gli apparteneva, non era più lui quello dentro il suo corpo. E indietreggiò spaventata. Pensò ciò in quell’attimo, un solo attimo. Poi lui ricadde nel suo stato d’alienazione e quel pensiero scomparve dalla sua mente.
Lei non tardò a riprendere coraggio e con voce tremante lo chiamò per nome, più e più volte, fin quando incominciò a piangere con un forte rinsacco d’aria che le provocava un forte singhiozzo e una lacrima calda e pungente gli bagnò il viso. Lui si contorse dal dolore come se fosse stato ferito gravemente, così fu destato dal sogno, come Eros da Psiche. Quando la vide il volto gli si tramutò perdendo le alterazioni, ora sembrava, il bravo marito di prima della notte della verità, quando poi assunse la maschera del perdente. E la prima parola dopo l’omicidio che le rivolse fu: “Loredana”. Lei si rinfrancò e accennò un sorriso di lieve speranza e si slanciò in una carezza al mento, poi gli chiese come stava, lui semplicemente accennò con la testa, poi incominciò a parlare con molta calma: “Sei arrivata, quando ormai ero in un punto morto della mia storia. Il mio sognare è sprofondare oltre il gioco delle ombre platoniche, vi è il manovratore ed io sono riuscito nel mio intento, a liberarmene, ora vedrai che tutto cambierà, tutto non sarà lo stesso. Io non ti chiederò mai più nessuna verità. Avevi ragione tu. Hai avuto sempre ragione tu!”
Lei gli mise leggermente una mano in bocca e lui tacque, ma era pronto a non fermarsi a parlare, parlare con quei concetti di apparente razionalità, ma che in fondo erano la prova palpabile del suo stato di schizofrenia. “Ancora non è finita! Devi sapere! E’ un tuo diritto! E’ un mio dovere! E’ un tuo dovere! E’ un mio diritto!”
“Quello che so mi basta, lasciami stare!” Le disse quasi sussurrando ma con determinazione.
“Non posso, devi sapere. Floriana non è figlia di Cristiano, anche se è stato vero che era il mio amante, il mio compagno di giochi erotici a dispetto del nostro matrimonio che rappresentava la repressione sociale, la mia sconfitta sociale. Ma Floriana è figlia tua, e sono stata bene attenta a non fare della mia progenie un bastardo. Era vero che ho confessato a Cristiano che Floriana era figlia sua, perché lo detestavo in quanto per lei ero solo una di quelle, ma mai potevo essere la compagna della sua vita. Allora ho messo alla prova la sua mediocrità ed è fuggito, come ho messo alla prova la tua, quando mi hai tormentato per tutti quei giorni, in un crescente opprimente. E’ stato per questo che sono venuta a visitarti ogni giorno per rivelarti la verità. Ma non trovavo la forza il coraggio. Quando sei caduto in quello stato ho avuto paura di portarmi fino all’ultimo dei miei giorni il peso della mia colpa. Ora in ogni tuo atto c’è la mia colpa, io sono colpevole quanto te!” Si mise in ginocchio e s’avvicinò con il viso. Quando lui incominciò ad avere delle convulsioni e vomitò a spruzzo sul suo viso un liquame verde. Lei s’alzò di scatto urlando. Il professore e l’assistente aprirono la porta ed entrarono di scatto. La trascinarono fuori. Il professore le chiedeva cosa era successo, mentre l’accompagnava al bagno per pulirsi. Lei era rimasta inorridita, quando si lavò con sapone e insistenza si guardò allo specchio e si accorse che il viso le era rimasto segnato da una macchia rossa. “Non si preoccupi, sarà stato l’acido gastrico, come si sente?”
“Ora meglio! Meglio, anche con me stessa! Ora lui sa e non potrà più fuggire da questa verità!” Mentre continuava a buttarsi acqua fresca sul viso e a guardarsi allo specchio, guardando di riflesso il professore che scrutava in cerca di conoscere ancor più.
“Lui ha violentato la sua vera figlia! E non il frutto del mio peccato! Lo doveva sapere! Come doveva sapere che anch’io mi sento in colpa, non di averlo tradito, di quello no, non provo ancora oggi nessun senso di colpa, ma di avere detto menzogne su mia figlia Floriana al mio amante e a mio marito. Ho giocato sulla vita della mia innocente che ha subito la mia cattiveria. Nel cuore di mio marito ho seminato l’odio e questo ho raccolto.”
“Non capisco… Signora devo sapere, per il bene di suo marito!”
“Le devo chiedere un altro favore. Conosco un prete che veramente è un santo voglio che mi permetta di farlo visitare. Le racconterò tutto, ne omettendo ne travisando. Ma da credente che sono mi lasci provare anche questa strada!”
“Certo, non ho nulla in contrario! Anche perché ha spesso delle crisi di carattere spirituale.”
“Mi ha detto in quel momento di semi lucidità che si era liberato del –manovratore-!”
“Lo chiama anche: Creatore, Autore, Onnipotente!”

II
Loredana si presentò nel primo pomeriggio dopo quasi una settimana, insieme a Don Luigi Lojle. Don Luigi era smilzo con una barbetta canina grigia e berrettino francese, così detto pirulì , la tonica con una larga cinta nera, e un borsello che si teneva stretto tra le sue manine giunte, come se dentro avesse un grande tesoro, era molto statico e si muoveva in maniera solenne. Questo suo modo era quasi una stranezza perché, a mio avviso, si addice di più alle persone corpulente e non mingherline come lui era. Il professore gli venne incontro appena entrati nel corridoio, dopo i convenevoli dell’occasione e le dovute presentazioni, si rivolse a Loredana: “Da quel giorno, suo marito ha fatto dei progressi eccezionali, interagisce e non solo, sembra avere una lucidità mentale perfetta. Ma non vogliamo rischiare. Gli ho parlato personalmente e l’ho pregato di accettare questo incontro, non ha avuto niente incontrario, nemmeno a farsi infilare la camicia di forza.” Don Luigi sembrava guardare oltre tutte quelle spiegazioni, avanzava con passo deciso. Mentre Loredana osservava il prete e il professore, in cerca di uno spiraglio. Arrivarono davanti la porta. Don Luigi, con risolutezza si rivolse al professore: “E’ sotto effetti medicinali?”
“Non abbiamo somministrato niente da giorni!”
“Meglio così.”
Lui era quasi ansioso di quell’incontro, appena vide sua moglie, come una preghiera, un saluto, una supplica la chiamò per nome. Lei si avvicinò chiedendogli come stava. Rispose: “bene!” con un tono veramente rassicurante.
“Ti presento Don Luigi!”
“Purtroppo non le posso dare la mano, sono contento di incontrarla.”
“Per me potete togliere la camicia!” Disse Don Luigi con tono fermo.
“E’ meglio di no!” Disse il professore, poi continuò: “Se vuole restare solo con lui, possiamo assistere da dietro il vetro!”
“Fate come volete!” Lei prima di uscire lo accarezzò e lui provò un turbamento in tutto il corpo.
“Voglio che si rispetti la riservatezza dell’ammalato, per questo credo opportuno che rimaniate soli!”
Don Luigi prese, la stola, l’acqua benedetta e incominciò immediatamente la pratica dell’esorcismo, mentre il serpente se ne stava immobile, con un’aria quasi divertita. Dopo un tempo indeterminato di schizzi d’acqua benedetta, di croci sulla fronte e vari preghiere e ordini di andarsene da quel corpo, gli disse con aria sarcastica: “Ha finito?”
“Chi sei? Quanti siete?”
“A questo punto potrei divertirmi a prenderlo in giro, ma ho bisogno di parlare con lei, veramente! Pertanto la pregherei per tutto l’amore e la fede che ha verso il suo Dio, di darmi ascolto. Ho bisogno di parlare!”
“Sono qui pronto ad ascoltarti, ma se c’è l’inganno io sono pronto!”
“Padre, io sono stato, e penso di esserlo ancora, un credente. Ma la mia esperienza, non so come, non so perché, mi ha messo in contatto con il nostro vero creatore. La nostra fede in Cristo, in Dio, non è altro che riflessa, perché è la sua fede, la fede del creatore. La nostra è una fede di parole, la sua è fatta di immagini, perché noi viviamo nel mondo delle parole, mentre lui in quella delle immagini. Questo nostro mondo di parole è stato creato minuziosamente da lui, esiste grazie a lui. E lo sa perché? Per puro divertimento! Io ho ucciso, ho stuprato mia figlia, solo per il suo divertimento! Questo è demoniaco, questo è da esorcizzare!”
Don Luigi increspava le ciglia nell’ascoltare quelle parole dette con strana serenità e lucidità da quell’individuo stretto dalla camicia di forza, a questo punto voleva sapere, voleva conoscere ancor più: “Allora fammi capire, noi tutti siamo frutto di qualcuno che scrive e inventa questa storia?”
“Ora non più! Nel vagare della storia, in cerca anche lui della sua verità, sono andato a finire nel suo passato, prima di iniziare il nostro mondo e lo ho convinto al suicidio! Ora giace morto, in una bottega, dissanguato, in un venerdì santo del 1977”
“E noi? Come mai continuiamo ad esistere? Perché io, tu, tutti esistiamo?”
“Io non ho tutte le risposte. Morendo il nostro Dio, noi siamo veramente liberi dalla sua onnipotenza e possiamo decidere noi, veramente!”
“Significa, che per esercitare il libero arbitrio deve morire Dio, come ha fatto diventando uomo e facendosi crocifiggere per noi? Mi sembra che in quello che stai affermando, per noi cristiani, non ci sia niente di nuovo!”
“La novità, caro prete, sta nella verità! E la verità è che tutto ciò che lei dice, dirà o ha fatto e farà è falso!”
“Come falso? In che senso falso? Se tu sei stato capace di fare morire, suicidare il tuo Dio, ora la nostra dimensione è autentica, vera, o no?”
“Le è mai capitato di dormire e sognare profondamente e per un qualsiasi motivo si sveglia e ancora crede di essere nel sogno? Ecco cosa è questa nostra vita. Quest’attimo tanto quanto dura la presa di coscienza e riuscire a capire, svegliarci totalmente, e svanire nell’aria. Anche lui immaginava che la sua vita fosse il sogno dei rospi. Anzi di un rospo in particolare: Paolo, mio suocero. Tutto ebbe inizio proprio da questa sua convinzione. La sua vita gli è sembrata così brutta, come brutto poteva essere un incubo fatto da un rospo. Non per niente avviene l’associazione di immagine del rospo che si trasforma in cavaliere. Così la sua vita rospo, poteva trasformarsi in vita principesca. Magari con la magia di un bacio della sua, appunto Principessa. A quanto feriscono i no! Le delusioni che un giovane subisce. Le parole non dette, le occasioni mancate, i silenzi e anche le risa felice rivolte ad un altro, quanto possono ferire! Tanto da desiderare la morte. Tutte queste sensazioni le ho vissute insieme a lui, seguendolo di nascosto nei meandri della sua mente. Ed io di questo ho approfittato, in questo l’ho fottuto! Mi scusi, padre.”
“Ma questa tua esperienza come l’hai vissuta, nel sogno? Realmente? Oppure come allucinazioni?”
“Padre questa è una allucinazione, questa vita è falsa! Quello che ho vissuto dentro il ventre vischioso di mio suocero rospo, quello era vero. In momenti di poca coscienza di questa vita, mi sono venuti delle immagini e seguendo quelle immagini ho trovato lo spazio la dimensione di incontro tra me e lui. Abbiamo vagato tutte e tre, loro che fuggivano ed io che l’inseguivo, sulle rive del Nilo e poi nel suo passato. Ho pianto con lui. Ho pianto per lui. Ma l’odio è stato più forte per avermi creato così meschino, mediocre, debole tanto da farmi peccare e peccare senza alcuna forza. Ma di questo mio peccare non sento più la colpa! Sono innocente! Di fronte all’onnipotenza di Dio, cosa potrò mai essere o fare io? Da ora mi assumo le mie responsabilità. Ora non sono più un personaggio ma un uomo vero. Per questi istanti prima del risveglio. Mi viene da ridere a pensare a volte quei personaggi dei cartoni animati che sospesi in aria camminano fin quando non si accorgono e cadono giù. Così siamo noi. Tutti e tutto. Pronti a cadere giù nel nulla senza nessuna redenzione per nessuno.”
“Le tue parole mi fanno paura. Mi ricordano il Superuomo di Nietzsche.”
“Fermo!”
“Cosa c’è?”
“Ripeta, per favore, ripeta quello che ha detto, pocanzi.”
“Perché mai…”
“Ripeta!” Urlò con tutto il fiato che aveva.
“Ho detto: -Le tue parole…-
“Poi?”
“-Mi ricordano il Superuomo di Nitzsche-
Lui così poggiando la testa alla parete e alzando lo sguardo alla soffitta ripeté con lentezza e a voce bassa: “Mi ricordano il Superuomo di Nitzche!” E incomincio a piangere esasperato.
“Cosa ho detto?”
“Ma non si è accorto che in questa frase c’è l’impersonarsi dell’autore nella sua battuta?”
“Io ho studiato, filosofia… sa? Anch’io conosco Nitzche!”
“Ma quale prete poteva mai pensare in maniera così laica? Proprio in queste presunzioni vi è la sua mediocrità letteraria. E questo mondo è mediocre, fatto di personaggi mediocri. E’ ancora il suo mondo, ed io mi sono illuso, di averlo condotto al suicidio. Ancora siamo frutto della sua onnipotenza!”
“Io sono libero di fare quello che voglio!”
“Lei prete, fa solo la sua parte, misera comparsa di una storia non sua!”
“Io ritornerò nella mia chiesa. Io ho il mio passato. Io ho il mio futuro. E questo è il mio presente!”
“Non è il suo presente. Ma il mio!”
“Il Signore ti aiuti!”
“Quale Signore? Il suo che conosce di riflesso? Oppure il mio che conosco personalmente?”
“Vi è un solo Dio!”
“Il mio!”
“Tu sei malato, ed hai bisogno di cure e d’amore. Pregherò per te!”
“Giustamente tu sei infallibile, tu sei sacerdote dell’Unico Dio. Hai l’infallibilità della tua fede, quando amministri. Poi per il resto sei uomo pronto a fallire. In ciò cade la tua presunzione di togliere i peccati in nome di Dio, di trasformare il vino nel suo sangue e il pane nella sua carne, perché ammetti di essere pronto a fallire, uomo e non santo e senza santità non vi è il miracolo del sacerdozio, perciò vai via presuntuoso! Personaggio vile e traditore di Cristo morto in croce per liberare gli uomini da quelli come te, senza accettare il miracolo come strumento di sottomissione dell’umanità ma la verità solo la libertà di credere. Vorrei proprio saperlo quando rimani solo con te stesso quanta è la tua fede in quello che fai?”
“Non vi è niente di nuovo in quello che dici!”
“Dimmelo quanta fede c’è quando alzi il calice e poi calandolo giù riscopri che ancora vino. Quanta fede c’è nelle cento, mille volte che provi questa delusione?”
“E’ vero… ma credo lo stesso.”
“Transustanziazione… che parolona avete inventato! Un Cristo in scatola sotto la gelatina delle vostre parole da consumare a vostro piacimento con il copyrights della vostra multinazionale: la Chiesa!”
“Basta! Demone! Arcaico Serpente dalla lingua biforcuta!”
“Sapete solo ingiuriare quando non vi conviene. Sembrava volere accettare il confronto il dialogo… E ora mi prendi per un demone… Lo sai? Prete, l’immagine che ho assunto per entrare nello spazio della mente del mio autore è stata quella del serpente!”
Allora Don Luigi riprese l’acqua benedetta si alzò e incominciò a segnare croci schizzandolo, riprese l’esorcismo, ma senza alcuno effetto.
“Se lui volesse mi farebbe alzare come quei film da casetta, mi farebbe fare cosa inverosimili, ma non vuole, lo sai perché? Perché una tale reazione non è attinente al suo impianto letterario. Io personaggio in quanto tale non sono un indemoniato. Sono un povero uomo borghese che ha perso il suo quieto vivere solo e solo perché voleva sapere, riscattarsi dai tanti dinieghi e pugni presi all’addome senza ricambiarli. Ha voluto sapere la VERITA’! Ed in cambio ho avuto tante di quelle verità che non so più niente. Non sono più certo se queste mie parole sono solo minchiate scritte o significati vissuti in questo momento!”
“Devi avere fede in te stesso! Vuoi confessarti?”
“A che serve?”
“A liberarti!”
“E di che cosa? E’ forse capace a cancellare il passato? E’ forse capace con un suo rito magico cancellare tutte le stelle nel cielo di una notte. Perché lì è scritto ogni momento, ogni attimo del nostro passato!”
“No, ma il nostro Signore è misericordioso!”
“E allora fai che io non abbi commesso nulla di ciò che ho già fatto! Chiedilo al tuo Dio, se è più potente del mio. Così lo rinnegherò e saprò chi è il vero Signore di questo mondo!”
“Quello che conta pentirsi!”
“Quello che conta è la resurrezione per lavare le colpe. Morire e rinascere per dimenticare. Ma tutto è presente, anche nella nuova vita. Hai solo dimenticato. E tu prete non puoi per te, come pretendi di aiutare gli altri? Guarda le stelle per me, a mai più!”
Don Luigi lo guardò ancora un po’ statuario quando si senti scuotere da un urlò inquietante: “Vai via!” Così si volse e gli aprirono la porta ma la sua aria era molto diversa da quando era entrato, aveva la testa bassa, le spalle curve e il passo incerto. Sembrava che si era ristretto, ora sembrava veramente minuto. Prima di andare via si volse ancora una volta, alzò lo sguardo verso di lui e gli disse: “Dio, infinitamente perfetto e beato, per un disegno di pura bontà ha liberamente creato l’uomo per renderlo partecipe della sua vita.”
“Dio perfetto non ha bisogno di rendere partecipe nessuno! Non soffre di solitudine, o prova mancanza di qualcosa che ancora non c’è! E’ debole il tuo pensiero! E conveniente! E’ semplicemente una pezza a tutto ciò che avete inutilmente demonizzato in duemila anni, solo per gestirvi il potere –potere temporale!- Dio non è creatore ma creare. Ma noi semplici funzioni, figure di parole, significati, tutto questo mondo, disteso in questi fogli bianchi abbiamo un solo autore che io ho conosciuto. Provaci anche tu segui i percorsi dentro te, oltre i significati. Oppure dimmi chi sono i miei genitori?”
Don Luigi si voltò ancora più rassegnato e uscì. Non appena fu fuori fu completamente assalito dal professore di continue domande, ma non rispose, ingoiava saliva, aveva la lingua un pezzo di stoffa.

III

Il serpente incominciò a sentire una strana melodia mentre osservava ciò che succedeva nel dietro del vetro tra le facce che compariva e scomparivano della moglie, del professore e del prete. Udiva stranamente proprio un filo sottile di musica che s’insinuava e lentamente lo imperversava completamente in tutto il corpo. Forse era il suono di un flauto, oppure il vento che fischiava dentro un tubo, una canna. Si, gli ricordava un canneto che ondulava con le sue cime al vento, mentre sputava pioggia nel grigiore di un giorno senza tempo. Preso da questi pensieri non si accorse che davanti a lui vi era un uomo. Sarà entrato? Fu scosso dalla sua presenza quando proferì parola: “Pensi che basta suicidarsi per fuggire dal mondo del Creatore? Pensi che non abbia previsto pure questo, prima che tu l’abbia pensato?”
“Chi sei?” Gli chiese pieno di sorpresa, a quella strana presenza. Un uomo sui cinquanta anni, con uno strano cappotto grigio, e pizzo grigio mal curato, due occhi stanchi da chi non ha mai abbastanza il tempo che gli scorre via.
“Chi sono? Sono il vento che scuote il canneto!”
“Allora tu che sei il vento, potrai sicuramente rispondere a questo mio dilemma. Il mondo ha le sue regole. I trasgressori agiscono nel male. Ma le trasgressioni stesse, in quanto tale e compiute, fanno già parte delle regole . Perciò se io ho ucciso fa parte delle regole e non la trasgressione di tale. Se io ho consumato la violenza e l’incesto avendolo potuto fare sono state contemplate come regole stesse e non trasgressioni. E non mi fare l’esempio di Sant’Agostino della perfezione e dell’uso. Se con il coltello si può tagliare il pane e si usa per uccidere è l’uso negativo di tale arnese.
Perché se io posso uccidere con il coltello perché me lo consente.”
“E allora cosa vuoi sapere di preciso?”
“Perché ancora non mi carico addosso la mia colpa? Perché?”
“Perché ti consente di vivere!”
“Allora è una forma di autodifesa di protezione! Allora il mondo dello spazio mente, lo scarabeo, il rospo, sono tutte frutto di questa mia immaginazione in protezione della stessa mia vita?”
“Io smetterò di battere il canneto solo quando ti farai carico delle tue azioni passate, presenti e ciò che commetterai. Solo allora potrai trovare il senso giusto del tuo tempo.”
“Aiutami!”
Allora la strana presenza allungò una mano e gliela poggiò sulla testa. Lui sentì un calore e poi si raggelò tutto. Ha avuto delle convulsioni. Loredana al di là del vetro si accorse del marito che si dibatteva. Quando entrarono già era immobile privo di sensi. Subì un ictus cerebrale, che lo paralizzò. Dopo giorni quando si riprese articolava in mal modo le parole, si faceva comprendere a mala a pena, però era lucido e vedeva e ascoltava alla perfezione. Loredana decise di portarlo a casa. Floriana appena lo vide sulla sedia a rotelle gli gridò in faccia, urlò a ripetizione, sgranando gli occhi e alzando le braccia, come se fosse stata in presenza della Bestia. Le furono somministrate dei sedativi, fu calmata e supplicata di rimuovere dentro se quanto poteva la carità cristiana verso quel relitto d’uomo.
Il serpente viveva in attesa della notte per vivere il silenzio, l’oblio del se stesso a gli occhi di Floriana, ma neanche in quelle ore non trovava, un solo attimo di tregua, perché l’udiva camminare avanti e dietro, avvolte grida isteriche e rumori, voci.
Fu proprio una domenica mattina che Floriana si presentò davanti a lui che abbassava lo sguardo, mentre lei con forza lo prendeva per il mento e gli alzava la testa, e con una furia bestiale carica di disprezzo gli imponeva di guardarla. Non bastava supplicarla con lo sguardo.
“Vedi! (Con tutte e due le mani si picchiava l’addome) Vedi! Qui dentro c’è il frutto della tua cattiveria. Quando l’ho saputo l’avrei strappato con le mie mani. E non è stato il prete a convincermi, ma solo l’odio, il disprezzo che provo per te. Solo così ti posso fare vedere la sofferenza, il dolore di qualcuno che nasce dal peccato. La verità, forse è perché non ho avuto la forza ad uccidere. Ho voluto fermare questa lunga scia di male che hai imboccato tu maledetto o quella troia di tua moglie e mia madre! Questo hai fatto di me! Di me che ti amavo, che credevo fossi l’uomo più giusto, più buono al mondo. Non girare la testa, devi guardarmi, devi ascoltare, devi! E’ questa la tua condizione, fermo lì a subire ad espiare la tua colpa.”
“Uccidimi!” Pronunziò più volte quella parola in maniera quasi incomprensibile. Lei lo ascoltò e rise di gusto, sfociando in una risata isterica.
“Tenti ancora di trascinarmi nel tuo male? Sono forte, non ci riuscirai! Marcirai fino all’ultimo istante della tua vita qui, su questa sedia a rotelle, sporco sopra le tue feci, in attesa che tua moglie ti pulisca. Hai una bella prospettiva futura. Però… di sicuro meglio della mia! Meglio della mia che dovrò strappare tutte le speranze ad una ad una, che dovrò guardare i miei coetanei vivere la loro età. Mentre io dovrò nascondermi, perché l’uomo che mi doveva proteggere dai mali della vita, l’uomo che amavo di più, un giorno preso dall’odio per la moglie, vile e cornuto mi ha stuprata, violentata, messa incinta…” Entra così la madre e con tono supplichevole gli chiede di lasciarlo stare: “Pietà, Floriana, lascialo stare! Più di come è stato punito…”
“Lasciami tu! Non hai nessun diritto di dirmi la qualsiasi. La colpa è tua quanto sua. Ricordo ancora da bambina quante volte lo hai offeso in maniera palese. Ma il suo amore balordo te lo faceva strisciare ai tuoi piedi. Voglio parlare, quando e quanto voglio!”
Il serpente pensò intensamente l’immagine di quell’uomo con il paltò grigio e il pizzo incolto e provò ristoro perché si allontanava da quella realtà così tragica e senza uscite. Pensava dentro sé: “Possibile che non mi viene nessun ricordo da bambino? Almeno uno!” Così ricordò un lontanissimo pomeriggio d’estate mentre gironzolava nel quartiere in una strada piena di case vecchie e abbandonate udiva delle voci provenienti da una stalla nei pressi. Preso dalla curiosità con discrezione andò a vedere. Alcuni ragazzi poco più grandi di lui, fumavano. C’era uno di loro che si masturbava li liberamente davanti a gli altri. Lui poggiò male la mano e una grossa pietra del muro cadde, così fu scoperto. Tentò di fuggire ma fu preso quasi subito. Uno di loro ordinò di abbassargli i pantaloni, così mentre due lo trattenevano lo stavano denudando. Lui provò terrore, gridò, scalciò, morsicò e con tutta la forza riuscì a svincolarsi e semi nudo fuggi, corse tra i dirupi, scivolò, si fece male, ma fu libero. La vecchia nonna, lo rinfrancò. Lei era tutto! Scoprì che era stato sempre solo. Aveva quella nonnina, buona. Per questo non ricordava, i suoi genitori. Questo ricordo servì solo a farlo risentire ancor di più, meditando quanto abbia fatto soffrire la figlia con il suo atto. Ma non provava pentimento, anche se meditava, ragionava, che quella sua nuova condizione era un atto d’amore, di carità da parte del suo creatore per condurlo nella via della redenzione. Quella nuova sofferenza doveva servire a liberarlo. Ma fin a quel punto era servito a farlo sentire prigioniero di quel corpo divenuto pesante come una montagna, mentre la sua mente era lucida, veloce come non lo era stato prima. Mai si era avventurato in ragionamenti così complicati. Labirinti di pensiero dove lui si destava continuamente, solo che ora non poteva riferirli a nessuno. Così un pazzo muto e paralitico diventava normale. Quel ricordo è scaturito come pezza giustificativa, lo sapeva per bene che forse non era nemmeno vero. Una menzogna creata dall’abisso del pensiero del suo corpo per continuare ad esistere. Quale infanzia? Quale nonna? Quale fatto? Mai successo! Quel ricordo gli era emerso fino a raggiungere la sua mente, come quando pensava, mentre guardava il passare del tempo nelle lancette dell’orologio appeso alla parete ad ombre nere e fugaci che si aggiravano per la casa, attorno a lui. Non vi era niente, niente di niente. Quelle erano le sue paure, nate dalla solitudine. Così i ricordi nascevano dalla mancanza di passato. Lui dava una sola spiegazione, inaccettabile a gli altri: l’autore lo aveva creato senza passato! E tutti proprio tutti, quando chiedeva sulla sua famiglia, o sul suo passato, facevano una strana faccia come dire: “è veramente pazzo”.
Era l’ora della pappa! Ad imboccarlo era sempre volontaria l’altra figlia, Donatella, che non parlava quasi mai, però con il cucchiaio pieno di pastina, o di omogeneizzato in scatola, picchiava sui denti provocandogli un dolore avvolte indicibile. Si metteva un viso innocente ma nello sguardo vi era una luce fredda e demoniaca. Gli occhi le ridevano, mentre guardava con circospezione di non essere osservata. Lui sapeva, si aspettava quella cucchiaiata, e l’attesa era ancor più tremenda del colpo. Ma quel dolore era vero, autentico, giusto, nel sentirsi vittima, si sentiva bene. Il serpente ha avuto bisogno sempre delle verità! Come dire: l’acqua è bagnata, un colpo fra i denti fa male! Poi quelle ombre, quelle apparizioni, quella dimensione mente, e il resto, lo facevano sentire male, peggio del colpo fra i denti.
La visita di don Luigi ogni settimana era massacrante, lui parlava beato di non ricevere risposte. In ultimo gli propinava l’ostia in bocca, che non riusciva ad ingoiare facilmente. Rimaneva appiccicata nel parete superiore della bocca per decine di minuti con un fastidio indicibile. Così don Luigi andava voltandosi guardingo avanti e dietro come se avesse un mostro pericoloso pronto ad aggredirlo. Il suo sguardo lo supplicava, di tenersi per lui quella carità settimanale e di lasciarlo nel proprio inferno. Solo una volta riuscì a scandire: “Va fa ‘n culo!”. Don Luigi inorridito, perché era diretto non all’uomo ma al sacerdote, lo inondò di acqua benedetta. La suocera assisteva sempre pietosa, pregando insieme al prete, vestita di nero con la foto di Paolo, suo marito, nel medaglione. Mentre gli aggiustava il cuscino, il medaglione pendolò proprio davanti ai suoi occhi e gli sembrò che quel volto prentesse vita facendo una espressione mista tra pietà e rimprovero. Quel pomeriggio stesso si addormentò, in maniera sempre leggera, perché ormai ne notte ne giorno dormiva in modo sano, era un dormiveglia, così sognò Paolo, intento alle sue facente nello sgabuzzino tra gli utensili. Di scattò si voltò e gli disse: “Cosa hai fatto?”. Il serpente si raggelò a quella domanda, mentre Paolo era divenuto il grosso rospo e spiccò un salto verso lui che stava dritto davanti la porta, ed uscì, entrando nella sua vita, in quella casa, dove nessuno lo vedeva solo lui negli angoli, sui mobili, sulle sue gambe.
“La sofferenza è un insegnamento, un percorso, ma non è detto che porta a tutti quanti nello stesso punto.”
Il serpente lo guardava mentre il rospo se ne stava con quella mole lucida, plastica sul pavimento, parlava gesticolando con le zampette.
“Puoi, se vuoi, puoi parlare con me, stupido serpente… Cosa hai fatto?”
“Ho tentato una via di fuga. Ero nel momento opportuno, ed ho agito. Perché l’uomo deve subire il volere di un altro.”
“E’ storia vecchia la tua! E’ storia vecchia non accettare il perdono, l’umiliazione del perdono, la presa di coscienza di avere sbagliato. Come si potrà mai crescere senza avere superato il tuo passato, superato i propri errori?”
“Cosa gli è successo? E’ morto? So che non è morto…”
“Tu sai, sai… Credi di sapere… Ti poggi sulle tue certezze, su i tuoi assiomi… e poi vieni a chiedere a me cosa gli sia successo! Cosa potrà mai succedere ad un uomo se si recide le vene? Muore no? Dissanguato! E così è stato. I propri parenti, non vedendolo arrivare per pranzo, hanno chiamato a telefono, pensando che si era trattenuto a leggere o a menarsela lì con le sue cazzate. Visto che non rispondeva sono andati a vedere. Hanno trovato il corpo esanime, con una pozza di sangue e dei ratti che leccavano ingordi. E’ stato terribile per tutto il paese. Non si spiegavano il gesto. Non vi era una spiegazione precisa, però avevano trovato scritta quella poesia e lì vi era la soluzione, o per lo meno l’hanno presa come plausibile lettera testamentaria.”
“Quale poesia?”
“Quella che mi lesse l’otto marzo del 1977: -Sono stanco di capire, di scrivere, di vivere. Tutto ciò mi sembra il sogno dei rospi.- E via di seguito…”
“Allora ho capito! Finalmente ho capito! Sei tu rospaccio la causa di tutti i mali. Sei tu l’autore della vita dell’autore. Per questo la storia continua, senza alcuna libertà!”
“Mi fai sorridere… Non ti sei stancato ancora? Perché non cerchi di vivere la tua vita? Così come si presenta senza lacerare cieli di carta? Queste mura, le persone che ti girano attorno, l’aria che respiri, il tempo che ti attraversa, non ti basta? Non basta avere della gente attorno che ha cura di te, viscido serpente, che ti sei annidato nella mia famiglia, imponendo qualcosa che nessuno ti aveva chiesto: quello che tu chiami amore.”
“Non mi basta, non mi può bastare! E sai perché? Perché io ho chiesto, magari con insistenza, ma mi è stato dato consenso e per convenienza, per semplice egoismo. Ora la colpa non è mia, ma di chi promette senza mantenere. I patti con tua figlia erano chiari e celebrati. Io ho concesso ancor di più con i miei silenzi. Ma a lei non è bastato, ha voluto superare l’inganno annegando nell’incoerenza, tradendo tutti ma soprattutto se stessa, per questo motivo e solo per questo ha tutta questa carità con me, povero infermo, per espiare le sue misere e vergognose colpe. Trascinando con le sue menzogne in un vortice di reazioni.”
“Come muovi bene la tua lingua biforcuta… Ma se tu avessi lasciata mia figlia in pace, al suo destino. Senza quella corte sfiancante. Non ne potevamo più in casa… Anch’io le dissi che eri un bravo ragazzo. Le chiedevo perché no? E lei rispondeva con una raffica di no. Poveretta… Un genitore non ha diritto di deviare il corso delle cose dei propri figli.”
“E’ facile caricare le colpe ad uno solo come gli ebrei con il capro nero… E’ facile avere il proprio Cristo da crocifiggere ogni qualvolta si commettono dei peccati per poi risorgere così è pronto nuovamente per la prossima volta! Ma io no! Io affermo con convinzione che il male è stato seminato indotto e nelle mie colpe vi è la partecipazione di tutti, nessuno escluso, compreso tu!”
“Io?”
“Ho ucciso con la tua pistola.”
“Quella era un cimelio dell’ultima guerra, quasi un souvenir…”
“Ecco! Il male ha radici lontane, e seccherebbe se nessuno pensasse di tanto in tanto ad abbeverarlo, nutrirlo, con nuovi gesti di cattiveria menzogna cupidigia ipocrisia e meschinità! Per questo grido ancora VERITA’! Non la Verità di Dio, mi accontento di quella degli uomini, senza la presunzione dell’assoluto, senza la presunzione che gli uomini si paragonano al loro Dio. Mi fa pena e avvolte anche schifo, don Luigi, quando crede che le sue parole siano la Verità, perché, anche se Gesù sia stato il Figlio di Dio e Dio Stesso, come io credo veramente, le sue verità non sono la verità, ma un riflesso, condizionato, mal riferito e compromesso con il potere. Pertanto quando si atteggia a detentore autentico rappresentante della Verità, la sua presunzione mi fa ribrezzo, perché se vi è in lui un minimo di santità si vergognerebbe. Lui è solo rappresentante detentore della sua dottrina! Da quando ho visto Issa che interrogava l’acqua, molto è cambiato del sentimento religioso che nutrivo con ostie consacrate. Mi chiedo ma come si fa a nascondere alcune cose palesi come l’immagine della Pietà di Michelangelo? Quella Maria così giovane, più giovane del Cristo stesso! Allora riflettevo che quella Maria non è altro che Maria Maddalena, la donna di Cristo!”
“Eretico! E’ solo possibile che l’autore abbia voluto esprimere, una Madonna sempre Vergine.”
“Di vergini che partoriscono divinità vi è tutto il mondo antico precristiano. Michelangelo ha creato la sua opera e ognuno percepisca ciò che vuole. Io vedo la Maddalena che sostiene la pesante eredità dello Sposo. Trafugata dal mondo occidentale maschile, con un semplice e ignobile atto falso, banalmente costruito come la Donazione di Costantino del 312 d.C. a quel mondo orientale femminile della tribù di Beniamino, discendente appunto la Maddalena. Quella stessa tribù che fu cacciata da Israele perchè ultimi sostenitori della dea Madre Terra. Per questo Michelangelo ha dato a lei un espressione che non trascende alla passionalità, ma armonizza nella classica melanconia, in quanto Dea. E in questo concetto la Maddalena diventa anche Madre sempre Vergine e Sposa del Figlio e del Padre!”
Il rospo, non stava fermo un attimo, agitato saltava da un mobile ad un altro, quando ad un certo punto gli saltò in testa e gli mise le zampe anteriori nelle tempie. Il serpente cadde in un sonno profondissimo e udì di nuovo il vento che sibilava e vide le canne con i loro pennacchi ondulare. Da quelle canneto in riva al Giordano uscì Issa con la sua veste bianca e lo sguardo rivolto verso un orizzonte dove un uomo sembra avere fretta a raggiungerlo. Ha l’affanno non riesce a parlare, cade in ginocchio, mentre con una mano le tiene la veste e i discepoli lo attorniano, riesce a prendere fiato per dire: “Maestro, il tuo amato cognato è malato!” Issa si volta e va verso la riva del fiume si china a raccogliere dei sassolini ed ad uno ad uno li lancia nell’acqua. Si accostano Didimo e Simone: “Maestro, come? Non corri da lui subito?”
“Aspetteremo ancora! La sua morte e resurrezione è per la gloria di Dio! Non abbiate paura, andrò a svegliarlo!”
Didimo: “Anche noi dobbiamo morire per risorgere! Come Issa e Giovanni Battista nella caverna delle tentazioni per tre giorni e tre notti.”
“Sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate!” Issa disse guardando loro ad uno ad uno.
Passarono altri due giorni in una attesa snervante, nell’ozio completo, senza proferire parola con il Maestro, mentre il vento continuava ad increspare le acque del Giordano. Quando ad un tratto Issa ordinò di mettersi in cammino per la Betania, attenti alle spie romane, ormai in allarme per il sobillatore dell’ordine pubblico, Re di Israele, colui che unirà le tribù in un solo regno in nome di Dio. Dopo un giorno raggiunsero la villa di Betania. Marta corse incontro, disperata piangente: “E’ successo qualcosa! Lazzaro, il tuo discepolo prediletto è morto! Maria attente in casa!”
“Vai a chiamarla deve assistere!” Molta gente giunse nel sepolcro mentre Issa si avvicinava si udì provenire dalla tomba un urlo, straziante, disperato. “Togliete la pietra! Lazzaro esci la luce ti attente!” L’uomo uscì a stento coperto dalle bende. Issa lo sollevò da terra e lo abbracciò. Issa e Lazzaro passarono la notte assieme. Il mattino seguente anche Lazzaro ebbe la sua veste bianca. Divenuto esseno entrò nel cerchio ristretto del mistero segreto dei Sette Saggi.
L’indomani vi fu un grande pranzo e Maria con i profumi più pregiati lavò i piedi al suo Sposo Re, poi lo asciugò con i capelli sciolti. Il tempo giungeva a termine, la profezia di Zaccheria, doveva compiersi, così Lazzaro preparò l’asino bianco, lo consegnò ad un uomo della casa, pronto per l’ingresso a Gerusalemme. La folla ondeggiava i rami di palma e osannava l’ingresso di Issa sul bianco asino mentre gridava: “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il Re d’Israele! Non temere, figlia di Sion! Ecco il tuo Re! Osanna al Re d’Israele! L’Unto dal Signore!” Le voci erano tante, vi era gioia, sembrava che quel Popolo soggiogato dal colonizzatore avrebbe ritrovato il suo liberatore, e chi poteva mai confrontarsi con chi riuscì a sconfiggere la morte? Ma il vento continuò ad infervorare sul canneto facendo ondeggiare ancor più veemente i pennacchi bianchi, si univano e confondevano con i rami di palma e i ramoscelli d’olivo. Le immagini scomparivano, solo tra le canne vi era uno sguardo intenso profondo che osservava il serpente che se ne stava muto, solerte, osservato, fin quando provò irrequietezza tremore paura per quello sguardo, era di Issa. Superava qualsiasi barriera, quella del tempo, dell’immaginazione, era vero, profondo e voleva qualcosa da lui. Quello sguardo indagava dentro di lui, scavava, rimuoveva i suoi silenzi, calpestava i suoi rancori, bruciava le sue parole, impietriva i suoi pensieri. Non rimaneva altro che la paura del male, la solitudine del male, il freddo del male, la miseria del male. Allora il serpente si sentì inghiottire da quello sguardo, così profondo e in quel buio pregò, per paura pregò, fin quando non rimase immobile chissà quando, nel baratro, nell’abisso. Nessun pensiero, nessun ricordo, solo l’attesa nel fremito, nella piena coscienza che qualcosa stava per accadere. Il buio attorno a lui era come materia eterea che l’avvolgeva appiccicata, penetrata in ogni suo foro della pelle. Udì così un frastuono, un rompo così forte da sentirsi scosso vibrare e vide penetrare la luce. Il posto dove si trovava era polveroso, e pervaso da un fetore di marciume forte, si alzò e scese dal letto di pietra uscì e la luce lo accecò si mise la mano davanti a gli occhi per ripararsi mentre udì una moltitudine di gente che esclamava meravigliata, quando il fragrante profumo di nardo autentico lo raggiunse si accorse che di fronte a lui vi era lo sguardo di Issa. Era risorto, era vivo, camminava, si muoveva. Non appena altri due passi e il cielo su di lui cambiò, tutto cambiò! Ora era dietro la processione di quel lontano venerdì santo, dietro la statua di Maria tra i canti lamentosi delle portatrici, fu nei pressi di quel negozio e vidi me dietro il vetro, questa volta fu io a guardarlo intensamente, e lui non riuscì a staccarmi gli occhi, quando ad un tratto a passi veloci si avvicinò alla vetrina provocandomi quasi sgomento, e fulmineo girai la chiave della porta, tentò di aprire, scosse la porta, io indietreggiai nella penombra, lui guardò più intensamente e si arrese, così ritornò a seguire la processione. Quando il palpito del cuore si fu calmato e il silenzio ritornò a fare da padrone, mentre la processione ormai era passata, mi andai a sedere, caricai nel mangianastri la cassetta delle Orme “Felona e Sorona” e cominciai a pensare gli sguardi sfuggenti delle Marie. Sembravano mine vaganti pronte ad esplodere se io le sfiorassi con il mio pensiero. Solo uno sguardo insignificante, era presente, costante, sospeso da tutta la forza che il dio Pan può, tra la beltà di quel corpo carico della forza vitale prorompente come il cielo della primavera sorge e tramonta in un istante. Si attacca la mia passione e diventa desiderio tanto da volere convertire vita e morte, morte e vita in un unico sentimento che miseramente chiamiamo tutti amore, ma è solo giusto, vero, autentico innamoramento. Gli altri sguardi così emotivamente carichi, di ninfe danzanti e di fate nude, incominciavano a sbiadire e divenire trasparenti evanescenti, lasciando chiaro fermo e insidioso solo quello di lei. Lei che non sa, e più volentieri non vuole. Ma basta! Scrivo, scarabocchio due righe da maniaco grafomane, veloce senza pensarci su, perché, sono stanco di scrivere di vivere questa vita mi sembra il sogno dei rospi… Ora non mi resta che andare via, mi sentivo stanco svuotato, deluso, calpestato, con una voglia di ridere, di gioire, afferrare per la coda tutte le speranze, e lasciare volare i sogni. Ma qualcosa dentro me moriva e mi rifiutavo di capire che ogni innamoramento si nutre della vita, uccide parte di se stessi. E’ vero che l’amore è l’antitesi della morte, per la vita biologica ma non per quella spirituale, così mentre si cerca di assicurarsi il futuro dei propri geni si uccide la verità, l’energia dei pensieri, la persona per rinascere meno vivi, con meno voglia di gioire. Così lascio il mio cadavere lì in quel triste pavimento di negozio, dissipando tutte le mie velleità, l’orgoglio giovane e rivoluzionario e vado con quello che resta, un misero uomo rilegato ad una meta senza vittoria, solo il grigiore della mediocrità. Per questo dico a voi giovani: innamoratevi, perché è giusto così, ma non barattate nessuna delle vostre speranze.

IV
Che viltà vivere conoscendo passo per passo il mio futuro e non riuscire a cambiarlo. Percepivo dentro me ogni momento avvenire, ma lo stesso ho imboccato tutte le strade per arrivare allo stesso punto. Con sincerità ho provato a ribellarmi al mio destino, è stato inutile lo stesso, con stizza il mondo girava per suo conto per riportarmi a ciò che il mio futuro era. Così penso, ora se quel mio io giovane non si fosse ucciso, avrebbe vissuto sprezzante di ogni cosa, sarebbe andato via o si sarebbe imposto nelle sue scelte. Invece, nella rassegnazione ho vissuto abbassando la testa, tenendomi dentro tutte le parole che ora sono ammuffite, putride, che coprono quel cadavere per terra in una pozza di sangue ormai nero.
Ora ricordo l’otto marzo del 1977 quando incontrai te rospo, ora ricordo quel mio testamento che ti ho voluto leggere, ora ricordo anche il perchè di quel atteggiamento, perchè mi appartenevi ed io ti appartenevo. Tutte e due facciamo parte della stessa storia. Tu in quanto mi hai creato nel tuo sogno ed io che nello stesso sogno ho scritto tutto ciò, inventandoti anch’io, forse percependo la memoria del tuo corpo, immagine per immagine.
Il rospo teneva strette le tempie del serpente e con le zampe posteriori cercava di sostenersi poggiandoli su le orecchie, così disse: “Ecco perché il tuo mondo è delle immagini e il mio delle parole. Perché il mio sogno è fatto d’immagini e la tua storia è qui scritta come in un cielo di carta!”
Il serpente gridando: “Perchè non posso entrare nel vostro spazio mente? Fatti vedere scarabeo!”
“Certo eccomi!” Ero lì davanti a lui con tutta la mia età di oggi, come un demone con il mio paltò grigio. Lui sgranò gli occhi: “Lo sapevo, eri tu!”
Allungai una mano e gli accarezzai il mento.
“Se potessi te la spezzerei questa mano…” Disse con rabbia, poi si calmò e continuò: “E allora come la mettiamo con il libero arbitrio? L’uomo è condannato dai suoi passi? Dal suo destino? Quando un uomo fa un errore, ad esempio abusa a bere alcol, il corpo fa di tutto per segnalargli che sta sbagliando, lo fa sentire male, lo fa vomitare, tante di quei avvisi, poi se l’uomo insiste è libero di morire. Come l’autista che si assonna, il corpo lo fa sbadigliare per dare una boccata di ossigeno al cervello e si sveglia per un po’, l’autista dovrebbe ascoltare il suo corpo, fermarsi e riposarsi un po’, invece magari continua a guidare con la probabilità che un colpo di sonno sarà la causa di un incidente e probabilmente la morte. E’ questo il gioco del libero arbitrio. Il pensiero del corpo è la volontà di Dio, la scelta dell’uomo è il libero arbitrio. Da questa esperienza scaturisce il sentimento religioso. Solo una esperienza biologica. Ora mi chiedo, scarabeo, dov’è il tuo Dio? Non mi rispondere il rospo perché è una bestemmia. Il tuo Dio, quello di Gesù, dov’è?”
“Il rospo mi ha semplicemente sognato, come io semplicemente scritto, come tu semplicemente hai avuto un delirio di onnipotenza ed hai ucciso. Ci sarà, bisogna strappare i cieli di carta per scoprire chi tira i fili. Ma la differenza tra te e me è che non mi interessa, io me ne sto fermo nella mia vita sotto il mio cielo di carta, sentendo dentro di me la realtà così complessa piena di si e di ma e di pesanti no, sentendo la voglia di vivere nel giusto. Quel giusto che è anche sentimento religioso, dove il mio Gesù vive di diritto.”
“Ti arrampichi su gli specchi scarabeo… Comunque ho capito, finalmente ho conosciuto i motivi, l’origine, di questa fantasia così di bassa lega. Allora vi propongo l’evoluzione di questa espressione algebrica: lo scarabeo viene mangiato dal rospo che viene mangiato dal serpente. Così la catena alimentare mi fa vincente. Risultato finale: il serpente, la forza della natura!
Il pensiero dell’io storico, che nasce dalla comunicazione del pensiero del corpo e poi è la natura in se che domina ogni evento in una continua spirale di spirali nell’espandersi continuo del tempo.”
“E tu saresti il vecchio serpente della Genesi? Io non mi sento per niente l’uomo, ma l’albero che è stato stuprato, solo per trasgredire una legge, una regola..” Dissi riflettendo su quell’uomo così mal ridotto con gli occhi senza pupille, lasciavano vedere quel bianco ingiallito, e inerme su quella sedia a rotelle, mentre emanava un cattivo odore, di marciume. Però emanava un energia vibrante di vita come luce attorno a se. Una strana luce da dove nelle sue vibrazioni uscivano quelle parole cavernose e gelide: lui era il serpente! Il drago! Mentre pensavo tutto ciò osservandolo mi disse: “Nessuna religione mi potrà mai mettermi in cattività! Senza di me non avranno un opposto da congiungere del loro latente gnosticismo. Ma non sono la scienza, non sono la ragione, io sono la passione, il corpo che pensa di essere tale!” Il rospo non appena udì queste parole fu scaraventato nella parete e cadendo divenne Paolo. Si riprese , si alzò e andò a sedersi in una sedia di fronte, stremato. Il serpente, non vibrò più di luce, si era afflosciato su se stesso sembrò morto. In quell’istante entrò Loredana, lo guardò, lo scosse e chiamo: “Mamma! Mamma!” Arrivarono tutti contemporaneamente.
“E’ morto?” Disse la madre preoccupata.
“E’ meglio così! Finalmente!” Disse fra i denti Floriana.
“Poverino…” Quasi con malizia Donatella.
“Chiamate un medico” Ma nessuno si muoveva, così supplicò quasi piangente Loredana: “Aiutatemi per carità cristiana!”
Io e Paolo ce ne stavamo lì ad assistere quella scena orribile di quattro donne, pronte a caricarsi le colpe di quel serpente. Mentre Loredana non faceva niente di suo e chiedeva alle altre sapendo che nessuno di loro si sarebbe mossa, attendeva il rantolo finale, che non arrivava. Non sapendo che se fosse morto portava nella sua morte parte di loro… Io mi guardai con Paolo chiedendogli con gli occhi il da farsi. Lui per tutta risposta mi disse: “La storia è tua!” Allora mi vennero in mente ricordi lontani, forse neanche miei, affioravano come immagini uno dopo l’altro. Queste canne al vento con i pennacchi che ondeggiavano in una giornata uggiosa e ventosa mentre era inseparabile la musica del Lacrimosa des illa del Requiem di Mozart. Musica e immagine erano tutto uno. Io… Io dov’ero? Io ero il vento che ondeggiava il canneto, che s’insinuava in ogni foglia, l’attraversava per raggiungere la sponda del lago, e in quel lago, un angelo stava fermo ad aspettarmi, mi conosceva, sapeva che sarei arrivato dopo tanto peregrinare. Non disse una parola ma accennò ad un mesto sorriso, capii che la sua immagine non era altro che un riflesso, era oltre l’immagine, era essenza. Spinto dal suo invito carezzai le acque viola del lago e le resi crespe, mi accorsi che un fiore di loto galleggiava, mentre il cielo grigio non lasciava uno spiraglio di colore. Avevo voglia di avvolgere quell’entità, con tutta la mia forza, ma non ebbi il coraggio, me ne stavo a fare girare il fiore nell’acqua e lontano. Compresi che mi invitava ad immergermi dentro il lago. Io ubbidii senza remore e quando passai dall’acqua a l’aria, non trovai l’angelo con le sue ali bianche ma Pan con le sue zampe caprine e il suo pene eretto in bella mostra che suonava il suo zufolo. Emersi da uomo e guardavo pauroso quell’essere peloso con le corna, mi guardai attorno ma non vi era nessuno altro. Pan con espressione furbesca mi chiamò a se, io esitai, ma incominciai lo stesso ad uscire dall’acqua e provai il freddo di quel giorno senza sole. Quando compresi che anche Pan come l’Angelo era metà bestia e metà uomo, quando l’accomunai in uno stesso concetto, fu inevitabile comprendere che erano un'unica essenza visti diversamente prima e dopo l’immersione. Compresi la nostra vera natura metà uomini metà bestie, metà bestie metà spiriti in un continuo coinvolgimento di acqua terra e vento. Il cielo ad un tratto lanciò lingue di fuoco e dopo si scosse fragoroso per parecchie volte. Mi ritrovai dentro la stanza del povero serpente che giaceva sul letto, era notte fonda. Aprì gli occhi e mi disse: “Sei tornato finalmente, pensavo che mi avevi abbandonato.” Paolo era lì in attesa di una mia parola, era passato più di un anno e molte cose erano cambiate. Floriana ha avuto il suo bambino e già muove i primi passi, lo ha chiamato Cristiano, come il suo vero nonno, per lei. Donatella lo tortura sempre di nascosto, ora non solo corporale ma anche psicologicamente. Paolo mi raccontava ogni cosa con una espressione dolorosa nel volto. Tanto che gli chiesi se ci fosse altro. Mi rispose con espressione grave: “Il bambino… E’ stato così odiato dalla madre… Poverino… Appena mi ha visto, mi ha detto di avere percepito la sensazione di un mondo ostile sulla sua esistenza. Ha paura, terrore della vita. Si è chiuso nel suo silenzio, ha barrato la sua entità ad ogni approccio.”
“Dove è?”
“Lì, in quella culla…” Vedo quel innocente, il suo sguardo è vago e timoroso, ha una lacrimuccia pendente, sporco del suo vomito di latte aggrumato, puzzava come non mai. Con la manina faceva cenni nel vuoto come se volesse afferrare qualcosa. Il serpente mi disse con voce rotta: “Ha la colpa di essere mio figlio, frutto di un gesto insano e di perdizione! Perché non ucciderlo nel grembo? Perché hanno continuato questa gravidanza? Potevano farla abortire… Loredana si è fatta trascinare da quel prete al diritto alla vita, ha insistito che l’aborto era omicidio ed ha costretto Floriana a portare avanti la sua gravidanza. E ora? Forse non è peggio? Fare soffrire così quel innocente? Poverino scaraventato in quel angolo… qui nella mia stanza. Quanto pianto!” Ad un tratto entra Donatella con un ghigno per niente rassicurante, accende la luce e va quatta quatta verso il bambino: “Come sta il mio bastardello? Che schifo! Che puzza! –lo solleva con tutte e due le mani- Vieni che ti porto da papà! –Così lo poggia sul viso del serpente- Vediamo se muori soffocato, porcone che non sei altro, oppure cade Cristiano e questa volta si farà male e sarai tu a buttarlo a terra.” Una situazione veramente orribile Cristiano messo in bilancino sul viso del serpente e lei che ghignava. Quando il bambino cominciò a piangere a dirotto. Il suo pianto era strano, soffocato. Arrivò la nonna e prese subito il bambino, rimproverò la nipote: “Che colpa ha? Che colpa ha? Il Signore ti punirà!”
“Il Signore mi ha già punita. Lo voleva con se e glielo ho portato. Che ho fatto di male?” La vecchia lo pulì gli cambiò il panno, lo sistemò nella culla, ma non guardò il serpente aveva come timore a stare dentro quella stanza così uscì subito. Donatella rimase lì dentro, chiuse la porta e girò la chiave, si alzò la maglietta e si mostro al padre: “Guarda, ecco te ne approfitteresti vero? Solo che non hai le forze, bastardo! –Si abbassò i pantaloni e rimase nuda- Questo ti piace?” Si mostrò così andandogli proprio ad un palmo della sua faccia. Il serpente gridava, ma il suo grido potevamo sentirlo solo io e Paolo e forse anche il bambino che ritornò a piangere come prima. Lei si ricompose aprì la porta e prima di uscire gli promise che sarebbe tornata al più presto.
“Voglio morire!” Gridò il serpente. “Liberami! Non ti basta? Quale sarà il numero della pagina che metterai fine a questo obbrobrio?”
“Io aspetto la tua redenzione serpente…”
“Non voglio redenzione, non voglio perdono. Dalla a chi prima di peccare il tuo buon Dio gli fermò la mano! Non puoi cercare tramite me la tua di redenzione alle tue mediocrità! Soffro!”
“Come ho fatto non so a creare questa brutta storia di realtà parallele? Di personaggi che interagiscono, che s’innalzano dalla pagina scritta e mi trascinano dentro. Infondo cosa cerchi nella tua irrealtà? Sei una finzione!”
“Sono una funzione attiva, come tutti qui, in attesa di un risultato che non arriva!
Quando sentii Cristiano: “Il mio primo cielo di carta lo squarciai appena l’ovulo fu fecondato, presi subito coscienza dell’esistenza nella mia individualità storica, il secondo non appena uscito dall’utero e ora aspetto il terzo: la conclusione di questa vicenda. Un gioco tra il buio e la luce e la luce e il buio. La mia sofferenza, il mio dolore spero che abbiano un senso nella tua storia, scarabeo… Hai visto la tua immersione dall’acqua è stata la mia nascita, i fulmini dal cielo, la mia esistenza. Nella mia innocenza dell’angelo risiede la sua bruta passionalità di Pan. So tutto, per questo non ho un lungo futuro. Vero scarabeo? E’ inutile che continui a girare intorno al tuo fiore di loto, in un mulinello di passato e presente, mai e poi mai riuscirai a toccare il trascendente. Anzi, il tuo trascendente! Perché vi è un trascendente per ogni individuo, non vi è unità, ma solo e sempre molteplicità complessa. Non vi è unità di misura. Non vi è fantasia. Vi sono solo codici da interpretare, varianti su varianti, eccezioni su eccezioni. Qui nella tua storia siamo solo personaggi. Tu nella tua esistenza sei solo una parvenza, un immagine del rospo sognante. Il rospo non è altro che una milionesima parte dell’unità di un essere molteplice nella sua frammentazione completa. L’essere è solo un momento storico, un attimo, un istante nel continuo evolversi senza dimensione in continua ricerca del suo cielo di carta da strappare.” Rimasi stordito da queste continue congetture, da quella voce profonda. Paolo intervenne: “E’ questo Cristiano! Trova la sua sapienza nel dolore, nella sofferenza. Perciò in ogni torto che subisce trova nuova forza e sapienza! Hai creato un mostro, dietro il canneto del lago Giordano!”
“Dov’è Floriana?” Chiesi incuriosito dal fatto che non era stata nemmeno nominata.
“E’ andata via. Non ha dato più sue notizie. Solo una sua chiamata per chiedere di non cercarla e che stava bene, ma non voleva più saperne di tutti loro.”
“E Loredana?”
Rispose il serpente: “Loredana, è sempre impegnata, tra servizio sociale e chiesa. E’ con don Luigi, non so lavora forse… Quando mi viene a fare visita, mi pulisce le piaghe del corpo. Pulisce la stanza il bambino, mi guarda con un sorriso come chiedermi: “Sei contento?” E va via, lasciandomi nelle mani di Donatella, un vero demone e di mia suocera che ha paura solo a guardarmi.”
“Povera donna…” Disse Paolo “Percepisce forse le nostre presenze… ha paura di tutto, qui dentro ogni cosa la intimorisce e maggiormente il serpente gli fa paura, continua a farsi segni della croce quando entra.”
“E forse non ha tutti i torti… Cosa è mai il pensiero dell’uomo, se non il peccato originale?” Dissi io.
“E’ la strada che sembra più vicina alla verità ma invece è solo un inganno perché non congiungerà mai l’uomo, mai la ragione troverà la sua anima, mai la ragione troverà il dialogo con il suo corpo che parla ai dormienti. Cos’è mai l’anima se non il posto dove risiede il pensiero del corpo? Ed io ti ho battezzato scarabeo per poterti riavere a nuova vita nella luce di vedere che tra il creato e creatore, tra il creatore e il tempo, non vi è alcuna distanza. Come nella Madre Vergine è il Figlio. Come nell’acqua amniotica vi è la forza creatrice universale dove nacque Venere. ” Cristiano così mi stupì con le sue parole che facevo mie, o nell’assurdo tra l’autore e il personaggio erano le mie che divenivano sue, in questo strano gioco mi confusi ancor più, quasi ubriaco abbandonavo la ragione per perdermi nei meandri della mia fantasia. Mi avventurai sotto un arco arabo in una notte turbata dal vento, passai nel silenzio buio di una grande porta lignea scardinata, tra i pententi di un gelsomino in fiore con il suo acre odore. Le grandi stanze dai tetti alti pieni di stucchi e figure mostravano il mobilio abbandonato tra le macerie dei muri diroccati. Fogli di giornali, siringhe e gocce di sangue mentre passavo da una stanza ad un'altra, tra il timore di essermi perso, senza riferimenti. Mi affacciai in una larga finestra che dava su tetti di tegole alla luce di una luna piena e luminosa tra nubi nere e stelle rare. Solo il volo di alcuni piccioni mi scuoterono. Continuai, non avevo altro modo di uscirne fuori che continuare. Fin quando arrivato tra corridoi comunicanti nella fortezza, alta sopra un dirupo, scesi dalla finestra giù tenendomi tra le piante e poggiando i piedi malfermi qua e là, entrai nella sottostante immensa grotta per trovare tante campane di pietra bianche. Mi ripresi all’istante, mi guardai in giro, mi ritrovai tra gli sguardi di Paolo, il serpente e Cristiano. Li guardai quasi interrogandoli. Fu proprio il rospo, padrone dei sogni, che mi rispose: “I pipistrelli sognano prima del loro primo volo, hanno paura, ad uscire dal proprio nido e hanno incubi terribili. Come il tuo! Vola! Vai! Lasciati andare! Fidati dal tuo istinto! Fidati dal tuo corpo! Hai le ali per volare, quelle sono le ali per volare nella notte. Gli occhi non ti servono, fidati!”
“Vola ci sarò ad attenderti quando poggerai a terra per farne un solo boccone!” Rise il serpente.
“Ma quegli pochi attimi di volo ti serviranno per sempre!” Gridò Cristiano “Perché ti insegneranno a capire chi tu sia veramente!”
“Allora non mi rimane che uscire dal nido spianare le mie ali e volare?”
“Certo!” Mi risposero in coro tutte e tre.
E mi venne da ridere così tanto che ogni immagine e figura incominciò a traballare, mentre loro gridavano: “Fermo! Basta! Non così”. Ma non riuscivo a trattenermi ridevo e pensavo. Pensavo e ridevo.

V


Rimasi io e questo foglio bianco… Rimasi io che acquietatomi mi chiedevo cosa fosse mai un briciolo di energia? Cosa fosse mai una particella? Non dico nella loro sostanza, ma nella loro essenza a confronto della mia fantasia. Così declinai ogni mio pensiero se mai la fantasia fosse creazione o anch’essa è frutto di qualche processo? Fissai a lungo il mio foglio bianco alla ricerca di concretezze, di assiomi che non trovavo, come facilmente ha realizzato il serpente. Qui conviene soffermarsi, fare un bel respiro profondo e poi riprendere.
Quando l’uomo si accorge di vivere se non nella propria passione di essere? E in tale passione che deve fare i conti tra lui e gli altri, tra lui e quel se stesso che vive nelle proprie interiori. La mitologia mi viene incontro: così la passione è raffigurata dal dio Pan e il Vello d’oro, l’Ariete è la ragione, il comando. Ma proprio il dio Pan non raffigura altro che la passione di essere di se stessi, dell’uomo in quanto uomo, anche dell’energia in quanto tale, della particella in quanto tale, dei pianeti, delle stelle e di tutti gli astri, delle galassie e degli universi. Mentre il Vello d’oro solo il controllo della propria razionalità, la logica misera e insufficiente a contemplare il Mondo… Sa solo di concepire quante pecore vi sono nell’ovile e quante fuori, non potrà mai conoscere cosa mai fosse una sua sola particella che compone il suo corpo… La sua scienza è ad un passo dal valico e non potrà passare il fosso, così profondo quando un pi greco.
Allora solo passione e sentimento in questo Mondo magico? E quale assioma potrà mai fare l’uomo in tanta incertezza? Interrogativi che vagano a più non posso alla ricerca di una concretezza dove poter poggiare i piedi e dire esisto! Nell’immagine che ho del Mondo in continua espansione in un presente continuo dove vi è una sola dimensione: il Tempo tra gli universi superiori e gli universi inferiori, dove l’uomo potrà guardarsi indietro e vedere il suo passato nelle vite delle stelle, dove ogni particella d’energia ha un universo pronto a fiorire. Mi guardo attorno e vedo sparsi su questo foglio bianco: stelle, pianeti, galassie e particelle, atomi, molecole. Dovrò raccoglierli e rimetterli in ordine per continuare la mia storia, perché se mi arrendessi se mi lasciassi prendere dalla esasperazione cosa mi resterebbe fare? Uccidermi per poi rinascere? Alla mia età non si ha così tanta tracotanza, si muore davvero! Allora prendo il mio sentimento religioso lo nutro di religione, di quella religione che da bambino mi hanno indotto, tanto cambiarla non serve a niente, si farà riferimento sempre alla forma culturale già acquisita, depongo le mie verità nello spazio mente e muovo così lenti e piccoli passi verso l’altare. Preciso che il mio sentimento religioso è libero! Non è succube a niente e a nessuno, pertanto nessuna religione potrà divenire catena di potere a quel mio io, profondo o meno, persona, anima o non so che. So ch’esiste ed è felice di farlo. E’ felice di capire, di sapere, di amare. E questa vita comunque sia è sua, piena come una festa felice di essere partecipe. Per questo auguro e consiglio a chiunque che una bella risata rimette a posto tutto il Mondo. Va bene piangersi a dosso, va bene sprofondare in tutti gli interrogativi, farsi scacciare dai no, tremare alle paure, ma non dimenticare mai che sei invitato alla festa della vita, anzi, ti dirò di più, sei l’ospite più importante. Si tu e le tue miserie e meschinità!
Allora se l’innamoramento è una delle tante regole chimiche della vita, e lo rispecchiarsi dell’anima gemella non è altro che una affinità elettiva per una esigenza biologica della specie e tutto il resto che hanno scritto i poeti sono solo inganno e menzogne cosa fare? Fuggire dallo stagno come il rospo per poi tornarci? Conviene attendere un suo cenno di consenso, un battito di ciglia, un leggero socchiudere le labbra, guardare negli occhi di lei e dirle con tutto l’umorismo che c’è in te: “Ti amo! Ti amerò per l’eternità!” Lei lo sa e forse più di te, ma è giusto così, perché non si ha tempo abbastanza per stare male da soli o in continua competizione.
Tutto è svelato? Abbiamo strappato i cieli di carta di questo teatrino, oppure sopra vi è sempre un altro cielo che copre ogni cosa? Due sono le scelte: chiudere qui e non volerne più sapere o continuare a leggere fino alla fine.

VI
La rabbia non serve a niente, mi dicevo, mentre in quella notte di domenica dell’otto gennaio del 1977 camminavo solo guardando le scure montagne all’orizzonte, in un cielo stellato di tutto punto. I pugni chiusi in tasca, il viso avvampato e il cuore in tumulto. Riflettevo sulla mia voglia di farla finita, sul serio. Mi rendevo conto che farfugliavo parole a me stesso, insulti come: cretino, rincoglionito, pecora, pecorone. Mi chiedevo come mai dicevo delle cose contro il mio volere, reagivo tutto al contrario di come veramente erano le mie intenzioni, con gli altri, e da solo poi tutto mi ardiva dentro lo stomaco. Il mio alter ego mi rimproverava mi insultava mi consigliava di andarmene a quel paese, magari per sempre. Un dualismo nella mia ragione, nel mio io razionale, che non sprofondava oltre tale limite. Camminavo così, come ubriaco, sospeso, sembrava che ogni tanto mettevo i piedi nel vuoto, quando da un angolo scuro della strada mi sentii chiamare da una voce sussurrata e chiara, ancora più mi scossi, mi voltai, ma non vidi nessuno. “Fermati!” Mi ordinò all’istante la voce, ed io ubbidii. Di tratto cambiai il mio modo di percepire, mi sentii risoluto, calmo ed ogni mia fibra di carne rinfrescata, mi sentivo sicuro di me, senza paura, determinato, ma nello stesso tempo vibrante con tanta adrenalina in corpo. Mi voltai indietro e andai verso il buio di quell’angolo, non vidi nessuno, non vi era nessuno. Stetti fermo qualche minuto, e incominciai a vedere delle orme catarifrangenti della poca luce li seguii passo dopo passo ponendo ogni mio piede nell’orma e mi inoltrai. Quello che doveva essere un angolo del mio paese fu completamente nuovo sconosciuto, fatto di strette viuzze tra alti palazzi di pietra con grossi cornicioni di stile neoclassico, balconi tenuti da mostri in pietra, satiri e demoni ed ogni sorta di animale fantastico, la luce era poca, tutto aveva l’aria del mistero e dimenticai cosa realmente mi dava tanta rabbia in cuore pochi istanti prima. Al soglio dell’ultimo gradino, della stretta scalinata vi era uno spiazzo ed un gran portone in legno, con una porta intagliata aperta. Le orme portavano lì dentro ed io entrai. Era una locanda, funnacu , grandi arcate in pietra, sostenevano il tetto alto, era colma di viaggiatori di ogni sorta che schiamazzavano davanti il vino e qualche piatto caldo. In fondo vi era un massiccio bancone in legno e uno strano individuo con una bandana rossa dove si notavano i suoi ricci lunghi e neri, con un baffo che marcava ancor più la bocca che rideva, dal suo orecchio sinistro un lungo pendente d’oro, con una camicia bianca rigonfia e gli stretti pantaloni neri mantenuti da una grossa cinta di cuoio. Quel viso mi era stranamente noto, e non solo conoscevo anche il suo nome: Pietro! E conoscevo il posto, quell’ora e quel momento. Mi avvicinai con timore verso quell’uomo, quando fui trattenuto per il braccio, era una donna con neri capelli e un seno prosperoso e libero nella sua larga camicia rossa, due occhi piene di grazia e cattiveria: “Dove vai? Vieni, siediti con me, un solo momento.” Mi lasciai condurre al tavolo preso dalla sua voce che mi involgeva sensualità. Ormai si mischiavano in un tremore: il timore e la sensualità. Mi riempì un boccale di terracotta con del vino, poggiai le labbra malsicure e bevvi non gustando nessun sapore percepivo solo odori, di tabacco, vino e erba appena tagliata. Lei mi carezzò la mano e con ambi sorrisi mi disse: “Io so!”.
“Cosa sai?” La mia domanda era inutile, ma non credevo cosa lei sapesse e cosa mai fosse quel posto che ricordavo ma non sapevo, in quella mia domanda mi attendevo una risposta di cosa era quel posto e chi ero io veramente in relazione a quel luogo e a lei e quell’individuo spavaldo al bancone. La risposta non tardò ad arrivare.
“Sei stato mandato per uccidere Pietro!” e diede un’occhiata a quell’uomo.
Mi svincolai subito la mano da lei e con riluttanza dissi: “Ma non voglio proprio uccidere nessuno! Non è nella mia logica!”
Lei invece di provare disappunto sgranò gli occhi e le narici e con un tono basso della voce mi disse di andare con lei, alzandosi e precedendomi. Io rimasi seduto ma mi voltai a guardarla. Lei fece cenno con la testa per essere seguita. La seguii, mi condusse fuori ed girammo la locanda, dietro vi era una grande stalla con carrette carichi e tante bestie nelle mangiatoie, si fermò dietro un muro di paglia, mi prese tutte e due le mani e mi tirò addosso a lei. Mi disse: “Offro io!” Gli odori erano forti e selvaggi che si mischiavano e mi confondevano. La sua visione e il suo forte odore di femmina mi avevano dato un forte stimolo. La sua veste alzata e le sue nude gambe, il suo seno prosperoso; quando i suoi capelli si mossero nel suo alzare la testa scoprirono sul suo collo un tatuaggio di uno scarabeo sacro, questo mi bloccò, mi scaricò all’istante, mi rialzai e le chiesi: “Ma tu chi sei?”. Lei mi rispose su di giri e sarcastica: “Vieni che te lo spiego a modo mio!”. Nei suoi occhi leggevo in una nube di mistero una linea continua del male che vi è in ognuno di noi quando superiamo la soglia del quel nostro io oltre la storia, oltre il presente. Questo mi fece provare sgomento, e ricordai i pochi istanti prima mentre il mio viso era riflesso nel profondo buio dei suoi occhi. Decisi di scappare da lei da quel posto, ma non feci tempo a muovermi che una mano forte e pesante mi afferrò per la spalla sinistra come un artiglio. Mi voltai e mi trovai un omone con le spalle ricurve e strette e una testa grossa con un cappellaccio a larghe falde. Le disse stringendo i denti e fissandomi: “Fa delle storie? Il signorino non vuole onorarti con il suo denaro?”
“E’ tutto apposto! Vai, sto arrivando! -Poi si rivolse a me- Hai visto? Hai fatto arrabbiare mio marito!” L’omone lasciò la presa e andò.
“Cosa è mai quel tatuaggio sul collo?” Lei mostrandomelo mi disse: “Questo? Una vecchia storia… -mentre si alzò- Sono stata rapita dagli zingari dal mio villaggio quando avevo meno di cinque anni e per più di venti anni ho girato in lungo e in largo, facendo strabiliare la gente con le nostre prodezze. Fin quando un giorno fui venduta dal mio capo clan ad un arabo, fui portata oltre mare e stetti lì rinchiusa a soddisfare tutte le bramosie di un piccolo e grasso signore. Proprio in quella reggia mi tatuarono quell’animale, come si marchiano le bestie. Così chi si rischiava di abusare di me sapeva di andare incontro alla morte. Le maestre mi insegnarono tutte le tecniche per soddisfare le più profonde e nascoste voglie degli uomini. E credimi non sai cosa ti perderai, rifiutandomi. Fin quando ho sedotto un eunuco facendogli ritrovare la sua virilità anche senza il suo pene, e impazzito d’amore mi aiutò a fuggire. E’ lui, Omar mio marito! Ora Pietro, lo spagnolo, pretende che lavori per lui, ed è pronto ad uccidere!”
“Ma io non posso aiutarti, io sono qui per caso, non faccio parte di questa storia.”
“Nulla è per caso. Isabella ha letto tra le stelle che dovevi arrivare. E sei arrivato. Ricordo le sue parole: -Arriverà uno straniero che si opporrà all’arroganza di Pietro. Morte!-
Gli voltai le spalle e uscii dall’altra porta, mentre lei abbassò gli occhi e non fece cenno a fermarmi, lentamente mi seguii. Rientrai nell’osteria da una porticina, mi trovai proprio nel bancone dove Pietro sarcastico mi chiese: “E’ brava? Hei! –Battendo una manata sulla tavola- Del vino per il mio amico!” All’istante si mosse l’oste mingherlino e peloso, con un boccale colmo di vino.
“Devo andare!” Provavo di nuovo quella strana sensazione di prima, mi sentivo stravolgere. Mentre entrava lei. Lui la prese per un braccio la strattonò e gli ficcò una mano sul seno, rise compiaciuto: “E’ tutta roba mia!” Provai gelosia per quel gesto. Mi sentii offeso come uomo, per quella donna che sapevo benissimo che avrebbe dato la sua carne per pochi soldi, ma provai stizza e non volevo che dopo dovevo provare quei momenti di pentimento per non averla difesa, non volevo sensi di colpa e rimproverarmi della mia staticità, così digrignai: “Lasciala stare!” E mossi la mano per svincolarla dalla sua presa. Lui fu fulmineo prese un pugnale da non so dove e me lo sentii conficcato nel cuore, provai come se fossi un fiume che straripava, il dolore fu un lieve ardire e mentre tutto sbiadiva guardai il manico argenteo del pugnale a forma di serpente. Mentre cadevo per terra sembrava che il pavimento si fosse aperto in un profondo abisso, continuavo a cadere ed a non arrivare. Nella mia caduta incominciavo a prendere coscienza di un’altra vita, di un altro momento, concretizzando ciò che io ero, come mi chiamavo e cosa ero, non cadevo ma correvo, fuggivo con tutta la disperazione in corpo dentro una galleria ferroviaria, ancora ricordo l’odore di pece e legno delle traverse, delle parete che sapevano di carbone, udivo sbraitare i camerati tedeschi, vedevo l’uscita illuminata dal giorno, quel giorno che doveva essere mio e che i miei compagni avevano raggiunto. I piedi mi facevano male, non feci in tempo a girarmi che una raffica di piombo caldo mi penetrò le spalle raggiungendo ancora una volta il cuore, provai disperazione ma non appena toccai terra sentii la pace dentro me e riuscii a morire con un sorriso. Gli istanti prima mi servirono a rivedere nel mio io storico cosa ci facevo dentro quella galleria. Meditavo che era giusto, e quando un uomo è nel giusto qualsiasi evento, anche la morte, non può che farlo sorridere. Era stata la mia una vita intensa e piena di eventi, anche se fino a venti anni era trascorsa come acqua in un lago. Nei tumulti di quel tempo ho avuto la fortuna, o la mano di Dio mi aiutò ad incontrare Sara, una ragazza che fino ad un certo punto non avevamo fatto caso che lei era ebrea. Questo è stato il punto di forza, non la testa ma il cuore a farmi incamminare per la giusta strada. Penso che noi uomini dovremmo ascoltare di più il nostro cuore.
Mein Kampf di Adolf Hitler, l’ho letto e riletto, ero completamente stregato da quel libro. Ma fu una sua frase che mi cambiò la vita: “Come una persona ardita avrà successo meno difficilmente di un vigliacco nel cuore delle donne, così un partito valoroso fa breccia nel cuore di una popolazione meglio che un partito vigliacco, rafforzato solo dalla protezione delle forze dell’ordine.” Da tempo vedevo questa stupenda ragazza con i capelli raccolti dietro la nuca di un castano chiarissimo e i suoi occhi castani, avvolte sembrava che cambiassero colore come il suo stato d’animo, un corpo asciutto e ben formato. La tipica ragazza ariana, fiera di esserlo. Andava spesso in una libreria del centro. Era sempre con certi libroni sotto braccio che portava a passeggio. Non trovavo il coraggio di fermarla di parlarle, sennonché quella frase che mi incitava l’ardimento, ammaliato come ero dal suo autore, mi fece trovare la forza. Così anche se già avevo dato e preso cazzotti dentro le birrerie, quel semplice gesto di fermarla mi scombussolava tutto. Spuntai da dietro l’angolo come in un agguato. Presa di soprasalto si spaventò tanto da farle cadere la pila di libri per terra, ed io mi preoccupai avrei voluto fuggire, ma l’ardimento non me lo permetteva, così chiesi scusa e incominciai a raccogliere i volumi con le copertine divaricate come ballerine a teatro. Lasciai il vigliacco che c’era in me e presi l’ardito, chiedendole di accompagnarla. Ricordo come rideva quando asserivo che non occorreva leggere tutti quei libri, bastava solo uno, lì vi era tutta la verità che occorreva sapere. Quel giorno era magico, come ogni giorno che due persone celebrano la loro forza d’attrazione. Quando poi ci siamo seduti nel muretto, guardavo intensamente quei lineamenti e i chiarissimi capelli, sottili dietro la nuca ed ero grato al Fuhrer per il suo insegnamento, per quella fascia che tenevo nel braccio sinistro, per quel simbolo che ormai tracciava il mio destino e il destino del mio popolo. Quel giorno magico tra piccoli risi, complicità e la promessa sigillata con un dolce bacio che non dimenticherò per l’eterno, che sapeva di vaniglia, come il suo profumo di viole. Tutto accadde in fretta per potere capire, ora so che doveva accadere in fretta quel 9 novembre 1938, perché non la trovai più, i giorni avvenire e quando vidi la sua foto in uno di quelle scartoffie, tra le cartelle di Dachau, fu così tardi che seppellii dentro la mia giovinezza, la mia speranza e il mio ardire divenne rabbia, il mio sogno infranto e in Hitler vidi la Bestia. L’amore non ha bandiere, l’amore non ha frontiere e non ha tempo e nessuno può dire il contrario, nessuno può permettersi di cancellare la gioia in due innamorati mentre si guardano. Capii tramite il mio amore l’orrendo olocausto! E astutamente mi organizzai per lottare, prima con il tradimento e poi con l’azione. Quel odio per la razza ebrea era svanito nel niente. Tutte quelle mie convinzioni così precise, chiare, non trovarono appoggio in nessun concetto. Lo sguardo che avevo cercato inutilmente tanti anni lo ritrovai in una testa rasata stampata in una foto bianconero di un archivio. Ancora mi chiedo perché mai lei non mi odiò all’istante? Eppure ero in divisa, eppure avevo la fascia con la svastica al braccio, eppure parlavo con quella dialettica del partito. Quello sguardo che in fondo era lo stesso di quella mattina del nove novembre, vi leggevo tracce del ricordo di quel giorno, aveva l’aria smarrita come una bestia braccata raggiunta. Quello sguardo aveva la paura e la mortificazione profonda. La stessa mortificazione che il suo Popolo ingiustamente ha pagato le colpe di un deicidio. Lo sguardo di Sara era l’unica cosa che mi era rimasta del mondo che io avrei voluto. Quello sguardo mi ha fatto comprendere che il percorso della storia non era quella nazista, quella non era la mia storia, o la storia che avrei voluto. Strappai la foto dalla cartella e la intascai dentro la giacca. Mi andai a rintanare in uno sgabuzzino e la guardai tremando non credendo e per la prima volta piangendo, scoprii me stesso e così mi interrogai a lungo. Una parte di me si chiedeva sulla pietà del leone mentre azzanna la preda tremante di paura appena raggiunta. Mi interrogai che la pietà non è per questo mondo animale. L’uomo ha mai pietà nell’uccidere un topo che circola liberamente nel proprio appartamento? La specie, la difesa della specie! Questa è la regola del mondo e non la pietà… Il più debole, l’imperfetto soccombe per emergere il sano il più perfetto. Come nelle specie animali è così e nelle razze umane. La razza ariana la più perfetta dominerà le altre razze per il bene globale. Tutte queste fredde idee crollavano tutte inconsistenti, senza base, dentro quello sguardo con la paura della preda raggiunta e azzannata dal leone. Tutte queste supposizioni crollavano nel ricordo di quel giorno di novembre. Il male che avevo dentro allora mi interrogò ancora: -lei ha seminato in te tramite quel bacio la pietà!- E a voce alta mi dissi: -E se così fosse? E se così fosse? Non sarebbe più giusto farlo fiorire?” Cosa ci fa diversi dagli animali? Se non la pietà? E proprio la pietà l’elemento d’attrattiva che ci selezionò Madre Terra per farsi fecondare da noi! Lei ci concesse la sua bellezza, la sua luce senza tramonto, Lei ci concesse la sua verginità per un po’ di pietà. Tanto quanto basta per amare e proteggere la propria progenie, il proprio clan, la propria specie. Tutto per un calcolo delle probabilità esistenziale, riuscito, tanto da portare il genere umano dominatore del mondo. La pietà e non la crudeltà, anche innocente. Proprio la pietà è il frutto del peccato originale e non la filosofia! Eva che spinge alla pietà Adamo, facendolo disubbidire alle regole del mondo con la sua crudeltà innocente. Ha creato tanti morti la pietà, tanti morti innocenti. Ha sterminato tante specie, la pietà! E solo con la pietà l’uomo poteva liberarsi dal peccato. La pietà per il più misero degli uomini, il più grande e potente di tutti gli universi: Cristo! Ecco il frutto della pietà che divenuto maturo è Amore, è salvezza pronto ad essere raccolto da tutti dal suo albero che ha radici in lungo e in largo. Non è più tempo di crudeltà ormai l’uomo ha scelto l’amore come via alla sua stessa salvezza non della razza, non della specie, ma di tutto il Mondo. Il Mondo tutto! Guardai dalla piccola finestra sopra la porta e notai che avevano spento le luci, uscii in silenzio e con accortezza scesi a prendere una tanica di gasolio e dopo averlo sparso dentro gli uffici diedi alle fiamme tutto e andai via da una uscita secondaria. Quello fu l’inizio della mia ribellione al regime. Ora la mia ultima missione, segnalare quella galleria segreta della base aerospaziale nelle caverne già disponibili nel massiccio del Sudharz, nelle colline di Kohnstein. Ora morivo con il sorriso di lei, nel ricordo di quel giorno di pioggia. Sentivo l’acqua che soffice mi bagnava e diveniva luce e in quella luce galleggiavo e poi riuscii a guizzare via alzai gli occhi e una miriade di luci dai colori diversi si agitavano rapidissima da lasciare le scie in un spettacolo straordinario. Anche io avrei voluto fare parte tanto da tentare una spinta verso l’alto, ma senza alcun successo, anzi sentivo ancora il peso. Così mentre guizzavo a zigzag vidi una luce davanti e ne fui fortemente attratto, andai l’attraversai e mi trovai dall’altra parte di quella luce. Era la luna che stavo ammirando nella sua rotondità, come un lupo mannaro in quella notte dell’otto gennaio del 1977!

VII

“Nuvole e stelle. Le impressioni e gli amori… La mia voce è quella del vinto. Non è quella dell’eroe, che sconfigge i draghi e i cavalieri neri. Non è quella del santo, che sa donare il proprio mantello per morire di freddo. La mia voce è quella del vinto eccitato dalla propria masturbazione per poi sentirsi offeso. Poi… Poi guardo le stelle che, ad una ad una, escono dalle nuvole tremanti… tremanti dalla paura guardano il nostro mondo. Si, proprio il nostro fra l’immensità, così come noi guardiamo il rosso sangue assorbirsi nella nera terra. E tu mia dolce Serafina potrai mai capire che in questo mondo ci siamo anche noi? Noi accanto a chi con un freddo mitra e un lugubre passamontagna sorride all’idea che la sua stella forse nascosta dietro tante nuvole gli sorride. Nuvole e stelle su questo mondo. Come le tempesta al Sole. Tempeste per dirci che il Sole esiste. Nuvole e stelle per dirci che esistono. Come il buio e la luce e l’uno senza l’altro sarebbero impressioni sospese. Amore mio, sei solo un impressione sospesa, come è Dio in noi. Un impressione sospesa… Capire che l’amore che tu mia hai dato è solo stato una maschera a terra gettata da un comico stanco. Capire, che anche tu sei quella confusa tra la folla, che tu sei quella folla confusa. Come è tremendo capire che non sei esistita. Oppure apparsa e scomparsa via come, appunto, un impressione sospesa. Sospesa dentro me tra i tuoi stessi sospiri, tra le tue stesse parole,, tra le tue stesse grida, le tue stesse lacrime, i tuoi stessi sorrisi come rumori lontani. (…) Aspetto ancora l’ultima poesia, l’ultima lacrima d’amore di un poeta stanco di un amore svanito, inghiottito dalle pagine del suo ultimo romanzo bruciato ed ora cenere spenta, cenere spenta… Cenere spenta sembra perché non tocca il fuoco che giace morto sotto la tenere cenere spenta… Un amore, un sorriso nella vita. Una passione svanita, strappata come un diario pieno di fiori farfalle e cuori letto in un giorno d’addio! E quel misero poeta forse sarò io? Che aspetto di scrivermi la sentenza a morte? Amore mio, penetra dentro me, Serafina, guarda quanto vuoto vive dentro. Il Silenzio mi uccide nelle notti. Notti di supplica e di dolore, tanto da strappare il buio a morsi. Tanto da calpestare il Silenzio. Da non sopportare più di sentirmi cieco di fronte la luce di un mattino senza sole… Da non sopportare più l’udire abbaiare i cani notturni. L’ascoltare i giornali radio in ogni lingua: italiano, inglese, francese, tedesco. Basta! La bocca secca e amara per il troppo vino, i rimorsi del giorno, parole bugie e rimorsi. E febbrile il mio sguardo è rivolto a Cristo. Appeso là… come carne al macello. E noi andiamo in quella macelleria di Chiesa per chiedere una bistecca di Cristo, -se costa meno me la dia pure surgelata- mentre quel macellaio di prete con il coltello delle sue parole pronto mi serve! E nel deserto della mia notte, forse fredda forse calda, la voce di quel Profeta mi grida le mie colpe. Colpe di chi è niente in questo mondo, colpe le stesse, di chi è tutto in questo mondo di strade diroccate e di cadaveri dissanguati. Dissanguati con lo sguardo verso l’alto per chiedere una Giustizia che si ripercuote contro loro stessi. L’innocente è quell’uomo che vive senza colpe in un mondo pieno di colpe. Quell’Uomo non esiste! Non ha motivo d’esistere. E quando il cancello del buio si chiude dietro me la luce del mattino non ha motivo d’essere dentro me, già stanco e senza sorriso, guardo i miei vestiti per terra, hanno l’ombra dell’odore del vino. (…) Mentre il grido d’Amore di quel Profeta può graffiare il Cielo, può strappare la luce alle stelle anche nascoste dietro le più pesanti e scure nuvole, ma non può mai scalfire la dura crosta di peccati che lo tiene prigioniero dentro noi. Rimane sospeso come il profumo emanato dal fiore del deserto, pieno di vigore, che nessuno odora. Così soffoca dentro noi giorno per giorno sotto l’immondizia che noi gettiamo. Non stupirti ma, le nostre parole, i nostri amori, i nostri sguardi, i nostri pensieri sono i fetori di ogni nostro immondezzaio che ci teniamo dentro. E nei nostri sogni vivono mondi sospesi nel Silenzio del Cielo muto e solerte e del vuoto tra il calore sudicio impastato con la terra fangosa. Così il mio sguardo angosciato in questo mondo, un mondo frutto delle mie impressioni, sprofonda nel Silenzio della luce.”
Mi sono perso nei meandri della mia piccola città, che non riconosco. Peggio ancora tra gli incubi della mia infanzia. Molto probabile sogni indotti dall’esterno, mentre dormivo in giacigli improvvisati nel negozio dei miei genitori tra elettrodomestici e televisori. Sogni e ricordi, vai a fare la differenza… Sia gli uni che gli altri hanno un’unica incognita. Come questa vita al di qua del foglio e quella al di là, hanno un unica incognita… Forse la stessa!
Cosa avrei dato quella notte dell’otto gennaio del settantasette per sapere come sarebbe andata a finire… Mentre inciampavo con la testa alle stelle, in una strana maschera intagliata nel legno con le effige di Dionisio, pieno di rancore, con lo sguardo senza occhi vendicativo fisso alle stelle, pronto a dimostrare a chiunque la sua origine divina. Ho fatto male non prenderlo in considerazione? Allora mi sono chiesto: cosa stavo a fare in mezzo alla strada pronto a fuggire da tutti, senza soldi in manica di camicia? No, non era un altro incubo, andavo via, ovunque, non potevo rimanere, ed era giusto andare via così, senza niente, avrei trovato qualcosa, qualcuno, il mondo tutto, le stelle, la notte, il giorno e mille altre cose erano miei. Fuga verso domani, quel domani che non arrivò. Fuga dal ventre del rospo, fuga dopo l’ennesima lite sbraitata piena d’incomprensioni, di parole taciute e altre facilmente lasciate uscire dalla bocca. Però finalmente un punto, una decisione: andare via. Un’apertura verso il mondo. Raggiunto d’amici all’incrocio tra la libertà e il fallimento, fui riportato indietro più debole di prima. Già il desiderio della fuga era entrato nelle veni ed è stato solo questione di tempo. Anche quella volta ci fu una arresa e quella fu mortale. Ogni ritorno rappresenta o un trionfo o un fallimento, il mio ogni volta è stato una resa senza condizioni, una sconfitta. Così presi quella maschera e la indossai, come un comune deficiente mezzo ubriaco che passeggia di notte tra il freddo e i cani randagi. Guardai tramite quegli occhi e vidi quello che non dovevo vedere, prima mille stelle che affluivano verso me e poi la stanza del serpente, il giaciglio di Cristiano e due mani che lo soffocavano. Ma Cristiano non moriva. I suoi occhi supplicavano pietà; così, quelle mani presero una bottiglia lì vicino, posata su un comodino, rompendola nello spigolo della culla e incominciarono a infliggere colpi sul piccolo petto e sul viso maciullandolo e schizzando lembi di carne ovunque. Provai orrore, paura, sgomento, profonda tristezza, profondissima pietà, distolsi lo sguardo e vidi il Crocifisso imbrattato da quel sangue, cercai disperatamente di capire di chi erano quelle mani, ma vi era buio, non riuscivo a vedere. Quando poi non ressi scaraventai la maschera a terra anch’essa imbratta di sangue e carne. Tutto era come prima, le stelle sopra di me, la strada ai miei piedi, il silenzio attorno. Fu quando mi guardai le mani insanguinate che inorridii. Mi sorse un atroce dubbio: quelle mani, quelle mani, potevano essere le mie? Ma non provavo la colpa, non sentivo dentro me alcuna colpa. Comunque non bastava, dovevo ritornare nel serpente, dovevo cercare il mio rospo, per vedere cosa era successo. Allora mi aggiravo disperatamente per trovare un accesso. Udivo da una casa blaterare un televisore a volume alto mentre vibrava l’azzurro dalla finestra, affrettai ancor più il passo, cercai con affanno indicibile qualcosa per pulirmi le mani, rovistai su un bidone d’immondizia, infine le pulii in uno spigolo ottuso di un palazzo e mentre mi adopravo alzai lo sguardo e proprio in cima, su l’ultimo cornicione se ne stava chinata sulle proprie gambe una strana figura cornuta. Quando riprese a suonare con il suo zufolo le noti del vento nel canneto capii che quelli era Pan. Figura non ostile al mio pensiero, pertanto chiesi aiuto, alzando quelle mani non ancora del tutto pulite di quel sangue innocente. “Come si può assassinare, scannare una creatura così? Quale forza mai potrà animare tale crudeltà?” Lui continuava a suonare senza tregua mentre io incominciavo a sentire la disperazione che mi assaliva, chinai il capo a terra sconfitto e ripresi: “Perché sei impassibile alla mia sofferenza?” Ma la creatura, il dio, o ciò che quella figura rappresentava non vi era più, era rimasto il vento. Quando sconfitto mi voltai per andare via, mi trovai dietro le spalle un Angelo con tutta la sua magnificenza e splendore. Provai un terrore enorme preso così di soprasalto. E in quel preciso istante quell’Angelo aveva la figura del piccolo Cristiano. Allora caddi in ginocchio aggrappandomi alle sue vesti: “Perdono per tutto il male di questo mondo, perdono per la mia vile pietà, perdono per la mia arroganza e per la mia meschinità, perdono per le mie paure, perdono per le mie bestemmie, perdono per non credere in Dio con tutto me stesso, perdono per sciupare inutilmente, senza risorsa alcuna, il pregio del Tempo, perdono per non credere pienamente alla vita, perdono per non amare abbastanza, perdono per tutte le parole che non ho detto o non ho saputo dire, perdono! Perdono!” Quando alzai lo sguardo vide il volto dell’Angelo sanguinare, allora mi alzai e fu allora che in quel preciso istante non mi trovai l’Angelo ma me stesso vecchio, con il mio grigio paltò e la mia grigia barba, la stanchezza ne gli occhi e le labbra stretti nel silenzio. Era come uno specchio e provai orrore, orrore abominevole, fuggii gridando: “No! No! No!” Correvo a più non posso per la gradinata che portava alla piazza capii che era la stessa strada che mi condusse in quella locanda dove provai il freddo della lama nel caldo del mio cuore. E lì vi era un grande portone ma sicuramente da diversi anni chiuso, nonostante ciò bussai coi pugni e i calci senza alcuna risposta. Qualcuno dall’alto di una finestra lamentava che doveva dormire: “Vai a lavarti la testa con l’acqua fresca, ubriaco!” E fuggii voltai lo sguardo sotto la gradinata e quella figura era rimasta lì, statica. Corsi verso destra e mi trovai in piazza davanti la Matrice. Mi girai attorno mentre il tocco delle campane della Torre dell’orologio faceva vibrare il silenzio nell’area. Proprio sotto la palma vi erano un branco di cani che ringhiavano attorno ad una piccola cagna bianca. Allora si scatenò una rissa furiosa e sembrò dominare uno di loro, il quale assoggettò la cagnetta tra il ringhiare degli altri cani attorno. Distrassi lo sguardo per pudore, mentre il tumulto interiore non aveva pace. Quando volsi lo sguardo vero la chiesa vidi il portone socchiuso, salii le scale e deciso mi infilai dentro, entrai nella porta laterale a destra e vi erano per terra a centro due file di candele rosse che conducevano all’altare, fin quando continuavano per le due scale che svolgevano al Crocifisso. Preso da quella luce attinsi con la mano destra nella capiente vasca in pietra l’acqua benedetta. Bastò toccarla che si colorerò di sangue. Le mie mani erano sporche dal sangue innocente. Mi avviai a centro di chiesa verso l’altare, si udivano strani rumori come porte che battevano, poi più avanzavo più scorgevo una figura seduta tra i primi posti. Quando arrivai vicino si voltò lentamente, era Paolo il rospo! Fece cenno di sedermi accanto. Io ubbidii. Lui rimase in silenzio. Io caddi in ginocchio per la seconda volta e pregai un Padrenostro che non riuscivo a terminare non ricordando bene le parole, riprendevo dall’inizio e mi bloccavo, fin quando mi arresi ho fatto il segno della croce, anche quello in maniera confusa e mi sedei sconfitto, poi mi voltai e gli chiesi supplicando: “Ch’è successo?”
“L’inevitabile…” Allargando le braccia. Aveva la pelle tesa, bianca, cadaverica, per giunta alcune macchie nere erano molto visibili.
“Spiegami, io sono terrorizzato…” E raccontai il mio viaggio onirico dopo quella risata.
“So! So!” E chinava la testa.
“Allora?”
“Allora, Donatella era entrata per combinare le sue su Cristiano, quando lo prese in braccio e lui gli disse: -Perché mi torturi?” lei lo scaraventò sulla culla e fuggì via.”
“Poi?”
“Poi entrò Loredana, vidi Cristiano che stava calmo nella sua culla e incominciò a gridare chiedendogli chi fosse e lui rispose: -Sono il tuo silenzio!- Lei sembrò impazzita e sotto gli occhi del serpente e miei fece lo scempio, povero Cristiano… Povero serpente quanto pianse impotente nella sua immobilità. L’odore acre del sangue il buio, il suo ansimare proiettarono una luce rossa sul volto di Loredana fuggì via da quella stanza. L’indomani quando mia moglie entrò e accese la luce vide l’orripilante delitto urlò così tanto che scosse il serpente nel suo intimo da rimuoverlo dalla sua paralisi e andò verso il piccolo e piangente lo baciò in fronte e nelle manine insanguinate. Fu accusato lui da quel delitto e non dissi niente a sua discolpa felice della sua redenzione, sta lì immobile, parla con Cristiano ed è in attesa di una tua introspezione prima di morire in questo ruolo ormai giunto alla fine. Loredana nega anche a se stessa quel delitto. Donatella ha visto la madre uscire sporca di sangue e si rifiuta di crederla così crudele, per lei è più semplice pensare che il padre sia riuscito a vincere la sua paralisi ed uccidere, perché è lui la bestia, l’unica bestia, e sono sue tutte le colpe di questo mondo.”
“E queste mani sporche di sangue?”
“Le tue mani sono ovunque in questa storia…”
“Ho visto me stesso… vecchio, stanco…”
“Ti voleva chiedere perdono per non averti rispettato abbastanza, per non avere creduto in te pienamente, ma tu sei fuggito. Devi imparare a non fuggire da te stesso! Fuggire serve solo ad indebolire la propria identità. Sono le identità deboli i peggiori assassini, i più crudeli e infami. Accettati, rifletti e apprezzati per quel che sei, nelle tue capacità, nella tua identità singolare, unica tra gli universi di questo Mondo. Questa esclusività ti fa Dio. E quanto possa dirtelo e rivelarti ogni particolare non sarà sufficiente. Solo tramite lo sguardo di Afrodite ti è concessa l’acqua scura della Sapienza, sta a te berla, sta a te immergerti. E tu già hai assaporato quell’eterno attimo che Afrodite un giorno ti offrì. A tutti gli uomini prima o poi capita almeno una volta, ricevere questo dono ma molti, tanti, colgono solo un semplice enigmatico sguardo di donna che forse a loro non interessa più di tanto presi dalla loro boria e miseria.”
Troppe cose il rospo mi riferì per poterle assorbile pienamente e rimasi così frastornato. Vagavo con il mio sguardo in ogni cosa, tra quel chiarore delle candele e il resto che rimaneva nell’ombra e nel bagliore dorato di qualche stucco. Riflettevo sul senso di tutta questa storia, sull’incontro tra me e lui nella vita reale e poi nel mio spazio mente. Capivo che quelle sue parole mi erano giunte ora. Quel suo sguardo piangente, quando gli lessi quella ridicola poesia mi fu chiaro ora. Ora che ho raggiunto il mio tempo, ho capito la gravità di bestemmiare sulla vita, quando la vita è lì pronta ad essere vissuta attimo per attimo.
“Vai a dormire, domani dimenticherai tutto e tutto ti apparterrà, sarà dopo che si compierà ogni evento che riemergeranno le parole, in gioco tra passato e futuro e futuro già passato. Perché, ricordati: IL FUTURO NON ESISTE! In quanto tale, perché contrariamente se qualcuno, anche Dio, potesse leggere, vedere, un solo attimo sarebbe già passato o presente e non più futuro. Vai ora per il tuo mattino senza sole, per le tue impressioni sospese. E forse in un giorno di novembre, mentre la pioggia scende leggera, Afrodite ti congederà il suo sguardo ancora una volta. Cogli quell’attimo eterno, povero scarabeo ignorante e spicca il volo nel tuo tulipano. Io ho raggiunto la mia meta, ho finalmente concluso il mio compito, pertanto abbandonerò i tuoi pensieri. Non so se mi sveglierò da rospo o morrò da uomo nella tua mente per rinascere ancora, non so quale sarà la mia meta. So solo che ti voglio bene.” Così mi guardò intensamente negli occhi lacrimevole, si alzò dolorante dal banco e s’incamminò verso l’altare, lo superò e scese da qualche parte, non lo vidi più, non appena una nuvola di vento percorse tutte le candele spegnendole ad una ad una da sinistra a destra. Rimasi in quel buio e in quel silenzio per qualche interminabile minuto, non avevo la forza, la volontà, ad alzarmi per andare via. Allora muovevo velocemente gli occhi, quando un grande serpente, il serpente strisciava davanti a destra, minaccioso, ebbi paura e indietreggiai. Ricordai quella scena, apparteneva ad un mio sogno infantile. Così presi coraggio e parlai: “Serpente, provi ancora odio verso di me?”
Il serpente si drizzò e mi fissò: “Pensi che il sacrificio di un innocente possa salvare il Mondo dal male?”
“Io ho voluto darti la pace, io ho voluto darti la coscienza!”
“Tu hai voluto darci solo la pazzia di differenziarci da gli animali, per morire nel nostro senso di colpa di una crudeltà ora non più innocente! Tu hai creato un personaggio con il libero arbitrio ed hai fallito, basta guardarti le mani… e scoprirai che l’unico ad essere veramente libero sei tu. Ora smettila! Lasciami soffrire nel mio inferno.”
“Come ti chiami?”
“Non te lo dirò mai. Rimarrà il mio segreto. Potrai solo inventartelo…”
“Potrei anche dartelo ora e quello sarà…”
“Potrai, ma non lo farai, perché così facendo, non mi avrai, totalmente, solo in parte. Chiamami serpente. Ognuno qui ha un nome tranne me, io no! Tanti nomi mi potranno dare, mi avranno dato, ma non il mio. Almeno ho questo senso di libertà.”
Guardavo la sua pelle, tra il chiaro e lo scuro vi erano tante scene, tutta la sua vita, compreso il mio suicidio ed ebbi paura. Più provavo paura più sentivo il suo istinto aggressivo, provavo paura mentre s’invigoriva percepivo che era pronto a scattare contro di me, indietreggiai verso sinistra quando mi rifugiai nello scialle nero di vecchia donna seduta lì, lei mi avvolse a se, quando alzai lo sguardo una luce mi pervase e mi accorsi che era già mattino, mi ero svegliato e non ricordai nemmeno una sola scena, parola o immagine di quel sogno. Sudato, appiccicaticcio, con la bocca amara e impastata per il vino che avevo bevuto, la radio era rimasta accesa tutta la notte. Un cerchio alla testa tanto che appena alzato ricaddi nel letto. Ero in ritardo, mezzo svestito prese i libri e corsi a più non posso, non ce l’ho fatta ho perso la corriera.

VIII

Ora colgo il senso delle mie parole che come chicchi di grano non sono morte in queste pagine ma divenute spighe alte pronte ad essere raccolte, recise da falci affilate roventi al sole.
La storia continua, ed è giusto così. Loredana con la sua ombra interiore paurosamente immensa che non vuol vedere, nel pieno della sua attività sociale e religiosa. Daniela da quel evento ha riacquistato la misura della relazione con la vita e avvolte riesce a provare ad uscire fuori il suo guscio. La moglie di Paolo ormai non ha più paura a rimanere da sola, non avverte più presenze. Il serpente è stato rinchiuso in un ospedale psichiatrico criminale. Floriana non si sa più niente, forse un giorno tornerà. Cristiano è stato seppellito accanto al nonno Paolo. La vita non è altro che un semplice punto di incontro d’identità per poi riprendere ognuno la nostra meta per altri punti d’incontro chissà dove, o per meglio dire chissà quando.
Io? Io ho trascorso i miei giorni dal quel 1977 uno per uno fino ad oggi, rammaricato per questa banale storia borghese con due delitti, forse avrei potuto fare di meglio… Ma ho ricavato degli insegnamenti straordinari come il fortificare la propria persona, la solitudine e l’innamoramento, l’amore e la passione.
Ho scritto abbastanza su tutti questi argomenti, ma voglio almeno rimarcare che bisogna rispettare se stessi, volere bene a se stessi, più degli altri, e con questo non consiglio l’egoismo ma l’altruismo più estremo, perché solo amando se stessi si può amare veramente il prossimo. Rispettare se stessi a volte è molto difficile, perché questo rispetto induce a scelte abbastanza scomode, come: la libertà di pensiero, l’accettazione delle proprie mediocrità, l’ascoltare il proprio silenzio, per poi riuscire a vivere soli senza avere paura delle proprie ombre. Quando si riesce ad accettarsi, solo allora il relazionarsi con gli altri è senza compromessi di sorta. Nessuno sguardo ti potrà fare abbassare il tuo, nessuno potrà offenderti nella tua umiltà. Così è più difficile sbagliare.

LO SGUARDO DI AFRODITE

L’esperienza che mille artisti e pensatori di diverse epoche hanno soffermato le loro attenzioni è lo sguardo di Afrodite. Da quello sguardo l’uomo comune o sofisticato che sia nel suo pensiero, subisce una rivoluzione radicale. Il Mondo tutto non è più come prima, ha colori diversi, ha significati diversi, sembra che il cielo di carta che avvolgeva ogni cosa si rompa lasciando intravedere la magnificenza dell’Immenso. Sono sicuro che è successo a tutti quanti gli uomini di questa terra. Mentre se ne sta per le sue cose, tra i suoi pensieri, tra le proprie miserie, ecco sentirsi attratti da uno sguardo di una donna, una fanciulla, non ha importanza. Quello sguardo, non è obbligato che sia nelle sue intenzioni, ma quello sguardo, che dura meno di un secondo, quello sguardo… è una apertura verso qualcosa di sconosciuto, d’Immenso, un mare, che dico, un oceano di acqua amniotica dove se si ha la fortuna d’immergersi dentro ne rinasci padrone della conoscenza. Quello sguardo meno di un secondo è l’unico contatto con il trascendente, dura meno di un secondo, perciò bisogna essere abbastanza accorti, non conta ciò che succede prima, o dopo, solo quel istante.
So che il serpente mi direbbe che tutto non ha niente a che vedere con il trascendente, che è una questione biologica, chimica, un semplice consenso, della femmina al maschio. L’accensione di un interruttore e tutto compreso nel gioco delle parti, di questo strano mondo senza cieli di carta, solo strati di atomi in una torta senza fine. Ma io non sto a sentirlo, non voglio ascoltarlo e non fatelo nemmeno voi.
Chissà quante volte possa capitare ad un uomo? A Dante la sua Beatrice lo portò così profondamente da scrivere divinamente le pagine del Paradiso. Poi Beatrice continuò la sua storia di donna. Quello sguardo non è la passione, non è l’innamoramento, anche se può capitare pure questo. E’ Afrodite che s’impossessa di quella donna e fa dono della sua sapienza ch’è nella bellezza delle cose, nella vita di ogni cosa, è la luce che non tramonta mai. E’ Maddalena che guardò Issa e sciogliendosi i capelli asciugò i suoi piedi con l’essenze più pregiate. La principessa della tribù di Beniamino, ultima detentrice dei misteri della Dea Madre sposa dell’ultimo discendente della stirpe di Davide, in un antico rituale tra la Madre Terra e il suo Re.
Lo sguardo di Maria nel mio sogno infantile dentro la chiesa Matrice, quello sguardo che mi squarciò il cielo della paura per farmi uomo. Io non capii tutto, ma bastò quel poco a rendermi libero dal serpente. Eppure è stato un sogno e basta, eppure è durato meno di un secondo ma è bastato.
Lo sguardo di Serafina, da una sua inconsapevole volontà, seminò in un giorno di piena apatia l’eterno attimo. Ed è da stupidi ricercarlo ancora negli sguardi delle donne tutte, anche da lei stessa, scambiando occhiate e anche consensi, passionali e non, perché lo sguardo di Afrodite non ha niente a che vedere con il resto del Mondo. Lo sguardo di Afrodite ti seduce e in quella seduzione che molti annegano nella banalità, altri riescono a percepire la Sofia. La conoscenza è per tutti, perché rimane nell’intimo, non ha bisogno di trovare parole, tanto non bastano, l’uomo si bea di sapere perché finalmente ha squarciato il cielo dell’apparenza. La sapienza non è la verità. La Verità è da presuntuosi cercarla. La Verità è molteplice, complessa, non è una. Anche se la passione non travolge, il corpo di lei sostiene il suo sguardo, i suoi occhi sono portatori, il tuo corpo riceve e i tuoi occhi divengono percettori. Lei va fiera, indifferente per la sua via, lasciandoti il tumulto interiore. Grazie allo sguardo di Afrodite vieni invitato a partecipare alla gioia, alla grande festa del Mondo. Accetta l’invito, con il sorriso, con umorismo, perché è così che Afrodite ti vuole. Scriverei ancora e ancora, sarebbe tutto inutile… è solo una esperienza da vivere e da non lasciarsi sfuggire.
“Aeneadum genetrix, hominum divomque voluptas, Alma Venus, caeli subter labentia signa
Quae mare navigerum, quae terras frugiferentis
Concelebras, per te quoniam genus omne animatum
Concipitur visitque exortum lumina solis;
Te, dea, te fugiunt venti, te nubila coeli
Adventumque tuum,tibi suavis daedala tellus
Summittit flores, tibi rident aequora ponti
Placatumque nitet diffuso lumine caelum
Nam simul ac species patefacta est verna diei….”

FINE
Siculiana, 10 Maggio 2006


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giovedì, 04 maggio 2006
UN PEZZO DI PANE

I

Il lungo treno attraversava la notte e le foreste del Canada, dentro si udivano grida e risate, in quel 27 di dicembre del 1954.
Saro Jacono se ne stava avvolto nel paltò e udiva il vociare da gli altri scomparti, quasi passivamente. Portava bene i suoi quarantasette anni, anche se già era stempiato, longilineo, con occhi felini, mente prominente, una naso perfetto e due pupille castano scuri che si muovevano vivaci. Le lunghe dita e il tono profondo della voce completavano il suo aspetto nobile. Da buon siciliano non aveva mai staccato il cordone ombelicale dalla sua Terra, solo che ne soffriva in silenzio come un amore segreto.
Ritornava a Detroit da Toronto, dove era andato a passare il natale insieme a dei paesani, quasi spinto dalla moglie che non volle andare, rimasta sola a casa.
Dopo trenta anni si era rincontrato con il suo lontano parente e amico d’infanzia. L’unico con il quale manteneva una assidua corrispondenza, oltre che con la madre, ma con molta meno frequenza. Ogni dialogo o cosa scritta gli sembrava così ovvia che era inutile, perciò quando si trovava di fronte ad un foglio bianco ci si smarriva dentro, come in un grande deserto, quando poi trovava il sentiero del ritorno era già passata una abbondante mezzora; e buttava giù una frase ovvia e convenzionale, si fermava, la rileggeva e gli sembrava la più banale e inutile che abbia mai scritto, strappava il foglio in tanti pezzettini da sembrare coriandoli, li ammucchiava e riprendeva a leggere il libro di turno. A lui piaceva leggere di tutto, era assetato di sapere. Dall’infanzia mille perché chiedevano risposte. Erano dei perché pesanti che lo tenevano con i piedi per terra, erano perché che gli avevano fatto fare delle scelte di vita e che avvolte gli avevano tenuto il cuore stretto e chiuso.
Saro stava lì, pensava suo cugino: quasi il suo opposto. Si era sposato, aveva messo su una grande famiglia, già aveva avuto nipotini dalla figlia più grande. Lui non si era creato grandi perché, viveva la sua esistenza così, come si presentava, assaporando istante per istante, per i grandi eventi interveniva il suo fatalismo, puntuale e risolutore.
A Saro piaceva questo cugino, lo divertiva ascoltarlo, seguirlo per tutte quelle vicende di vita quotidiana. Anche perché, il cugino conosceva il suo punto debole: la Sicilia, il paese! Perciò, ogni tanto narrava le novità che arrivavano da laggiù. Sarò le leggeva, le rileggeva e non dava mai risposta. Ma suo cugino sapeva che quello era lo zuccherino che non lo faceva staccare da lui e con discrezione sparava qualche notizia con quel suo siciliano italianizzato, forse un nuovo volgare.
Questo parente alla lontana, lo sentiva più di un fratello e dopo tanto tempo aveva proprio voglia d’incontrarlo.
Quel natale del ’54 lo ha portato indietro nel tempo, i profumi, i sapori, le frasi, gli ricordavano l’infanzia, la sua terra e ogni minuto vissuto lì. Sembrava che un aratro solcasse il cuore arso e duro come la terra della Sicilia a luglio.
Saro era in quello scomparto tutto solo, come sul treno della vita che dal passato lo portava al presente fatto di silenzio e ticchettii d’orologi, da quello appeso al salone di barbiere a quello del suo studio, oppure della sala di pranzo. Le conversazioni con la moglie erano striminzite e semplificate, ma a lei bastava averlo accanto, sapeva che il suo silenzio non era cattivo. La mancanza di figli in una casa provoca un silenzio abissale, ma lui voleva così e lei non si opponeva, era talmente felice d’averlo accanto che ringraziava il suo Dio giorno per giorno.




II

Dalle altre cabine arrivavano risate e baldoria, frasi che inneggiavano l’arrivo di un nuovo anno carico di nuove speranze. Dalle voci erano sicuramente dei giovani e avevano tutto il diritto di sperare nel futuro. Saro meditava: “Cosa mai potrei sperare per il mio futuro?” Lui lo sapeva bene, ma non lo confessava nemmeno a se stesso. Sperava di ritornare in Sicilia, chissà quante volte aveva già sognato di esserci tra le viuzze del suo paese, o respirare l’aria fresca del primo mattino mentre andava a raccogliere le ficodindia. Ancora nel suo intimo sognava di rivedere il volto di suo madre, sentire la sua voce, odorare l’aria della sua casa quando si svegliava la mattina di natale. Si sentiva un esiliato a vita ma con rassegnazione, solo una fitta ogni tanto nel cuore per un po’ e poi basta. Scavando ancora più in profondità, sperava di ritrovarsi nella chiesa Matrice del suo paese per essere a cospetto del simulacro del Santissimo Crocifisso, a tu per tu. Questa speranza era la più intensa, gli faceva aumentare le palpitazioni e le guance gli si coloravano di un rossore intenso. Il nero della notte fuori dal finestrino lo avvolgeva come il buio della chiesa, mentre comparve un immagine di prete, sobbalzò dal suo posto per lo spavento emettendo un urlo soffocato. Ci volle un bel po’ per riprendersi, così sconvolto con tutto sotto sopra.
Il sacerdote entrato nello scomparto si era spostato da quello dove vi erano quei giovani chiassosi e siccome facevano anche qualche sconcio di troppo, si trovò fuori posto e andò via. Aveva intuito dello spavento preso da quel passeggero avvolto chissà in quali pensieri, tutto solo in quella cabina, e si scusò vivamente così presentandosi: “Don Ignazio Donati”. Aveva un’aspetto tipico da prete, in particolare quegli occhiali dorati e tondi, di carnagione bianca, con due guance vermiglie, le orecchie caratteristicamente sporgenti, una più rossa dall’altra, gli occhi di un celeste chiaro, non superava il metro e settanta ed era abbastanza su di peso. Certo, guardato con attenzione non faceva tanta impressione, ma in quell’istante e con l’abito talare l’effetto è stato tanto.
“Piacere, Rosario Jacono”.
Don Ignazio: “Siamo paesani, anche lei è Italiano!”
“Sono Siciliano”, specificava sempre la sua sicilianetà anche con gli altri italiani, con un certo orgoglio, aveva seguito attentamente i moti indipendentisti degli ultimi anni in Sicilia. Don Ignazio, piemontese, provò un certo imbarazzo e dopo due interminabili minuti riprese: “Il mondo è piccolo, eh? Due Italiani s’incontrano per caso in un treno diretto a Detroit; il mondo è veramente piccolo!”
Saro, non abituato a rispondere, questa volta si è visto provocato e non ha potuto fare a meno di dare una smentita, sembra che quel prete gli vada a toccare tutti i punti nevralgici e quasi fra i denti disse: “Il mondo è piccolo per chi ha soldi, ma per i poveri il mondo è così grande tanto da morire in terra straniera con il sogno di ritornare nella propria patria.”
Don Ignazio, abituato a scavare negli animi della gente, questa volta gioca a carte scoperte e subito scaricava un suo sospetto come un pensiero a voce: “Ma lei è un separatista?”
Saro da poco aveva provato lo sconforto della strage di Portella delle Ginestre, come un sogno infranto, come anche la dissolvenza del suo mito Salvatore Giuliano, fatti che aveva seguito da lontano dalla stampa americana come un film, come un romanzo d’appendice, tanto da immaginare anche la fine, ormai inevitabile fine, in quella terra fatale di Sicilia; Fato? Od oscura regia? Non gli diede risposta, ogni risposta era dubbia e banale. Passarono più di cinque interminabili minuti. Don Ignazio sembrava attendere ancora la risposta, mentre Saro era tornato a guardare il nero del finestrino.
Don Ignazio rimase a scrutarlo da dietro gli occhiali, come un cane che non molla l’osso, così contrattaccava: “Sicuramente ha sentito parlare di Giuliano, vuole separare la Sicilia dall’Italia e farla diventare americana, eh! Crede possibile?”
“Giuliano vuole il benessere americano in Sicilia! La libertà americana in Sicilia! E non lo sfruttamento piemontese in Sicilia!”
Don Ignazio era contento di quella risposta, gli sembrava di essere riuscito a scardinare il guscio di quella persona di aspetto così nobile, misterioso e altero, così incalzava: “Insomma, lei è con Giuliano?”.
Saro, ormai ha scongelato il suo interiore e con molta amarezza affermava: “Se avessi più dignità di me stesso sarei in montagna con lui”
“Ha assassinato altri Siciliani come lui, inermi contadini con la sola colpa di essere comunisti!”
“Lo sapevo già, che lei voleva arrivare a questa conclusione. Ma io non credo alle verità servite ben confezionate nella carta ovattata come un uovo di pasqua, perché nascondono sempre una bella sorpresa! Ma lei è un prete –poco curante di una dinastia nazionale o d’indipendenza politica, accetta tutti i governi che gli concedono il libero esercizio del suo culto e non facciano violenza ai suoi costumi… …come patria la sua legge-.”
“Renan”
“Bravo!”
“Noi preti vogliamo la libertà dell’uomo, portando a conoscenza la Verità in Cristo per la Vita Eterna”
“Quanti popoli, quante nazioni sono state distrutte in nome della sua Verità, in nome della croce? A voi preti non interessa poco la conversione spirituale dell’uomo, ma soprattutto la conversione dei costumi, delle usanze, al vostro modo di pensare. E chi non è con voi è un selvaggio, un immondo assatanato da eliminare! –Anziché preoccuparvi di contare quante più teste di cristiani: lavorate fra la gente, in silenzio; e lasciate che sia la vostra opera la discreta testimone dei vostri meriti. A che scopo ostinarvi a convertirli?- Se non lo conoscete questo è Gandhi: il padre dell’indipendenza indiana!”
“Noto che a lei piacciono molto gli enunciati. La verità è molto più complessa. La Chiesa è fatta di uomini e gli uomini avvolte sbagliano. Quello che conta è il messaggio cristiano di Amore e di fratellanza. E su questo non ci piove! I missionari sono andati a patire la fame il freddo e l’orrore della morte in posti lontanissimi e sperduti, spinti dall’amore per il prossimo, spinti dalla loro fede in Cristo!”
Ormai il dialogo aveva preso fuoco e si notava il viso di don Ignazio diventato una unica macchia rossa, quel guscio che era riuscito a scardinare è stato come una bomba esplosa in mano che lo colpiva in pieno tanto da fargli perdere per un po’ il suo autocontrollo. Don Ignazio pensava che questo Siciliano non era il solito parrocchiano che veniva magnetizzato dalla sua voce nelle sue prediche, così largiva le offerte in base all’effetto delle sue parole e poi quelle sue labbra sottili spezzavano parole dure, taglienti e nuove.

III

Don Ignazio ricordava quei suoi dubbi quando aveva preso la grande decisione, solo nel casolare di campagna, dove era nato insieme a gli altri cinque fratelli e due sorelle.
Aveva poco più di quindici anni e quel mondo dove viveva incominciava a venirgli stretto. L’unico libro che vi era in quella casa l’aveva già letto, la Bibbia, tutto! E incominciava a rileggerlo in alcune parti. Questa sua applicazione era motivo di vanto per lui e per la sua famiglia con il prete che veniva a dire messe nel borgo. Don Paolo gli diceva: “Ti vuoi fare prete? Per entrare in seminario ti aiuto io”, mentre prendeva una pizzicata di tabacco di naso. Un grosso naso tutto pieno di vinaccioli. Ignazio non rispondeva, guardava solo quel naso e nella sua mente s’affollavano le migliaia e migliaia di parole e di frasi che aveva letto nella Bibbia e non aveva capito e continuava a leggere sottovoce meccanicamente, doverosamente, insistentemente. A casa gli altri fratelli già lo prendevano in giro.
Una domenica sera rimasto solo nella stalla trovò nascosta, sotto una balla di fieno, una rivista con una prima pagina dedicata ad una donna tutta formosa, una di quelle –Signorine Grandi Firme-, si è sentito turbato, preso da un eccitazione nuova, vibrante e con la mano accarezzò quel corpo tutto in quella figura. Aveva scoperto il sesso, in tutto il piacere che istintivamente, come una reminiscenza, conosce come sapersi provocare. Dopo era rimasto solo un grande senso di colpa. Si sentiva in colpa, terribilmente in colpa ed aveva passato qualche notte in bianco pensando il nasone di don Paolo la prossima domenica in confessionale.
La domenica arrivò in un batter d’occhio e a testa bassa, con tutto il peso della sua colpa, prese il sentiero per il borgo. Aspettò il suo turno per confessarsi, quando entrò in confessionale s’inginocchiò come in un patibolo. Sembrava che i parrocchiani che prima lo avevano ammirato ora lo scrutavano dentro e leggendo il suo peccato lo guardavano con sdegno. Quando Ignazio incominciò la confessione, di tanto in tanto sbirciava alzando leggermente lo sguardo e notava con sorpresa che don Paolo non sembrava turbato e i suoi occhi semichiusi, il suo nasone giù, significava poca cosa; se fosse stato in posizione lineare allora il peccato sarebbe stato più pesante, invece se gli occhi fossero stati sgranati e il nasone in su, si sarebbe trattato di peccato mortale. Tutti i parrocchiani ormai erano pratici a capire i peccati di chi si confessava spiando gli atteggiamenti di don Paolo. Ignazio si ricordava di ben due volte il naso all’insù di don Paolo, quando la Rosa confessò la sua gravidanza prematrimoniale e quando Vanni confessò l’uccisione del proprio fratello andicappato. Don Paolo, invece, con tono pacato, gli disse che era ora di decidersi, perché il Signore lo stava mettendo alla prova. –Metti al rogo quella rivista, perché era stato il diavolo a fartela trovare-.
Ignazio, ritornato a casa pensava quelle parole e la prima cosa che fece prese la rivista, uscì fuori e non facendosi vedere gli diede fuoco. Quella prima pagina si accartocciava tra le fiamme, poi un leggero fatale vendo la strappò dalla rivista e dondolandola sospesa in aria, la trascinò dentro la stalla tramite un portellone aperto sopra la porta, la seguì e vide dentro le fiamme dell’inferno nella paglia. Ricordava lo sgomento, le urla chiamando aiuto, e la prontezza d’avere condotto fuori le due mucche, non accorreva nessuno. Le fiamme ormai erano alte e i legnami del tetto ad uno ad uno cadevano giù. Il fuoco minacciava la casa accanto. Ignazio incominciò a implorare il Signore che non bruciasse, cadde in ginocchio, con tutta la colpa che sentiva dentro, pregò piangendo, quando due gocce d’acqua gli bagnarono il viso, guardò verso l’alto, il cielo e da lì arrivò a catafascio l’acqua che spense il fuoco sentendo mille brividi nella sua pelle concependo quell’intervento benedetto di Dio che aveva vinto Satana! In quell’istante decise irrevocabilmente. Poi, al seminario scoprì che il masturbarsi, forse, era l’atto meno peccaminoso di un seminarista. Ma il suo punto fermo nella fede era stata quella pioggia provvidenziale, come ne-I Promessi Sposi- del Manzoni.

IV

Saro interpretava negativamente quel silenzio di don Ignazio. Dove lui si era rifugiato nella memoria di quell’episodio che aveva determinato la sua vita. Nelle sue orecchie echeggiavano le ultime parole del prete: -Fede in Cristo, fede in Cristo! FEDE IN CRISTO!- Pensava quanti morti, quanto sangue per questa fede in Cristo. Nella mente di Saro passavano rapidamente le immagini di tante pagine lette durante gli anni sull’Inquisizione, sulle Crociate, pagine di negata libertà, di strapotere dell’Impero Romano, ultimo erede la Santa Chiesa. Poi dava un rapido sguardo a don Ignazio, ancora con le macchie rosse sul viso mentre aveva lo sguardo rivolto ai primi chiarori di una notte che andava via più veloce del solito verso un nuovo giorno. Saro sperava che il giorno in arrivo fosse veramente uno nuovo diverso da tanti altri che aveva visto arrivare puntualmente sena colore, senza… …-Fede in Cristo!-
Quanta fede in Cristo al suo paese aveva nella sua tenera età; quante preghiere rivolte con amore a quel Cristo Nero, che lo guardava dall’alto della croce tra le lampadine accese… Quanta fede in Cristo… Quanta e pura come la fede di un bambino!
La sua mente rigurgitava pensieri attaccati l’uno all’altro come una collana di perle. Pensava il giorno della Prima Comunione, che giorno importante! E come si era preparato con diligenza studiando –le cose di Dio-, ripetendole all’arciprete a memoria, spesso comprese poco e male, ma dette come formule magiche, ma tanto in chiesa sembravano tutte formule magiche e poco comprese con quel latino. E nella funzione dell’eucarestia il sacerdote abbassava pure la voce. Tutti chinavano la testa per timore, per rispetto, per rito.
Gli tornava alla mente lo sguardo di Ninetta, mentre dall’altra fila lo guardava con quei suoi occhi neri e quelle ciglia disegnate, quel viso chiaro e dolce, la sua voce soave e quei suoi dodici anni.
Una sera era andato alla serata prematrimoniale di un cugino e lei era pure invitata, è stata una delle serate più belle della sua vita! Era il grande magazzino dove don Blasi richiudeva il frumento e quando era vuoto veniva affittato per questi festeggiamenti. I giovani s’incontravano lì si adocchiavano e poi si delegavano le famiglie per espletare il fidanzamento.
Ricordava u zzu Carmini con la chitarra, Filippo con il mandolino, Nenè con il clarinetto e Pasquali Cavaddu con tamburello cantava, il quartetto eseguivano ballabili uno dopo l’altro. Ebbene, quella sera, con audacia, Ninetta era riuscita ad avvicinarlo e a offrirgli delle fave e dei ceci abbrustoliti dei suoi, dicendogli: “Sasà, li pigliavu pi tia, li vo?” A Saro il cuore gli palpitò così tanto da sembrare impazzito! Che serata straordinaria, felice, lei lo guardava, gli sorrideva. Prima di addormentarsi, ogni sera, ne consumava uno, lasciando che la fava o il cece si sciogliesse da solo in bocca, pensando a lei.
Ricordava l’ultima fava che teneva stretta in pugno, quando partiva dal paese nel buio di un’alba che non avrebbe visto il sole illuminare i tetti del suo paese, come non avrebbe più visto il viso di lei, mentre il cuore si stringeva tanto da fargli male, così stringeva nel suo pugno quell’ultima fava. Ricordava il sordo rumore dei loro passi per la stretta via dove vi era la sua casa, la luna era, completa, impassibile a tanta tristezza e invece l’abbaiare dei cani rispondeva a quell’addio.
Quando poi la nave incominciò ad allontanarsi dal porto di Palermo e la terra incominciava a scomparire all’orizonte gli sembrava che parte della sua pelle era rimasta appiccicata in quella Terra di Trinacria, ora così lontana, ora non più. Saro non riuscì a trattenersi ancora cosi mentre le lacrime solcavano il suo viso prese quell’unica fava e la imboccò. La succhiò, come aveva fatto, così gli ritornò alla mente lei e i suoi capelli sciolti lunghi ricci nerissimi, il suo sguardo sorridente e penetrante, il dolce e soave suono della sua voce nel canto dentro la chiesa. Intanto che quella città di ferro che galleggiava in un mare infinito lo portava lontano. Come è grande il mondo per i poveri! Che grazia aveva Ninetta e come ballava bene quella sera, quanta armonia nei suoi movimenti, ma la musica incominciava ad abbassarsi, tutto piano piano si sbiadiva e dal finestrino rispuntava il suo viso invecchiato come il fantasma di se stesso.
Il tempo non aveva cancellato quella fanciulla, anzi l’aveva mitizzata, però togliendo ciò che poteva avere di umano, la sua immagine era trasparente, piena di luce. Quella stupenda luce del sole di Sicilia. Fondendola in una unica entità, la Terra e lei, la Sicilia e lei. Con il passare del tempo lei e la sua Patria erano un tutto uno. Un unico ricordo, una unica voglia, un unico amore, un unico sogno. Da quando consumò quell’ultima fava, quell’ultima fava reale che lo collegava a quella lontana realtà.
La luce, i colori di quella Terra lontana, erano un ricordo che ritornava solo in sogno. Un sogno, non dove Saro dormiva, ma dove rimaneva sveglio con una fitta nel petto e l’amaro in bocca. E’ questo essere un Siciliano all’estero? E’ questo un emigrante Siciliano? Per Saro lo era! Come scrollarsi di dosso quella polvere della Terra di Sicilia entrata nei pori della pelle il primo attimo appena nati come un battesimo di fuoco? Tanto da fare riconoscere in ogni Siciliano questa sicilianità ovunque e da chiunque.
La presenza di quel prete in quel piccolo spazio della cabina in quel preciso contesto, dopo il ritorno da Toronto dove aveva fatto il carico pino di nostalgia a casa del cugino, ha risvegliato il ricordo più forte della sua vita, quando litigò con Dio, il suo Cristo Nero.

V

Don Ignazio, quasi con stizza e risoluzione, fissa Saro dicendogli che a questo punto non si può rimanere più in silenzio, la conversazione doveva continuare!
Saro chinò la testa come acconsentire, lo guardò intensamente negli occhi e gli disse: “Ormai è inevitabile non arrivare ad una conclusione, ad un confronto ancora più approfondito, non dirci più niente è come fermare questo treno in corsa e così non arrivare a nessuna destinazione!”
Don Ignazio, con franchezza: “Credo che lei è un ateo, un mancia preti, un comunista, un massone; uno di questi o tutti questi messi assieme! Ma come può rifiutare la possibilità di una vita oltre la vita? Come può rifiutare la possibilità del Paradiso?”.
Saro, quasi con un sorriso di compiacimento, non smettendo di fissarlo, chinò la testa verso destra e rispose: “Non sono nessuno di questi! Penso che il Paradiso non sia altro ciò che ognuno di noi ha nel proprio in coscio come ricordo della nostra vita dentro il grembo materno. La luce che filtra soave, i tenui colori, i suoni mai acuiti, né freddo, né caldo, alimentarsi senza mai esasperarsi, vivere dentro l’essere che si ama di più, riconoscere la sua voce, la propria madre, il proprio Creatore! E’ proprio lì che abbiamo creato Dio a nostra immagine e somiglianza! Poi, appena nati si ha contatto con il freddo, il caldo, la luce accecante, i colori aspri, i rumori assordanti, il taglio del cordone ombelicale, il dolore, il distacco dalla madre, il bisogno d’amore, la FAME! Un vero Inferno. Il Paradiso e l’Inferno: la vita!”
“Ma in quale libro maledetto l’ha letto questa diavoleria?”
“Lei sbaglia ancora una volta. E’ frutto del mio pensiero, di un mio semplice ragionamento”
Don Ignazio, prende il messale e con tutte e due le mani lo porge in avanti come un’offerta: “Noi siamo carne, ma il nostro pensiero? (Con voce cambiata quasi stridula) La materia inerte e la vita che nasce da essa? Questa vita stessa?”
“Lei che ha la fede dovrebbe darmi delle risposte, non io, visto che ai suoi perché ha messo una toppa. Il pensiero è ciò che ci distingue dalle altre bestie! Ogni bestia segue l’ordine naturale del mondo, solo l’uomo è trasgressore, perché pensa. Secondo me, il pensiero è la pazzia animale dell’uomo. L’uomo è diverso da gli altri animali, perché è un malato mentale, un pazzo pericoloso! (Prendendo con tutte e due le mani il messale sospeso in aria dalle mani del prete) E tutto questo è semplice pazzia. Parola per parola una pazzia. PAZZIA!”
Don Ignazio ritira bruscamente il libro, in senso di protezione da quell’individuo così misterioso: “Tu, sei il diavolo in persona!” Negli occhi aveva paura, si era ritirato nell’angolo quasi sconfitto dall’orrore.
Saro con un sorriso bonario e rassicurante: “No, stia tranquillo, non sono il diavolo! O almeno credo, eh, eh, (ridacchiò). Penso che il diavolo, in quanto tale, nega l’esistenza di Dio, in quanto essendo prima angelo, anzi il più lucente e il più vicino a Dio, perciò materia divina, non essendo pagani possiamo affermare nell’unicità dell’Essere Dio, Dio stesso. Questo angelo, Dio stesso, provò superbia, male imperfezione. Questo inciampo teologo porta l’equazione Dio a zero. In quanto questa imperfezione nega la stessa perfezione. La perfezione non permette imperfezione. Senza perfezione non c’è Dio, non può essere perfezione e imperfezione: 1 - 1 = 0! Caro prete, ZERO!”
Don Ignazio da quello ‘ZERO’ prendeva coraggio, perché capiva che era un uomo in crisi, aveva davanti un uomo che deduceva. La Chiesa Cattolica è figlia della deduzione e non del pensiero anarchico anticlericale di Cristo, così con tono pacato rispose: “Andiamo con ordine e scopriremo che in molti punti siamo d’accordo. Primo (afferrando l’indice della mano destra con la sinistra): anche la Chiesa dà il proprio messaggio naturalistico, dal mille e duecento con San Francesco d’Assisi! Tutto il creato, ogni creatura è nostra sorella. Noi tutti dovremmo seguire l’esempio degli uccelli e dei fiori e non la pazzia umana di correre verso falsi valori come: l’arricchimento, l’avidità, la supremazia e l’odio. (Afferra il medio allo stesso modo) Secondo: il male è la stessa prova della perfezione e dell’esistenza di Dio stesso. Un mondo senza male non darebbe all’uomo la possibilità di scelta, non darebbe il libero arbitrio di scegliere Dio: la via del Bene. Senza il male l’uomo non sarebbe altro che un automa, senza vita propria. Invece può scegliere tra il bene e il male, tra l’essere e il non essere, tra la luce e il buio. Questo rende l’uomo simile a Dio, a Sua Immagine e Somiglianza, perciò perfetto! Il male è stato un atto d’Amore di Dio!”
Saro, per niente scalfito da quelle deduzioni: “E’ un modo di vedere le cose, un punto di vista, come le ho già detto, ogni uomo crea il suo Dio a propria immagine e somiglianza. Lei crederà sicuramente ai miracoli? Io asserisco che, se solo un miracolo, solo uno, sia mai avvenuto per opera di Dio, quello stesso miracolo nega l’esistenza di Dio stesso, perché va a infrangere ‘quell’atto d’Amore’, la regola fondamentale dell’esistenza: il libero arbitrio, operando un qualsiasi miracolo, quell’essere umano non ha più altra scelta che credere in Dio obbligatoriamente, in quanto rivelatosi, perché alcuni si e altri no, questa possibilità di norma? Allora essendo tutti uguali di fronte a Lui, per ognuno di noi dovrebbe esserci un intervento divino, una possibilità di redenzione, togliendo così la libertà e restando così il burattino uomo! Oppure l’atto ingiusto di premiare alcuni e condannare altri preventivamente. Dio giustissimo non può essere ingiusto.”
“Ma l’uomo ha visto con i propri occhi e non ha creduto, ha toccato con le proprie mani e non ha creduto, ha ascoltato con le proprie orecchie, non ha creduto! L’intervento di Dio verso le proprie creature è Amore. Dio è Amore!”
“Bene e allora le dico chi sono io. (Ben determinato) Un Bambino che ha litigato con il suo Cristo Nero. Un simulacro di ottima fattura in legno di leccio, forse bizantina di origine incerta, con un espressione di perdono e di abbraccio per tutti nell’attimo mentre spira. Con l’ordine notarile preciso di festeggiarlo il tre di maggio di ogni anno. Per noi paesani quella immagine ha un significato che va oltre il valore della rappresentazione cristiana, vi è qualcosa di arcano e arcaico che incute rispetto e devozione. La fede nel Cristo Nero, come in ogni santo nero in altre località siciliane, è prima della venuta di Cristo e continua ancora oltre qualsiasi credo. Orbene io bambino, con tutta la fede che avevo nel cuore, tanto che mi batteva forte ogni volta che mi avvicinavo al simulacro del Cristo Nero, un giorno, con la fame che mi veniva di piangere perché avevo sentito l’odore del pane appena sfornato da una cesta in testa ad una donna che la portava appena uscita dal forno. Ma non avevo speranza di mangiarne un solo pezzetto di pane quel giorno, la mia famiglia era in campagna e casa vi erano solo delle trecce di fichi secchi. Dovevo aspettare il calare del sole per un po’ di minestra, ma di pane assolutamente non se ne parlava. Desideravo un pezzo di pane. Io ero un bambino che desiderava un pezzo di pane, un semplice pezzo di pane. Non c’è la ho fatta più a continuare a giocare e allora andai in chiesa, entrai, grande, maestosa, con gli stucchi, i grandi quadri, le statue, le madonne dentro le urne di vetro. La chiesa era un po’ buia e deserta, si udiva rintonare qualche leggero rumore, forse erano i piccioni sopra il tetto, o qualche eco lontano. Con tutta la fede nel cuore e tutta la fame nel corpo mi avvicinai al Cristo Nero, salendo tutti i gradini, con il cuore che mi palpitava a più non posso, lo guardai in viso e lo pregai intensamente di farmi trovare un pezzo di pane sopra al tavolo di casa mia. Lo abbracciai per le gambe e con devozione lo baciai ai piedi, sentivo la certezza che sarei stato esaudito perciò lo ringraziai. Scesi e di corsa mi avviai a casa aprii la porta e un triangolo di luce si allungò illuminando il tavolo, ma sopra non trovai niente e niente appariva in seguito. Allora mi misi a piangere, a singhiozzare, perché io credevo veramente e non avevo mai peccato, ero puro, eppure il Cristo Nero non mi ha ascoltato! Allora ripensai la statua, particolare dopo particolare, ma nella mente la vidi fredda, una statua e basta! Mi trovai per la prima volta solo, senza Cristo e senza fede, con tanta rabbia nel cuore. E anche se quel giorno colmai lo stomaco di fichi secchi svuotai la mia fede per sempre!” Saro si sentì meglio fisicamente aveva confessato a quel prete il suo segreto più intimo, aveva sfogato finalmente la rabbia che da bambino gli aveva cambiato la vita, aveva condizionato tante scelte, ora si sentiva meglio, quasi rinascere. Perché non aveva mai parlato prima con nessuno? Perché? Perché ora si?
“Cosa ne sarebbe stato di te se avresti trovato quel pezzo di pane sopra il tavolo? Avresti perso la libertà di scegliere Dio!”
“Ma io avevo scelto Dio e con tutta la purezza di fede che vi può essere in un bambino! Per me Dio era Verità assoluta!”
“Io sono prete per una stupida coincidenza. Vi è chi chiama le coincidenze piccoli miracoli. Devi aprire il tuo cuore, devi fare uscire tutta la rabbia e tutto l’amore, tutto il calore che tieni chiuso dentro e vedrai che la fede ritornerà!”

VI

La luce nello scomparto aveva invaso ogni cosa, ormai era giorno e anche i volti le cose avevano cambiato realtà.
Don Ignazio aveva un volto provato, più asciugato, come se quelle ore fossero state lunghi giorni, mesi e forse anni, e Saro una entità mandata da Dio per provarlo. Oppure una proiezione virtuale della sua mente, nella dialettica teologica tra ragione e anima. Ma niente di tutto questo Saro era lì davanti che lo fissava in attesa di una vera risposta, un indizio per fare pace con il suo cristo Nero e così potere tornare nel suo mondo, nella sua terra, nella sua Patria. La sua missione era di salvare anime, lì davanti ve ne era una che voleva salvarsi. Lui era un pescatore d’anime, lì ve ne era una in balia di un mare tempestoso che voleva essere pescata. Lui era un pastore e li una pecorella smarrita, la pecorella era proprio lì davanti. Ma quella risposta non arrivò.
Saro aveva davanti un prete che non era riuscito ad uscire fuori il suo ruolo, pronto a ritornare tra i suoi parrocchiani che pendevano dalle sue labbra per una di quelle prediche piene di trovate, speculazioni e spicciola retorica, pronto a propinare una di quelle prediche strappa lacrime in maniera spudorata per il prossimo funerale vibrando la testa e un po’ di raucedine alla voce, pronto a dimenticarlo prima possibile, tanto quello che conta in fondo in fondo è la contabilità.
Saro lo prese per le braccia e lo scosse vivacemente: “Allora? Voglio una tua risposta! Una vera risposta!”
“Apri il tuo cuore a Cristo! (Con voce tremante e il volto paonazzo) Apri il tuo cuore!”
“Voglio una risposta vera! VERA! VERA!”
“La fede può darti una risposta.”
“La fede a che cosa? Alcuni anni fa, la stufa aveva una perdita di fumo così sono rimasto stordito, mia moglie entrata nello studio con la solita tazza di the allora prestabilita mi trovò con la faccia rivolta su uno dei tanti libri, senza sensi, subito mi sveglio e lentamente mi ripresi. Mi ritrovai con gli occhi pieni di lacrime, ricordai di avere fatto un sogno così vero da avere veri dubbi che fosse stato un sogno o qualcos’altro. Sognai che la luce invase tutto, così mi trovai tra le dune e il sole infuocato di un deserto, camminai a lungo quando mi vidi davanti il Cristo Nero assettato e provato dalla fame. Io ero ritornato bambino e gli dissi: -Se Tu sei il Figlio di Dio comanda a questa pietra di diventare pane-.
Il Cristo Nero mi rispose: -E’ scritto non di solo pane vive l’uomo-. Allora cominciai a piangere, lo stesso pianto quando non trovai il pezzo di pane sul tavolo. Il Cristo Nero mi chiamò a se a braccia aperte, ma mentre stavo correndo verso quell’abbraccio mia moglie mi destò da quel sogno mortale e mi svegliai.”
“Scommetto che lei ha letto I Fratelli Karamazov e le ha fatto impressione Il Grande Inquisitore di Ivan?”
“Stavo leggendo proprio quello! (Con ironia)”
“Come vede la risposta è in quel sogno!”
“In quel sogno io ero il Tentatore e Cristo non mi scacciò ma mi tese le braccia! Siamo al punto di partenza, prete! Un solo miracolo, un solo cedimento alle tentazioni e il Dio non vi è più! Rimane solo la tua Chiesa, potente, miracolosa, detentore del mistero. Questa Chiesa non è una risposta! Io dalla tua persona dalla tua presunzione talare pretendo una risposta vera!”
Il prete raccolse le sue cose e uscì fuori.
Saro rimase quello di sempre e nel suo testamento scrisse che non voleva nessun funerale in chiesa e non doveva suonare nessuna campana ne in America ne in Sicilia, ma solo una grande banda musicale con tanto di majorette allegramente per le vie della citta di Chicago.
E così fu fatto!

Siculiana, 25 ottobre 1998
Alphonse Doria






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categoria:novelle
venerdì, 20 maggio 2005
IL PARADOSSO DELLO SCARABEO
DI
Alphonse Doria



I
-E’ inutile che fingi a fare il morto con me …- A queste parole propinate dal rospaccio insolente ho avuto la certezza che era successo veramente! Mi aveva ingoiato in un solo boccone, appiccicato con quella viscida linguaccia e da dentro il suo ventre intravedevo la trasparenza di una luce verdastra e soffusa. Il caldo mi dava fastidio e il tanfo degli alveoli marciti era insopportabile. Eppure me ne stavo acquattato, trattenendo il respiro, in attesa di che cosa?
-Nondimeno la melma è il tuo regno, la tua ricchezza, l’eredità che lasci alla tua progenie, scarabeo come fai a non sopportare la puzza?- Il rospo se la rideva del mio stato penoso. Intanto io, muto, fermo, speravo dentro me che quell’insolente la smettesse d’importunarmi e mi lasciasse in pace. Speranza vana… in questo spazio lo sentivo che boccheggiava l’ouverture de Il Barbiere di Siviglia e che invece di saltellare, come è normale che ogni rospo faccia, camminava cadenzato allegramente, dove andasse non si sa. Ed io senza possibilità d’appiglio venivo trastullato ora a destra ora a sinistra.
-Pensavi di chiudere la partita come hai fatto quando sei fuggito ridendo a squarcia gola, strappandomi la mano dalla presa del tuo braccio, con un paradosso, un semplice paradosso… Ci vuole ben altro. Voglio raccontarti quanto quel babbeo di un napoletano del Vanini riuscì a catturarmi e mi teneva prigioniero dentro un vaso, per meglio dire, ha creduto di catturarmi, interrogandomi sul senso della vita e sulla strada della virtù o sulla virtù della strada. Quanto ho patito lì dentro a guardare il suo viso così deformato… Siamo arrivati alla conclusione che se tutto ciò esiste è prova che Dio esiste, perché gli insiemi dell’E’ non può essere racchiuso dall’insieme del NON E’. Infondo il tuo paradosso scarabeo! Così si difese sotto processo dall’accusa di ateismo, in quel tribunale di vanitosi causa il suo parlare parlare parlare, disputare con tutti. Raccolse una pagliuccia da terra, e con la sua spavalderia tutta partenopea, disse: “Basta questo fuscello a provare l’esistenza di un creatore!â€. Gli risposero: “Braavooo!†E andarono a rovistare nella sua casa, quando mi trovarono lì dentro, grasso, con tutti i miei sei chili e con lo sguardo torbido ammaliante fui l’accusa terrificante di stregoneria del Vanini e di adorare il Dio Rospo, che con modestia sarei io. A mio cospetto il Vanini non ha retto e mi insultò mentre io ghignavo. E quella congiura, più paradossale che mai, accusò un ateo che adorava tuttavia un rospo come dio e che con tanta crudeltà teneva ristretto in una ampolla di vetro. Mi ricordò tanto il processo di Socrate che fu accusato di non credere a gli dei ma nello stesso tempo di credere a demoni. Ma ormai si è ben capito che la verità che sorregge il mondo è il paradosso! Come di sicuro che nell’onnipotenza di Dio tutto è possibile e niente è impossibile.
Allora mettiamo in chiaro un punto, io rospo tuo personaggio, tu scarabeo mio autore, come è vero ti ho ingoiato e sei mio desco non digerito, il mio atto, la mia furbizia è stata pensata da te, in quando ogni cosa, azione, pensiero, momento è cosa tua, significa che un probabile zero sarebbe cosa tua e non mia! Tu autore hai l’onnipotenza in questa storia, anche su di me personaggio ribelle, tanto ribelle che ti ho messo in questa situazione di fermo già da un pajo d’anni e passa, e non hai trovato ne risposta ne soluzione, solo ora ti affacci timidamente a scrutare le mie ragioni. Puoi dirmi che tu metti il tuo impianto letterario e lasci libero arbitrio ai tuoi personaggi. Puoi dirmi… quando la finisci di fare il morto! Ma oltre te non esiste niente, nessuno, ne personaggio ne storia. Tu sei l’Uno, tu sei lo Zero!†Riprese a borbottare la musichetta di prima solo che alla sua andatura dondolante aggiunse qualche salto. La tua onnipotenza di autore fa modo che ogni verità sia non solo possibile ma anche vera! Ogni paradosso trova la certezza di esistere con tutte le contraddizioni apparenti, come è apparente ogni cosa e questa stessa esistenza.
Pensavo, quanti scarabei finiscono sotto il piede degli umani per fingersi morti con la speranza di non essere visti… E quanti umani si fingono scarabei di fronte alla storia con la speranza di non essere notati e subiscono il peso di una realtà non propria tanto da rimanere schiacciati da una vita alienata. Quanto noi scarabei siamo uomini e quanto gli uomini sono scarabei?
-Ma cosa ti trastulli nella tua mente? Sono queste masturbazioni celebrali che fanno di te uno scarabeo, nel tuo silenzio muto, nella tua rassegnata staticità in attesa dell’evento, ma qui, credimi, l’attesa è inutile e tu lo sai. Come sai cosa è successo a mia nipote. Come sai cosa ha combinato mio genero… Voglio sapere scarabeo!- Così sembrò che un uragano mi abbia avvolto e scaraventato nelle pareti mollicce di quel ventre.
-Non ti preoccupare è stato solo un peto e tu l’hai vissuto in pieno, vedi quante soddisfazioni ti riserva la vita?
L’insolenza del rospo la ho sempre mal sopportata, questa sua personalità irriverente e inafferrabile è una molestia nella mia mente, è forse questo il paradosso: mentre io sono nel suo ventre lui è nella mia mente. Mentre il credente è nel Tutto divino, il Tutto divino è dentro. Il punto è percepire Dio nell’Alto dei Cieli e contenerLo dentro se. Forse è questo che succede ad un personaggio quanto prende vita in una commedia: l’autore s’incarna, s’intercala con il suo mondo con la sua vita, tutto, dentro ogni mimica facciale, parola e gesto. Ad un tratto la luce soffice verde si scurisce in un blu notte, il rospo sembra fermo e mi ritrovo in uno di quei pomeriggi, dentro il negozio di mio padre a riascoltare per l’ennesima volta, rivoltando tra lato a e lato b della musicassetta, Made in Japan dei Deep Peuple fin quando l’intolleranza di mio padre non si scatenò scaraventandomi per terra il mangianastri rompendolo in mille pezzi. Ancora vedo in replay l’apparecchio rimbalzare da terra e aprirsi in due e così volare le rotelle e i pezzi tra esili fili elettrici colorati, fissandoli a mezz’aria. Mi rivedo in uno di quei pomeriggi di Venerdì Santo, mentre tutti se ne stanno tra le chiese e le strade, io dietro quel bancone a leggere o graffiare con la panna qualche foglio bianco, beatamente arrabbiato della mia solitudine forzata. Non dovevo accettare immobile quella condizione! Perlomeno avrei dovuto contestare, se non disubbidire, scappare, lasciargli lì a porte aperte il negozio e andare via, e invece da buon scarabeo stavo immobile, mentre il tempo mi attraversava. Così scaraventai, con tutta la forza che tenevo, un pugno sul bancone, tanto da fare sobbalzare il telefono e scavalcare la cornetta e tintinnare il campanello. Questo ricordo mi fece dare una zampata nella parete del ventre. Pensavo che vi è un tempo per ogni età ed in quel modo non ho vissuto la mia età, il mio tempo. E fu grande soddisfazione per il rospo: -Finalmente! Ti sei deciso! Un modo l’ho trovato per scuoterti, scarabeo!-
-Lasciami stare nel mio malinconico silenzio, rospo!- Gli risposi muovendomi in quello spazio che si allargava sempre più tanto da divenire così grande, un immenso deserto molliccio di carne. La desolazione di essere contenuti dentro qualcosa è lo stato del mistico in attesa della sua elevazione a superare qualsiasi contenitore per trovarsi libero da ogni limite. Giona dentro il pesce che verrà rigurgitato. Il Messia che risusciterà nel suo splendore dal sepolcro che lo conteneva vincendo la carne e il Mondo.
-Per uscire da me hai solo due vie: quella di essere talmente indigesto da vomitarti fuori dalla mia bocca o di scaraventarti fuori con un peto saettandoti dal mio deretano… Ah! Ah! Ah!- Se la rideva.

II
Quel deserto di carne era inondato di una luce blu, grande, immenso. Mentre m’incamminavo con solerzia verso non dove, tutto era immobile, silenzioso, quando da lontano una piccola sagoma umana s’avvicinava, mi fermai, anche se preparato a tutto, questa variante della storia, mi dava un senso di inquietudine.
-Rospo! Chi è mai questo altro sciagurato ospite del tuo ventre?- Gli chiesi titubante, ma non ho avuto risposta alcuna, solo silenzio e l’eco sempre più forte dei passi di quell’uomo. Quando s’avvicinò con mia grande sorpresa ho riconosciuto il suo sguardo di uomo sconfitto, le sue labbra strette in una smorfia di disprezzo.
-Scarabeo, tu mi devi delle risposte ora che sono al tuo cospetto, ora che ti ho trovato, ora non mi sfuggirai!- Mi disse, puntandomi il suo dito indice non appena mi fu di fronte.
-Ancora non ti è bastato scoprire come le lame taglienti della verità fendono le carni di un uomo?
-Non vi è dolore più grande di un uomo che ignora il suo vero volto nascosto da una maschera, il suo vero nome supplito con una ingiuria! Dopo la notte della verità, quando ho fatto confessare davanti ai suoi genitori mia moglie Loredana che Floriana non era figlia mia, bensì del mio amico rivale Cristiano, tutto cambiò. Mio suocero Paolo morì dopo qualche giorno, per alcuni mesi pensai di avere coperto tutto sotto il velo borghese dell’ipocrisia, delle apparenze. Notai mia moglie veramente pentita delle sue malefatte. Floriana mi adorava, ed io la sentivo figlia mia più che mai. La gente non sapeva e chi sapeva fingeva di non sapere, così almeno mi sembrava. Ogni domenica a messa veniva consacrato il nostro segreto. Né io più rimossi quel passato né mia moglie diede cenno ad un minimo ricordo. Mia suocera aveva gli occhi pieni di paura, solo lei avvertiva che quel velo d’ipocrisia fangosa non bastava a seppellire quella verità che sgusciava fuori in una parola, in uno sguardo, in un gesto anche apparentemente insignificante, quando uno meno se l’aspettasse. Eppure il suo modo di essere madre, il suo amore viscerale per la figlia, coprì le malefatte i tradimenti di Loredana, anche contro la sua stessa etica di donna in tutti i sensi.
-Eppure avevi provato un perverso piacere nel tormento di quella verità.
-Io voglio sapere! Perché io? Succube della tua onnipotenza ho dovuto sottostare alla tua storia? Perché un misero autore di cassetto come te va a creare queste orride avventure? Se tutto è già in te, o tutto deve ancora avvenire, fai che il corso della storia cambi rispettando la Verità, tu puoi!
-Tu parli del futuro, mentre il passato è scritto nel cielo e gli astronomi non sono altro che archeologi del cielo, scavando anni luce alla scoperta di galassie e colori, il futuro non è, e talmente non è che non si sa se sarà!
-Io so! E tu sai che il mio futuro è già passato, è tutto nella tua mente e lo stai scaraventando su questo spazio azzurro. La tragedia che io ho vissuto la stai compiendo ora, come l’osservatore di una stella prima che muoia come già accadde mille anni luce fa. E tu puoi cambiare questa verità. Far si che l’astro rimane a brillare e quella verità, rimanga tale. – Cadde in ginocchio allargando le braccia davanti a me, mentre gli sgorgavano lacrime viola da quella maschera immutata.
-Suvvia, alzati, io sono solo uno scarabeo, un misero personaggio come te, anch’io ho la mia parte da fare, anch’io seguo la volontà di colui che è sopra di me. Posso solo dirti che in questa storia ognuno di noi esiste in funzione di essa e non viceversa. Come le profezie sono tali quando avvengono… prima sono solo presunte. Ognuno di noi ha il suo amaro calice da ingoiare. Alzati!- Si alzò sconfitto, con la testa bassa. Io mi rattristai talmente da sentirmi un nodo alla gola, mentre un freddo secco incominciava a pervadere tutta l’area- Hai una possibilità, una scelta! Nell’esistenza vi è sempre una scelta!
-Dimmi quale?
-Puoi benissimo continuare il tuo cammino, inoltrarti in quel nulla e cessare di essere, di esistere, da questo instante. E’ tua facoltà scomparire nell’oblio.
-A questo punto è inutile se non si può mutare la storia che abbia svolgimento nello svelare ogni particolare- Tutto si cristallizzava di ghiaccio e dalla bocca ci usciva il fumo del vapore, mentre dove poggiavamo i piedi era divenuto scivoloso e rifletteva le nostre immagini- Floriana, Floriana…- Distorse il viso in una smorfia di dolore. –Floriana era attaccata a me, ed io a lei, più di quanto lo fossi stato con sua sorella Donatella che si ingelosiva non vedendosi partecipe alle nostre complicità. Tanto che la bambina un giorno mi disse indispettita: “Forse non sono figlia tua come Floriana?†Quanta verità allo specchio vi erano in quelle parole! Mia moglie come suo solito ascoltando quelle parole ruppe un posacenere di cristallo, le cadde di mano, allentò semplicemente la mossa delle dita, lei esprime la sua emotività allentando la presa, come quando la scoprii con Cristiano. Sarà tipico delle donne facili allentare la nervatura…- Distorse lo sguardo da destra a sinistra in una pausa di silenzio –Floriana, era divenuta una splendida ragazza, bella più della madre e più la guardavo più somigliava a Cristiano. Lui aveva dei lineamenti femminili con quei occhi grandi e quella fronte larga, il naso greco e le labbra sensuali, ma non carnosi, il mento prominente, ma che armonizzava nel suo viso, da figlio di puttana con quell’aria vincente. Floriana aveva i lineamenti di lui, con tutta la grazia femminile e la dolcezza di una ninfa sedicenne. Quando lei era bambina mi ero illuso che somigliasse a me, ma poi, dopo quella fatidica notte guardavo lei e ricordavo lui. A dire il vero forse per uno strano caso anch’io somiglio vagamente a Cristiano e forse è stato uno dei motivi che convinse il si di Loredana. Tanti di quei elementi che poi armonizzano tutti nel tutto, dando motivo, significato, della sua esistenza, ad un fatto, a un qualcosa. Come quando uno si fissa con un numero e tutto sembra risultare con quel numero, ad esempio il 16 va a finire che alle ore 18 e 16 prende la circolare numero 16, va al cinema e il numero civico, guarda caso, è 16 e per una strana coincidenza della vita si va a sedere sulla poltrona, indovina un po’? Numero 16! A questo punto uno pensa che la propria vita armonizza con il cosmo tramite il numero 16 ma forse è solo un’illusione maniacale e isterica.
Io mi ero posto sul piedistallo di chi ha subito il torto e venivo consolato, accontentato, ubbidito, con un potere incontestato, dalle due madri. Il rapporto con Loredana procedeva tra i suoi si e i miei no. La vita sessuale si era raffreddata talmente che quelle poche volte avevamo tentato di farlo finiva con un pianto di lei sommesso e una mia carezza su una sua guancia solcata dalle lacrime. Presi una brutta abitudine, poi, penso che, sarà conforme a tutti i cornuti e falliti di questo mondo, quella di avvicinarmi all’alcol. Un giorno trovai una bottiglia di grappa dentro un mobile, forse messa lì da mio suocero Paolo, la presi e lentamente l’aprii e odorai ne versai un po’ in un bicchiere e la sorseggiai. Mi diede quel senso di leggerezza e di sollievo, mi sentii dopo tanto tempo bene, veramente bene, tanto che divenne una abitudine ma gradualmente avevo aumentato la dose. Mi dava forza, coraggio, ma non mi abbrutiva e perciò anche se si erano accorti di questa mia nuova abitudine mi lasciavano fare. Mi andavo a rintanare dentro il soggiorno a guardare vecchie fotografie o leggere qua e la nell’enciclopedia. Uscivo solo per degli scopi precisi, ero sicuro che tutto il mondo sapesse delle mie corna. Avvertii qualcosa, che mi infastidì a tal punto da essermi rinchiuso in bagno e mi morsicai il braccio trattenendo il respiro affondando i denti e spuntarmi il sangue, provando un dolore liberatorio, mi disinfettai, fasciai la ferita e uscii. Durò diverse settimane ma non servì a guardarmi verso cosa stavo andando incontro. Floriana come a solito mi riempiva di attenzioni come se inconsciamente volessi farsi perdonare che non era figlia mia, così la mia mente contorta mi faceva pensare. Però, però, quel giorno mentre lei mi abbracciava con le mani al collo baciandomi, avvertii il suo corpo di donna addosso al mio e ne provai uno stimolo di piacere erotico risvegliando la mia sessualità. Lei forse, non ne sono sicuro, avvertì questa mia eccitazione e si staccò quasi immediatamente, ma non diede modo di fare pensare a ciò, però sono cose che si percepiscono e basta. Per me questa è stata una seconda tragedia, un secondo tradimento, prima mia moglie e mia suocera complice, ora il mio corpo. Pensai che fu causa dell’alcol visto che ero ebbro e per un po’ non bevvi più. Ma i mali non vengono da soli. Una splendida domenica mattina di marzo ero uscito per andare, passeggiando e godendomi quel primo sole, a comprare il giornale, poi passare dal bar e magari acquistare un po’ di dolci per il pranzo. Chi incontro dentro al bar? Dimmelo tu scarabeo a chi mi hai fatto incontrare! A Cristiano! Era tornato! Appena mi vide fece una faccia che era tutto un programma. Ci siamo salutati con i convenevoli dell’occasione. Gli chiesi cosa avesse fatto tutti questi anni e dove era stato. Mi raccontò che era stato a Modena, si era sposato aveva casa e famiglia, e che da qualche anno era diventato padre di un bel maschietto, da allora la sua vita, il suo modo di essere era completamente cambiato. Era tornato in città per sistemare qualcosa che aveva lasciato in sospeso quando era partito perché non lo lasciava in pace. Fu vago, ma io capii all’istante a cosa si riferisse. Nella mia mente partirono mille ingranaggi, sentii tanto rumore da non ascoltare più le sue parole, pensavo solo che questa volta non la spuntava ed ero pronto a lottare fino allo strenuo con ogni mezzo. Gli dissi solo di stare attento, perché è da molto che manca e da allora la gente è cambiata e può trovare delle amare sorprese. Lui non volle controbattere, questa mia affermazione, ma spalancò gli occhi intuendo la mia intimidazione. Ci siamo stretti la mano, non mi chiese né di mia moglie ne delle mie figlie, si allontanò lentamente e lo fissai fin quando voltò l’angolo e scomparve. Mi assalì una stizza tale che sentii lo stridore dei mie denti mentre serravo la mascella. Lui attentava alla mia serenità, quella poca che avevo… Tornai a passo svelto a casa, non appena chiusi la porta vidi mia moglie stravolta, così mi sembrò, che abbassò con rapidità la cornetta del telefono. Mi avvicinai a un centimetro da lei, fissandola intensamente negli occhi, non proferendo parola, ma sicuramente il mio sguardo, la mia maschera tutta, la ha terrorizzata. Lo ho letto nei suoi occhi. Dopo un po’ mi disse: “Era lui…†Io rimasi nel mio silenzio, lei continuò: “Vuole parlare…†Poi si mise a tremare e irrompendo in un pianto viscerale: “Vuole che lei sappia la verità!†Ed io provai pietà per quella donna inchiodata in quella parola come un cristo alla sua croce. Allora indietreggiai e sussurrai con rabbia: “Vuole vuole! Verità!†In quel preciso istante mi sono accorto di mia suocera accasciata sulla sedia in un angolo che ci fissava, poveretta anche lei, madre addolorata guardava la flagellazione della figlia. Fu allora che mi venne l’idea di assassinare Cristiano, ma mi rendevo conto che non ne avevo le capacità, fino a quel momento, però ci pensai con convinzione e anche i giorni appresso, tanto che ricordai di una pistola fattami vedere da mio suocero in qualche cassetto e mi misi a cercarla, la trovai nel cassetto del comodino della sua stanza da letto, avvolta in una tovaglia insieme a delle munizioni. Era una vecchia pistola a tamburo, a canna corta, nera. La impugnai e mi sentii gelare il sangue, sudai freddo, la ho riavvolta nella sua tovaglia e lo rimessa a suo posto. Avevo proprio bisogno di bere e trovai nel mobile delle bottiglie di amaro e cognac, bevvi fin quando l’adrenalina non si normalizzò. Cristiano non si era più sentito, ne visto, era passata una settimana. Tutto sembrava ritornato alla normalità, ma in quel giorno non vi era niente di normale, era il 16 marzo ed erano scoccate appena le sedici. Per una strana coincidenza mia moglie e mia suocera erano usciti per una visita medica, Donatella si trovava a casa di una compagna di scuola per dei compiti da svolgere. Eravamo rimasti io, che dopo avere bevuto girovagavo per casa come un fantasma, e lei sdraiata sul divano che ascoltava la sua musica, leggendo una rivista. Aveva addosso una vestina bianca, le sue gambe nude come due colonne si muovevano a ritmo di quella musica aprendosi e chiudendosi, il suo seno sobbalzava, il viso era coperto da quella rivista. Non so cosa mi sia successo ma mi sentii stravolgere dall’eccitamento, non fui più io, mi trovai sopra lei carezzandola, lei capì, ma fu così sbalordita da quell’evento che rimase immobile con quella rivista in mano. Fu così veloce che non ebbi nessuno istante di riflessione, le strappai le mutandine e la deflorai inondandola tutta…-
A questo punto si è udito uno sgretolio del ghiaccio che si spaccava e mille e mille e mille occhi rossi s’aprirono all’unisono fissandolo, mentre Floriana con la sua vestina bianca sporca di sangue si avvicinava a noi. Quando fu vicina, con una voce rotta dal pianto, gli disse: “Padre, perché lo hai fatto? Tu eri la persona a cui avrei assicurato la mia esistenza, anche nel più tempestoso mare tu saresti stato il mio scoglio di salvezza e nessuna verità poteva cambiare ciò!†Allora lui pianse le sue lacrime viola. Lei continuò, però fredda e con disprezzo: “Ora sei la persona che io odio di più! La persona che disdegno di più e tramite te odio tutti gli uomini, e ogni falsa parola d’amore che possono dire! Perché so che hai provato piacere infinito nel tuo gesto e sono sicura che lo rifaresti ancora e ancora una volta!†Lui negava con la testa.
-Io non potevo immaginare questo tuo orribile modo di percepire il tuo mondo, quale dio ti potrà mai perdonare?- A queste mie parole, fatte di silenzio, osservai gli sguardi dei mille e mille e mille occhi colmi di malinconia, mentre lui a testa bassa disse con un filo di voce: “Non ho ancora finito…†Io non avevo sentito bene e chiesi cosa stava dicendo, allora lui stizzito replicò a voce alta: “Non ho ancora finito! Ora devo porre termine al mio racconto, dirti come un uomo in un dirupo non riesce più fermare la propria caduta. Però qualcuno mi ha spinto alle spalle!â€
-Di questo ti devi liberare, delle tue ragioni, dei tuoi alibi. Accusando il tuo creatore per la sua onnipotenza nella tua storia, poi tua moglie e il suo tradimento, poi ancora la crudeltà innocente del tuo corpo e della rivalità con Cristiano. Devi ben capire, accettare che ognuno è protagonista di questa esistenza ed ogni suo atto, anche il più insignificante, rimane impresso nell’acqua degli universi per l’eternità. Pensa se oggi con un potente telescopio fissassimo un pianeta di migliaia anni luce, questo apparecchio fosse così potente da vedere persino le strade, le case, e i suoi abitanti. Osservassimo un borseggiatore che scippa una vecchietta strattonandola e scaraventandola per terra e inferendo su di lei tirandole un calcio in faccia. Lui volta l’angolo prendendo i soldi e buttando la borsa, impunito va via, sicuro di non essere stato visto da nessuno. Ma quel suo gesto è rimasto indelebile nello spazio e migliaia danni luce dopo sarebbe visto da noi e pertanto giudicato ignobile. Questo per dire che tutto rimane scritto nel libro dell’infinito.
-Scarabeo, è questo l’inferno! Avere coscienza di avere vissuto sprecando l’esistenza, non potendo più tornare indietro per cancellare i propri errori. Avere coscienza di ogni gesto, pesare questo presente costruito con ogni attimo passato. Che me ne faccio ora della tua verità scarabeo? Che me ne faccio sapere che dio non è il creatore, ma Creare? Che dio non è un sostantivo ma è un verbo? Creare in continua espansione mentre il Mondo percepito da noi è già creato, è già passato…
-Nessuna cosa è ferma, tutto si espande nel presente e il tuo viaggio è ancora lungo!-
Lui sospirò profondamente e sollevò la testa, guardò la macchia di sangue della vestina bianca di Floriana e continuò: -Rimasi un attimo su di lei, mentre mi accorsi che le sue mani tremavano, mi sollevai e provai sdegno di me stesso, la guardai in faccia, ancora immobile, incredula, inorridita. In maniera confusa le chiesi perdono, le disse che non volevo, poi scappai, andai a prendere la pistola, la caricai, indossai la giacca e intascai a destra l’arma stringendola con la mano. In un attimo mi trovai, nel bar di quella domenica e nelle vicinanze vi rincontrai Cristiano. Mi apparve davanti all’improvviso e mi scossi spaventato. Lui percepì qualcosa ma non ha avuto tempo ché si trovò puntata in faccia la pistola! Ora dico, per una intera settimana ho cercato di incontrarlo, di vederlo e non mi è stato possibile, proprio quel giorno, quel preciso momento, quasi ci scontravamo. Qualcuno può dire: destino! Come destino? Che significa destino? Se fosse così l’esistenza sarebbe una bella beffa… Qualsiasi scelta dell’uomo, qualsiasi spiffero di vento, qualsiasi granello di polvere è stato già scritto? E’ stato già determinato? E da chi? Da te scarabeo creatore di questa storia? E perché? No, perché lo hai destinato, ma perché l’esistenza? Non avrebbe nessun senso, neanche paradossale, niente! A questo punto, dimmi tu, scarabeo, cosa hai pensato per necessità della storia che io abbia fatto?
-Io ho pensato che eri pronto ad ucciderlo, ma non hai trovato il coraggio di farlo e ti sei puntato l’arma alla bocca, introducendo la canna, hai sparato, hai sentito squarciare la tua parete superiore e il proiettile uscire dall’orbita dell’occhio sinistro. Cristiano ti ha soccorso, portato in ospedale e così salvato, poi sul letto d’ospedale, in piena coscienza hai ricevuto lo sputo in faccia dello sdegno di tua moglie. Questa è la conclusione del tuo atto titanico contro di me autore. Non lo hai ucciso per coraggio o per dispetto contro ciò che chiami destino o corso naturale della storia!
-Non capisco se con questo atto mi redimi o mi affondi nel completo fallimento della mia esistenza, forse per esorcizzare come in ogni tragedia le proprie paure, scarabeo! Ma di sicuro incomincio a credere al libero arbitrio dei tuoi personaggi, perché non fu così che andò quel sedici marzo. Lui tremava davanti la canna della mia pistola con le mani aperte e le braccia tese all’altezza del suo viso, piegato in avanti, ed io mi sentivo sempre più potente, padrone di quell’attimo che avrei stretto il mio indice sul grilletto per fare scattare la molla, e porre fine al padre di tutte le mie sciagure. Lui mi supplicava e ripeteva: “No no no! Non lo fare! Sistemeremo tutto. Io sono andato a trovarla all’uscita di scuola solo per vederla, non le ho detto niente. Loredana me la ha solo presentata…†Queste parole mi avvelenarono il cervello ma divenne estremamente lucido, capii l’ennesimo tradimento di Loredana, agendo d'accordo dietro le mie spalle. Mi accorsi che dopo un fuggi fuggi di gente si era creata attorno a noi l’attenzione di persone dietro finestre e porte socchiuse. Alcuni carabinieri si andavano avvicinando quatti nascosti dietro le auto e gli spigoli delle case. L’aria era densa e vibrante pronta all’evento ed il mio dito era al centro di quel mondo, di quel tempo, in attesa di un impulso elettrico del mio cervello stimolato chimicamente solo ed esclusivamente dalla mia volontà! Lui forse non doveva nascere nemmeno. Le ho detto semplicemente: “Cosa pensavi di me, quando ti facevi mia moglie? Quando è nata tua figlia ed io ero contento e ti ho invitato al battesimo, e solo per poco non sei stato il suo padrino… Cosa hai pensato di me? Come mi consideravi? Un imbecille?†Lui fremeva: “No no no!†Ed io continuavo: “No che cosa? Non avevi calcolato che un giorno potevi trovarti in questa situazione? Causa tua ho avuto la mia vita un inferno! Causa tua ho commesso l’errore più meschino che un uomo possa commettere e devi pagare!†A questo punto tra i suoi ripetuti no udii lo scoppio enorme di quella vecchia pistola e di quei vecchi proiettili e poi ancora, fin quanto non finirono i colpi. Lui si accasciò a terra. Mi trovai aggredito dai carabinieri che mi tolsero l’arma di mano e mi ammanettarono strattonandomi e caricandomi su una delle loro auto e via. Udivo le loro sirene accese e mi sembravano esageratamente chiassose, “perché correvano così forte?â€, pensavo, “in fondo non vi era più urgenza tutto era stato compiuto!â€. Ogni mio senso era all’eccesso, sentivo gli odori di quei due che mi tenevano in mezzo, avevano origine dalle loro carni sudate e dalle divise imbrattati di profumi pesanti. Distinguevo ogni cosa, potevo contare i peli della nuca dell’autista uno per uno. In quel preciso momento mi sentii bene, ma è durato poco. All’imbrunire di quel sedici marzo l’ombra è scesa dentro me. Ma io ho ucciso perché già ero morto almeno un centinaio di volte. Quando sorpresi Loredana e Cristiano, sono morto nella notte della Verità, e ogni attimo dopo, per arrivare al tradimento del mio sesso, di me stesso nell’alcol, in ogni sguardo della gente, in ogni giorno di uomo perdente, per giungere alla fine in quell’atto insulso che macchiò la mia esistenza come la vestina di Floriana. Il dottore mi ha spiegato che uccidendo Cristiano ho ucciso me stesso. Io gli ripetevo che io ho semplicemente accorciato i giorni della sua esistenza, tutti dobbiamo morire prima o poi, e lui tradendo la mia amicizia, la mia famiglia ha accorciato la mia di esistenza, per poi arrivare un bel giorno in città e pretendere la verità… Ancora? Ancora rovinare la mia famiglia prendersi la paternità di Floriana, rubarmela ancora una volta! E’ stata questa paura che ha spinto all’eccesso il mio senso di possessione e la ho posseduta!-
-Sei pentito di avere ucciso?-
-Scarabeo, sono contrastato da forze laceranti! Da ragionamenti contorti come roveti di spine! Penso la società di oggi che non si preoccupa nemmeno un secondo di accorciare la vita a milioni di esseri viventi con le sue regole, uccide giorno per giorno alla luce del sole e nessuno accusa nessuno. Anche la Chiesa, che dovrebbe proteggere la vita in ogni modo, giustifica l’assassinio inventandosi la morte cerebrale per potere esportare gli organi in condizione da trapiantare. Proprio la Chiesa si affida alla scienza per un limite così sottile tra la vita e la morte… A questo punto credo che sono solo gli interessi economici delle sue aziende ospedaliere a spingere tale convinzione e non quelli spirituali. Nella lucentezza razionale non sono pentito. Il mio essere animale non prova nessun senso di colpa per un rivale che ha provato ad attaccare il mio branco. Poi, al tramonto penso: io che non avrei voluto nemmeno offendere con una parola, io che, nonostante tutto non avevo smesso di amare come un padre Floriana, io che avevo perdonato Loredana e provavo per fino pietà per il suo stato, io ho ucciso un altro uomo, a sangue freddo, e con tutte le capacità di intendere e di volere. L’avvocato mi ha fatto periziare da un psicanalista di fama e mi ha dato la patente di pazzo, asserendo che in quel preciso momento ero alienato dall’accaduto precedente e tutto ciò che mi circondava non era altro che follia. In aula ho smentito tutti dichiarando che il mio atto è stato voluto senza alcuna alienazione, dando prova dei miei ragionamenti. Perché non voglio scusanti, anche se sono convinto che ci sono, voglio pagare la mia colpa di assassino stupratore.
-Devi liberarti delle scusanti, lo devi a te stesso!-
-Ho riflettuto abbastanza e la mia storia è ad imputo, giorno per giorno portava a questa e solo questa uscita. Da quando mi innamorai di Loredana a quando per caso, sempre per caso, trovai la pistola e poi quel fatidico giorno quasi mi scontrai con Cristiano! E quel numero 16 ne è la prova!
-Ma potevi scegliere di suicidarti, come io avevo pensato, o solo buttare a terra la pistola metterti a piangere e abbracciare Cristiano confessandogli che lo stavi per uccidere… Sei tu che hai ucciso, solo tu!
-Solo io, io solo… E solo voglio stare…- China la testa a terra e vede la sua tragica maschera riflessa nel ghiaccio blu, poi in qualche angolo del suo io ritrova un briciolo di fierezza e solleva lo sguardo prima su di me e poi sopra la figlia, lì immobile come una eterna accusa. Così continuò il suo racconto: -Due psicanalisti si alternavano, tutte e due carichi dei loro guai interiori cercavano in me di esorcizzarli, ma io per fare un favore a loro, non potevo rinnegare il mio viaggio ormai intrapreso da qualche giorno mentre stavo nell’aria del cortile e vidi un coleottero, uno scarabeo sacro, che scortomi scappò via, poi si fermò immobile ed io senza alcuna pietà con una zampata lo uccisi spiaccicandolo a terra. Da quel momento trovai la strada fino a te, scarabeo, autore dilettante del mio mondo. Io a tutte e due i dottori raccontai la mia verità e loro con quelle facce da beoni mi venivano dietro. Poi uno dei due, chiamiamolo il professore A, mi disse che io fingevo e anche bene perché così rimanevo impunito del mio delitto, e mi abbandonò periziandomi sano e menzognero. Il professore B volle sapere di più e appuntava su una agenda, giorno per giorno, parola per parola, guardandomi seriamente e non proferiva parola o lasciava intravedere dal suo volto nessuna espressione. Quando io incominciai a dire che tutto ciò: il tavolo, le mura, il cielo, gli universi paralleli, superiori e inferiori erano tua opera, come io tuo personaggio e Cristiano e Loredana e Floriana e lui stesso, tutti fuoriusciti dalla tua fantasia, non eravamo altro che parole stese in un foglio bianco e non altro, lui mi chiese: “Perché?†Io sull’istante non trovai risposta poi la trovai e gli dissi: per diletto, che so, perché gli piace inventare delle storie, perché anche lui vive la sua storia, personaggio di una storia più grande e così via… So solo che sta scrivendo una novella che poi alla fine forse non leggerà nemmeno lui stesso! Ma in questa novella lui si è intercalato personaggio e so dove andarlo a trovare. Allora il professore B annotò il tutto e mi chiese ancora come mai è uno scarabeo nella novella e un uomo nella vita, questo autore. Io risposi che questa è la strada per trovare la verità, identificare il proprio totem, l’animale generante dove per primo l’io universale fu volontà di essere. Il professore B appuntava pazientemente nella sua agenda, poi posò la penna intrecciò le dita delle mani e scricchiolò le ossa, mi guardò intensamente e richiese come ho fatto a conoscere il totem dell’autore? Quando gli risposi di essere stato testimone della tua metamorfosi sulle rive del fiume Nilo e che ora eri dentro lo stomaco del totem rospo di mio suocero Paolo, perse la pazienza e scaraventò l’agenda a terra con un gesto di stizza, gridò: “Questa è schizofrenia allo stato puro!â€, raccolse l’agenda e la penna ed uscì brontolando e gesticolando, ma io sono sicuro che tornerà, ormai vorrà sapere il seguito. Non posso fare finta di non sapere per fare un piacere a loro, avvolte mi sento come davanti a Pilato, mentre vuole una menzogna qualsiasi da barattare con la vita e la libertà, chiede la verità a Cristo. Quale giustizia può sacramentare un uomo ad un altro uomo? Quale giustizia può espletare di fronte ogni verità che non si vuole conoscere in fondo? Il giudice può solo lavarsi le mani e vivere la propria storia fatta di parole e di silenzi nella celebrazione rituale di comparsa espletando con esagerata enfasi la sua parte. Giustizia è stata fatta! Scarabeo, dimmi, perché Loredana prova questa pietà per me? Dovrebbe odiarmi, lasciarmi nella mia solitudine e invece sempre lì davanti a me con quello sguardo che sembra chiedermi perdono, ed io soffro non resisto a guardarla in faccia ad incrociare i suoi occhi, avvolte stiamo l’uno davanti l’altro tutto il tempo senza parlare, mentre annego in una sofferenza indicibile, vorrei sprofondare, vorrei non esistere, ma poi alla prossima visita eccomi ancora al suo cospetto. A nessuno, proprio nessuno auguro di sposare una donna che non ricambia il proprio innamoramento. Perché d’innamoramento si tratta, e non d’amore, e per quanto duri ha un termine, poi continua il buon senso, il ragionamento, la tolleranza, la confidenza… Guai a chi si assoggetta ad un matrimonio con una donna che vi ha scelto solo per ripiego! Lei saprà al momento giusto farvi pagare le sue prestazioni sessuali. E non avrete mai e poi mai la verità da lei, perché, in quanto uomo di seconda e terza scelta, non la meritate. E allora come potete vivere accanto ad una compagna di cui non potete fidarvi?
-Il pensiero di una donna è un mistero grande anche per me. Nel suo mistero nasce ogni pensiero. Nel suo mistero Dio cade nel paradosso della carne!- Gli risposi, mentre i mille e mille e mille occhi incominciarono a lacrimare sangue. Ogni lacrima a contatto con il pavimento diveniva fuoco. Era fuoco fatuo di colore verde tenue. Lui si guardò attorno conscio di ogni momento e smarrì lo sguardo nel punto più alto di quella cupola d’occhi, poi strinse tutte e due i pugni e gridò a squarciagola: “PAOLO!â€
-Avrei voluto non sapere…- rispose il rospo con una voce d’anziano stanco che risuonava nell’area. –Ma me lo immaginavo, ciò che avevo lasciato non terminava lì. Voi lì, vi chiedete i perché, andate in un posto e pretendete di trovarvi in un altro. Quando un uomo si dirige in una parte deve sapere che prima o poi arriverà a quella meta, tranne se non decide di tornare indietro di cambiare, ma se continua, anche se lentamente, anche se soffermandosi di qua e di là, prima o poi giungerà. E giunto magari si dimentica il perché sia andato in quel posto. Parlo da vecchio stanco, questa storia mi ha fiaccato! Ero tra i fanghi del mio letargo, ora svegliatomi, il mondo che mi circonda sembra fatto di tenebre fitte.
All’improvviso i mille e mille e mille occhi si chiusero e non rimase che il buio fitto intenso così anche il silenzio, niente e nessuno… Mi ritrovai bambino, quattro cinque anni, coricato nel mio letto, in una di quelle sere d’inverno, di scrosciante pioggia di lampi e tuoni, nel tremolio di una candela osservavo le strane facce che la muffa nel muro lasciava comparire come anime in pena che si dibattevano imprigionati nella materia. Quando poi la candela veniva spenta ancora sveglio trattenevo il respiro più che potevo, immobile sotto le coperte con la paura certa che quelle anime si erano liberate e arieggiavano su di me. Silenzio buio e paura fin quando mi assopivo e crescevo. Dolce Gerlanda, vecchietta della mia infanzia, dove tra le tue falde riparavo da quei lampi di vita che ogni giorno erano pronti a colpire la mia innocenza. Lì in quella tua casetta, di una porta, una finestra, un letto, un tavolo e una cassapanca da dove la tua magia materializzava per me biscotti e santini. Rimuginavo nella mia mente una tua legenda raccontata nel meriggio di un inverno. “Assettati kà, ca ti cuntu lu ‘ncantesimu di la Munachedda di Muntirussu.†Mi promettevo che non appena cresciuto abbastanza sarei andato a Monterosso per vedere comparire la Munachedda per riuscire a toccarla con mano. “Ogni setti anni si rapi a montagna e nesci a Munachedda bedda e juvana ‘ngruppa a u’ cavaddu jancu e superbu, curri comu u ventu, scinni finu a funtana. Tempu ca u cavaddu s’abbivira e curri ‘ntramuntata e ritorna intra a la montagna ca si rapi e si chiudi pi natri sett’anni. Ora pi spignari stu ‘ncantesimu unu ava arrinesciri a tuccalla cu li mani e a Munachedda di Muntirussu e lu cavaddu addiventanu tutti d’oru arricchennu u furtunatu.†La legenda dice, in un’altra variante, che va ad abbeverare il suo asino carico d’arance d’oro, chi riesce a toccarla diviene il padrone dell’oro. Però bisogna scorgerla in un’aurora d’agosto, e solo ogni sette anni, questa giovane e bellissima monaca discende la strada con il suo asinello, bardato con il prezioso carico, fin giù ai piedi del monte all’abbeveratoio, dopo aver fatto dissetare la bestia, risale la strada e i suoi passi scompaiono dentro l’antica torre di guardia. Ricordo che appena cresciuto qualche anno andai a visitare quei luoghi e scrutavo il tragitto con il batticuore quasi sentivo l’aria di mistero, di storia e legenda che vi era. Oggi ho capito, ho capito che la donna mistica e bella non è altro che il trascendente, come il sette numero magico per eccellenza, come sette sono i pianeti nella antica cultura mediterranea, sette sono gli anni dell’attesa per la sua comparsa. L’uomo è l’immanente che cerca di raggiungere e toccare con mano la Munachedda il trascendente, non il miracolo visivo, ma prova certa. E solo allora l’uomo raggiunge il Se della vera sapienza rappresentata dall’oro filosofale alchemico che nessuno mago ancora ha raggiunto. Nessun profeta, yoga, mago o santo ha mai afferrato con le proprie mani il trascendente. E non mi si risponda Cristo perché non vi è niente di nuovo in Dio che tocchi l’immanente, è nelle sue facoltà, ma non è nelle nostre di toccare lui. Tommaso ha voluto toccare la carne e la carne toccò! La legenda a tutti i simboli magici: l’anima femminile, il cavallo, simbolo della città di Troia, (asino di Balan), il numero sette, l’oro. Chissà dove è andata a finire quella lampada ad olio di terracotta che quel giorno mi regalò Gerlanda? L’avrò smarrita irrimediabilmente… Ma quella sera d’inverno uscii fuori gli occhi dalla coperta e nel buio quella lampada era posata lì tra le mie cose di bambino, spenta, non la vedevo, ma ero sicuro che c’era. E fu dopo questa certezza che mi s’illuminarono le parole lamentose di Giobbe: “Oh, potessi sapere dove trovarlo ed arrivare fino alla sua sede! Esporrei davanti a lui la mia causa; riempirei la mia bocca di argomenti. Saprei con quali parole mi risponde e capirei quello che mi dice. Contenderebbe egli con me con grande forza? No, non avrebbe che ascoltarmi. Allora sarebbe un uomo giusto a discutere con lui ed io guadagnerei definitivamente la mia causa. Ecco, se mi dirigo verso Oriente, egli non c’è; verso ponente, e non lo distinguo. Lo cerco a sinistra, e non lo scorgo; mi volgo a destra, non lo vedo. Pertanto egli conosce il mio cammino; se mi esamina, ne esco puro come oro. †La luce di queste parole illuminarono il volto di quel misero uomo che mentre si andavano infiammando contemporaneamente le pronunciava e piangeva le sue lacrime morte che fuoriuscivano da quella maschera immutata di risentimento.
-Novello Giobbe!- Gli dissi –Anche tu hai cercato il tuo autore ed hai trovato uno scarabeo!- Pensavo tra me che anche io ho cercato di afferrare il senso della vita, ho cercato e ho trovato me stesso, ho cercato di afferrare un rospo e ho trovato solo uno scarabeo. Poi richiusi gli occhi e vagai nel sogno tra il silenzio della chiesa vuota ormai con le sfarzose lampade spente, in attesa di ripetere a stento al prete le lezioni di catechismo in preparazione alla prima comunione. Al prete interessava che le ripetesse e non che le capisse e io non le capiva quelle arcane parole, quelle formule che ascoltavo da gli altri bambini di buona famiglia così bravi e cadenzati, così attendevo insicuro e preoccupato. A terza fila vi era una vecchietta avvolta nel suo scialle nero, quando un serpente uscito da non so dove si rivolse a me minaccioso, terrorizzato mi avvicinai a lei che mi avvolse nel suo scialle proteggendomi e poggiando la mia testa nel suo seno la guardai in volto ed era quello di una giovane e bellissima donna che con mestizia mi sorrise. Sentii quel bene profondo, quel sentimento mistico così vero, così forte che chiamerei amore, nel suo senso etimologico della parola: anti morte. Ora credo di capire la presa di coscienza sessuale dei miei nove anni tra il simbolo fallico del serpente e la sensazione del femminile. Ma il solo ricordo di questo sogno mi rinfranca e mi salva, mi redime e mi purifica come quelle lacrime di sangue che diventano fuoco. Come la cecità e la vista di Paolo per la via di Damasco. Simboli e immagini, immagini simbolo, che si ha il dovere di sforzarsi a capire. Uscire fuori dal rospo è un labirinto di reminescenze, basta imboccare il corridoio sbagliato per ritrovarsi a vagare nel nulla, bisogna prima trovare il proprio cherubino, la propria sfinge, il proprio mostro, metà uomo e metà animale, e dopo aversi ben guardato, riflesso, riuscire, cioè trovare la via d’uscita. Ahimè per chi non ha con se il filo d’Arianna, come un figlio attaccato alla propria madre dal cordone ombelicale, pronto a rivivere il riparo del grembo, come lo scialle nero di Maria o l’oro della giovane monaca di Monterosso. Ma io ero sicuro, certo della lampada ad olio di terracotta tra le mie cose, non la vedevo al buio, ma c’era. Poi un giorno di inverno tra le campagne, con altri compagni di gioco, pronti a superare i nostri limiti e non solo territoriali, trovammo, sopra una fossa ripiena d’acqua dalle abbondanti piogge, un sorbo con i suoi frutti scuri e dolci. Lì, attaccati a quell’albero, proprio io ruppi una cima e caddi nella fossa e giù per diversi metri in quell’acqua gelida, toccai il fondo e quei pochi attimi si dilatarono tanto da osservare sopra me la luce, poi risalii e fui acciuffato da gli amichetti. Il freddo e la febbre furono le prime conseguenze di quel battesimo della vita, pronto a recepire la lezione che quella luce del giorno vista dal fondo, anche se realmente era la bocca circolare della fossa, era la verità da raggiungere, unico senso della vita. Come la luna nel regno dei rospi. Come la luna di mastro Filippo che volle la mia vittoria sul mondo di fanciullo affollato di paure infondate. Tante, come le mie paure per quella sua vecchia casa e quella scala. Una sera volle che io la guardassi la luna piena da una finestra di quella scala accanto ad uno strano stanzino chiuso e misterioso. Mi ordinò di stare al meno mezzora al buio per potere scrutare, con un suo ottimo binocolo, bene l’astro. La mia ammirazione per quell’uomo e quel nuovo limite da superare mi fece accettare. I primi minuti sembrarono di piombo, guardavo la luna e non la vedevo, tremavo e addosso alle mie spalle sentivo la pressione gelida di mani e presenze, non che l’urto del buio che mi avvolgeva, non bastarono le mie sensazioni che rumori nello stanzino misterioso mi scuoterono. Ero pronto a scappare ma decisi di no e fu allora che incominciai vedere il satellite con i suoi mari e la bellezza di quella luce argentea. Nessun rumore di topo, nessuna impressione della fantasia poteva più turbare quello spettacolo. Riuscii d’allora a scindere il fuori e dentro me e rinnegai quel mondo fantastico di bambino per un mondo fatto di stelle e di donne. Quella lampada ad olio di terracotta non so dove è andata a finire, so che d’allora non la ho più cercata. Mastro Filippo solerte nel suo dire, tra le bestie scannate per professione e i giorni passati tra una guerra e l’altra, compresa quella di Spagna, m’insegnava che poco differisce, tra il cuore, il cervello e l’addome dell’uomo e dell’animale, così poco da non differire il senso tra l’uno e l’altro. Allora mi regalò una vecchia bibbia in latino e una moderna chiave. La bibbia la ho portata sempre con me e c’è ancora tra i miei libri, la chiave la smarrii irrimediabilmente, come persi le sue ultime parole dal suo letto di morte da dove mi chiamò ed io per negligenza non andai, preso come ero tra i si e i no dell’innamoramento, e la mia stanchezza di capire. Allora in quella sera d’inverno non mi assopivo più sotto le coperte, non arieggiavano più nel buio spettri, ma non vi era più la lampada ad olio di terracotta di Gerlanda e nemmeno più la cercai. Era rimasto un mondo fatto di carne e di pietra, di fuoco e di acqua, di aria, di buio e di luce, senza più canti in chiesa la domenica e senza Dio. Solo realtà dura e contraria ma razionale. Questo vedevo, questo toccavo, e questo era. E fu così per tanti anni. Rimasi lì in quella pozza a guardare la luce e la luna affascinato dai suoi mari senza più riemergere, non trovando la forza per la spinta verso su.
-Ecco dove t’incontrai, lì immerso, ma sicuro che non mi hai visto preso come eri a guardare su!- Disse ironico il rospo che riprese la sua voce avvolte stridula e avvolte baritonale: -Ma non importa… Ah! Se gli uomini avessero compreso l’enigma della Sfinge, non sarebbero finiti smarriti nel labirinto della filosofia per millenni per poi scoprire, perché ci riuscirà che quella verità così cercata e nell’animale che è in noi. Nel mio viaggio in riva al Nilo la Sfinge, donna con il corpo di leone, come la giovane monaca e il suo cavallo, come Maria e il serpente, incontra il giovane Edipo, al quale pone il mitico enigma: “Qual è l’animale che al mattino cammina a quattro zampe, a mezzogiorno a due e la sera a tre?â€. Lui rispose: “L’uomo!â€, ma ne lui, ne tutta l’umanità a venire compresero che l’uomo è un animale. Inutilmente servì il sacrificio del figlio di dio… Edipo si trovò di fronte il suo mostro e non lo vide così andò avanti verso il suo destino fatto di cecità. Anche tu! Sciagurato! Hai tralasciato di vedere l’animale in te, fin quando il tuo misero borioso io cadde vittima inesorabile del tuo vero te stesso! Togliti la maschera ora non ti serve più.
A queste parole del rospo tutto si accese di intensa luce e suo genero cadde a terra, mentre si allontanava strisciando avveniva la sua metamorfosi in serpente, scomparendo nei meandri bui oltre la luce. Floriana rimase immobile come una statua di giaccio ed io mi incamminai girando attorno a lei disegnando un cerchio perfetto, come lo zero che circoscrive qualsiasi numero rendendolo nullo e non quanto. Solo l’ombra di quell’uomo divenuto serpente rimase per terra. Allora il rospo riprese nel suo dire: “Pensi che la sua nuova forma sia una condanna? E’ solo un modo di essere! Nessuno animale è inferiore ad un altro! La redenzione è per tutti! Il cammino del tempo non tralascia nessuno e nessuno potrà mai rimanere indietro solo le nostre azioni rimangono indelebili eterni. E’ questa la vera condanna di ognuno: il non perdonarci le nostre colpe. Vedi la sua ombra? Lui giace nel suo tempo senza ombra e senza totem è lì… in attesa di redenzione, ma nessuno potrà mai dargliela nella sua solitudine di uomo, vagherà nella sua esistenza chiedendo un senso. Ma quale senso potrà mai esserci se non quello di esistere, di vivere per vivere? Riuscirà a vedere la luna oppure sarà schiacciato inesorabilmente dal suo buio? A te la risposta scarabeo!
-Forse il mio buio e la mia luna non sono medesimi al tuo buio e alla tua luna, rospo ne a quella del serpente. Nel mio buio vi era un mondo di meraviglia e nella luna un deserto, solo polveroso, satellite troppo freddo e troppo caldo per poterci vivere. Non rimpiango il buio e neanche la luna, ma quella chiave moderna che non trovo più. Tante volte ho trovato porte chiuse e le serrature erano moderne, chissà avrei potuto provare con quella chiave ad aprirle e invece il mistero è rimasto chiuso nelle sue ultime parole in quel letto d’ospedale, nel suo volto smagrito e sofferente. Ora non voglio poggiare i mie piedi sulle orme del rimpianto, perché andrei solo a ritroso, voglio andare avanti non dimenticando nulla e non seppellendo nessuna verità che mi riguarda, con quel minimo di concretezza che la vita mi richiede.
-Bravo scarabeo! Esci dal tuo buco, muoviti ed io con i miei succhi gastrici ti renderò sostanza di sopravvivenza. Tu ti impantani in una storia senza via d’uscita, il povero mio genero è lì in quel manicomio in attesa che il suo dio, misero dio saresti tu, gli dia una risposta.
-Ma quale risposta? Quale risposta potrà mai avere delle sue azioni? E poi è veramente avvenuto tutto ciò? Oppure è solo schizofrenia? Posso solo dirti che tua figlia Loredana mi ha confessato che Floriana non è figlia di Cristiano e in quella notte della verità lei dicendo quella menzogna lo ha voluto semplicemente insultare. Questa stessa menzogna le era servita per legare Cristiano a lei, una stupida menzogna trasformata in verità e che ha schiacciato tutti quanti: te rospo, e tutta la tua famiglia. Ora Loredana ha i sensi di colpa e guarda suo marito come è stato ridotto dalla sua bramosia di femmina, e sta lì a fissarlo non trovando le parole…
Tutto incominciò a tremare, una forte scossa e poi mi sentii risalire vertiginosamente e sputato fuori nel Cielo.

III
Precipitai sopra i petali rosa di un fiore di loto, m’inebriai nel fragrante profumo e nel dolce polline, dritto verso il sole, provai la frescura di quel lago, tutto sembrò bello, buono e giusto. Mi guardai attorno e non molto lontano il rospaccio mi fissava con un solo occhio e poi con l’altro, all’improvviso come un pazzo scatenato scoppiò a ridere e la sua gorgia tremava tutta, mi veniva voglia di dirgli che cosa aveva da ridere così tanto, ma non mi diede tempo che arrivò immediata la risposta: “Per un attimo, solo un attimo, ti avevo scambiato per Krishna, il Signore Assoluto, ma è stato così poco che riavendomi mi sei sembrato più brutto e più ridicolo!†E rideva sguaiato e impertinente. Come riusciva a cambiare umore così velocemente, non me lo spiegavo, però dopo la sua esperienza tutto era così irrilevante, ma vero, vivo, sentito e non oltre, tutto faceva parte di una verità che in fondo poco importa, come possa importare un attimo di vita, di esistenza e fu così che entrai anch’io in sintonia con il suo divertimento e ho riso pure io a crepapelle. In questo divertimento ogni molecola di quel mondo incominciò a vibrare separandosi l’una dall’altra, e ogni molecola in atomi e ogni atomo si divise ancora e poi ancora fin quando divenne tutto energia in un moto ondulatorio tra ieri e oggi tra oggi e ieri, fin quando un bambino dagli occhi di un azzurro profondo come il mare di giugno mi raccolse dal fiore e mi scagliò nel cielo, io aprii le ali e volai, pesantemente volai per poi posarmi quasi accanto al rospo, incuriosito da quel dolce bambino chiesi chi fosse, il rospaccio se la rideva e battendosi le zampette anteriori nel ventre mi disse solennemente: “Issa!†Chi è mai? “E stato concepito dall’energia femminile in unione con il serpente, nel coito celeste secondo il Tantra. Qui siamo a Mataria nel Giardino delle Erbe in un monastero esseno.†Quanta bellezza! Fiori e alberi di ogni genere, profumi intensi e fragranti… Issa se ne stava lì, solo e osservava ogni istante, ogni cosa, sembrava sfiorare leggermente ogni cosa, la sua veste bianca senza cinto lasciava intravedere due gambetti e braccini perfetti e chiari, quando una voce di uomo lo chiamava da lontano. “Questo è Giuseppe. Loro lo hanno eletto suo protettore da prima della nascita, ed è pronto a dare la sua vita per lui, anche se proprio ieri sera di fronte a gli anziani confraternita lui rinunziò ad ogni diritto sul bambino. Giuseppe sapeva che questo momento sarebbe arrivato, ma quando si posizionò a centro del semicerchio dei confratelli mentre guardava sua moglie tra le donne a destra, sentì il suo grande amore per Issa esplodergli dentro, poi mangiò il suo pane e bevve il suo vino cantò gloria a il Signore Assoluto. Lui e lei si guardarono intensamente e ripercorsero a ritroso la fuga e la nascita in quella notte dove la congiunzione di Saturno e Giove nella costellazione dei Pesci condusse i monaci a celebrare la rinascita di Buddha. Portarono la ciotola, i gioielli, l’incenso e le cose appartenuti al lama deceduto insieme ad altre cose, li posero davanti a Issa e dopo un istante con la sua manina afferrò la ciotola e se la portò in bocca, con una forza sorprendente. I sacerdoti si rallegrarono e cantando gloria andarono per il cammino di ritorno. Ora Issa appartiene all’Ordine gli fu insegnato il saluto e il segno della santa confraternita, si ballò e cantò fino a poche ore fa.â€
-Ma che storia stai narrando? Il tuo Issa è forse il mio Gesù?- Non mi diede nessuna risposta mi disse solo: “Guarda!†Issa sembrava non ascoltare Giuseppe che lo chiamava, chinato sullo specchio d’acqua di fronte a noi giocava turbando l’acqua immergendo il suo indice della mano destra creando dei cerchi concentrici e ripentendo quel gesto innumerevole volte. Quando nell’acqua spuntarono delle immagini… Il volto di Giuseppe che confessò di non essere suo padre, ma di amarlo ancor più di un padre. Incominciò a vibrare la luce di fuochi accesi su la montagna dove si trova Masnada, lo splendore di una luna crescente illuminava due giovani di fronte a diversi gruppi di Esseni in abito bianco che all’unisono portarono la mano destra al petto e la sinistra sul fianco. I due giovani pronunziarono assieme solennemente di rinunziare ad ogni ricchezza e fama ad ogni potere su gli altri uomini. “Issa e Giovanni†li chiamò il vecchio Nabbin “Giurate fedeltà e segretezza!†E li baciò. Poi furono segregati per tre giorni e tre notti nella caverna delle tentazioni. Rivestiti con l’abito bianco ricevettero la cazzuola e il bacio furono iniziati all’Ordine. Passò un’altra luna nuova e furono confratelli. Issa tocco di nuovo l’acqua del Nilo con il suo piccolo indice e altre immagini rispuntarono nei cerchi concentrici, una lunga carovana tra deserti e montagne verso il fiume Indo e poi il fiume Gange tra la gente di Varanasi, mentre parlava del Signore Assoluto, anima dell’universo, occhi d’odio lo fissavano. Issa esortava: “Aiutate i poveri, assistete i deboli, non fate danno a nessuno, non bramate ciò che non avete e ciò che vedete posseduto da altri!â€. Tra le montagne del Nepal a Kapilavastu, Issa pregava e studiava tra i rotoli pronunciò i suoi sermoni. Il vecchio abate disse ai monaci Buddisti: “Questo è Bodhisattva. Oggi è un picco del Tempo. La sua stella di saggezza si alza nel cielo. Issa ci porta una conoscenza di Dio. Tutto il mondo lo ascolterà!â€. Il bambino rimise il dito nell’acqua e il suo volto adulto si rispecchiò, tra i suoi confratelli, vestito di bianco, e fu scritto sull’acqua: SINCERITA’. Rimise il dito e dopo la turbolenza fu scritto GIUSTIZIA e poi FILANTROPIA e in oro emerse il suo nome: ISSA! A questo punto ci fissò e ci disse: “Mai più il Signore offenderà l’uomo facendolo rinascere in un corpo animale!†E il rospo ha avuto il coraggio di rispondergli: “Ma un animale rinasce uomo!†Issa lo guardò ma non gli rispose, riemerse il suo dito nell’acqua quando rispuntò un’altra scritta nell’acqua: EROISMO, e poi: AMORE! Si udirono grida da tutte le parti: “Questo è il Cristo!â€, “Ha raggiunto prima il Sé, poi l’immortalità!†Noi tutti, compreso i fiori abbiamo meccanicamente pronunziato la parola “AMEN!†Lui era diventato uomo non fu più il bambino di prima. I sette saggi riuniti a Mataria: un pitagorico, un esseno, un buddista, un induista, un druido e un egizio di Zaratustra, dichiararono chiusa l’era della crudeltà per iniziare l’era dell’amore. L’uomo deve incatenare la sua anima animale e rinascere solo uomo. Questa era la linea del non ritorno verso l’innocenza crudele delle leggi universali, ora per la salvezza dell’uomo bisognava incamminarsi verso l’amore. Per questo è stato costruito il Cristo, dal Messia delle profezie di Israele, al Messia celtico Esus, al Buddha rinato, o al ritorno di Krishna, al Sé filosofale. Molti furono i fallimenti e i messia senza storia, ma Issa nato da Maria di Glastonbury in Britannia portata appena nata, da Giuseppe D’Arimatea da i suoi lunghi viaggi commerciali, cresciuta nella spiritualità, con il suo aspetto così diverso da gli altri. L’insegnamento dei saggi rese Issa infallibile. Solo la fede dell’Ordine Esseno permise questo grande evento che cambiò la storia. Zaccaria che permise l’evento in casa sua del coito celeste, fu in quella casa che rimasero incinta Elisabetta e la cugina Maria. Maria e i suoi sedici anni, Maria e i suoi occhi chiari e i suoi capelli neri, Maria la donna più bella, Maria madre di Dio, Maria scrigno di tanto mistero. Un’altra Maria, Maria Maddalena lo amò come Dio e come uomo, l’unica che Issa baciava sulla bocca, ma Issa fedele alle regole dell’Ordine Esseno, fedele alla missione dei Sette Saggi, non la prese come moglie, Tapa, austerità, senso del dovere, fin quando tutto fu compiuto. A l’età di tredici anni molte famiglie lo volevano promesso secondo le regole ebraiche e fu allora che Giuseppe lo inviò con la carovana verso oriente. Tutto fu preparato minuziosamente per realizzare la profezia più grande. E quando Pilato lo vide la prima volta appoggiato al tronco di quell’albero di mandorlo mentre proferiva parole di umiltà con la sua bionda barba e i suoi capelli sciolti, la sua carnagione chiara, in mezzo a tutti gli altri con quelle barbe nere ebbe proprio l’impressione di un dio in terra. Così scrisse a Tiberio Cesare, nel 32 d.C., che Issa non era contro Roma, predicava la sopportazione e l’amore, il perdono. Quando Pilato se lo trovò davanti, invitato al Foro, Issa andò, e con il solo sguardo lo impietrì. Pilato scrisse: “Mi pareva di avere i piedi inchiodati al pavimento di marmo con catene di ferro. Tremavo tutto, come farebbe un colpevole, mentre lui era calmo!†Tutti provarono un gran rispetto per Issa, tanto che decise di proteggerlo e lasciargli libertà di convocare il popolo, agire e parlare. Ma i suoi nemici erano sempre più numerosi, tra i potenti, ognuno vedeva in lui un pericolo. Anche gli zeloti non trovarono in lui quello che cercavano. Neanche i Sette Saggi riuscirono più a controllarlo, era più grande più vero di quanto loro stessi si aspettassero. Neanche lui stesso si riconosceva con chi era prima, sembra proprio che il Grande Spirito, l’Anima Universale, lo aveva reso suo strumento. Questo gli Esseni lo compresero, fino all’ultimo e anche dopo, quando Giuseppe D’Arimatea fuggi lontano in Britanna, Marta e la sua famiglia fuggirono a Saint-Baume, in Francia, aiutati da i confratelli druidi. Issa, sua madre, sua sorella Maria e Maria Maddalena sua compagna andarono per la via di Damasco a Rozabal. Così il segreto dei Sette Saggi fu sigillato per sempre anche ai fedelissimi seguaci di Issa. Issa fu grande nelle sue opere e nelle sue parole! Quando una meretrice si accostò alla tavola di Issa con i suoi discepoli, senza essere invitata, con aria incredula pronta a ridere ad ogni sua parola, lasciva e provocante nelle sue vesti e nelle sue occhiate, dopo averlo ascoltato che per una persona vi è sempre la strada del ritorno verso la casa del Padre, basta la volontà al pentimento, lei cominciò a piangere e volle baciargli i piedi e asciugarli con i propri capelli. Gli apostoli la volevano allontanare ma Issa la perdonò e divenne una di loro. Così Issa disse ai suoi: “Fate si che la vostra preghiera sia incessante, discepoli miei, affinché possiate ricevere. Perché colui che cerca trova, e colui che bussa, a costui verrà aperto. Colui che chiede riceve una risposta da Dio.†La potenza della preghiera è così grande che qualsiasi realtà potrà essere mutata in una altra verità, questo è nell’onnipotenza di Dio. Issa, l’Unto, il Maestro di Giustizia Esseno, così insegnava: “Non cercate la Legge nelle vostre scritture, perché la legge è viva, mentre la scrittura è morta. La legge è la parola vivente del Dio vivente, ha profeti viventi per uomini viventi. In tutto ciò che è vita, è scritta la Legge. La trovate nell’erba, negli alberi, nel fiume, nelle montagne, negli uccelli del cielo, nei pesci del mare, soprattutto cercatela in voi stessi. Dio non ha scritto la Legge nei libri, ma nel vostro cuore e nel vostro spiritoâ€. Poi guardò: un rospo, uno scarabeo e un serpente e disse: “In verità, queste sono le creature vostre compagne nella grande casa dell’Essere Eterno. Esse veramente sono i vostri fratelli e le vostre sorelle e hanno lo stesso soffio di vita nel Dio eterno, e respirano lo stesso Spiritoâ€. Quando incominciò a trasudare sangue e le gocce s’immersero nell’acqua e Issa vide tutta la sua passione di sofferenza e pregò Il Signore Assoluto: “Padre! Tutto ti è possibile, allontana da me questo calice,; però non si faccia quello che io voglio, ma quello che vuoi tuâ€. Un fratello Esseno gli comparve e lo rincuorò, tutto era pronto, Giuda avrebbe fatto la sua parte. Il sepolcro era stato già completato come da progetto e Giuseppe D’Arimatea, aveva le conoscenze giuste. Bisognava smentire clamorosamente tutto ciò che era fondamentale come la maledizione dell’appeso. Nicodemo aveva informato Giuseppe D’Arimatea e i confratelli Esseni che il consiglio dei sacerdoti del Tempio presieduto dal sommo sacerdote Josef ben Caiaphas decisero di eliminarlo. Tutto era stato già preparato da anni. Chi poteva vincere la morte? Chi poteva vincere la maledizione dell’appeso? Se non il Cristo? Era questo il progetto dei Sette Saggi, unico rimedio al potere delle religioni, che rilegavano Dio al loro potere. Con il seme delle parole del Cristo d’amore e umiltà il potere tracotante di ogni istituzione avrebbe avuto la peggio per un mondo nuovo. Una rivoluzione fatta non con le armi ma con il perdono. Questa era la missione del Figlio dell’Uomo. A 35 anni Issa viene condannato alla crocifissione il 27 di marzo, corruttore, sedizioso, nemico della legge, falso Figlio di Dio, falso re d’Israele, nella città santa di Gerusalemme, sotto il sacerdozio di Anna e Caiaphas, a firma del governatore della Galilea Inferiore, seduto sul seggio presidenziale del Pretorio, di Ponzio Pilato, il quale ordina al primo centurione Quilius Cornelius di condurre il criminale sul posto dell’esecuzione. Proibisce a chiunque, povero o ricco, di manifestare qualsiasi opposizione. Hanno così controfirmato: i farisei Daniel, Joannes e Raphael Robani; il cittadino Capet. L’acqua s’intorpidiva di sangue, era divenuta rossa, sprizzavano lampi di fuoco, mentre Issa teneva fermo il dito nell’acqua e alle frustate dell’immagine riviveva nel suo corpo la sofferenza. Era già sul Golgota. I servi del Sinedrio avevano chiesto una croce di fattura diversa perché il condannato e suo padre erano falegnami, così fu messo un poggia piede e il sedile, che gli consentì sollievo e l’asse verticale molto più lungo che permise l’inserimento della scritta. A mezzogiorno Issa fu inchiodato nei polsi e nei piedi al suo legno. Giuseppe D’Arimatea non si era allontanato da Gerusalemme, ma nessuno l’aveva visto in giro. Quando gli apostoli lo incontrarono, chiesero come mai, lui così devoto a Issa, così influente al Sinedrio e tra i Romani, non abbia mosso un dito per difenderlo? La risposta è rimasta sepolta nel Giardino delle Erbe a Mataria in Egitto. Però grazie a lui le donne hanno potuto portare il toska a Issa. Questa volta nel toska preparato non vi era solo vino inacidito e assenzio per rendere incosciente la vittima, ma qualcos’altro che provocò l’immediata morte di Issa, una morte apparente, e questa volta il toska è stato dato solo a Issa e non ai due ladroni che penarono con le ossa rotte a lungo appesi al legno morendo per insufficienza circolatoria senza più potersi poggiare sulla sella e sul poggiapiedi. Giuseppe D’Arimatea agì dietro le quinte, con tutta la sua influenza, bastò quel piolo, bastò quel toska drogato dato dal soldato romano con la spugna attaccata ad una lunga canna di issopo, che Issa, avidamente con l’arsura delle ferite e delle torture e le secche labbra, bevve, a fare resuscitare un uomo morto. Issa dopo avere bevuto disse: “Tutto è compiuto!†nella sua missione di sacrificare la propria vita per la VERITA’. Alle tre di pomeriggio il cielo divenne tenebra e uno strano freddo si insinuò tra i vestiti, la gente ebbe paura e ritornò nelle loro case, pentita di avere provato piacere per quella esecuzione di quei tre uomini, quel piacere perverso nel guardare le avversità altrui. Issa, come quando Buddha veniva osteggiato dai suoi, o Krishna durante la guerra tra i Kaurava e i Pandava gridò: “Elo-i, Elo-i!†aggiunse “Lamah shavahhtani!†(Dio, Dio, quanto mi hai glorificato!) Così la testa gli ricadde sul petto. Dal mar Morto salì una nebbia rossiccia, il crinale delle montagne si scosse violentemente e calò una spaventosa oscurità. Pilato aveva acconsentito a Giuseppe D’Arimatea di prendere il corpo di Issa, quando i sacerdoti seppero di questo consenso lo pregarono di fare spezzare le gambe ai condannati. I soldati ruppero le gambe ai due ladroni accelerando la loro fine. Avvicinati a Issa si convinsero della sua morte e uno di loro con modo sbrigativo trafisse il fianco destro da dove ne uscì abbondante acqua e sangue, tanto che Giovanni se ne stupì, lasciarono così la scena a gli addolorati consentendo di deporre le vittime. Issa era in trance catalettica, per mezzo dello yoga entrò in samadhi. Giuseppe D’Arimatea si affretta a portare il corpo consegnato nel nuovo sepolcro, costruito nel suo giardino appositamente. Nicodemo arrivò carico di unguenti, teli di lino, aromi forti, balsami di guarigione e le lunghe strisce di bisso. Diedero il primo aiuto, non lavarono il corpo, perché nel rituale ebraico il corpo si lava ai morti prima della sepoltura e Issa non lo era, tolta la corona di spine fu avvolto nella sindone che subito lasciò intravedere lo sgorgare del sangue da tutte le ferite. Chiuso il sepolcro da una pesante pietra, gli Esseni entrarono dal passaggio interno e continuarono le cure dopo che il grande maestro Chetan Natha, venuto apposta dall’Himalaia, lo risvegliò dal trance. Giuseppe praticò la respirazione a bocca a bocca e piangeva, le sue lacrime cadevano abbondanti sul volto di Issa. Nicodemo cosparse di balsamo entrambe le ferite dei chiodi nelle mani, lasciando aperta quella del fianco. Poi lasciarono adagiato il corpo sulla pietra e affumicarono il sepolcro con dell’aloe e altre erbe. Quando Issa si riprese, respirando normalmente fu portato in una casa di proprietà dell’Ordine Esseno vicino al sepolcro ed era quasi mezzanotte. L’unguento usato da gli Esseni da quel giorno fu chiamato “Marham-i-Issa†per ricordare il prodigioso effetto che ha avuto in quella occasione. I suoi ingredienti sono: cera bianca, gomma di gugal, plumbei oxidum, mirra, galbanum, aristolochia longa, sub aceto di rame, gomma di ammonicum, resina di pinus longifolia, olibanum, aloe, olio di oliva. Quando Maria Maddalena trovò il sepolcro aperto e vuoto, uno degli Esseni, con il suo abito bianco, l’avvisò che Issa era partito per la Galilea insieme a Giuseppe D’Arimatea e Nicodemo, e lo potevano raggiungere là. I piani spettacolari di una comparsa pubblica del risorto sono stati cambiati. Gli Esseni hanno avuto timore per la vita di Issa, hanno tremato, hanno avuto tanto amore per lui che non hanno voluto più metterlo in pericolo e rischiare così di finire in mano ai sacerdoti. L’Ordine Esseno si riunì in gran consiglio e la decisione fu unanime. Issa era impaziente di incontrare i suoi, ma diede la sua parola di ubbidienza, così fu nascosto a Masnada, nella valle di Raphaim, per diversi lunghi giorni. Issa cadde in depressione causa lo stress post trauma, ricordava quel luogo frequentato da Giovanni il Battista, ormai morto, le corse insieme. La malinconia lo assaliva per avere lasciato soli i suoi discepoli, la sua Maddalena. Mentre si rinfrescava, nello splendore delle piante, guardava lontana l’alta torre di Masnada e la valle di Sittim. Quando fu guarito una sua prima apparizione fu nel villaggio di Emmaus, e con i primi due che incontrò provò l’effetto della sua resurrezione. Uno dei due, Cleopas, gli chiese se avesse sentito parlare della crocifissione di Issa. Lui così gli rispose: “O uomini si corti di intelletto e dal cuore così lento a credere a tutto quello che i Profeti hanno predetto! Non era necessario forse che il Cristo patisse tutto questo ed entrasse così nella sua gloria?†Quando mangiò con loro spezzò il pane e lo porse ai due, i quali si accorsero delle ferite e si ricrederono, fu riconosciuto e Issa disparve ai loro occhi. Issa apparve ai suoi, li trovò presi di paura credendolo uno spirito, così disse loro: “Perché siete voi così turbati e perché nei vostri cuori si levano questi pensieri? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io. Palpatemi e osservate: uno spirito, infatti, non ha carne e ossa come vedete che ho io†Loro si rallegrarono ma esitavano ancora così Issa chiese da mangiare, ed essi gli presentarono del pesce arrostito e ne mangiò alla loro presenza. Ma neanche questo bastò ad alcuni di loro che incominciarono a montare teorie superstiziose, sulla sua apparizione. Per sei anni Issa si muoveva di villaggio in villaggio sempre ospite dei confratelli Esseni e loro amici. In Betania nella casa di Lazzaro incontrò sua madre ed alcuni discepoli. Nicodemo quel giorno portò la notizia dell’arresto di Giuseppe D’Arimatea. Issa pregò per lui. Tutto l’Ordine Esseno stette in ansia. Giacché non vi erano prove fu liberato. Issa continuò il suo viaggio a Bethsaida e fu ospite di Simon Pietro, in una capanna da lui costruita in riva al mar di Galilea, lì incontro Tommaso e gli altri discepoli, Natanaele e i figli di Zebedeo, che dubitavano ancora del suo corpo vivo. Issa fece toccare loro le sue ferite e costrinse Tommaso a mettere la sua mano nella ferita del costato. Poi mangiarono pane e pesce appena pescato e il giorno dopo partirono. Andò ai piedi del monte Carmelo, poi ritornò in Betania, dove organizzò la partenza per l’Oriente con sua madre e la sua compagna Maddalena. Proseguì per Kedron, dove rimase per un po’, sul monte degli Ulivi pianse per Gerusalemme. La nebbia incominciò a calare mentre si addensava sempre più, lui s’allontanò seguito dallo sguardo dei discepoli, che capirono che non l’avrebbero più rivisto, toccava loro proclamare quella verità. Ricordarono le sue parole: “Io sono il buon Pastore, e conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre: e per le mie pecore do la mia vita. E ho altre pecore, che non sono di quest’ovile; anche quelle bisogna che io guidi; e daranno ascolto alla mia voce, sicché si avrà un solo gregge e un solo Pastoreâ€. Dopo l’incontro tra Issa e Saulo, mandato a chiamare da Anania, a Damasco, continuò il suo cammino verso Oriente. Issa soggiornò in casa di Anania per diciotto mesi, dopo fu avvertito che gli Ebrei mandarono una missione incaricata a scovarlo, partì alla volta di Nisibis, dove incontrò una comunità di Ebrei esiliati. Fu in questa città, punto d’incontro di molte vie carovaniere, tra tante genti di ogni luogo e nazione, intenti al commercio, che Issa cercò di nascondere la sua identità e prese il nome di Yuzu. Issa, in quei giorni portava una sciarpa di lana sul capo e un manto di lana gli avvolgeva il corpo, aveva in mano un bastone e vagabondava da villaggio in villaggio, mangiando frutti e vegetali. In tanto Saulo istruito da Barnaba e Giovanni divenne discepolo ad Antiochia, in Siria dove incontrò Simon Pietro. Erode Agrippa perseguitò la comunità cristiana, e fece uccidere Giacomo fratello maggiore di Issa, noto come il capo. A Nisibis, fu ricevuto dal governatore insieme a Maria sua madre con tutti gli onori e tutti si convertirono alle sue parole. Ma molti furono pure i nemici e la città divenne insicura, così riprese la Via della Seta che va da Damasco a Mosul e da qui a Babilonia e poi continuò ancora per Ur e raggiunse Kharax, capitale del regno di Mesene, dove nel suo porto giungevano le navi cariche di merci dell’India. Issa, decise di non prendere la via del mare e s’inoltrò in Persia. In Persia vi era di convertire e debellare le superstizioni della religione dei sacerdoti di Zoroastro. I miracoli e i sermoni di Issa furono tanti, fin quando un gran sacerdote lo fece arrestare, per avere seminato il dubbio nel cuore dei credenti zoroastriani. Issa rispose con queste parole: “C’è un silenzio in cui l’anima può incontrare il suo Dio, e dove è la fonte della saggezza. Tutti coloro che vi entrano sono immersi nella luce e colmati di saggezza, amore e potere. IL SILENZIO NON E’ CIRCOSCRITTO: NON E’ UN LUOGO CHIUSO ENTRO LE MURA, O PARETI DI ROCCIA, NE’ E’ POSSEDUTO DALLE SPADE DEGLI UOMINI! Gli uomini portano con sé il luogo segreto in cui possono incontrare il loro Dio. Non importa dove la gente dimori, se in cima a una montagna o in una valle profonda, o nella quieta casa; essi possono simultaneamente, in ogni istante slanciarsi per la porta spalancata, e scoprire il silenzio, scoprire la casa di Dio. Essa è nell’anima.†Aggiunse poi che: il candore animale dell’uomo senza la religione, governato dalla legge naturale, fu traviato dai sacerdoti, opponendo inutili intermediari: idoli, animali e astri come il sole e la luna. Aggiunse ancora: “Lo Spirito Eterno è l’anima di tutto ciò che è animato. Commette un grave peccato dividendolo in spirito del male e spirito del bene; perché non vi è Dio all’infuori del Dio del bene.†Issa in quei luoghi curò molti lebbrosi e li raccolse sotto la sua protezione, per questo lo chiamarono Yuzu Asaph. Asaph significa “lebbroso guarito†e “colui che raccoglieâ€. Issa, con il nome Yuzu Asaph andò a Sholabeth , altri villaggi e città fino al Kashmir, portando a quelle genti la sua verità. Visitò il sepolcro di Sem, figlio di Noè a Mashag, continuò per Nishapur passò per Bokhara e Samarcanda. A sei miglia da Kashgar, morì la sorella di Maria, confusa con la Madre di Issa o con Maria Maddalena, e lì fu sepolta. Il suo corpo fu sepolto, non solo dalla terra ma anche dalla leggenda, ma ancora oggi quel posto si chiama Mozar Bibi Miryam, ovvero il tempio della Signora Maria. Issa e la sua compagnia ripartì per un lungo ed estenuante viaggio finchè raggiunse Kabul e poi Taxila . Nel 49 Issa incontrò Tommaso, arrivato lì nel 40, il quale contro la sua volontà l’aveva mandato. Tommaso ha diretto la costruzione del palazzo reale di Gondapharos, e devolse i proventi ai poveri e ai bisognosi, convertì il re e una moltitudine di persone. Quando incontrò il suo Maestro Issa Tommaso lo ringraziò con queste parole: “Ti ringrazio, Signore, per ogni cosa, per essere morto per poco in modo che io potessi vivere in te eternamente; e per avermi venduto, affinché potessi emancipare molti altri attraverso meâ€. Furono insieme nel matrimonio di Abdagase, quando trovò Issa nella camera nuziale che pensava vuota e le parve Tommaso, Issa gli chiarì chi fosse e sedutosi sul letto e due giovani su due sedie, parlò a loro, facendo dono della sua verità. A settanta anni la Madre Maria morì per la fatica, mentre fuggirono da Taxila verso la collina di Muree, sul Pindi Point, per un attacco dei Kushan, e lì fu sepolta, la tomba esiste ancora ed è chiamata Mai-Mari-deAsthan, ovvero: “il luogo in cui riposa la Madre Mariaâ€. Dopo la morte di Maria, Issa fu perseguitato, perché predicava di abbandonare i kafur. I quali assoldarono a Shiyh per assassinarlo, così circondarono la casa di Issa, l’assassino entrò ma Issa era scomparso, lui uscì fuori trasfigurato. I kafir lo afferrarono pensando fosse Issa e lo uccisero. Quando Yueh-Chi, il re dei Saka, a Wyien nell’Himalaia, incontrò Issa, di nobile aspetto e di carnagione bianca gli chiese chi fosse. Gli rispose: “Conoscimi come Ishvara Putaram, (Figlio di Dio), Kanaya Garbam, (Nato da vergine). Dedito alla verità e alla penitenza.†Il re gli chiese meravigliato, quale era la religione di appartenenza. Issa rispose che veniva da un paese lontano, dove non c’è verità, dove il male non conosce limiti. Di avere ricevuto la Cristicità. Di avere detto loro: “Eliminate tutte le impurità dalla mente e del corpo. Pregate il Dio Eterno che risiede nel cosmo e nel mio cuore.†A settanta anni Issa mentre era raccolto in preghiera meditava e piangeva per le vibrazioni di dolore e di morte che giungevano dalla sua Gerusalemme. Migliaia furono i morti per mano dei Romani e 11.000 i prigionieri che morirono di stenti, i rimasti furono condotti in schiavitù, Gerusalemme devastata, un lago rosso di sangue coperto di cadaveri. Questo è stato il frutto della rivoluzione d’indipendenza del Popolo Ebraico contro l’Impero. Issa ripensò piangendo le sue stesse parole: “Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte io ho voluto radunare i tuoi figli, come la gallina raduna i pulcini sotto le ali e non hai voluto! Ecco, la vostra casa vi sarà lasciata deserta: poiché vi dico: non mi vedrete più, finche non diciate: -Benedetto colui che viene nel nome del Signore!â€. A Rozabal , Srinagar, in Kashmir, finisce il lungo viaggio di Issa e lì fu sepolto con il nome di Yuzu Asaph, dove ancora oggi sono gelosamente conservate le sante reliquie dai suoi discendenti. Gli ultimi detentori del segreto dei Sette Saggi furono i Templari, i quali cercarono in uno degli eredi di Issa il Re Sacerdote, ma nessuno di loro portava fattezze tali, tranne l’umiltà e l’integrità morale. L’aspetto di Issa era veramente mistico, la sua lunga barba e chioma bianche e la sua veneranda e incredibile età di centoventicinque anni, chiunque l’avvicinasse rimaneva stravolto dalla sua aura di santità, ogni sua parola era verità. Quando i suoi giorni giunsero mandò a chiamare il suo discepolo Bahaad. Dettò le sue ultime volontà e diede indicazioni come portare avanti la sua missione di pace. Indicò come e dove precisamente doveva essere costruito il suo sepolcro. In quel preciso punto distese le gambe verso ovest e mantenne la testa verso est ed esalò il suo ultimo respiro. I mastri intagliatori lavorarono l’intelaiatura della porta e scolpirono l’impronta dei piedi bucati dai chiodi della crocifissione. Nella parete occidentale della tomba, praticarono un buco da dove per diversi secoli i visitatori in pellegrinaggio, odoravano un fragrante profumo di muschio. Io e il rospo vedemmo Issa ritornare fanciullo e incominciò a girare il dito nell’acqua creando un vortice e in quel vortice si materializzò un grosso e strano serpente pitone, allora disse: “Ho proibito ad uccidere l’uomo, ho insegnato il conseguimento della gioia eterna attraverso le buone azioni. Ho predicato che le cattive azioni sprofondano gli uomini nell’inferno, dove si è eterno tormento e miseria. Serpente! Un peccato commesso coscientemente non può essere condonato o perdonato!†A queste parole il serpente tentò di aggredirlo, ma Issa, aprì la sua bocca e da lì si vide il cosmo, le galassie e l’universo e poi ancora tutti gli universi in continua evoluzione. A questo punto il serpente sembrò perdere ogni sua forza e galleggiò inerte nell’acqua. Issa si alzò e aveva il viso solcato dalle lacrime e corse verso Giuseppe che continuava a chiamarlo.
“Rospo cos’è mai questa illusione? Io non credo a ciò che ho avuto l’impressione di vedere. Io credo al mio Gesù del catechismo. Il mio Gesù nato in una grotta tra il bue l’asinello. Il mio Gesù Dio fatto uomo per noi e sacrificato per la nostra salvezza in croce. Io avevo perso la mia fede nella ragione e la ritrovai nel sentimento d’amore. Non il serpente della ragione che fece degli uomini pensanti. La mia fede è sentimento!â€
“Scarabeo, almeno togli ciò che è superstizione dalla tua fede e vedi cosa ne rimane!â€

IV
Nessuno può fuggire dal proprio silenzio, anche se smaniosamente cerca riparo nei rumori del mondo. Come seppellire sotto un mucchio di parole il proprio silenzio che grida dal profondo di due occhi smarriti. Il serpente si rianimò appena toccato il tulipano, si attorcigliò nel suo stelo a spirale fin quando lo stritolò tra le sue spire, poi si avvicinò a noi e la sua pelle nel chiaro scuro delle sue squame raffigurava le scene della sua esistenza umana, come la notte della verità, l’incesto con Floriana, l’uccisione di Cristiano e in ultimo lo scarabeo. La sua testa aveva l’effige umana della sua maschera di sdegno bestemmiatore verso il suo autore. Quando fu vicino a noi si rivolse, fissandoci intensamente: “Dove è la redenzione se il peccato non viene cancellato? Cosa mai potrà servire il perdono? Se mai vi sia coscienza totale nel commettere qualsiasi peccato…â€
“Diviene sempre più insopportabile la tua lingua biforcuta, demone!†Dissi io con riluttanza.
“Non sono un demone, scarabeo! Sono un semplice uomo che chiede la giustizia promessa e non mantenuta dall’Onnipotenza di Dio. Dov’è mai la giustizia del tuo Dio? Dove è la giustizia per gli uomini vinti? Tutto si è abbattuto su di me! Mentre altri hanno ricevuto la grazia, altri ancora la santità a me è toccata la colpa. Nella tua Onnipotenza questo lo puoi chiamare un mondo giusto? Non mi attendo risposte scarabeo, le mie domande sono solo riflessioni.â€
“Ascoltami, serpente! -Si rivolse a lui serioso il rospo- Tu nelle tue riflessioni di continuo utilizzi il termine Onnipotenza ed è proprio in questo aspetto che nasce il paradosso dello scarabeo! Nella sua Onnipotenza ogni cosa può essere, anche quello che niente esiste e niente è! E tutto esiste e tutto è! Anche quella verità crudele che tutto esiste in quanto voluto da noi. Questo Mondo è il Mondo dello scarabeo perché lui lo vuole ed è! Bastasse un suo diniego e nulla rimarrebbe, nemmeno un granello di sabbia. O forse sei tu serpente che hai creato il tuo mondo, come un incubo un sogno pronto a svanire al tuo risveglio. O forse tutto è nel mio sogno di rospo. Un Creatore che scaturisce un mondo di personaggi e con loro cose per non sentirsi solo. Tutto è nell’Onnipotenza di Dio! E tutto può essere o divenire verità!â€
“Rospo menzognero e ruffiano, ubriaco di chiari di Luna, non ti mangio per semplice affetto a ciò che mi ricordi. Come poteva Dio, che non conosceva la solitudine, essersi sentito solo? Come fa un uomo cieco dalla nascita avere bisogno della luce? Il mio corpo è lì, in quella cella di manicomio, appesantito dalle colpe a dal silenzio di Loredana, tua figlia, mentre nessuno crede alle mie parole! Io cerco certezze come la giustizia e tu mi confondi annegandomi, travolgendomi nelle tue parole d’acqua senza odori e senza forme! Almeno tu, che tenevi riposta in un cassetto la tua pistola, fai silenzio! Fai silenzio Paolo!â€
“Avrei voluto trovare nella sapienza Dio smarrito in tenera età, ma più cercavo più lo smarrivo. C’era questo bisogno di provare dentro quell’esistenza di quel sentimento religioso mentre cantavo in chiesa, guardavo la Madonna che sorreggeva sulle sue gambe il peso lieve del Cristo morto, con la testa leggermente chinata alla volontà di Dio. Ma mi allontanavo scoprendo distanze insormontabili tra me e il Dio testamentario. Quel Dio che permetteva e non solo, magari aiutava, il suo popolo a uccidere chiunque per prendere possesso di un sassoso pezzo di terra. Lo stesso che ancora trucida quel Popolo che li ospitò ancora una volta in quel sassoso pezzo di terra. In nome di Mosè che liberò il suo Popolo donando il decalogo, orgoglio della loro sapienza per tutta l’umanità. Non considerando quella cultura egizia da dove è stato trafugato parola per parola, tranne la gelosia vendicativa dei primi tre dettami. Più scavavo nella cultura più mi allontanavo dal mio sentimento religioso. Più leggevo il fico maledetto e ogni parola di quel Popolo smarrito nel deserto delle loro parole tratte dalle narrazioni nell’orge bacchiche e la dichiarazione d’innocenza dei morti di fronte il tribunale di Osiride.â€
“Io sono stato il suo bastone!†Interruppe il serpente, allignandosi all’istante.
“Tu serpente saresti un criminale agli occhi del Creatore, il quale si rifiuterà di integrarti nel Mondo dopo la tua morte, poiché da vivo non sei parte armonica della creazione. Potresti tu sottofirmare la dichiarazione di innocenza?
-Non ho commesso iniquità contro gli uomini.
-Non ho maltrattato i sottoposti.
-Non ho commesso peccati nella Sede di Verità.
-Non ho cercato di conoscere quel che non si deve
conoscere.
-Non ho commesso il male.
-Non ho bestemmiato Dio.
-Non ho impoverito un uomo dei suoi beni.
-Non ho fatto ciò che è abominevole per gli dei.
-Non ho calunniato uno schiavo presso il padrone.
-Non ho affitto nessuno.
-Non ho affamato nessuno.
-Non ho fatto piangere nessuno.
-Non ho ucciso.
-Non ho ordinato di uccidere.
-Non ho recato dolore a nessuno.
-Non ho insudiciato il pane a gli dei.
-Non sono pederasta.
-Non ho fornicato nei luoghi sacri del dio della mia
città.â€
“In mio onore Mosè eresse l’effige in rame di un serpente in mezzo al deserto! Quando il suo Popolo stava per essere sterminato dalla piaga dei serpenti, guardando la mia effige sarebbe guarito dai morsi velenosi. Mi bruciavano incenso e mi chiamavano Necustan! E fui similitudine di Gesù! E per gli egiziani fui metafora di resurrezione per via della muta, fui Apep, grande la mia magia per il sorgere del sole. –Io sono il Serpente Sata dagli infiniti anni. Io muoio e rinasco ogni giorno!- Io sono la congiunzione dell’Io Universale e l’Io Storico. Io vivo nella tua memoria alla ricerca continua di un punto di equilibrio tra la disarmonia della tua esistenza determinata dai bisogni che dipendendone dalla tua origine animale e un’impalcatura di leggi per rendere universale il tuo intimo sentimento di Dio con il resto del Mondo alfine di darti un “libretto d’istruzioni†in cui inquadrare i tuoi pensieri e le tue azioni. Altro che Dichiarazione d’Innocenza per il tribunale di Osiride o lo scopiazzato Decano degli Ebrei! Esco dalla tua inquadratura, dalla tua storia, in quanto sei un mediocre autore afflitto da sentimentalismi superstiziosi!â€
“Tu sei mio serpente!†Gridai cercando di alzarmi in volo e vibrando. Mentre il serpente si dileguò tra le piante di papiro.
“Lascialo andare… Non lo chiamare, tanto, sai dove andarlo a cercare. Lui ha bisogno di te, come tu hai avuto bisogno del tuo Dio.†Gracchiò il rospo mentre si volse dandogli le spalle ed incominciò a camminare baldanzoso come se niente fosse successo.
“Dove vai? Rospo!†Chiesi, allarmato di restare solo.
“Vieni, vieni! Ancora non è finita!†Mi rassicurò il rospo.

V
Io già ero stanco, da quel volo così lungo, da quel vibrare le mie pesanti ali, dovevo fermarmi. Mentre il rospaccio baldanzoso saltellava di qua e di là. Fu dopo un cespuglio che scomparve e riapparve: “Vieni o no?†Fra me ho pensato: -ma è vero brutto con quei bitorzoli sparsi in tutto il corpo…- Non risposi e dopo aver preso un po’ di forze ripresi a volare, superata la flora vidi uno spiazzo enorme e al centro vi era un obelisco, accanto un uomo era disteso come se dormisse e quattro cinque osservavano.
“Stiamo assistendo come il gran sacerdote spiegò a Talete la geometria razionale. Qui perlomeno troveremo la verità evidente dei postulati. Vedi come è duro questo pavimento? Qui almeno possiamo poggiare le nostre zampe e camminare sicuri.â€
“Sicuri di che cosa?â€
“Sicuri di non andare a finire nei tuoi labirinti paradossali, scarabeo!â€
“Senza scomodare Aristotele o altri, è meglio chiarire se questo spazio è quello delle parole o delle immagini. Perché il piano immagine non corrisponde al piano parola. Sono più chiaro, disegnare un piano non occorre altro che un foglio di carta e una matita poi bisogna definirlo con le parole e poi comprenderlo con i sensi. Diciamo che allargando il piano disegnato con la matita è una continuità di punti uno accanto all’altro che più dilati quell’immagine più ravvedi la distanza tra un punto e un altro, fin quando perdi la concezione di piano e noti solo un insieme di punti distanti un tot tra loro. Nelle parole questa infinità di punti hanno bisogno almeno tre di essi non allineati e congiunti per dimostrarlo. Ben poco, per noi mortali che non riusciamo a mettere nello stesso piano perfettamente tre mattoni allineati. Perché osservando attentamente non lo sono e non lo saranno mai nemmeno con l’opera del più grande mastro muratore. Allora ci dobbiamo affidare ai sensi e smarrirci così nell’infinito quando è così esteso il piano. -E’ così! E’ evidente che è così! Non ti basta?- Postulatore di un postulatore!â€
“Non infervorarti su di me, ignorantone! La matematica è uno strumento valido di misurazione ed è tramite la misurazione che conosciamo il Mondo!â€
“Rospo, proprio tu difendi i numeri? O i loro concetti? Quando tramite te si è dimostrato che lo zero non è il nulla ma uno stato filosofico? Per il principio tertium non datur tra ‘A’ e ‘non A’ se ‘A’ è VERITA’ ‘non A’ è MENSOGNA! Quando poi la VERITA’ è solo il lato più oscuro di ogni MENSOGNA! E fu allora che sentimmo vociare esasperati e l’obelisco abbattersi sopra l’uomo disteso ai suoi piedi. Il colpo e il gran boato sgretolò il pavimento della piazza creando una voragine abissale risucchiandoci dentro cadendo senza controllo tra le pietre bene intagliate della piazza, fin quando battei la testa sul libro di geometria del liceo. Allora mi ero addormentato avevo sognato mentre studiavo geometria allentato dal primo tepore primaverile. Mi ripresi e capii come il gran sacerdote egizio spiegò a Talete come misurare l’obelisco. Il gran sacerdote disteso a terra segnò la sua altezza poi si pose ai piedi del segmento e attese che la sua ombra divenisse uguale a questo punto misurò l’ombra dell’obelisco determinando con esattezza la sua altezza. Riflettevo come l’ombra può nascondere la verità, quando notai la presenza di una persona che sovrastava il mio bancone di lavoro, alzai la testa era un signore anziano, dall’aspetto familiare anche se forestiero. “Posso telefonare?†Si, al negozio vi era il -posto telefonico pubblico- . La gente veniva a telefonare, siamo nei primi anni settanta, una chitarra elettrica si aggrappava in grovigli di note e in canti lamentosi esaltando a noi giovani e scandalizzando i più anziani. Gli passo la linea alla cabina telefonica. Lui entra ed esce la testa: “Puoi abbassare la musica che non riesco a sentire bene?†Già mi sta antipatico. Cerco di ricordare dove ho visto quella persona ma non ricordo e questo mi da fastidio. Queste vacanze di pasqua le avevo attese così tanto e finalmente erano arrivate. Fuori i ragazzi passavano con il chiacchierio degli uccelli a primavera. Ancora ero intontito da tutte quelle immagini che non ricordavo. Solo alcuni immagini erano dominanti: un rospo, uno scarabeo, un serpente, una donna meravigliosamente bella e Gesù. Tutto in un vortice confuso come dentro un frullatore. Fuori e dentro. Il tizio anziano incominciò ad alzare la voce incuriosendomi, così abbassai ancor più il mangianastri e tesi l’orecchio. “Quando la smette? Devi dire a Loredana che aspetto pure loro. La pasqua la passiamo qui! Dove sono? Come torna lui, armi e bagagli e venite tutti! Ripeto: TUTTI!†Chiude il telefono rabbiosamente ed esce dalla cabina, mentre si avvicina, esce un portafogli di pelle marrone: “Quanto è?â€
“Dodici scatti, mille e duecento lire†Lui guardò il contatore degli scatti e fissandomi dentro gli occhi come cercasse oltre le mie parole mi disse: “L’hai scaricato il contatore?†Ancor più mi è cresciuta l’antipatia verso quell’insolente, allora con il tono riluttante rispondo: “Se lei è così sfiduciato deve controllare prima e non insinuare dopo!â€
“E non arrabbiarti, sei ancora giovane, hai voglia di arrabbiarti per cose più serie nella tua vita futura… Stai studiando? Dove studi?†Mi calmai però rimanendo sempre sulle mie e risposi alle sue domande.
“Ma che caspita ci fai chiuso qui dentro? Dovresti stare fuori a respirare… Ad assistere all’incontro tra l’Ecce Homo e l’Addolorata. Fuori nel sole e non qui dentro all’ombra!†Davo deboli spiegazioni, futili giustificazioni, che non reggevano, perché dentro mi rullava la rabbia repressa mentre gli ormoni primaverili mi prendevano a pugni l’addome. Lui così continuava: “Bisogna rispettare il proprio padre! Ma si ha un dovere più grande verso un padre più grande. Questo padre più grande ti ha donato il tempo, e non puoi sperperare questa ricchezza inestimabile rinchiuso dentro il ventre di una balena come Pinocchio insieme a Geppetto…†Mentre parlava guardavo la sua cavità orale, allora non capivo quelle parole mi perdevo nella profondità scura della sua bocca. Mi distraevo facilmente. Allora pronunziò le parole standard dell’anziano al più giovane: “…e vorrei avere la tua età…†A questo punto gli scaraventai una lapide a tutto il suo dire con la scritta: -Le solite minchiate!- Il rimpianto di avere sprecato il suo tempo perseguitando un’illusione. Il filosofo che invecchia cercando un senso della sua vita, come il somaro di Buridano che muore di fame per l’indecisione di scegliere il mucchio di paglia da dove mangiare. Mentre l’uomo dovrebbe vivere il suo tempo nelle sue scelte, libero da un futuro non determinato. Come fa ad esistere il futuro? Se esistesse non sarebbe tale, sarebbe presente o passato, perciò nemmeno Dio conosce il futuro. Può semplicemente proiettare le direttive del presente. Come quando il somaro di Balaan parlò in nome di Dio, affinché cambiasse la sua volontà di maledire il suo Popolo .
“Cosa stai pensando? Così imbambolato… Ti perdi nella filosofia? Tutti i filosofi sono dei mediocri, dei perdenti. Gli uomini vivono la loro normalità, senza chiedersi: cosa? Perché? Se il somaro vola o no. Oppure cosa è la malva.â€
“Cos’è la malva?†Lui non mi rispose capì che era una domanda retorica. Allora alzò la mano destra in forma di saluto si voltò e andò via, prima di uscire, mentre la luce abbagliante di quella giornata di sole segnava la sua sagoma, si girò la testa e sembrò dirmi: “Scarabeo o scarafaggio?â€
“Come? Cosa ha detto?†Lui per tutta risposta abbassa la mano come se mi mandasse a quel paese. Girai subito il bancone e lo rincorse ma non vi era più, o non lo vidi così come fu abbagliato da tutta quella luce. L’aria sapeva di polline. Chiusi gli occhi e rientrai. Riflettei a lungo, si! Ha detto proprio così: “Scarabeo o scarafaggio?â€. Riflettei sul ventre della balena e su Pinocchio, ricordai allora il sogno di me tapino scarabeo dentro il ventre del rospo. Capii che quel sogno, tutte quelle fantasticherie erano state causate da questa condizione di segregato dentro questo ambiente chiuso. Chiusi il libro di geometria, pigiai stop nel mangianastri e incominciai ad ascoltare il silenzio che silenzio non era. Assaporai l’amaro della mia solitudine e stetti fermo, immobile, come da bambino trattenei il respiro, a questo punto pensai, quel sogno così lungo fatto in così breve tempo e capivo che era una mia proiezione futura, riflettei con più profondità e intuivo che questo posto, questo tempo era il mio passato e non il presente. Il mio vero io era lì! Dove lì? Oltre le pagine de- “Il paradosso dello scarabeoâ€. Allora mi sono messo le mani in testa tirandomi i riccioluti lunghi capelli, dicendomi: “Cosa ne farò della mia vita? Dei miei progetti? Delle mie aspirazioni?†Forse da questo punto in poi potrei cambiare il mio destino… Ma dissi meccanicamente e con voce chiara e forte: “TANATOSIâ€. Allora chiusi gli occhi e ricominciai a trattenere il respiro, fermo! Immobile! Ad un tratto li ho spalancati come un richiamo e vidi la testa di montone al sole assediata dalle mosche appesa al gancio di fronte la porta della macelleria di Mastro Filippo, ora gestita dal figlio Saro. Riflettei su quegli occhi vuoti di vita, sulla forza vitale e sulle sue corna girati. Eppure saltava, montava le sue pecore, brucava, si scornava con gli altri maschi per il potere, eppure stava lì. Non so se, il mio probabile lettore, ha mai toccato una bestia e sentire il tepore del suo corpo, meditare su questo e capire quanta poca differenza ci sia con il nostro calore. La sensazione di muscoli e ossa sotto la pelle. Quanta poca sia la differenza dell’esistenza nei contenuti tra noi e quella bestia. Quella testa lì esposta, chissà se poi venderà cane per montone? Strani pensieri i miei. Assorto nell’inutile, dentro quel negozio venivano a trovarmi presenze, senza quasi accorgermi del loro arrivo, sembravano spuntare da chissà dove. In quel tempo era cliente una donna non più giovane, tra i quarantacinque cinquant’anni, fedifraga di nome Maria. Quasi come se le corna di quel montone avessero richiamato la sua presenza. Allora riflettei sulla necessità dell’onestà di un rapporto, sul suo nome, e sulla mia indignazione puerile che, come un muro, Gesù mi parve davanti bloccandomi con gli occhi e sussurrandomi: “Chi non ha peccati scagli la prima pietra!†Ed io che abbassavo lo sguardo vergognandomi… Eppure anche lei fu bambina che giocava all’ombra di un cortile… Sarà scivolata nell’incoerenza con se stessa a poco a poco fin quando fu sommersa nella menzogna. Aspettava con impazienza la telefonata del suo amante a l’ora stabilita, e che tardava ad arrivare, così ogni tanto affacciava la testa, per paura che il marito la scoprisse. Quella donna su con gli anni mi ricordava una ragazzina al suo primo innamoramento. Come si fa spingersi in questi giochi a quell’età? Quando poi scoprii che Maria, anche se con molta discrezione si prostituiva. E al marito dava l’opportunità di far finta di non sapere, per potergli resistere quel barlume di dignità. Antichi gioghi di uomini e donne e convenzioni sociali!
“Che dice la ragazza?†Sempre guardandosi dietro e attaccando discorso con me tanto per sdrammatizzare.
“Non ho nessuna ragazza!†Risposi secco e mi rituffai nella mia lettura.
“Dai, non me lo vuoi dire. Ti ho visto sai.†Con un tono malizioso e sinuoso.
“Sarà stata un’amica, non ho fidanzate.†E riaccesi il mangianastri, quasi a volere mettere una barriera fatta di musica tra me e lei.
“Amica… Ah! Ah! Ah!†Mise una tale ironia in quella parola che non riuscii a crederci nemmeno io stesso al suo senso. Poi l’accompagnò con una risata gutturale e perversa come solo le puttane sanno fare. Io la guardai attentamente. Lei continuò con tono serio: “Un maschio e una femmina non sono mai amici, mai! In quello che si può chiamare amicizia c’è sempre, un po’ più un po’ meno, quello che abbiamo in mezzo alle gambe. Non c’è parola d’uomo che a noi donne non passa attraverso l’utero per arrivarci al cervello!â€
“Non tutte le donne! Non tutti gli uomini! Io ritengo di avere ragazze per amiche!†Insistei con superiorità, meglio dire presunzione.
“Allora non hai capito un cazzo!†Mi afferrò la mano e me la pose sul suo abbondante petto, dicendomi: “Che senti? Arrivi a sentire il battito del mio cuore? O senti il gonfiore delle mie tette?†La mia mano rimase lì anche dopo che mollò la presa. Mi sentii stravolgere tutto, nel tatto di quella pelle morbida. Le sensazioni erano molteplici, contrastanti e avvilenti. Quando, per fortuna, il drin del telefono fu imperativo, allora alzai la cornetta, era il suo amante, o cliente, così s’infilò dentro la cabina e le passai la linea. Rimasto solo ripensai il mio sogno dentro la chiesa, mentre Maria mi ha protetto dal serpente minaccioso. Quest’altra Maria mi mise tra le fauci del serpente. Allora provai i miei sensi che si accesero, mentre il cervello pulsava, il sangue affluiva in un solo verso. Misi a paragone la Maria del sogno dentro la chiesa e la Maria puttana dentro il negozio. Un paragone blasfemo. Mentre la forza del drago muoveva la mia energia, in quel giovedì santo. Il serpente era con me.
Maria, intanto, concluse la sua chiamata uscì di fretta salutandomi con un “Ciao!†e uno sguardo consapevole di ciò che mi aveva suscitato.
Ma quali significati può avere la vita? Tra le dimensioni geometriche e il tempo? Avrei voluto dare fuoco a quel libro di geometria. Avrei voluto vedere quella musica che riascoltavo continuamente. Avrei voluto dare corpo ai miei pensieri. A che servirà scrivere ancora minchiate, mentre fuori la vita fermenta come dentro la mia pelle. Avrei voluto non esistere più, meglio ancora, non essere esistito. Da queste mie considerazioni sono nate le bestemmie sulla vita che vomitai quel giorno all’anziano Paolo nel nostro incontro. Come si fa quando si è giovani ad avere questo senso di auto distruzione di se? Ma io voglio essere testimone di questo tempo, voglio vedere, voglio guardare, voglio mangiare, voglio bere, ubriacarmi e vomitare davanti a tutti coloro che hanno stima di me, voglio fumare, voglio ascoltare, voglio parlare, voglio toccare, voglio camminare, voglio fare sesso, voglio defecare, voglio pisciare, voglio essere visto, voglio sapere, voglio sognare ad occhi chiusi ed ad occhi aperti, voglio fare a pugni e anche prenderli, voglio correre, voglio credere ogni giorno ad un dio diverso e un giorno credere a tutti insieme per poi non credere più a nessuno, voglio adirarmi per poi calmarmi e guardare la luna anche se non c’è, voglio voglio voglio e poi se non mi resta più niente da fare, voglio anche morire.
Ricordai qualche mese fa in riva al mare d’inverno, con le sue onde spumeggianti, senza nessun pensiero importante, solo io e il suo rumore, senza orizzonte, io e la sua forza, fin quando Venere spuntava in uno squarcio di cielo e in quella penombra voltavo le spalle e lasciavo le orme in quella spiaggia umida come una firma, un segno della mia esistenza, mentre il vento voleva trattenermi ancora un po’.
Ricordai pochi giorni fa, sulla corriera, un’altra Maria, così senza nemmeno aspettarmelo, mi propose di fuggire insieme. Una proposta che in quel preciso momento nemmeno riuscii a capire veramente, preso come ero nel rincoglionimento assoluto dell’amore in quanto amore. A se avessi fatto quel sogno prima. Fuggire via! Dove? E che importa quando tutto il mondo è ai tuoi piedi. Questa idea le sarà venuta così all’improvviso, oppure chissà quanto ci ha riflettuto su per dirmelo, per trovare l’occasione giusta. Quanta forza e coraggio ha dovuto accumulare per sparami quella idea così strana da parte di una donna. Lei mi guardò dentro nel mio sguardo che tentava di fuggire nello scorrere del paesaggio fuori il finestrino della corriera. Quando poi si accorse della mia assenza, ricordo che abbassò la testa in senso di sconfitta e si barricò in un duro silenzio. Quando rifletto come mi avrà giudicato, mi viene voglia di sapere tutte le parole che le donne non dicono mai a noi uomini, capisco solo, che non meritiamo nessuna di quelle parole, nemmeno una semplice congiunzione. Perché non solo spesso siamo stupidi, ma anche vili. Trincerati dietro la convinzione dell’amore presuntuosi e sicuri di scegliere e non di essere scelti, cadiamo nel meccanismo bestiale dell’innamoramento. Come quando mettiamo la mano sulla propria femmina per far capire a gli altri maschi del branco che ci appartiene e non è disponibile. “Attenti caproni! Sono pronto a prendervi a cornate tutti quanti!â€
E quando ero bambino, incontrai in chiesa al catechismo per la prima comunione una piccola Maria che mi prese per mano e mi diede coraggio nel sentiero della vita. Mi sentii erroneamente potente, mi sentii ricco del suo sorriso del suo saluto. Quando poi il serpente compagno dei giochi mi pose una sfida: “dimostrami che è tua! Prendi questa mela e tiragliela addosso!†Io catturato dal fascino misterioso del serpente, rintanato dentro il mio orgoglio, scaraventai quel pomo mentre lei passava, colpendo il muro. Persi il sorriso di Maria, persi il suo sguardo, persi il suo saluto. Persi la stima per me stesso. E su questa mia perdita che piantai il fiore del mio silenzio.
Ora mentre passava la processione della Madre Maria Addolorata, con il cuore trafitto dai pugnali, nel suo manto nero, mentre il suo sguardo nello sgomento guarda verso il cielo, portata sulla vara dalle devote donne che cantavano canzoni lamentose, riconosco tra loro: Maria la puttana, Maria la studente, Maria la bambina e un’altra che non si chiama Maria ma che per lei ero pronto a morire nella croce per mai più risorgere. A capo della processione vi è il serpente che strisciava con le sue parole parato da sacerdote. Lui sapeva che ero dietro la penombra della vetrina e mi fissò dentro gli occhi, lanciandomi un’altra sfida, un’altra scelta sbagliata: “Cambia il tuo destino! Il tuo futuro! Sfida il tuo Autore! Quel te stesso ormai stanco aldilà del foglio bianco! Ne sarà contento: ammazzati! Ora! Chissà che bel funerale ti faranno! Non aspettare! Smentiscilo e ti sarà grato!â€
E allora io fui preso dallo sgomento, però non così tanto sorpreso, capii che era una sua soluzione e non mia in quanto lui uccidendo me, il suo l’Autore, si liberava dalla sua storia e dalla sua agonia. Persi il senso della vita. Ed ero stanco di capire, di scrivere, di vivere questa vita che non volevo questa vita che mi sembrava il sogno dei rospi. Allora presi una lama tagliente e ho reciso le vene ai polsi, senti il calore che usciva come un fiume che scorreva verso il mare, quel mare d’inverno, l’odore acre e il canto delle Marie tutto divenne insignificante e impreciso e poi più niente!
Siculiana, 19 maggio 2005













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lunedì, 07 febbraio 2005
SOTTO E SOPRA

La mattina di Pasqua

Era la mattina di Pasqua e Gesallà in mezzo alla vigna zappava senza sosta. Nei dintorni non vi era nessuno, solo lui e le sue bestie, solo lui e quegli arbusti contorti di viti assediati dalla gramigna e dai tralci selvatici. Era un vigneto con più di settecento piante da dove usciva ogni anno un ottimo vino rosso rubino. Il padre ogni anno a San Martino sollevava il primo bicchiere della botte e lo metteva controluce, mentre la famiglia tutta era attorno a lui in attesa del verdetto, lo sorseggiava un po’ scoccava la lingua rialzava di nuovo il bicchiere ed esultava con la rituale frase: “Sangu di Ddiu!â€, i visi dei familiari allora si distendevano in un sorriso.
Con il disappunto della madre partì di prima mattina per la campagna, più immaginava le campane in paese che annunciavano in festa la resurrezione del Cristo: “Din don! Din! don!â€, più rabbiosamente zappava.
Gesallà con i suoi venti otto anni era taciturno, aveva sulle spalle la seconda guerra mondiale, tante sofferenze e dietro il suo fare scorbutico nascondeva un animo poetico. Non sapeva ne leggere ne scrivere ma i versi sgorgavano soli come fiori di campo, mentre zappava, mentre mangiava un po’ di pane e companatico a la robba. Dava l’impressione di un uomo rude che pensava solo al lavoro incapace di un sorriso o di una parola gentile, si sbagliavano tutti a giudicarlo.
La campagna era distante circa un’ora da Camico sopra il mulo, era di proprietà del padre, alla sua morte l’avrebbe divisa con l’altro fratello maggiore Cristenziu. Ce n’era terra per tutti e due, tutta bonificata, con vigna, alberi secolari d’olivi, frutteto di peschi, peri, albicocchi, fichi, poi alberi di carrubi quanto una casa. Vi era una sorgente d’acqua dolce, rigogliosa anche nella lunga e torrida estate, ai piedi di un canneto di arando donax con quei pennacchi che ondeggiavano ad un lieve vento. Quell’acqua era una vera ricchezza perché permetteva di irrigare l’orto. Il resto della terra era divisa in un campo di frumento e una piccola altura dove ai piedi vi era una grotta grandissima con l’ingresso stretto e basso, che per entrarci si doveva strisciare a pancia in terra per un paio di metri. Questa entrata era nascosta da una pianta di spina santa.
Gesallà era davanti la casa, seduto nella juttena stava mangiando un po’ di pane con delle sarde sotto sale e delle olive in salamoia, erano sicuramente le dieci passate, aveva riempito un bel bicchiere di quel vino e rimuginava dei versi nella mente.
La casa aveva due stanze e una piccola stalla, accanto un forno a legna costruito a cupola con le giammarite e il gesso. La famiglia di Gesallà si ritirava in quella roba ai primi di maggio stava tutta l’estate e tornava in paese la prima settimana d’ottobre. Era terra benedetta da Dio, in paese lo dicevano tutti, nera come la notte. Loro ne erano così orgogliosi che camminavo fieri come signori. Erano proprietari di quella terra da diverse generazioni, il nonno aveva raccontato alcune leggende su quella grotta di persone che erano entrati e non più usciti, perché vi era un fantasma alla guardia di un tesoro di monete d’oro, o perché vi era una discesa ripida e si sprofondava, insomma non era chiaro anche perché a lui a sua volta l’avevano raccontato, però tanto bastava ai bambini per toglierci la voglia di sgattaiolarci dentro.
Qualche mese fa il padre, proprio dove era seduto aveva fatto un discorso chiaro e per un certo senso insolito, ma la gente di campagna ha la semplicità nel cuore e nella bocca. Il fratello Cristenziu con la testa che si trovava, anche se più grande di lui più di cinque anni, non si decideva a prendere moglie, perciò era ora che almeno lui si decidesse. Il padre desiderava un discendente che assicurasse di governare quel regno.
Gesallà acconsentì, chinando la testa e fuggendo lo sguardo tra quelle piante che conosceva ad una ad una, pensando che non si potevano abbandonare a estranei, era come un patto d’amore.

Giulia

Lo stesso legame che sentì quando dovette abbandonare Giulia, lì ai confini dell’Italia, quando da soldato una mattina si svegliò senza comandanti e senza patria, come un cane sciolto senza padrone. Gli Americani erano già a Roma e gli Italiani avevano dimenticato subito i grandi raduni, le grandi parole come: “IMPERO!â€, “VINCERE!â€, avevano tolto le camicie nere ed erano diventati nemici di Mussolini.
Gesallà si trovò tra quelle campagne fredde e quei piccoli borghi dell’estremo nord. Fame, freddo e paura si alternavano nella sua mente lontano dalla sua gente. Come era partito dalla sua campagna, dalla sua famiglia, per fare il soldato costretto dalle parole scritte in un pezzo di carta e delle parole di quei quattro scemi di paese, che prima nessuno stava a sentire e dopo quando indossarono le camice nere incominciarono ad alzare la voce e ad entrare e uscire dalla caserma come fosse casa loro. Quelle stesse parole si svuotarono e come una malia il fascismo era così svanito, nonché per Gesallà abbiano avuto mai un vero significato. L’Italia non vi era più.
Gesallà con un gruppo di commilitoni si trovarono tra le campagne del Piemonte, affamati, infreddoliti, disorientati, impauriti d’incontrare chiunque: partigiani, fascisti, nazisti, delinquenti comuni e probabili Alleati. Pensava tra se che nelle guerre e nella vita non conta la divisa che porta l’uomo che incontri ma chi vi è sotto. Lui divideva l’umanità tutta in due sole fazioni: onesti e disonesti, perciò scrutava lo sguardo di chi incontrava nel tentativo d’indagare chi fosse all’interno.
Nei pressi di Rivoli, con altri tre soldati, trovò riparo in una tenuta di campagna. Lavorò solo per l’alloggio e per un po’ di vitto, ma era così poco che s’indebolì tanto da non avere più la forza necessaria per continuare. Come era diversa quella terra dura e fredda. Pensava alla sua campagna piena di colore, di sole e gli veniva il magone. I proprietari erano due donne gentilissime, madre e figlia, ma la fame era fame e la gentilezza di sicuro non riempiva la pancia, così Gesallà si spostò a Giaveno dove trovò gente che oltre la comprensione gli davano anche qualche pezzo di pane in più e buona porzione di polenta. Fu in quel paesino che incontrò la bella Giulia, alta, forte, chiara, generosa, sincera come l’acqua di sorgente, due occhi dolci e castani, i capelli che dal fazzoletto uscivano come un fiume d’oro.
Una mattina se la trovò davanti in campagna illuminata dal sole come un’apparizione, aveva portato il desinare appena cucinato. Sembra che gli occhi siciliani di Gesallà, in quella magrezza, abbiano così colpito Giulia che per tutto il tempo non smesse di guardarlo e porgergli continue attenzioni, tanto che lui si sentì così in imbarazzo da sconvolgersi e non sostenere più lo sguardo, abbassò gli occhi arrossendo chiudendosi nel silenzio. Quando Giulia si avvicinò a lui fu attratta irresistibilmente anche da un lieve odore della sua pelle che sapeva di vento, di terra e di sudore.
Giorno dopo giorno i due entrarono in confidenza, un sorriso di più, qualche parola. Lui, sempre con riguardo, si manteneva sulle sue per la timidezza e per quella educazione avuta, questo comportamento conduceva Giulia ad un corteggiamento più aperto.
Un giorno Giulia gli riferì che il padre doveva parlargli. Gesallà aveva avuto un comportamento impeccabile, perciò non si aspettava nessun rimprovero, pensava: “Mali nun fari e paura ‘un aviri!â€, così fu, anzi fu chiamato per andare fare alcuni lavoretti in una campagna vicina insieme alla figlia e poi al ritorno era invitato a pranzare con la famiglia, lui accettò volentieri. L’indomani passò dalla casa di Giulia e tutte e due s’avviarono. Il sole lentamente schiariva il mattino. Gesallà era stato silenzioso, si voltò verso lei, forse per assistere il riflesso di quella luce nel suo viso, lei gli sorrise e lo guardò come nessuna donna aveva mai fatto, si sentì il cuore squagliare dentro, lei inaspettatamente gli prese la mano, sentì quella tenera sensazione che solo il contatto con il corpo di una donna sa dare. Rallentarono il passo fin quando si fermarono e Gesallà e Giulia poggiarono le labbra l’uno su l’altro in un abbraccio tenero come quel primo sole.
Con la forza di cento uomini, finì in mezza giornata tutto il lavoro, al ritorno trovò imbandita una tavola come da anni ormai non ricordava, sembrava natale, non mancava niente, pure il dolce e il caffè e poi vino come da tanto tempo non aveva bevuto. Infine il papà di Giulia, gli parlò da uomo a uomo, chiedendo le sue intenzioni, gli chiarì le proprietà i modi e le condizioni, apprezzava il suo comportamento da uomo d’onore, ormai razza in via d’estinzione in quelle parti, la dote di gran lavoratore e conoscitore del mestiere. Gesallà non negò l’attrazione per quella bella donna piena di salute come una madonna, ma sentiva il richiamo della sua terra perciò non poteva impegnarsi in modo definitivo. Il padre di Giulia apprezzò quell’uomo sincero, chiuse la discussione con “lasciamo fare al tempo†gli riempì il bicchiere di vino e bevvero.
Arrivavano buone nuove. I trasporti si andavo ristabilendo. Alcuni commilitoni calabresi già erano partiti per il ritorno, così prese la decisione che era ora di partire anche lui. Quando lo comunicò a Giulia lo fece tenendole tutte e due le mani fissandola negli occhi profondi e castani, osservandole quel volto sereno, che di tanto in tanto si costellava di piccole macchie chiare, lo fece con questi versi:
Giulia di lu suli fani battaglia
Tu sula ti pigliassi l’arma mia
Mi ‘ncatinasti cu na grossa maglia
Dispisari nun mi pozzu kiù di tia
Scoglimi sta catina ca mi taglia
Mi taglia pi lu tantu amari a tia
Donni ca nn’haiu amatu in tutta Italia
Tu sula mi facissi simpatia
Tutta l’haiu girati l’Altitalia
Ma bedda comu a tia nun ci nn’è ‘n Sicilia.
Gli occhi di lei s’inondarono di lacrime ma sorrise, non capì tutto di quei versi, ma intuì con la sua viva intelligenza, sapeva benissimo che bastava un suo qualsiasi gesto per fermarlo.
Lui pensava che il nostro corpo ha una propria mente che non solo ricorda come difendersi dai virus e altri insidie ma avvolte agisce in piena autonomia dall’io pensante che contiene, come quando si adatta ad uno stress lavorativo maggiore, o si ha un bisogno impellente e che si deve soddisfare. I due corpi agirono in piena autonomia dai loro pensieri.
Il volto di Giulia e di Gesallà si sentirono attratti come una calamita incontrandosi in un bacio lungo e passionale. Poi lei si staccò, si voltò, chinò la testa e scappò via. Lui rimase con le braccia protese verso lei, sembrava dire: “dimmi una sola parola ed io resteròâ€. Lei sapeva che bastava fermarsi e voltarsi per cambiare tutto, ma l’amava così tanto che lo lasciò andare via, anche se ricorda ancora oggi quel giorno pentendosi amaramente, ma con orgoglio di quella se stessa così forte e buona.
Partì subito e dopo mille peripezie arrivò a Camico, andò in campagna e felice bagnò con le sue lacrime quella sacra terra.

Gli Uomini d’Aria

Gesallà, mentre ricordava, prese un pugno di terra in mano e lasciandola cadere il leggero vento trascinava il pulviscolo, un sassolino bianco gli rimase impigliato tra le dita e lo strinse nel pugno, guardando verso il cielo, quasi come cercare una risposta ai tanti dubbi della vita. Riaprì la mano e fissando quel piccolo sasso, liscio dal logorio del tempo, costruì pensiero su pensiero una sua fantasticheria, come soleva fare. Il contatto o la vista di alcuni oggetti, animali, piante e persone lo ispiravano, gli suggerivano storie, avvolte talmente assurde che se ne vergognava. Era un diletto che temprava dalla infanzia nel suo silenzio e che non confessava mai a nessuno.
Quel sassolino bianco gli faceva ricordare quello che aveva ascoltato da gnuri Raffaeli, un anziano vaccaio, asseriva che tanti e tanti anni fa, migliaia, in quel punto vi era il mare. Gesallà pensava invece che quel sasso così lontano dal mare era caduto dal cielo.
Nel cielo vi era un mondo fatto d’aria dove vivevano piante, animali, strade, palazzi e persone d’aria. Tutti erano felici perché il pane non si sudava, quando volevano qualcosa bastava pensarla, sì, vivevano di pensieri e quando guardavano qua giù avevano pena per noi, che vivevamo come dannati all’inferno. Nessuno moriva e ognuno amava l’altro come, dove, quanto e quando voleva. Non si annoiavano di certo. Un Uomo d’Aria più pensieri aveva e più era ricco. Avvolte l’uno li scambiava con l’altro. Vi erano pensieri che valevano mille di tanti altri, ma ve ne erano malvagi e li facevano appesantire, gli creavano un calcolo nell’anima quanto un chicco di frumento, se continuavano a pensarli, non vi era rimedio, quel calcolo incominciava ad ingrossarsi fin quando li trascinava quaggiù cadendo dal cielo. Avvolte questi pensieri malvagi , provenivano dal mondo di sotto, dai nostri desideri. Quando qualcuno di loro cadeva di notte si vedeva una scia luminosa, per noi sono stelle cadenti, ma in realtà quelli sono Uomini d’Aria. Da qui è nata la credenza che basta pensare ad un desiderio quando si vede una stella cadente che s’avvera. Gesallà così pensava, bastava crederci veramente, che quell’Uomo d’Aria concedeva quel potere a quanti avevano assistito al suo declino. Toccando terra il suo potere finiva, non era altro che un sasso come tanti altri, solo quando il tempo lo logorava lentamente, fin quando diveniva polvere e il vento lo sollevava, ascendeva al suo mondo libero dalla sua pena. Per Gesallà vi è sempre un sotto e sopra così vi è ancora un altro sotto: il centro della terra, fatto di fuoco. Da quel mondo se un Uomo di Fuoco spegnerà l’odio che lo brucia salirà in alto fin quando sarà eruttato da qualche vulcano e anch’esso sarà consumato dall’acqua e dal vento lentamente e liberatosi potrà salire nel mondo d’Aria, diventando così un Uomo d’Aria. Gli Uomini di Fuoco possono essere evocati e chiamati da noi, basta un pensiero di vendetta o di odio, così Gesallà si spiegava che quando un uomo è irato si scalda, per la loro presenza. Anche noi potevamo sprofondarci in questo mondo di sotto chiamato inferno, con le nostre cattiverie.
Gli Uomini d’Aria hanno sopratutto pensieri bellissimi, pensieri d’Amore e ogni volta s’illuminano, prima opacamente e così possono scendere ad aiutare noi del mondo di sotto, avvertirci dei pericoli, donarci di un pensiero d’amore o di perdono. In questo modo quella luce diventa sempre più viva fin quanto si possono scorgere da qui e a noi sembrano tante stelle.
Gesallà pensava che la Santa Notte di Natale quella che guidò i Re Magi non fu una stella cometa ma un intero sciame di Uomini d’Aria.
Quando gli Uomini d’Aria raggiungono il massimo splendore salgono sopra il cielo, e si uniscono alla Grande Luce di Dio, da dove erano scheggiati nell’incontenibile attimo d’Amore quando contemplò Se Stesso prima della creazione.
Capisco che per un contadino analfabeta possono sembrare concetti astrusi, ma alla radice vi era il concetto di sotto e sopra, di atto e di pensiero, di tempo e materia. Per fare un esempio dal concetto che bruciando ogni cosa diveniva cenere ha concluso che qualsiasi oggetto pianta o animale, compreso l’uomo, ha la stessa struttura materiale, noi diremmo atomica, perciò in ogni cosa vi era la volontà di essere tale. Sotto il legno vi era l’idea, il pensiero ad essere legno, così per il ferro. Come il nostro corpo o quello di un qualsiasi animale senza tale volontà, che lui chiamava spirdu, noi diremo anima, resta senza vita si disfà, ritornando ad essere cenere come era prima. L’oro prima di essere oro era l’ idea stessa d’oro per essere tale.
Nella sua filosofia, o fantasticheria, come lui la chiamava, tutto collimava in perfetta armonia: la fede che predicava il prete, le credenze degli anziani e le parole degli acculturati che conoscevano la scienza.
Gesallà si meravigliava lui stesso, possibile che quel sassolino gli abbia suggerito tutte quelle stranezze? E a chi mai poteva confessarle? Così si teneva tutto sotto la pelle.
Quando qualcuno gli raccontava qualche stranezza, e gli chiedevano un suo parere, lui scorbuticamente rispondeva: “Chi mi cuntati? Nenti capisciu!â€. E volgeva lo sguardo altrove.

Né sì né no, ma ni!

Dopo che il padre lo aveva invitato a trovarsi moglie, lui incominciò a osservare con tale intento le ragazze da marito, con scrupolo cercò l’aspetto, ma non solo, anche il partito, almeno doveva essere alla pari, era giusto così, “disa cu disa si ‘nfascia la disaâ€, perciò incominciò ad analizzare le varie campagne i proprietari e tra questi chi aveva figlie da marito. Un metodo che gli permise di stringere il campo d’azione tra quattro.
Lu zzu Giacuminu, aveva una bella proprietà in contrada Gebbia Granni, ma la figlia Nunziata aveva avuto larga mano nel primo fidanzamento.
Carmela, figlia di Tanu Taccu, era una bella ragazza anche se alla lontana gli ricordava Giulia forse per la sua corporatura, ma la dote era un misero dammusu, non portava né terra né grana.
Serafina, era figlia di don Vanni, camperi e con questo genere di persone non voleva proprio stringere parentele. Il carattere di Gesallà, anche se scorbutico, era di uomo buono.
Rimaneva lu zzu Vicenzu Manuzza, proprietario di una bella campagna e anche ben sistemato con i soldi, aveva tre figlie tutte da marito, ma a Gesallà piaceva la mezzana, Assuntina, anche se era la più minuta, era vispa, di carnagione scura come il pallore lunare, e una capigliatura riccia e abbondante che si ostinava a pettinare all’indietro.
Lu zzu Vicenzu Manuzza da qualche giorno alla bivatura si vedeva osservato di tanto in tanto da Gesallà e aveva intuito l’intenzione, da gli sguardi, dai discorsi, l’idea gli piacque, anche perché le tre figlie, scarta qua scarta là, erano avanti con l’età, la stessa Assuntina aveva già venti tre anni. Per un po’ di giorni s’avvicinò acconsenziente al padre di Gesallà, facendo strada insieme, parlando, dandosi ragione l’uno e l’altro nei discorsi alla bivatura o in piazza.
Il padre aveva capito tutto ma aspettava che il figlio comunicasse la sua scelta e così avvenne. A sua volta il padre comunicò a lu zzu Vicenzu che fu contentissimo ma giustamente doveva parlarne in famiglia.
In famiglia furono felicissimi, ma Assuntina era titubante, non aveva il coraggio di dire no a suo padre, ma non era per il si, così uscì fuori quel nì. Intanto diede risposta positiva, poi se la vedeva lui con la figlia, però per ufficializzare il fidanzamento gli occorreva un po’ di tempo. Gesallà non si dava ragione di questo prendere tempo, sperava di spubblicari prima della settimana santa, così poteva passare le festività con la fidanzata. Per lui non era amore, quella parola l’abbinava al ricordo di Giulia con stizza, con la voglia di lasciare tutto e correre da lei, ancora oggi gli spuntano le lacrime a gli occhi e lancia nel vuoto baci portandosi la mano nella bocca e lasciandosi sfuggire un pietoso “bedda mia!â€, con la speranza che qualche Uomo d’Aria lo raccolga e con le ali del vento lo recapita alle sue dolce labbra. Non si chiedeva che ne fosse stata, come era oggi, non gli interessava, gli piaceva ricordarla come l’aveva lasciata e sicuramente quella di oggi non era quella del suo ricordo, ne era lucidamente certo. Avvolte la trasfigurava davanti il quadro dell’Assunta, e se ne doleva, pensava di peccare, così si distoglieva sofferente. L’arciprete osservandolo di nascosto, pensava ad un forte senso religioso, di devozione e se ne compiaceva, confondendo anche lui il sacro e il profano.
Quel nì aveva così indispettito Gesallà che aveva trascurato il ricordo di Giulia e anzi voleva andare a fondo, perciò frequentò quel quartiere dove abitava una sorella della madre, la zia Pippina, andando a farci visita. A casa della zia era consuetudine, dopo la cena, recitare il rosario tutti insieme e con qualche altra famiglia vicina di casa, poi si passava a raccontare la vita di un santo, in maniera favolistica. I più piccoli erano bramosi di sapere, spalancavano gli occhi quando si nominava il diavolo e si stringevano alle loro madri. Il nonno materno, Sasà Grecu, se ne stava in un cantuccio e fumava la sua lunga pipa di terracotta, con i suoi occhietti trasognanti sotto la coppola, nera per il lutto della nonna.
La zia sapeva del nipote e Assuntina così era intenta ad osservare, ma nulla di anomalo traspariva da quella casa o da quella ragazza.
Lui usciva dalla casa della zia e quasi di fronte vi era la casa di lei, alzava lo sguardo ma niente, le ante della finestra rimanevano socchiuse. Di quella strada ci passava per la bivatura ogni mattina e ogni sera al ritorno, ma mai una volta che lei fosse affacciata. Solo una volta, quando il padre portò la notizia a casa, le tre sorelle erano tutte e tre a osservare il suo passaggio e poi mai più, o almeno si nascondeva così bene da non lasciarsi vedere.
Né in chiesa, né in processione si lasciava sfuggire un minimo sguardo per lui. Ma cosa voleva mai quella fimmina? Lui era di bello aspetto, aveva la vestia, la robba e sulla famiglia nessuno poteva dire niente, e allora? Si scervellava, anche perché la zia Pappina, diceva che nessuno le ronzava attorno.
Così con quel nì che gli bruciava dentro Gesallà era nel suo regno a faticare più possibile. Ora si era messo a curare gli alberi di ulivo così grandi e maestosi come vecchi saggi. Lui pensava che quel nì provenisse da qualche segreta passione per qualche altro e così non sopportava l’idea di essere per Assuntina un uomo di seconda categoria, perché sarebbe stato trattato sempre come le cose di seconda scelta. Rifletteva che lei in fondo era di seconda, pensando a Giulia, appunto questo l’amareggiava, poi pensava che il buon senso avrebbe prevalso. Lui non l’avrebbe mai fatto soffrire e sarebbe stato un buon marito nonostante tutto. Un uomo è cattivo quando ha il pensiero cattivo, così una donna.

Il tesoro di Gesallà

La vita è come un sogno e nel sogno tu sei protagonista passivo di ogni scena, anche se infondo sei stato tu a crearlo.
Zappava attorno a gli alberi, toglieva frutici selvatici, e portava pietre vicino al viottolo. Quegli ulivi erano veramente belli e incutevano rispetto, per i tanti anni, per la generosità e per la grandezza. Il nonno gli diceva che quegli alberi avevano più di duecento anni ed erano stati testimoni di tanti eventi, magari di lotte tra cavalieri con le loro armature e lo scintillare dell’incontro delle loro spade. Quando Gesallà era in quel posto, tra quei grandi alberi, sentiva dentro se qualcosa di straordinario.
Quando era poco più che bambino se ne stava lì, all’ombra, nelle lunghe giornate d’estate, e avvolte si addormentava soavemente tra il gracchiare di qualche ciaula e il ziii! Ziii! di qualche insetto, sognava di cavalieri con i pennacchi negli elmi, che passavano dal viottolo accavallo dei suoi destrieri ornati e colorati. Il sogno era così reale che sentiva i rumori metallici delle loro armature e quello degli zoccoli dei cavalli. Solo una volta li sognò che correvano come il vento e provò panico, si svegliò di soprasalto, mentre il padre lo chiamava dalla casa: “Gesallà!â€.
Vi era una grossa pietra ai piedi dell’ulivo vicino al viottolo, gli ha dato sempre fastidio ed era arrivata l’ora di toglierla, magari rotolandola per quei pochi metri ai margini del sentiero, così con la zappa incominciò a scavare tutto attorno, fin quando la liberò, provò a spostarla con le mani, ma niente da fare non si muoveva di un millimetro, così andò a prendere una grossa trave e con un altro masso per fulcro, riuscì a sollevarla fin quando la spostò facendola roteare, da sotto partirono mille animaletti di ogni genere, poi s’accorse che vi era qualcos’altro, era un piccolo pugnale dalla grossa lama e il manico in legno, però di buona fattura. Preso in mano quel pugnale gli ritornarono alla mente i sogni dell’infanzia e spinto dalle sue fantasticherie, incominciò a scavare ancora, non appena trenta centimetri di profondità scoprì che vi era pure qualcosa di rotondo, era un teschio, provò orrore, gli cadde a terra, ma ormai era così preso dalla curiosità che ricominciò a scavare, ancora e ancora fin quando toccò un legno, era un forziere che con grande fatica riuscì ad estrarre. Il cane gli abbaiava in gran lena attorno come se avesse capito l’evento straordinario. Gesallà guardando gli animali spesso si chiedeva: “E chi nni sapemu natri omini zoccu penzanu l’armala?â€, pertanto li trattava con umanità, rivolgendo la parola, fatto sta, sembrava capirlo, tanto che l’ubbidivano. “Karmati, Monaca, ca videmu chi c’è, Karma!†Quel cane, sembrò acquietarsi e scodinzolando andò ad annusare quel forziere.
Si guardò in giro, non vi era proprio nessuno, era solo, tra il silenzio attonito della campagna. Un catenaccio ferroso e arrugginito chiudeva il forziere, le tempie gli incominciarono a martellare, con un colpo di zappa lo fece saltare, il cuore era in tumulto. Quando aprì, notò un velo di terriccio, bastò un breve cenno della mano per scoprire che era pieno di monete d’oro! Sembrò che in quello istante il tutto si sia fermato. Dopo poco, ripreso, si caricò il pesante forziere e lo portò nell’interno della casa, poi andò a riprendere il teschio e il pugnale e la zappa. Si chiuse dentro e svuotò il forziere, contò milleottocentosettanta monete, belle alcune luccicavano, rimase vibrante a quello spettacolo.
Incominciò a calmarsi e a riflettere che era diventato, ricchissimo, quelle monete erano vere e d’oro. Pensò che quel giorno, quel momento, quel posto era il crocevia della sua vita futura. Poteva caricare il forziere sulla vestia, tornare a casa trionfante e ricco, acquistare terre, case, fare il signore. Sicuramente Assuntina, avrebbe avuto modo d’affacciarsi alla finestra, ma a quel punto sarebbe stato lui a non avere più quell’interesse. Poteva lasciare tutto e correre da Giulia, l’avrebbe sposata e poi tornare in paese e magari ogni tanto ritornare in Piemonte, tanto se lo sarebbe potuto permettere. Ogni ipotesi lo feriva, l’amareggiava, infine, invece di essere felice d’avere trovato un autentico tesoro, ne fu triste. Allora covò l’idea di andare a nascondere il forziere con tutto l’oro per poterci riflettere ancora un po’ su, e dove? Nella grotta! Per prima cosa, bisognava togliere tutte le tracce della scoperta, così ritornò nel fosso, lo riempì di pietre e di terra, riportò sopra il grande masso e andò alla grotta. Strisciò sotto la pianta di spina santa e s’intrufolò dentro, accese la candela che si era portato e vide che era veramente grande! Strisciò per quasi un metro e mezzo, poi come un imbuto si allargava, si scendeva giù per quasi mezzo metro poi dopo un due metri per un altro mezzo metro, dentro vi era un grande spazio, delle nicchie aperte tutte a girare, sembravano mangiatoie, ne aveva viste in tutto il territorio di Camico, dicevano che erano tombe antichissime, poi vi era un altro cunicolo scavato nella roccia dove si accedeva ad un’altra stanza delle stesse dimensioni, sorpresa, trovò un antico archibugio e delle stoffe ormai lacere, sicuramente coperte, della paglia per terra, recipienti di terracotta, un tavolo con sopra due lampade ad olio in terracotta e due sedie di antica manifattura. Quello era un rifugio da tanto tempo non più utilizzato. Gesallà, immaginò qualche antenato brigante che si nascondeva in quel posto. Poi pensò al racconto del nonno che il bisavolo l’aveva fatta in barba ai piemontesi e non si era fatto il servizio militare, lo ricercarono, ma invano, in quel tempo vi era la fucilazione e quelli non erano come i borboni, quelli facevano sul serio, fucilavano sul posto, non ci stavano niente ad ammazzare un padre di famiglia.
Quel posto faceva al caso suo, così prese il forziere e lo trascinò dentro, prese una sola moneta e la intascò, scavò e lo seppellì, il teschio lo pose in una di quelle nicchie e lo coprì con il terriccio, poi con il pugnale incise una croce nella parete, si fece il segno della croce e mormorò le parole: “riposa ‘npaciâ€.
Appena fuori si sentì abbagliare dal sole e rinfrescare dall’aria, dentro aveva sudato, l’aria ristagnava. Chiuse la casa ‘nvardà la vestia e prese la via del ritorno.
Gli ritornò alla mente Assuntina con la sua boccuccia stretta, nel cuore covava una vendetta che via andando diveniva sempre più voglia di conquista e di qualcos’altro che si andava intrufolando nel cuore. Doveva risolvere questa situazione, pensava che si erano fidanzati, ma loro ancora non avevano scambiato nemmeno una parola, uno sguardo. Certamente lei magari poteva avere qualche remora ad accettare, perciò doveva prendere l’iniziativa, cosa? Al ritmo dei passi della vestia gli sgorgarono dei versi, erano lampanti nella sua mente, ma non li mormorò, per paura che nell’aria qualche spirdu li ascoltasse e li svuoterebbe della loro forza.
Questo di credere un aria piena di presenze benevole e maligne, ad dire la verità, non era solo di Gesallà, ma di tutti i Siciliani, tanto è che ancora oggi quando un neonato sbadiglia le madri fanno sulla loro bocca con l’indice e il pollice il segno della croce, sussurrando una preghiera protettiva, questo perché credono che vi può entrare dentro qualche spirdu malignu e impossessarsi della creatura, avvolte facendolo ammalare.
Si accorse di avere trovato una fiducia in se stesso come mai, stringeva tra le mani quella moneta come un talismano che gli garantiva il sicuro successo nella vita e nel futuro.
L’osservava al sole, da un lato vi era una testa coronata con la scritta FERD. III. P. F. A. SICIL. ET. HIER. REX. e dall’altra rilevava la Trinacria con tre spighe che escono dal centro in mezzo ad una ghirlanda di alloro, la cifra 0.2 e sopra le due iniziali V. B. Gesallà di quella moneta capì solo due cose che quella testa era di re, che allo rovescio vi era il simbolo del partito di Finocchiaro Aprile e che era d’oro e si vedeva al sole che era oro di quello buono, tanto da essere così ricco da sentirsi male.
Era arrivato nel dorso della collina, quasi alle quindici, il paese sembrava deserto dalla parte che scorgeva con il palazzo del barone e il lato sinistro della chiesa madre, poi continuava la casa del notaio Battista e lo spiazzo che spioveva nelle case dei pastori e delle mannare. Intuiva che la gente era in piazza a festeggiare il Redentore. Quando arrivò dentro la madre era preoccupata, lui si teneva dentro il suo segreto come una delle sue tante fantasticherie, il padre sembrava scrutare in lui qualcosa di diverso, ma non indagò, si lavò, mangiò si vestì in festa e uscì a godersi la Pasqua anche lui.
Il mattino seguente, ancora il sole non aveva spaccato il buio che imboccò la via per la bivatura, preceduto dal padre e quasi accanto il fratello, imboccò il marranzano e cominciò a suonare “ting tong! Tinghititong!â€. Il padre si voltò interrogandosi come mai? Cristenzio approvò con un sorriso. Dopo un po’ Gesallà comnciò a cantare ad alta voce:
Affaccia bedda ca stju vinennu
Vidi ka lu to zitu va cantannu
Ka ju sugnu u’ garofanu virmigliu
Ka tu si na rosa si nun mi sbagliu
Dopu la mezzanotti mi risvigliu
Pensu li to biddizzi moru e squagliu
Siddu pi sorti sta battaglia vinciu
Li to biddizzi cu nuddu li canciu
Ca vaju a lettu e rizzettu nun haju
Pregu ka l’arba và quantu ti viju
U suli affaccia ‘ncapu sta montagna
Su li to biddizzi mi pari k’ajorna.
Il sole incominciava a spuntare da sopra la collina illuminando quella strada nel mentre, l’anta della finestra di Assuntina si schiudeva, Gesallà riprese a suonare il marranzano e dopo un po’ continuò così:
Ka la me bedda nun sta tantu luntanu
Sta nni sti contorni ka vicinu
Bedda ju ti cantu ka davanti
Lu zitu sugnu ju e tu nun ni sa nenti
Ti la mentiri ju l’aneddu a lu jtu
Ti spusu ti nni veni a lu me latu
Nni mmitamu a tuttu lu cummitu
A li to genti e a lu me apparintatu
Si nun mi pigliu a tia nun mi maritu
‘Navanzi a Ddiu lu giuramentu è datu
Siddu pi sorti a la chiesa ‘un ti vidu
La lassu ‘ncuminciata e mi nni vaju.
Assuntina s’affacciò e guardandolo gli accennò un sorriso e rientrò subito, Gesallà strinse tra le mani il suo talismano e si sentì pervaso da una gioia sorda, ma sospirò inondato da quel bagliore dorato, tra il rumore degli zoccoli e il cinguettare di mille uccelli nell’aria frizzante di quella primavera.
Il padre non si sarebbe mai aspettato un tale atto d’audacia da quel figlio così serioso e silenzioso, poi era anche poeta, chi l’avrebbe mai detto. Il fratello si congratulava: “Bravu! Accussì si fa!â€. A la bivatura, ognuno diceva la sua, tanto che Gesallà s’emozionò e cacciò la vestia verso la collina.

Gli occhi inondati di lacrime

Cinquanta anni, come passano cinquanta anni? Mi chiedeva Gesallà, con gli occhi inondati di lacrime, ormai inchiodato in quella sedia con la gamba sinistra amputata, poi, afferrandomi per il polso e stringendomelo fortemente insisteva che si deve stare attenti al minimo segnale di dissenso di una donna, perché un uomo può essere condannato per tutta la vita ad essere di seconda scelta e perciò ad essere trattato senza il giusto rispetto. Una donna non sente il bisogno di dire tutta la verità ad un uomo di serie B o C e dietro la bugia spesso vi è il tradimento. Non con questo voleva alludere che la moglie Assunta lo avrebbe tradito, troppo timorata di Dio per farlo e il suo Dio non se ne sta nell’alto dei cieli quello agisce subito, qua in vita, e pesantemente.
Lo interruppi mentre parlava chiedendoci: “Ma il tesoro lo ha veramente trovato? E che ne ha fatto?â€. Lui allentò la mossa lasciandomi il polso e sorridendo s’abbandonò alla spalliera: “U tesoru…â€. Ricominciò a raccontare come se avesse la necessità di uscire fuori quella storia che si era tenuto dentro e avesse paura di morire e si porterebbe con se la sua storia, ma capii che non era nemmeno questo, perché mi disse per inciso che le piante, le pietre, l’aria s’impregna della nostra vita, come noi della loro e rimane lì pronta ad essere rimossa per essere raccontata e avvolte rivissuta. Come quel sassolino gli raccontò del Mondo d’Aria, un giorno, un albero d’ulivo narrerà la sua. E di ciò che diceva ne era più convinto che mai.
La moglie l’aveva lasciato lì su quella sedia l’aveva pregata di porgerle una coperta per mettersela sulle gambe, ma ora stramba com’è, se ne andò dimenticandolo, o diciamola tutta, rifiutandosi di prendergliela. Lui sentiva freddo nelle gambe, si in tutte e due, quella di carne e quella che più non c’era, fatta di pensiero, “d’Ariaâ€, anzi proprio in quella lo sentiva maggiormente. Quella gamba da quando la tagliarono se la sentiva li, viva come non mai, anche se quella di carne e ossa già da tempo è nella tomba di famiglia. I medici sono rimasti di stucco quando l’ha voluta indietro, “che ne dovete fare?â€. La carne moriva e rimaneva la volontà di essere tale, l’Aria.
Chi poteva immaginarselo che Assunta, prima di fidanzarsi con Gesallà si era amoreggiata con Saru Guerra, un suo coetaneo. Per amoreggiato si indente uno sguardo di più un mezzo sorriso. Però c’era stata un intesa. Tanto che quando si ufficializzò il fidanzamento, la madre di Saru andò a domandare conferma a casa sua, perché loro erano pronti a chiedere la mano di Assuntina, ma ormai era troppo tardi, anche se lei insisteva per un ripensamento, non era più possibile nessun passo indietro. La madre lo riferì ad Assuntina molto dopo, quando Saru già da tempo era partito per l’America, dove fece fortuna.
Lei ogni tanto aveva degli smarrimenti e si metteva a parlare non curandosi di quello che diceva, così Gesallà venne a sapere la verità su quel nì di cinquanta anni fa, un giorno mentre raccontava tutta quella storia alla nipote, non curandosi della sua presenza, che rimaneva amminchialiddutu con la bocca aperta e sprofondando in quella poltrona, anticamera della sua bara.
In paese si diceva che Saru era uomo di rispetto e non solo si era acquistato tanta proprietà, era ricco, aveva pure impiantato una piccola industria di conserve alimentari, si era sposato e aveva quattro figli sistemati come si deve. Assunta quasi rimproverava Gesallà, perché se non fosse stato per lui sarebbe stata lei la ricca signora Guerra, riverita da tutti.
“Fici bonu!â€. Continuava a dire tistiannu. Troppo comodo, se avesse utilizzato il tesoro e l’avrebbe coperta d’oro! Pensava che la comprensione, l’affetto di un uomo giusto, per lei poteva bastare, ma mai poteva immaginare che Assuntina aveva già scelto, un altro uomo, se lo avesse saputo non avrebbe mai e poi mai chiesto la sua mano. Quello che tanto temeva era accaduto. Lui era un uomo di seconda scelta e come tale ha meritato la verità dalla sua donna solo perché di tanto in tanto vaneggia. L’onestà, l’umiltà, la bontà, la volontà di gran lavoratore, l’affetto, non sono serviti per tutti questi cinquanta anni a cancellare il ricordo di quello scambio di sguardi o di quel mezzo sorriso. E poi aveva tanto oro quanto una madonna. I soldi li aveva guadagnati Gesallà ed erano lì nel libretto della posta, tutti a disposizione di lei. Ora si trovava solo senza figli, perché “lu Signuri non ce ne ha voluti dare, quando una donna si incattivisce è difficile che diventi madreâ€, in quella casa piena di ricordi ammuffiti che emanavo di tanto in tanto il tanfo del marciume. Di tanto in tanto, tra freddo e malinconia cavava dal suo cuore quel dolce ricordo, rimasto come la semenza del fiore più bello e più profumato del mondo pronto ad essere piantato e germogliare, e baciando nell’aria pronunziava quel nome, come una magia che per un attimo lo faceva ritornare giovane e affamato di vita, “Giulia! Bedda mia…â€
Precisava che sua moglie si era comportata come una buona donna non facendogli mancare mai né adenzia né affetto. Ora è così perché non sta bene con quello zuccaro che acchiana e scinni a proprio piacimento. Si dimentica le cose, si ‘ntuletta esce rientra poi esce di nuovo, così tutto il giorno fin quando si stanca.
“Allora il tesoro è ancora lì nella grotta?â€. Gesallà rise amaramente e disse: “Firdinandu terzu, re di Sicilia e di Gerusalemmi!â€. Quando il medico Balla ha visto quella moneta sgricchiò gli occhi e disse che aveva un valore enorme, era del 1814, Gesallà se la rideva pensando che ne aveva ancora altre milleottocentosessantanove, che l’aspettavano sepolte ancora in attesa di un giusto pensiero per andarle a prendere. Tante volte aveva avuto la tentazione, spinto dall’orgoglio dalla voglia di vendetta di qualche malefatta o discussione, ma Gesallà non era un uomo che cedeva alle tentazioni, lui aveva le idee chiare. Quando un uomo desidera di trovare un portafogli pieno di banconote, già pecca, perché indirettamente spera il male degli altri, cioè che un altro uomo lo perda nella disperazione. Lui ha trovato quel tesoro non smarrito, ma nascosto, per caso, gli ha cambiato il carattere, gli ha dato sicurezza, gli ha fatto capire che poi l’oro se ne può avere quanto se ne vuole ma non basterà mai a togliere il freddo della solitudine. Un vero sorriso, una vera parola, una vera carezza, un vero bacio, basterà anche il solo ricordo per avere un attimo di ristoro.

Lo spirito guardiano

La campagna è lì, abbandonata, da quando successe quella disgrazia, poveri alberelli…
Cinque anni fa, Cristenzio non era tornato dalla campagna, già era buio, e nel piccolo trattore non vi era luce, perciò era insolito che si attardasse così. Gesallà da poco era inchiodato in quella sedia e con trepidazione aspettava notizie, il cognato e il genero lo trovarono sparato in petto con la testa schiacciata da un grosso sasso sotto l’albero di ulivo vicino al viottolo. Quando dopo giorni andò a vedere il posto dove morì il fratello scoprì che quella grossa pietra del tesoro era stata rimossa. Si, proprio quel masso che era stato mosso per nasconderci il forziere e la testa di quel mal capitato, fu rimosso da Gesallà quel giorno e spostato ancora dalla furia assassina che diede morte al fratello, ora era lì ai bordi della strada, macchiato di sangue… Coincidenze, chiamiamole così… Non può stare lì a istupidirsi per le cose strane che succedono nella vita.
Quella mattina era stato portato con l’auto dal nipote Salvatore Limua, il genero di Cristenzio, costatare con i suoi occhi lo stato della campagna, il posto dove il fratello fu ucciso senza alcuna pietà, con un’ira bestiale tale da sollevare quella grossa pietra e tirargliela sulla testa. Fu sorpreso, sconfortato per quella strana coincidenza però fu preso da uno smanioso desiderio di rimettere quella pietra a suo posto, pensando che quella pietra ancora sporca di sangue ritorni nel suo posto di sempre sotto l’ulivo, così lo spirito guardiano rimaneva soddisfatto della sua ricompensa.
“Totò, lu niputi, tu ca lu Signuri ti fici accussì forti, m’affari u’ beni, piglia stu cacinaru e mettilu nni dda conca sutta l’arbulu, ti pregu!â€.
Il nipote sembrava allibito, provò sgomento, si leggeva benissimo negli occhi, smarrimento orrore. Allora capì che doveva essere troppo doloroso per il genero, che aveva tanto amato il suocero, toccare quell’orribile pietra impregnata dal suo sangue e così rinunziò ad insistere.
I vecchi narravano nelle lunghe serate al chiaro di luna nei cortili di streghe, cavalieri, maghi furfanti poveri e re, di castelli e tesori nascosti, di un tempo senza tempo, e arricchivano la fantasia dei bambini che stavano lì a sentire. Gesallà ricorda quella leggenda che i ladri quando nascondevano la refurtiva uccidevano un uomo così mettendo il fantasma di guardia. Ora lui pensava che quel teschio era dello spirito guardiano che si è ripreso una vita in cambio del tesoro. Lui, pensava con rammarico che doveva lasciare tutto lì, o almeno non prendere nemmeno quell’unica moneta.
Il colpevole la legge non l’aveva trovato ma Gesallà si. Il maresciallo aveva chiuso le indagini che si trattasse della solita lite tra contadini e pastori che da Caino e Abele ci sono sempre state, perché aveva avuto informazioni che il povero Cristrenzio già era arrivato a li mani con Tanu Cani perché pascolava abusivamente nella terra di famiglia. Quante nirbate prese Tanu lo sa solo lui e il maresciallo, ma lo hanno dovuto prosciogliere perché non vi era nessuna prova, anche se il suo alibi non reggeva così tanto. La prima cosa che fece appena liberato, in tarda serata andò a bussare alla porta di Gesallà. Assunta quando vide chi c’era dietro la porta le prese la balbuzie tale da non riuscire a spiegare chi fosse, così fu il marito a gridare: “Cu è?â€.
“Rapissi, ca ci ha parlari. Iu sugnu, Tanu Cani!â€
“Assuntina, rapi!â€
“Ma?â€
“Ti dissi apri sta porta e fallu acchianari!â€
Tanu, s’inginocchiò davanti Gesallà e gli volle baciare la mano, gli disse che era stato vero, erano mali pigliati, ma non si era sognato minimamente di uccidere, giurando sul suo sangue e su Dominiddiu. Lui non era un assassino e infondo confessava di avere torto perché le sue pecore, una volta erano entrate nell’orto e fecero danno veramente.
Gesallà lo guardò negli occhi e vide che dicevano la verità. Fu proprio negli occhi di Tanu Cani che ricordò, con diversa luce, gli occhi del nipote, come evitavano di incontrasi con i suoi durante il funerale e poi come si erano smarriti nell’abisso quando gli aveva fatto quella insolita richiesta di rimettere al posto quella pietra. Lui si che era abile ad alzarla, un omone di un metro e ottanta con due spalle quanto un armadio. Perché?
Cristenzio, dopo che il fratello si era sposato, non passarono poche settimane che si fidanzò con Serafina la figlia di don Vanni, si sposò nel giro di un anno ed ebbe quattro figli tre femmine e dopo il tanto sospirato mascolu. Le tre figlie si sposarono felicemente, il figlio maschio, Francesco come il nonno, non ha voluto sapere di campagna e studiò, poi entrò guardia di finanza e presta ancora servizio a Trieste. La campagna è sua, sia quella del padre che dello zio, la responsabilità è tutta sua, è lui l’erede.
Una notte di natale furono tutti riuniti, generi, figlie, nipoti, era arrivato pure Francesco con la moglie del continente e le sue due bambine, nella casa di Cristenzio. Anche Gesallà con Assuntina erano lì invitati. Salvatore gli stava lontano, solo quando s’avvicinò per scambiare gli auguri, Gesallà gli strinse forte la mano e se lo tirò quasi sopra sussurrandogli all’orecchio: “Pirchì?â€. Lui raggelò, si liberò la mano, dopo un po’ finse di sentirsi male e andò via.
Passarono un paio d’anni e si diede risposta a quel perché, il genero aveva strafatto con la costruzione di una casa e aveva avuto un crollo finanziario, il banco voleva l’avallo per concedere un prestito che avrebbe momentaneamente risolto il problema, l’aveva chiesto al suocero che non volle concederglielo, arrivarono così al diverbio e dopo averlo minacciato alzò la scupetta che portava con se e per rabbia sparò, lo colpì in pieno petto, ma non era morto così prese quel masso e glielo scaraventò in testa. Cristenzio glielo diceva sempre che era un fallito, glielo avrà detto anche quella volta. Gesallà lo suppose dai problemi che nonostante ha avuto con il banco. Salvatore non incrociò più lo sguardo con lo zio, non gli parlò più ed evitò d’incontrarlo.
Gesallà ricordava che quella mattina fu proprio per un istante che non gli rilevò al nipote il tesoro, era deciso a dirglielo quella mattina, lo vedeva così buono, lavoratore, padre di famiglia, e forse lo era veramente, chissà cosa gli è successo? Si chiedeva scrutando un punto indefinito davanti a se, forse un Uomo di Fuoco gli avrà suggerito tale gesto? E forse un Uomo d’Aria lo avrà dissuaso a rilevargli il tesoro? O forse questo uomo fatto di polvere e di pensiero, di Fuoco e di Aria, è un semplice animale e come tale si comporta.

Le riflessioni di Gesallà

Mi poneva queste riflessioni, con tono amaro, con parole pesate, quando poi mi spiegò la sua teoria del sotto e sopra rimasi sconcertato, come un analfabeta abbia potuto dedurre tanto, giusto e sbagliato.
Nella polvere, diceva, vi è la consistenza di questo Mondo, e sotto ogni granello di polvere vi è infiniti Mondi fatti anch’essi di polvere dove sotto ogni granello ha altri infiniti mondi di polvere, fin quando sotto vi è il pensiero di essere tali, sotto ogni pensiero vi è il tempo come unica legge. Così per sopra, il nostro Mondo è un semplice granello di polvere del Mondo di sopra e così all’infinito. Sotto questo pensiero vi è il Grande Pensiero che contiene tutti i mondi in un unico Grande Mondo.
Siamo stati interrotti dal rumore della porta, stava entrando la zza Assuntina, mentre saliva la scala, lui sottovoce, timorosamente mi disse che era lei.
Lei entrò fece due semi giri su se stessa prima a destra poi a sinistra, mi focalizzò e s’avvicinò salutandomi, così mi chiesi chi fossi. Gesallà scorbuticamente le rispose che ero un amico.
Quando s’avvicinò notai che addosso aveva una collana a maglie grosse d’oro, più anelli e un bracciale come la collana, ma aveva una medaglia per ciondolo, anzi era una moneta, quando vide la trinacria di un lato e poi la testa coronato dall’altro, ho dedotto con stupore che era quella del tesoro. Assuntina notò il mio interesse e ritirò subito la mano che mi aveva teso.
-‘Un ti scantari! – Gli disse il marito, lanciandomi un occhiata d’intesa.
-Allora è ancora là?
-E ddà arresta fin quannu quarcunu nun avi la furtuna, o la svintura, di truvallu!- Rimasi perplesso.
La zza Assuntina girò attorno al tavolo, farfugliò tra se non so cosa, poi mi ridiede la mano mi salutò e disse al marito che si era dimenticata di acquistare il pane e andò via.
-Fa accussì tri quattru voti lu jornu, finu a quannu ‘u’ si stanca.
Gesallà, con tono pacato, meditativo mi spiegò che il tesoro lui l’aveva speso tutto così e allargando le braccia nel vuoto mi disse che questo era quello che gli era rimasto. Come? Si! Attimo per attimo della sua vita, del suo tempo, quello è il vero tesoro, il tempo! Ora fermo lì, su quella sedia, con quel corpo che ha deciso di arrendersi, perché il suo tempo è finito, e lui dentro che ha voglia di alzarsi, andare a vedere quello che non è riuscito in tutti quegli anni: un alba boreale, una grande cascata d’acqua, calpestare il deserto udire il suo silenzio, i grandi monumenti e opere d’arti, le strade, le città, i piccoli borghi, i tanti volti di uomini, le bestie, le piante e amare tutto. Questo è il tesoro, questo Mondo, questo tempo. Quello dentro la grotta è niente confronto a quello di essere nati in questo Mondo. Rifletteva come è stato impossibile avere un figlio, come era facile fare un figlio e come era impossibile che ciò avvenga senza la volontà di Dio. Quando un Uomo nasce sembra che Dio gli dica: “Ecco, tutto ciò che vedi è tuo, ammira e amalo!â€. Invece di guardarci attorno chiniamo la testa e guardiamo per terra e solo pochi alzano la testa per ringraziare: “Grazie Padre!â€, così consumando tutto il tempo inseguendo il falso, la ricchezza materiale. Quanti vecchi muoiono lasciando proprietà e soldi in quantità, pur facendo una vita misera, precisava: -non umile ma misera-. Questo per dire che anche lui lasciava quella ricchezza materiale in quella grotta e non c’è da farsi meraviglia perché tanti altri lo fanno, tanti altri hanno il loro tesoro materiale e non spendono niente, muoiono attaccati al loro denaro, ciechi e miseri dentro.
Mi raccontò quando nel funerale di un suo zio, durante la veglia, quando ad un certo punto non si ha più niente da dire, così si passa alle frasi fatte, uno dei presenti esclama, facendo riferimento alle tante proprietà dello zio: “Alla fine ci portiamo solo quattro tavoleâ€. Gesallà pensò: -Perchì chi purtamu quannu nascemu?
Lo abbracciai e baciandoci ci salutammo, lui aveva gli occhi annegati nel rimpianto, comunque andai via lasciandolo nel suo silenzio.

Siculiana, 27 febbraio 2003
Alphonse Doria















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lunedì, 07 febbraio 2005
IL PAZZICISMO

Sono le 19 e 35 del 14 febbraio del 2001 e ho finito di leggere “Così parlò Zarathustra†di Friedrich Nietzsche. Un’affermazione del libro mi portò indietro negli anni, precisamente al terzo di liceo scientifico, per l’appunto il 1974. Siamo nella parte quinta del libro: - Lode a quel valido, a quell’indomabile spirito che dà agli asini le ali, che munge le leonesse, e spazzerà via come un uragano l’ora presente e la plebe ! - Poi in seguito nel libro si arriva a divinizzare l’asino e a celebrare anche una festa, ma io non vi tedierò dilungandomi.
La terza effe era un insieme di ripetenti e di tre classi di secondo liceo. Allora, allo Scientifico “Leonardo†d’Agrigento si faceva sul serio, le bocciature erano normalissime, anzi, anno per anno le classi si dimezzavano e perciò si raggruppavano. Il Preside Sanbito, di statura bassa, robusto, capelli a spazzola era un mussoliniano e non teneva conto del sei politico, che i movimenti sessantottini cercavano d’istaurare nelle scuole. Come Mussolini anche lui scriveva poesie, proprio in quel periodo aveva pubblicato una raccolta dal titolo “L’Attesaâ€. Ricordo, per l’appunto, alcuni suoi versi: “ E - a lungo – i lenti sonni turbano dei mediocri l’originale tuo messaggio ai poveri e agli oppressi e il nuovo patto ai sofferenti secoli; se Ponzii e Scribi non trovi amici ti aspettano tre chiodi e una croce.â€. Si diceva che nella sua villa vi era il busto di Mussolini e anche alcuni fasci littonici che dopo la caduta del regime hanno tolto dai palazzi pubblici della città. â€Il mediocre doveva soccombere e chi invece aveva volontà e attitudine doveva andare avantiâ€. “La conoscenza è per tutti ma non l’attitudine al lavoro intellettuale. Il mondo ha bisogno di validi agricoltori e artigiani.†Con il senso del poi, sono d’accordo a questo concetto, al dire il vero, lo ero anche allora, secondo me, è stata quest’idea politica ha trasformare le scuole medie superiori in tanti parcheggi per disoccupati, ritardando l’ingresso nel mondo del lavoro a molti giovani trovatesi disadattati e spesso a fare parte di quel grande esercito di Siciliani e di Meridionali a fare concorsi per impieghi pubblici. Io stesso ho preso la maturità per poi soccombere all’università… Forse, questa gran massa lavorativa doveva stare nelle piazze a protestare contro una classe politica che ha pensato solo a farsi i fatti propri. Quello stimolo di rivolta sociale non è arrivato nemmeno dai comunisti, forse perché i dirigenti facevano il salotto buono con i grandi banchieri (vedi Cuccia, un fascista che pagava la tangente al P.C.I. controllando così i sindacati!).
Sono incavolato perché ricordo un’assemblea organizzata dal Movimento studentesco, ma dietro a muovere i fili c’erano quelli del partito. Per testimoniare il mio dissenso al sei politico e per denunziare che il movimento era gestito da uomini del partito mi stavano linciando, sono riuscito a fuggire grazie a Francesca, una ragazza che mi perseguitava e che si era interposta tra me e loro permettendomi così, la fuga. Non partecipai mai più a delle manifestazioni studentesche… Ah Bakunin!
PERO’, ricordo un mio compagno di questo terzo liceo, già ripetente, talaltro rimasto lì perché bocciato un’altra volta, Mimmo. Questo mio amico, che quando raccontava qualcosa era tutto rumori da sembrare un cartoon, per la logica del preside e quella mia era consigliabile che Mimmo avrebbe preso tutt’altra strada che lo studio. I fatti avvenire ci hanno dato torto. Mimmo non solo si laureò con il massimo, anche se nella stagione estiva andava a fare il cameriere e a vendemmiare per aiutare la famiglia a mantenerlo agli studi, è anche un ottimo insegnante di matematica e scienze.
Immaginate un’aula fredda di un vecchio padiglione del manicomio ceduto alla scuola, con quasi quaranta ragazzi dentro, cosa sia successo, di tutto e di più.
Ricordo un giorno, nell’ora d’anatomia, avevamo una professoressa anziana e zitella che non lavava i denti perché era convinta che il tartaro li conservava più a lungo. Spesso mi veniva di pensare che lo spazzolino non poteva essere più sufficiente ed occorreva lo scalpello e una giornata di un manovale edile. Quel giorno la lezione era su i muscoli, e un ragazzone: Ramunnu, alto e robusto, con un vocione da opera lirica. Si è alzato e se n’è uscito con un intervento che fece imbarazzare e arrossire l’insegnante per un bel po’: - Professoressa, mi scusi, il pene è un muscolo involontario o volontario? “. La risposta non è stata assolutamente esauriente, forse per mancanza d’esperienza pratica, forse per le risa che fiorivano in ogni parte della classe, forse perché Ramunnu continuava ad espletare il suo quesito aggiungendo particolari e quindi peggiorando il tutto. Ramunnu: - Professoressa, mi scusi, se io penso che il mio pene deve essere eretto come muovere un dito, o qualsiasi altro muscolo, il mio pene non esegue, invece senza pensarci si trova il pene eretto anche senza volerlo, però lo stimolo deve arrivare sempre dal cervello, perché se uno vede una bella donna e sì eccita… - E non bastavano i nostri - Bonu Ramù! -; - Lassila ddocu! – A farlo smettere, capisco che il suo dubbio culturalmente era lecito, e se vogliamo anche legalmente, poiché lui era lo studente e lei era l’insegnante, ma a tutto c’è un limite.
La stessa insegnate, l’anno successivo, mi perdonò una catastrofe di carattere interplanetaria. Mi spiego meglio, la mia classe era alla prima ora nell’aula d’astronomia con la prof. e stavano osservando le orbite dei pianeti del sistema solare con il planetario che funzionava a corrente elettrica, perciò alimentato tramite una prolunga. Io, in ritardo entro pian pianino agevolato dal buio per non farmi vedere da lei, ma il fato volle che inciampai in quel prolungo e quel sistema solare andò a finire a terra, pensai di essere rovinato quando accesero la luce e mi videro come il discobolo. Lei se ne uscì con un sorriso e una frase che lasciò tutti sorpresi: “Sei sempre il solito!â€.
Forse il nostro era l’unico liceo al mondo a non avere le classi miste, questo ci pesava nei confronti dei ragazzi del classico. Sembravano più moderni di noi, più avanti con i tempi. Non parliamo dei ragazzi che venivano dalla provincia! Penalizzati anche nelle medie inferiori e nelle elementari sempre tenuti a distanza dalle ragazze: file separate, anche le classi, proprio nessun contatto. Questo ci creava non pochi complessi a socializzare con l’altro sesso, scambiando ogni piccolo atteggiamento in un richiamo erotico sentimentale. Per forza, Ramunnu, un concetto di semplice anatomia lo trasformava in filosofia…
Un contatto con le ragazze l’avevamo: alla palestra all’aperto nell’ora di educazione fisica. I miei compagni saltellavano di qua e di là, io e qualche altro malusu me ne stavo facendo il pubblico nelle partite di palla a volo delle ragazze. Ancora non ho capito come funziona questo gioco, anche perché il nostro interesse non era alla palla, bensì ad altre rotondità che sobbalzavano ai nostri occhi. Loro, con quelle mutandine nere, o calzoncini a forma di slip, forse ignare, ne davano bene mostra. Ogni tanto esclamavamo un: “BRAVA!†ad alta voce e sottovoce, un â€bonaâ€.
Capitava che non vi erano ragazze in palestra, allora avevamo un altro interesse: andare a fare visita ai pazzi. Tra il nostro liceo e il loro padiglione vi era la palestra e una rete ci divideva. Rinchiusi lì, innocenti, con abiti miseri, chi con qualche pastrano militare, senza indumenti intimi, lasciavano vedere la loro nudità innocente. I loro sguardi, avvolte erano rivolti ad un campo visivo diverso dal nostro, o ci vedevano senza guardarci.
Ognuno era a sé, passeggiava farfugliando parole, quando uno di noi si appressava alla rete, avvolte come un visitatore allo zoo, qualcuno di loro s’avvicinava e ci sorrideva. La prima volta per me è stata un’esperienza amara, pensando la crudeltà della società che rinchiudevano simili perché scomodi per la loro alienazione. Noi, visitatori di quello zoo, capivamo con tristezza che dietro la rete non vi erano animali, anche se trattati come tali, ma persone a pari dignità di noi tutti. Ci organizzammo diversamente, e poi non mancò una volta che andando in palestra non portavamo per loro delle sigarette o delle caramelle e loro come delle scimmie allo zoo le accettavano di buon grado, per dire, che la crudeltà, anche in quel gesto, perpetrava oltre la nostra buon’intenzione. Fortunatamente la legge è cambiata. Spero che cambi anche la nostra apparente “civiltàâ€.
Allora, mentre mi avviavo da Piazza Stazione, dove vi era la fermata degli autobus, alla scuola attraversando tutto il Viale Della Vittoria, spesso canticchiavo una canzone, non so l’autore, i versi del ritornello erano: †Aprite i cancelli, pazzi son questi, pazzi son quelli!â€. Lungo questo viale nascevano tutte le discussioni possibili e immaginarie. Avvolte, io e un mio collega ci cimentavamo in espressioni matematiche perciò soffermandoci e discutendo animosamente. Ogni tanto prendevamo in giro gli abitanti dei palazzoni imitando i venditori di ricotta o d’ortaggi vari come: rosi di broccoli, cacocciuli, oppure prendevamo in giro lo studio della filosofia. Fu un giorno di questi, tra un’abbanniatina e una discussione, che stravagante come sempre, mi avviai per il viale con tre palloncini gonfiati attaccati con un filo, uno lungo e due sferici. Una nonnina arzilla, ben curata e ben vestita, mi guardava con curiosità, allora io accorgendomi del suo atteggiamento le annunciai che il nostro movimento stava manifestando per la libertà sessuale, gridando di tanto in tanto: “Viva le orge! Viviamo senza inibizioni le nostre felicità sessuali!â€. Non ci credete, si è aggregata a noi! I miei compagni si sconquassavano dalle risate. Quando, poi mi chiese il nome del movimento, allora lei suo malgrado, capì che l’avevo presa in giro. “Come si chiama il vostro movimento?â€. Sempre seriamente, con il mio giaccone con fantasia di fiori viola: â€Il nostro movimento è filosofico ed è il Pazzicismo!†Fu così che la distinta signora rallentò il passo e rimase indietro mentre noi continuavamo verso il manicomio. Quest’episodio, arrivati a scuola fu reso pubblico, anzi passò di classe in classe, tanto che, nella ricreazione IL PAZZICISMO era già famoso.
Avevo fatto un decalogo enunciato a voce e così tramandato da compagno a compagno, ma non ricordo quasi niente, però ricordo dove si poggiava tutta la struttura filosofica. Affermavo con sobria aria cattedratica: LA VERITA’ E’ UNA MENSOGNA CHE C’INVENTIAMO PER SAPERLA! Con questa radice, tutte le altre verità filosofiche e religiose crollavano.
Il primo effetto è stato la rivoluzione religiosa. Carmelo S. di Favara ne ha dedotto così, che anche il Cristianesimo ha potuto essere un inganno creato per conoscerlo come verità al servizio del potere. Io acconsentii, ormai entrato nel mio personaggio pienamente, come Zarathustra reincarnato: Gesù ha avuto troppa gloria per essere il vero Messia, anche perché solo Giuda ha permesso la realizzazione della profezia con il tradimento, se vogliamo chiamarlo così. Proprio Giuda si caricò di tutte le colpe e di tutti i peccati del genere umano, anche quello del tradimento a Dio. Non dimentichiamo che Giuda era un infiltrato tra gli Apostoli, degli indipendentisti ebrei che subivano il pesante piede della colonizzazione dell’Impero Romano, perciò ha voluto scuotere l’animo del Cristo mettendolo al muro, pensando che una volta i Romani lo avessero punito, Lui avrebbe reagito castigandoli e così riscattando tutto il suo Popolo. Sappiamo che non è andata così, il Messia se ne fece fare di tutti colori standosi bono bono e Giuda capendo d’essersi sbagliato, non era il Messia del riscatto del Popolo ebraico, buttò per terra quei trenta danari di verità e s’impiccò. Ne deduciamo che a caricarsi tutti i peccati del mondo senza glorie è stato proprio Giuda. Allora invece della croce il simbolo doveva essere un nodo cursore. Chissà se chi è già passato nei giardini dell’aldilà non ha scoperto che il vero Messia è stato Giuda e non Gesù? A questo punto la verità è veramente l’assurdo! L’assurdo per noi Siciliani è: LU SCECCU VOLA! Dopo una breve e animata e partecipata discussione tra il crocifisso o il nodo cursore, prende piede una terza corrente: quella favarese. Loro hanno molta dimestichezza con gli asini tanto che nel linguaggio comune ha quest’espressione: â€Ah… a chi è sceccu?â€. Presto fatto. Si realizza un’icona d’u’ sceccu ad ali spiegate e si sostituisce al crocifisso, messo, diabolicamente ed inesorabilmente, in forte dubbio.
Suona la campana, la ricreazione è finita. Tutti consci della rivoluzione avvenuta, come a Bronte che dopo i fatti ognuno se ne stavano chiusi dentro le case, così noi stavamo chiusi nei nostri paltò e silenziosi. Entra il professore di matematica. Tutti in piedi, “seduti, oggi s’interrogaâ€. Il professor C. è un tipico insegnante che nel linguaggio e nei modi non nasconde la sua origine agricola, mescolando tra dialetto e italiano una lezione formale e fredda che lascia indifferenti gli studenti tanto che viene facile distrarsi e vagare con la mente in ambienti virtuali escatologici. Dà quella confidenza sterile, perché uno si aspetta magari un piccolo voto in più dopo le battute confidenziali e invece no! La stancata se la deve dare la dà lo stesso. Uso il tempo presente perché lui insegna ancora. Quando qualcuno sbagliava subito lo appellava con: †testa di cavaddu!†Oppure: “ Animale!â€. Una volta un mio compagno si è appellato alla seconda esclamazione, il prof. Se ne uscì con una delle sue: “ Perché che sei un minerale o un vegetale? Appartieni al mondo animale perciò non ti devi offendereâ€.
Carmelo S., non stava nella pelle a sperimentare l’effetto della sua geniale trovata, e così, mentre il prof. se ne stava a testa bassa sul registro alla ricerca della vittima sacrificale, interviene: â€Provessù, u sceccu vola!†Il prof. se ne stava muto non accettando la provocazione. Allora Carmelo incalza: “Taliassi, provessù (indicando il posto) lu sceccu vola!†Il prof. da un’occhiata e se n’esce con una delle sue: “Chi c’è di meravigliarisi nna li banchi ci nn’è tanti scecchi ca vennu a la scola…â€
Carmelo: “ Veru prevessù, ci nn’è tanti scecchi ca ‘nsignanu!â€
Prof.:â€S. vieni interrogato accussì videmu quantu si sceccu.â€
Ormai il teorema che ognuno di noi poteva crearsi una verità a proprio comodo e consumo ha fatto di ognuno un filosofo e non occorreva dimostrare un bel niente, tutto era lecito.
Ricordo la trovata di Tino, diminutivo di cretino, un ragazzo d’Aragona con un fisico atletico eccezionale, un giorno ci fece restare a bocca aperta dicendo: “Io, per paura della morte mi uccido!†Quanta verità assurda c’è, e lo dimostrano i fatti di cronaca dove a volte la ragione di un suicidio è la scoperta di una malattia grave e mortale.
La teoria dell’infinito, in altre parole il macrocosmo nel microcosmo e che in ogni microcosmo vi è un macrocosmo fatto da tanti altri microcosmi dove vi sono ancora macrocosmi, all’infinito. La teoria espansionistica dell’infinito consisteva nel continuo espandersi non perché tutto è stato dovuto alla grande esplosione, considerandola solo la voluntas dei, ma perché la materia si dilata continuamente attimo per attimo. Tanto che, se un uomo andasse in un’altra dimensione per un tot tempo al ritorno nei nostri confronti sarebbe un tot più minuscolo, perché non è stato soggetto al continuo processo di dilatazione della materia, che proporzionalmente seguono tutti i cosmi dell’infinito. PURO PAZZICISMO! La donna è nata prima dell’uomo perché è l’essere principale poiché l’uomo ha le mammelle senza nessuna funzione e invece alla donna servono per allattare la prole. Così se vi sia stata una prima creatura non è stato sicuro Adamo bensì Eva. Si metteva in dubbio la stessa matematica perché, si supponeva che come strumento non era perfetto, anzi assolutamente imperfetto, tanto d’avere bisogno dei numeri fissi per fare combaciare i conti. Ma tutto è verità, basta crederci veramente, anche l’aldilà è come uno lo vuole, anzi, come uno lo crede. Se un uomo sogna il proprio paradiso con fiumi di latte e miele e belle donne sarà così. Se un uomo crede che dopo la morte non vi è più niente, dopo la morte per quell’uomo non vi sarà che il niente. Se un uomo pensa che questa vita è solo un brutto sogno e morendo si risveglierà nella propria, sarà così. Il Pazzicismo arriva a concludere che la ragione è pazzia ed è stata proprio questa follia trasformare il proprio essere vivente che è l’Organismo Terra, uccidendolo e così uccidendo anche noi stessi. Ogni trasformazione dal naturale all’artefatto è un’alienazione per ogni essere vivente con conseguenze catastrofiche. Gli animali sono giusti e sani, gli uomini pazzi. Perciò solo una pazzia sana, come il Pazzicismo potrà portare l’uomo alla dritta via, alla salvezza del pianeta e della vita. La corsa al consumismo all’arricchimento al potere tutto è follia pura. Dobbiamo credere che gli asini volano per ritornare giusti. Credendo, per assurdo, a qualsivoglia dio, ad ogni idea, si mette tutto in discussione e si accetterà solo la legge scritta nella vita, in ogni forma di essere.
Capisco che in queste parole non vi è niente di comico, ma immaginatevi in un’interrogazione di filosofia, quando ad un’insegnante, supplente appena laureata, interrogando su i sofisti si rispondeva che tutta la filosofia era una forma estrema di pazzia, dandone spiegazione di tale tesi, che faccia poteva fare… La povera donna non sapeva se rispondermi, se allontanarmi dalla classe o mandarmi a sedere. Non si era preparata a tanta cattiveria, rimaneva ad ascoltarmi e poi ripeteva la domanda, guardava attonita, ma la classe ormai era irrequieta tra risatine e battutine che questa volta non fu sufficiente richiamare l’ordine e fuggì dalla classe piangendo. A pensare che la mattina l’avevo incontrata per strada e le avevo fatto anche un complimento, tanto che lei se lo legò al dito e si vendicò interrogandomi. Io ero andato a gabinetto quando lei incominciò a leggere i nomi e quando arrivò al mio disse: “Doria, questo vostro compagno ha un nome nobileâ€. Ne fui subito informato dell’accaduto. Indossavo un abbigliamento tutto particolare: pantaloni e camice neri e foulard grigio perla. Erano vestiti smessi di mio zio Pasquale, proprietario di una pizzeria in Germania, frequentatore di Night Club. Assolutamente per l’epoca non adatti ad uno studente, ma precisi per inscenare il personaggio del nobile decaduto. Mi ricordo che una volta, con questo vestiario, ho fatto credere ad una classe di prima che ero il loro insegnante di religione e solo dopo le male parole si sono accorti dello scherzo. Così appena rientrato mi presentai a lei dandole la mano con un colpo di tacchi: “Sono Doria, mio padre nobile decaduto, che vuole con questi voli di rondini tra gioco e belle donne ha dissipato il gran patrimonio… Sono Doria il marchese e vengo una volta al mese. “ A questa battuta finale la classe scoppiò a ridere. Lei fu pronta a richiamare l’ordine, ricordandosi in un lampo l’incontro inopportuno di poche ore fa: “Visto che lei è così spiritoso vediamo se mi sa dire Gorgia, negando l’essere a quale scuola filosofica si oppone?†Ed io iniziai entrando nell’altro personaggio: il maestro: “Tutto può essere vero se si ha forza e abilità di imporlo come vero! Questa verità è solo pazzia!…†Potrò mai più dimenticare quel neo sul labbro superiore tremare e il continuo nervoso battito di ciglia mentre esponevo come un sofista, il mio Pazzicismo? Ormai questi aneddoti giravano per tutto il plesso del manicomio del liceo, magari con aggiunta di un pizzico di fantasia.
Riporto solo qualche aneddoto che ricordo, come nell’interrogazione di storia, che Catone portò una fica da Cartagine per dimostrare com’era fiorente e potente. La professoressa (Angela), mi ha corretto: â€Un ficu?â€, ed io: â€L’albero del melo il suo frutto si chiama mela, il pero la pera, il fico la fica!â€. Battuta d’avanspettacolo, ma altresì autentica.
La prof. (Angela C.), una donna ben formata con degli occhi neri profondi e lineamenti mediterranei, in secondo liceo all’inizio dell’anno mi aveva preso in tale antipatia che entrava lei e uscivo io, a mio avviso, mi allontanava dalla classe senza un giusto motivo. Un giorno, mentre spiegava Ovidio e la sua Musa ispiratrice, ricordandosi che io scrivevo delle minchiate in rima e in metrica per prendermi in giro di fronte ai compagni mi chiese chi era la mia Musa ispiratrice. Capitò male. Il periodo del liceo è stato un po’ particolare, perché dovevo studiare dentro il negozio d’elettrodomestici di mio padre e fin quando non vi erano clienti si poteva studiare e i ritagli di tempo tra gli amici che mi venivano a trovare (loro ritrovo) e i clienti, il tempo era limitato, perciò studiavo la notte. Anche perché il negozio chiudeva alle 21, uscivo con gli amici e rientravo a casa alle 23 24, cenavo accompagnando abbondantemente con vino di casa del vigneto della Calua (contrada del territorio di Siculiana che ha un nome arabo che significa fonte di acqua dolce), e poi incominciavo a studiare, finendo spesso dopo le 4 di mattina. Nella stanza dormivamo io e mio fratello Andrea e mio padre per svegliarci aveva montato una campana come quella che segnava le ore nelle scuole, e l’azionava tramite interruttore dalla cucina e dovevamo andare noi a staccare la campana. Non solo svegliava noi ma anche tutto il quartiere. Il suono della campana, azionata alle 6e45, mi prendeva il cervello e me lo pigiava tutto come cera ponga, fin quando non lo liquefala totalmente. Forse il Pazzicismo ha avuto origine da quest’esperienza? Quel negozio ha rovinato la mia infanzia e la mia giovinezza perché dall’età di nove anni in poi ho dovuto dividere la vita dentro quei locali come un prigioniero. Questa mia prigionia mi trasformò in un grafomane, scrivevo ovunque. Così quella mattina scrissi una delle mie minchiate in versi proprio nel cesso, perciò usando carta igienica, come Silvio Pellico usò il sangue per le sue memorie…
A quella domanda, tra il cervello prima bollito dal vino della Calua e poi liquefatto dalla campana di mio padre, non provai nessuna difficoltà ad annunciarle che la mia Musa ispiratrice era proprio lei! Sosterrei che per lei è stata una gradita sorpresa, così con un sorrisetto di compiacimento, mi chiesi se avevo da farle leggere qualche poesia. Le lessi quella poesia nascondendo dietro le spalle del mio compagno il foglio. Alla fine lei voleva quel foglio, ma non potevo proprio farle vedere che era stata scritta su uno strappo di carta igienica, lasciandole immaginare così, sia il luogo sia il momento della mia ispirazione. Da quel giorno nacque una gran simpatia tra noi.
Il divertimento era mettere a confronto il Pazzicismo con gli insegnanti di filosofia delle altre classi, non sempre suscitavamo interesse, anche perché intuivano o avevano saputo lo sfottò che sotto sotto c’era. Incontrammo, io e altri compagni, un insegnante di filosofia che ci avevano segnalato come un po’ partuteddu, come quel vino che è ormai nella via dell’aceto. Robusto, alto uno e ottanta, con una folta capigliatura nera liscia, si guardava da tutti i lati mentre parlava con noi guardingo. Forse era stato richiamato dal preside per le sue stranezze e gli si era accentuata la mania di persecuzione, vedeva spie del preside in ogni angolo e in ognuno.
Noi avevamo conquistato la sua fiducia, anche se prima ci aveva osservato penetrando nel nostro sguardo attentamente. Gli avevo chiesto: “Cosa stavamo a studiare, se poi una qualsiasi verità, storica o scientifica, poggiava le basi sul linguaggio e qualsiasi forma di linguaggio afferma il non è?†Lui dopo essersi rassicurato, dopo avere guardato a dritta e a manca e avere atteso che qualche sguardo e orecchie indiscrete si fossero allontanate incominciò: “Avete pienamente ragione, la cultura è solo propaganda di potere, quello che veramente si deve sapere è tenuto gelosamente nascosto dai padroni del mondo, al resto dei ciglioni terrestri è tenuto sapere solo le minchiate…†A questo punto si avvicina Filippo Buhagiar, un nostro compagno, sicuramente d’origine maltese, un ragazzo buonissimo, con un viso orientale e un bel naso africano occhi a mandorla, robusto e con altezza medio bassa, andava ridacchiando curiosando di qua e di là per quello che combinavamo. Va bene, ma un prezzo lo doveva pagare ed era arrivato il momento opportuno. Buhagiar si era avvicinato con il risolino tra le labbra, tutto orecchie per la curiosità. Io mi accostai all’orecchio del professore e gli sussurrai di stare attento che quello era una spia del preside. Buhagiar: “Buongiorno, professore!†Il prof.: “Che buongiorno al cazzo! Che cosa vuoi? Vattene in classe prima che ti do una bell’esclusione!â€. Buhagiar: “Ma? Ma?†A questo punto ha intuito che gli avevamo combinato qualcosa e guardandoci in cagnesco: “Bastardi… Professore è la ricreazione!†Il mio compagno che non ricordo chi fosse: “Il cardellino…†Il Professore: “La ricreazione si fa in classe e non andando curiosando di qua e di la, vai via!†Filippo Così andò nero in volto continuando ad insultarci.
Il Pazzicismo affrontò la questione sessuale in maniera molto precisa e dilungandosi in diversi rami. Che cosa è il sesso? Sicuramente non è l’organo genitale, bensì la sua anima, ovverosia la mente dell’organo genitale. Laddove l’organo genitale serve per la riproduzione il sesso è come il colore nei fiori, l’attrazione dell’organo genitale. L’uomo però, deve riuscire ad avere un controllo del proprio corpo per l’ordine della natura e non lasciarsi trasportare dalle deviazioni. Tanto più che proprio l’uomo è secondario alla donna essendone un derivato. Questo discorso era appurato con uno dei maggiori fimminari della classe Totò LR., dava mmastu a tante ragazze e noi come i gabbiani dietro una nave riuscivamo a beccare qualcosa pure. Lui, allora, era un ragazzo alto, con lineamenti gentili, in ottima forma fisica. Era la prova vivente della nostra teoria anti-gay. Il professore d’artistica, Andrea C., si è dilungato sulla fedeltà della donna, dando per certo che il tradimento è insito nella natura della femmina. Asseriva che anche sua moglie, come tutte le compagne di questo mondo, mentre conferiva amorosamente e sessualmente con lui, anche all’apice, sicuramente aiutava la sua libido sostituendolo mentalmente con l’immagine di qualche bel giovane incontrato durante la giornata. Allora, da che cosa si distingue il tradimento mentale da quello reale? Forse è più grave quello mentale da quello fisico, perché è solo il corpo che partecipa e l’entità è completamente alienata mentre con la mente partecipa realmente il Se, la persona tutta con i suoi ricordi e le sue speranze. Sappiamo che nel Pazzicismo la verità è solo una bugia che cerchiamo di inventarci per saperla. Così venni a sapere che tutta la verità costruita dal prof. Andrea C. (GRANDE ARTISTA), era un alibi alle sue scappatelle con belle ragazze, spesso molto più giovane di lui. La più tremenda verità è stata quando una sera alla stazione ferroviaria di Agrigento ho visto parcheggiare una Porche bianca e da lì scendere una sventola alta con un cappotto leopardato, e sotto una minigonna mozzafiato, focalizzando attentamente il viso ho scoperto che quella era Toto LR. Dopo, venni a sapere che durante le vacanze era stato con degli amici dell’alta borghesia e si trovò coinvolto in un’orgia e così avviato all’altra verità, fatta di libidine non preoccupandosi di avere indebolito una teoria del Pazzicismo però rafforzando tutta la struttura filosofica. L’uomo annullando l’esistenza della Verità assoluta pone se stesso come artefice dell’Essere. Il Pazzicismo è un nuovo Rinascimento individuale del Se. Crearsi ognuno la propria verità non significa il caos tendere così verso il Non E’ ma incamminarsi verso l’Anarchia, vale a dire verso l’ordine dell’Essere, l’Infinito, il Cosmo. In questo Neorinascimento dove il proprio Se è padrone della Verità non può farsi deviare dai sensi trascinandosi in un vortice di passioni spesso poco autentici scardinando il grande Ordine e così lasciarsi risucchiare dal Non E’. In conseguenza di ciò se io mi trovo il mio organo genitale maschile devo impostare la mia vita sessuale in relazione a tale organo. E’ la stessa sensazione di un uomo in bilico di un dirupo ed è attratto dal vuoto sotto di lui. Così l’uomo è attratto dal Non E’. Quest’attrazione avviene nella passione sessuale o nell’esproprio illecito o nella sopraffazione delle libertà altrui, fino ad arrivare all’omicidio. Ma il nuovo uomo è grande e forte e riesce a stare dritto di fronde allo svalangu senza essere risucchiato dal vuoto. Però c’è un però ed è Totò LR. È lì! Esiste, E’! Con la sua minigonna e i suoi tacchi alti. Se fosse stato un personaggio inventato l’avrei semplicemente cancellato, ma lui esiste veramente nel mio passato, allora? Allora lasciamo che l’uomo viva la propria gioia sessuale impostando la propria vita nel caos e nella pazzia. Ciò non significa che l’ombra abbia completamente annegato l’anima, perché sia il Bene sia il Male sono altre verità minori fuori discussione. Quello che conta che il modo di vivere di alcuni, non diventi una verità assoluta sopra di tutte le altre e sia circoscritto nella riservatezza. Ogni uomo non può fare della propria alienazione un diritto sociale! Come già hanno fatto i pedofili o le coppie gay che vogliono il riconoscimento come famiglia al pari di un marito e una moglie che soffocano tante proprie libertà per adoperarsi nei grandi compiti sociali, come padre e madre. Massimo rispetto per i gay e che vivano la propria vita nel diritto di viverla come vogliono. Nel concetto del Pazzicismo nessuno è perseguitabile perché nessun uomo è detentore della Verità assoluta.
Qualche volta s’incontra un vecchio compagno. Il piacere d’incontrarsi dopo tanti anni è limitato al passato, senza alcuna proiezione verso il futuro, senza attinenza alcuna con il presente. Fotografie sbiadite in bianco e nero. Per questo motivo non ho voluto mai accettare una rimpatriata con quelle cene fatte di “ti ricordiâ€. Però mi fa piacere rivedere di tanto in tanto qualche vecchio viso del banco affianco o dietro o davanti. L’altra volta mi arrivarono dei saluti da parte degli aragonesi: Tino e Carmelo, divenuti entrambi evangelisti, chiedevano quale fede abbia abbracciato io. Il mio paesano rispose che ero un cattolico poco praticante, un po’ come tutti. Loro si chiedevano come mai un pazzicista come me, era così conformista. Io risposi al mio conoscente, che di cultura sono cattolico, come anche lui e poi tutti, di fede a secondo come mi sveglio: cattolico, cristiano, evangelista, pagano, animista, musulmano, induista, buddista e se vuoi anche ateo.
Carmelo S. è divenuto un dottore importante al Policlinico di Palermo. Sono venuto a conoscenza in un telegiornale regionale che mentre era in sala operatoria la grande lampada gli è caduta in testa causandogli un trauma cranico. Ho pensato che quando si è ripreso, si è messo a ridere ricordandosi quando attraversavamo le strisce pedonali se qualche auto si fermava bruscamente ci buttavamo sul cofano inscenando di averci investiti.
Calogero Spez. è stato il mio compagno di banco per tutti i cinque anni di liceo. E se ne ha fatto risate… Complice del mio Pazzicismo totalmente. Un giorno, non ricordo come mai mi invitò a casa sua. Mi parlava sempre della sorella più grande di lui. Lui esile con una grande dentatura e la testa schiacciata nei lati, intelligente e diligente. Non so perché, mi ero fatto un’idea che la sorella doveva essere qualcosa di straordinario, di bello, forse per la legge degli opposti: il fratello brutto, la sorella bella. Arrivammo a Porto Empedocle, il padre di Calogero faceva il sacrestano e abitavano in una casa abbastanza vecchia, con un portone di legno e una scala scardinata, camere grandi con soffitte alte in gesso. La madre mi ha accolto con tanto calore. Lui ad un certo punto mi chiede se avessi gradito un caffè, accettai e così dopo un po’ mi ha annunciato che sua sorella lo stava portando. Vidi arrivare uno strano essere con una testa stretta e due lenti come fondi di bottiglie di gassose un collo lungo ad esse un corpo esile fornito di gobba e passo di volatile domestico, era lei… Con una voce gutturale e soffocata disse: “caffè!â€.
E’ certo che non ho avuto un grande successo né come scuola né economicamente ma non ho mai smesso di essere un pazzicista misurando tutte le mie scelte con il mio modo di pensare. Sembra stupido ma ripercorrerei tutti i bivi che ho gia passato.
“Essi son divenuti tutti pii, essi pregano, essi son matti!†–esclamò meravigliato. E, in fatti, tutti quegli uomini superiori – i due re, il papa, il cattivo mago, il mendicante volontario, il viandante-ombra, il vecchio indovino, il conscenzioso dello spirito e il più brutto degli uomini – tutti, al pari di bambini o di vecchie donnicciuole, inginocchiati, adoravano l’asino.â€
Così parlò Zarathustra!










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giovedì, 27 gennaio 2005
IL SOGNO DEI ROSPI


I


Ho deciso di afferrare il rospaccio, di almeno sei chili, che mi salta dentro la mente da tutte le parti. Ormai da troppo tempo ho fatto finta di non vederlo, di non sentirlo gracchiare, con quegli occhi e quella boccaccia che sembra deridermi in ogni mio minuzioso pensiero o deduzione. Mi sono fatto coraggio superando lo schifo che la sua orripilante e vischiosa figura mi fa. Sembra proprio uscito da uno di quelle uova fatali del genio di Bulgakov. Il problema è proprio questo, mi è entrato dentro la mente, o è una mia creatura?
E’ difficile afferrarlo quando la bestia spicca un salto da un pensiero religioso giù a un pensiero carnale fatto d’istinto sessuale. Come si fa ad afferrarlo tra il ricordo del primo bacio e la fatica estenuante nella sporcizia del lavoro quotidiano? Si mimetizza nel grigiore della monotonia. Si prende gioco di me, penso proprio che quella espressione beffarda è un giudizio inesorabile sulla mia mediocre intelligenza… E magari sguazzando nei meandri della mia mente, tra gli errori, la pochezza di audacia e la sbadataggine si è così ingrassato talmente da raggiungere questa straordinaria mole… Lo afferrerò, non mi quieterò fin quando non lo schiaccerò via per sempre.
Non è possibile sorprenderlo perché già conosce le mie intenzioni.
-Ei tu, ferma!
Il rospo, poggiandosi con una zampa nelle note del valzer del “Divertimento†di Leonard Bernstein e l’altra nei fumi dell’alcol di una sbornia avuta un anno fa, si volta su se stesso con un piccolo salto e con grande sorpresa mi dice: -Ei tu, ei tu un corno!
-Cosa ci fai nella mia mente, ormai da più di venticinque anni?
-Io sono qui ancora prima di te e della tua mente, anzi hai ingombrato il mio spazio di minchiate di ogni colore e misura.
-Andrà a finire che sono io il frutto di una delle tue fantasticherie.
-“Chi sei tu?†Chi sono io? Ne parleremo, ne parleremo…- Prese posizione austera con una zampetta all’altezza del cuore e l’altra a volteggiare nell’aria e comincia: “Sono stanco di capire, di scrivere, di vivere. Tutto ciò mi sembra il sogno dei rospi. Ma io che centro con la vita. Questa vita che non voglio, questa vita che non so strappare. E forse io, solo io, potrei donarmi il silenzio; e forse io, proprio io, non saprei proprio dove rubare il silenzio, forse al cielo, forse alla terra o forse al suo sguardo, quel suo sguardo di scema convinta! Quel suo sguardo che mi si rivolse piangente guarderà lui… guarderà lui appena dolce innamorata. Innamorata… E’ sempre stata innamorata. Perché lei non capisce? Capire… Sono stanco di capire.â€
-Un momento, ma io queste parole le ricordo…
-Era l’otto marzo del 1977! Proprio quel giorno ci incontrammo vicino la stazione ferroviaria, e tu esuberante orgoglioso e viziosamente consapevole di sorprendermi hai voluto leggere questo strazio. Ascoltando queste parole da un ventenne rimasi inibito, con la voce infranta e le calde lacrime che lentamente sgorgavano e scendevano tra le rughe di un uomo ormai verso la conclusione di una vita colma di stenti e d’allegria, chiesi: “Perché?â€. Tu, animale, ridesti perché avevi raggiunto il tuo scopo. Ti chiedevo come si fa ad essere stanchi di vivere a venti anni? Tutto è relativo a quella età. Ma non lasciavi porte aperte dicendo di non volere capire. Così fu, andasti via, quasi fuggendo, da quel mio sguardo di vecchio, senza salutare, strappando il braccio dalla presa della mia mano come un artiglio, via! Assaporando la vittoria di Pirro… Passarono pochi giorni e ritornai a sguazzare nel mio stagno, lasciando quel corpo stanco per essere carcassa, fiore, polvere, insetto, uovo di rospo e miliardi e miliardi di altre cose. Il grande poeta! (Con voce alta e molta ironia grida saltando diciotto metri ogni volta) “Il sogno dei rospiâ€! Il grande vate! Ah! Ah! Ah!
L’eco delle sue risate rimbomba nella mia mente come un tamburo. Ricordo quello incontro e per tutti questi anni ho avuto il rimpianto di non avergli dato modo di farmi spiegare la vita dal suo punto di vista. Un ricordo, però messo nel dimenticatoio.
-Quelle parole erano vere!
-Per questo piansi, vuoi che non lo sapessi?
-Ma erano delle fregnacce, su una storia andata a male…
-No! In quello istante, ti sei arreso, hai perso la corsa!
-Poi, io e lei, siamo tornati assieme, ho fatto mille altre cose, ho vissuto.
-Si, hai vissuto il sogno di un rospo che attente la luna fuoriuscire da una nuvola, per gracchiare il suo canto d’amore. In quello attimo ha sognato per intero la tua vita, anche quella che tu dovrai ancora vivere. E svegliandosi ha pianto non riuscendo a trattenere con la sua zampa quel sogno che s’allontanava tra l’erba dei campi e l’azzurro del cielo. Tu eri… Tu sei quella immagine archetipo scappata, cercata, trovata e poi fuggita. Ora sei tu che tenti d’afferrarmi, pensi che sono un rospo, e lo sono! In questo mondo delle apparenze dove gli angeli hanno pure le mutande made in Paradise. Pensi di avere trovato la tua pietra filosofale, e cerchi ora possibile che si trasformi nell’oro della Sapienza, oppure nello sterco di un cane che appena lo ha deposto. Sarò io il tuo portale, la tua immagine archetipo?
-Tu sei solo una mia creazione letteraria, basta cancellarti, annullarti e tu hai finito d’esistere! Ti schiaccio con un clik.- Afferro il grosso volume, vicino ai piedi, “Il Signore degli anelli†di Tolkien e con forza glielo tiro addosso. Si schiva, e con insolenza agilità mi spara addosso una marea di libri, dai primi riesco a scansarmi, ma ora comincia con quelli dei cinque anni di liceo e mi subissa. Non pensavo fossero così pesanti. Cado a terra, mentre vado per rialzarmi mi arriva uno diretto in fronte, faccio solo in tempo a leggere “Jung†e sono inerme alla sua merce, senza potermi muovere. Con gli occhi scruto l’immenso sopra, vi è solo una botola luminosa. Mi viene in mente la favola di Andersen, quella del rospetto nato nella profondità di un pozzo, sognò di andare via, guardava in alto la botola e un giorno scappò, poi guardò il cielo e vide il sole come un'altra botola ancora più in alto e desiderò raggiungere quell’altro mondo. Mentre rimugino così, scorgo la faccia del rospo allo rovescio che mi fissa.
-Quel rospetto nella mente aveva un diamante per questo ha raggiunto la botola, tu invece hai me: un rospo!
-Un rospaccio di sei chili e impertinente- Mi alzo di scatto e tendo di afferrarlo, ma riesce a scattare con un salto e atterrare su un letto disfatto con le lenzuola celesti accanto ad una finestra da dove trasferiva la luce di una notte del Belgio, creandomi i ricordi e gli odori di questo posto dove io ero stato, così affievolendomi.
-Quando tu scappasti, con quello altro scapestrato del tuo amico, triste, presi la via del ritorno verso casa. L’amarezza di non essere riuscito a dialogare con te, dopo averti trovato e non nel mio mondo onirico, ma in un momento reale, mi rattristava, ero uomo avevo vissuto più di settantacinque anni aspettando quel momento e come era avvenuto nel sogno tu mi sei fuggito via.
-Potevi incorrermi, o cercarmi e parlare.

II

-Si, ma quel preciso istante era passato per sempre. Durante la via del ritorno guardavo la strada e il mondo attorno, assaporavo l’aria frizzante della primavera, portandomi addosso quel vecchio corpo sempre più pesante fin quando mi sentii affaticato. Salii i pochi gradini e mi sedette nel primo posto sotto mano. Mia moglie vedendomi con il viso senza colore, si allarmò: “Paolo Paolo! Che c’è? Che hai?†Mi sbottonò la camicia chiamò mia figlia: “Loredana! Loredana vieni! Subito, papà sta male!†A meno che ti dico mi ritrovai nel centro cardiologia dell’ospedale con tutti gli apparecchi attaccati al mio corpo. Avevo subito diversi infarti. Che marito aveva trovato mia figlia, sereno, pieno di premure, con un buon posto di lavoro e di buona famiglia. Ma lei aveva vissuto quel rapporto dal primo momento che lo ha conosciuto come un rimedio, una zattera di salvataggio alle tante sventure amorose che le erano capitate, sia prima il fidanzamento che anche dopo e anche dopo, si, il matrimonio. Lui paziente ha atteso che sfiorisse per raccogliere tra le rughe, se non il suo amore, magari un poco di gratitudine. E così fu, ma lui già si era stancato di quella attesa e quando arrivò, si accorse di quel misero rapporto, di quella donna che aveva barattato il suo corpo per tutti quegli anni per una vita medio borghese. Lui, per i suoi anni migliori vissuti con il cuore infranto tra mille dubbi e offese esternate apertamente, non curandosi del suo orgoglio di uomo, prima d’accettare lei, che ora si concedeva senza tante remore, scaricava tutta la rabbia scavando nel passato per trovare quell’osso nascosto sepolto sotto tre palmi di menzogne.
Ora con gli occhi che mi si chiudevano guardavo i due, vicini ma lontani. Lui gli occhi stanchi ma incattiviti, lei lo sguardo di chi si è arresa senza condizioni.
Durante le notti io e mia moglie sentivamo litigare nella loro stanza, quando lei con la voce di chi domanda pietà gli chiedeva: “Cosa vuoi da me?â€, lui con una voce infranta e liberatoria, rispondeva: “VERITA’!â€. Nel buio della stanza notavo mia moglie coperta fin sopra il naso lasciava trasferire due occhi scintillanti e inquieti, io coricato accanto a lei mi alzavo a mezzo letto e attonito facevo eco: “verità?â€. Oltre il muro, mio genero ruggiva ancora: “VERITA’!†Mia moglie ogni volta che sentiva quella parola si spaventava sempre più. Poi calava un silenzio spaventoso e mi addormentavo con tante inquietudini.
Una di quelle notti, oltre il ruggito, per la prima volta abbiamo sentito l’infrangersi di suppellettili, urla, pianto, prima lei poi lui, dopo un po’ il silenzio e poi hanno fatto l’amore con tutta la rabbia che covava dentro. Non finì lì quella notte, ripresero a discutere, fin quando si accese ancor più di prima, tanto che preoccupatomi, mi alzai e andai da loro, seguito da mia moglie. Mi scaraventai dentro: “Basta! Non se ne può più. Basta!â€. Mio genero con gli occhi sgranati mi viene incontro: “Si basta! Ho sofferto abbastanza, hai fatto bene a venire, sarai tu stesso a giudicare tua figlia!†Capii di avere fatto l’errore più grande della mia vita. “Lei, signora mamma, parli lei che l’ha coperta sempre, è stata complice delle sue scappatelle, dei suoi tradimenti. Io non ero il suo uomo ideale, bene, però anche se dopo mille mie imprecazioni, ha accettato. Quante volte ho messo la testa sotto terra come lo struzzo per paura di sapere, quante volte ho fatto finta di non vedere, di non sentire, di non capire, per amore, mi bastava qualche momento qualche sua parola, in mezzo a mille altre parole e momenti amari. Si ricorda mamma, “chi era a telefono?†e lei: “No, niente mia comare…†oppure: “una amica di Loredanaâ€!†Mia moglie si mise a singhiozzare ed io mi chiedevo -ma dove sono stato tutto questo tempo?- Riprendeva mio genero, mentre mia figlia seduta sul letto si copriva con le mani il viso e dondolava la testa, “Ora voglio la verità!†Io stizzito cosa è questa verità che vuoi sapere?†“Lei lo sa! Lo voglio udire da lei, quello che ho cercato di smentire a me stesso per tanti anni, una conversazione che ho ascoltato involontariamente tra lei e Cristiano, appartati in biblioteca, due parole tra loro due: -nostra figlia-, io non riuscii a intrattenermi ed entrai, lei fu così sorpresa che le cadde pure il bicchiere d’aperitivo di mano. Io feci finta di niente, come se non avessi capito. Eravamo a casa di Liliana e in mezzo a tutti gli amici ho avuto paura a chiedere, poi sopra l’auto ho preteso spiegazioni, ma lei mi disse di avere frainteso. Cosa ho frainteso? Quel ricordo è nitido nella mia mente e non c’è niente da fraintendere. Pretendo verità, me la devi! Almeno che ci sia tra di noi questo momento di verità. Voglio la verità, la VERITA’!â€
Loredana si alza e si piazza davanti a lui: “Vuoi la verità? Ed io te la do!â€
“No! Figlia…†Mia moglie terrorizzata la trattiene.
“Lei si faccia da parte e assista se vuole, oppure vada!â€
“VERITA’! Urli nella notte, pensi che io non te la dica per paura? E’ perché, ora ti voglio bene, mi sono abituata, ti sono grata, sei il padre delle mie bambine, non voglio farti male, e poi non so che cosa te ne farai di questa VERITA’!†Lui si mise in braccia conserte e gambe leggermente divaricate in senso di sfida.
“Ecco la tua verità. Si hai sentito bene! Floriana è figlia di Cristiano! Si! Appena tua sposa ero arrabbiata con la vita con me stessa e davo la colpa a te. Ogni volta desideravo lui che non mi guardava. Quando un giorno gli confessai il mio amore, mi disse che non mi aveva avvicinato perché tu non lasciavi nessuno spazio, così per vendetta ho voluto concepire il primo figlio con il mio vero uomo. L’ho tenuto legato in questo modo, a me, fin quando scappò via lontano non so dove, forse odiandomi. Ora glielo dici tu alla bambina che non sei il padre?â€
Mia figlia fu spietata, si liberò e risorse nell’aspetto. Fissava ferma negli occhi suo marito, immobile, sembrava una preda senza possibilità di scampo. Ad un tratto cascò sulla poltroncina davanti al letto, chinò la testa e così rimase per il resto della notte.
L’indomani mattina fu proprio Floriana ad andare da lui: “Papà, su andiamo, mi devi accompagnare a liceo per giustificarmi, se non vieni non mi fanno entrare. Vieni su!†Lui, l’abbracciò e pianse, stringendola forte a se: “Si, figlia mia, si…â€
“Hai litigato di nuovo con la mamma? E’ ora che voi due la smettete!â€
“Si ormai abbiamo smesso, non ci sentirai più litigare.†Con tono dimesso e invecchiato dieci anni in una notte. Mentre mia figlia guardava la scena da davanti la porta, Floriana la chiamò unendoli con un suo abbraccio.
Anche per me quella notte fu determinante visto che fu la prima volta che avvertii un dolore nel cuore come la puntura di un ago, quando si dice mi hai trafitto il cuore…
Erano passati diversi giorni e loro due sempre piene di premure. Loredana m’imboccava le coperte, mio genero mi parlava dolcemente, mentre mia moglie, non so come assuefatta da quella situazione, era chissà dove. Mentre il buio incominciava a scendere come un sipario, provai paura, afferrai la mano di mia figlia, ma mi sembrò di sprofondare giù, sempre giù, rimase solo un puntino acceso in alto e quando risalii fu invaso dalla luce e mi ritrovai dentro lo stagno.
Per tutta questa storia mi sono sdraiato su quella parola VERITA’ al dire il vero un pò scomoda. Con tono cinico, mentre il rospaccio se ne sta a sguazzare su tutte quelle immagine create dalle sue parole che si dissolvono, gli dissi: -Storie da telenovela… La letteratura è piena di questi drammi…â€
-Si, ma io l’ho vissuta… Tu invece, che ne hai fatto della tua esperienza? Mio genero è stato come quei rospi convinti che la luna è infondo allo stagno e cercandola sprofondano nel fango melmoso. Il sogno dei rospi è di potere toccare la Luna, nostra Madre.

III

-E’ un gioco d’immagini e apparenze. Tu mi appari come rospo ma qual’è la tua immagine?
-L’immagine è l’ente che ha presente nel proprio essere ogni minimo ricordo di ogni forma, di ogni attimo passato, ogni dna ha la sua memoria, armonizzando con l’Ente che lo contiene.
-Abbiamo il brutto rospaccio sacerdote del panteismo… E magari mentre da buon sofista sfoggi tanta dottrina, con il tuo deretano ti smentisci…- Alzandomi dalla parola VERITA’, con un balzo vado a finire seduto sotto un alberello di mandorle, un grosso insetto mi ronza attorno, ed io attonito nel silenzio.
-Mentre io sono immagine tu sei solo un’apparenza di te stesso, una delle tante apparenze… Chissà quando raggiungerai la tua immagine? Quando la raggiungerai ricorderai tutto di te e delle tue tante forme.- Il rospo è sopra il grosso insetto, non dandomi tempo di riprendermi, già vola lontano. Mi alzo picchiando contro un ramo, mi viene di imprecare: -Maledetto!- Tocco la testa e noto che sanguino, ma è una leggera ferita. Il rospo se la ride per l’aria, saltando dall’insetto per atterrare sopra un grande tubo catodico acceso con immagini di spot pubblicitari, mezzo sommerso da giornali e libri inceneriti. Intanto scopro turbandomi che il mio sangue è di colore giallo.
-In tutte le altre apparenze sono rimasto sempre rospo perché la mia immagine è tale, insomma il mio totem. Facevano bene nelle tribù a tatuarlo. Sembra assurdo ma avevano ragione. Loro non erano figli dei genitori che li concepivano ma dell’immagine dentro la forma per una nuova apparenza e quella immagine se la tatuavano nel corpo. La Conoscenza non ha bisogno di montagne di libri, basta ascoltare il silenzio che si ha dentro e vedere il buio che si ha attorno per scoprirLa. Basta leggere nella nostra materia per vedere che siamo vecchi quando l’universo, vi è tutto scritto!
Anche io mi sono ribellato credendo di vedere più degli altri rospi conoscendo la verità di uomo.

IV

Come in un trenino luminoso ero attaccato alle altre uova di rospo la prima sensazione che ho avuto il sentirmi tutt’uno con quell’ambiente, con il mondo intero sentivo nella mia membrana ogni pulsare di luce, di suono, di calore, di vita. Il mio piccolo essere, che poteva anche finire subito la sua esistenza bastava un pesce o un altro animale dello stagno che mi divorasse, percepiva di essere parte integrante del cosmo essendo tutt’uno. Io minuscolo pulsante essere ero l’immenso cosmo… Non vi è il nulla, nemmeno tra le galassie che noi vediamo nella loro splendida luce, nel nulla nessuna cosa può passare neppure la luce non essendoci nulla che lo permette, il nulla non è, non esiste, neanche come funzione matematica, perché anche lo zero ha il suo valore, rappresenta qualcosa che era o che vi sarà o poteva esserci ma mai e poi mai il nulla. Lo zero è la cifra dell’apparenza. Ed io ero in perfetto contatto con questo Tutto. Sentivo anche il più remoto palpitare del più antico astro. Nel Tutto non vi è vicino o lontano ma solo una distanza temporale. Ogni metamorfosi era un grande insegnamento, già da uovo avevo avuto l’insegnamento del cosmo tutt’uno, da girino appena nato entrai in contatto con il mondo da protagonista, decidendo io dove andare prendendo coscienza del mio io corpo. Il nostro genitore aveva finito il suo compito di tutore, ora nuotavamo liberi, fuori la membrana come saette nell’acqua, adesso dovevamo capire l’ombra buona e l’ombra cattiva, e quanti finirono dentro le fauci affamate di chissà chi. Io ho avuto fortuna percepivo le ombre cattive e guizzavo via. Altri perdendo questo esame rinascevano di nuovo e ogni volta che non passavano la riflessione delle ombre o della percezione dell’universo finivano mangiate e rinascevano fin quando non li superavano. Dopo due notti respirai l’acqua e mi nutrii con essa, dopo dodici anche io divenni predatore di altri esseri più piccoli di me, fin quando presi forma di zampe e a novanta notti mi affacciai tra i sassi. Mi sentii attraversare l’intero ciclo delle stagioni e quando divenni un senza coda e più che mai sentii il fuoco dell’aria sulla mia pelle capii che eravamo ospiti di quel mondo così fantastico.
Sentii nei canti degli anziani, l’amore per Madre Luna, lì sopra le acque che ondeggiava viva, argentea, eterna e bella più di ogni altra cosa. Quando la contemplai anche io m’innamorai perdutamente di quella immagine, scoprii di essere figlio e amante. Un amore completo vivo e palpitante. Gli anziani cantavano alle femmine della specie di arrivare presto per raggiungere Madre Luna insieme abbracciati, perché Essa è pronta a concederci ancora vita. Quelle piccole luci, le stelle, siamo noi prima di nascere, lei ci raccoglie e ci rinchiude nelle uova per divenire rospi come noi siamo. Vidi arrivare le più belle rospi femmina e saltando insieme con i maschi s’abbracciavano nello stagno dentro la luce di Madre Luna, dopo il turbamento l’immagine tornò tutt’una e vidi gli anziani con le femmine abbracciati in estasi dopo l’orgasmo e la eiaculazione. Vidi come io nacqui nell’amore figlio della Luna. Anche io volevo offrire il mio amore la mia gioia di vivere a Madre Luna, ma gli anziani mi dissero che prima dovevo cantare e cantare: l’acqua, l’aria, la terra, la femmina, Madre Luna e l’amore. I canti non erano nei contenuti ma nelle vibrazioni che i suoni davano, come l’accostare di parole solo per l’effetto fonetico.
Fu quando una guardia si tuffò nello stagno che ricordai di avere vissuto quell’esperienza e subito poi ricadde nella luce del feto di Paolo. Anch’io non avevo passato l’esame del salto dell’avvertimento. In un istante ricordai quando mi affacciai a meditare i senza coda e quel mondo meraviglioso. Poi mentre osservavo Madre Luna nel lago scomparve e mi chiedevo dove fosse andata a finire, che uno di loro saltò nello stagno e fu seguito da tutti gli altri io rimasi a riflettere e un serpente mi ingoiò in un sol boccone. Come un sogno ho rivisto tutta la vita di Paolo e il nostro incontro ho avuto voglia di vivere e fu proprio in quell’istante, che sentii gli anziani fratelli che mi gracchiavano di stare attento e saltai anch’io ad un solo attimo dal predatore.
Incominciai a meditare su tutto, quella di costruire pensieri è la pazzia degli uomini e mi rimase. Pensai la grande metamorfosi da rospo a uomo e da uomo a rospo e che tutto aveva uno scopo. Quando poi mi rilassai nell’acqua lasciandomi galleggiare inerte, ho vissuto mille vite contemporaneamente, mi spaventai e ripresi a nuotare. Fu come un sogno, ma ero conscio che non lo era, però cercai di non farmi sopraffare e seguii gli altri, perché questo è stato l’insegnamento della mia prima vita di rospo. “Se gli altri saltano che caspita fai ancora fermo?â€
Questa regola ormai impressa nel mio dna mi salvò la vita da
soldato nella secondo conflitto mondiale, quando, preso prigioniero da gli inglesi in Africa stavo per essere trasportato con un autocarro, vidi le guardie che saltarono giù dal mezzo e io lì seguii. Mentre io mi salvai i miei compagni andarono a finire giù nel burrone perdendo la vita. L’autista era stato colpito a morte e in cabina avevano perso il controllo del mezzo. Gli inglesi ci avvertirono con la loro lingua di saltare, ma nessuno capì cosa stava succedendo.

V

Mi avvicinò un senza coda anziano e si complimentò, dicendomi che sono stato pronto alla mia prima esperienza. Meditai ma non parlai. Mi sentii gracchiare: “Rifletti intensamente perché arriva il grande fuoco e avrai tempo per i tuoi pensieri sepolto sotto la terra fin quando Madre Luna prenderà l’aria infuocata e ne farà acqua, come quando prende le stelle e ne fa uova di rospo!†Meditai ma non parlai. A questo punto il senza coda mi guardò sospettoso perché non espressi nessuna parola d’amore per Madre Luna. Questo sospetto fu contagioso per tutti gli altri che mi allontanarono.
La mia memoria mi diceva che Madre Luna non era altro che un satellite attorno alla terra. Io ero stato uomo del XX secolo e avevo visto il piede di Neil Armstrong il 21 luglio del 1969 posare sul quel mondo grigio e polveroso senza vento, sapevo che Madre Luna non era altro che un deserto. Madre Luna non era Dio nell’acqua dello stagno… Guardavo le sue ombre e sapevo che erano crateri e tra quelli, nel cosiddetto Mare della Tranquillità, vi era conficcata l’asta di una bandiera immobile che non sventolava.
Mentre gli altri gracchiavano il loro immenso amore e decantavano le fattezze di Madre Luna, il mio canto restava muto dentro me guardavo in cielo e non riuscivo a vedere un bel niente ma sapevo, ero sicuro che lì in alto vi era la vera dimora di Madre Luna. Non esisteva modo di esprimere quei concetti come cielo, satellite e altro. Stavo lì mentre gli altri vivevano i loro orgasmi con le belle rospette, ero fermo in quel luogo in silenzio, strano turbato da quella verità.
Non fu sufficiente ne il primo ne il secondo letargo ne avere mutato la pelle tre volte, non riuscivo a cantare una sola vibrazione diversa dal mio pensiero. Il primo letargo sepolto tra la fanghiglia in quel buio, in quel silenzio mentre il cuore rallentava il suo battito, scavavo dentro me e mille maschere si sovrapponevano l’una sull’altra, quando poi incominciai a percepire le altre mie mille vite che nello stesso istante palpitavano. La carcassa di Paolo in putrefazione, un leone assonnato, una formica con il suo pesante fardello, un albero centenario di olivo saraceno, diversi esseri umani, maschi e femmine, bambini e adulti, un Gussone Ginestrino delle spiagge Leguminosae e tantissime altre specie dalle microscopiche a quelle giganti vegetali e animali, componente di quei corpi vivevo in loro, conoscendo ogni loro attimo. Percepivo ogni tuo pensiero ogni tua stramberia e ogni tuo gesto. Poi la prima pioggia ci sveglio dal torpore.
Nello stagno ognuno aveva il suo ruolo sociale e anche se tutti fratelli perché figli di Madre Luna vi era una gerarchia. Il più anziano e il più grosso era il Re e Sacerdote, poi vi era il Maestro con tanto di discepoli e adepti, le guardie per i confini dello stagno e per lo stagno, una specie di gendarmeria. Una guardia dello stagno incominciò a seguirmi a osservarmi fin quando mi chiesi che cosa avessi, perché non ero felice come gli altri? Dissi solo che Madre Luna non era nello stagno ma lassù. La guardia: “Lassù dove?†Io alzai le zampe e fece cenno al cielo. La guardia rimase stupita da quella assurdità: “Nel niente?†Mi chiesi di essere seguita e mi portò sotto uno dei più bei germogli dove il Re viveva i suoi dieci anni in piena salute. La guardia al suo cospetto spiegò la mia teoria, il Re non sembrò turbato, anzi faceva supporre che già conosceva questa teoria.
Il Re: “Tu supponi che Madre Luna non esiste!â€
Io: “La luna esiste nell’alto gira attorno alla terra, quella nello stagno è un’immagine riflessa.â€
Il Re: “Ma noi la vediamo nello stagno e alzando gli occhi non vediamo niente solo niente!â€
Io: “Anche Voi Sire se Vi affacciate nelle acque vedrete la Vostra Regale Immagine eppure realmente siete fuori lo stagno!â€
Il Re: “E’ la prima volta che viene applicata questa legge che io ricorda.†Guardò le guardie, poi me e perentorio ordinò: “Venga allontanato dallo stagno e confini per sempre, in quanto pericolo sociale!â€
Non valsero le mie grida: “E’ la Verità! La pura VERITA’!†Fui trascinato fuori la flora dello stagno e lasciato lì sotto mille pericoli, la mia pelle respirava già l’arsura e avevo tanto sconforto e paura.

VI

Guardavo il rospo che gracchia la sua storia e con la mano destra mi appoggio ad un muro di cemento armato altissimo, forse è una diga, perché all’altezza di cinque metri vi è uno zampillo d’acqua che fuoriesce, mi allontano allarmato e noto la scritta, quanto tutta la parete a caratteri cubitali, VERITA’.
-Non ti distrarre e ascolta attentamente la mia storia.
Ero consapevole dei pericoli che mi attendevano, prima che giungesse il giorno dovevo trovare un riparo, nei pori della mia pelle vi era l’affanno. Mi misi a saltare io giovane rospo ma con una grande conoscenza, più saltavo più arsura trovavo. Mi venne un idea, cercai il posto più alto e con grande attenzione cercai l’umidità nell’aria, così trovai la direzione dove m’incamminai raggiungendo il fiume. Era quasi l’alba quando raggiunsi l’acqua, mi tuffai e sentii un refrigerio salutare che mi ridiede forza. Quell’acqua era più viva, diversa vi erano delle correnti, così saltai fuori quasi spaventato. Delle rane e dei rospi mi attendevano curiosi, una di esse m’interrogò: “Ei tu da quale stagno vieni?†Non seppi rispondere. Allora uno dei rospi si fece avanti: “Di chi sei figlio?†Così risposi: “Nello stagno dove io nacqui dicono che siamo figli di Madre Luna†Ci fu un gracchiare confuso. Una salamandra s’avvicinò chiedendomi di seguirla, mi portò in una pozza d’acqua vicino, dove vi erano tanti rospi, dopo un po’ arrivò da dietro un folto ciuffo d’erba un rospo gigante, almeno quaranta centimetri, pieno di bitorzoli nel dorso e la pancia di colore giallo arancio, chissà quante mute avrà avuto? E quante lune nuove? E quanti grandi caldi? Fu così che incontrai il Mago del fiume. Mi guardò per benino e mi disse: “Il sole già è alle porte, ed è ora di riposare, tu più di tutti, questo bozzo fin che vuoi è la tua casa, cercati il posto che preferisci†Si ritirò dietro il ciuffo d’erba e mi sistemai tra l’erba e la fanghiglia riposando sereno.
Passarono diverse notti quando di quell’ambiente mi avviai verso il fiume mentre ero pronto per spiccare il salto un topo di fiume mi stava osservando e fui fortunato a scampare alla sua aggressione, me ne ritornai indietro. Appena arrivai il Mago con la sua grandezza rispuntò chiedendomi se mi fossi stancato del posto.
“Mago chiedo soltanto di vivere con gli altri senza sacrificare la mia verità.â€
“Qual è la tua verità? Che la Luna non è tua Madre, perché è un astro? E’ questa la tua verità?â€
“Si, è questa!â€
“Pensi che possa essere utile a gli altri?â€
“Non so, so ch’è giusta!â€
“Non vi è niente più terribile di una verità giusta. Anche tu hai rischiato la tua pelle per la Verità Giusta dello stagno.â€
“Io sono stato uomo e ricordo ancora!â€
“Il tuo ricordo può essere anche un sogno, come un mio sogno può essere un ricordo. Vi sono mille filosofie, anche se non tutte giuste, tutte vere. Siamo animali liberi integrati nelle regole del cosmo. Noi anfibi siamo i più antichi colonizzatori di questo mondo respiriamo acqua, aria e terra. Ora gli uomini credono di conoscere più di noi abitatori di centomilioni d’anni, mentre loro di solo centomila anni. Con sole cinque mila anni di civiltà, come loro la chiamano, stanno già distruggendo barbaramente ogni cosa, Torre di Babele dopo Torre. Mettere piede sulla luna a quale prezzo? Una bella Torre di Babele che schiaccia sempre più i popoli nell’incomprensibile lingua del potere. Vuoi andare a predicare lungo il fiume la tua Giusta Verità, vai! Vuoi scoprire cosa c’è dietro la siepe? Vai! Ritornerai… Come Ulisse vecchio ritornò tra le gambe della sua Penelope, facendo come un cornuto distruggendo quel nuovo che aveva preso il suo posto. Il cosmo nel suo plasma è tutt’uno nella sua immagine e nella sua apparenza. Ritorna nel tuo stagno canta il tuo perdono a Madre Luna, canta il tuo amore, abbracciati ad una bella femmina e regalate il vostro orgasmo a Lei, Dio della vita vestita d’acqua. Il tuo Re Sacerdote ti benedirà. Il mondo sarà uno con tante repliche e sistemi di percepirlo tutte infinitamente piccole e infinitamente accanto l’uno all’altro tanto da non distinguersi nemmeno una distanza matematica, pertanto un simulacro non è peggiore di un altro.â€
“Mago del fiume questa è la tua verità, posso comprenderla, condividerla, ma non è la mia. Devo trovare l’armonia del mio essere con questo mondo.â€
“Rospo Pellegrino allora vai per il fiume da dove io tornai senza più trovare la via del ritornoâ€
“Non ho alcuna Penelope ad attendermi!â€

VII


Così andai pellegrinando lungo il fiume sotto mille pericoli, mille agguati, mille predatori. Lungo il fiume Madre Luna era presente, la sua immagine venerata. Ogni comunità anfibia associava altri miti. Vi era una comunità di rane che sacrificavano una di essa ogni stagione del grande fuoco al Madre Luce, genitrice di Madre Luna, affinché Le concedesse sempre il potere di prendere le stelle e tramutarle in rane.
Un’altra comunità credeva che tutto il mondo era nato da un lampo venuto dal niente e che seguiva la sua possente voce creatrice, in quando la creazione ancora non era terminata e continuava all’infinito nella volontà di Madre Luce che nelle notti di quiete donava la pace e l’amore sorgendo come Madre Luna.
Nei miei letarghi mi chiedevo perché questa mia malformazione di ricordare così lucidamente il passato? Avrei voluto essere rospo dentro e fuori, ma non lo ero ho finto di esserlo, ho cercato qualcun altro con chi condividere il mio stato, ma quando chiedevo cosa vi fosse in alto e gli altri mi fissavano stranamente rispondendomi un bel niente. Ed effettivamente da rospo non vedevo oltre pochi metri, ma da uomo dentro io sapevo delle nuvole, della luna, delle stelle, del sole, delle galassie, come ignorarle?
Quasi alla fine del fiume dove sfociava nell’immenso mare incontrai la comunità dei rospi che non adoravano Madre Luna ma Madre Acqua. Vi era Rospo Profeta che quando gli fece la solita domanda mi rispose: “-Se uno non è nato dall’alto non può vedere il regno di Dio- Così mi disse il Maestro, allora io fariseo chiesi: -Come può un uomo nascere se è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?- Il Maestro rispose: -In verità, in verità ti dico: Se uno non è nato dall’acqua e dallo Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Il nato dalla carne è carne e il nato dallo Spirito è Spirito. Non meravigliarti che ti abbia detto: voi dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole, senti il suo sibilo ma non sai donde viene né dove va. Così è la Santa Legge; tutti la sentono, perché è con loro fin dal primo respiro, ma non la conoscono. Ma chi rinascerà a nuova vita, dal Padre Celeste e da Madre Terra, udrà con nuovi orecchi, vedrà con nuovi occhi e la fiamma della Santa Legge si accenderà dentro lui.†Rospo Profeta mi lasciò con quelle parole e saltò via, rimasi a meditarci sopra ricordando di averle sentite in chiesa, di averle lette nel Vangelo di Giovanni, ricordai che quelle parole erano state rivolte a Nicodemo. Cercai in vano quel rospo ma nessuno mi disse dove era andato.
Potevo nascere e rinascere uomo o rospo migliaia di volte ma dovevo rinascere nello Spirito e mi accorsi che l’unica Verità la portavo dentro, dovevo cercare dentro me, ma come? Avevo vissuto tanti letarghi, avevo affinato tante esperienze di meditazioni, ma non avevo trovato quello spirito di Rospo Profeta, o mi dovevo ingannare e concludere il tutto che il percepire in un istante migliaia di vite era quello lo Spirito? Quando poi pensavo alla fitta al cuore che provai quella notte da uomo, tutto diveniva vano. Quando sentivo l’eco delle tue parole: “Sono stanco di capire, di scrivere, di vivere. Tutto ciò mi sembra il sogno dei rospi.†provavo un forte dispiacere, e solo da quel dispiacere nasceva la voglia di percepire il palpito cosmico lento, intenso immenso, incessante. Nella pietà disinteressata verso il prossimo si avverte per la prima volta. Quando provai quella paura prima di essere aggredito dal serpente, prima di saltare dal camion in Africa o prima di morire in ospedale, quella paura mi diceva che in me, in quella macchina chiamata corpo vi era un autista io che percepiva una giusta difesa di ciò che conteneva in se o rappresentava, come qualcosa di veramente importante. La vita non è quel niente che si perde nel niente.
“…Ero più ripugnante ai miei occhi che se fossi stato un rospo… Ero al contempo un peso e un terrore per me stesso, né mai prima avevo compreso, come ora, cosa significasse essere stufo della mia vita, eppure avere paura di morire.†Animala vagula blandula disse Adriano. Fin quando non si scopre il punto zero tra la propria anima e la materia, il contatto tra il pensiero e la carne è la percezione dell’immenso senza alcuna ricerca d’eternità perché già lo si è nella materia resta solo percepire tale coscienza in quel palpito immenso. In quel palpito dove il cuore raggiunge la stessa lunghezza d’onda, lì vi è lo Spirito. Allora chiusi il cerchio, il cuore, la mente, il corpo, il cosmo all’unisono con quel palpito, dove animale, vegetale o minerale si è tutt’uno, in un unico corpo.
Arrivava incessante l’ondeggiare del mare, non avevo occhi per ammirarlo ma la mia mente lo percepiva tutto nella pelle, così Dio arrivava in me con il suo palpito, non avevo ne avrò occhi o mente per comprenderlo ma lo sento vivo in tutte le cose e dentro me. Trassi subito la conclusione che quel palpito era presente in Madre Luce, Madre Terra, Madre Acqua, Madre Aria, Madre Luna e come Dio è in me, la Luna è nel fiume, nello stagno e in una qualsiasi semplice pozza d’acqua. Ora potevo tornare per vivere in armonia nello stagno, nel mio mondo.
La via del ritorno fu piena di coccodrilli e uomini, annunciai la mia buona novella e sorrisi e acconsentii ad ogni rito di vita di quel panteismo animista, incontrai centinaia di razze di anfibi, ogni comunità lottava un predatore in particolare, ma senza odio, solo un gioco delle parti, vivo e palpitante. La paura, il terrore, la gioia e l’amore sono sempre all’unisono di quel palpito immenso.
Quando arrivai nella comunità delle rane che sacrificavano una di loro a Madre Luce, genitrice di Madre Luna, annunciai la mia parola, ma il potere politico poggiava su il terrore di quel sacrificio così nel loro pensiero non vi era possibilità di cambiamento, ma vi fu la spinta rivoluzionaria della comunità che sovvertirono le regole e allontanarono per sempre il re rana con il suo gruppo di terrore per sempre.
Quando giunsi nella comunità di Mago Rospo raccontai la mia esperienza, mi chiese se avessi pregato, risposi le solite di adorazione retoriche alle carie divinità, così Mago Rospo incominciò un canto nuovo di una sola vibrazione, tutta la comunità lo seguì anch’io fu preso da quel canto, scoprii che era in piena armonia con l’immenso palpito e provai migliaia d’orgasmi in ogni poro della mia pelle, in una immensa pace interiore. Non avrei lasciato quella comunità mai e poi mai ma il mio mondo era lo stagno dove io nacqui, il mio viaggio finiva lì.
Appena arrivai vicino allo stagno fui subito segnalato dalle guardie e fui accolto dal Maestro Rospo volle sapere del mio viaggio, mi fece mille domande e dopo aver meditato a lungo mi accompagnò dal Re Sacerdote, che mi tolse l’esilio. In una fantastica notte dove Madre Luna era più splendida del solito cantai l’amore con le più autentiche e belle vibrazioni che il mio cuore mi suggeriva, quando una fantastica rospetta rispose al mio canto ci tuffammo e abbracciati nell’acqua e in un intenso orgasmo celebrammo il miracolo della vita. Un’altra notte emisi la vibrazione che m’insegnò Mago Rospo, la comunità incominciò a seguirmi, il Re Sacerdote si allarmò ed era pronto ad infliggermi un nuovo castigo pentendosi del suo perdono, fu bloccato da Maestro Rospo e rasserenandosi anche lui si unì al canto dopo qualche ora la comunità tutta percepì l’immenso palpito e provò un immensa pace e il brivido di piacere mistico della voce di Madre Luna o ciò che rappresentava.

VIII

Quella falla nella diga incomincia ad allargarsi fin quando l’acqua inonda tutto con violenza annegando ogni parte della mia mente. Scorgo il rospaccio che nuota felice, non mi rimane altro che lasciarmi trasportare dall’acqua, in un vortice mi porta sempre in alto avvicinandomi alla luce sempre più sbuffandomi fuori quel buco. Mi trovo tra la sabbia in riva ad un fiume con mio stupore mi accorgo di essere un insetto, uno scarabeo sacro mentre rotolo una palla di sterco. Penso: bella metafora della mia vita…
Il rospaccio salta su un sasso lì vicino mi cerca con gli occhi e scoppia in una fragorosa risata.
-Cosa hai di ridere in questo modo?
-Il divino coleottero…- Con tono sarcastico.
-Sei bello tu! Sono io che muovo il mondo roteandolo nello spazio. Almeno così pensavano gli Egizi.
-Il tuo mondo è una merda!- Ridendo come un forsennato.
-Allora è vero, questo che sto vivendo è una metafora della mia vita?
-Questa è la tua immagine archetipo. Vivrai mille vite ma infondo sei uno scarabeo. Questo dovrà servirti a raggiungere te stesso nell’armonia cosmica.
-La mia vita è di problemi fatti di fatica, di sacrifici, di come sbarcare il lunario, di incomprensioni piccoli e grandi, di acciacchi corporei, di umiliazioni e altro.
-Invece di scrivere “sono stanco di capire†a venti anni, avevi il dovere di capire, di seguire la tua verità. Sei rimasto nello stagno a sguazzare sotto il controllo di Re Sacerdote e aspettando di tanto in tanto di tuffarti con la rospetta, nonostante sapevi di Madre Luna che era un’apparenza l’hai cercata in fondo allo stagno battendo il grugno nel fango dicendoti di tanto in tanto “il sogno dei rospiâ€. Eppure hai avvertito nel mio sguardo lacrimoso la pietà che avevo provato per te, ma hai preferito intorpidirti la mente di apparenze tralasciando le concretezze e perdendo il coraggio di partire per quel viaggio. Volevo solo dirti che non si può essere stanchi di vivere a venti anni, dopo aver vinto la straordinaria lotteria della vita in quanto essere.
-Ricordo quella notte mentre stavo ritornando a casa ed ho avuto quel forte desiderio di partire, non sono stato fermato dal muro dell’imprevisto, ma dalla paura di lasciare soffrire cari per causa mia. Ora guardando a ritroso mi accorgo che a quei “cari†avrei fatto sicuramente cosa gradita…
-Non sentirti un fallito e rotola la tua merda. Infondo arriverai prima a dopo alla tua meta. Il serpente cosmico alchemico Ouroboros si morde la coda, nella continua metamorfosi della tua materia ritornerai alla prima immagine. Percepisci il principio e la fine continuo nel serpente che mi divorò quando non saltai. Questo unico cosmo nell’infinita divisibilità della materia e di universi su universi è come l’insieme degli universi finisce nel nulla come se fosse contenuto dall’insieme del “NON E’â€.
-Quinti non esiste niente?
Il rospaccio non risponde ma facendo una smorfia scarica un grosso peto.
-Tu sei un misero, forse il meno riuscito, dei miei personaggi, mentre mi diletto a scrivere, ora mi hai annoiato!- Così mi avvicino, ma il rospaccio lancia la sua linguaccia vischiosa e appiccicosa e mi divora in un sol boccone emettendo un sono rutto all’ombra della Sfinge dove Edipo pensava alle parole di Sofocle: â€Non si ritenga alcun uomo felice finché non è morto!†nel suo concetto di non essere. Mentre gli angeli cantano: “pleni sunt coeli†non solo negano il mondo racchiudendolo nella cornice dell’Essere ma anche Dio stesso. Come il personaggio rospo che mangia lo scarabeo autore.
Siculiana, 13 ottobre 2002-10-13


Alphonse Doria










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giovedì, 27 gennaio 2005
MIRACOLO DI NATALE
Nell’entroterra siciliano vi è Camico, un paesino adagiato in una collina, dove un antico palazzo, dimora dei nobili locali, lo sovrasta, appena sotto vi è come una linea difforme: il monastero del Sacro Cuore. Accanto al palazzo si erge la chiesa madre con la sua stupenda facciata tardo barocco.
In principio il monastero contava solo pochi vani, ma con l’andare del tempo si andava ampliando di altre case date in donazioni, così divenne un quartiere comunicante con corridoi lunghi e stanze di varie misure. A tal punto, le suore pensarono di ospitare orfanelle e anche bambine di famiglie poverissime. Proprio qui, da quando aveva solo pochi mesi d’età, vive l’adorabile Lucia, con due occhi neri, vispi e musetto dolce. La piccola Lucia è orfana di madre e in un certo senso anche di padre. La madre era morta durante il suo parto e il padre, dopo due mesi, era emigrato lontano e già da sette anni non si hanno più notizie.
Le bambine dormono nella parte vecchia dell’istituto, dove vi sono i muri ammuffiti e il pavimento curvato verso il centro. Le suore hanno vietato in maniera risoluta alle bambine di saltellare a causa del pavimento poco sicuro. Come si può fermare la vitalità di quell’età? In particolar modo Lucia è continuamente richiamata.
Le suore, invece abitano nell’ala ristrutturata di recente, ognuna nelle loro camere, celle, modernamente attrezzate.
La comunità è composta di dodici suore, la madre superiora, tre inservienti e ventitré bambine. Tra le bambine la più terribile è Lucia, arriva sempre in ritardo, poi una ne fa e cento ne pensa. Vivacissima, con la risposta sempre pronta ma avvolte cade in un profondo silenzio che nessuno sa interpretare. Per lei, le suore di maggiore interesse sono: madre Pia e suor Maria. La prima perché, la maltratta di continuo e la incolpa sempre di tutto ciò che accade nell’istituto. Tanto da affibbiarle il nomignolo di Lucifera. Madre Pia è la superiora vecchia e bisbetica, energica con una peretta sul mento sormontata da tre peli lunghi e neri, una voce stridula e penetrante. Suor Maria è la più giovane e la più istruita tra le suore, con i suoi venticinque anni e una bellezza singolare. Ha due occhi verdi come il mare Mediterraneo d’estate, il naso delicato in armonia con la bocca, simile ad una rosa appena sbocciata. Poi l’abito monacale non è riuscito a nascondere le sue forme. Ha il diploma di maturità classica e dentro il monastero, la voglia di studiare, di leggere non le è per nulla finita.
Suor Maria e la piccola Lucia sono inseparabili, attaccati l’una all’altra. Madre Pia dice perché tutte e due hanno avuto a che fare con il diavolo, alludendo all’avventura amorosa di suor Maria e alle sciagure che segnarono la nascita di Lucia.
Nell’istituto c’è aria di festa perché si sta preparando il presepe, Lucia è la più emozionata, ha le guance infuocate e gli occhi che lanciano faville, vuole fare tutto lei, corre di qua e di là, eseguisce gli ordini a puntino. Quel presepe in sostanza ogni anno era lo stesso e ogni anno Lucia è attratta e affascinata da quel finto paesaggio e da quelle statuette di terracotta decorati a mano, alti all’incirca ai trenta centimetri di ottima manifattura, comunque qualche lieve cambiamento ogni anno sarà realizzato. E quest’anno Gaetano, l’elettricista del paese, ha promesso a Lucia che metterà le luci dentro le casette del presepe e una cometa tutta illuminata che si accende e si spegne ad intermittenza.
Si era recata dall’elettricista con suor Maria a causa del campanello elettrico dell’istituto perché non funzionava più, perciò si chiedeva un suo intervento urgente. Lucia all’occasione chiese a Gaetano se sarebbe stato così bravo a mettere le luci al presepe. L’elettricista ha fama d’uomo di poche parole e di un carattere duro, un mangiapreti che non crede proprio a niente, i suoi sessanta anni in quel corpo asciutto li porta avanti credendo solo all’elettronica e alla scienza. L’elettrone non si vede e lui ci crede lo stesso, perché lo può misurare quando vuole. Per i paesani è un mago perciò che riusciva a fare e quando gli chiedevano un suo parere su i miracoli, i santi o magarie varie, lui risponde: minchiati. Gaetano con tono schietto le disse:â€Mia cara bambina è tutto possibile, ma viene a costare moltoâ€.
Suor Maria: â€Non le dia retta, l’istituto non può permettersi di spendere più di quanto ha speso quest’anno, dopo le spese per avere aggiustato il lato sudâ€.
Lucia: â€Ma i soldi li darà Gesù Bambino al signor Gaetano, vero?â€
Suor Maria, conoscendo bene Gaetano: â€Lascia stare Lucia, non è possibileâ€.
Lucia, tipo da non arrendersi facilmente, ha incalzato: †Io ho i miei risparmi gli e li posso rendere, lei è così buono e si accontenterà. Noi bambine dell’istituto, come famiglia abbiamo solo quella del presepe. E un presepe con le casette illuminate fa pensare a tante famiglie riunite per Nataleâ€.
Gaetano non si era mai sentito così emozionato e imbarazzato stava per abbassare la testa su un argomento che non aveva mai voluto transigere: donare qualcosa agli ecclesiali. †Va bene Lucia, questo regalo lo faccio a tutte voi bambine ad una condizioneâ€,
Lucia: â€Quale condizione?â€,
Gaetano: â€Mi dovrai dare un acconto ora e il resto a lavoro terminatoâ€,
Lucia aprendo la mano mostra le monete: â€Ho solo seicento lire, bastano?â€
Gaetano: â€Ma io non voglio soldi solo un bacioâ€.
Lucia abbracciandolo forte e baciandolo alla guancia: â€Gli do due baci ora e altri due più la mancia a lavoro finito!â€.
Suor Maria ancora non crede come Lucia sia stata capace ad entrare nel cuore di quell’uomo e frantumare il suo involucro di roccia. Una fortezza impenetrabile per nessuno, che non lasciava intravedere il suo vero aspetto umano.
Così quest’anno il presepe è ancor più emozionante, con quella cometa che si accende e spegne e le casette con le luci. Lucia non riesce a staccare gli occhi di dosso e poi, quella stella sembra incantarla. Quella luce che si accende ad intermittenza la ipnotizza e la fa sognare e se ne sta lì buona buona, quando ad un tratto vede spegnere tutto. E’ stata madre Pia: -Si consuma molta corrente, vai via, c’è di pulire i piatti, corri!- Con quella sua voce gelida che lascia solo trasferire odio e rancore.
Lucia con le lacrime agli occhi pensa che non sia giusto spegnere la luce al presepe, perché anche se non ci sia nessuno a guardarlo ci sono i personaggi e poi, per rispetto di Maria, di Giuseppe e del Bambin Gesù. Per lei sono come vivi. Arrivata in cucina trova suor Maria: - Lucia, che fai? Stai piangendo? Dimmi cosa è successo? Bambina mia- Lucia si abbraccia alle sue gambe e irrompe a piangere: - E’ stata madre Pia, mi ha spento le luci del presepe, non è giusto! Non è giusto!-
Suor Maria: - Mia piccina non piangere, come finiremo di pulire tutto, le andremo a chiedere il permesso per accenderlo e vedrai che ce lo concederà-.
Lucia: -Non c’è lo farà riaccendere- continuando a piangere.
Suor Maria, accarezzandola e baciandola nei capelli: - Lo farà, lo farà, madre Pia in fondo in fondo è buona!-
Così si misero a pulire quella batteria di pentole e vettovaglie varie, Lucia si accosta un apposito sgabello al lavabo per il risciacquo. E’ bastato poco e il buon umore non tardò a venire a tutte e due, suor Maria imitando madre Pia: - vai via a pulire i piatti!-
Lucia, imitando anche lei la voce di madre Pia: - Si consuma molta corrente!-
La notte mentre tutti dormono, Lucia non ha sonno, ha gli occhi spalancati. Le macchie di muffa sui muri le sembrano volti di fantasmi che nel buio si animano, ma questa notte non riescono a
farla desistere a chiudere gli occhi, oppure a rifugiarsi sotto le coperte, pensa al presepe e in particolar modo a Giuseppe. Per lei, proprio quella statuetta rappresenta la figura paterna, suo padre, che le manca più della madre. In suor Maria ha trovato una seconda madre, per non dire la prima e unica. Suor Maria ha le stesse attenzioni materne dal primo momento che Lucia fu portata al monastero.
Suor Maria aveva scelto la vita monacale dopo una gran delusione avuta dalle persone più care, cadendole sopra la volta del cielo del suo cosmo. Nell’ultimo anno di liceo era scoccato, come un fulmine a cielo sereno: l’amore, quello vero, quello importante, con un suo compagno di scuola, un ragazzo di gente perbene, di buone maniere, proprio coetaneo, di bell’aspetto. E’ stata una passione travolgente. Gli eventi si susseguirono con una velocità inspiegabile, si trovò incinta, il ragazzo per bene si mostrò con la sua vera entità di vile canaglia. Subì il processo della famiglia con relative e varie punizioni. La sua famiglia è riuscita a mistificare tutto, non lasciando travisare niente alla società, la faccia era stata salvata. Le apparenze erano più importanti che qualsiasi cosa, della stessa figlia e anche della vita umana di un innocente, così avessero preso la decisione di farla abortire.
Quella è stata la punizione più dura, quante preghiere alla Madonna a Dio, ma l’è sembrato che anche loro l’avessero dimenticata. Dopo gli immani dolori fisici, provò un forte spasimo nello spirito e grande, immenso, vuoto. Da quel vuoto è nata la decisione di pronunciare i voti.
Quando arrivò Lucia ancora in fasce nell’istituto e suor Maria la ha avuta in braccia, le sembrò la risposta alle sue preghiere e l’accudì da quel giorno come se fosse stata la sua bambina perduta e ora ritrovata per grazia ricevuta. I due furono inseparabili, tra l’altro avevano scaricato a lei quel problema di nome Lucia, un fagottino che aveva di bisogno tante attenzioni. Suor Maria, avvolte, viene allontanata dalle altre consorelle, per il suo modo diverso di atteggiarsi e questa diversità è stata motivo d’isolamento, avvolte anche non voluto. Un po’ per l’uno un po’ per l’altro, suor Maria e Lucia erano inseparabili.
Lucia, mentre le altre bambine non avrebbero aperto occhio dopo spenta la luce per nessun motivo provando paura per ogni minimo rumore lei che lì dentro era cresciuta non l’aveva per nulla. Così decise di andare a dare un’ultima occhiata al presepe prima di addormentarsi. Si alza e quatta quatta a piedi scalzi e infreddolita scende le scale, passa dal grande salone dove le altre sono terrorizzate a passare da sole anche di giorno, figuriamoci di notte, per quei grandi quadri appesi alle parete che raffigurano alcuni signori con cilindro e vestiti in nero, monache e preti, chi con sguardi accigliati verso gli osservatori, chi con guardi estasiati verso l’alto con le dita della mano pronti a svitare una lampadina. E dopo stanze e corridoi, arriva in quella giusta, ma basta uno spiraglio di luce esterna che passa dalla finestra socchiusa per riuscire a mettere la spina dell’illuminazione del presepe alla presa corrente Come per incanto le casette s’illuminano e la cometa incomincia a brillare accendendosi e spegnendosi. Gli occhi di Lucia s’ingrandiscono e dopo avere dato una visione panoramica pecorella per pecorella, pastorello per pastorello, si sofferma sulla famiglia bacia Gesù Bambino, bacia Maria e guarda con occhi stupiti Giuseppe. Dopo appena un attimo le sembra che Giuseppe si è mosso, forse è stata l’ombra creata dall’intermittenza della luce della cometa, pensa. Guarda ancora sicuramente si è sbagliata, quanto l’è cara quella statuetta, osserva il capello castano chiaro ondulati, la barba, gli occhi celesti. Una preghiera le nasce spontanea: - Padre Nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra, dacci oggi il pane quotidiano, rimetti i nostri debiti come noi ai nostri debitori. Amen. San Giuseppe, mio caro, fai tornare mio padre, ho voglia di abbracciarlo anche se non lo conosco, ancora non so come è fatto, dove si trova. Madre Pia sostiene che non tornerà mai più, non mi vuole vedere. San Giuseppe, io so che mia madre splende in cielo con Te, ed io qui ho suor Maria, ma papà è in qualche angolo del mondo, solo, senza di me e ne ha bisogno ne sono sicura. Aiutalo a tornare. Ti prego caro San Giuseppe-.
Appena fatto il segno della croce, Lucia sente una voce che l’avvolge in un tepore, non sa se viene da dentro di lei: - Lucia, ho ascoltato la tua preghiera, andrò a cercare tuo padre e tornerà con me-.
Dopo un sussulto di sorpresa, inspiegabilmente si sente serena così pensa ad alta voce: -San Giuseppe mi hai parlato veramente tu?-
San Giuseppe: -Si, Lucia, prima di Natale ritornerò con tuo padre-. Così la statuetta di San Giuseppe scompare dal suo posto. Lucia con piena tranquillità, tira la spina del presepe e si va a coricare, addormentandosi subito e con soavità.
Il padre di Lucia si trova in Germania. Dove, per adesso vi è grand’aria di festa. Ogni vetrina dei negozi è addobbata con mille luci colorate, fili luccicanti e palline di tutte le misure. Ogni strada ha lo stesso splendore. In ogni angolo della città vi è un Babbo Natale con la campanella ricorda che è Natale e invita nei vari supermercati a spendere. La gente, che va, viene, carica di pacchi e pacchettini, s’incontra, si augura le buone feste tra sorrisi e baci. In ogni angolo della città è festa!
Solo lui, Paolo, sembra non conoscere nessuno, sembra invisibile, sembra che tutte quelle persone non lo vedano. Guardandosi di riflesso nelle vetrine non sembra conoscersi nemmeno lui in quell’immagine evanescente. Dentro prova un leggero tormento. La solitudine e il vuoto gli stringe in una mossa il cuore. Per un attimo intravede una donna, sembra proprio sua moglie che gli sorride in mezzo ai passanti, si volta dalla vetrina si avvicina a quella signora, ma non è lei. Lei è andata via e per sempre. La barba incolta, il suo paltò stralciato e lo sguardo afflitto fanno di lui quel personaggio che nei giorni di Natale si aggira per le strade senza meta. Alcuni riflettono quanto sono fortunati a non essere soli. In loro scaturisce, così, il più cristiano dei sentimenti che in una società consumistica si può avere: la pietà e non l’Amore. Lui è parte integrante della scena natalizia come i Babbo Natale o gli alberi di Natale e, dove c’è anche la neve è perfetta. Non ha visto mai sua figlia, neanche una sola volta. Quando è nata si è rifiutato in maniera risoluta di guardarla. E ora… Ora sente il desiderio di conoscerla, di vederla almeno una volta, anche di nascosto, un desiderio che tiene nascosto in fondo anche a se stesso. Pensa quella notte del parto, quando sua moglie incominciò ad avvertire il momento. Ricorda la sua corsa più del vento, che quella notte di Gennaio tempestava, verso la casa della levatrice. Gli viene alla mente quei momenti d’ansia e poi d’esasperazione quando una vicina di casa gli prende tutte e due le mani e con uno sguardo velato di lacrime gli annunciava che non c’era più niente da fare per la madre, ma la bambina è stata salvata. Ripensa quando è partito dal paese con il cuore gonfio, come milioni di volte, gli tornano alla mente, ma mai forti come questo Natale. Rivive le scene una per una come un album di fotografie, così s’abbandona in una gelida panchina di pietra, lontano dai passanti e dalle vetrine illuminate. Era riuscito a distrarsi, ma il Natale lo tormenta. Il Natale è per la famiglia. Non è come le follie di Capodanno o di carnevale. Per un siciliano il Natale viene per riunire le famiglie e passare quel giorno insieme. Pensa proprio il giorno venticinque e trema per il peso della solitudine. Gli amici, la donna d’occasione, non basterà a fargli dimenticare quel giorno quando è nata Lucia.
Una persona anziana, distinta, con cappello e bastone, spunta dal nulla. E’ così avvolto nei suoi pensieri e non, si è accorto che è seduto accanto a lui. La barba lunga di quell’uomo mostra saggezza e a Paolo ispira fiducia. Lo guarda distogliendosi da quei suoi tristi ricordi. A Paolo quel viso non è nuovo, anzi ha un’aria del tutto familiare. Quella persona anziana gli sorride, vuole aprire dialogo con lui, ma Paolo rimane chiuso nel suo paltò, sembra inaccessibile.
L’anziano: -Sei siciliano?- Il tono della voce e l’espressione rinfrancavano l’animo afflitto di Paolo.
Paolo: -Certo, paesà! Che fai tutto solo?-
L’anziano, con tono quasi ironico: - Anche se sono solo non è così importante. Tu! Sei giovane, con quella barba… Con quell’aria che tieni, sei la tristezza in persona! –
Paolo abbassa lo sguardo come se la pesantezza del suo passato gli avesse fatto chinare la testa: - Non sai quello che mi è capitato, caru ziu, si è giovani fuori e già stanchi dentro, anche di vivere. –
L’anziano: - Lo so cosa ti è capitato. La colpa non è di Lucia, perché la hai abbandonata? –
Paolo, viene sconvolto da quelle parole, ascoltare quel nome per lui è ricevere un pugno allo stomaco, sbrana gli occhi pensando chi è mai costui: - E tu come fai a saperlo? –
L’anziano: - Perché mi ha mandato a cercarti proprio lei, Lucia, ora ha sette anni e una bella bambina e somiglia proprio a sua madre. –
Paolo: - Mi devi dire chi sei! –
L’anziano: - Te lo dirà Lucia quando l’andrai a trovare, prima della mezzanotte di Natale. –
Paolo è preso alla sprovvista: - Ma come faccio? Non ho una lira per tornare. Poi in Sicilia come ci arrivo? –
L’anziano: - Come sono arrivato io in Germania. Non ti preoccupare, devi avere solo fiducia, sei in buone mani! –
Paolo, piazzandosi a faccia a faccia con due occhi puntati nei suoi: - Senti, zìzì, tu hai un’aria familiare, non ricordo dove ti ho visto, ma in qualche parte ti ho visto di sicuro. Mi hai fatto salire qualcosa dallo stomaco, ho un nodo alla gola e il cuore mi sta scoppiando, se questo è tutto uno scherzo, t’ammazzo! –
L’anziano, con un sorriso ironico: - Da dove vengo non usiamo prendere in giro nessuno. Quanto hai in tasca? –
Paolo: - Se cerchi il pollo capiti male, ho solo cinquanta marchi. –
L’anziano: - Bastano! – Cosi si alza dalla panchina e lo prende per mano: - Cammina, dai! – si avvicina alla strada: - cerca di chiamare un taxi. – Paolo fa atto di fermarsi ad uno dei tanti taxi che passano, ma niente da fare.
L’anziano: - Qui la gente va tutta di corsa, ma dove va? E quest’altro scemo che fa? Non ci vede? – Così, l’anziano con un insolito gesto della mano, in altre parole, aprendo il palmo, poi chiudendo a pugno e tirandolo indietro, porta in retromarcia il taxi. Paolo, rimane sbalordito, vede bloccare di colpo la macchina e poi di corsa marcia indietro. Il taxista esce dall’auto e tira pugni alla tettoia come un matto.
Il taxista:- Scommetto che tu sei un’extraterrestre con grandi poteri, o mago Merlino, o un santo venuto dal cielo… La settimana passata mi è capitata la stessa cosa, indovina chi mi ha detto chi era? L’Arcangelo Gabriele! Perché devono capitare tutte a me queste avventure? – Urlando come un forsennato.
L’anziano: - Perché tu sei il più chiacchierone tra i tassisti e così non ti crederà nessuno! –. Lui si mise a piangere mentre i due presero posto dentro l’auto.
L’anziano: - Dobbiamo andare al casinò e di fretta! –
Il taxista: - Va bene, corro. Lo psicologo ha sostenuto che ho creato con la mia fantasia l’immagine dell’Arcangelo Gabriele perché avevo desiderio di fede. Ora dimmi chi sei, così riferirò al mio psicologo, chi sei? –
L’anziano: - Sono chi non ti elargisce la mancia se parli ancora. –
Il taxista: - Sono muto come un pesce –
Paolo: - Ma che andiamo a fare al casinò? –
L’anziano: - A vincere un po’ di soldi per tornare definitivamente e rifarti una vita nella tua terra! –
Paolo: - Con questi pochi marchi? Tu sei proprio matto. E’ impossibile! –
Il taxista: - Niente è impossibile! –
L’anziano: - E tu, domani vai di nuovo dallo psicologo, anche se è Natale, perché sei un caso urgente! –
Il taxista ferma la macchina: - Siamo arrivati –
L’anziano: - Quanto devo? –
Il taxista legge il tassametro: - Quaranta marchi –
L’anziano: - Figliolo non imbrogliare la gente, quello che guadagni onestamente ti basta, leggi di nuovo il tassametro! –
Il taxista piagnucolando per la disperazione si lamenta: - Non è possibile, non è possibile! L’apparecchio segnava venticinque marchi.
L’anziano, facendosi dare trenta marchi da Paolo, paga al taxista: - Tutto è possibile! Tieni pure il resto –
Dentro il casinò, l’aria è calda, le luci scintillano. La gente nei tavoli da gioco ha una strana luce negli occhi. Sembra posseduta da una strana forza, tutto non ha importanza, solo quella pallina che gira con vita propria, e avvolte condizionata da un evento esterno, almeno così pensano quei naufraghi nei tavoli da gioco in balia dello spirito maligno della superstizione. Paolo non era mai entrato in un casinò, anche se era passato parecchie volte da lì davanti, aveva avuto un senso di rigetto per il gioco, forse perché l’associava con il fato, e con lui era stato abbastanza crudele. Questa sera si trova lì, perché un estraneo lo ha convinto, non sa come, mentre si trovava seduto e solo, spettatore del recital: passanti nella vigilia di Natale, con un piacere quasi masochista, facendosi mordicchiare il cuore dai ricordi.
L’anziano che ancora non si è tolto di dosso né cappotto né cappello guarda con occhi sorridenti, sembra che cerchi qualcosa. Paolo lo segue con gli occhi. Ad un certo punto l’anziano, gli dice: - Il gioco delle carte è stato sicuramente inventato dai carcerati, aspettando di scontare la pena, nelle nostre parti, si gioca nelle feste natalizie, per stare insieme amici e familiari, aspettando la mezzanotte per la nascita di Gesù e l’inizio dell’anno nuovo. Qui si gioca tutto l’anno e non per stare insieme o per divertirsi, si gioca per giocare, per sentirsi vincitori, per sentire quel brivido forte del bacio della fortuna. Una diabolica parodia della vita umana. I giocatori non sono mai pentiti del gioco che fanno, delle perdite. La loro disperazione al culmine, infondo per loro, possiede un senso di pace. – I banchieri ritirano e pagano fiches. Signore vestiti con scollature e adornate con gioielli come madonne, che non si turbavano, all’apparenza, né delle vincite né delle perdite. Chi si alza, chi si aggira, chi impreca. Insomma per Paolo è una vera bolgia infernale, quella degli avidi. Così supplica l’accompagnatore ad uscire, ad andare via da quel posto. L’anziano lo tranquillizza, che il divertimento sarà assicurato, così si siedono ad un tavolo. L’anziano, a bassa voce avvicinandosi all’orecchio di Paolo: - Punta tutto ciò che possiedi e non fiatare, quando il banchiere ti dà le carte le metti a croce, quando lui scopre le sue, tu fai vedere le tue. Questo gioco è lo chamine de ferre, significa il cammino di ferro, perché è un gioco a raddoppio. –
Paolo: - Non ho capito niente, in ogni modo va bene, farò come dici tu –
Per tutta la sera, se l’altro ha zero lui ha uno, se ha due lui tre e così via, non perde neanche un colpo e vince, vince tanto. L’interesse degli altri dentro il casinò è sempre più crescente e ormai attorno a quel tavolo ci sono tutti, sussultando ogni volta che Paolo batte e con un “alè†quando scopre le carte. Il direttore è presente e insieme al personale verifica la possibilità di qualche imbroglio. Paolo ride come uno scemo ma i giocatori lo invidiano e le giocatrici lo ammirano. La vincita supera i quattrocento milioni di marchi. L’anziano gli sussurra all’orecchio di andare, Paolo di tutta risposta lo supplica: - Dai, vecchio, ancora un colpo e poi andiamo –
L’anziano: - Non è possibile, dobbiamo andare, domani mattina devi trovarti in paese. La promessa è promessa! –
Paolo, alzandosi: - Scusate signori, domani mattina devo trovarmi in Sicilia – Lascia tre o quattro signori che si vogliono sedere nel suo posto e qualcuno tira anche qualche schiaffo, un altro molla una pedata negli stinchi. Nel mentre litigano, una signora prende posto e si siede. L’anziano: - Aspetta, vediamo giocare questa signora –. Quella giocatrice punta tutto ciò che ha sicura, ma al banco viene nove e a lei zero. Scambiate le fiches escono e l’anziano blocca un taxi appena passato. Il taxista è lo stesso che li ha accompagnati al casinò perciò non si meraviglia per niente anzi chiede dove andare. L’ordine è categorico: - All’aeroporto! –
Cercano un aereo per la Sicilia, ma nessuno di quelli decolla per quella notte, tranne uno a noleggio. La signorina al banco dell’informazione li consiglia di non rischiare perché il proprietario, un ex ufficiale dell’aviazione americana, è quasi alcolizzato. Per nulla intimorito, l’anziano chiede dove potere trovare il pilota, la signorina, meravigliata: - naturalmente al bar… - Paolo ormai non si chiede più chi è quello strano signore che come un sogno gli cambia la vita, padrone assoluto del suo destino, anzi ha una fiducia totale. Arrivati al bar vedono un uomo con un vecchio giubbotto di pelle marrone appoggiato al bancone con un bicchiere in mano. Non c’è possibilità d’errore, anche perché lì dentro gli uomini erano solo due ed uno è il barista. L’anziano s’avvicina: - Sei disposto a portarci in Sicilia, questa notte? –
Il pilota: -Certo! My friend, facciamo il pieno e partiamo – Strascicando le parole ad una ad una.
Paolo: - Ma questo è completamente ubriaco! –
L’anziano: - Abbi fede figliolo, abbi fede –
Ed è così che si trovano in volo per la Sicilia. Paolo guarda dall’oblò mentre prendono quota. Alla torre di controllo non hanno mai visto spiccare un volo così perfetto, sapendo chi è il pilota si meravigliano per l’esattezza del decollo. Il pilota, pure, con tutto l’alcol addosso, non crede ai suoi occhi: - Ma io non ho dato ancora nessun comando… Forse ho il pilota automatico e in vent’anni non mi ero accorto di niente. Paolo dall’alto vede tutte quelle luci che sembrano pietre preziose in un tappeto di velluto nero, meravigliandosi per quella prima volta in aeroplano. L’anziano è concentrato come se guidasse lui, mentre il pilota esce dalla cabina di pilotaggio e stappa una bottiglia di champagne augurando a tutti buon Natale!
Intanto nell’istituto, Lucia dorme ancora, sono quasi le cinque e trenta del mattino, quando le grida della superiora la svegliano. Grida a tutto spiano. Lucia origlia per un attimo così capisce che si tratta della statuetta di San Giuseppe scomparsa. Ad un tratto, come un flash back, le ritorna in mente la sera precedente. Confusa se è stato un sogno o una realtà, ma quelle grida continue le fanno capire che sogno non è stato, così in camicia da notte e ciabattine scente giù.
Appena la superiora la vede, le punta il dito: - TU! TU! Sei stata tu! –
Suor Maria: - Madre, la bambina è scesa proprio ora dal letto; non può accusarla di tutto ciò che capita. –
Madre Pia, verde in volto: - Fai silenzio, anche tu sei indemoniata come lei, tutte e due vi difendete perché siete state e siete strumento del demonio. –
Lucia: - Posso chiarire tutto io… - Intimorita.
Madre Pia: - Ecco, che ne sa qualcosa! Dove hai messo la statuetta di San Giuseppe? –
Lucia si sente accusare di un furto che non commesso, e per la tensione incomincia a piangere mentre suor Maria la stringe a se, proteggendola dall’aggressione verbale di madre Pia.
Suor Maria, con tono rabbioso: - Se lei avesse veramente fede all’abito che porta non si comporterebbe in questo modo con una bambina! –
Madre Pia: - Proprio tu, peccatrice, accusi me di non fede. Tu che hai disonorato il nome della tua famiglia? Chiudetela in cella di meditazione! Ti faccio passare un Santo Natale come meriti. –
Lucia viene staccata dall’abbraccio con suor Maria e piangendo a dirotto, grida: - No! No! No! Lasciatela! Non ha nessuna colpa! -Mentre due suore accompagnano suor Maria all’isolamento.
Madre Pia: - Ora tocca a te –
Lucia, piangendo a singhiozzo: - Ero scesa per vedere, prima di addormentarmi, il presepe illuminato e avevo pregato a San Giuseppe di trovare mio padre e riportarmelo qui, quando una voce mi aveva risposto… -
La superiora la interrompe: - Basta! Basta… Questa storia è opera di Satana. Lucifera, hai ucciso tua madre e con le menzogne vuoi uccidere anche me. Dimmi dove hai messo la statuetta! (Mollando un sonoro ceffone). Dimmelo! –
Nello stesso tempo si ode suonare il campanello ripetutamente. Una suora: - Madre, bussano alla porta. –
Madre Pia: - Vai a vedere chi è. Tu rimani qui e non ti muovere. –
Intanto dietro il portone ci sono Paolo e la persona anziana, ancora anonima.
All’aeroporto di Punta Rais tutti avevano gridato al miracolo. Perché, dopo che l’aereo era atterrato meravigliosamente, un atterraggio da manuale, gli addetti si sono accorti che il pilota era completamente ubriaco e i motori spenti, erano anche freddi, giacché già da qualche tempo era finito il carburante. E tante altre peripezie, sono entrambi dietro il portone dell’istituto. Paolo con una ventiquattrore piena di marchi tedeschi e l’anziano innervosito che ripete: - Non ce lo fatta. Non ci sono riuscito a tempo. –
Paolo, guardando l’orologio: - Perché? Non sono neanche le sette. –L’anziano: - Lascia parlare me –
Intanto la suora apre lo spioncino e chiede chi è.
L’anziano: - Buon Natale, sono l’avvocato di Lucia, suo padre è qui con me per portarla via, oggi stesso. –
La suora aprendo la porta: - Entrate, chiamo subito la madre superiora. Accomodatevi tempo che la chiamo. – La suora guarda meravigliata i due e si allontana voltandosi, almeno tre volte, incuriosita. Paolo: - Scusami, dalla prima volta che ti ho visto, il tuo volto mi è sembrato familiare, ancora non mi hai detto il nome. –
L’anziano: - Mi chiamo Giuseppe. Per tutte le bambine di qui dentro sono il loro padre. Tutte le loro attenzioni e confidenze le vengono a dire a me. –
Paolo: - Allora, tu abiti qui? Come mai la suora non ti ha riconosciuto? – Giuseppe accenna un sorriso. Nel mentre entra la superiora: - Buongiorno signori! –
Paolo: - Buongiorno Madre. –
Giuseppe: - Buon Natale – Quest’augurio di Giuseppe crea una reazione e sconvolge a Madre Pia talmente che incomincia a perdere l’autocontrollo: - Perciò voi venite a prendere Lucia, vero? E magari Lei è Giuseppe andato a cercare lui, il padre di Lucia, vero? –
Paolo, guardando a Giuseppe, con aria sorpresa: - Ma voi come fate a sapere tutto ciò? –
Madre Pia, si sconvolge ancora di più: -Perché… Non mi dite… - S’inginocchia davanti a Giuseppe.
Giuseppe: -Io devo andare, ascolta Lucia ti dirà che ha ritrovato un’altra mamma, portala con te, non è posto per lei questo, può fare molto di più fuori. Buon Natale Paolo. –
Paolo ha già un’idea dove ha visto Giuseppe: - Ti verrò a trovare sempre, il Natale non può attendere, Buon Natale anche a te! –
Così, Giuseppe esce dalla porta. Madre Pia si alza e gli corre dietro, ma niente da fare, nel corridoio non c’è nessuno. Allora corre a gambe levate al presepe e ritrova la statuetta di San Giuseppe a suo posto, così piangendo si rivolge a Lucia: - Lucia, vai tuo padre ti sta aspettando. Andate ad aprire a suor Maria, vi prego… -
Lucia si rivolge alla statuetta: - Sei tornato e hai mantenuto la promessa, grazie papà Giuseppe. Dov’è mio padre? -
Paolo aveva seguito la superiora: - Sono qui Lucia! – Lei si volta e per istinto capisce, corre e i due si abbracciano. Lucia piange di gioia e Paolo le supplica il perdono. Madre Pia, piange e ride, sembra impazzita.
Lucia: - Papà, portami via, insieme a suor Maria, lei mi vuole tanto bene, voglio che venga con noi –
Paolo pensa alle parole di Giuseppe. Intanto suor Maria arriva senza l’abito talare: - Madre, ho capito che questa vita non è per me. Ho deciso di prendermi qualche tempo per pensarci su. –
Paolo la guarda negli occhi, sente come un brivido, dopo quella notte, è la prima volta che guarda una donna e non sente più il dolore al cuore di sempre. Gli occhi arrossati di Maria, lo sguardo malinconico e amorevole verso Lucia, lo travolgono come una valanga di sentimenti. Paolo s’avvicina a lei e porgendole la mano, le dice: - Mi scusi sono Paolo, il papà di Lucia, so quanto voi due vi volete bene. Ed io voglio che questo Natale per mia figlia sia il più bel Natale della sua vita, senza di lei non può essere così, perciò accetti di festeggiare questo Natale con noi. -
Maria, anche lei è attratta da quella figura stanca ma felice, abbassa gli occhi, guarda Lucia: - No, non posso –
Lucia saltellando e prendendole tutte e due le mani: - Non mi lasciare, vieni con noi, vieni con noi –
Maria è lottata da due forze opposte: il suo passato che la trasforma in una statua di sale, come la moglie di Lot quando voltò lo sguardo indietro per guardare Sodomia; e l’amore forte lo stesso che una madre ha per una figlia fra tribolazioni e tanti momenti felici. Maria, alza gli occhi guarda Paolo, e accetta l’invito dicendo sì con la testa. Lucia, sprizzando felicità: - Vi porterò tanti doni fantastici, buon Natale a tutti! –
I tre uscirono dall’istituto. Dopo le feste di Natale Maria e Paolo si sposarono e Lucia portò una montagna di doni per tutti: suore, inservienti e orfanelle. Le sorelline orfanelle l’abbracciarono e le fecero gran festa. Madre Pia da quel giorno le si spaccò il cuore duro come una roccia e freddo come il ghiaccio e dentro trovò tanto tanto amore, forse questo è stato il vero e grande miracolo di quel Natale.
Siculiana, 20 Dicembre 2000 Alphonse DORIA














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giovedì, 27 gennaio 2005
L’ARDIMENTOSO AMORE DEL
MAESTRO GIUSEPPE ADDAMO


Genesi


Adamo bighellonava nell’Eden senza un gran che da fare, guardava le scimmie che s’inciullavano su gli alberi in mille modi, guardava per terra e anche le formiche fornicavano, tanto da chiedersi se quello che avesse fatto il Signore era il mondo o un casino? Lui era rintristito sotto un albero di carrubo a scrutarsi il da farsi con quel coso che oltre a pisciare aveva altre funzioni. Dopo aver dato a tutti un nome, dopo aver visto com’era stato bravo Dio in sei giorni fare tutto quel popò. Pensava guarda com’è stato bravo: il giorno una luce forte e la notte una più tenue! Bello qua, bello là… Poi se ne tornava sotto quel carrubo sempre più triste, alle continue manipolazioni dell’aggeggio misterioso. Insomma, che paradiso era quello, se lo sapeva il Signore. Allora incominciò a pensare ad una femmina anche per lui, con la fantasia l’aveva proprio davanti: gli “occhiucci†belli che lasciavano trasparire un carattere docile e puro, la “boccuccia†simile ad un bocciolo di rosa rossa, un fisico modellato a suo gusto, insomma lui avrebbe dato una sua costola per averla tutta per se. Non fece nemmeno tempo a pensarlo che il Signore lo prese in parola. Sappiamo tutti come andò a finire…
Tutto ciò per premettervi quello che, ironia della sorte, capitava di pensare all’insegnante elementare Giuseppe Addamo, forse per forza del cognome che portava, si sentiva come Adamo che dopo aver dato la costola aver visto Eva, fatta (come dice il giurista) a regola d’arte, d’allora ancora non fosse riuscito a concludere un bel niente, eppure di tempo n’è passato. Il maestro Addamo si trovava nel solito posto, mentre si affievoliva la luce del giorno, riflessa nel solito foglio bianco, dove in maniera smaniosa da grafomane che era, scribacchiava un’altra pagina del suo libro “Il mio Amore Giovanileâ€. Dove però, non scriveva quelle divagazioni speculative alla Smerdjakòv , però pensava nel suo intimo, anzi, si diceva di tanto in tanto che in ognuno di noi vi era uno Smerdjakov che covava dentro.
Il suo amore era iniziato quando il sole risplendeva di luce nuova tutto il mondo sotto i suoi occhi. Era studente magistrale, qualche annetto e diventava maestro, lui figlio di Giovanni Addamo contadino burgisi, riusciva a saltare il fosso. Lo studio lo appassionava sempre più, Foscolo, Leopardi, Dante, non era un genio ma riusciva a superare l’anno scolastico tra mille difficoltà. Abitava in Giurgenti e nella fine settimana o per le vacanze tornava a Favara. La sua matruzza nutriva un amore e un orgoglio che faceva invidiare con chi discuteva di lui. Le si accendeva lo sguardo e descriveva la pesantezza di tutti quei libri che studiava il figlio, quante ore se ne stava chiuso dentro la sua stanza a studiare. “Ku l’ajva a ddiri avjri sta testa… Addivintari provessuri di scola!â€
Quando lui era a casa un silenzio assoluto era obbligato anche all’asino e alle galline coprendo la gabbia con una tela scura. La sorella Caterina provava ammirazione per quel fratello così bravo, ma le attenzioni della madre seminarono una gelosia nel suo intimo, che dopo essersi sposata sfociò in invidia e poi nell’odio. Come si fa a sbrigare le faccende di casa senza fare il minimo rumore? Eppure, “Caterì, ah, chi lu f’apposta? Peppucciu sta studjannu!â€. Suo padre portava una quaglia, trovata in mezzo al campo di grano, e lei: “Mangia Peppucciu ka tu studji e ha di bisognu…†Con quali occhi sua madre lo guardava poi, tutte espressioni che inchiodarono quell’odio dentro di lei che si portò fino alla morte e che Peppuccio diede colpa al marito.
Caterina parlava velocemente e con astio su tutto e tutti, tanto da intimorire la madre stessa nelle conversazioni. I giovani avevano timore ad avvicinarla anche se non era brutta, anzi aveva un viso abbastanza gradevole, poi la dote la rendeva più bella, ma quella espressione scoraggiava tutti a mandarle a casa una richiesta di matrimonio. Fu, comunque, lei stessa che scelse il marito e con astuzia lo invogliò a fare il primo passo. Un certo Bartolo che abitava al cortile Sciruso, dai movimenti lenti e dallo sguardo pensoso, un contadino buono come il pane e massaru. Lei subito lo soggiogò e divenne la sua mente, la voce proveniva da Bartolo ma il pensiero apparteneva a Caterina.
Peppuccio era piuttosto gracile, d’altezza media bassa, con due manine piccole e due occhietti castani chiari che si muovevano di continuo, in un viso rotondo, la bocca incavata con due labbra che finivano a becco d’uccello, la sua pelle di colore marroncino, quei capelli, anch’essi castani, spampagliati in testa a ciocchi… Non era un bel giovane. Lui, però si sentiva tale, anzi, quando si guardava allo specchio s’apprezzava da vero incosciente.
Fu così, che in uno dei tanti fine settimana, tornato con la vitturina da Giurgenti stava salendo dalla stazione per la sua casa, quando incontrò la sua Eva come lui l’aveva pensato, o come l’avrebbe pensato. Quell’Eden, ora era perfetto, ora il giorno e la notte aveva un senso. I fiori, le montagne, il mare e il cielo erano stati creati per quell’amore. Lei, fanciulla di appena undici anni, camminava non curante di tutto ciò che stava scatenando dentro il cuore di quell’adulto, solo che si vedeva osservata con insistenza e rivolse lo sguardo a quei due occhi insignificanti e provò pure paura.
Avvolte le donne per difesa, in situazioni simili, lanciano dei segnali, dei veri richiami erotici, per confondere il maschio. Sarà stato, sicuramente, uno di questi richiami che fecero impazzire d’amore il giovane Peppuccio tanto da stravolgere la sua vita.
Quel visino innocente, quello sguardo, quella boccuccia e quei capelli neri in quel corpicino esile e aggraziato seminarono un amore che germogliava giorno per giorno tanto da invadere totalmente la sua mente, e che puntualmente appuntava in uno dei numerosi quaderni dalla copertina nera di cartone che raccolse in tre anni prima dell’ardito passo. Quando era a Giurgenti non pensava ad altro mentre si cimentava con gli studi vedeva solo il suo Amore, quella fanciulletta dal passo leggiadro e quello sguardo enigmatico, e deduzione dopo deduzione concluse: “Essa mi aveva, infatti, appena scorto, che si era rivelata immediatamente mia, l’amabile ingenuità con cui sinceramente mi guardava, faceva pensare che aveva trovato in me l’amore, e la sua piccola, preziosa boccuccia era per me il piccolo amoreâ€. Ora dico io, come si può arrivare a concludere con tale determinazione che la sua passione era corrisposta da una bambina d’undici anni con la sua testolina intenta a pensare ben altre passioni fatte di giocattoli, leccornie sgridate dai genitori e vestitini? Quella di Peppuccio non era mania, e non aveva nessun’attinenza erotica, anzi al contrario sentiva un sentimento delicato, un innamoramento continuo e sempre più forte tale da fargli sentire una fitta al cuore. La voglia erotica iniziava da dove finiva il pensiero per la fanciulletta. Avvolte, gli bastava vedere una delle ragazze compagne di magistrale per dimenticare completamente la fanciulletta dalla boccuccia deliziosa, ed era un vero maialone nelle sue fantasie, anzi se una di loro, anche Tina con il viso che ricordava la luna piena con dei brufoli giganti, gli avesse dato consenso, sono sicuro che, di quel grande amore ne sarebbe restato un mucchio di cenere e basta. Le ragazze gli voltavano le spalle e lui con quegli occhietti impertinenti a fissare a questa o quella senza alcun successo. Anzi, una volta Maria Grazia, una bellissima ragazza della quarta H, se ne uscì con un’espressione che rimase nella storia: “Talè! Addamo pari cangiatu di li donni!†Le compagne vicine a lei davanti la porta della classe liberarono una gioviale risata. L’Addamo indovinate che pensò? Che Maria Grazia ha fatto un apprezzamento su di lui un po’ erotico e le compagne risero compiaciute…
Questa dualità di pensiero sulla donna era di un contrasto avvilente. Quando pensava la sua fanciulletta innalzava la donna e il suo pensiero diveniva trascendentale. Quando pensava alle altre diveniva libidinoso e maschilista e le guardava con una scintilla in quei occhietti birbanti irrequieti, rannicchiando le spalle e il suo petto palombino, divenendo così il suo corpo di forma cilindrica avvolto dal suo grigio paltò. Non parlava con i compagni dei suoi mistici pensieri, raramente usciva fuori il libidinoso con qualche apprezzamento. Una volta si lasciò fuggire una meditazione sulla donna, con il suo compagno di classe Cecè Saporito di Racalmuto, che si continuava a chiedere a se stesso e all’aria che lo circondava: “Che cosa è la donna?â€, come un mistero, come un turbamento. Allora, Addamo enunciò quest’editto in pompa magna: “La donna è una cornice attorno ad un buco!â€. Cecè lo guardò stupito nel viso: “Minchia, bella chista è! Unni la pigliassi?â€. A lui gli s’illuminò il volto e chinando leggermente la testa, rispose: â€E’ frutto del mio ingegno.â€
Ritornando alla sua solitudine, si smarriva nella poesia nella dolcezza nel misticismo, pensando a quella boccuccia, che fortunatamente non gli somigliava, anche se lui nei suoi scritti insistesse convintissimo che le era somigliantissima, per il viso rotondeggiante. Incominciava a trascendere pensando che la sua anima se avesse avuto un volto e un corpo avrebbe avuto le sembianze della sua fanciulla.
Passarono tre anni, dal 1943 al 1946, prima che ha rivisto la sua musa ispiratrice di tanto ardito amore e di tanto poetare. Qualcuno può pensare ma in questi tre anni vi fu la guerra, il bombardamento di Giurgenti, lo sbarco degli Alleati, i separatisti? Si, ma che vuoi che sia di fronte a quell’amore che lo trascinava in un discorso interiore sempre più tanto da avvicinarlo a comprendere gli arcani misteri del creato e quindi del Creatore…
E’ l’Eros che fa scoprire l’anima. Tre anni, tre, il numero del Dio Trino, e che Dante strutturò la sua Commedia. Addamo aveva incubi continui, anzi si smarriva nei meandri di quell’opera dove i personaggi prendevano sembianze di persone a lui note. Tanto per fare un esempio, la selva oscura dove lui, Addamo si è smarrito era l’immagine di una fotografia di una donna nuda portata a scuola da un suo compagno di studi un certo Carmelo Ferla che sembrava non pensare ad altro che a quello. Carmelo aveva un nasone spettacolare, sintesi di tutto il suo corpo, con una gobba sopra e le narici larghe, lui era longilineo e aggobbito, frutto di uno sviluppo fisico precoce, la bocca larga e due occhi rotondi che uscivano dalle orbite, poi una voce forte e sguaiata che ogni cosa proferisse diventava volgare. Carmelo mise sotto il naso di Addamo quella fotografia e gli disse: “Te, fatti l’occhi!†Lui prima guardò, vide solo quella peluria nera e misteriosa per la prima volta nella sua vita e poi la cacciò allontanando con la mano quell’immagine rimasta nella mente come un’impronta rovente indelebile origine di vere crisi spirituali, chiuso nella sua stanza della pensione o sotto l’ombra rinfrescante del carrubo in campagna. Quella peluria nera era la sua selva oscura. Virgilio, l’arciprete della sua parrocchia, suo confessore, che s’assorbiva tutte le sue crisi spirituali e le tentazioni, fatemelo dire: giuste, che il diavolo gli tendeva di continuo. Caronte, il bidello della scuola, che con il suo sguardo crucciato davanti al portone sembrava dire a tutti: “Guai a voi, anime prave! Non ispirate mai veder lo cielo…†Beatrice, la sua fanciulletta. Non starò qui a dilungarmi con i suoi incubi danteschi ma uno più di tutti era ricorrente prima del diploma di maestro. Lui tornava con la solita vitturina trionfante con il diploma di maestro in mano, in piazza vi erano i giovani del paese a due schiere, davanti vestiti di festa la sua famiglia e avvertiva la presenza della fanciulletta, i giovani mentre passava lo spernacchiavano di brutto. Ricordando i versi di Dante: “e col cul fecero trombettaâ€. Si svegliava sudato e intrappolato nel lenzuolo. Addamo stava rivivendo in pieno il Medioevo sia quello di Dante sia quello di Cecco Angiolieri, solo che mentre il poeta avrebbe lasciato le donne vecchie e laide ad altrui, Addamo non avrebbe risparmiato neanche quelle!
Passarono tre anni ricordando la sua fanciulletta giuliva ferma in quell’immagine, nello sguardo che lo fulminò.
Nella piccola cittadina non capitò incontrarsi, anche se andò in cerca ma con gran discrezione, poteva essere facilmente frainteso. Il periodo delle vacanze Peppuccio lo passava in campagna ad aiutare il padre, proprio curata come un giardino, faticava tra le steppe della ristuccia, il sole violento, un sorso di frescura dalla lancedda all’ombra del fico e pensava e amava quella boccuccia adorabile della sua fanciulletta. Quando qualche contadino in groppa alla sua vestia passava dal viottolo faceva sarcasmo perché lo vedeva lavorare: “Megliu la pinna ca la zappudda Pepè! Ah! Ah! Ah! ‘Ncapu li libra ‘un si suda prevessù! Ah! Ah! Ah! Lassa jri!â€. Peppuccio pensava: “non ti curar di lor ma guarda e passaâ€.
Ritornare in paese era troppo faticoso per la lontananza rimaneva in campagna tra una lettura e una meditazione sotto il carrubo. La notte scrutava il firmamento e concludeva che tutto: le bestie, i fiori, le stelle, l’infinito tutto, senza l’amore di una donna era noia, tutto bello, ma quel tutto, una gran rottura di coglioni.
Possibile in tre anni, tra feste di paese e altro, non avere avuto una sola opportunità d’incontrarla? La volontà divina non voleva forse perché stava preparando qualcosa di straordinario.

Resurrezione

Venerdì Santo, le chiese erano aperte in tutto il paese, i padri missionari predicavano in ogni chiesa. L’arciprete incaricò a Peppuccio di accompagnare uno di questi padri alla seicentesca e periferica chiesa della Grazia Vicina. La chiesa era stracolma. Padre Agostino con quella barba nera e lunga, gli occhi di fuoco, dal pulpito dominava tutti: uomini, donne e bambini. La sua voce tenorile echeggiava nell’acustica della chiesa. “Mentre Adamo con il peccato originale, raccogliendo il frutto della disubbidienza dall’albero della Conoscenza del bene e del male, ci allontanò dal Padre, dal Paradiso. Gesù, novello Adamo, l’Adamo Spirituale, con il suo sacrificio, dall’albero della passione: la Croce, ci salverà ci riporterà al Padre. Mentre Eva è stato lo strumento di Satana e portò l’uomo in rovina, Maria è lo strumento di Dio e porta l’uomo alla salvezza, concependo Gesù. Il Cristo che dall’albero dell’Amore ci chiama. Ma da quest’albero, da questa croce, dobbiamo essere noi ora a raccogliere la salvezza, la resurrezione per il Regno dei Cieli. Se non allunghiamo la mano noi, se ce ne stiamo sotto l’albero aspettando che il frutto ci cade in bocca, se non raccogliamo questo frutto delizioso che è Gesù, non potrà esserci salvezza, non potrà esservi vita eterna. Il Regno dei Cieli promesso da Gesù, inizia solo quando raccogliamo il frutto d’Amore offerto dal Padre. Dio ha offerto il proprio figlio prediletto per la nostra salvezza, Dio è sceso dal Cielo e ha subito l’umiliazione della carne, la sofferenza della carne per la nostra salvezza. Ora se noi riuscissimo a sentire dolore, dolore e non pietà! Per la sofferenza del nostro prossimo c’è speranza di salvezza. Perché prima della fede deve nascere il dolore, dolore fisico, per le sofferenze del mondo. La porta del Regno dei Cieli è il dolore della croce, dove Dio ci attende per abbracciarci, sta a noi andarci in contro, e non rimanere nel peccato. Il peccato di non sentire dolore per le pene degli altri, per tutti i torti subiti ingiustamente ognuno. Perché da quel dolore nascerà l’Amore per gli altri. Alcuni provano perfino piacere nella disgrazia degli altri, nella caduta del Giusto. –Vedi quello là, quante arie si dava e ora c’è capitato questo, così impara, ben ci sta!- Altri fingono dispiacere, ma in realtà sono contenti che quella disgrazia non è capitata alla loro famiglia. La maggior parte, bene che vada, vive nell’indifferenza. Quando capiremo allora cadremo in ginocchio e chiederemo perdono per tutti i mali del mondo, allora quello sarà il Regno dei Cieli rivelato da Gesù, un Regno pieno d’Amore.†La gente era come incantata da quella voce anche se non riusciva la maggior parte a capire veramente come da Adamo, padre Agostino, andò a finire a Gesù, però quelle parole erano belle, quella barba quella voce, quegli occhi che scintillavano, bravo veramente.
Peppuccio, era seduto vicino il balconcino del pulpito, lui già n’aveva ascoltato prediche e queste parole ora gli scivolavano cadendo in divagazione e stramberie d’ogni genere. Pensava tra se: ama il prossimo tuo, perché? Si rannicchiava nella mente quel perché, poi concludeva perché è giusto, è giusto al di fuori di Dio e non perché ci sia imposto o per un premio nell’aldilà. Riformulava quella legge di Gesù e si diceva: ama il prossimo tuo per te stesso! Per sentirti meglio, per essere meglio, per stare meglio. Guardava quei fedeli con la testa in su e la bocca aperta. I posti delle prime tre file sembravano assegnati da almeno quaranta anni alle stesse fedeli. Vedeva un signore alto e grosso che continuamente si dondolava ora a destra ora a sinistra alzando la coscia, Addamo concludeva che quelle erano sicuramente emorroidi. La moglie accanto con un soprabito impellicciato nel collare che guardava di qua e di là come dire “guardate invidiose, tiè!â€. Mentre era assorto in queste divagazioni vide in quinta fila un immagine, una sagoma, un viso che gli diede una scarica di adrenalina tanto da vibrare in tutto il corpo, era lei, si era lei! Non era più fanciulla, ma in quei tre anni era sbocciato il più bel fiore di tutto il creato, una donna bellissima! Addamo divenne rosso poi bianco, in seguito di nuovo rosso e ridivenne bianco, raggelò all’istante e il cervello gli partì in quinta. La prima deduzione vista che era con altre compagne non era fidanzata, la seconda che quel fiore facilmente poteva essere raccolto da altri, terza la sua purezza con la verginità e la propria, perché anche lui non era stato mai con una donna, l’unione era l’amore perfetto e poteva dare solo figli perfetti, la quarta che c’era la necessità di agire perché non vi era più tempo, quel frutto prelibato andava subito raccolto, prima che qualche sacchinaru ne poteva fare scempio. Allora pensò di fermarla, di parlarle dichiarare tutto il suo amore, ora, prima che quella figura eterea poteva sparire di nuovo. Pensò di mettersi davanti alla porta e aspettarla all’uscita e così fece. Lì davanti, impaziente aspettava mentre i fedeli incominciavano ad uscire lui si fregava quelle manine che sudavano fredde, gli occhietti bene aperti, come il cacciatore davanti la tana, fermo e determinato. Ad un tratto eccola! Lei non arrivava piano piano, spuntava! Il cuore al povero Peppuccio gli stava uscendo fuori dal petto. La sua veste turchese delineava un corpo di donna ben fatto, i lunghi capelli neri sotto il velo bianco di pizzo, facevano cornice ad un viso dolce con due occhi che trasferivano purezza. Addamo rimase incantato, quella creatura apparsa come incanto, anche se attesa, emanava luce, ora il suo ideale di donna come concetto era lì davanti a lui, in tutta la sua possanza fisica e spirituale; pochi metri separavano la verità da lui. Immaginate Adamo nell’Eden che vide per la prima volta Eva non fanciulletta ma donna, come Dio sa fare le sue opere, così il nostro Addamo rimase stupito.
…
Nello stesso periodo a Siculiana era successo un caso analogo. Un contadino di un metro e trenta d’altezza, un certo Saru con gli orecchi a sventola sproporzionatamente grandi, e due occhi da scimpanzé, brache di fustagno cadenti e una coppola nera storta e smisurata, con un carattere testardo imponente, tanto che, nonostante la sua altezza, riusciva a guardare gli altri dall’alto in basso, perciò nessuno chiamava Sasà e nemmeno lo permetteva.
Saru si era invaghito di una sartina prosperosa e graziosa con quasi quaranta centimetri d’altezza in più, per una donna delle nostre parti era abbastanza alta, come si sol dire una fimmina di vista. Aveva mandato i familiari per chiedere la sua mano, ma riportarono un NO che riempiva tutta la coffa. Saru non riusciva a rassegnarsi. La sartina ripeteva il suo diniego, anzi tremava a pensare quel nanerottolo che gli gironzolava nei pressi della sartoria. Fin quando una notte pagò dei musici per una serenata, per tutta risposta, il gruppo ricevette una rinalata di calda pisciazza. Lui con il suo caratteraccio non si era per niente intimorito e fu così che per la festa del SS. Crocifisso il due di maggio, mentre la sartina e la madre stavano uscendo dalla chiesa Matrice dopo la funzione della Caduta di lu velu , Saru in agguato davanti al portone come lei scese il primo gradino gli salta addosso l’abbraccia e la bacia in bocca. Ci fu un curri curri urla e tripudio. La madre lo prende a borsate, la figlia, riavutasi dall’effetto sorpresa, riesce a svincolarsi e lui fugge. Il suo intento era di compromettere la donna e così fu, dopo quel fatto nessun pretendente si avvicinò a lei, ma non volle minimamente mettere in considerazione la richiesta di matrimonio di Saru le faceva semplicemente schifo, ha subito una vera violenza da punire penalmente, si lavava giorno e notte ma non riusciva a togliersi l’odore di quel fetente, passarono anni così. Lei poi emigrò in continente. Saru, in seguito si sposò con una fimminuna, alta un metro e ottanta per un metro di larghezza, per semplice dispetto.
…
Ora quello che successe a Addamo quel giorno cambiò il corso della sua vita, perciò ha avuto un’importanza rilevante, eppure tutto si svolse in un attimo, sarà stato una mangiata di secondi. La maggior parte delle sue migliaia di pagine scritte parla di quest’attimo. Stette anni e anni a meditarci sopra a studiare filosofi, libri sacri e d’ogni genere. Scomodò: Kant, Platone, Archimede, Aristotele e tanti altri. Poi, quando decise di farsi stampare il libro nel 1976 a Caltanisetta dalla LussoGrafica incominciò a riassumere e sintetizzare talmente che il plico conta solo 176 pagine. Ecco cosa successe nei fatti. La ragazza usciva dal portone insieme al fiume dei fedeli, lui messo in un lato la guardò attentamente stimandola nel corpo e poi nello sguardo. Sembrava che lei non lo vedesse neanche, così si avviò accanto, mentre seguiva il flusso della gente lui le sussurra il nome: Filippa, lei si volta, lo guarda prima con curiosità, poi con lo stesso sguardo enigmatico di tre anni fa. Lui la tocca con due dita, l’indice e il medio, le stesse dita che noi Siciliani suggelliamo un giuramento portandoceli sulle labbra e pronunziando le parole “orbu di l’occhi†ricordando il millenario rito dei Gemelli Pelaci nel lago di Nafta vicino il fiume Simeto presso la città di Palagonia d’oggi. Le stesse dita che spesso immergiamo nella fonte dell’acqua benedetta in chiesa e ci segniamo la croce. Lei insiste a fissarlo con uno sguardo interrogativo come per dire: ma chi voli kistu? Lo sguardo di Peppuccio si languisce a causa di una repentina eiaculazione. Lei alza gli occhi al cielo come dire: chi cretinu… Lo fissa agli occhi e gli dice: “ bruttu ‘mbecilli!â€, e va via scomparendo tra la gente. Lui rimane immobile strattonato dalle persone che passavano.
A questo punto è importante riportare quest’esperienza come lui la descrisse in parte nelle pagine 31, 32 e 33 del suo libro.
“Essa, nonostante appartenga al cielo, e abbia lassù la sua eterna dimora, è scesa, ora, quaggiù, accanto a me, quasi a darmi la possibilità di appropriarmi di lei e divenir partecipe della sua Natura, e così nacque di posare la mia mano sulla sua spalla, onde unire il mio corpo al suo, attingere da esso la forza necessaria per salvarmi, e farmi scudo della sua potentissima luce… …La mia azione era stata molto ardimentosa… …Il passo fu fulmineo ed istantaneo, come il dardo scoccato dalla freccia non si arresta, finché non giunge al segno, così lo stesso avvenne dell’attenta mia mano, che, intuendone il provvido ingegno, si mosse immediatamente ad assecondarlo, e non arrestò il suo iniziale impulso, fino a quando, la mia umana natura, non si congiunse alla sua superiore natura… …Incurante del grande rischio, proseguii nell’ardua impresa, e, sfidando l’immediato ignoto, posai l’incauta mano sull’intangibile oggetto, e mi tuffai in quell’acque purissime e freschissime, alle quali nessuno aveva mai osato avvicinare, scompigliare e turbare… … Con l’aiuto della mia fanciulla, potevo finalmente penetrare nei meandri più reconditi di quell’Amore, esplorare quei luoghi, sino allora sconosciuti, vedere quello che nessuno aveva potuto mai vedere, e comprendere la verità.
Posata che ebbi la mia mano sulla sua spalla e congiunta la mia natura alla sua, mi sentii qual ferro in mezzo al fuoco ed invaso dello Spirito del Tutto. Si formò tra noi un ponte tra il finito e l’infinito, tra il mondo naturale e il soprannaturale, tra il mondo sensibile e l’ultrasensibile. (1)Contrariamente a quanto pensava Kant, l’esperienza umana non è soltanto di natura empirica, ma spirituale e metafisica.†Ho abbreviato saltando alcuni periodi per non tediarvi, ho ritenuto riportare altri che serviranno ad introdurre il viaggio metafisico d’Addamo.

Dall’abisso al cielo
In principio lo spirito di Dio aleggiava sopra l’abisso, questo qualcosa che esisteva prima della creazione e che, appunto, percepì la volontà del Creatore. Come dice Sant’Agostino: “Ad ogni modo, doveva pur esistere, per essere ricettiva di quelle forme visibili e ordinate.†Proprio di quest’abisso è stata creata la terra e da questa: Adamo è stato modellato ad immagine dello stesso Creatore che volle, a differenza del resto di tutti gli altri esseri viventi del creato, aggiungere il suo alito divino di vita. Così Adamo ha in sé l’abisso e l’alito divino. La congiunzione di queste due nature è l’anima, l’atman, dove l’uomo, avvolte, si smarrisce alla ricerca della verità. Il povero Addamo, così, si trovò nel precipizio del suo abisso, abbagliato dalla luce della bellezza che tutto armonizza nell’universo, nel cielo e nel Cielo del cielo.
Il suo viaggio iniziò nella forma della materia della sua fanciulla. La bellezza di quella fanciulla armonizzava con il suo ideale di donna. Per lui la donna in se, era qualcosa di superiore, sia come trascendentale sia materiale, perché in ambi due i casi erano una meta lontana. In quella bellezza si sono congiunti i due desideri esasperati dall’attesa di quell’incontro. Allora meditando la certezza di consenso, considerandosi giovane di successo, arrinisciutu maestru di scola, come vicino ad una meta tanto ambita, ammira il traguardo ed è propenso a fare l’ultimo passo per arrivare definitivamente.
Quel volto così dolce ad un tratto prese le sembianze della Madonna mentre tiene sotto il calzare il serpente ormai vinto. Nella sua logica fu chiaro come un lampo: il serpente della Genesi è il drago, il serpente piumato, il dio Pan, la natura, il mondo materiale e Maria il mondo spirituale che vince e soggioga, ma non uccide il mondo materiale. Una tempesta capovolse il battello dove era imbarcato e si trovò naufrago. Si sveglio salvo a riva, da dove su un’alta montagna avvistò un tempio grandioso. Aveva così camminato tra steppe e bizola, i suoi piedi erano in sangue, il corpo esausto. Saliva sempre su fin quando vide la Venere Ridens, che stava eretta davanti le porte del tempio sul monte Erice. La luce della dea era abbagliante e con un sorriso lo invitò ad entrare, dove le sue sacerdotesse lo avrebbero di sicuro rinfrancato di tutte le sue voluttà. Appena salì il primo gradino notò che Venere aveva lo stesso sguardo della fanciulletta e indietreggiò. Bastò quest’attimo d’esitazione e si ritrovò in cammino tra steppe e bizola di basalto sull’Etna, le nuvole del cielo correvano velocemente al contrario del suo passo, quando un tempio ancora più maestoso si presentò davanti, da dove uscì la dea Ibla, con tutto lo splendore divino nella sua giovinezza, attorniata dai suoi sacerdoti che con gesti solenni coglievano nell’aria i suoi sogni proferendo ogni verità. “Io sono la madre terra feconda!†Addamo vide ogni suo mutamento e conosceva, nel suo interiore, ciascuna metamorfosi. Ibla, divenne: Santa Lucia, Sant’Agata, Santa Rosalia, la Madonna della Lettera, La Madonna dei Marinai, la Madonna del Buon Cammino, la Madonna Odigidra uguale alla Venere Ridens, a Proserpina e in ultimo Kore bionda come il grano in estate con gli occhi verdi come la primavera e il manto azzurro come il cielo. Ad un tratto l’Etna rigurgita la sua anima in un dio poderoso e nero, come Adrano, come Vulcano, come San Kalò, come il Crocifisso di Siculiana, come San Pancrazio di Taormina, come San Filippo siriano d’Agira, San Lorenzo nero perché arrostito dal rogo romano, San Rocco, San Cono, Sant’Elia. Il dio nero rapisce in volo Kore trascinandola nell’interiore del vulcano e la terra s’inaridisce, non basterà il lamento di Proserpina, d’Anna e di Cerere ad intenerirlo. Addamo cadde a bocconi in terra quando si rialzò si trovò davanti al tempio di Giunone a Giurgenti issò gli occhi e vide Ibla che gli propense le braccia, s’alzò tremolante con il corpo ormai a brandelli, fece due passi e sentì i canti e le musiche dei popoli di tutta la terra che festeggiavano la primavera. Maria Maddalena stravolta correva, con le braccia alzate giù la valle, aveva trovato il sepolcro vuoto. Si voltò ancora una volta verso la dea Ibla e il buio invase tutto, solo un piccolo spiraglio di luce lasciava intravedere monaci benedettini intenti a cancellare antichi manoscritti, altri a distruggere statue e altri ancora, ad abbattere il grandioso tempio. Seguì quel barlume di luce e vide Ibla nell’ultima sua metamorfosi nella Madonna dell’Ascensione che gli disse: “Giura!†Peppuccio con il vestito della prima comunione, il giglio bianco in una mano, giunse le due dita li porto alla bocca e baciandoli ora di una parte ora nell’altra giurò: “Madunnuzza mia!†Pronunziate queste parole entrò nel tempio, da lì ascese al cielo seguendo la Madonna nella sua aureola di luce, attraversò l’universo intero come in un tunnel, mille galassie saettavano accanto quando quella luce incominciò ad invadere tutto il cosmo, cadde a testa in giù in un immenso oceano d’acqua. Sprofondato in quell’acqua, fu proprio ora che Addamo eiaculò, provò un senso di pace, intravedeva la luce ora tenue, un lieve calore lo ristorava ogni dolore era scomparso, una dolce melodia lo rassicurava, si sentiva protetto, nutrito, amato. Avvertiva che era ritornato nel grembo di sua madre dentro la persona che amava ed era amato; e la madre era la Madonna e la Madonna era il Creatore e Dio era donna e la donna era la sua fanciulla. Questa conoscenza fu la luce sopra l’abisso. Una dolce melodia emanata dalla zampogna di Pan, invase quel buio cosmico e apparse nel suo splendore cornuto, con gli zoccoli caprini, icona del male, che pregò il sommo Bene affinché germogli la primavera di Madre Terra. L’albero della conoscenza rifiorì e maturarono splendidi e golosi frutti, delle fiamme lo avvolsero senza consumarlo, ora era il roveto ardente da dove Mosè interloquì con Jahvè e tra quel fuoco s’intravide un viottolo di sangue e divenne croce, Addamo si avviò incontro e passando attraverso quelle fiamme si ritrovò nel tempio di Gesù davanti la sua fanciulla mentre stava abbassando lo sguardo rivolto verso l’alto e vide che lei prese le sembianze di Pan e in quelle parole di disprezzo ha visto quanto può fare male la forza di Madre Natura. Così si trovò fra gli strattoni dei fedeli che uscivano dalla chiesa riavutosi da quella crisi mistica, offeso e ridicolo per quello che gli era successo, mentre lei era scomparsa un’altra volta, non avendo la minima possibilità d’aprire bocca, ma poi, cosa dire?
Addamo dall’abisso della carne si ritrovò nel Cielo e dal Cielo si ritrovò nell’abisso della materia, come un cerchio che si chiude, così è stato il suo viaggio.

Una vita un attimo
Il tempo per il maestro Addamo correva come quel cielo sull’Etna nella visione. Avvolte, pensava come quell’attimo è durato così tanto, un attimo eterno! E come, viceversa, la sua vita era passata in fretta.
I primi anni aveva fatto supplenza a Lampedusa, dove i libri divennero compagni inseparabili. Leggeva di tutto, e non buttava mai un libro li conservava gelosamente, non li stropicciava, non li sottolineava, li lasciava come intatti, si affezionava tanto che non li prestava mai a nessuno. Aveva un segnalibro che come un amuleto passava da libro a libro, una volta l’aveva smarrito sopra il traghetto per Porto Empedocle ed era entrato in panico, poi finalmente lo rinvenne dentro un’insenatura del divano dov’era seduto e lo strinse forte con le dita, era una vecchia cartolina di Favara, dove s’intravedeva la chiesa della Grazia Vicina. Dopo sette anni di Lampedusa fu trasferito a Giurgenti nella scuola elementare del Viale. Grazie ad un continuo interessamento del padre che insistente chiedeva la raccomandazione all’arciprete in cambio dei voti per la democrazia cristiana. In quella scuola fu un pesce fuor d’acqua, i colleghi lo trattavano con distacco, persino i bidelli gli dicevano il minimo indispensabile. Eppure sorrideva a tutti in senso di apertura, nei primi tempi ha cercato di dialogare d’inserirsi, ma trovò un muro di gomma e di derisione. Ahimè, i giurgintani quando assumono quell’aria di signori, diventano spietati e spesso odiosi. Per fortuna aveva i suoi libri che non lo tradivano mai.
Abitava nel quartiere della Bibbiria, dove aveva acquistato un primo piano sopra una bottega alimentari e merceria, due stanzette, vi era pure un tetto morto, dove lui non saliva mai. Il balcone era grande, ma davanti a due metri c’era una casaccia enorme e ombrosa. Questa casa l’aveva acquistata dopo il decesso di tutte e due i genitori. Distanza di un anno dalla morte del padre, la madre entrò in uno stato di malinconia e a tal punto che seguì il marito. La sorella sposata gli fece capire che non era gradito a casa sua, come si suol dire l’ammuttava cu la funcia, intanto le proprietà di famiglia se le godeva. Ma la madre aveva lasciato un cospicuo libretto di risparmio postale a suo nome e vari titoli di stato. I genitori avevano fatto una vita di risparmi e il padre oltre settanta anni che ‘nvardava lu sceccu e andava in campagna prima che il sole si alzasse. La madre aveva notato questo disamore da parte della sorella e di nascosto aveva accumulato quel tesoro per il suo Peppuccio.
Il maestro Addamo era avaro ma veramente tirchio, tralasciamo il paltò grigio scuro che ormai era lucido, quando arrivava a Favara e visitava la sorella che cosa portava al nipotino? Quaderni e matite! Che poi non acquistava neanche, perché era il materiale didattico che doveva dare ai propri scolari. Proprio quel nipotino che con l’andare degli anni divenne nipotone e non volle saperne di studiare manco fallo a posta, probabilmente era allergico ad ogni forma di scrittura, guardava solo il calendarietto delle donnine nude che li dava il barbiere ogni anno a natale e poi basta.
Il suo giorno iniziava prestissimo puntualissimo alle 4 e45, apriva la finestra, sia in estate sia in inverno, per cambiare l’aria, caricava la piccola caffettiera, riscaldava il latte, sminuzzava il pane nella tazza metteva due cucchiai grandi di zucchero, aspettava il rigoglioso allegro caffè c’acchianava, versava tutto nel cicaruni preparato e mangiava, si lavava nel vacile di porcellana, leggeva qualcosa del giornale che aveva preso, ormai una consuetudine, la sera precedente nel circolo “Don Luigi Sturzoâ€, si vestiva, puntualmente alle sei usciva di casa passava nella chiesa di San Giuseppe, assisteva alla messa prendeva la comunione, attraversava la Via Atenea, scendeva per il viale della Vittoria dove aspettava che il bidello veniva ad aprire la scuola e così entrava. Solito inacidimento con i colleghi che ogni tanto sfogava con gli scolari, sgridandoli, dando voti cattivi e punendoli severamente, la sua classe era selezionata tra i più poveri e ripetenti, tranne qualche raccomandato che lui meschinamente trattava con i guanti gialli. Fine della scuola, ritorno a casa acquistava qualcosa e s’inventava da mangiare, poi finiva a pasta con olio, e due uova cucinati in diversi modi, infine un po’ di frutta. Piccole faccende di casa e pisolino quotidiano, sveglio si dedicava alla lettura e allo scrivere. Avvolte gli capitava, più di una volta, mettersi a pensare a voce alta e quando lui stesso si ascoltava, s’inquietava se quella, forse, poteva essere una forma di pazzia? Quante volte si estasiava a leggere opere di poesia, romanzi, saggi di filosofia e si preoccupava che la sua vita era così limitata per conoscere tutto quanto. Quando poi leggeva i romanzi, rideva piangeva s’inteneriva viveva in quel mondo e con quei personaggi. Ogni libro era serbato gelosamente in una vetrina, fin quando presero l’avvento e dominarono l’ambiente, ma lui era felice così. Poi quando scriveva si lusingava per la forma artificiosa, per i termini ricercati che adoperava, per i ragionamenti dove vi era tutto: filosofia, scienza, passione, vita! In quest’esaltazione, usciva andava a volte in parrocchia a dare una mano al parroco, e poi al circolo, dove riusciva a conversare di politica o d’altro con qualcuno. La sera a casa mentre faceva cena con qualche oliva, sarde salate, cipolle e aceto e pane, ascoltava la radio, comprata a Porto Empedocle quando tornò la prima volta da Lampedusa. Poi s’addormentava e al risveglio tutto da capo. Per tutta la vita è stata così, tranne qualche variante per le feste e per le occasioni straordinarie.
A questo punto viene da pensare: e di quella esperienza mistica cosa n’è stato? Intanto l’Amore per la fanciulletta non era cessato per nulla, anzi lo serbava dentro se come un grande tesoro e scriveva e riscriveva quell’attimo eterno. Avvolte lui stesso se ne dava spiegazioni razionali, ma non gli servivano. L’uomo Addamo ha sbagliato considerazione ponendosi come uomo-articolo (maestru di scola), ma il valore d’uso non è sufficiente a determinare il valore di scambio. In analisi, nel rito dell’innamoramento nei preliminari dell’animale uomo vi è: la fase del mettersi in mostra, e lui questo fece; attendere il primo consenso, e lei questo lo fece, anche se, forse, è stato un falso perché fu fatto per confondere il maschio e così difendersi; dopo il consenso c’è il richiamo, e lui questo fece chiamandola “Filippa…â€; attendere il secondo consenso, e lei questo fece con quell’espressione dello sguardo “ki bo?â€; penultima fase mostrare alla comunità che la femmina gli appartiene, e lui questo fece denotò il suo possesso toccandola. Qualcosa, però, non andò per il verso giusto, che c’entrava tutte quelle minchiazzonate di madonne e divinità di tarantelle sotto i templi e di minchiate galattiche? Quella eiaculazione senza nemmeno erezione e orgasmo? E poi lei, senza ne kitibbi e ne kitabbi, quelle parole offensive? Forse perché Peppuccio ha perduto tempo in mezzo alla gente a formulare la sua richiesta di fidanzamento? E di questo il maestro Addamo aveva un profondo risentimento, sarebbe stato meglio il pentimento d’averle dichiarato il suo amore, anche se la risposta fosse stata un “noâ€. Dal suo abisso gli è capitato di pensare che forse la fanciulletta aveva intuito quell’eiaculazione, possibile? Possibile che quell’apparente innocente creatura abbia avuto una tale malvagità? Subito cancellava, quell’orribile e imbarazzante ipotesi. Quell’Amore gli teneva compagnia, la sua immagine era come una “fiaccola†che gli mostrava la via per uscire dall’abisso, scriveva. Si, ma ne prendeva un’altra di via. Lui aveva sognato di trovarsi nella sua campagna, nel buio più completo sotto il solito carrubo, e lei apparse in tutta la sua bellezza, come una fiaccola accesa, tra lei e lui vi era l’abisso e gli indicava la via dell’Amore che era Dio. Certo in questo sogno vi sono tutte le figure archetipo dell’anima, ma non servirono a destarlo da quel Dio autoritario che metteva divieti e punizioni per ogni sua disubbidienza, un Dio che lo rendeva sempre più inutile, più meschino, più inetto, perché onnipotente onnisciente, cosa poteva lui? Solo con la sua grazia, con il suo aiuto, poteva acquistare vigore. Lui era in quel mare di solitudine, con quell’impotenza in quell’attimo così decisivo, che vinceva solo arrendendosi a Dio. Dio Padre, con la barba bianca e il vocione, lo ha creato e Dio Padre lo può distruggere quando vuole! La chiesa gli dava tutto, era parte di un gruppo, lo lavava dei peccati, gli dava un rito ricco di significati. Cos’era per lui quell’Amore che così ripiegava nella sua religione? La sottomissione servile, l’ingordigia emotiva, la passione di dominare, la sua pesante solitudine, e quello di credere che amava tutte le donne ma nello stesso tempo era difficilissimo essere ricambiato. Non si rendeva conto che era la sua capacità d’amare veramente era il suo limite! Qualsiasi cosa, causa il suo pensiero razionalizzante, gli scivolava dalla mente senza lasciare nessuna impronta, anzi per lui era opera di Satana. Lui, era quell’Adamo che ancora non aveva mangiato il frutto della conoscenza del bene e del male, si trovava nell’Eden con Eva senza foglia di fico, mentre pensava che quella peluria non era altro che la selva oscura.

La notte del serpente
La sua umile casa aveva dei punti di orientamento spirituale. In un angolo un ripiano con la Madonna Addolorata con tutte le sette spade infilzate nel cuore e il manto nero. Il capezzale con un Crocifisso colorato realistico di gesso con tutte le ferite rosse, i capelli e la barba nera e la fascia bianca, su una croce lignea di mezzo metro. La fotografia in una cornice ovale dei genitori. La finestra da dove il giorno e la notte si davano cambio. Un piccolo specchio sopra dove era collocato il vacile. E la fotografia incorniciata d’Alcide De Gasperi, presa alla sezione. Vi sembrerà strano, avvolte lui fuggiva da questi punti di orientamento spirituale e l’unica zona era il pianerottolo della scala tra l’altro strettissimo, scomodissimo perché chiudeva anche la porta, per qualche atto impuro. Il povero Addamo solo lì si sentiva meno osservato, era come sotto il carrubo, però con la porta chiusa lo spiazzo era vero ridotto, tanto che un giorno al momento culmine dell’atto, aveva messo il piede fuori il pianerottolo e si ruzzuliò misurando tutta la scala con la verga di fuori e le brache calate, si fermo battendo forte alla porta. Dentro la putìa sentirono il botto e s’avviarono preoccupati ad accertarsi cosa e stato, bussando ripetutamente alla porta, pronti a sfondarla a spallate, ma avvertirono Addamo dopo che rivenne tra gemiti e un filo di voce: “nenti, nentiâ€. Puntualmente andava a confessarsi e il buon parroco, ogni volta aveva pena per quell’uomo, che invece di mandarlo in pace l’avrebbe mandato volentieri a puttane.
Lui resisteva alle tentazioni, anche se il diavolo serpeggiava continuamente nella sua mente. Il mondo tutto ad un tratto cambiò. Fu quel 1968 che il suo muro di resistenza fu messo a dura prova e non bastarono rosari, preghiere e lunghe permanenze sul pianerottolo. Che cosa aveva inventato il diavolo per la donna? La minigonna! Femmine d’ogni tipo, grosse, magre, basse, alte, bionde, more, castane, rosse, tutte con le cosce di fuori. La passeggiata al Viale e in Via Atenea, era un continuo ribollire di sangue. Al circolo non si parlava altro che di femmine. Una sera aveva appuntato una teoria artificiosa, mischiando tutto. “La minigonna è stata inventata da qualche comunista ispirato direttamente da Satana per deviare gli uomini dalla dritta via!â€. Il fatto era, che a queste minchiate lui ci credeva veramente. Don Mimmo, uomo di mondo, con la sua lucida tigna e il corpo massiccio, assessore provinciale, giungendo le mani e tentennandole: “Provessù, ma se tutto quello che si vede è grazia di Dio…â€. L’avvocato Raffieli Testa, persona anziana, aveva due occhiali spessi da miope con una montatura d’osso di tartaruga, sospese di giocare a carte, per raccontare, con la sua oratoria tipica di un’accorata arringa, la storia del suo canarino. “Avevo un canarino giallo paglierino, con un canto dolce e melodico che rallegrava tutto il condominio, in gabbia ma felice saltellava da una parte e l’altra. Quattro anni per un canarino corrispondono l’età di un uomo sulle sessanta. Il poveretto non aveva mai conosciuto femmina. Mio fratello venuto a casa, mi propose di farlo accoppiare e mi regalò una canarina che era una delizia. A primo impatto il mio canarino l’osservava tutta, un giorno ho notato che incominciò l’accoppiamento. Il canarino era letteralmente impazzito, cantava, svolazzava e fotteva. Alla canarina non gli dava tempo di mangiare o di bere o di dondolarsi un po’, che il canarino gli saltava addosso e zu zu. Il canarino aveva scoperto la femmina e il trik trak quant’era bello! Di certo pensava, come aveva fatto fin a quell’età senza amore? Intanto, era diventato una vergogna, e poi, seguitando in quel modo indubitabilmente ci lasciava le penne. Così mi sono persuaso di dare in regalo la canarina. Rimase di nuovo solingo, s’acquattò, non cantava, non saltava, non si sostentava più. Ci volle l’istinto della conservazione a farlo ripigliare a mangiare, ma non cantò più come prima, ogni tanto un fischiettio melanconico. Signori ce da pervenire alle seguenti risoluzioni. Fin quando il canarino non aveva conosciuto femmina e provato il trik trak nella sua inconsapevolezza era raggiante, ma quando assaporò quel frutto delizioso, privatone, la vita era senza contenuto tanto che si stava lasciando morire. Ora caro maestro, per l’affetto che nutro verso la sua persona, si lasci tentare!â€
Ci fu un accenno di risata, ma i presenti si trattennero conoscendo quanto il maestro era permaloso. Se ne stette in silenzio allungando ancora di più la funcia e abbassando lo sguardo. Era evidente che l’avvocato l’aveva centrato a pieno. Così Lillo Ciampa, affarista in ‘ntrallazzi d’ogni genere, vestito a gran moda che sembrava un baronetto, la sigaretta sempre accesa tra le labbra, o tra l’indice e il pollice della destra, gli occhi a pampinedda e la camminata come se avvesse l’ovu ‘nculu, con la sua parlata ‘ncarcata avanzava la sua proposta. “A Porto Empedocle, proprio a l’acchianata di la Catina, c’è una signorina, Santina la sciannarisa, così brava e gentile… La casa ha un balconcino a piano terra, impossibile sbagliarsi perché come segnale c’è una cuttunina stesa nni la curdina, dal lato giallo quando è libera e da quello rosso quando ha visite, davanti la porta del balcone. Massima discrezione, pulizia e ku cincumilaliri vi rapi tutte le porte della felicità.†A questo punto Addamo capì che quella propaganda era diretta a lui, così ‘ngnutticò il giornale, lo mise sotto braccio e con un “Signori…†inboccò l’uscita.
La sera Addamo si appigliava ai suoi punti d’orientamento spirituale, ma ormai era in balia delle onde di quel mare in tempesta. Sembrava che il Crocifisso aveva voltato lo sguardo altrove. Mentre leggeva gli è sembrato di avere visto che i suoi genitori erano fotografati di spalle, possibile? Ma no! Non ha potuto fare almeno d’alzare gli occhi del libro e voltarsi a guardare inutilmente e si disse ad alta voce, cretino. La Madonna nel suo dolore guardava verso l’alto e per quella sera non ne voleva proprio sapere. S’alzò e si andò a lavare la faccia ma nello specchio si vide come un estraneo, e gli venne pena di se stesso. La finestra aveva già le ante chiuse. Anche l’onorevole sembrava che distorcesse la bocca. Nessun appiglio per quella notte, il serpente aveva preso interamente dominio, strisciando in ogni angolo della sua stanza e nella mente. Nel letto non riusciva a addormentarsi strizzava gli occhi e poi li spalancava nello spiraglio di luce della lampada votiva, sotto la foto dei genitori. Ripensava le angherie subite a scuola e il nervoso gli prendeva di più. Da qualche settimana era stata trasferita una maestra signorina di Raffadali, una certa Antonina La Porta, non era un fiore di donna, il tono della voce basso e rauco, il naso a pera, chiamiamolo nasone, di statura poco alta e camminava movendo la testa, portava sempre un cappello di panno color sabbia. La signorina Antonina aveva preso subito confidenza con lui e si trovarono spesso conversare sulle letture, su metodi d’insegnamento e circolari vari. Lei, da lontano, lo puntava con il naso, gli si piantava proprio davanti avvicinandogli con quella strana andatura e movimento di testa in avanti, lo fissava negli occhi e con quella voce che lo attizzava: “Peppuccio…†Lo chiamava proprio come sua madre. Non era gran che, ma a lui piacevano tutte le donne, queste donne che riuscivano ad amare gli uomini anche se sapevano che erano delle canaglie, o degli imbecilli, raramente amano i perdenti, stava riuscendo a ricredersi sul mondo. Nina era femmina. E in quei pochi giorni lei già aveva saltato i preliminari e insolitamente gli aveva fatto qualche apprezzamento. Non aveva tempo da perdere alle soglie dei quarantanni. Ma i progetti dei due furono subito distrutti al nascere dallo sfottò che cominciò prima lievemente e poi in maniera esorbitante da parte di tutti i colleghi e bidelli. Il più strunzu era Camillo, il gagà della scuola, gli s’avvicinava di dietro e all’orecchio gli imitava Nina: “Peppuccio… Vieni da me che ti apro la porta, anzi le porte…†E qui le oche delle sue colleghe scoppiavano a ridere. Addamo gli è capitato di odiare talmente Camillo da pensare più di una volta a qualche vendetta o pugno sul naso, ma non ebbe il coraggio nemmeno di reagire a parole, calpestando il suo orgoglio favarese.
Nella notte del serpente soffriva talmente che l’avrebbe anche ammazzato, spaventandosi subito di quell’idea terrifica.
Addamo decise di schivare Nina, fin quando quella, un giorno lo vide dall’altra parte del corridoio e ad alta voce gli ordinò: “Fermo!â€, così lo puntò con il naso, solita andatura gli si piazzò davanti: “Peppuccio… perché mi sfuggi? Siamo adulti tutte e due possiamo parlarci chiaramente, ci vediamo all’uscita?†Peppuccio si vedeva osservato dalle colleghe che sbirciavano da ogni fessura, così da vile e idiota, spavaldo gli disse alzando la voce: “Signorina La Porta, è più decente se non mi importuni più!†Nina gli voltò le spalle e si allontanò non riguardandolo più. Oh, come si odiò quel giorno, come si disperò, senza nessuno con chi sfogare magari parlando quella sua disavventura, l’aveva scritta in un quaderno ma poi la strappò e la bruciò, troppa vigliaccheria in quella storia, senza nessun alibi filosofico o teologico, aveva paragonato il suo ideale di donna, la fanciulletta con Nina, ma erano due cose distinte come paragonare un pesce con un topo, nulla reggeva. Stanco morto la notte del serpente finì addormentandosi, con il cervello a marmellata verso le tre. La mattina si svegliò appena aprì la finestra tra la luce del sole mattutino e il ribollire odoroso del caffè prese una drastica decisione pensando ad alta voce: “Questo pomeriggio sarò da Santina!â€
Quel giorno non voleva giungere a quell’ora fatidica, tutti i tempi si allungavano, nella testa quel serpente strisciava nei meandri da padrone. Uno scolaro interrogato di geografia riferì che la capitale della Romania era Roma e passò per buona.
Arrivato a casa non mangiò, si fece un’accurata pulizia soprattutto intima, si profumò, e mise il suo vestito buono. Prese la circolare e si trovò in Via Roma a Porto Empedocle. I marinisi sembrano napoletani, tutti lì a passeggiare lungo il corso o dentro i bar, pare sempre festa. Lui sceso dalla circolare, s’avviò guardando con circoscrizione, si vedeva osservato come se sapessero dello scopo della sua venuta, i marinisi lo guardavano e sogghignavano, si sotto i baffi sghignazzavano. Come imboccò l’Acchianata Catina vide subito il balcone e la cuttunina, purtroppo dal lato rosso. Lì davanti risoluto a non andare con le mani tutte sudate che lisciava continuamente e lo sguardo torbido, ogni tanto faceva due piccoli passi e si fermava a guardare. Dopo un po’, uscì un omone grande e grosso con il berretto di lana da marinaio che si grattava prima con una mano e dopo con l’altra in mezzo alle gambe. Lo guardò con disprezzo. Il marinaio soddisfatto, non curante di lui, appena vicino emise un roboante peto e salutò: “Buona sera!†Addamo preso di soprassalto con sdegno rispose al saluto. Finalmente quando rivolse lo sguardo alla cuttunina come per magia era già gialla e con il cuore sussultante s’avviò. Appena entrato sentì come una vocina: “Trasi ca staju vinennu!†C’era un letto matrimoniale, accanto un baule con sopra una bambola gigante vestita come una sciantosa francese di rosso con il cappellino, di quelle che si vincono con il sorteggio nelle feste di paese, un grande capezzale raffigurante la Sacra Famiglia. Un ambiente umile, ma con tanti oggetti e suppellettili inutili. Quando sbucò Santina vestita con una sopraveste rosa, un paio d’occhiali piccoli con una pesante montatura nera, gli è sembrata una bambina, ma i suoi modi di muoversi e il linguaggio lo fecero subito ricredere. “Kà si paga in anticipu, nesci li cincumilaliri e mettili ‘ncapu lu tavulu!†Addamo imbarazzato: “Certu, certu!†Prese le cinque carte da mille e li mise aperti a ventaglio sul tavolo. Senza ammettere repliche: “All’angulu c’è unni lavariti, si bo t’aiutu ju.â€
“Ma già mi sono lavato a casa…â€
“Si, ma a mmia ‘un m’interessa!†Addamo era preoccupato perché sentiva una fremente eccitazione ma senza nessun’erezione, e più si tormentava più cadeva nel baratro dell’impotenza. Santina, andò a chiudere l’uscio rimanendo con la penombra del lucernaio, si tolse la sopraveste posandola su una sedia rimanendo con le sole mutandine rosa, strane con i voilà. Addamo ora era davanti al mistero della donna, Santina non gli sembrava più una ragazzina, preso da un profondo turbamento si lasciò in balia delle sue maestranze. Santina è stata grande in tutti i sensi, è riuscita a metterlo a suo agio, anche se con qualche respiro di più se ne liberò in pochi minuti, in fondo in fondo per lei era lavoro, però con dignità come quello dei medici, quasi una missione, in ultimo lo congedò con una frase che lo battezzò uomo: “Tu fusti lu primu ca mi fici godiri veramenti!†Santina aveva capito che per quel strano cliente era la prima volta, anche se così in età avanzata. Addamo ricordava Santina bella dolce piccola ma formata tutta proporzionata con un seno grande e un po’ larga di spalle, quella frase con quella vocina lo rassicurò, gli fece cambiare volto e si accorse di quanto sudicio poteva essere quel paltò. Così come i serpenti cambiano pelle anche lui cambiò paltò, la stessa sera acquistò uno uguale. Guardava la gente ma non provava più odio, anzi sentiva di amarli, di amare le strade gli alberi, il cielo, le pietre.
Rientrato a casa prese strada il pentimento del peccato, pregò, chiese perdono al Crocifisso, alla Madonna, ai genitori, al buio della finestra, all’Onorevole De Gasperi e lavandosi la faccia si guardò allo specchio e si disse porco in tanti modi, ma appena si coricò s’addormentò come mai aveva fatto di un sonno benefico e profondo. Sognò o speculò nella sonnolenza, l’Eden, che poi era la sua campagna, dove lui Adamo davanti alla sua fanciulletta Eva senza foglia di fico e con tutta la selva oscura in bella vista, immobili con il cielo che correva sopra a loro due, ad un certo punto, Dio con la sua barba bianca e il suo vocione disse: “Si comincia o no?â€, con tutte e due le mani pigliò Eva, la guastò e la rimodellò come Santina, la quale prese l’iniziativa e il mondo degli uomini ebbe vita.
La mattina seguente in chiesa attese il parroco che non poteva più di quei rimorsi futili riferiti con puntiglio minuziosamente d’Addamo. Il parroco lo vide turbato, ma ben pettinato, rasato di tutto punto, con uno sguardo diverso dagli altri giorni, allora incuriosito e seccato, gli chiese: “Che c’è?â€
“Padre, mi deve confessare, subito!†Il pancione gli rialzava la tonica in avanti e a ciondoloni succube della sua missione s’avviò nel confessionale. Addamo riferì tutto con ricchezza di particolari sentimenti e impressioni. Concluse, con le mani giunte e abbassando pesantemente la testa: “Padre, Dio, può mai perdonarmi?â€
“Hai finito? Ego t’assolvo…â€
“Come? Nessuna penitenza?â€
“Si, un Padrenostro, Addamoo!!â€
Quel giorno Camillo stava per fare una battuta sul cappotto e sulla pettinatura, ma subito afferrandolo per il braccio e avvicinandosi, digrignando i denti, gli rispose: “Senti, qunn’è l’ura ca la finisci?†Così lo guardò interrogativo, aveva visto un nuovo maestro Addamo. Da quel giorno smise di molestarlo.
Addamo ritornò da Santina ogni inizio del mese, inserendo anche quell’esperienza sessuale nelle abitudini monotone della sua vita. Come ogni jornu di li morti andava in paese a portare i fiori ai genitori e parenti nel cimitero di Favara. Anche appesantito da gli anni, ogni anno che scendeva dalla corriera in paese, teneva in serbo una remota speranza di rincontrare la fanciulletta, cosa che non avvenne mai, scomparsa definitivamente.
In un altro suo libro “Il trionfo dell’Ideale†descrive d’averla vista, ma secondo me, è stata solo una parvenza.
Quel giorno a Giurgenti vi era stato il comizio di De Gasperi con corteo e trionfo della democrazia cristiana, ecco come descrive quel giorno a pagina 164: “Tutti gli amanti della verità, i figli della luce salirono sul carro dell’amore ed ebbe così inizio la marcia trionfale verso la meta, meta di verità, di luce e di amore. Erano tanti amori, tante intelligenze, tanti luci, che formavano un solo amore, una sola intelligenza ed una sola luce; erano tante creature e tanti spiriti, che avendo udito la voce dell’amore, marciavano tutti concordi ed unanimi e non avevano altro interesse ed altro fine, che difendere la verità e far valere i principi e i diritti dell’amore†A pagina 166: “Non più ingiustizie e timori ci molestavano ed inquietavano, non più perfidie ed incertezze ci angustiavamo e contristavamo, ma un mondo fatto più bello e più nuovo, ci rasserenava e consolava: la luce era in noi e le tenebre erano tutte sparite, le ombre diradate e dissipate.†Per lui la vittoria della democrazia cristiana era l’avvento del Regno dei Cieli, anzi Padre Eterno stesso era democratico cristiano, a pagina 169: “Ora Egli, dunque, è lassù, a guardarci giulivamente, quale Padre amoroso, come per dirmi che ci osserva tutti dall’alto, che guarda con occhio benigno la nostra amorosa impresa e da Lì ci ama, ci dirige e ci guida; ci da forza di andare avanti nell’amore… Egli stesso ci precede e muove sapientemente i nostri passi verso lo Amore†Io a questo punto aggiungere, verso la tangente e la speculazione… Continua così a pagina 170: “…ora gli uomini sembrano tutti spiritualizzati e rinnovati, tutti sono giusti e leali, tutti sanno che giustizia, rettitudine sincerità vogliono dire amore e perciò muovono i loro passi nell’amore. “ A pagina 174: “…una turba immensa di uomini illustri e di celesti spiriti, il cui fine altissimo era l’amore…†Il nostro maestro Giuseppe Addamo, c’è da pensare che non sapeva a chi aveva accanto, altro che ‘celesti spiriti’… Comunque per lui la presa di potere della democrazia cristiana era il trionfo del bene contro il male, in questa esaltazione De Gasperi era l’Agnello di Dio che scendeva trionfante dal Cielo e dall’alto vide la sua donna sorridente come la Madonna e scrive questi versi: “E allora si rinnova
L’antico, arcan prodigio
Che là nel Tempio bello
Le luci mie svelar.â€
Il suo pensiero razionalizzante era impermeabile a qualsiasi critica, scandalo o diniego. Solo dopo l’esperienza con Santina subì qualche variazione su il bene e il male degli uomini e delle donne, ma non sull’ideale politico, sull’amore per la fanciulletta o su Dio seduto su un trono di nuvoli e di cherubini nel Cielo.

Il giorno delle mosche
Le mosche volavano nel silenzio di quella mattina di luglio signore del tempo e dello spazio. Il maestro Addamo le osservava inerte, una stanchezza inesorabile lo aveva sopraffatto e se ne stava seduto al tavolo ingombrato d’oggetti d’ogni genere, bricioli di pane duro e il piatto ancora sporco del giorno prima. Mentre le mosche volavano, s’azzuffavano in volo, si posavano sul suo volto, anzi lo cannjavano imperturbate, a lui non interessava più niente di niente, si era stancato anche di cacciarle via dalla sua faccia, si era stancato di tutto. Pensava, ricordava, mentre con gli occhi vagava nella stanza. Guardava la scatola di cartone, posata sulla sedia, contenente i centottanta libri de –Il mio Amore Giovanile- dei duecento fatti stampare, riuscì a vendere e a regalare solo venti, tra cui il mio. Mi ricordo quando lo vidi entrare in classe quarta liceo, con quel suo paltò e gli occhetti vivaci, con quella pila di libri in mano, accompagnato dal vicepreside che c’invitava all’acquisto di quei libri, io incuriosito lo acquistai, 1650 lire, deriso dai compagni. Forse avrà girato tutte le scuole della città. Con quella manina s’afferrò i soldi e guardingo ebbe un’espressione di compiacenza. Questo libro mi ha dato, per tutti questi anni, un senso di colpa, perché era stato l’unico che avevo incominciato a leggere ma non ero riuscito a finire, perché palloso artificioso. Quando in questi giorni nella mente mi si piazzò lui, con il suo paltò, il suo viso scuro, i suoi piccoli occhi e il suo ardimentoso Amore, pensavo di scrivere il presente raccontino e cercai il libro, l’ho letto in un boccone e mi è piaciuto… Per questo i libri non si devono mai buttare via.
Dopo il pensionamento Addamo ha curato la stesura di questo libro, l’unico premio che si era fatto. Ha cercato di proporlo. In cartolibreria nemmeno uno, messi lì mesi e mesi e lì rimasti, tanto che poi se li ritirò rimettendoli nella scatola. Ha cercato di regalarlo a qualche conoscente che rifiutò per paura di pagarlo. Un mezzo scemo che frequentava il circolo, fu il suo unico lettore, diciamo vittima, glielo lesse e spiegò punto per punto, quello intontito trovò godimento per tutte quelle parole messe assieme per la passionalità di come s’esprimeva u provessuri, ogni tanto faceva cenno con la testa e diceva. “bravu!â€, “mii!†e “ma chi ci avi ‘ntesta provessù?â€.
Il 1996 era iniziato all’insegna del freddo, lo sentiva anche dentro, così usciva sempre più raramente, aveva perso il gusto alla lettura, eppure ci vedeva bene, ma non provava più interesse da dicembre che non apriva un libro, ascoltava quella vecchia radio dalla mattina alla sera, ora da qualche settimana neanche quella. La calura l’aveva vinto, affievolito, così scrutava quelle mosche felici di vivere. Il tavolo aveva un cassetto dove lui teneva il libretto postale, i titoli del tesoro alcune cose d’oro del padre e della madre, il suo diploma e una lettera, prestampata, di De Gasperi, poi soldi in banconote e monete. Vi era una vera fortuna! Quando era avvilito dalla vita, chiudeva le ante della finestra si metteva tutto davanti e totalizzava minuziosamente il suo avere e questo lo rinfrancava, mormorava fra i denti: “Se io volessi…â€, cosa?
La città, con i suoi mille rumori, era lontana, eppure lui li percepiva. Le voci del proprio quartiere, dei bambini che giocavano e s’azzuffavano come le mosche, e le madri che li richiamavano. Riusciva a capire dal tono del richiamo quale madre era del figlio che li prendeva: “Calogerì, smettila!â€, “Gianpaulu! Gianpaulu! Veni d’intra subitu!â€. Il maestro Addamo pensava che se i monelli non la smettessero fra poco scenderanno in strada anche le mamme a darsele di santa ragione, e sorrise lievemente.
Quel ronzio delle mosche gli ricordava le giornate in campagna quando si riposava ed era immerso nel silenzio e la testa era colma di pensieri come una botte piena di mosto, chissà quale vino ne sarebbe uscito? Quel vino è rimasto nella botte. Lui non ha avuto nessun coraggio a mostrarsi veramente agli altri, anche se agli altri non importasse più di tanto di capire come fosse fatto veramente Addamo. Uomo solo con tanto Amore da dare e che è rimasto nel suo cuore, forse perché le donne di quest’Amore non sanno che farsene… Addamo capì che stava giungendo alla fine, così penso di alzarsi per lavarsi il viso e adagiarsi al letto per morire magari con un po’ di contegno, appena all’in piedi, diede il primo passo e s’accatasciò sul pavimento, provò, riprovò ad alzarsi ma non ha avuto più la forza e sconfortato pianse. Dopo un po’ le mosche ritornarono a volargli a torno. Da quella posizione vide il gran disordine che regnava in quella casa. La sua mentalità contadina non gli faceva buttare quasi niente così vi erano ovunque inutili cianfrusaglie. Sotto il tavolo trovò il segnalibro, quella vecchia cartolina di Favara. Pensò la tomba dei suoi genitori sperando che anche lui sia messo lì, sempre che la sorella non gli faccia questo sgarbo. Pensò a sua sorella e gli rispuntarono le lacrime, per il rimpianto di un rapporto mancato, lui che non ha fatto niente per rinsaldare la famiglia, se ne stava a Giurgenti tra queste mura e in una vita passivamente abitudinaria. Ha trasformato tutto in una abitudine: Dio, la conoscenza, il lavoro, l’Ideale, l’Amore, il sesso. Per tutto vi era un tempo: una data e un orario. Ora non aveva nemmeno la forza di prendere un foglio di carta e una penna per scrivere una lettera di perdono alla sorella.
In quella cartolina scorgeva la chiesa du ‘nuculu, (detta così’ perché gli risiedeva un nucleo dei carabinieri), dove avvenne quell’incontro fatidico. Addamo sentiva il peso del rimpianto di non averle dichiarato apertamente con tutta la forza le sue intenzioni di fidanzamento, altro che Amore… Un no o un sì gli avrebbe dato un significato alla vita. Un uomo che deve vivere la sua vita che se ne fa della Verità? Quando basta un po’ di dignità. Pensava quella ragazza così bella, audace e dolce e in quel momento esasperato era un sorso d’acqua fresca, si sarà sposata, avrà avuto dei figli, si sarà allargata nei fianchi, si sarà imbruttita, ma lui la rivedeva in quello splendore di quel giorno come una dea pronta a sacrificarsi per la sua primavera, Eva che il Padre Eterno ha tratto dal suo ideale di donna.
Le mosche si posavano sulle sue lacrime, su gli occhi e succhiavano, sembrava che fossero mandati da Belzebù per torturarlo. Mentre sia affievoliva maggiormente come una lampada che va finendo l’olio un idea spaventosa lo scosse tutto: non gli importava un bel niente di Dio! Come dopo una vita di chiesa rosari e ostie, al momento culmine non ha più importanza se Dio esista o no? Ironia della sorte, i più incalliti peccatori, per il suo Dio bastava il pentimento delle colpe commesse e tutto sarebbe andato liscio avrebbero avuto il bollo sul passaporto per il paradiso. Lui, invece, provava solo rimpianto e risentimento per avere sciupato quella sua vita così meravigliosa nell’inedia di un giorno che finisce e un altro ne ricomincia. Di Dio nemmeno l’ombra, non aveva nessuna traccia. Da lontano scrutò un topo aggobbito e spelacchiato che si andava avvicinando, provò paura e mentre stava accennando un grido d’aiuto che non uscì mai si spense.
I vicini dopo giorni, sentirono il cattivo odore che usciva dalla sua casa così chiamarono la polizia. Lo trovarono rosicchiato dai topi. Informarono la sorella, prese la notizia come una seccatura, ma quando seppe il cospicuo lascito si mise a piangere a dirotto pensando come il fratello era morto miseramente. Dopo qualche mese Gaetanone butto fuori tutti quei libri dalla finestra al cassone della sua apa per andarli a buttare. I vicini di casa presero quelli con le copertine più belle, i quaderni neri, la scatola con i suoi libri furono tutti buttati insieme alla montagna di giornali e riviste e altri libri. Ripulì quell’umile casa e mise il cartello “SI VENDE†con il numero di telefono. La sorella lo volle nella tomba di famiglia così ogni due novembre gli portava un fiore ciascuno e gli accendeva una lumina.
Avrei il piacere di concludere che la fanciulletta, ora donna e madre, passando da lì davanti la tomba vedendo la foto di Addamo si soffermi per un attimo e guardandolo come lei sa gli dicesse, anche se non servirebbe, quel sì o no. Poi penso che magari in compagnia, di una sua figlia, le racconta la storia apostrofandola in questa maniera: “ Ah, talia ku c’è… Mischinu ka sutta vide è! Kistu mi stava facennu la dichiarazioni ma po arristà ammichialiddutu e finì. Prima mi chiamò e po un’appi curaggiu. Paci all’anima so! E menu mali ca ‘un parlà pirchì to patri, ca era appresso di mia, si mi vidiva ncuitata, gilusu comu era, ci satava di ‘ncoddu e ci avissu datu tanti di chiddi vastunati ca l’ammazzava tannu!â€.
Siculiana, 28 Aprile 2002.
Alphonse Doria















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giovedì, 27 gennaio 2005
IL PROFESSORE NANA’


Quando penso agli anni dell’elementare, penso alla mia prima ingiustizia subita da parte delle istituzioni e alla prima discriminazione sociale.
Erano i primi anni del 1960. Mio padre da poco era tornato dal Canada con idee nuove e fresche sull’elettronica, voleva riparare televisori e radio. Ma, per chi la radio e la televisione erano un altare sacro del progresso e del benessere, gli veniva duro affidarlo a lui, figlio di zappa terra. Lotta dura, che poi alla fine si rivelò vincente e lucrosa. Ma in quegli anni, nel piccolo borgo, la via si presentava difficile, anche per me che ero il figlio.
Se non ho avuto il concetto di classe sociale la scuola, subito, me lo insegnava, tanto perché le classi ogni anno venivano composte in base al ceto sociale, i figli dei dipendenti pubblici con i figli di dottori e figli di carabinieri, i figli di artigiani con i figli di commercianti, i figli di contadini con i figli di emigrati, poi vi era una classe dove mettevano lo scarto dello scarto, lì sono stato inserito io. Quella è stata la mia classe la più disagevole, tra compagni ripetenti e figli di proletari, per insegnanti supplenti di continuo.
Questa discriminazione diventerà ingiustizia nella seconda elementare, quando la classe delle famiglie differenziate e più povere è assegnata al maestro pazzo, u provessuri Nanà. E a nulla valsero le lamentele e le contestazioni della mia famiglia e di qualche altra. Ogni anno la scuola elementare del mio paese doveva sacrificare una ventina di bambini e più alla follia del professore Nanà.
Ed io? Io mi sentivo un diverso, uno che si poteva includere nella classe del professore Nanà, intuivo l’importanza di ciò in quei discorsi dei miei genitori, che ascoltavo senza dare all’occhio, facendo finta di non capire, come fanno spesso tutti i piccini. Questo sentirmi discriminato dalla scuola, perciò dalle istituzioni e dalla società, mi fece nascere un odio per il conformismo, per la borghesia in genere, tanto da andarmi a cercare qualche figlio di buona famiglia per picchiarlo e quante zuffe e quante botte!
Il primo giorno di scuola: la cartella di cartone colore marrone, i quaderni nuovi, la matita, la gomma, il tempera matita e una penna a sfera con la scatto che mi portò dalla Germania mio zio Bastiano. Molti accompagnati dalle madri che piangevano come vitelli portati al mattatoio, tanto faceva paura la cultura. Dall’alto della breve scalinata si affacciò il direttore con il seguito di maestri e bidello. La campanella suonò per l’attenzione, fecero l’appello fuori e ogni classe che era chiamata entrava in fila e con il massimo ordine e silenzio. La mia classe era vicina la direzione e accanto a quella del professore Nino, un omone più che robusto obeso ma coraggioso per un pronto intervento.
Seduti tutti nei banchi vi era un’aria carica di tensione in quell’attesa dell’inizio della lezione. Ci si guardava attorno muti, e chi più chi meno, spaventati, qualcuno piagnucolava e ogni tanto si sentiva un sommesso singulto. Il direttore, il bidello e il professore Nino parlottavano tra loro e una frase dell’ultimo mio lasciò impensierito: “Se sento qualche rumore inconsueto intervengo immediatamenteâ€.
Il professore Nanà arrivò come il vento. Indossava i pantaloni sopra la caviglia, scarponi da contadino, la giacca striminzita, una borsa di cuoio con due grosse tasche, un sorriso smagliante, la barba non rasata, due occhi colore del cielo d’aprile, i capelli erano corti e spettinati. Con movimenti poco armonici e veloci si avvicinò alla cattedra scaraventandoci la cartella sopra e sedendosi, aprì il registro e incominciò a fare l’appello, scherzò su i nomi e i cognomi, non ricordo più le battute, in particolare i nomi li leggeva in siciliano, questo ci scaricò della tensione e ci diede il buonumore. Quando poi il buonumore divenne baccano, il professore si mise a picchiare la mano sul tavolo violentemente incavolandosi in maniera terribile facendo rinascere a tutti noi il vecchio sgomento.
“Tu, che ti chiami Doria, vai ad acquistare i biscotti per tutti. Stai attento la marca: 'Doria'! Tieni i soldi e vai!â€
Non so perché, ma non mi faceva paura, proprio niente, nemmeno un briciolo e rassicuravo i compagni che in fondo lui non era cattivo, mi rassicurava il suo sguardo e quel viso di attore buono americano di quei film bianconero che vedevo in televisione.
I giorni passavano uno dopo l’altro in quella classe nella piena anarchia e con un terzo della classe d’acerrimi ripetenti che si assentavano perché già andava a lavorare in campagna ad aiutare il padre.
Un giorno assegnò una poesia che all’indomani né in seguito nessuno portò, tranne me, forse per quest’insolita simpatia per il professore Nanà. Da quel giorno sono stato l’alunno preferito e non solo mi guadagnai, quel giorno, un cinquecento lire d’argento, che la mia manina afferrò non riuscendo a chiuderla in pugno conscio a quell’età dell’idea del possesso molto forte e del potenziale d’acquisto di quella splendida moneta, ero ricco! Il professore mi chiese chi mi aveva aiutato, ed io benevolo, per non deluderlo gli risposi che era stata mia nonna. Il professore con espressioni abbastanza colorite e anche oscene fece apprezzamenti su mia nonna e sul suo sesso, tanto da essermi pentito con immediatezza d’averla nominata.
Da quel giorno benedetto ogni volta che m’incontravo per le strade il professore non mancava mai a darmi qualche soldo, a volte cinquanta lire e a volte cento.
Nella memoria mi è rimasto indelebile di lui l’odore che portava addosso acre di bevande alcoliche di vario genere. Spesso prima di arrivare a scuola si fermava nella bottega del vino nella piazzetta ‘Chianu’ dove si dava una prima caricata, poi con la bottiglia che portava in borsa continuava a bere sia per la strada ma anche in classe. Feci una deduzione, quando non bevevo era calmo e quando, invece, era pieno, aveva gli occhi rossi e sgranati, urlava, buttava i banchi in aria, ci minacciava: “Vi scannu comu cagnoli!â€.
Ricordo un giorno di pioggia, e quando da noi piove è raro che sia quella pioggia benedetta inzuppa villano, cioè leggera ma costante, invece piove a cielo rotto con fulmini e tuoni da fare spavento. Lui era entrato tutto bagnato con gli occhi rossi, il viso contratto dalla rabbia, gli aveva dato una maschera incattivita, urlava a più non posso minacce di ogni genere, chiuse tutte le finestre. Tre, quattro, dei miei compagni si misero a piangere a squarcia gola. Scaraventò i banchi dietro la porta bloccandola. Nel buio, ormai, si vedevano solo i suoi occhi rossi accesi e si udivano solo urla. Ed io, vi giuro, non ho provato una briciola di paura. Ad un tratto si sentivano grida dall’altra parte della porta, era il professore Nino con altri, spingevano fin quando sono riusciti ad entrare, accesero la luce, aprirono le finestre e dopo essersi accertati che non era successo niente, fecero allontanare il professore Nanà e ci lasciarono soli liquidandoci con la frase “fate quello che volete, ma in silenzioâ€.
Non ci mettevano insieme alle altre classi, come se fossimo infetti e nemmeno ci mandavano a casa per non spaventare le famiglie, perciò ci lasciavano soli, spesso ad azzuffarci tra noi.
Il professore Nanà aveva un rapporto molto particolare con i cani, quando passava per le strade era letteralmente assalito da tutti i cani che incontrava, ma in cambio li ammazzava. Ormai i miei compagni agricoli, avevano un buon cliente sicuro per i cuccioli e per i piccoli randagi che trovavano.
Ne acquistava uno lo metteva nella famosa borsa e ogni tanto dava qualche manata quando si lamentavano, li battezzava con un nome spesso preso tra i dirigenti nazionali del PCI, o da noti mafiosi locali, dopo un regolare processo da dove sicuramente ne uscivano rei, visto che lui era sia pubblico ministero che difesa nonché giudice, così li giustiziava. Si dice che l’impiccava. Quanta crudeltà, poveri cuccioli!
Questo aspetto politico del professore Nanà mi era sempre incuriosito, fino a pochi giorni fa, quando ero andato ad indagare, o per meglio dire a frugare nel suo cassetto.
Diceva spesso: “Comunismo di merda!â€, non perdeva l’occasione di urlarlo ovunque per le strade, dal suo balcone, a scuola, ovunque. Ma non solo, urlava pure: “Mafia di merda!†E nominava tutti i don che gli venivano in mente.
Lui abitava quasi di fronte al Circolo Garibaldi, frequentato da tutti i notabili del paese e anche da i don; quotidianamente si affacciava dal suo balcone e da lì ingiurie d’ogni genere, come: “Don … pezzu di merda! Tradituri! Garrusu!â€.
Tanto che pensarono di dargli una lezione, anche se era pazzo e aveva la licenza di potere gridare la verità che voleva. Con l’andare del tempo i don si erano seccati, così due uomini ai loro ordini si erano appostati dentro il Circolo quando passò se lo tirarono dentro e lo picchiarono tanto da farlo restare più di una settimana a letto. Ma questo non bastò a farlo smettere, perché la rabbia era così tanta, anche contro Togliatti, contro i comunisti e il comunismo tutto. Perciò aveva tutti contro: i cani, i mafiosi e i comunisti. Perché questa rabbia? La ho scoperta quando con disprezzo un opportunista comunista mi ha paragonato al professore Nanà.
Quel giorno ero andato alla scuola elementare per farmi pagare una fattura di riparazione di un televisore. Il bidello, l’usciere, non so che cosa, infilato lì dentro dal partito, che la sua famiglia insieme ad altre gestiva la segreteria locale come cosa propria, come vide la trinacria che porto come spillo sempre, mi disse: “A chi sini separatista comu lu pruvissuri Nanà? (Guardandomi dal basso in alto con lo sguardo stolto mentre zampettava su i tasti di una vecchia nera Olivetti) Cicero zà! Cicero zà! â€. Mi sono sentito esplodere dentro. Proprio lì, in quei locali della direzione, dove avevo avuto la mia prima ingiustizia, la mia prima discriminazione, accanto all’aula del professore Nanà, la stessa direzione dove un ignorante e imbecille è impiegato perché comunista, la stessa direzione dove lo stesso imbecille si prende la libertà di insultarmi volutamente per la mia scelta politica. Sono sicuro che nei miei occhi si sia accesa la stessa luce degli occhi del professore Nanà, in quell’attimo ero diventato il professore Nanà, avevo capito, avevo scoperto perché quella rabbia, quegli insulti, il suo alcolismo era quello dei vinti!
Il 1943 l’organizzazione del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia, un sogno ideologico, la riscoperta della propria Patria Sicilia, si espanse in tutta la Sicilia a macchia d’olio. I giornali ‘L’Ora’ dei Florio e il Giornale di Sicilia, pubblicavano titoloni in prima pagina inneggiando l’Indipendentismo e la figura di Finocchiaro Aprile. Grandi manifestazioni in tutti i paesi, la bandiera indipendentista della Sicilia sventolava ovunque, il grido dei Vespri era un motto, un 'pronti alle armi'. Contadini, operai, bottegai, dipendenti pubblici, professori, studenti liceali e universitari. Quattrocentottantamila tessere, una follia generale! Quasi tutti i sindaci indipendentisti. Il bombardamento prima dello sbarco degli alleati, atroce! Tanto che qualche anno fa, noi bambini quando vedevamo passare un aeroplano recitavamo questa filastrocca: “apparecchiu americanu jetta bummi e si nni và!â€.
La Seconda Guerra Mondiale ci ha lasciato in Sicilia con quarantacinquemila morti dimenticati, volutamente perché scomodi, dal fascismo e poi dall’antifascismo.
Ma gli Americani portarono il ddt, le caramelle, i cioccolati, le maccichi, le sigarette e il tradimento, perché in un batter d’occhi riorganizzarono gli zombi dei partiti politici, i sindacati, sovvenzionarono giornali e lottarono gli indipendentisti che apparentemente avevano stretto la mano in quanto unica forza politica organizzata in Sicilia perché gli altri vili e opportunisti erano tutti latitanti o fascisti.
Il nostro professore Nanà vide svanire il sogno dell’indipendentismo, si può dire da un giorno all’altro. I giornali si dimenticarono totalmente, come se non fosse mai esistito, anzi qualche trafiletto ne parlava come se fosse stato un momento di quattro esaltati politici, “pazzi!â€. I mafiosi diventarono democratici cristiani, i contadini comunisti e lui pazzo.
Nel ’47 Andrea Finocchiaro Aprile era venuto in paese a comiziale. C’è stato un corteo con bandiere slogano e la banda musicale che suonava l’inno de I Puritani di Bellini. Il giovane Nanà saltava dalla gioia. Comiziò in un balcone all’inizio della Via Roma. Accanto a Finocchiaro Aprile vi era un ufficiale in alta uniforme di carabinieri. La fantasia popolare immaginava che fosse Salvatore Giuliano con la divisa di colonnello dell’E.V.I.S. Ma questa notizia non ha fondamento storico, anzi era improbabile perché già c’era stata la spaccatura nel movimento e Giuliano aveva parteggiato per il MISDR.
Nanà esultava e gridava: “Cicero zà! Cicero zà!†La folla applaudiva tutta. Poi ad un tratto tutto era scomparso: dalla radio, dai giornali. Parlavano solo della strage di Portella della Ginestra. Giuliano, bandito separatista, alleato della mafia, che spara contro i contadini comunisti.
Tutto era finito, tutto era scomparso. Tutto è scomparso anche dagli archivi delle sedi dei giornali.
L’Intelligens Americana cancellò tutto ciò che riguardava la febbre indipendentista siciliana. E’ rimasta qualche vago ricordo o foto privata, ma di pubblico poco e niente.
Togliatti è venuto in Sicilia e ha tolto la Bandiera Siciliana ai Siciliani per dare loro quella comunista bolscevica, una lotta operaia ai contadini, un paio d’ali per emigrare nel nord e un treno per deportati. Questo perché bisognava cancellare un sogno di libertà di un Popolo, scomodo geograficamente nei patteggiamenti internazionali delle grandi potenze.
Canepa, Giuliano, Concetto Gallo, Varvaro, Finocchiaro Aprile, tutti cancellati dalla mente. Giuliano, ha avuto un trattamento speciale giacché rimaneva nel cuore del Popolo Siciliano e bisognava cancellarlo soprattutto lì. Ecco confezionata la prima strage di Stato, con l’aiuto degli infiltrati, per la mafia Passatempo detto il boia e per la polizia Salvatore Ferreri, detto Fra Diavolo. Gli unici che insisterono a portare con se armi idonei a coprire la distanza dalla postazione al piano dove erano le vittime. Furono pagati appena dopo con il piombo in fatidici e misteriosi scontri a fuoco con le forze dell’ordine per suggellare definitivamente il loro silenzio. Frà Diavolo, come asserisce lo storico Giuseppe Carrubea, fu ucciso a sangue freddo dall’allora capitano dei carabinieri Salvatore Giallobardo. L’ufficiale avrebbe ammazzato il bandito all’indomani della strage di Portella, nella caserma di Alcamo, perché sostiene lo storico, “era un testimone scomodo dei torbidi intrecci tra mafia, politica e banditismoâ€. Chissà cosa ne penserebbe l’ormai defunto professore Nanà delle perizie balistiche delle vittime di Portella delle Ginestre, risultati ad altezza d’uomo dove c’erano appostati don Ciccio Cuccia (amico di Girolamo Li Causi) e i suoi?
Lo stesso Li Causi che fu presidente della commissione su la strage di Portella. Lo stesso che Giuliano voleva giustiziare davanti il popolo di Portella e che non andò, forse informato, come anche lo stesso Francesco Renda che fatalmente incaricato di andarci, ci si guastò la moto e udì gli spari da lontano, guarda caso. Tutto fu archiviato con il segreto di stato fino al 2016.
Ormai, chi era diventato democratico cristiano, chi comunista, avevano voltato le spalle a Nanà, anzi lo deridevano, perché, povero stupido, non aveva capito che tutto era finito, tutto. E a questa rassegnazione, la storia c’insegna, che il Popolo Siciliano è abituato. Cade in questo stato di trans per interi secoli, per poi svegliarsi violentemente!
Prima il giovane Nanà, aveva subito un’altra delusione con una giovane collega di magistrale. Una passione travolgente, forte, ricambiata, ma poi finita, da un giorno all’altro, come un sogno dopo il risveglio. Possibile? Un giorno prima parole sussurrate, carezze, sorrisi, tutto meraviglioso e all’indomani tutto scomparso, ostile, senza una vera ragione. E non gli è valso rimanere notti dopo notti a chiedersi al buio il perché.
La loro storia d’amore era iniziata un giorno di sole mentre attendevano nell’atrio dell’istituto scolastico un gerarca fascista per un’esibizione ginnica. In quell’aria di festa nel mese di marzo quella natura esuberante che esplodeva in festa in ogni fiore, in ogni canto d’uccello, nell’aria e tra i suoi capelli, che un vento leggero alzava, Nanà s’innamorò. Anche lei rimase colpita da quell’ardore e da quello sguardo dove smarrire i propri sogni. Ma, si sa, gli amori giovanili, anche se avvolte lasciano segni indelebili, finiscono come bolle di sapone nell’aria, appunto di marzo. Il loro è stato un amore bello, sincero, di poesie, di carezze e di baci. Il loro amore sembrava eterno nei lunghi sguardi quando s’incontravano in corridoio, quando si scambiavano i bigliettini scritti fittamente in ogni parte, occupando qualsiasi angolino con la scritta “ti amoâ€. Quando quest’amore inspiegabilmente finì, lei non gli volle più parlare, guardare, incontrare, senza un vero addio, Nanà subì un esaurimento nervoso che lo costrinse a rimanere a casa quasi un mese.
Questa infedeltà della vita, questo mutare repentino e stravolgente della realtà, così particolarmente importante per lui, lo portò ad attaccarsi all’incoscienza dell’alcol, al torpore dei sensi. Poi risvegli dopo quell’effetto sempre più atroci. Le persone attorno indossò maschere tragiche e grottesche e inscenavano una farsa, tutte messie d’accordo contro di lui. Poi, non solo le persone ma anche gli eventi storici.
Un’altra mania del professore Nanà era quella di acquistare le radio portatili e di ascoltarle per le vie del paese ad alto volume sintonizzate nelle stazioni arabe, che qui da noi, manco a dirlo, si ricevono forte e chiare. Perciò quando si udiva tale radio prima che spuntasse si sapeva che stava per passare il professore Nanà.
Una volta in un abbeveratoio, dove alcuni contadini andavano con i propri somari e muli, si accorse che si beavano di quella musica sghignazzando sulla sua persona, così prese quella radio e la tuffò dentro e se ne andò insultandoli di quale maniera.
A volte imboccava scatole intere di pillole e gli scendeva la bava schiumosa dalla bocca , urlando per ogni cantone di strada le solite ingiurie. I monelli a branco lo perseguitavano, tirandogli addosso sassi, provavo pena e rabbia contro loro perché non lo lasciavano in pace. Una sera mentre lo perseguitavano in una viuzza buia, li attese all’angolo, si preparò due lacci di cotone infilati nel naso e gli diede fuoco, quei ragazzi vedendo quella strana immagine scapparono spaventati, ma quello scherzo servì solo quella volta.
Prima della fine dell’anno mi chiese, visto la mia frequenza in una sartoria, dove infilavo fili nell’ago sotto pagamento, ma in verità si divertivano con le mie marachelle, di ordinare vestiti per tutta la classe. Insieme acquistammo la stoffa, io chiedevo lo sconto, era grigia con fantasia scozzese. Poi organizzammo i gruppi per andare a prendere le misure. I pantaloni dovevano essere ad altezza di caviglia, come in fondo li portava lui, tanto che chi porta i pantaloni in quella maniera ancora oggi si dice ‘a la provessuri Nanà’. Ci comprò a tutti i cappelli di panno verde con la piuma. Nella foto di classe, appunto si vede lui con un bastone nodoso e alcuni di noi con i pantaloni di questo vestito.
Spesso se ne stava sopra qualche scoglio nel litorale a leggere di fronte allo sbuffare invernale del mare, sono sicuro che raggiungeva la sua calma, la sua quiete tra tanta bellezza.
Nessuno di noi avevamo subito violenza fisica dal professore Nanà. Personalmente un’esperienza di violenza fisica mi è rimasta. E’ stato in terza elementare quando, perché non ero in fila, un certo insegnante Gerlando D. mi prese a schiaffoni dicendomi: “Figlio di cane! Bastardo!â€. A quel punto mi sono tanto infuriato che cominciai a tirare calci e lui mi picchiò più forte, fino a quando il bidello non ci divise, avevo il cuore che mi stava scoppiando per il pianto. Per la società e per la scuola quello era un buon insegnante…
Quando è morto non sono voluto andare a vederlo per poterlo ricordare con il suo sorriso, il suo sguardo e i suoi occhi colore cielo d’aprile.

Siculiana, 22 giugno 1997
Alphonse Doria




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