I CARPOCRAZIANI
Di
Alphonse Doria
Siculiana, 19 febbraio 2007
“A costoro ci si deve opporre in ogni modo e interamente.
Perché, anche se dicessero qualcosa di vero,
chi ama la verità non deve, neppure in tal caso,
essere d’accordo con loro.
Perché non tutte le cose vere sono la verità,
e la verità che sembra vera secondo le opinioni umane
non dev’essere preferita alla verità vera,
quella in armonia con la fede. (…)
non si deve ammettere che il vangelo segreto è di Marco,
bensì lo si deve negare per giuramento.
Perché non tutto il vero dev’essere detto a tutti gli uomini”
Lettera Tito Flavio Clemente Alessandrino a Teodoro - II Secolo D.C.
-Morton Smith, Segret Gospel pp.14-
“La verità in ogni sua manifestazione filosofica non può essere soggetta a quotidiani mutamenti specialmente trattandosi dei principî per sé noti della ragione umana o di quelle asserzioni che poggiano tanto sulla sapienza dei secoli che sul consenso e sul fondamento anche della Rivelazione divina. Qualsiasi verità la mente umana con sincera ricerca ha potuto scoprire, non può essere in contrasto con la verità già acquisita; perché Dio, Somma Verità, ha creato e regge l'intelletto umano non affinché alle verità rettamente acquisite ogni giorno esso ne contrapponga altre nuove; ma affinché, rimossi gli errori che eventualmente vi si fossero insinuati, aggiunga verità a verità nel medesimo ordine e con la medesima organicità con cui vediamo costituita la natura stessa delle cose da cui la verità si attinge.”"HUMANI GENERIS" Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 22 del mese di Agosto dell'anno 1950, XII del Nostro Pontificato. PIO PP. XII
I
“Mu-ffùle-tta! Mu-ffùle-ttà!” Con una voce tra il grido soffocato in un farsetto, andava abbanniannu il picciotto del panificio tra il chiaro e scuro della mattina di quel 6 marzo del 1954 con la sua cesta di vinile sulle spalle. Entrato dentro il cortile San Leonardo, si andavano aprendo i gusci delle case nella freddura di quel mattino.
La zza Carmela affacciatasi guardò il cielo appiombato di nubi. Già da qualche giorno si chiedeva come mai non avesse visto o sentito don Albertu? Così guardò attentamente la porta della sua abitazione, fissò con cura e cambiò gli occhiali, mettendosi quelli nuovi, mentre si era esposta pure donna Nunziata, così chiese notizie a lei, la quale rispose nisba. Allora focalizzò su quella porta e notò che non era completamente chiusa, uscì ed andò a costatare. Si, la porta era aperta e non solo, era stata investita da una zaffata insopportabile. Chiamò la vicina, la quale appressandosi distorse il mus -Carmela, meglio che chiamiamo i carabinieri, qui c’è qualcosa di brutto!-
Subito dopo gli altri vicini si appressarono, incuriositi pure dalle esclamazioni di la zza Carmela che aveva fatto l’appello al completo di tutti i santi del paradiso.
Quando arrivarono i carabinieri, già si era radunata una piccola folla. Il brigadiere Gatto subito incominciò ad allontanare i curiosi, poi con uno spintone aprì la porta e non appena entrato fece marcia indietro per il forte fetore, così prese una boccata d’aria e con il fazzoletto su naso e bocca salì la scala, immediatamente aprì la finestra di scatto e ridiscese, paonazzo in viso e con il fiatone: -Vai a chiamare il maresciallo Scarpella! C’è un cadavere!-
La gente vicina, sentite quelle parole, incominciò a parlare animatamente ed ad agitarsi. Il brigadiere, con modi abbastanza decisi, allontanò fuori il cortile da dove si entrava tramite una piccola viuzza dalla via centrale che portava alla via intercomunale e ordinò al carabiniere Frisella di non fare passare nessuno. Subito arrivò il maresciallo, con i piedi che segnavano le dieci e dieci, dopo essersi consultato con il brigadiere ordinò di chiamare il comando di Agrigento, poi, salì sopra, e vide il cadavere in inizio di decomposizione, gonfio, di don Alberto Greco, nudo, sopra il letto, con i suoi attributi tagliati e messi sul comodino sopra la Bibbia. La stanza era allagata di sangue. Non vi erano segni di colluttazione, né sembrava nulla mancare. Il prete aveva ancora al suo polso l’orologio e il bracciale, nonché la bellissima collana con il pesante crocifisso, tutto in oro. A prima impressione sembrava proprio un delitto passionale, ma eseguito da incalliti carnefici. Il linguaggio era tipicamente dell’Onorata Società. Il maresciallo rifletteva che vi era del paradossale in quell’omicidio. Don Alberto Greco era portato in grande considerazione… E poi cosa mai avrebbe combinato di così pesante per meritarsi quella morte?
Il maresciallo Scarpella, aveva del comico quando camminava. Non si sa come mai l’Arma l’abbia preso, oppure sia stato un difetto che gli sia capitato dopo l’arruolamento? Intanto lo sfottò c’era, magari alle spalle, ma c’era e come. Capitava che si faceva qualche passeggiata pomeridiana con il segretario comunale, il quale pure lui buttava il piede sinistro un po’ per i fatti suoi. Tutt’e due in un sincronismo perfetto, passeggiavano per la piazza Vittorio Emanuele con il divertimento dei giovani del bar Trinacria da dietro la tentina. Ma insomma l’amicizia è come l’amore non si decide con chi.
Scarpella era un ottimo sbirro e questo difetto nel camminare andava a suo vantaggio perché i paesani ne ridevano e si prendevano confidenza, tralasciando le difese. Così qualche battuta di più, qualche sguardo o espressione, lui costruiva le conclusioni e i sospetti, facendone un bravo sbirro.
Il maresciallo, non ci andava proprio giù, che proprio di sabato debbano succedere questi intoppi ai suoi programmi. Aveva già organizzato una visita alla suocera, dove si andava a rifornire di quell’ottimo vino. Proprio questo pensiero lo fece riflettere ancor più su quello strano omicidio. Il modo di come fu commesso fa pensare ad una esecuzione dell’Onorata Società, ma che sia successo di venerdì è proprio strano. A Camico non era mai successo prima. Il venerdì era sacro, forse una tradizione araba, musulmana, chissà. Il fatto sta che la mafia non aveva mai agito di venerdì. Bisognava non dare niente per scontato.
Quel cortile era diventato meta di pellegrinaggio da parte di tanti curiosi: ragazzini, bambini, muratori, anziani, un affollarsi continuo, mentre arrivarono autorità di Girgenti, e quelli della Medicina Legale. Quel sabato è stato un vero inferno.
Un muro insormontabile di silenzio attorno a quel delitto. Il Circolo della Cultura e della Caccia era affollato più del solito, ma insolitamente silenzioso, si udiva ogni tanto lo schiaffo sul tavolo della carta di caduta del carricu fuori briscola, ma senza accompagnamento di battuta. I frequentatori aspettavano una parola, un battito di ciglia, un gesto della mano o della testa dal cavaliere Giacomo Galante. Lui sapeva di essere osservato e come ogni mattina, salutava tutti con il suo cappotto sulle spalle e di filato entrava nell’ufficio. Allora attendevano una visita risolutiva, ma solo normale amministrazione. Dal delitto erano passati già due giorni e il silenzio era sempre più pesante. Ora ogni tanto al Circolo faceva una visita fugace Tanu Ossu, poeta contadino. E fu proprio quel pomeriggio che si presentò al suo solitu:
A sti eccellenzi addumannu pirmissu
Prima ca trasu e fazzu un passu
Poviru di grana e riccu di spassu
Tutti mi chiamanu Tanu Ossu!
I soci, capirono che Tanu Ossu aveva sicuramente creato qualche verso per l’accaduto, e visto che la curiosità di quel delitto li stava mangiando vivi, trovarono un appiglio per potersi appiccicari, uno spiraglio per capirci qualche cosa. Sia lì dentro sia in tutto il paese era calata una auto censura rigida tale che si stentava a parlarne anche tra marito e moglie. Così u professuri Ennio Sanna s’improvvisò poeta:
Siti u benvenutu e aviti pirmissu!
Vuj ca vi chiamamu Tantu Ossu
E siti u’ veru maestru di versu
V’addumannu chi si dici arrassu
Di stu tristu gran scunquassu?
Allora Tanu Ossu, entrò e si posizionò a centro del salone, alzò la mano e impostandosi la voce così decantò:
L’anticu dici: monaci e parrini
Viditi la messa e stoccaci li rini.
Ma quarcunu senza rispettu
Pi la chiesa e i sacramenti
Scannà comu u’ porcu Don Arbertu
Tagliannuci i ciontuli pintenti
Omu di littra granni espertu
E c’è cu dici puru di lettu…
Tanu Ossu, con la coda dell’occhio, vide aprire la porta della presidenza, e la sua mano rimase sospesa in aria, la sua bocca aperta e senza saliva, non perché vide il cavaliere Galante, in quanto lo sapeva che c’era, ma per l’espressione che teneva il cavaliere.
-Continua, Tanu! Lo sai che mi piacciono i tuoi versi!
-Così finisce, per ora poi vediamo come va la storia e così continuerò.
Tanu Ossu, uscì facendo un semplice cenno della mano senza proferire parola alcuna. La poesia di fronte alcuni muore per paura di perdere la dignità.
Il cavaliere alzò la mano a mezz’aria e la lasciò cadere. Gli altri fecero una risata colma di significato. Come dire: “Talè! Si scantà del cavaliere…” oppure “la poesia continuava ma lui non ha avuto coraggio!”. Il cavaliere guardò i presenti lentamente nel viso mentre prolungavano quella gelida e artificiosa risatina, poi sentenziò: -Significa che aspetteremo la continua della poesia di Tanu Ossu, pazienza!- I soci, ridendo ancora un po’ ripresero i loro posti e a giocare. Il cavaliere chiamò al professore Sanna e mettendoselo a braccetto gli chiese cosa mai intendesse Tanu con quell’ultimo verso?
-Quale verso?
-quello che citava il letto…
-Ma no, cavalè, Tanu Ossu alcune volte per fare rima si vende pure la madre…
-Possibile…
-Per fare rima con Alberto parlò di letto.
-Ricordo bene, mi ha colpito che diceva grande esperto.
-Sempre per fare rima con don Alberto! E poi Vossia non lo sa che Tanu è un mancia preti comunista… Sempre dentro la camera del lavoro è. E’ uno di quelli che dice pane e lavoro! E poi si mancia il pane e lavoro non ne vuole mancu a brodu!
-Però… Provessù, tu lo hai conosciuto penso bene a don Alberto. Mi ricordo che hai fatto le recite insieme, poi vi siete allontanati, lo so. Come era?- Il cavaliere Galante, sempre sottobraccio, quasi con forza si trascinò sul divano in fondo alla sala. Sanna capì che non si poteva svincolare facilmente da quella presa e allora evitò di fare resistenza e sedettero, ma il cavaliere non lasciò il braccio, tanto da farli sembrare due fidanzati come erano seduti stretti l’uno a l’altro. Il cavaliere quando parlava con qualcuno anche se gli stava accanto come in questo caso, gli dava modo di fargli intendere che non lo guardasse, ma quando meno se lo aspettava lo fissava intensamente dentro gli occhi a volere scrutare i pensieri, perciò muoveva lentamente la testa quando bastava e con quegli occhi senza luce e le sopraciglia a cespugli infilzava il suo sguardo dentro la testa dell’interlocutore. Sanna si sentì a disagio e cominciò a provare caldo, ma era un pensatore e allora dopo avere farfugliato qualche consonante a casaccio riprese il controllo. Il professore sapeva che con quella gente, anche una taljata diversa o una parola detta a casaccio e che va a coincidere, guarda caso, con qualche fatto loro, si metteva in pericolo la propria vita. Allora bisognava stare attenti, riflettere e poi parlare.
-Cavalè, ma vossia sta parlando di cose antiche…
-Si, provessù, ma tanto che ci facciamo sta chiacchierata, per passare un po’ di tempo.
-Don Alberto, aveva una cultura da fare spavento. Non leggeva solo cose di chiesa, ma tutto e di più, pertanto poteva parlare di filosofia, di psicologia, di scienza. Don Alberto aveva due lauree: una in teologia e l’altra in lettere moderne. Parlava e scriveva in inglese come l’italiano.
-Si, mi ricordo quando sbarcarono gli americani, arrivarono qui, a Camico, con un carro armato volevano cannoneggiare prima di entrare in paese con l’autocolonna, per paura di fascisti o peggio ancora nazisti. Lui, coraggiosamente, prese un fazzoletto bianco lo legò in testa alla croce del Crocifisso e gli andò in contro, parlò con loro rassicurandoli, così si convinsero, entrarono e si fece gran festa. Con gli americani vi era un figlio di siciliani e quando parlava in siciliano si capiva meno di quando parlava americano. Diceva solo paisà paisà!- Rise di cuore il cavaliere forse perché ricordava quella manciata di anni addietro. Fece eco a quella risata Sanna.
Il Circolo della Cultura da pochissimo aveva aggiunto pure la parola Caccia. L’evento della caduta della monarchia aveva stravolto pure Camico. Il cavaliere Giacomo Galante era un omone alto un metro e ottanta, uno di quei uomini di fiducia del barone Morello che sapeva suonare il pianoforte abbastanza bene. Per pianoforte si intende la figura allegorica. Lui diceva che nel pianoforte vi erano i tasti neri e quelli bianchi e lui sapeva suonare sia gli uni che gli altri. E quando qualcuno non ascoltava la musica con i tasti bianchi allora suonava quelli neri e di sicuro la ‘ntisa ci viniva. Con la riforma agraria e l’ERAS, il cavaliere Galante ha costruito la sua fortuna nel giro di qualche anno! Tra alcuni apprezzamenti di terreno che il barone gli ha voluto donare, quando spezzettò il suo feudo a parenti e amici per evitare gli espropri e quei terreni che riuscì a prenderne possesso assegnate. Il cavaliere Galante era l’uomo nuovo, con il suo bel scudo crociato all’occhiello, in mezzo ai signori e capo indiscutibile della ormai “invisibile, inesistente” Onorata Società divenuta mafia, presidente del comitato dei festeggiamenti dell’Assunta.
Questo delitto di don Alberto, non solo era un mistero, ma un grosso macigno caduto al centro del suo microcosmo creando danni e disordine. Si chiedeva chi mai aveva potuto compiere quel delitto a sua insaputa? Qualcuno che non solo non ha tenuto conto del suo potere, ma che lo ha voluto mettere nei guai più seri, proprio in questa fase di pulizia, di invisibilità. Era la prima volta che si trovava veramente a disagio. E poi ad un membro della Chiesa… Quasi a volere smentire le parole dell’Arcivescovo di Palermo. Andava proprio a favore come se fosse una manovra politica dei comunisti! Questi ragionamenti frullavano nella testa del cavaliere Galante, si aspettava la visita, o la telefonata di qualche onorevole, per chiarimenti. Il problema più grosso del cavaliere era quella della sua completa ignoranza. Buio completo!
Con la coda dell’occhio Nardu Sirraculu guardava il suo amico Sanna, in quella stretta che non gli lasciava scampo, con lo sguardo perso e il viso paonazzo in una smorfia che doveva essere un sorriso, poi si voltò e continuò a giocare.
-Provessù, ma chi successi che vi siete allontanato dalla chiesa, tanto da non andarci neanche per la santa pasqua?
-Cavalè, certe cose finiscono come cominciano…
-Sarà… - Il cavaliere non si convinceva, anzi, il tono della voce del professore Sanna lo tradiva. Lo stato d’ansia e lo sguardo perso, nascondevano qualcosa di profondo. Sapeva e non parlava. Cosa sapeva? Cosa non diceva? Lo lasciò lì sprofondato su quel divano con la pressione a tre mila, si alzò e guadando tutta la compagnia senza voltarsi gli disse: -Provessù, scusassi per averlo importunato, questa morte è un grande dispiacere per tutta Camico!
Sanna farfuglio alcune parole incomprensibili ed emise un profondo sospiro. Il cavaliere così uscì dal Circol -Signori! Salutamu!
Gli assabenedica e i buongiorno scoccarono da tutte le parti. Andò dritto a casa, abitava proprio all’inizio della Via Crispi. Era solito attraversare la piazza rispondendo a tutti chinando la testa, altre volte facendo finta di non vedere, con quegli occhiali scuri e larghi e un pedi scippa e l’atru chianta appena voltava la stratuzza e arrivava a casa. Trovò la criata che sbraitava sul pianerottolo della scala con una vicina che aveva portato un fascio di verdura e aveva sporcato la scala appena lavata. Come entrato il cavaliere tutte e due si ammutolirono, e non curante salì per lo studio, si affacciò alla finestra e guardò lungo la strada piena di fossi, pensò fra se che in breve quella doveva essere sistemata con i basuli di Catania. Un’opera che dovrà durare per sempre. Si affacciò dalla porta e ancora si udiva la criata borbottare:
-Assuntì!- Echeggiò nella tromba delle scale la sua voce gutturale e in farsetto, lei si alzò le vesti e a gambe levate in un fulmine fu davanti la porta:
-Cavalè c’avi bisognu?
-Vaa ni donna Antunietta e dille che voglio parlare a suo marito, subito!
Assuntina si tolse il grembiule lo poggiò sopra la cassa panca dell’atrio e uscì di corsa, prese le viuzze laterali a piazza Vittorio Emanuele, come le aveva insegnato il cavaliere, per non farsi vedere da occhi che non dovevano vedere e fu nel cortile di donna Antonietta, salì le larghe scale e trovò donna Antonietta che stava spicchiannu dei piselli seduta davanti la porta, beandosi di quel tepore del sole. Donna Antonietta, intese bene lo scopo della visita e nemmeno la fece spiegare, con il suo fare benevole, la fece accomodare e le chiese di lei e dei suoi parenti sulla salute e le varie vicissitudine di quei giorni. Quel cortile era così animato che bastò un niente per crearsi un piccolo rutulacchiu attorno ad Assuntina.
Prima di pranzo arrivò il marito di donna Antonietta dal cavaliere Galante. Accomodatosi in ufficio il cavaliere subito chiese se fosse trapelato qualcosa di quel delitto.
-Cavaliere, nessuno ne sa niente!
-Il professore Sanna… che uomo è?
-Uomo di lettera, tranquillo.
-Lo so, ma voglio sapere di più. Ha una fimmina?
-Sta con sua madre, e quanto sembra a lei non va a genio nessuna. Nessuna è a livello del figlio c’arriniscì maestro. Perché vossia pensa ca u provessuri Sanna…
-Questo delitto è più grave di quanto si possa pensare. Ci vorrà poco e avrò addosso la liggi, l’onorevuli e u viscuvu! Cosa rispondo? Nenti sacciu! Vui sapiti di sicuru stu parrinu chi faciva, parlati anche cose che possano sembrare stupide, inutili.
-A dire la verità, il suo atteggiamento quando arrivò sembrò a tutti strano, perché s’interessava di tutto e di tutti, anche di quelli che di chiesa non ne mangiavano. L’arciprete incominciò a tirare calci come u’ mulu malu. Ma la sua popolarità era sempre crescente. Incominciò a fare teatro con tutta quella fame che c’era e poi quando arrivarono gli americani…
Lo interruppe bruscamente: -Lo so, lo so! Ma io voglio sapere, cu li fimmini! Gli hanno tagliato tutto! E’ stato un delitto d’onore. Di corna!
Furono interrotti dal bussare insistente alla porta.
-Chi c’è!
Entra Assuntina con un avviso di una telefonata al telegrafo.
-Neanche la raccomandazione di un ministro ci può per avere il telefono a casa!
Il cavaliere andava ben volentieri al telegrafo perché era gestito da Rosangela. Una rossa trentenne con una troffa di capiddi rizzi, na facciuzza di purcillana che a volte era costellata di lentiggini, a secondo della giornata, na taljata impertinente che lo faceva intorpidire, tanto da renderlo irriconoscibile a se stesso. Quando usciva da lì dentro pensava: “possibile che io abbia potuto dire quelle cose? Possibile che proprio io mi sia comportato in questo modo?” Altro che, il cavaliere diventava ragazzino davanti a Rosangela. L’altra volta mentre lei era indenta a leggere il suo fotoromanzo di Cine Illustrato, e il cavaliere aspettava che arrivasse la telefonata si è sentito prendere da un fuoco e un turbamento che gli fece dimenticare chi era e tutto ad un botto la chiamò con una voce irriconoscibile:
-Rosangela!
Lei alzò gli occhi e lo guardò come se avesse capito già cosa le doveva dire. Lui, ormai in balia della sua voglia incontenibile continuò:
-Hai mai pensato di tradire tuo marito?
Lei accennò una lieve smorfia di sorriso, e continuò a leggere Senso con Alida Valli. Il cavaliere ebbe modo di riflettere su tutto quello scompiglio che aveva dentro, rimase immobile, si sentì leggero, quasi come se non sentisse più il peso del suo corpo e un istante dopo atterrò. Diventò rosso come un ragazzino, si voltò verso la porta e il trillo del telefono alle spalle lo fece sussultare di spaventò.
-Cavaliere la sua chiamata da Roma!
Rosangela con tono professionale da telefonista gli passo la linea alla cabina. Il cavaliere si rotolò dentro chiudendosi per bene la porta, ma lei non ha potuto fare a meno di ascoltare il cavaliere, in quel silenzioso e strano giorno.
-Mi sto interessando anima e corpo… Capisco!
Così Rosangela prese la cuffia, ficcò dentro lo spinotto e udì l’interlocutore con voce possente e dominante.
-Cavaliere, lei mi sta dicendo che non è venuto a capo, in poche parole, lei non sa! Non sa niente!
-Eccellenza… E’ un caso strano, stranissimo… ma…
Fu interrotto bruscamente
-Tutto è strano in Sicilia! Ma il vostro ruolo è occuparsi di questa stranezza! Significa che c’è qualcuno che sa occuparsene meglio di voi! Lo sa che significa? che abbiamo addosso tutti: comunisti in capo! Oltre le telefonate dell’arcivescovo. Lei s’immagini caro cavaliere che è venuto a trovarmi per questo delitto uno strano individuo dell’ambasciata americana.
-Pure l’America!
-Cavaliere, si muova! Per il bene del partito, si muova!
Chiuse di colpo il telefono. Rosangela, velocemente appoggiò la cuffia e tolse lo spinotto, riprese il giornale facendo finta di leggere. Ma il cavaliere perse tempo ad uscire, più di un minuto, tanto che lei si preoccupò; poi paonazzo, con il fazzoletto che si asciugava il volto, timidamente si affacciò dalla cabina e frettolosamente uscì fuori salutando con un misero buongiorno. Vagava nella testa del cavaliere: “in poche parole, lei non sa! Non sa niente!”. Gli rimbombava la parola niente con quella i strascinata come se fosse un pesce stricatu in faccia, sapeva di sdegno, dentro percepiva la delusione amara dell’interlocutore. Altro che Rosangela, se l’era dimenticata di botto. Ritornò a casa, si mise la giacca da camera, le pantofole e piombò nella poltrona del suo studio, da lì non uscì nemmeno per pranzare, fece bollire per bene tutt idee, ricordi, parole, cenni che riguardavano don Alberto. Rimase lì, così, per ore e ore.
…
Il maresciallo era salito su, nella chiesa Madre a piedi a trovare l’arciprete. La chiesa era aperta ma tutta al buio e completamente vuota. Così, si tolse il cappello e con quella sua camminata si avviò. Sentiva un bisbiglio lontano, sicuro proveniva dalla sacrestia. Guardava i santi e sembravano proprio loro bisbigliare qualche segreto riguardante don Alberto, lui proseguì e davanti la sacrestia prima di entrare origliò un po’. Sembrava la voce del sacrestano con l’arciprete. Il sacrestano che chiedeva arrabbiat
-Ma io c’ha diri?
-Nenti! Nenti!
Era la voce risoluta e seccata dell’arciprete. A questo punto il maresciallo capì che, vuoi la coincidenza, vuoi qualche santo arrabbiato nero, forse San Calò, era arrivato al momento giusto. A pensarci anche le coincidenze qualcuno dice che sono dei piccoli miracoli. Allora muove un altro passo per togliersi dalla visibilità della porta e quel piede che volgeva ad allargarsi investe una campanella proprio sotto il banco facendola finire con gran fracasso proprio dentro la sacrestia. L’arciprete e il sacrestano si sono terrorizzati, tanto che all’unisono urlarono a più non posso.
-Cu c’è ddocu?
Con voce stridula gridò l’arciprete e guadando verso l’uscio, ma non muovendosi nemmeno un passo.
S’affacciò il maresciallo, con una espressione da imbecille: -Buon giorno, disturbo?
-Mi avete fatto prendere un colpo! Entrate, che cercate?-
Sbuffò fuori tutta l’aria e si rilassò, nonostante il tono seccato delle parole.
-Patri Arciprè, non ho potuto fare a meno di ascoltare le vostre parole e sinceramente li ho collegati all’omicidio di don Alberto… Sa, ci stiamo impazzendo un po’ tutti ed un piccolo aiuto, na lantirnedda…
-Marascià, Sono a sua completa disposizione, ma cosa vuole, don Alberto è stato uno di quei preti giovani, saputelli, che a noi anziani ci rispettano, si, ma tenendoci alla larga.
-Un po’ come i nostri giovani carabinieri, sono più istruiti di noi e rispettandoci, tengono quel sorrisino stampato in faccia come per ricordarci la nostra inferiorità d’istruzione.
-Così così! –Approvò l’arciprete, poi si rivolse al sacrestan -E tu che fai? Vai, vai!
-Mi deve perdonare se insisto, ma quel suo nenti nenti era riferito a don Alberto?
Il sacrestano dava un occhiata al prete e l’altra al carabiniere, con la testa chinata e le mani nelle mani, ricurvo come un riccio chiuso per difesa. Il maresciallo lo guardava con la coda dell’occhio, mentre l’arciprete lo prese per una spalla e con tono seccato gli disse:
-Ancora qua sei? Devi andare a sistemare l’altare, corri!
Il sacrestano così andò via di corsa. Il maresciallo pensò “vai, tanto è meglio così, che non ascolti cosa mi dice questo qua!”
-Ma vede caro maresciallo, la chiesa ha i suoi segreti, mentre noi preti, abbiamo giurato a tenerli tali e svelarli solo a Dio, quelli che la frequentano come il sacrestano che per un incidente vengono a sapere, viene più difficile mantenere il riserbo. Comunque quello che lei per una fatale coincidenza (sottolineò con una cantilena) ha ascoltato non c’entra niente con don Alberto. Parola di uomo di Dio!
Il maresciallo capì che non si ricava un ragno dal buco così mentre pensava di andare a fare due discorseti con il sacrestano che non aveva nessun obbligo con Dio, cercò di avere magari qualche altro dato in più, così mentre guardava un vescovo appeso lì ben incorniciato con quella faccia volpina e con gli occhi a volere penetrare nell’anima a chiunque, chiese:
-Don Alberto, aveva avuto delle questioni cu vossia?
-Ma chi questioni… modi diversi di vedere le cose! (Con palese imbarazzo, mentre il maresciallo gli aveva puntato gli occhi peggio di quelli del vescovo) Lui aveva l’abitudine di dare confidenza a tutti, boni e tinti, ricchi e poveri. Andava a mangiare da chiunque e ovunque. Questo io gliel’ho contestato e lui spiritosamente mi rispondeva con il vangelo, di Gesù e i pubblicani, di Gesù e le meretrici. L’ho fatto presente pure al nostro vescovo, e quanto ne so è stato pure richiamato dalla curia. Ma non ha cambiato minimamente atteggiamento, anzi, chiunque, pizzenti, farabutti, fimmini, addevi, cude’ghiè, si prendevano delle confidenze senza riguardo.
- Mi scusassi, ma un parrinu, non deve essere così come don Alberto?
- Un sacerdote si deve distaccare dalla massa, è un ministro di Dio! Non può volgarizzare la sua missione dando confidenza alla plebaglia, perché ad un tratto la sua persona non varrà più niente. Ad esempio, lei, comandante della caserma di Camico, alla tutela della Legge di questo paese se lo invitasse a mangiare Carcaciumi[1] accetterebbe!
- Beh! (si mise a disagio il maresciallo)
- Lui si! Anzi le dico che mi hanno riferito, donne timorate di Dio, che lo hanno visto uscire di notte inoltrata dalla sua casa, pazzesco! Inaudito! (E allargava le braccia l’arciprete facendosi rosso in volto) Poi succedono le cose… Succedono quando non si sta a suo posto, a fare la propria parte. Lui era un sacerdote doveva fare il sacerdote! Punto e basta!
- Grazie, le faremo sapere, Assabenedica!-
- Santo!
Si congedò il maresciallo e fece finta di andare via, quando l’arciprete rientrò nella sacrestia a piede leggio ritornò indietro verso l’altare maggiore dove il sacrestano armeggiava con vasi e candelabri.
-Prima di andare lo volevo salutare.
Il sacrestano fu preso di sorpresa, aveva notato il maresciallo che stava andando via e non si aspettava di sentire parlare alle spalle.
-Marascià! Mi stava facennu veniri un corpu!
-Mi deve scusare, beh, vado… Buon giorno!
-Bon giornu, bon giornu!-
Seccato si rimise a posizionare il vaso, poi si voltò e vide che ancora era dietro che guardava, allora diede una sbirciata e continuò a lavorare, però capì che gli doveva chiedere qualcosa.
-Lei con don Alberto aveva buoni rapporti?
-Certu, portavo messaggi dall’uno all’altro. Io ero il loro telegrafo, perché non si parlavano, anche quando erano di presenza. L’arciprete doveva dirgli qualche cosa e lo diceva a me e così faceva l’altro, un gran rompimento di minchia!
A questo punto si fece la croce, si mise in ginocchio e si rifece un’altra volta la croce
–Mi deve scusare, marascià, ma quando scappa scappa.
-Non vi preoccupate u Signuri, vidi tutto e sapi tutto. Come vi è finita con quella storia con il vostro vicino?
-Quel fetente che mi ha denunciato, insistendo che gli ho rubato il cane. E che me ne facevo del cane? A caccia non ci vado, campagna non ne ho, e neanche me ne portò mia moglie…
Il maresciallo incominciò a guardarsi il berretto come a volergli sottolineare quello che era e rappresentava, così incominciò a serpeggiare:
-Si… però… Lui asserisce che lo avete rubato e poi venduto ad uno di Ribera…
Il sacrestano incominciò a sudare e a muovere gli occhi velocemente a destra e a sinistra, lo aveva turbato il particolare di Ribera, allora incominciò a giurare su Dio!
-Ma io ho tutto in mano, e una brava persona come lei di sicuro, nun avi aviri scantu… Perciò, torniamo alle cose importanti. Questo don Alberto, che tipo era?
-Parrinu era, e chistu era veramente speciali!
-Vicè! Vicè!
L’arciprete arriva e vede il maresciallo, con tono molto seccato
-Ma lei ancora qua è?
-Stavo scambiando due parole con il signor Vincenzo… Non si preoccupi, sto andando via.
-No, per me può restare, anzi, sto uscendo… Vicè, mi raccomando… L’altare!
-In che senso speciale? Si spieghi meglio.
-Gli volevano bene tutti: granni, niki, fimmini, masculi, vecchi e picciotti, scarsi e ricchi. Tutti!
-E questo lo sapevo pure io, così deve essere un prete, però… tutti tranne un il suo capo!
-Ma niente era, il loro rapporto era come Rinaldo e Orlando!
-Che significa?
-Il nuovo e il vecchio!
-Ma ancora non ho capito questa specialità di don Alberto?
-L’anno scorso verso maggio, ha organizzato con un gruppo di picciotti e picciotte una sviticchiata, a mari, ad Eraclea Minua, per andare a visitare gli scavi della vecchia città. Come mi sono divertito questo giorno, lo ricorderò per tutta la vita. Kuddiruna, pizzi, ‘mbuglilati, cosi duci e vinu. Ognunu purtà qualche cosa. L’odore del mare, dei fiori… Che giornata! Lì c’erano i professori che scavavano e ricordo pure che tra loro litigavano. Prima di mangiare, in mezzo a quelle pietre don Alberto ha celebrato pure la messa, cosa che a me sembrò pazzigna, però fu pure bello. Poi abbiamo mangiato, io mi sbracai… e dopo a gruppetti se ne stava a chiacchierare. Mi sono andato a coricare sotto una gruca. Avvinazzato come ero mi stava addormentando, quando incominciai a sentire un ciciuliu. Siccome c’era il ridosso e loro erano dall’altra parte, non ero visto, ma quando incominciai ad ascoltare parole infuocate allora ho alzato gli occhi e vidi… Senta se vuole che dobbiamo continuare a parlare, da qui ci dobbiamo togliere, per rispetto al Sancta Sactorum.
-Giusto!
Così si misero seduti comodi dietro l’organo della chiesa.
-Lui le diceva: “Sei bella, bellissima!” E lei rispondeva che non riusciva più a dormire pensandolo ogni notte. Insomma frik e frak, la cosa divenne casda! Ma io ascoltavo e non vedevo perché se avessi alzato solo un po’ la testa lui mi avrebbe sicuramente visto. Allora, cotu cotu, ho girato allargo fin quando mi sono appostato in un grande masso proprio davanti. Uhm!! Marescià, quello che ho visto c’è l’ho stampato in testa e mi basta vedere questa donna che m’acchiana na vampata di focu da l’jta di li pedi a la testa! Lui si era tolto la tonaca e l’aveva distesa a terra lei si era adagiata sopra con la gonna alzata le calze erano con le giarrettiere e lasciavano intravedere la sua carne bianca delle cosce che brillava sotto quel sole schietto di maggio. A quanto pare lei non si è voluta togliere le mutande, erano di colore rosa e di cotone. Lui li spostò lasciando intravedere quel folto cespuglio nero, la camicetta bianca rigonfia e sussultante ai suoi profondi respiri e quel viso beddu, ‘ncurunatu di dda troffa di capiddi rizzi e russi…
-Non mi dire?
-Si, la telegrafante!-
e tistiava. In sincronismo pure il maresciallo tistiava. Significando il rammarico.
–Caro maresciallo, bisognava vederlo all’opera a don Alberto, si mise con delicatezza, ad accarezzarla, a baciarla e via. Lei, si tratteneva fin quando si mise a guaire e poi a gridi soffocati.
-Così senza scantu?
-E no, caro maresciallo, avevano la guardia, u’ ruffianeddu misu di sentinella, ma ju ero già lì. Quando si sono soddisfatti; lei con una vocina che non diceva quello che pensava gli disse: “Fici piccatu mortali contru Diu e contru me maritu…”. Lui, le disse rassicurandola, che soddisfare un piacere era un fioretto al nostro Signore, rimanere nell’arsura del desiderio significava ritardare d’incontrare Gesù. Ora m’arrispunnissi è u’ parrinu speciali si o no?
-Io chiesa non ne mangio tanto, ma questo discorso non ricordo proprio di averlo mai sentito… Sicuramente è stato un modo di mettere l’anima in pace alla telegrafante…
-Ho l’impressione che non si è trattato proprio di questo, anche perché Rosangela sembrava raggiante di felicità, altro che sensi di colpa, marascià!
-Che ne sa quel povero marito? Lavora si spacca la schiena in campagna per ricevere poi questi tradimenti… (il tono riflessivo e rammaricato)
-Maresciallo mio, quando uno si sposa una donna così bella come Rosangela deve sapere che non può tenersela solo per lui, sarebbe un torto troppo grosso a gli altri uomini. Poi, io qui dentro ne ho sentite di cotte e di crude, e mi sono fatto un’idea ben chiara. Vi sono due tipi di cornuti: quelli che non lo sanno e gli altri che sanno di esserlo, che sono un numero esiguo, mentre gli altri sono la grande maggioranza dei cornuti.
-Vicè, la facevo, più ignorante, noi dobbiamo parlare più spesso!
-Quando dice vossia marascià!
II
Il notajo Battista[2], commissario prefettizio di Camico, ex potestà, galantuomo, persona giusta al posto giusto per tutti quanti, potenti e umili, dopo la morte di don Alberto, persona abbastanza in confidenza, era caduto in uno sconforto indicibile, che cercava di nascondere senza riuscirci.
Fece pressione al cavaliere Galante:
-Cavaliere, noi siamo stati sempre in buoni rapporti, al di fuori di dove soffia il vento, ma… questo omicidio deve avere degli autori. Non mi interessa, se, o non se, lo venga a sapere la caserma. Questo è un fatto politico, di equilibri. Lei non può starsene in silenzio davanti la mia persona, me lo deve, giusto?
Il Galante si allontanò dalla scrivania e si sistemò per bene sulla sedia, guardando per bene in faccia il notajo, si leggeva per bene il suo pensier “Ma di dunni mi spunta chistu?[3]”, allora con voce impostata incominciò:
-Enrico, sai benissimo, il bene che ho voluto da sempre alla tua famiglia e alla tua persona, ma questo non significa che io mi debba mettere su gli attenti davanti a te. Ognuno di noi faccia la propria parte…
-E quale è la mia parte, Giacomo?
-Quella che hai fatto sempre, la persona per bene.
-Solo che qui qualcuno ha voluto recitare a soggetto. Perché se quello che è successo era nel copione, allora ti dico che non ci sto!
Il cavaliere già era turbato dalla telefonata di Roma, quest’altra uscita del notajo gli causò una vampata di calore alle guance da fargli perdere il controllo dei suoi nervi tanto che piegandosi tutto in avanti scaraventò una manata sulla scrivania che fece sobbalzare la tenue persona del notajo. Il Battista, con tono deciso e con la voce delicata che lo distingueva, gli disse:
-Vada! Si alzi, ed esca immediatamente e si ricordi che lei può fare paura a tutta Camico tranne me! Se lo ricordi bene! Il cavaliere uscì senza remore, appena fuori la porta percepì la frescura che arrivava dal corridoio e si calmò quasi all’istante tanto da rispondere con un sorriso ai vari saluti ossequiosi della gente.
Il notajo Battista aspettava l’arrivo di un suo amico di Roma. Gli era arrivato un telegramma dove l’amico chiedeva ospitalità pure per un suo compagno di viaggio americano. Aveva già predisposto il tutto a casa, anche se donna Lucrezia se ne stava chiusa nel suo dissenso totale ad avere gente per la casa.
Il cavaliere Galante guardava i paesani e già gli sembrava che qualcuno se la rideva alle sue spalle, ma aveva un ottimo controllo di nervi ed anche mentale, perciò si avviò al bar Trinacria:
-Giuvà na gazzusa e ci metti un po’ di latte di mandorla!
-Cavaliere, dove l’ha messa quella trinacria d’oro che portava all’occhiello?
-Tu sei rimasto, fissato…
-Lei ha ragione, ma non sono il solo…
-Tu e qualche altro pazzo come te!
-Ha visto cavaliè, Pisciotta come lo hanno fatto fuori all’Ucciardone? Hanno paura della verità di quella strage confezionata da quelli che hanno preso il potere in Sicilia. Hanno paura di Giuliano anche da morto. Il processo di Viterbo è una farsa e per questo che si sono sbarazzati di Pisciotta e Scelba ne sa qualcosa…
Il barista aveva gli occhi che fiammeggiavano, ed anche se parlava a quell’uomo con rispetto e pure timore di avere superato i limiti era determinato; i muscoli della bocca erano tirati, facendo del suo viso una maschera decisa.
-Giuvanni, tira i bracia p’u to’ cuddiruni..[4]
Quello era il segnale che non era giornata di tirare fuori tutti quei discorsi sul M.I.S., ricordando che qualche para[5] d’anni fa ne facevano parte. Giovanni sapeva che non gli conveniva tanto inveire con i clienti, come invece faceva, di politica, meglio parlare di calcio. Ormai tutti stavano diventando milanisti e juventini.
Poi, la notizia della morte di Pisciotta aveva dominato le discussioni sia al Circolo che al bar e in piazza, facendo battute sul caffè e sui traditori, ma dopo l’assassinio di don Alberto, ogni argomento era passato in trascrizione…
-Giovanni, senti! (Si protese verso di lui appoggiandosi con il braccio al bancone) Ci veniva qui dentro don Alberto?
-Eccome no? Era na manna di ‘ncelu, portava gruppi di ragazzini e offriva a loro, cioccolati, caramelle. D’estate gelati per tutti! E comu si l’atturniavanu! Facevano a gara per starci vicino.
-E a fimmini come era?
-Cavaliere, le posso dire una mia impressione ma niente di speciale: ci piacivanu e iddu piaciva a i fimmini. Poi di preciso non le so dire.
-Certo che è stato un atto ignobile ammazzare un uomo consacrato a Dio e in quel modo così cruento, da veri figli del diavolo.
Il barista guardava il cavaliere, sapendo chi era, con un occhio incuriosito e perplesso, si chiedeva mentalmente: “Dove vuole arrivare questo?”
-Ma la gente che dice?-
Riprese il cavaliere.
-E che deve dire? Chi dice che gli hanno tagliato tutto e messi in bocca, chi invece appesi al lampadario, chi in mano e chi sopra la bibbia, ora vai a sapere la verità?
-E tu? Che dici?
-Io penso che questa storia incomincia a stancarmi, già il maresciallo con quella faccia che tiene, l’altro ieri incominciò a prenderla alla larga e poi a stringere a stringere, voleva sapere qualche voce, qualche parola, qualche mia sensazione. Io gli ho detto che chiunque sia stato, sicuramente non sarebbe venuto qui dentro a farne cenno.
-Giusto, giusto!
-Lo stesso giorno dell’omicidio un forestiere con tanto di quaderno e penna, pure a fare domande…
-E tu?
-Ed io? Che devo rispondere se non so niente, mancu parrinaru sugnu!
Il discorso viene interrotto dall’ingresso del professore Sanna insieme ad un collega. Sanna come vide il Galante, si raggelò, ma solo per una frazione di secondo e poi si riprese, però bastò affinché glielo lasciasse avvertire.
-Buongiorno, prego s’accomodi. Cavaliere i miei ossequi.
-Buongiorno, posso avere il piacere di offrire, professore?- Fece cenno a Giovanni che irrevocabilmente offriva lui.
-Sempre gentile vossia, le presento Gaetano Stabile, un collega venuto a supplire il povero don Alberto.
Dopo i convenevoli e la consumazione lo Stabile raccontò: (che nel suo paese)
-qualche anno addietro era stato ucciso un prete, ma subito si scoprì il colpevole. Don Carlo Fratta era un usuraio terribile, anche se vecchio, aveva incravattato un commerciante di carrube, tanto che non gli bastava succhiargli il sangue voleva toglierci tutto. E quel povero cristo scese dalla croce e l’uccise con la stessa croce pesante d’ottone che il prete teneva nella sacrestia. Lui prese le cambiali ed andò via. In paese nessuno fece caso della sua mancanza perché era consueto che lui girasse nei paesi limitrofi per le partite da comprare, ma a condannarlo è stato il breviario di don Carlo, dove appuntava il nome il giorno e l’orario di chi incontrava e i soldi dati o avuti.
-Ma, del nostro Don Alberto, a quanto pare, non hanno trovato nessun indizio…-
Sospirando disse il cavaliere.
Si notava che il professore Sanna era in imbarazzo, persino cercò di deviare la discussione, senza riuscirci; però tanto bastò al cavaliere che pagando salutò e andò via. Si convinse che Sanna sapesse più di quanto lascerebbe intendere.
…
Il maresciallo con la scusa che doveva telefonare alla suocera si presentò al telegrafo, trovò Rosangela che faceva un continuo va e vieni, tra la stanza della cabina e quella accanto. A quanto pare era tornato Michele Garra dai campi e gli stava servendo il desinare. Brutto orario per potere conversare con lei, ma buono per osservare la relazione tra i due. Il maresciallo ascoltava il grugnire del Garra e degli ordini detti con fare scorbutico per via di monosillabi.
-Marascià, m’havi a scusari…- Ritornava dentro mentre non poteva fare a meno di osservare quella gonna pieghettata che nell’ondeggiare lasciava spazio alla fantasia di quel corpo così prorompente e ben fatto, muoveva l’aria attorno a se. Tanto da lasciargli ritornare alla mente il racconto del sacrestano e sentire una specie di brivido in tutto il corpo. “Mah? (Pensava il maresciallo) Come faceva a stare insieme a quello zoticone e fargli pure un figlio? E lui come poteva mai concepire che tanta grazia di Dio poteva tenersela solo per lui?” Allora allungò verso la porta e vide a Michele in maglia di lana che si stava tracannando un bicchiere di vino, di quelli né rossi né bianchi, marrone, vinu di casa, ancora con u mussu fattu di sucu scattià n’arruttuni ca si sintì ‘un sulu dda jntra ma macari fora.
-Piano! C’è gente!
Gli disse con voce leggera la Rosangela.
-Che si dice di don Alberto? Ce ne sono novità?
Chiese lui con voce divertita. Il maresciallo intuì in quei attimi di silenzio che Rosangela gli avrà fatto cenno di fare silenzio perché c’era, appunto, lui. Tanto che Michele rispose ai segnali con:
-E ju chi staju dicennu?
Lei subito uscì, chiuse la porta e con quello sguardo profondo e disarmante si andò a sedere al suo posto.
-Certo che questa morte di don Alberto ha scosso tutti.
Lei che dal suo sguardo lasciava trasferire un luce d’intelligenza fuori dal comune, lo fissò attentamente, poi aggiunse:
-Gli volevamo tutti bene!
-Qualcuno gli ha voluto bene più degli altri e qualche altro invece lo ha odiato così tanto d’ammazzarlo in quel modo!
-Vero!
Guardandolo intensamente negli occhi come volergli scoprire il pensiero. Ora, in Sicilia, le donne che guardano in questo modo gli uomini sono rare e, non solo, li mettono in vera crisi. Così fu per il maresciallo che si girò la testa dalla soffitta a tutte le quattro mura per finire ad occhi bassi a fissare il pavimento. Ma non gli sembrò tanto turbata di quell’omicidio… fosse tutta una fantasia del sacrestano?
-Organizzava teatrini, scampagnate…
Buttò il sasso il maresciallo.
-Chi ci ha il tempo di godersele certe cose…
-Vero! Mi hanno raccontato che un anno fa ha portato tutti a vedere gli scavi giù al mare…
A questo punto Rosangela, capì cosa era venuto a fare veramente il maresciallo e mentre si era persa in questi ragionamenti si lasciò andare vagando lo sguardo e in maniera incontrollata lo rivolse verso quella porta chiusa. Poi si scosse un po’ muovendo quella bella criniera e infilzò ancora una volta negli occhi il maresciall -Si! Ci sono stata pure io! Mi ci ha portato mia cognata Agata, la sorella maggiore di mio marito, per farmi sbariari… Il medico aveva consigliato che avevo bisogno aria, e quella fu l’occasione.
-Certo che l’aria di mare fa bene eeh?
C’era sarcasmo tanto quanto bastasse a intuire che il maresciallo sapeva sicuramente qualcosa.
Rosangela cadde nel vuoto, cosa fare? Intanto abbassò lo sguardo e si mise l’indice tra i denti, poi guardò di nuovo verso la porta e riguardò negli occhi il maresciallo, ma senza impertinenza questa volta.
-Lo sa cosa pensavo?
Le disse tutta a una botta il maresciallo. Lei pensò che stavolta il maresciallo affondava il colpo.
–Pensavo, che mentre se ne stava qui a badare al telegrafo poteva benissimo vendere qualcosa, che so, spagnolette, merceria varia…
Rosangela sospirò così profondamente che il seno si sollevò e rigonfiò la camicetta bianca.
-Anche io l’ho pensato, ma ci vogliono i soldi per iniziare.
Queste reazioni servirono al maresciallo a capire che era realmente accaduto qualcosa quel giorno a Minoa, così passò al contrattacc
-Signora Rosangela, quest’assassinio del povero don Alberto, mette molto scompiglio a Camico, è come quando le acque di uno stagno vengono mosse, salgono a galla tante porcherie, allora e consigliabile, stare attenti. Per questo ci vuole la collaborazione di tutti affinché le acque si calmano e le porcherie ritornano di nuovo nel fondo. Le vorrei chiedere se ha sentito qualcosa in riferimento a don Alberto…
Lei ormai era disponibilissima a tutto e così riferì la telefonata del cavaliere con Roma. Bastò al maresciallo per confermare la sua tesi che l’Onorata Società ufficialmente non centrava. Rosangela si alzò andò a vedere dentro se il marito avesse bisogno di qualcosa. Lo trovò già pronto ad uscire, come al solito andava alla Camera del Lavoro a farsi la solita partitina a carte ed ad incontrare gli amici. Il maresciallo in tutto quel discorso non lo convinceva il comportamento di lei perché nonostante fosse stata in un certo qual senso amante non provava sofferenza ed era così distaccata. Lei come entrò chiuse la porta, dentro vi era l’anziana suocera con il figliolo, si andò a sedere, perché così chiunque entrasse la poteva vedere distaccata da lui.
-Parliamoci chiaramente, signora Rosangela, ma io a lei non la vedo turbata più di tanto per la morte di don Alberto.
Lei ritornò a fissare dentro l’anima del maresciallo e con voce bassa gli disse:
-Marascià è stata una bufera, quello che è successo è stata la conseguenza naturale di tanti eventi. Io tengo alla mia famiglia. Già ero incinta della mia creatura. In quei giorni mi sentivo dentro il sangue come la lava di un vulcano. Quando giorni prima mi confessò, sempre spinta da quella ruffiana di mia cognata, lui incominciò a guardarmi con una fiamma negli occhi che mi turbò parecchio, poi mi portò in ragionamenti uno dopo l’altro, che non le dico, sul rapporto con mio marito e se mi sentissi alla fine appagata. A me piace leggere, so cosa voleva dirmi, e per lui fu facile trovare le chiavi per aprire ogni mia riserba, mi toccò le mani e notò un mio brivido di eccitazione a quel punto mi disse: “Rosangela, nostro Signore è il Dio della gioia e non della sofferenza. Per liberarci dalla sofferenza di questo mondo, delle nostre carni, dobbiamo aprirci al piacere ed io ti aiuterò.” Così mi diede appuntamento lì al mare. Lo ha organizzato appositamente per me. Quando ritornai a casa provai l’amarezza di avere costatato quanto sia stata debole e quanto piacere ho provato tanto da sentirmi una donnaccia. L’avrei fatto altre mille volte, ma ho avuto paura di lui e soprattutto di me, da quel giorno non entrai più in chiesa e nemmeno lui mi cercò o chiese di me. La sua morte è stata una specie di liberazione, perché avevo una paura tremenda d’incontrarlo.-
Il maresciallo aveva ascoltato quella dichiarazione intuendo che quel prete era speciale in tutti i sensi:
-Suo marito?
-Mio marito, non sa niente. E’ uomo di campagna, una brava persona che non merita di essere tradito. Il suo mondo è fatto di regole semplici ed eterne. Io ho bisogno della sua semplicità!
-Ma lei ha studiato a quanto vedo…
-Donna Costanza mi passa i fotoromanzi ed alcuni libri, abbigliamenti, mi vuole bene, dice che somiglio molto ad una sua ava del 1460
Con un sorriso di compiacimento.
-Non la disturberò più, solo che mi deve promettere che se viene a sapere qualcosa in merito mi manda un avviso telefonico, saprò come contattarla telefonicamente senza che nessuno la possa sospettare. Grazie!
Andò via confessando a se stesso di essersi innamorato di quella donna, delle sue gote arrossate, di quello sguardo profondo, della sua voce quando raggiungeva le intimità, della sua complicità, della sua nobiltà, dell’aria attorno a lei, ma di un amore simile ad una brezza di vento in una sera d’estate mentre la luna albeggia rossa e di carne vicina più che mai sulla collina dove dietro c’è il mare. Così tra i vicoli, con quella sua buffa camminata, disse tra se, ma con voce: -Porcu Cainu, addivintavu poeta!
-N’a facissi ascutari quarche pujsia, marascià!
– Seguì una risata di sfottò, non vide nessuno e continuò a passo sostenuto verso la caserma.
…
Quella sera nelle sue campagne, alla vecchia casina, il cavaliere chiamò i suoi. Tutti erano dentro il cortile con il bavero alzato delle bunache e le cuspette ‘ncoddu. Attendevano il suo arrivo con impazienza, anche perché molti non sapevano il vero argomento, e non solo alcuni di loro si aspettavano un rimprovero, un richiamo e anche peggio. Attendevano il rumore dell’auto che nel silenzio della campagna era udibile da lunga distanza. Loro non sapevano che il cavaliere era nella casina già da tempo ed aveva osservato attentamente ogni loro mossa dalla buia finestra in alto. Quel delitto gli metteva insicurezza ed inquietudine, e questa pensata gli serviva a potere indagare su quegli uomini che in varie occasioni avevano dato prova della loro fedeltà. Nessuno sapeva che era lì, perché incominciava a dubitare di tutti, pure il suo autista era arrivato a casa sua ma gli fu detto che già era andato e doveva raggiungerlo in campagna. Così fece. Quando gli uomini udirono il rompo lontano dell’auto si posizionarono ognuno a suo modo. Mentre il cavaliere Galante aveva studiato tutti i loro legami e chi di loro incominciava ad avere più rispetto degli altri. Aveva notato che il giovane Ninu Ferru, incominciava ad avere più rispetto tra di loro, qualcuno gli offrì la sigaretta e qualcun altro gliel’accese, altri ancora si ci avvicinavano. Quando si udì il rombo dell’auto il gruppetto si sciolse lentamente senza farsi notare da gli altri, ma qualcuno guardava dall’alto. L’arrivo dell’auto all’accostarsi degli uomini l’autista disse che il cavaliere non era in casa. Così si guardarono attorno. Solo Ninu Ferro guardò verso la finestra e spense la sigaretta con il piede.
-Amuninni!
disse con voce ferma don Angelo, il marito di donna Antonietta. Così entrarono dentro il magazzino a piano terra. Due archi dividevano lo spazio, un trattore ed alcuni attrezzi stavano sparsi. Quando furono tutti dentro, dopo un quarto d’ora spunto da una porticina il cavaliere.
-Buonasera a tutti, amici miei, questa sera vi ho disturbato per una faccenda molto importante. Qualcuno ha varcato il confine! Io spero che questo qualcuno non sia tra di voi, però… In caso contrario, è meglio che si faccia avanti immediatamente! Perché chiunque è coinvolto nell’assassinio di don Alberto e non parla, ora! Ripet ORA! Non avrà più altre possibilità.
Mentre parlava in piedi guardava negli occhi tutti, scrutava le reazioni alle sue parole, ma non notò nessun segnale, anzi qualcuno provò pure sollievo nell’udire l’argomento. Così si sedette ed incominciò a giocherellare con una grossa giaca era lì forse per schiacciare qualche mandorla di tanto in tanto.
-Ma sono sicuro che nessuno dei presenti poteva tradire la propria famiglia, il proprio sangue.
Chiamò don Angelo e gli disse di offrire a tutti un bicchiere di vino. Così mentre si rilassavano e s’accostavano nell’altro angolo, Ninu Ferro s’avvicinò al cavaliere e con fare abbastanza baldanzoso gli disse:
-Cavalè, sti figli di buttana hann’a nesciri fora!
-Ninu, noi dobbiamo parlare più a lungo, vedo che ti sai muovere bene!
Quando il cavaliere apprezzava così apertamente l’interlocutore, lo faceva soltanto per disarmarlo, per poi assestargli un bel colpo figurato ma avvolte letterale. Così continuò:
-Perché sai già qualcosa?
-Nonzi!
Disse pensieroso.
-Mi è sembrato di averti sentito parlare di più persone…
-Ah! Si! Mi sono fatto un idea personale… U parrino, a quantu pari, stava futtennu, perciò, mentre futtiva ci fu cu l’happ’a tramortire, perché non si spiega altrimenti tutto il sangue perso. Poi di conseguenza ha avuto fatto u sirbizzu. Cavalè chistu nun è travagliu di unu sulu. E mancu di genti comu edeghiè.
-Mi piaci come ragioni…
Il cavaliere si era appoggiato comodamente nella sedia guardandolo con soddisfazione. Cervello fino e spietato. Lui lo sapeva già quanto era spietato.
-Onorato, a servirla!
-Ci dobbiamo dare da fare! Non posso permettermi che a Camico succedano certe cose alle mie spalle.
Il cavaliere aveva parlato più di quanto doveva, fu un atto di fiducia a Ninuzzu Ferru! Il quale apprezzò moltissimo.
Quella serata si concluse con le parlate individuali a ogni surdatu ricevendo informazioni, sensazioni, dando ordini precisi sul da farsi a breve.
…
Il sole impertinente di quella mattina voleva entrare in ogni angolo di Camico. Il cavaliere si affacciò al suo solito alla finestra ed ascoltò ciurmuniari alcune donne proprio lì vicino, avvertì che quel loro modo faceva pensare che fosse successo qualcosa, così gli venne uno stato d’ansia, non fece in tempo a sporgersi da una parte a l’altra del balcone, che vide don Angelo arrivare con la sua ciumenta janca dalla stratuzza parallela e come se avvertisse la sua presenza diede un’occhiata al balcone, legò la bestia all’anello che vi era al muro, entrò e si diresse direttamente nello studio.
-Cavalè… u provessurì Sanna s’impiccà questa notte!
Cogitato disse che non gli piaceva la sua reazione su quanto fosse successo a don Alberto.
-Dobbiamo sapere perché!
-Si, già mia moglie è andata a confortare la madre e sicuramente qualcosa si saprà.
-Bene!
Donna Antonietta, trovò il parapiglia, la madre trafitta da un dolore che l’aveva resa balbuziente senza lacrime e senza pianto, un automa che vagava per la casa ripetendo le stesse cose: -Enniù! Enniù la matri, u… u… latti e ca… cafè pro… pron…tu è!
Lasciava immaginare che la povera mamma era andata a comunicare al figlio che il latte e caffè era pronto ed ha avuto l’amara soppresa.
Dentro tanta gente. Dalla porta a vanidduzza della sua stanza si vedeva il morto che penzolava ancora dal tetto, tutto orinato nel suo pigiama a strisce. Nessuno ancora era entrato, nemmeno i carabinieri che tardavano a arrivare. Così donna Antonietta, fimmina di grande coraggio, entrò e proprio sul tavolo vide un quaderno grosso aperto con la penna sopra, si guardò attorno lo chiuse e se lo mise sotto lo scialle. Non appena uscì dalla stanza furtivamente arrivarono i carabinieri. Il maresciall
-Qualcuno è entrato nella stanza?
Tutte le donne si sono ammutolite facendo spazio.
-Voglio sapere chi è entrato?
Niente di niente. Donna Antonietta non si rendeva conto come mai il maresciallo fosse così sicuro ed era agitata come non mai, ma conveniva rimanere fermi. Inavvertitamente mentre stava uscendo donna Antonietta avrà sfiorato l’impiccato, perché si vedeva oscillare lievemente.
-Enniù! Enniù la matri, u… u… latti e ca… cafè pro… pron…tu è!
La madre incominciò ad agitarsi e muoversi per la stanza.
-Tutti fuori! Fuori!
Così le donne andarono via. Donna Antonietta direttamente passò dal cavaliere e consegnò il quaderno. Il cavaliere si chiuse a chiave e si mise a leggere, a volte più di una volta, perché non capiva, perché non credeva, ripetendo e intercalando a voce:
-minchia!
“ Mercoledì, 3 gennaio 1951 ore 23,15
Sono deciso a non andare più in chiesa, quello, altro che prete… è un diavolo!
Domenica, 7 gennaio 1951 ore 21,00
Impossibile liberarmi di lui. Dovrò fuggire da Camico, ma penso che non sarà sufficiente perché prima dovrò scacciarlo dai miei pensieri, ormai non vi è più un istante che non lo pensi. E questi pensieri sono così strani che li nego a me stesso. Io che ho cercato l’amore in ogni sguardo di donna è impossibile che faccia questo tipo di pensieri. Ieri mi sono spento una sigaretta sul petto, ma nemmeno il dolore mi ha fatto smettere di pensarlo. Sto peccando contro Dio e contro me stesso. Prego ancora tutta la notte affinché il Signore mi aiuti.
Mercoledì, 17 gennaio 1951 ore 21,50
Lui ha capito! Mi ha sorriso, un sorriso dolce e consapevole! Lui sa!
Giovedi, 18 gennaio 1951 ore 00,25
Con uno stratagemma me lo sono trovato addosso e ho sentito la sua virilità su di me, non ho fatto niente, sono rimasto fermo, è stata una strana sensazione, sono stato consenziente. Ora mi faccio schifo e mi sento felice, ho voglia di farla finita, ma sono felice.
Venerdì, 19 gennaio 1951 ore 00,40
Mi ha letto il vangelo come non avevo mai sentito, parole mai ascoltate, nuove e così vere che segnavano il momento che stavamo vivendo. Il Maestro iniziò Giovanni a rinascere e giacere con Lui. “Questo mondo è voluto dal male, ogni cosa è apparenza, ogni cosa che non è spirito e sembra materia è male! La creazione è un atto del dio del male! L’attesa della vita vera va oltre tutti i desideri che ci legano a questo mondo. Ora tu vivi il tuo desiderio, senza turbamento e liberati da questa catena, con serenità, per la vera vita. Come il Maestro fece con Giovanni che tutti chiamano Lazzaro, ma Lazzaro non significa altro che: -Dio l’aiuta!- Ennio lasciati aiutare e vivi la tua sessualità con gioia, io sono qui per te!” Il turbamento di queste parole, la confusione mentale che mi hanno creato simile ad una sbornia, mi lasciarono in balia dei suoi gesti, dei suoi occhi e tutto fu così naturale come un fiume che supera gli argini e sommerge tutto con furia. Ora rimango solo, falsamente pentito, ma pieno di rimorsi, come se avessi tradito qualcosa di profondo il quale avevo nutrito da tempo, cresciuto con me e ora sporcato, rovinato in maniera irreparabile: l’amore per Ninetta! Ero innamorato pazzo dei suoi occhi e dei suoi capelli lisci neri come la notte, della sua pelle scura, della sua voce e del suo silenzio. Ora sembro di non essere più degno di un suo sguardo. Ninetta perdonami se puoi…
Domenica, 21 gennaio 1951 ore 22,05
Non andrò più in chiesa, non sopporto il suo sguardo, anche se per lui sembra che non sia successo niente! Come fa?
Mercoledì, 14 marzo 1951 ore 19,00
Ho visto Ninetta passare davanti il circolo e mi ha lanciato uno sguardo che sembrava una lama infuocata, tanto che Nardo se ne accorse. Io ho sofferto così tanto combattuto dalla vergogna. Il suo amore è combattuto dall’atroce confessione a me stesso che quello che ho fatto ho desiderio di rifarlo e mi sento ferito dall’indifferenza di don Alberto. L’altro giorno mi ha salutato come se niente fosse successo. Non è stato come lui asseriva. Io non mi sono liberato, sono rimasto imprigionato, in trappola, soffocato dalle sabbie mobili, tanto da non essere più libero di vivere il mio destino, il mio amore con Ninetta, perché non riuscirei a mentire a me stesso.
Venerdi, 16 marzo 1951 ore 19,30
L’audacia di Ninetta mi ha scombussolato, mi ha completamente preso alla sprovvista. Lei, mi brucia dentro più di ogni altra cosa, con i suoi occhi a mandorla castano scuri, i suoi capelli lisci e neri più della notte, il suo muovere armonioso ed energico, sembra cambiare ogni cosa attorno a lei, io ne sono innamorato ma non posso, sono in trappola! Ieri notte l’ho sognata davanti di me pronto a toccarla con una mano, ma per quanto mi protraevo non riuscivo. Aveva uno sguardo supplichevole, come quello dell’Addolorata. Dentro provavo una forte pena. Quando, infine riuscii a toccarla era diventata la statua della Madonna, la scossi con la mano e la sua testa di terracotta cadde a terra frantumandosi in mille e mille pezzi. Allora mi chinai per raccoglierli ad uno ad uno e una mano si posò sulla mia, quando alzai il viso mi trovai il suo viso, il viso di lui vicinissimo a mio e le sue labbra sulle mie… Nemmeno le attenzioni di Ninetta sono servite a distaccarmi da lui. Nemmeno le sue parole che ancora mi echeggiano dentro il cuore: “Buonasera professore!”
Io le avevo risposto, sorpreso dalla sua iniziativa, perché mi aveva guardato, ma mai parlato, sorpreso dalla sua voce, dalla sua flessione, accompagnata dallo sguardo pieno di sentimento e le guance divenute rosse, mentre le labbra avevano perso colore ed erano di un rosa pallido. “Buonasera signorina!”
“Ennio, mi talii e nun mi vidi?” Mi sono sentito mancare la terra sotto i piedi. E in quel preciso istante vide lei che si allontanava con il suo passo deciso, ma fortemente di donna. Perché mai, perché mai? La vita mia si sia complicata così tanto? Il mio stato confusionale mi ha reso insicuro su tutto, proprio su tutt sentimenti, rapporti, pure con Dio. In intimità mi diceva che la materia è una prigionia dell’anima e questa vita fatta di materia è come un illusione un sogno che va vissuto, senza legami, senza lacci, pronti a lasciare tutto ed andare via verso la vera vita, il risveglio, la libertà del Regno dei Cieli. Mi diceva che era per questo che i preti non si sposavano, perché non volevano lacci con questa vita. –Pronti a partire! Pronti a soddisfare ogni desiderio e lasciare giù come zavorra! Il Dio del Regno dei Cieli, non è il Creatore e il Maestro è venuto ad indicarci la via. Nato come noi, ma con la gnosi, morto per noi per indicarci la via verso la Verità, verso la libertà di questa vita fatta d’illusioni e menzogne, di questo corpo, prigionia della nostra anima. Ma la vera Verità è stata occultata, cancellata e riscritta, dai seguaci del Dio di questo Mondo fatto di niente e d’illusioni! Eresie! Confusione! Inganno! Come il suo amore per me, le sue attenzioni… Lui demone tentatore, mi ha sedotto, mi ha usato per le sue voglie, per poi fare finta di niente. Anch’io farò finta di niente, non voglio più pensarlo. In quanto alla chiesa, ogni posto è giusto per incontrare Dio e in ogni posto non vi è riparo da Satana.
Giovedì 14 agosto 1952 ore 2,00
Questa festa dell’Assunta sembra diventare la più importante. Non potevo immaginare che io avrei trovato questo coraggio di fronte a Ninetta. In piazza davanti la casa del notajo Battista avevano acceso i fuochi e c’erano i picciotti che saltavano sul fuoco, mentre la banda suonava i tradizionali ballabili. Si attendevano i giochi d’artificio. Quando mi accorsi che proprio accanto mi sono trovato lei che guardava divertita quei giovanotti che a piedi scalzi saltavano da una parte all’altra il fuoco. Nei suoi occhi si riflettevano la fiamme ed era assorta ma nel suo continuo rigonfiamento del petto sentivo che quelle fiamme erano pure un riflesso interiore. Allora le presi la mano. Lei sembrò cedere, aprì la bocca e spostò la testa all’indietro, poi si riprese e anche lei mi strinse la mano. La sua pelle era morbida come non mai. Siamo stati non so quando con le mani strette. Si sentì sibilare in aria il petardo che scoppiò appena dopo richiamando tutti all’attenzione che fra breve iniziavano i giochi d’artificio, così la folla in un attimo si dileguò. Noi ci lasciammo le mani all’unisono del botto, come un incantesimo, lei però mi volle donare il suo sorriso prima di andare insieme alla sua criata. Quel sorriso e quello sguardo sono sicuro che saranno le poche cose che porterò con me nell’aldilà, inferno o paradiso che mi toccherà. Penso che potranno farmi luce nel lungo viaggio. Perché? In un giorno così felice invece di pensare alla vita, all’amore della più bella donna di Camico, penso alla morte? Questo è quello che mi distrugge. Sono felice ma ancora non ho rimosso la mia esperienza passata, come la cenere dei fuochi dell’Assunta che sembrano spenti ma che ahimè a passarci sopra. Ora chi ci mando da suo padre? Sono sicuro che ha altri ambizioni che un professorino figlio di contadini come me. Mia madre poveretta… Ci andrò con lei!
Mercoledì, 7 ottobre 1952 ore 19,00
Come è possibile che devo insegnare e negare la storia, che ancora è viva negli occhi dei miei scolari, ancora vi sono le scritte nelle case: “L’Impero si coltiva con l’arato e si difende con la spada!”, i lutti dei propri cari, i soldati ancora non tornati, ed io mi presento con il sussidiario SOLDIMAGGIO? Dove sembra ritornare al risorgimento e nemmeno una pagina, dico, una riga sul fascismo! Che ci siano scritti gli errori, gli abbagli, gli orrori, che sia pure mistificata. Tanto si sa, la storia la scrive chi vince, ma occultarla mi sembra un crimine politico, dove viene difficile potere costruire un nuovo sistema che abbia come base la libertà!
Sabato, 10 ottobre 1952 ore 21,15
Oggi ho dato uno schiaffo forte, anzi fortissimo al figlio di Saru Cuscenza, Carmiluzzu. L’ho interrogato di storia e dopo avere fatto scena muta abbassandosi la testa, lo mortificai per stimolarlo a studiare dicendogli che così facendo avrebbe seguito suo padre a pasciri pecuri! Lui, alzò gli occhi e mi rispose che non ero degno di parlare di suo padre. Mi venne dalle viscere quello schiaffo, tanto che si spostò di mezzo metro. Lui non pianse, anzi mi guardò più impertinente e nel suo sguardo non vi era odio ma vendetta. La classe è rimasta ammutolita. Quando gli disse di andare a posto, lui lentamente ubbidì non levandomi i suoi occhi di dosso! Anche se ha nove anni, mi ha fatto provare paura. Ora a sangue freddo sono pentito del gesto. Ho paura di una vendetta del padre, o di un richiamo. Me lo merito! Me lo merito tutto perché quella mia reazione pensandoci a sangue freddo non è scaturita lì in classe, ma altrove. Questa estate ho incontrato Carmiluzzu e altri compagni insieme a don Alberto al bar Trinacria. Non ho potuto fare a meno di notare le attenzioni di don Alberto verso di lui, ed ho provato una inconfessabile gelosia, tanto di odiare talmente quel bambino che non appena lo vedevo suscitava dentro me un’indomabile ira, scaturita oggi, con quello schiaffo. Per dimenticare don Alberto dovrei scappare da Camico. Come è possibile avere il cuore spaccato a metà: per Ninetta e don Alberto? Tanto che mi fece desistere di mandare mia madre a casa sua per spiegare il fidanzamento. A questo punto rimango scapolo non voglio rovinare nessuno. Rimango nella mia malinconia e confesso a me stesso la mia ambiguità sessuale.
Venerdi, 7 novembre 1952 ore 01,45
Mi sono lasciato trascinare dal mio amico Leonardo, ‘ntisu Sirraculu, a Rivela, era tutta una trappola. Lo scopo era di andare a mangiare “i pisci cantanti” (rane), ma dopo la mangiata ha voluto portarmi da una certa signora, dove insieme alla sua figliola, giovanissima, faceva il più antico mestiere lui me ne parlava spesso. Entrammo in un portoncino e salimmo le scale vi era un camerone con dei divani. Sirraculu, salutò altri due, sicuramente viddani, dall’aspetto giovane, rasati di fresco con gli occhi che ci brillavano. Uno su i venticinque anni e l’altro molto probabilmente non più di sedici anni. Il più giovane sicuramente era alla prima volta, per il continuo muovere gli occhi a destra e a manca, ogni tanto mi fissava e percepivo la sua paura e voluttà, tanto da sentirmi turbare. Io avevo detto a Nardu che non sarei entrato, ero lì solo per fargli compagnia. Non ero stato mai in quel posto e mi sentivo tutto sottosopra. Provavo disagio a sentire i falsi ululati e le imprecazioni di quelli che si davano da fare nelle altre stanze e guardavo il soffitto pieno di paesaggi e decorazioni di scarsa fattura ma coloratissimi. Sarà stato quel vino che ho bevuto, ma incominciavo anch’io a turbarmi. Subito uscirono dalla porta prima uno e poi un altro. Avevano stampato in viso un sorriso beffardo come se avessero fatto chissà quale atto eroico, ci guardarono come per dire: prendete quello che resta di loro! Dopo un po’ uscì la signora con un copri vesta aperto che lasciava vedere di tanto in tanto il pellicciotto, aveva i capelli lunghi e biondi sembrava una straniera ma subito la parlata la smentì: “E cu è stu beddu picciottu?” Si ci piantò davanti, tanto che lui indietreggiò sul divano. Il suo compagno ridendo gli prese il braccio e lo spintonò: “Comu? M’ha fattu a capa tanta… -Quannu mi ci porti? Quannu mi ci porti?- E ora ti scanti? ‘Un ti scantari ca denti ‘un havi e ‘un ti muzzica.” Lui fece un risolino pieno d’insicurezza e si alzò. La Signora lo prese per la man “Veni cu mia beddu miu ca ti ‘nsignu di chi erba si fa la scupa!” Lui con una risata cretina rispose: “Di giummarra”
“Ancumencia a nesciri u vastuni allura, beddu miu!” Nardu Sirraculu se l’era goduta tutta e rideva beat “A signura Alessandra ci sapi fari. Puru a mia svirginà!” Non bastò il tempo di distrarmi a guardare quel fatiscente soffitto dove un mare verde dentro una cornice di una tortuosa vite di grappoli rossi mostrava una barca bianca con una donna con il suo ombrellino e il rematore con una paglietta, che vidi uscire il giovane paonazzo in viso che si teneva i calzoni con le mani e che protestava. La signora con voce sonora: “Beddu miu ‘un sugnu a to zita!” Nardu e l’amico del giovane risero di cuore, se l’aspettavano. L’amico si rivolse al giovane: “Facissi comu ddi mulunedda di cani, comu ti tuccà scattassi! Ah! Ah! Ah!” La signora: “Avanti!” Ed entrò subito l’altro. Quando uscì un signore distinto con due occhialini rotondi longilineo nel suo paltò abbottonato, salutò educatamente, si mise in testa il cappello ed andò via. Non appena dopo si affacciò alla porta una ragazzina, con una folta capigliatura nera che scendeva a ciocchi ribelli e mentre se li raccoglieva dietro con un fermaglio, lasciava intravedere alzando le braccia il suo seno rotondo e ben fatto, da sembrare una Venere del Canova. Io rimasi alluccutu. Nardu Sirraculu aveva gli occhi che gli sfavillavano e con un sorriso assolutamente satanico mi disse se avessi mai pensato di potere essere così vicino ad una stella caduta dal cielo? Io dissi no spostando la testa lentamente da un lato all’altro. Lei con gli occhi stanchi, il sorriso sulle labbra morto appena nato e con un tono di voce sensualissimo, però da ragazza, disse: “Amunì, allistitivi!” Nardu dandomi una grande ciampata mi disse: “Alzati! Vai! Ca ti fa passari tutta sta malincunia chi ha!” Così ho capito che quella serata era stata studiata dal mio amico perché era in apprensione per il mio stato. Grande Nardu! E’ stata la medicina giusta. La Venere di Rivela mi ha fatto dimenticare tutto e mi ha fatto sentire uomo come non mai. Forse avrà pure recitato, ma a me poco interessa.
Martedì, 23 dicembre 1952 ore 3,10
Mi sono guarito! Sono stato insieme a don Alberto, sono rimasto indifferente, non provo più nessuna emozione alla sua vista. Gli ho pure parlato. Lui mi ha rimproverato di non avermi più visto in chiesa. Ora ho un’altra attrazione, si è accesa una grande passione: Ninetta! Siamo stati insieme a giocare a carte dall’avvocato Grafani, dove vi era tutta la Camico bene. Io preso da un insolito ardire riuscii a trovarmi con lei da solo e la trascinai dentro uno sgabuzzino dello studio. La quale non per niente spaventata pendeva dalle mie labbra. E’ stata tutta una conseguenza inevitabile ed insostenibile. Tanto che siamo stati sul punto di andare oltre, ma qualcuno entrò nello studio. Era l’avvocato con suo padre, parlarono mentre lei molle ceduta, pronta a svenirmi tra le braccia ed io con le mani tra le sue dolce grazie. Come i due finirono ed uscirono lei si svincolò e sistemandosi tutta scappò dalla tentazione. Ma capii che era mia! Ora rifletto su me stesso e capisco che tutta questa sua predisposizione, tutta questa sua passionalità carnale non la fa sicuramente una buona madre di famiglia pertanto il mio interesse ha mutato aspetto. La voglio incontrare ancora, anche se il gioco incomincia a diventare pesante, anche se so di rischiare pure la vita. Il rischio per me è stato sempre un piccolo particolare avvolte anche insignificante.
(…)
Sabato, 14 febbraio 1953 ore 23,50
Questa sera al cine teatro Ambassador hanno proiettato QUO VADIS? Un grande film! Non vi erano nemmeno posti all’in piedi; tutta Camico voleva entrare. Io e Nardu eravamo lì dalle cinque e già vi erano posti presi così ci siamo seduti tra le prime file. Fu uno spettacolo magnifico rivedere la Roma Antica. Marco Vinicio e Licia: un amore che ha sfidato il potere, che ha contrastato contro tutto e tutti per un mondo nuovo, una nuova epoca, quella cristiana, fatta di carità, di uguaglianza fra gli uomini e di libertà. Ora, sorpreso io stesso, questi sentimenti non li proiettavo tra me e Ninetta… Mi sentivo come un turbamento verso Robert Taylor lo facevo somigliante a don Alberto e questo mi inquietava. Riflett se un giorno, chi sa? Un uomo potesse amare un altro uomo senza alcuna recriminazione? Forse sarebbe questo il vero mondo nuovo? Oppure quel mondo che fu antico? (…) Possibile che quel cornuto di Salvo Gagà doveva importunare la cognata di Giurlannu u muntalligrisi? Quella ragazza, che è un bel pezzo di ragazza, si sentiva appoggiato Gagà, poveretta non poteva muoversi ed era costretta subire, quando poi lui non soddisfatto incominciò pure a toccare lo disse alla sorella, all’orecchio. La quale riferì al marito. Gagà imbestialito com’era non stava attento ne alle luci accese, in quando era finito il primo tempo, né il pericolo che stava correndo. Così Giurlannu, in mezzo alla folla si avventò contro Gagà dandogli pugni in testa, schiaffoni e morsi. Subito si creò uno spazio, la gente finì davanti allo schermo, all’istante arrivarono i carabinieri e a fatica li divisero conducendoli in caserma. Gagà aveva la giacca strappata, la camicia di fuori e il viso che sembrava l’Ecce Homo. Giurlannu sembrava un toro con il fumo che gli usciva dal naso e gli occhi rossi fuori le orbite. Dopo il mormorio tutto si acquetò e riprese la proiezione.
Domenica, 28 giugno 1953 ore 22,00
Questa mattina in piazza non mi aspettavo questo incontro con il notajo Battista. Io e Nardu siamo rimasti di stucco! La prese alla larga per poi centrare in pieno. Incominciò a dire che questo giorno era una ricorrenza importantissima per la storia d’Italia e dell’intero mondo. Noi ci chiedevamo quale fosse? Lui alzando la testa e guardando il cielo ci disse: “Tobruk! Vi ricorda niente?” Nardu con espressione dolente affermava che quel posto gli ricordava tante sofferenze, la campagna di Libia… E poi la cattura degli inglesi e la prigionia. Ma lui abbassò la testa, dicendo di no e guardando per terra: “No, No! Camerata Ennio, tu sei stato che hai dato l’ordine perentorio di sparare e lui era al cannone antiaereo sparò! E la storia ebbe un altro corso quella del disastro per tutti! In quell’aereo vi era la speranza del Popolo Italiano!” Allora a questo punto mi sono incavolato e sbottai: “Si, di un traditore del Popolo Italiano!” Lui riprese questa volta guardando negli occhi: “Sergente Maggiore Sanna, mi tolga una curiosità: l’ordine è arrivato direttamente dal Duce?” Io già gesticolavo incavolat “Ma quale Duce e Duce, Italo Balbo già da diversi giorni, circa una settimana, andava e veniva dalle file nemiche incolume, ci stava vendendo tutti! Io e Nardu osservavamo quell’andare avanti e indietro, dicevam quello è l’aereo di Italo Balbo! E ci siamo incazzati così tanto decidendo di farlo fuori!” Riprese Nardu: “Appena abbiamo avvistato l’S.M.79 abbiamo caricato l’artiglieria e al momento giusto è stato buttato giù!” Io ridendo sarcasticamente: “Ci siamo sbagliati, ci sembrava un aereo nemico!” Non l’avevo mai visto così esagitato, incominciò a dirci in faccia a tutte e due: “Bestie! Bestie! Solo lui poteva fermare Mussolini e lo sfascio dell’Italia!” Nardu ripeteva che il Balbo era un traditore tanto che suo compare della Royal Air Force mandò le condoglianze via aerea. Il Battista insisteva che quella di Balbo era la strada giusta e che se di congiura si doveva parlare non era contro l’Italia e nemmeno contro la rivoluzione fascista ma contro l’alleanza nazista di Mussolini… Contro il funesto destino dell’Italia. I rivoluzionari fascisti come Grandi, Bottai e tantissimi altri di grande e di meno spessore: “La cosiddetta congiura delle barbette!” Lui continuò ad insistere che io ubbidii ad un ordine di Roma e che non poteva mai pensare ad una decisione esclusiva di due miseri camichesi che cambia il corso della storia mondiale. Sembra incredibile, ma quando leggevamo poi le accuse della moglie Emanuela Florio che incolpava il Duce di quell’uccisione, capivamo di avere fatto un grande favore a Mussolini. Forse per questo non avevamo avuto nessuna ritorsione. Il fatto fu quasi ignorato dal comando… Ma andò proprio così in quel 28 giugno 1940! Mai avevo visto così incollerito il notajo Battista, mi aveva detto qualcuno che era di temperamento, dietro quel suo modo gentile. Per fortuna che ci fu l’arrivo provvidenziale di mastro Carmelo con la sua solita allegria: “Che minchia andate parlando cose di guerra? Ormai è finita!”, poi ci narrò quando “in paese un gruppo di soldati americani si fermarono a mangiare e poi volendo soddisfare le loro voglie chiesero e ci indicarono a Maria, che allora era in pienissima attività. Uno di questi soldati, un nero, alla faccia sua, aveva un attrezzo fuori misura. La Maria anche se pratica di mestiere incominciò a dolersi: -Ai ai ai ai!- L’americano invece capiva: -Ià ià ià ià!- che significa si, mente sua pensava: vedi come sta godendo la puttanona! E dava di brutto… poveretta la stava scassando!” Così finì con le risa di tutti, sperando che il notajo Battista non ce l’abbia ancora con noi, uno come lui può farcela pagare in tanti modi.
(…)
Sabato 6 marzo 1954 ore 16,00
Hanno ammazzato a don Alberto!
Domenica 7 marzo 1954 ore 19,00
Mi sento turbato dall’accaduto, sento dentro me come se avessi trovato soddisfazione nella sua morte, come un senso di liberazione. La sicurezza di non doverlo incontrare mi fa sentire meglio. Ma questo sentimento è misto ad un senso di colpa! La colpa di provare piacere della sua morte. Poi, il tutto si mischia con quell’incancellabile attrazione per i suoi occhi, i suoi modi di fare, il nostro rapporto, tanto da farmi provare una gelosia su tutti coloro che ricevevano le sue attenzioni, ed erano tanti, ed io capivo, quando lui avvicinava una donna, matura o giovane che sia, oppure un giovanotto o un ragazzino... Si, lui non aveva freni inibitori di sorta, maschi femmine, senza limite di età. Me lo aveva confidat “Non bisogna reprimere il piacere, Dio non vuole!” Una vera follia! Non posso capire ancora come la mia persona si possa conciliare con quanto mi sia successo… Eppure questa nostra stessa vita non è una follia? La stessa guerra non è stata una follia? Intanto la gente di Camico è rimasta basita, sgomenta. Nessuno si aspettava questo evento e poi in quel modo…
Lunedì 8 marzo 1954 ore 23,50
Come mai, come mai? Galante sa tutto! Non mi è piaciuto il suo riferimento al verso di Tanu Ossu, quelle allusioni… Come mai mi ero allontanato dalla chiesa e da don Alberto… Poi, perché? Sicuramente lui sa chi è stato, sicuramente è stato lui a decidere chi e come dovevano ammazzarlo! Allora perché mi ha messo così alle strette? Forse per sviare le indagini? Forse perché vuole mettere a soqquadro la mia vita per vendicarsi di me, sa più di quanto io mi possa immaginare? Questo tipo di persone sanno tutto! Sono rovinato, mi sento perduto, non riuscirei a sopportare una tale vergogna, non riuscirei a guardare in faccia mia madre. Potrei fuggire da Camico per andare dove? Calma, forse non sa niente del mio rapporto ed è stato solo un modo di tastare un po’ il terreno su ciò che era accaduto, forse, forse…
Martedì 10 marzo 1954 ore 2,05
Non riesco più a dormire, non riesco più a pensare ad altro, non riesco più a fare lezione, ho paura di Galante, dei suoi uomini, ho paura ad incontrarlo e lo cerco per verificare quelle sue attenzioni, quella pressione e quelle illusioni su di me.
Lunedi 15 marzo 1954 ore 23,30
Ho la netta impressione che Galante sa, il suo modo di scrutarmi, la sua intonazione di voce… è più di una impressione. L’ho incontrato al bar e anche se a stento sono riuscito a mascherare il mio imbarazzo, lui continuava di soppiatto a scrutarmi dentro con quegli occhi. Tanto che per non lasciarmi troppo insospettire andò via di fretta. Forse è tutto un mio sospetto. Forse non vi è niente di tutto questo. Chissà se don Alberto, come quel prete usuraio, non abbia lasciato qualche traccia del nostro rapporto?
Mercoledì 17 marzo 1954 ore 23,50
E’ la fine! Loro sanno! In una discussione questa mattina ho avuto la conferma. Mia madre mi ha raccontato che alla bottega le donne ragionavano ancora di don Alberto e che dopo un po’ qualcuno incominciò a dire che se la spassava e come… Ormai la figura perversa di don Alberto va uscendo fuori allo scoperto. E come se non bastasse Ninu Ferru con quell’aria prepotente ridacchiando mi chiese una sigaretta e mentre la stava accendendo mi disse: “Certu ca na brutta notizia fu sta perdita di don Albertu… Mi ricordu comu eravu stritti, parivavu dui ziti…” E’ la fine! Non riesco a sopportare questa vergogna…
Domenica 21 marzo 1954 ore 23,00
Ho riflettuto pienamente e chiedo perdono ai miei parenti, ma io vado via nell’unico posto dove nessuno mi potrà guardare per deridermi. Voglio abbandonare il mio corpo, voglio scrivere la parola fine. Il male che ho avuto seminato mi ha turbato ogni giorno, mi ha corrotto, mi ha divorato lentamente e inesorabilmente persino alla fine. Non avrei mai immaginato che dopo la guerra, quando la vita mi sembrava così piena di luce e di certezza, avrei potuto scrivere questa pagina. Che dopo essere riuscito a salvare la pelle dai proiettili, dalla fame, dalla sete, dalla prigionia, che dopo avere visto il corpo morto di mio padre ed assistito alla morte di un mio commilitone, avere visto tanti corpi abbandonati nella polvere, ragazze in africa sventrate, quasi uccise per capriccio e avere riflettuto sulla meschinità del corpo morto. L’uomo che diventa immondizia senza vita senza alcuna dignità. Così voglio che io sia. Voglio silenzio attorno a me, buio! Voglio che la storia finisca ora. Sono sceso nella stalla ma mentre stavo sistemando la corda ho visto alcuni topi sulla trave e mi hanno fatto ribrezzo. Ho avuto nausea a pensare di lasciare in balia di quelle bestie il mio corpo. Così ho deciso di morire qui, tra le mie cose. Addio mondo, addio alla tua ipocrisia.
Addio vita, addio luce riflessa nell’acqua.
Addio Ninetta, addio al tuo calore al tuo profumo.
Addio madre, perdonami se puoi.
Il cavaliere chiuse il diario guardò la soffitta come se cercasse il povero professore penzolare, lo ripose nel cassetto chiudendolo a chiave e urlò a tutto spiant “Ninetta!”
III
-Ci mancava pure questo…
Il maresciallo non stava quieto, senza recriminare su nessuno voleva semplicemente trovare uno spunto un appiglio sul perché di quel suicidio di una persona così equilibrata come Ennio Sanna. In poche parole capiva che fin a quel punto non aveva capito granché di quel paese e di tutti i suoi abitanti. Un prete viene massacrato, una persona che tutti amavano, un maestro di scuola si suicida senza un apparente motivo, non lasciando nemmeno una riga di lettera alla madre, la traccia di un motivo. Per questo forse non usciva dalla caserma, e quando il brigadiere Gatto fece cenno ad una tesi che fu la prima cosa che aveva pensato pure lui, fuori dal suo modo di essere, se lo mangiò letteralmente gridandogli in vis
-Ma chi minchia c’entra don Alberto?
Poi si acquetò e onestamente anche lui pensò ad un certo senso di rimorso del Sanna, ma il professore era al di sopra di ogni sospetto, perché non era ne sposato ne fidanzato ne sorelle aveva e la madre era abbastanza anziana. E poi lui con i mafiosi non aveva niente a che spartire tranne una sua mala sopportazione. Il maresciallo avendo interrogato il suo amico Leonardo Farlatta, ‘ntisu Sirraculu, riferì che non aveva notato niente di niente tranne qualche inquietudine ma che non gli aveva fatto sospettare che l’amico covasse in se questa estrema decisione del suicidio. Per la festa di San Giuseppe il maresciallo aveva notato il Sanna, il quale si era goduto la festa: la tuppuliata di li santi, la mangiata e la prucissioni, in vestito con i suoi soliti amici. Il maresciallo ricordava bene il viso, l’espressione del Sanna, non vi era niente da segnalare.
Guardando di soqquadro il brigadiere Gatto, vide che c’era rimasto male, allora gli raccontò quando nel 1938 in un paesino, non molto lontano da Camico, era successo un caso stranissimo, che mandò in confusione la caserma. Lui era vice brigadiere quando chiamarono in caserma che avevano ucciso l’arciprete alla Matrice, così corsero di fretta. Mentre si avviarono per la chiesa, li avvertirono che avevano sparato all’orologiaio, non fecero in tempo ad arrivare in chiesa che sentirono un colpo di pistola corsero e trovarono don Paolino, macellaio, con un colpo in testa e la pistola in mano ancora fumante. A questo punto viene spontaneo pensare di tutto e di più… Il brigadiere testava come un somaro preso per le retini. Il maresciallo continuò a chiarire il rebus:
-Allora Gatto, cosa avresti pensato?
Il brigadiere non voleva rispondere e continuava ad annuire con la testa.
-Che minchia fai così con la testa? Rispondi!
-Avrei pensato che qualche folle s’aggirava per il paese ad ammazzare persone…
-Bravo! E invece no! Noi non ci possiamo permettere di pensare, dobbiamo solo costatare i fatti e attestare l’accaduto, senza pensieri, nemmeno uno minuscolo, perché possono intralciare le indagini. Basta un piccolo pregiudizio per deviare il corso investigativo. Ipotesi, solo quando si hanno fatti costatati. Allora Gatto, ritornando ai tempi nostri abbiamo un fatto costato che è il cadavere di don Alberto, ucciso, forse, da più persone con un rituale che noi sappiamo capaci solo taluni. Un altro fatto è il suicidio del professore Sanna a pochi giorni del primo. Cosa lega il primo con il secondo? E perché ci deve essere un legame? Sono due fatti a se, intanto. Quale elemento abbiamo a disposizione? Dica lei brigadiere!-
-Maresciallo, forse il fatto che i due fino a qualche anno fa erano amici?
-Don Alberto è stato amico con chiunque…
-Va bene, indagheremo. Ma mi dica: cosa è successo in quel paesino? Mi lascia così con un arciprete, un orologiaio e un macellaio morti ammazzati?
Il maresciallo sapeva che quello sbirro di Gatto moriva se non gli raccontava come erano successi i fatti allora si alzò e dandogli subito le spalle per non fargli vedere il sorrisetto sotto i baffi andò via:
-Roba vecchia Gatto! Roba vecchia! Pensa a questa gatta da pelare che ci è capitata…-
Il brigadiere c’era rimasto veramente male e alzando la mano destra a mezz’aria disse tra i denti:
-Chi pezzu di merda!
-Gatto attento che ciò la ‘ntisa fina di sbirru
Andando via.
…
In quel 1938 e in quel piccolo paesino era successo che l’arciprete preso di coscienza, o perché non si sapeva fare i fatti propri, aveva convinto ad una parrocchiana di non sposare il fidanzato, tenente medico dell’esercito, in quanto pazzo. Allora la fidanzatina convintasi scrisse che non voleva più sposarlo. A volte basta concentrasi con convinzione su una cosa che si perde di obbiettività. Pensare di una persona che è pazza e evidenziando solo le sue stramberie si finisce con il convincersi seriamente della sua pazzia. Il tenente medico, non era pazzo ma abbastanza originale ed anche estroverso, forse il suo essere un po’ anticlericale pertanto lontano dalla chiesa e da tutte le tradizioni annesse ha potuto creare questa convinzione all’arciprete. Il tenente medico, ricevuta la brutta notizia, si fece dare un permesso e piombò subito a casa di lei. La quale non voleva spiegare il vero motivo, additando dei diversivi come: non l’amava più, ‘un c’è vultuntà di Diu. Lui più istruito della ragazza e di sua madre, promise che sapendo il vero motivo le avrebbe lasciate in pace definitivamente, così incominciò a scavare dentro quell’espressione: ‘un c’è vultuntà di Diu, scoprendo che dietro quella volontà e dietro quel Dio c‘era un sicari l’arciprete! Sapendo la verità fece come promise, le salutò non lasciando intravedere nemmeno un filo di rabbia e andò via. Cercò l’arciprete in chiesa, niente di niente, non riuscì a trovarlo, così arresosi prese la littorina per Girgenti e andò via. Ma il caso volle che mentre era affacciato al finestrino a smaltire i bollori dell’ira vide l’arciprete in groppa al suo somaro che tornava tranquillo dalla campagna, con quel bel largo cappello di paglia e il fazzoletto bianco a tracollo. Il tenente non appena la littorina trovò la prima salita in una curva si lanciò fuori e alla svelta arrivò in sacrestia dove pazientemente attese l’arrivo dell’arciprete.
-Oh! Caro tenente… Vengo or ora dalla campagna, che vuole, come dice il dett vo’ ‘nparari a ‘npuviriri adduga l’omini e ‘un ci jri![6] A che devo l’onore?
-Vossia ha asserito che io sono pazzo dissuadendo la mia promessa sposa a maritarsi con me, mi può spiegare il motivo cosa l’ha spinto a fare questo torto alla mia persona? Non curandosi di rovinare la mia esistenza!
Andò subito al dunque senza mezzi termini e risoluto. A questo punto l’arciprete si vide come un topo in gabbia era pronto a gridare e si girò più volte a dritta e a manca per fuggire, ma il tenente ha estratto la pistola dal fodero alla cinta e gliela puntò così costringendolo all’angolo.
-Non fare pazzie, figliolo… Non ti macchiare di questo peccato così orribile! Sono un uomo di Dio… Tutto si risolverà! Chiarirò io stesso con la tua fidanzata!
Lui sapeva di essere senza speranze lo leggeva benissimo in quello sguardo furente e deciso.
-Perché? Dimmi perché…
Il tenente guardava quel faccione sudaticcio e quello sguardo colmo di terrore ma nonostante ciò pieno d’ipocrisia, almeno lui lo vide così, e senza più attendere altro sparò due colpi al cuore facendolo stramazzare a terra lungo lungo. I colpi rimbombarono e subito accorsero il sacrestano e alcune parrocchiane.
-Madonna santa!
-Fermo! Vai a chiamare i carabinieri li aspetto qui, vai, corri!
Così si sedette nella scrivania e attese l’arrivo.
Nello stesso paesino e nella stessa sacrestia nel 1972 è successo un caso simile. L’arciprete aveva dissuaso una promessa sposa convincendola che lei era più giovane di tredici anni e lui non così di buon fisico, oltre a non stare bene economicamente, insomma non le conveniva sposarlo. Il promesso sposo fece la stessa fattetta del tenente, ricordando l’accaduto, almeno pensava di andarlo a spaventare, ma questo arciprete canicattinisi, dalla personalità molto controversa, tirò per primo fuori dal cassetto la pistola assicurandogli che se non se ne fosse andato l’avrebbe usata di sicuro. Così mogio mogio batté in ritirata, cercando altre soluzioni per aggiustare il matrimonio.
Torniamo in quella sacrestia del 1938. Arrivò il vice brigadiere, Scarpella, con un carabiniere semplice, dopo avere fatto il saluto al tenente, e ascoltato la deposizione voleva mettere le manette, ma il tenente, con auto controllo e senza minimamente sconvolto, si rifiutò perché era più in basso in grado, perciò lo seguiva in caserma di sua spontanea volontà.
Contemporaneamente aveva avuto epilogo un’altra tragedia. Da più di un mese era arrivato in quel paesino un orologiaio da Girgenti. Un tipo fine, ben vestito, si vedeva che era cittadino, aprì bottega proprio sottocasa del macellaio. L’orologiaio veniva con la pintajota la mattina e ripartiva con l’ultima, pertanto si arrangiava alla meno peggio per pranzare. La moglie di don Paolino le veniva pena così si adoperava a passargli qualche piatto di pasta. Tutto qui! Vero o no questo non lo sappiamo… Ma il macellaio da quando era arrivato questo Gegè aveva perso la serenità. Insomma c’era qualcosa che lo disturbava, non lo faceva lavorare tranquillo e neanche più dormire. Il tarlo della gelosia aveva fatto le sue gallerie nel suo cervello e non lo lasciava più in pace. Lui era un brav’uomo non faceva mancare niente ne alla moglie ne alle due figliole, che amava tanto. Lei talaltro aveva una gamba leggermente più corta e questo la faceva zoppicare, ma per don Paolino questo difetto non era nemmeno messo in considerazione. Effettivamente anche questo difetto aveva spinto l’attenzione di don Paolino perché era una specie di garanzia alla fedeltà e gratitudine della moglie verso di lui. Era stato serenissimo, ma da quando era arrivato questo orologiaio dai modi gentili e che gli aveva sistemato un pendolo, cimelio di famiglia della moglie, aveva perso la serenità. Anzi il battito di quel pendolo, nelle notti insonni, gli sembravano martellate in testa. Così guardingo stava attento all’espressioni della moglie quando lo nominava di proposito, quando lui si affacciava per chiedere cortesemente di riempirgli la bottiglia d’acqua. A volte quando rincasava se ne spuntava con delle trovate veramente uniche. Un giorno rincasando si presentò di fronte la moglie e togliendosi il pirulì pregò la moglie:
-Tocca kà!
Guidandole la mano sopra la fronte.
-Che c’è? Forsi sbattissi? Ma nenti sentu?
-Sicura? Talè tocca kabbanna! Chi c’è?
-Ju nenti sentu e neti vidu.
-Sicura si?
-Certu! Ma chi fa sbattissi?
-Arrè! Ma tu dimmillu, sicura si ca ‘un c’è nenti?
-Si!
Rispondeva la poveretta ignara della trappola.
-Sicura si ca ‘un c’è un paru di corna?
-Ma chi dici?
Ritirando velocemente la mano.
-No pirchì ju mi sentu propriu ca stannu spuntannu!
Lei era un tipo molto calma e quell’atteggiamento che assumeva ultimamente il marito la inquietava, però, pensava, gli doveva passare, come dice l’anticu: “ariu nettu ‘un ti scantari di li trona.
Don Paolino, al macello quando sparava alla bestia per abbatterla tra occhio e occhio provò una deviazione mai sentita prima, una forma di soddisfazione mista a piacere. Mentre prima evitava di guardare negli occhi buoni e paurosi del bue, diceva lui per no lasciargli il ricordo dopo la morte del suo assassino, ora lo guardava fisso, ma non vedeva la bestia, bensì l’orologiaio.
Un giorno finì di pranzare e andò via di corsa alla macelleria, visto davanti la porta appeso il pajo di corna s’inquietò tanto, sistemò un quarto di vitello appendendolo al gancio che chiuse bottega e tornò a casa. Pensava strada facendo a quelle corna che gli faceva l’orologiaio e se la rideva passeggiando con il suo nuovo amico. Arrivato all’angolo lo vide davanti la sua porta mentre la moglie porgeva qualcosa, si fermò di scatto e tornò indietro. Si rinchiuse dentro la macelleria seduto in un angolo a disperarsi perdutamente, quando prese la decisione erano passate diverse ore, era rimasto in quello stato al di fuori del tempo e del luogo, si alzò prese la rivoltella dal cassetto e a grandi passi andò verso casa, incontrò l’orologiaio che passeggiava a braccetto con il sarto che sghignazzavano. Lui sicuramente pensò che l’oggetto ti tanta ilarità era lui e peggio ancora tutta la sua famiglia, così in un attimo gli puntò la pistola in fronte come ad un vitello, lo fissò negli occhi e gli sparò. Il sarto rimase in piedi e l’orologiaio gli cascò accanto. Raccolse un po’ di coscienza e scappò via. Salendo per le scalinate verso il macello, pensava una volta quando gli era scappato un vitello ferito per il paese e lui lo seguiva con la pistola in mano per abbatterlo perché pericoloso per la gente. Così mentre correva lui era diventato sia l’inseguito che l’inseguitore. Sia la preda che il predatore. In questa confusione mentale arrivò davanti il portone del palazzo del barone, alzano gli occhi vide la chiesa e una folla davanti, si puntò la pistola alla tempia e si sparò. La moglie continuò ad insistere che quello era un semplice gesto di pietà verso quell’uomo gentile tanto per ricambiare il grande favore fatto nell’aggiustare quell’orologio così importante per lei. In paese la gente non ha mai dubitato quella versione ma qualche maligno ha pensato diversamente.
…
Padre Hoff scendendo dall’aereo a Punta Raisi non ha potuto fare a meno di paragonare Palermo ad una città del nord Africa. Lo hanno colpito i colori della vegetazione, del cielo e delle pietre ferrose. Si, la luce era sicuramente diversa, aveva letto qualcosa della Sicilia ma non vi era mai stato. Mentre, invece, era stato molte volte in Italia per lungo e per largo, Firenze, Roma, Milano, Torino, Napoli. Sicuramente quella terra non era italiana. Così ricordava cosa aveva letto a riguardo questa terra, lo sbarco degli Alleati, sui separatisti, concludendo che non avevano tutti i torti. Rifletteva che in un posto bisogna respirare l’aria per sapere obbiettivamente la sua storia.
-Questa è la Sicilia!- Disse il professore Randisi.
-Non c’ero mai stato!
-Terra di misteri e segreti… A ecco c’è il mio amico Enrico!
Dopo i convenevoli si misero in viaggio, lungo e faticoso tra salite e discese. Padre Hoff beveva con gli occhi quel paesaggio che mutava continuamente tra mare, montagne, vegetazione e steppa mediterranea e fiori, arbusti di ginestre, prati d’erba di un verde acceso e di strane orchidee violacee, mandorle in fiori e un cielo di un azzurro profondo che ubriacava, mentre le nuvole sembravano rispecchiare delle pecore a pascolo; insomma mille colori tutti accesi. Il sole picchiava nei vetri dell’auto creando un effetto serra facendo sentire veramente caldo ai passeggeri. Ad un certo punto il rombo monotono dell’auto, quel tepore e la stanchezza, padre Hoff si era intorpidito per un po’. Gli sembrava il gioco delle scatole cinesi, dentro un paese ce n’era un altro e poi un altro ancora, fino ad arrivare in fondo, dove il mondo sembrava finire e così ascoltare dalla voce cortese e signorile dell’amico di Randisi: “Siamo arrivati: Camico!”. Vedeva la chiesa sovrastare ogni cosa e questo in un certo senso lo rassicurava, da quando era sceso dall’aereo si sentiva l’adrenalina in corpo, come un tremore leggero. Quando poi finalmente l’auto si fermò e scese in quella larga piazza davanti il grande portone del palazzo si sgranchì un po’ le gambe e provò ristoro dopo quel torpore in auto, ma la scossa aumentò. Erano forse i muri di quelle abitazioni che dicevano qualcosa, la sua stessa missione in quel posto così nuovo e imprevedibile, poi gli sguardi di quei Siciliani: fuggitivi, ironici, a volte passavano così velocemente dal timore alla minaccia e viceversa da perdere il senso logico e smarrirsi così nel paradosso. Tutti questi pensieri accompagnavano padre Hoff, pertanto in una continua distrazione rispondeva in ritardo alle premure di Randisi e il suo amico, come se un riflusso del tempo si interponeva su ciò che stava succedendo. Avrebbe voluto ricordare a lungo ogni momento di quel viaggio, un ricordo oggettivo che non gli appartenesse da potere rivivere distaccatamente ogni volta che lui avrebbe voluto. Entrò dentro il portone e poi per il cortile e la scala, per quelle stanze grandi. Quella casa sapeva di storie, di fatti, di risa e di pianti, come la sua padrona, donna Lucrezia, che portava segnati nelle rughe del suo viso ogni momento, eppure se ne stava austera con lo sguardo arcigno ad osservare gli intrusi, mentre in una apparente gentilezza dava il benvenuto.
Dopo essersi lavati e rifocillati non si perse tempo e si passò subito al dunque, non erano venuti a Camico per un viaggio di piacere, bensì spinti da interessi molto importanti per coloro che rappresentavano. Pertanto entrarono nella antica biblioteca di famiglia e tra crateri rappresentanti gesta e divinità di epoca antica, forse autentici, si sono seduti attorno ad un tavolo dal ripiano in vetro, dove dentro erano in bella mostra antiche monete, fermagli, amuleti e statuette votive di vario materiale. Il professore Randisi chiese subito a che punto erano le indagini. La risposta del notajo Battista non arrivò, anzi chiese di padre Hoff e chi rappresentava. Così intervenne il prete, si sistemò all’indietro aggiustandosi gli occhiali dorati e con voce calma incominciò a parlare:
-Caro professore, il suo amico fa bene a chiedere, perché non ci ha ancora presentati. Vengo per conto del Vaticano ed il mio compito è di accertare se è autentica o no la notizia dell’esistenza di una antica setta dentro la chiesa. Ora la figura di Alberto Greco ha tutte le caratteristiche di un apostolo della setta. Già da tempo seguivamo la sua condotta, il modo di come è stato ucciso ha dato maggiore credito ai nostri sospetti. Accertarne l’esistenza significa una cosa soltant la Chiesa corre un grave pericolo. E questo pericolo è maggiore perché proviene dall’interno e da personalità di varia importanza. Ora caro dottor Battista lei che è uomo di fiducia garantita dal professore Randisi, deve aiutare me a trovare qualche certezza. E’ disposto? Basta un suo no, per cambiare immediatamente discorso e domani andare immediatamente via.
Il professore Randisi prese la parola non attendendo nessuno cenno di risposta del Battista:
-Vede padre Hoff, noi siamo ubbidienti al nostro Ordine e le disposizioni dei nostri fratelli superiori sono state categoriche!
-So! Voglio una risposta chiara dal suo amico e le spiego perché, se accettasse non dovrebbe nascondermi niente, nemmeno ciò che tiene in serbo dentro la sua anima. Sarò un suo confessore ma non dovrà avere segreti con me! Io cercherò di scavargli dentro e lui mi dovrà lasciare fare.
-Io non credo nella confessione! Come non credo che un sacerdote è ministro di Dio ed uomo a suo piacimento. Per me uomo è ed uomo rimane, sempre! E nessun uomo è superiore a me, come io a nessun altro, perché, credo, che tutti gli uomini siamo di pari dignità in quanto animali e non in quanto uomini, per meglio dire persone. Ma non stiamo parlando di fede, quinti la mia risposta è si, come già stabilito dal mio Ordine.
-Allora, esco, le confessioni non devono avere testimoni.
Disse alzandosi Randisi. Attese un attimo e visto che chi tace acconsente continuò:
-Andrò a fare due passi per il paese.
Non appena chiusa la porta padre Hoff accostandosi con il busto e pregandolo con gli occhi con tono gentile gli disse:
-Cominci!
-Non so da dove cominciare…-
Il notajo evitava di guardare negli occhi, chiari verdicci, il sacerdote e con voce malferma continuò:
-Io non sono stato un frequentatore di chiesa e nemmeno di sacrestia, ma l’arrivo di don Alberto è stato una specie di rivoluzione, perché coinvolgeva tutti quanti alla vita sociale e non solo parrocchiale. Una personalità del genere nel momento delicato che stava attraversando la comunità fu, come si vuol dire, una benedizione di Dio. Io ero smarrito con la grande responsabilità degli eventi che si susseguivano; con i soldati tedeschi che pretendevano chissà che cosa. Lui portava invece allegria, risa, voglia di fare. Aveva un sorriso ed una buona parola per tutti e non solo, anche qualche pezzo di pane, un indumento, qualche soldo, un paio di scarpe. Le sue messe erano affollate, alle cinque di mattina, prima di andare in campagna, i contadini erano già in chiesa. Anche per me ha trovato le parole giuste, dandomi certezze ai miei dubbi.
-In politica?
-In tutto, deve sapere che sembra si sia abbattuto sulla mia famiglia una maledizione, dopo l’ascesa del Duce al potere, quasi a segnare l’inizio della tragedia. Mio padre morì d’infarto, a quanto sembra, mio fratello Giulio morì nel 1938, a Valencia, il 24 luglio mentre sferravano l’attacco. L’altro fratello, Ferdinando, tornato dal nord Italia rattristito, s’impiccò proprio lì da quella finestra chiusa, che mai più aprimmo, penzolando nel cortile. Quando mia madre scoprì il suo corpo che gocciolava ancora urina e liquido seminale, non urlò, rimase lì sotto in ginocchio a piangere inzuppandosi i capelli con quel liquido. D’allora il suo cuore si chiuse a riccio, indurendosi. Lei doveva conoscerla prima.
Si voltò e prese dallo scaffale dietro un ritratto della madre e delicatamente lo porse al suo interlocutore.
-Vede le sue labbra come sono aperte e inclini al sorriso, ed i suoi occhi sembrano complici di quel sorriso. Tutti a Camico erano innamorati di lei: uomini, donne, bambini.
-Molto bella!
-In questa profonda tristezza don Alberto, riuscì un giorno a farmi piangere. Io non avevo pianto per tutti gli eventi nefasti della mia vita. Mi lasciavo distrarre dalle cose da fare, dagli eventi che si susseguivano. Un giorno salì al municipio, per chiedermi non so che cosa, ad un certo punto mi guardò negli occhi e mi disse che dovevo uscire dal buio che mi avvolgeva, dovevo uscire dalla solitudine. Io rimasi in completo imbarazzo per quel tono così confidenziale e per quello sguardo pieno di sentimento, affetto, non so cosa, verso di me. Allora mi prese la mano e mi disse: “Siamo dei bambini che abbiamo perso il sentiero del ritorno!” Mi strinse la mano forte. A primo acchito volevo svincolarmi, poi non ho potuto fare a meno dei suoi occhi e di quel contatto e piansi come un bambino, non riuscendo a calmarmi per un po’. Da quel giorno siamo diventati amici per la pelle.
-Ha confidato il suo credo?
-Quando eravamo assieme difficilmente parlava di fede. Anzi argomentava d’altro. Un giorno mi raccontò che si era invaghito di una giovane donna. Ne era innamorato, io provai un po’ di gelosia, che la sua acutezza intellettiva subito percepì.
Padre Hoff sempre immobile con lo sguardo puntato sul notaj
-Eravate amanti?
-No!
Rimase in pensiero chiuso in un tormentoso silenzio, poi sospirò e riprese.
-Questa donna sposata con un bambino, andava poco in chiesa, allora riuscì ad avvicinare la sorella del marito, a corteggiarla fin quando era disposta a fare qualsiasi cosa lui comandasse. Così un giorno riuscì a possederla fisicamente, dopo quel giorno la dimenticò completamente, poi non ne parlò mai più.
-Come mai?
-Il suo scopo era soddisfare ogni voglia, ogni desiderio. Mi diceva di non volere lacci con questa terra. L’amore per lui era solo l’innamoramento, il resto era solo convenzione sociale. Il matrimonio era un sistema ipocrita, perché nessuna relazione doveva avere vincoli, lui diceva che la comunanza era il sistema migliore. Gli feci notare che erano i bolscevichi a pensarla proprio così, lui rispose serenamente che già i platonici e prima ancora di loro l’avevano messo in pratica.
Proprio a queste parole annuiva padre Hoff, allora prese un taccuino nero tascabile ed una penna.
-Permette che prendo qualche appunto?
-Certo!
-Continuate, ve ne prego.
-Io non riuscivo a credere come da quella passione non sia rimasta neanche l’ombra… Parlava di lei come di Afrodite. E dirla tutta, veramente questa donna ha una passionalità unica. Ma non è stata la sola, deflorò pure una fanciulla di dodici anni. Ed ha avuto rapporti sessuali con persone dello stesso sesso di diversa età.
-Lei, che parte aveva in questa storia?
-Io, non ero d’accordo a questa sua condotta immorale sessualmente, e non riuscivo proprio a capire come mai mi confidava queste sue manie. Tanto che più io non volessi ascoltare, lui insisteva, arricchendo le sue narrazioni con particolari plastico pittoriche. Poi capii, per me quelle sue narrazioni erano una terapia. Lui era riuscito a scoprire il mio blocco, la mia inattività sessuale, la mia impotenza, che non avrei confessato proprio a nessuno. Quando lui notò la mia metamorfosi, continuò la sua storia addentrando ancora di più nei particolari: colori, odori, gemiti sensazioni… Ed io che riuscivo a sentire cose nuove, come un cieco che vede la luce, un sordo che ascolta una melodia. Il mio corpo si trasformava. Il mio sangue sembrava ribollire e affluire come un fiume in piena che travolgeva ogni cosa. Il bicchiere con il rasolio mi cadde di mano, ma non me ne curai. Lui continuava ancora, fin quando quel fiume in piena sfociò in una eiaculazione. La mia prima volta. Subito dopo mi chiese: “Come ti senti?” Risposi che ero solo felice.
-Qual’era il racconto?
-Aveva sodomizzato un bambino di otto anni.
Enrico Battista guardò negli occhi padre Hoff che non si scompose affatto. Rimasero per un po’ in silenzio, quando poi riprese:
-Il giorno dopo andai a Palermo ed un mio amico mi portò in un posto molto particolare, sarà stata una sua garçonnière, pieno di specchi e comodi cuscini e lì mi fece incontrare una vera maestra del sesso. Quella donna non la dimenticherò per tutta la vita. Ella intuì il mio stato. Tornai a Camico dopo una settimana, più sicuro che mai. Ma don Alberto, venutomi a trovare la stessa sera, mi disse che quello era solo il primo passo perché dovevo affrontare il mostro dentro me e abbatterlo, sconfiggerlo per essere veramente libero. Mi spiegò che quell’impotenza era stata causata sicuramente da un trauma infantile che io avevo rimosso. Così incominciò a scavare dentro me parlando della mia infanzia rimovendo ricordi, abbattendomi barriere fin quando arrivò a farmi parlare dei miei cinque anni, quando subii una violenza carnale da un parente mezzo matto, scemo, di mia madre che tal’altro avevo pure dimenticato la sua esistenza. Anche perché d’allora mio padre lo fece scomparire per sempre non so come, non so dove. Ora amo tutte le donne, proprio tutte, non riesco ad amarne una in particolare, ma tutte quante, giovane, vecchie, belle e brutte. Non riuscirei a vivere soltanto con una, pertanto preferisco le prostitute, dove il contratto è ben chiar io ti do tanto e tu mi dai tanto. A pensare quante volte ho tremato in tutte quelle occasioni che i camerati quasi per sfizio, per tradizione, passavano le serate nei bordelli a mostrare la loro virilità italica ed io che dovevo essere il primo, trovavo mille scuse per non andare. Loro adducevano questa mia condotta al mio fare aristocratico. Ma un giorno che arrivarono ad Agrigento gerarchi di Roma, di quelli dal passato nelle squadracce che consideravo in mal modo gli aristocratici, pertanto non ho potuto fare a meno di esimermi, ed entrato in camera, trovai una femminuccia che si dispose nel letto, io mi sedei in una sedia proprio accanto la porta. Lei chiamava: “Eccellenza! Eccellenza!”. Allora io presi parecchi soldi e glieli diedi, chiedendole di gridare recitare la parte per fare intendere a gli altri che l’atto si stava compiendo. Lei intelligentissima incominciò con gli urli e dimenarsi nel letto come una tarantolata. Durò forse venti minuti, per me furono interminabili, mi mortificai così tanto che mi spuntarono le lacrime. Lei ogni tanto sbirciava il mio malessere e alla fine si accostò e accarezzandomi il viso mi baciò in fronte. Io, oggi mi pento amaramente, gli mollai uno schiaffone che stramazzò, poverina, a terra. Mi scomposi gli abiti e uscii. Proprio davanti la porta mi attendeva sua Eccellenza di Roma che vedendo a terra nuda la fanciulla esclamò: “Camerata Battista, ho sentito lo schiaffo! Non ho potuto fare a meno di ascoltare tutto. Un uomo di valore come voi lo è in tutto e voi lo siete! Quale tenerezza… bastano i soldi e niente confidenze!” Provai vergogna della mia esistenza, mi diede tutte le colpe possibili e sentii dentro me la convinzione del suicidio. Per questo motivo l’aiuto di don Alberto fu grande, quell’uomo conosceva gli animi e leggeva dentro. Ma il bene che faceva alla gente, tenendo conto quello che lui si riprendeva, era niente!
-Mi dia un chiarimento, cosa prendeva?
-Quando si avvicinava ad una famiglia povera e donava soldi, l’aiutava con abbigliamento o altro, aveva trovato una vittima da sacrificare ai suoi giochi di piacere. Quel bambino, che lui ha abusato, ora è in seminario, sarà anche lui un prete, oppure un insegnante chi lo sa? Lui in quella sua estrema forma di altruismo nascondeva un profondo senso di egoismo. Penso che il suicidio del Sanna in un certo modo sia collegato alla sua morte. Sospetto seriamente che la sua morte sia stata causata da qualche sua vittima.
-Da lei cosa ha voluto in cambio per il favore prestato?
-Apparentemente niente… mi ha chiesto alcune concessioni di alcuni locali per la chiesa, poi chiedeva aiuti in America, mandando foto di case diroccate e bambini con abiti laceri. Arrivavano pacchi enormi di abbigliamento d’ogni genere e che ai più bisognosi regalava, ma che la maggior parte vendeva tramite una sua ruffiana. Dei soldi non so cosa ne faceva, a quanto sembra spediva a Roma, ma non so proprio a chi. E soldi ne riceveva, dollari e donazioni da persone anziane benestanti. Lui mi ha chiesto cocaina, sapeva che tramite la mia autorità poteva ottenerla. Ed io mi sono adoperato.
-Le ha mai parlato del Vangelo Segreto?
-No, ma un giorno mi chiese cosa fosse venuto a fare Gesù tra noi? Io rispose le solite cose che si imparano dai preti, come è venuto a salvarci dal peccato originale eccetera. Lui si mise a ridere e mi chiese: “e dov’è questa salvezza? Nell’orribile codardia della politica che sa solo uccidere? Pensi che l’umanità sia salvata da qualche cosa? Ogni anno ripetiamo la stessa recita in chiesa e ogni anno siamo al posto di partenza.” Ad un certo punto mi sono anche irato, perché il manico di quel coltello lo dovevo prendere io e lui la lama, così gli dissi se si fossero invertiti i ruoli. Lui mi rispose serenamente che la Chiesa aveva i suoi giochi di potere e per questo aveva traviato il Vero Vangelo di Gesù, nascondendo la verità. La verità era che questo mondo era stato creato da gli angeli ribelli e che i nostri corpi erano prigionie delle nostre anime. Tanto che mi diede un pizzicotto e mi disse: “Senti che dolore? A primo acchito vorresti fuggire dal tuo corpo, come chi soffre tanto e vuole subito morire per liberarsi dall’involucro e così dal dolore! Il Maestro è venuto ad insegnarci: la Verità di questo mondo d’illusione e di sofferenza, la Via del Regno dei Cieli e la Vita ch’è oltre questa prigionia. Leggi attentamente Giobbe e scoprirai come Dio confabula con Satana e come questo mondo sia solo apparenza e inganno a loro capriccio di vendetta e gioco.” Le sue parole ancora oggi m’incutono irrequietezza, hanno qualcosa di terribile.
-Si sono ancora tra noi!
-Chi sono?
-I sacerdoti di Harpocrates. Una setta antichissima che pensavamo completamente annientata nel IV Secolo ma avevamo torto, sono più forti che mai!- (Incominciò a sudare prese un fazzoletto dalla tasca e si asciugò, si pulì gli occhiali e riprese a parlare) –Domani, dopo una breve visita sia nel luogo del delitto che nella sua chiesa posso ripartire.
-Arpocrate? Mi sembra una divinità egizia?
-Si il bambino che invita al silenzio… il bambino che viene allattato da Iside, Arpocrate, ovvero sia, Horus. Loro hanno contentato i sacerdoti di Mitra e loro stessi, perché il 24 dicembre nasce Horus e Mitra. Il segreto è la loro forza. Cosa sa degli gnostici?
-So poco e niente, prego continui, anche per un non credente come me è abbastanza interessante.
-La teosofia, cioè la sapienza divina, raggiungere l’unità tra micro e macro tramite la via dell’anima. Sant’Ambrogio fu chiar “quando l’anima si converte si chiama Maria (…) e diviene un anima che genera Cristo[7] . Plotino insegna la liberazione dell’anima dal materiale inteso come male verso il vero mondo, il Regno dei Cieli. Loro dicono che un Demiurgo geloso del Padre ha creato un mondo materiale a copia del mondo divino. Ed è proprio in una colatura, rivelatasi smeraldo, di questo demone che nasce la tavola di Ermete Trismegisto e la sapienza dalla notte dei tempi. Alcuni dicono che con lo stesso smeraldo hanno scolpito il Santo Graal dove adepti di una setta hanno raccolto il sangue di Cristo mantenuto eternamente vivo come elisir di eternità e conoscenza divina. Tutte stravaganze che trovano ristoro nelle menti già pronti al peccato, le quali rifiutano la gioia dell’esistenza, la magnificenza di Dio nel Creato per potersi ubriacare del niente. Per trovare alibi alle loro nefandezze. La Chiesa nei secoli ha sempre combattuto queste sette anche in maniera violenta, bisognava agire in questo modo, solo così poteva rimanere salva, almeno si pensava…
-Mi scusi se lo interrompo- il notajo sembrava alquanto inquieto –Mi spieghi allora come mai, vi siete rivolti alla nostro Ordine? Perché a quanto sembra anche noi proveniamo da quelle storie.
-La ricerca dell’Assoluto è giusta, la via che ognuno intraprende è giusta fin quanto non è morte! Violenza! Distruzione! Perché tanto tutto ciò che si vive è come un sogno, una finta, è niente e allora si è autorizzati a fare quello che si vuole. L’idea di liberarsi di Dio per potere essere loro stessi dei, ha reso i nazisti e i comunisti delle belve feroci senza alcun rispetto della vita altrui. Come uno scienziato che scopre qualcosa che può causare la fine dell’umanità così Nietzsche ha cercato di fare nascere un uomo nuovo, libero anche dall’idea di Dio, ed ha scatenato la bestia. I Sacerdoti di Arpocrate hanno il dovere religioso di eliminare i desideri dell’anima per liberarla dalla materia. Un po’ come Siddharta, ma i buddisti predicano la non violenza. Per i carpocraziani tutto è lecito! Anche l’uccisione di un altro uomo! O il farsi uccidere… Loro hanno avuto dei vangeli apocrifi: quello di Marco e di Giuda. In quello di Marco, che loro ritengono di essere in possesso dell’originale e non quello contraffatto dalla Chiesa, nell’episodio della resurrezione di Lazzaro, la sera dopo descrive che Cristo e il risorto descritto nudo con un panno di lino hanno passato la notte insieme. Quella che era l’iniziazione di Lazzaro all’ordine esseno, loro l’hanno interpretata come un rapporto omosessuale, noi come una resurrezione. Mentre nel vangelo di Giuda, sorprendentemente, scritto dal traditore, vi è, secondo i carpocraziani, la vera rivelazione, che il Maestro è venuto in terra ad avvertire che stavano adulando, non il Padre ma Satana e che ogni cosa di questo Mondo è una illusione e bisogna rivolgersi al Regno dei Cieli. Che lo stesso Gesù era un uomo normale ed il suo cammino verso lo spirito lo ha reso figlio di Dio. La morte in croce, lo stesso tradimento di Giuda è avvenuto sotto la regia del Maestro, studiata nei minimi particolari. Così il Maestro si è liberato dalla materia ed è ritornato al Padre Anima di Luce.
A questo punto Padre Hoff sembra cadere in una profonda depressione.
-Cosa le prende? Vedo che è caduto nello sconforto.
-Niente, ogni tanto mi accorgo, mentre sciorino queste teorie, mi creda, raccolte minuziosamente da scritti conservati segretamente in Vaticano, che loro sono presenti e lo sono da sempre. Documenti raccolti negli angoli più sperduti del mondo. L’altra volta sono stato al Kunsthistorisches Musem, Gemäldegalerie di Vienna e in quadro del XVI secolo il Giove, Mercurio e la Virtù di Dosso Dossi misura all’incirca un metro per un metro e mezzo, noto che Mercurio impone silenzio alla Virtù, mentre Giove disegna farfalle che prendono vita. Da quella traccia siamo arrivati a congiungere gli ermetici con i carpocraziani. Anche se tra di loro vi è molta distanza. Noi diamo un corpo pronto a spirare in un terrificante strumento di morte che è la croce, nell’umiliazione più profonda, diamo la libertà a chiunque di fare morire quell’Uomo e alla loro pietà di farlo risuscitare potente! Vivo! Vero! Come ognuno umiliato, tradito dalla vita ha la sua speranza di rinascere il giorno seguente con il sorgere del sole, vivo, vero, potente! E se così non fosse rinascerebbe come il seme a primavera al primo tiepido sole dopo l’inverno, vivo! Vero! Potente! Dio! Questa croce è la porta, è la via, il tao, il sentiero. Ma senza pietà per quell’Uomo su quella croce, senza un briciolo d’amore, un attimo di condivisione della sua sofferenza, quella porta rimarrà inesorabilmente chiusa!
-Lei sicuramente sa… io non credo!
-Si voi fascisti, venite da quel socialismo mangia preti!
-La Chiesa ha creato una propria dottrina credendosi la unica a possedere la verità, scusi: LA VERITA’! Chiunque si è contrapposto è stato distrutto, non escludendo metodi che direi… semplicemente non hanno niente a che fare con quell’Uomo lasciato appeso nelle vostre croci! Intanto asserite che voi: Chiesa, siete i detentori del fuoco primordiale, voi tenete lo Spirito Santo, a vostro uso e consumo, mentre voi: uomini vi insozzate in maniera deplorevole. Lo so, sto generalizzando! Ma cosa fate quando scoprite la lordura dei vostri uomini? Non dimentichi che don Alberto si è potuto avvicinare ad ignari bambini, donne e uomini fedeli grazie alla sua funzione di sacerdote. Ma voi siete nel giusto, avete una ragione per nascondere tutt è più importante la difesa della Chiesa. Voi interponete il vostro interesse alla giustizia! Come facevamo noi, per proteggere la rivoluzione fascista calpestavamo la legge, la giustizia, anche noi teoricamente ci sentivamo eticamente giusti. Ma sapevamo tutti, escluso nessuno, dal più piccolo al più grande che in fondo difendevamo la nostra porzione di potere su gli altri.
-Non vuole paragonare il vostro messia con il nostro? Il vostro Duce, morto, si trascina nella tomba e per sempre tutta la sua dottrina. Il nostro è pronto a risorgere in ogni momento. Poi lei parla di metodi ormai superati. Oggi la Chiesa è pronta ad inserire al momento giusto una verità pronta ad essere smentita. Basta produrre un falso documento e metterlo sotto il naso del primo babbeo che crede di distruggere la Chiesa per poi farlo smentire dai suoi colleghi stessi
-Diabolico…
Entra Randisi:
-A, a, attento Enrico stai peccando di eresia! Signori spero di non disturbare, ma sono passati più di due ore… Ora basta! No? Sono stato a gironzolare tra le viuzze e la piazza; la mia Calabria, diciamo è indietro, ma qui siete refrattari al futuro. Poi, dove sono le donne? Sembra abitato solo da uomini.
-Ci sono le donne e sono pure belle!
-Al mio passare ogni uscio si chiudeva e ogni parola moriva. So che non è ostilità, non vengo dall’America come padre Hoff, però mi ha fatto impressione subire quest’atteggiamento. Ad un certo punto mentre guardavo alcuni segni nella chiesa giù in piazza, mi si è avvicinato un giovane con un aria spavalda e mi disse in siciliano guardandomi negli occhi se avessi bisogno di qualcosa, risposi che stavo semplicemente curiosando.
-Questo è qualche picciotto del cavaliere Galante, anche lui è un muratore ma non è del nostro Ordine.
-E’ un mafioso?
-Il don di Camico!
-La mafia!- Disse padre Hoff affermando nella stessa parola il mistero.
-Loro non sanno niente sulla morte di don Alberto e questo è insolito, perché ogni omicidio, ogni semplice furto o minaccia è conosciuta dal cavaliere, ma questo orrendo omicidio non è stato sotto il suo controllo, mettendolo fortemente a disagio con i politici e la chiesa siciliana. Sta indagando, come stanno indagando i carabinieri.
-Io mi sono già fatto un idea, perché già casi simili sono successi in America dove il fenomeno è stato più rilevante, tanto da pensare che la sede sia proprio lì. I Sacerdoti di Arpocrate, grandi studiosi di psicanalisi e utilizzando anche droghe di vario tipo, in alcuni casi, hanno indotto le loro vittime all’omicidio, così uccisi riescono a fuggire da questo mondo per il viaggio mistico verso il Regno dei Cieli. Meccanismi autenticamente demoniaci. Penso che don Alberto tramite la cocaina abbia teso una trappola a qualche vittima ignara. Possibile che poi il senso di colpa abbia indotto questo suo designato al suicidio.
-E’ un po’ questo quello che ho pensato alla notizia del professore Sanna… Un tipo determinato!
….
Padre Hoff si svegliò mentre ancora era buio e rimase disteso sopra il letto con le mani giunte in una profonda preghiera molto personale, mentre con gli occhi aperti vedeva rischiarire le immagini del soffitto. Uno strano affresco lasciava intravedere la ninfa Dafne in fuga e in piena metamorfosi, la gamba destra già affondava nel terreno e i bellissimi capelli si allungavano nell’aria come rami. Appena dietro vi era l’aureo Apollo che l’inseguiva invano. Madre Terra aveva così accontentato la figlia per evitare il mitologico stupro. La finestra di quella stanza dava nel giardino interno al caseggiato. Mentre il sole incendiava quel cielo azzurro elettrico vedeva un albero di limoni e uno di mandarini che avevano incrociato i rami colmi di frutti e un gelsomino aveva legato ancor più il loro abbraccio con i propri filari fioriti. Un’armonia di colori tra fiori di ogni tipo e alberi in quel chiostro con i suoi percorsi di sassi. L’odore era un tripudio d’essenze. Alzò lo sguardo oltre il tetto dello stabile di fronte e vide quel cielo magico. Rifletteva su come fosse stato possibile pensare, anche per un solo istante, che tutto questo mondo sarebbe una semplice illusione? Illusione sentirsi partecipe di questo mondo, di questi colori, di questi odori, di questa brezza, di questo spettacolo? L’illusione più grande per lui era quella di non vedere Dio in ogni cosa, anche in quelle vivide ortiche accanto a quel muro. Mentre era così immerso tra il continuo schiarire del giorno udì un coro all’inizio confuso ma quelle parole lui conosceva benissim “Confiteor Deo omnipotenti, beatæ Mariæ semper Virgini, (beato Michæli (…) Paulo, omnibus Sanctis, et vobis, (…) verbo, et opere: mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. Ideo precor beatam Mariam semper Virginem, beatum Michælem Archangelum, beatum Joannem Baptistam, sanctos Apostolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, orare pro me ad Dominum Deum nostrum.” Allora si allungo per vedere la provenienza e notò il dietro della chiesa, così si vestì immediatamente ed uscì, seguì a pochi passi trovò l’ingresso della Chiesa Madre, entrò e vide stupito che a quell’ora così presto dentro era colma di persone. Si accostò all’acquasantiera e subito fu notato da alcuni rimasti senza posto all’in piedi. Fu letteralmente penetrato da quegli occhi rimasti stupiti per la sua estranea presenza. Padre Hoff notò che erano vestiti in maniera umile, con le coppole in mano. Si scostarono come un comando per contagio, facendogli un isola di spazio, tanto che l’arciprete che era già sul pulpito ed aveva iniziato la predica ha notato la sua presenza, così fece un attimo di silenzio il giusto tempo per chiedersi mentalmente chi fosse quel prete e come mai era lì, senza che lui sapesse niente? Anche perché Camico non è di passaggio.
-Il Santo Padre ha voluto illuminare tutta la comunità chiarendo definitivamente questioni che uomini abbagliati da false ideologie contro Dio confondono ciò che è semplice naturale. Anche a Gesù alcuni farisei tentarono di metterlo alla prova sul divorzio. Gesù fu esplicito più che mai: “Chi ripudia la propria moglie, se non per impudicizia, e sposa un’altra, commette adulterio.” Vangelo di Matteo 19,9. Talché i discepoli dissero che a quel punto era scomodo perseguire i doveri, fastidi del matrimonio. Il Santo Papa ha approfondito con le stesse parole di nostro Signore: Gesù Cristo rispose che non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è concesso; alcuni infatti sono impossibilitati al matrimonio per difetto di natura, altri per la violenza e la malizia degli uomini, altri invece si astengono da esso spontaneamente e di propria volontà «per il regno dei cieli»; e concluse: «Chi può comprendere, comprenda» (Mt 19,11-12). Chi può comprendere, comprenda!
(Così fece un attimo di silenzio fissando i fedeli ad uno ad uno)
-Se vi è l’impossibilità fisica al matrimonio, non è giusto che si vada ad inquietare un’altra persona. A quale fine? Si deve accettare il proprio stato con serenità donando la propria castità per il Regno dei Cieli. Ma la vera castità si giunge quando si ha la potenzialità naturale, e spontaneamente si rinuncia, come noi sacerdoti. Il santo Papa Pio XII nella sua enciclica SACRA VIRGINITAS riporta un passo dell’Apostolo Paol «Io vorrei che voi foste senza inquietudini... Chi invece è sposato, si preoccupa delle cose del mondo, del modo di piacere alla moglie ed è diviso» (1Cor 7,32-33). Il nostro è il matrimonio perfetto tra l’anima e il Cristo! Anche le vergini consacrate all’amore di Cristo devono sottostare ad un giuramento nel loro giorno di consacrazione: «Ho disprezzato il regno del mondo e tutto il fasto del secolo per amore di nostro Signore Gesù Cristo, che ho conosciuto, che ho amato, e nel quale ho amorosamente creduto».
(A questo punto un mormorio generale invadeva tutta la chiesa, tanto che l’arciprete tonò):
-Siamo in chiesa! Non siamo al cinema! Sembra che si sia abbattuto un ciclone nel nostro paese che ha spazzato in un solo colpo la buona creanza, la chiarezza delle idee, sembra che si confonda il giorno dalla notte. E’ finalmente giorno! Ora dovete solo aprire gli occhi! Ora con la luce del giorno si vede con chiarezza se un albero è di pere o di mandorle. E l’albero di pere non porterà mandorle. Questa è la natura! Le regole del creato. E chi vuole cambiarle non segue nostro Signore ma il diavolo! E allora, succedono cose strane. Gli uomini diventano pazzi. Sono trascinati da Satana e incatenati per l’eterno ad ardere nell’inferno perché quello è il loro posto. La strada è segnata: quella della rettitudine! Dell’onestà! Lavoro, famiglia, chiesa!
Il silenzio fu assoluto mentre l’arciprete stava scendendo dal pulpito. Padre Hoff si trovò il professore Randisi dietro con un sorriso sarcastico stampato che diceva tutto, non occorrevano parole. Solo quando finì la messa e uscirono, il professore gli disse:
-La castità, SACRA VIRGINITAS! è la più estrema delle perversioni!
-Non è la prima volta che ho sentito questo concetto, però non ricordo dove l’abbia letto o da chi l’abbia ascoltato.
-Mi creda, da parte mia, è venuta spontanea dopo quella pedante predica, non adatta a quest’ora. Ma poi, che ne so io?
-Non mi aspettavo neanche io a quell’orario una chiesa così colma, e un tale argomento. Ma l’arciprete, in quanto guida spirituale sente la necessità di chiarire, la scomoda posizione della chiesa dopo il tragico evento.
Mentre già erano nel centro della piazza, ed ammiravano il palazzo Morello. Le donne chiuse nello scialle nero, tanto da lasciare intravedere solo due occhi in uno sguardo sfuggente, si dileguavano nelle stradine. Gli uomini muti, anche loro s’accendevano l’un l’altro la sigaretta e s’incamminavano. Padre Hoff soffermandosi e riprendendo la meditazione con il professore Randisi, avvezzo alle sue divagazioni filosofiche e teologiche, quasi ponendosi d’ostacolo davanti:
-Ma come è possibile potere pensare per un solo attimo che questo mondo, questa realtà, non è altro che un illusione? Illusione è la meta che si prefigge l’uomo! Spesso dietro a specchietti per le allodole.
-E’ molto presto per intavolare questi discorsi.
Gli rispose Randisi cercando di proseguire verso una viuzza accanto al palazzo.
-Proprio svegliandomi e guardando questa natura prorompente che sa di vita, che sentivo come prova provante che il tutto magnificamente esiste.
-Lei dice: questa natura prorompente di vita, qualcuno dice questa natura che sa di cose morte, di continua decomposizione, una strada senza uscite!
-Decomposizione brulicante di vita!
-Questo è un discorso che non porta niente, a mio avviso è più importante l’argomento del cammino e delle mete che si prefiggono gli uomini. Per potere discutere serenamente dobbiamo chiarire in maniera concettuale chi detiene la verità, se l’umanità ha già raggiunto la verità! Capisco che lei ha avuto prova di questa verità nel suo cammino di fede. Però sono sicuro, e la sua onestà culturale mi risponderà schiettamente, sono sicuro che spesso nel suo angoletto, nel profondo delle sue preghiere, questa verità raggiunta le scappa di mano, in poche parole le squaglia come neve al sole e così rimane solo, senza la sua verità, senza Dio, solo! Allora si chiede: ma la mia meta, il mio cammino è giusto? Oppure sono annegato nella futilità?
-Sapevo, dove voleva arrivare, le dico solo che quei pochi istante di certezza valgono tutta una vita per non dire l’eternità!
-Caro Hoff, quella è una sua esperienza, e per quanto concerne l’autenticità, la do per scontata, bene! Ma è personale come tutti i rapporti tra Dio e l’uomo. Io che non ho avuto questa benedizione non so che farmene di alcuni attimi, voglio vivere più possibile, nella mia dimensione. E provo dolore, piacere, fame, sonno e stimoli d’ogni genere. Queste sono le mie regole da uomo! Ora se sono state imposte da un dio, io cercando di soddisfare un mio desiderio mi muovo secondo le regole stesse di questo dio.
-Sa, siamo pienamente in tema. Lei ha semplicemente espresso il pensiero di Epifane, il cosiddetto figlio di Carpocrate.
-Penso che Marx deve molto ad Epifane! Lei Hoff non può trascurare che il suo Dio per essere perfetto deve per forza essere in ogni luogo, il suo limite è imperfezione. Ciò significa che l’essenza di ogni cosa, anzi ogni cosa è Dio, la verità è Dio, tutto il resto è apparenza. E allora questo mondo così meschino, perverso e cattivo potrà mai essere un aspetto del suo Dio? Oppure di un sottodio, un demiurgo che per una ragione qualunque crea questo Mondo ed è il cerchio concentrico di un cerchio ancora più grande dove troviamo il vero Dio Padre, così tutti sono contenuti e contenti: il bene e il male, nei limiti della nostra ragione! Che ne pensa?
-Potrei rispondergli con Sant’Agostino, ma lo risparmio per questa volta. Veda per noi credenti vi è un Creatore e un Creato e basta!
-Anche voi dite sempre Dio è uno e poi vi siete messi a giungere divinità inferiori tanto di avere un intero Olimpo. Comunque in questo creato, vi sono io che provo il desiderio di una donna, non so s’è la donna di un altro e faccio peccato, ma quel desiderio sessuale mi è stato dato io semplicemente eseguo le regole del suo Dio Creatore. Quando invece gli animali, non solo desiderano la femmina ma la stessa femmina è disponibile, per modo di dire. La comunanza come in Unione Sovietica! Tutto in comune, beni e femmine!
-Carpocraziano pure lei?
-No, caro Hoff, io mi diverto a fare l’oppositore, il contrappositore: lei sostiene una teoria io faccio di tutto a contrapporla. Non sono socialista o comunista, come è meglio dire. Ma mi dica questi carpocraziani, questi eretici ormai sono acqua passata, li avete tutti cotti per bene, insomma arrostiti alla griglia, o no?
Mentre i due si dibattevano furono avvicinati da un tipo che a padre Hoff diede una brutta sensazione, era Vincenzo, il sacrestano della chiesa Madre, che gentilmente pregava il prete di accomodarsi in sacrestia perché l’arciprete avrebbe avuto il piacere di conoscerlo. Vincenzo credeva di parlare italiano ma era un siciliano italianizzato. Padre Hoff e Randisi si guardarono e intesi decisero di andare.
Appena entrati in sacrestia l’arciprete licenziò frettolosamente le parrocchiane e andò incontro lor
-Mi stavo appressando io per incontrarvi, ma il corpo non ha lo stesso entusiasmo che ha il mio spirito e allora ho dovuto desistere e pregare Vincenzo a correre- (strinse le mani prima a Randisi poi a l’altro) –don Angelo Burano! Sono qui da prima della marcia su Roma!-
Attendeva guardando negli occhi il suo collega una risposta, ma padre Hoff guardava i ritratti a grandezza naturale di vari personaggi, tra preti, vescovi e signori imparruccati uno accanto a l’altro sopra il mobilio attaccati alle pareti. Così prese parola il professore:
-Randisi, sono docente. Siamo tutte e due ospiti del notajo Battista per pochi giorni e allora facevamo due chiacchiere…
era affollata!
-Lei è ebreo?
-Si, ebreo americano d’origine polacca, io con grande disappunto della mia famiglia ho seguito Cristo… Ora anche loro mi hanno accettato; mia madre non piange più e mio padre non cambia stanza quando lo vado a trovare.
-Qui a Camico abbiamo avuto la morte prematura del parroco del Santo Spirito e allora tutte e due le parrocchie, in attesa del nuovo sacerdote… Pensavo fosse lei.
-No! Andrò via molto presto forse oggi stesso.
-Mi tenga a disposizione!
-Grazie.
-Mi scusi se sono indiscreto, forse la sua visita ha qualcosa a che fare con l’omicidio di don Greco?
-Come mai sta pensando ciò?
-E che vuole, noi Siciliani crediamo poco alle coincidenze… siamo più propensi a pensare ad un arcano superiore, al fato e non alle coincidenze. Pertanto, come è vero, di raro viene gente a Camico. Noi diciamo che chi viene qui è di proposito. Lei è un prete, due più due fa quattro.
-Sono da poche ore qui in Sicilia e rimango stupito come questa Terra e voi che l’abitate siete un tutt’uno. Gli sguardi, i discorsi a labirinto, questo sole, i colori, le pietre, le case… poco fa guardavo, nel giardino del notajo un albero di limoni ed un di mandarino che si abbracciano caricati di frutti e una pianta di gelsomini in fiore, tutte e tre intrecciati. Questa immagine mi ritorna in mente vi è qualcosa di complicato, di poco chiaro.
-Cosa?
Disse il professore Randisi con la curiosità scritta nelle rughe del volto.
-Vero! (Aggiunse l’arciprete) che c’è di strano?
Facendo con la mano a coppo verso l’alto, come per dire: chi minchia ci vidi di stranu nni st’arbuli?
-Prim ma questi alberi danno i frutti tutto l’anno?
-E no caro padre, quest’anno è stato freddo, e i frutti sono lì perché donna Lucrezia non vuole che entri nessuno nel giardino a raccogliere niente. E allora i frutti stanno lì. Come vede niente è così strano, tranne se uno non vuole vedere stranezze ovunque.
-Ma non, il punto è proprio questo, in ogni cosa vi è una spiegazione, ma qui ogni spiegazione è estremamente complicata.
-Caro Hoff, speravo che proprio lei, fine viaggiatore, non dovesse cadere nella trappola del razionale, un luogo si percepisce così com’è senza battersi la testa sulle cose… si lasci trasportare dalle immagini, dai sapori, dagli odori, dagli umori. Lasci che le cadono giù nel suo profondo, sapranno come e quando riemergere in superficie. Nutri la sua anima di questo posto.
-Ha ragione, Randisi!
L’arciprete guardava l’uno e poi l’altro senza comprendere con precisione dove stava il problema e di che cosa si stesse ragionando. Lui rifletteva che quei frutti di quel giardino, potevano benissimo essere mangiati, venduti, te! dati alla gente. Invece capriccio di ricchi dovevano perdersi così, per capriccio.
-Lei che ne pensa?- Chiese all’arciprete padre Hoff
Sorpreso dopo un istante fece mente locale e si strinse le spalle allargò le braccia:
-Che volete che ne sappia?
-Non ha fatto mai qualche viaggio?
-Ah, si, sono stato a Palermo, a Roma! Sediamo un po’…
I tre presero posto attorno una scrivania. Padre Hoff aveva intenzione di sapere cosa pensasse l’arciprete di don Greco, così chiese con garbo all’orecchio al professore Randisi di allontanarsi per un po’.
-Scusate se vi lascio per un po’, vorrei guardare con attenzione la chiesa.
-Di sicuro, guardi la Madonna dell’Itria è una scultura del Gagini, e poi vi sono dipinti del Novelli, vada vada.
-Che idea aveva lei del Greco?
Sparò diretto Hoff fissandolo negli occhi, ma non lo trovò per niente sorpreso anzi, era pronto.
-Era un problema, un grosso problema che io ho chiarito più volte a sua eminenza il vescovo di Agrigento, ma pensava che fosse semplicemente geloso del suo successo. Io gli raccontavo quello che lui faceva giorno dopo giorno, e sua eminenza l’arcivescovo Peruzzo, ormai anziano, mi rispondeva: “Umiltà! Umiltà don Angelo, Umiltà!”. Ora in curia mi hanno detto che è arrivato un giovane, che si farà molta strada, un certo Fasola, che coadiuva il nostro vescovo. E la cosa strana che è stato assegnato proprio due giorni dopo l’accaduto. Non so s’è una coincidenza… ma…
-Lei non crede alle coincidenze?! Io lo sto a sentire, vorrei sapere.
Allora l’arciprete andò a chiudere la porta e si è seduto accostando la sedia di fronte a lui, e accostandosi incominciò in un sussurro a sciorinare tutto di tutto.
-…alcuni mesi prima dell’accaduto è stato picchiato da alcuni giovani forestieri in sacrestia del Santo Spirito. Siamo stati avvisati da un ragazzetto. Io e Vincenzo l’abbiamo trovato esanime. Ci ha obbligati a non dire niente a nessuno e che era disposto a perdonare i suoi picchiatori perché non sapevano quel che facevano. Quanti viaggi Camico Agrigento, Agrigento Camico, che mi sono stancato. Ora sono stato chiamato da sua eminenza Fasola e mi ha pregato, di tenere per la Chiesa i vizi di don Alberto Greco. Mi disse: “La Chiesa va difesa e non dobbiamo permettere nessuno che ne scalfisse l’integrità!” Lui l’aveva con i comunisti! Io gli chiesi se dovevamo collaborare con la legge, lui mi disse che non tutta la verità è per tutti. Quando ci siamo lasciati ricordo che dopo esserci salutati mi ricordò il silenzio mettendosi il dito indice sulle labbra: “Sssss!”- Rifece il gesto l’arciprete sbarrando gli occhi.
Padre Hoff ricordò l’Hermes Arpocrate del museo di Vienna.
-Ha detto qualcosa agli investigatori?
-Mi hanno interrogato tutti: poliziotti, carabinieri, magistrati, giornalisti, e ho riferito solo quello che già emergeva fuori e che loro già sapevano. E poi mi creda, cose che ho sentito dire ad alcuni seminaristi che c’è da rimanere di stucco. Si è sempre saputo che tra ragazzi qualche fesseria si faceva, ora invece ci sono insegnanti che fanno una specie d’iniziazione ai ragazzi e non solo, vi sono relazioni durature tra ragazzi e sacerdoti, con gelosie e tradimenti. Non riesco a credere che la curia non sappia di queste cose, se io qui di Camico so. E don Alberto era ben portato al seminario, spesso si spostava ed andava sia ad Agrigento sia a Noto, per una ragione o per l’altra, pernottando pure. Io non ho detto niente così ho imposto a Vincenzo, il sacrestano. Ma qui a Camico sono in molti a conoscere le perversioni di don Alberto. No?
-Certo immagino. Arciprete io vado, penso che il mio amico è stato molto paziente nei miei riguardi.
Si alzò e gli strinse la mano sorridendogli ed andò via.
-Mi tenga a disposizione. Mah?
Don Angelo aveva la delusione in viso per quella freddezza del prete, si aspettava la baciata alla siciliana.
IV
Il maresciallo Scarpella a un mese quasi dell’omicidio si trova la soluzione del caso senza aspettarselo. E’ stato chiamato dal direttore della scuola elementare per un ritrovamento eccezionale: il diario del maestro Sanna! Si è chiuso dentro il suo ufficio, buttando fuori tutti e ordinando di non essere disturbato per nessunissima ragione, neanche se fosse arrivato Luigi Einaudi in persona!
Era sera tardi quando lesse l’ultima pagina la più importante:
Sabato 6 marzo 1954 ore 16,00
Ho ammazzato a don Alberto!
Domenica 7 marzo 1954 ore 19,00
Mi sento turbato dall’accaduto, (…)Nessuno si aspettava questo evento e poi in quel modo…
(…)
Domenica 21 marzo 1954 ore 23,00
Ho riflettuto pienamente e chiedo perdono ai miei parenti, ma io vado via nell’unico posto dove nessuno mi potrà guardare per deridermi. (…) Così ho deciso di morire qui tra le mie cose.
Il senso di colpa di avere ucciso un sacerdote, è una maledizione che mi rende la vita un inferno.
Chiedo perdono a nostro Signore.
Addio mondo, addio alla tua ipocrisia.
Addio vita, addio luce riflessa nell’acqua.
Addio madre, perdonami se puoi.
Il maresciallo era pienamente turbato di quel diario, anche perché lui conosceva bene il professore Sanna, doveva intanto verificare quegli scritti, pur se il direttore della scuola aveva garantito che la calligrafia era quella, doveva interrogare alcune persone, tra i quali: Nardu Sirraculu, il notajo Battista e Ninu Ferru.
-Però, però, però.
Andava dicendo tra se alzandosi, fare un giro per la stanza e ritornare a risedersi. C’era qualcosa che non quadrava, ad esempio questa esperienza sessuale con don Alberto; che una persona così quieta, di cultura e incline all’umorismo, abbia potuto commettere, in maniera così orrenda, quell’omicidio; lo stato del quaderno era troppo in buone condizioni per essere preso e ripreso quasi giorno per giorno; poi uno che ha intenzione di non confessare l’accaduto non scrive nel diario il reato; e come mai questo quaderno si è trovato nel cassetto della scrivania della scuola e non a casa sua? Non gli piaceva proprio questa soluzione del caso, sapeva troppo di brigadiere Gatto e lui non lo era, o per lo meno aveva un altro metro di ragionamento.
-Però, però, però.
Ed andava da una parte della stanza all’altra con quella buffa camminatura. Quando ad un tratto sentì aprire la porta:
-Ma che fai? Ti decidi o no?
Con tono alto ed imperativo disse la moglie affacciandosi. Tanto che gli prese uno spavento tale che saltò:
-Ma vai a farti na lavanna di cachì spatti!
L’indomani mattino, dopo una notte di dormiveglia, ancora con il buio si alzò si fece il suo buon caffè e infreddolito riprese in mano quel quaderno come se in quelle foglie ci fosse il senso della vita, la verità! Così riprese a leggere ma dopo le prime righe lo rimise nella busta rossa come gli era stato consegnato dal direttore e dopo alcune imprecazioni contro tutto e tutti per il disordine della moglie in ogni angolo della casa, persino nel gabinetto dove vi era una catasta di biancheria sporca che puzzava, si fece la barba e letteralmente si schiaffeggiò con del dopobarba, indossò la divisa, quella buona, si imbrillantinò. La moglie non si destò dai rumori, ma dagli odori; aveva già sentito il caffè, non facendo caso, poi il dopobarba per lei fu un campanellino d’allarme, la brillantina le creava inquietudine, perché era convinta che quelle civetterie erano segnali d’inquietudine del marito. E d’inquietudine si trattava, ma di tutt’altro genere, non erano rivolte verso una donna, come lei ad ogni sospiro del marito, pensava. La sua però era una gelosia sotterranea, forse la più pericolosa, usciva fuori con delle battutacce che venivano ricambiate in malo modo. Come ad esempio quando il marito s’affacciò per vedere se era sveglia e salutarla, lei con gli occhi sbarrati disse:
-T’alliffiassi di prima matina? Pari Rodolfu Valentinu…
-To’ matri quannu fici a tia ajva sicuru sempri agitu! Devo andare a Girgenti, se tardo, tu pranza.
Lei per tutta risposta si voltò dall’altra parte.
Tornò di Agrigento senza diario, incavolato, con alcuni appunti che gli hanno permesso di prendere e l’ordine d’indagare con discrezione. Per il giudice il caso era chiuso. C’era il morto, il colpevole, il movente, la prova. Una confessione! “Cosa cercava quel maresciallo ignorante!” Pensava il giudice. Gli sorrise come dire: “fai, fai! Gioca a fare l’investigatore Sherlock Holmes…” Così gli permise di prendere gli appunti, ma il quaderno, per il contenuto politico doveva essere ritirato, e messo a gli atti come prova. Il brigadiere Gatto guardava il maresciallo di tanto in tanto con lo sguardo di sghimbescio. Il maresciallo storceva il baffo da sinistra a destra e dopo un po’ scoppiò:
-Gatto, che minchia talii?
-Marescià a volte la verità è sotto gli occhi, semplice come la cicoria, basta raccoglierla…
-Ma quali cicoria e scalora! Voglio subito a Nardu Sirraculu! Alzati e vai! Dai!
Nardu Sirraculu ha confermato tutto e non solo, anche gli altri. Quella era la vita di Sanna, inconfutabile. Pure Tanu Ossu che lo inchiodò con le sue rime:
-Mi presentu Tanu Ossu
a vussja ju mi cunfessu,
chiddu c’amaddumannati
currispunni tuttu a viritati
ddu jornu a u circulu civili
na puisja ‘un potti finiri
pirchì mi sintivu taljari.
Ma cu vuj a vogli finiri:
(…)
Dicinu ca u so dilettu
Macari di retru era fattu
Senza canusciri rispettu
-Basta, basta! Tanu ho capito. Ma non potete parlare senza sta minica di pujsia cortesemente…
Ninu Ferru non voleva presentarsi in caserma, anzi era completamente scomparso dalla circolazione, nessuno sapeva dove era, nessuno l’aveva visto. All’indomani mattino alle otto in punto si vide arrivare accavallo della sua ciumenta in caserma. Il cavaliere l’aveva obbligato ad andarci perché sapeva dell’indagine del maresciallo.
A domanda risponde:
-Veru è! Che mi fece accendere, ed è vero che gli dissi che sembravano due ziti, perché ci fu questo periodo che erano sempre insieme, ma la mia è stata una battuta innocente, che potevo immaginare che erano veramente ziti?
Il maresciallo non guardava di bon occhio questo giovane Ferru, vicino a certi uomini d’onore, incominciava ad annacarisi troppo. Non rimaneva che andare a trovare al notajo Battista. Così animato di buona volontà, ma arreso ormai all’evidenza dei fatti, per scrupolo di sbirro s’avviò per il municipio. Non lo trovò, era andato già via, così si presentò a casa. Trovò il portone aperto e lui s’infilò, guardò le vetrate dirimpetto, non vi era nessuno, allora con voce fievole disse:
-C’è permesso?
Trovò un portone socchiuso e s’avviò per le scale, quando ad un tratto percepì la presenza di qualcuno si voltò e proprio alle sue spalle vi era donna Lucrezia.
-Lei usa in questo modo?
-Ho chiesto permesso eh…
-E doveva attendere che questo permesso le veniva concesso. Ora è pregato di accomodarsi fuori!
Facendogli strada mettendosi di lato.
Il maresciallo, che la gente a Camico gli permetteva questa sua insolenza d’intrufolarsi ovunque, si prese questa batosta da quella donna così ferrea e mogio mogio s’incamminò.
-Maresciallo! (Si sentì chiamare dal notajo) Stava cercando me?
-Mi deve perdonare… (con tono imbarazzato)
-Salga! Prego.
Il maresciallo Scarpulla non si era reso conto dell’ora e che il notajo si stava accingendo per pranzare con degli ospiti. Fu fatto accomodare nello studio, dove lui lo informò di tutto, minuziosamente di ogni cosa, non lasciando trasparire i sospetti che aveva sul quel quaderno. Il notajo confermò quelle battute in piazza con il Sanna e il Sirraculu, anche perché ricordava minuziosamente lo svolgersi, per il motivo che non credeva ai due sulla loro libera iniziativa di abbattere l’aereo del Balbo. Poi gli presentò i suoi ospiti.
Il professore Randisi come lo vide gli dissi subito che aveva due occhi intelligentissimi e sicuramente era un carabiniere abilissimo. Padre Hoff gli domandò se potesse leggere il diario del Sanna. Poi ad un tratto gli chiese:
-Lei pensa che questo diario, sia un depistaggio?
Il maresciallo pensò: “questo mi legge la mente! Ma chi è u’ diavulu?”.
-Io devo fare semplicemente il mio dovere, devo costatare i fatti. E i fatti dicono che è autentico!
-Ma a lei non lo soddisfa lo stesso… Lei dubita maresciallo!
-Vuole pranzare con noi?- Gli chiese il notajo.
-No, devo andare, mia moglie mi aspetta, non credevo fosse così tardi, devo andare, grazie.
-Su via, maresciallo è tra galantuomini!
Gli disse scherzosamente Randisi.
-Accetti, possiamo conoscerci meglio!
Lo pregò padre Hoff.
Restò lì a mangiare e bere, si sentì veramente soddisfatto di quel pranzo prelibato, di quel vino così gustoso e di quella magnifica compagnia. Finì con una confessione dei suoi dubbi su quel quaderno, perché provava fiducia nel notajo e nei suoi amici, intimamente pensava, pure, di trovare qualche risposta a quelle imperfezioni che aveva notat
-…e poi quella calligrafia sempre la stessa dalla prima a l’ultima pagina. Possibile che descriva un incontro con una certa Erminia, tra l’altro non identificata, forse ha cambiato il nome di proposito, perché una Erminia a Camico non esiste, insomma, questo incontro con la stessa intensità emozionale di quando scrive: “ho ammazzato a don Alberto!”? La stessa pressione della mano, senza nessuna alterazione nelle lettere. Come se niente fosse successo, come se scrivesse un morto!
Enrico Battista intuì, chiuso nel suo silenzio, chi ha potuto produrre quell’opera, un solo uom il cavaliere Galante. E capiva anche il perché. Magari la confessione del Sanna era autentica ma il quaderno no, perché sicuramente conteneva altre narrazioni che dovevano rimanere all’oscuro.
Randisi convenne che quei dubbi erano sicuramente fondati:
-Però (Mentre Randisi parlava il maresciallo pensava che quella parola era diventata una sua ossessione quante volte l’aveva pensata e spesso ad alta voce da quando aveva in mano quel quaderno.) I fatti, la persona, i tempi, tutto è autentico.
-Si, sicuramente, ho pure rovistato nell’archivio, perché ricordavo una sua denunzia per un fatto di poco conto, la calligrafia è indubbiamente la sua, ma in quella denunzia formale le parole erano vive, non so se mi spiego… mutavano dando vita al significato. Capita che in caserma ci arrivi qualche lettera anonima, allora mi metto a guardare le t, le g, le vocali l’età dello scrivente, se è femmina o maschio, s’è allittratu o senza scuole, insomma un po’ tutto, poi leggo quello che c’è scritto.
-Non mi sbagliavo che lei è un carabiniere di quelli fini!
Disse soddisfatto Randisi.
-Allora chi ha potuto avere interesse a contraffare questo documento e perché?
Alzandosi e giungendo le mani disse padre Hoff.
-Io ho qualche sospetto- Il notajo disse tra se e se.
-Ma i sospetti non servono caro commissario, anch’io ce l’ho, ed è come sbatterci la testa fino a rompersela. Veda l’omicidio di don Alberto è anomalo, perché a primo acchito viene spontaneo pensare che lì c’è la firma inequivocabile di chi sappiamo noi! (Guardò negli occhi il notajo e lui condivise) Ma c’è qualcosa che non va, che non funziona.
-Di chi state parlando? S’è lecito sapere- Chiese Hoff
Il maresciallo guardava il notajo attendendo che parlasse lui.
-L’Onorata Società.- Disse il notajo a mezza voce
-Cos’è?
-La mafia!- Rispose a chiare lettere Randisi.
-Ora (riprese il maresciallo) questi non hanno mai ammazzato nessuno e mai un atto intimidatorio di venerdì. E poi a loro interessa fare meno rumore possibile, in poche parole non conveniva ammazzare un parrino e loro non l’avrebbero fatto, almeno in quel modo. Forse al massimo l’avrebbero fatto scomparire. Dico bene commissario?
-Quest’altro mistero… - Diceva padre Hoff tra se.
-L’arcivescovo Peruzzo a quanto sembra è molto disponibile con i comunisti. E per fortuna che non sia stato lui ad occupare il posto vacante di capo della Chiesa Siciliana a Palermo… Il cardinale Ruffini cerca di capire la nostra storia. Non condanna il Popolo Siciliano a priori. Pertanto in questa fase di ricostruzione e di pace con la Chiesa non conveniva sicuramente creare delle spaccature tra poteri. Noi lo sappiamo maresciallo che non è stata l’Onorata Società!
-Commissario, lei ha visto la mia sincerità, mi deve promettere che se per caso verrà a conoscenza di fatti attinenti mi deve fare partecipe, come io ho fatto con lei.
-Non si preoccupi, ad un patto che io non parlerò al maresciallo ma all’uomo, se ci riesce a liberarsi totalmente del suo mestiere le do la mia parola.
Il maresciallo per tutta risposta gli porse la mano e gliela strinse con quanto forza aveva. Tanto pensava tra se che questa storia andava a finire scaricata a quel povero suicida, in fondo un morto non si fa galera, perché a tutti interessava trovare il colpevole, anche se poi rimaneva rattoppato alla meno peggio.
…
Camico era ripiombata nel suo ritmo monotono di tutti i giorni. Tutto sembrava acquetarsi, come se niente fosse successo. In realtà l’omicidio di don Alberto aveva lasciato delle profonde ferite e a tanti camichesi. La salma fu posta in una tomba senza nome, anonima, come se la comunità avesse paura a leggere il suo nome. Nessuno più ne parlava, erano passati ormai due mesi, al Santo Spirito era arrivato un nuovo sacerdote, don Paolo De Paolis uno di quelli tarchiati e paciocconi con le orecchie carnose sempre rosse e gli occhiali come fondi di bottiglie. Insomma, una figura così lontana dall’aspetto che a solo vederlo rassicurava mariti e fidanzati. Questo andava molto d’accordo con l’arciprete, tanto da vederli insieme spesso e volentieri. Era arrivato con la madre, vedova, che gli faceva da perpetua. La signora Veronica aveva socializzato con le parrocchiane istaurando un rapporto benevole. Lei era orgogliosa di quel figlio studioso e così pieno di fede, tanto che lasciò le altre due figlie con i nipotini in un paese provincia di Messina e seguì il figlio.
Padre Hoff e il professore Randisi andarono via subito il giorno dopo il pranzo con il maresciallo. I due così diversi nel pensiero e nella formazione, avevano avuto questa missione d’indagare su quel prete con tali rapporti personali così importanti inimmaginabile. Rimasero convinti, senza che l’uno confessò a l’altro, che i carpocraziani non solo esistevano ancora ma erano così potenti da influenzare, stravolgere la storia. Padre Hoff ha avuto il grande timore che ritornando a Roma doveva diffidare da chiunque e che non sapeva realmente il da farsi. Il professore Randisi capì che erano annidati dentro il loro Ordine, in una loggia superiore a quella sua e del notajo Battista. Una loggia internazionale sicuramente più antica della loro e più prestigiosa. Si aspettavano eventi storici sconvolgenti sia nell’ambito religioso che politico. Prima che l’aereo partì da Punta Raisi, padre Hoff guardò la pista tra quella montagna ferrosa e il mare verde e gli faceva pensare alla Sicilia come un confine tra realtà diverse, mondi diversi. Hoff, rifletteva ancora che per questo motivo ogni cosa gli si presentava come un contrasto, un paradosso. Si era promesso di tornare per conoscere meglio questa terra di mezzo e la sua gente nella loro unicità. Il professore Randisi quasi a leggergli il pensiero gli disse che la Calabria, pur bella, pur con migliaia di anni di storia eguali, non è la Sicilia. Sono due terre diverse, due popoli diversi. La Sicilia ha questa unicità che la rende magica.
-Vede, Hoff, se dobbiamo paragonare a due animali queste due terre mi vengono in mente: il cane per la Calabria e il gatto per la Sicilia. Sono animali domestici tutte e due, e similmente s’affezionano al loro padrone. Però, mentre il cane è fedele, il gatto mantiene la sua indipendenza ed è pronto, quando meno te l’aspetti, a graffiare o andare via per mai più tornare. Lo tieni sulle ginocchia serenamente sembra totalmente soggiogato, ma non è così è pronto a graffiare il suo padrone. Mentre il cane anche se gli tiri un calcio nel di dietro ti torna con la coda tra le gambe.
Padre Hoff in quelle parole trovava un appiglio, una spiegazione dello strano ed enigmatico sguardo dei Siciliani. Pensava a quel bandito, Giuliano, che non riuscivano a catturare, ed era libero in quelle montagne come un gatto selvatico.
Il maresciallo, confermò ad Agrigento, l’autenticità del diario, con lo sfottò in tutte le salse del brigadiere Gatto. La sua rabbia era che quella per lui non era la verità e che per propria soddisfazione doveva scoprire, ma con molta discrezione, per non essere accusato di accanimento sul caso e per il semplice motivo che non doveva insospettire a chi ha curato la regia di quel lavoretto.
Il notajo Battista non appena andati via i suoi amici, ha programmato un viaggio per Roma. Camico ritornata calma, era più una apparenza che altro.
L’incontro tra il notajo e il cavaliere Galante è stato ancora turbato, ma ha prevalso la loro provata correità. Al cavaliere non sono piaciute le insinuazioni del notajo come:
-Certo che il povero Sanna non può più parlare, ma gli avrei chiesto volentieri come è riuscito a fare tutto da solo…
-Chissà quale giochetto stavano facendo?
-Galante! Tu e i tuoi “finalmente” avete terreno libero… Povera Sicilia…
-Enrico, non capisco che vuoi dire, ma se stai parlando di politica, credo che Vostra Eccellenza non è più la persona adatta, hai avuto modo e tempo di dire e fare come avete voluto, ora basta! Rassegnatevi…
-Hai ragione, avete ragione! Ricordati…-
Il notajo lasciò il discorso in aria chiudendosi nel silenzio più profondo, incominciò a scartabellare sul tavolo, mentre il cavaliere stava lì in attesa della sua ultima parola, guardandolo fermo al viso chinato. Dopo un po’, alzò in aria il tagliacarte, uno strano aggeggio d’avorio intagliato, e disse:
-Ricordati, che quando saprai, anch’io voglio sapere, perché questa storiella messa in opera potrà servire ai tuoi nuovi padroni di Roma, ma non a me. Sono sicuro che verrai a sapere, io, ora non più, ma tu si! e questo me lo devi.
-Te lo devo come amico… ma…
-Senza ma, cavaliere, la verità ti capiterà tra i piedi come una cosa scordata!
Il notajo rimase a fissarlo negli occhi, il cavaliere non si decideva ad andare, quando ad un tratto incominciò a parlare non nascondendo il fastidio che provava.
Enrico, questa sera a casa mia facciamo un po’ di festa… Se mi dai l’onore di essere presente…
-Come mai?
-Ho fidanzato mia figlia Antonietta…
-A! bene, auguri! E chi sarebbe il fortunato?
-Forse conosci suo padre, è di Cianciana, Annibale Menta, commerciante di frumento, farina, carrubbi e via dicennu. Si chiama Gaetanu, studja pi provessuri.
-A bene, un ottimo matrimonio. Ninetta è chiaramente una bella figliola.
-Spero che sarai presente, ne sarei veramente onorato, se venisse anche donna Lucrezia…
-Sarò presente per conoscere questo professore Menta e fare gli auguri.
Il cavaliere Galante sembrò sollevato da un peso, così si alzò gli porse la mano e scappò via.
Annibale Menta aveva informato al Galante che nelle campagne dell’agrigentino un camichese chiedeva soldi ai contadini per conto della famiglia di Camico. Quando glielo descrisse il cavaliere capì subito che si trattava di quello svinturatu di Sarbaturi Manetta.
…
Sarbaturi Manetta aveva un curriculum veramente pesante per l’Onorata Società. Aveva fatto il bandito rubando scarponi e bunachi nei dintorni di Cattolica, Montallegro e Siculiana, a poveracci con una fame da lupi. La gente si lamentava per questo tizio ‘nbaccialatu che senza pietà puntava la scupetta ai poveracci e li faceva andare nudi. Il giorno che fu preso, i carabinieri gli hanno fatto assaggiare la cassetta, un loro metodo di tortura in voga in quegli anni per i Siciliani, e citò tanti di quei nomi, che detto da lui stesso, firmò cento e una pagina. E seppure fu grave, la mafia passò sopra alla mala fatta, anche perché era periodo di guerra e quando è guerra è guerra per tutti. Poi una seconda volta, lui insieme con la sorella e la moglie incominciò a ricattare con minacce di ogni genere il povero compare Vartuliddu. Gli hanno spellato tanto di quei quattrini, ma ingordi più che mai non riuscirono a fermarsi a tempo giusto. Vartuliddu chiedeva consiglio a suo compare Sarbaturi Manetta, il quale raccomandava di pagare. Vartuliddu anche se si fidava del compare Manetta, uomo di puzu, il problema non tentava a finire e ed era più terrorizzato che mai, allora di nascosto del compare per paura di un rimprovero, portò la lettera di minacce alla caserma. I carabinieri s’appostarono e scoprirono la moglie di Manetta che prendeva i soldi del ricatto. Finirono tutti in galera, Manetta, moglie e sorella. Nel 1950, ebbe una altra felice idea, di andare a chiedere aiuti economici alla gente per la banda Giuliano, così arrivava nelle campagne si sedeva nella robba beveva, mangiava, si faceva dare i soldi e andava via. Il Manetta non aveva avuto l’accortezza di tenersi informato, così mentre la notizia di Salvatore Giuliano ucciso dai carabinieri aveva già girato il mondo, lui non lo sapeva e continuava a chiedere i soldi per le campagne. Nei pressi di Agrigento, due fratelli contadini, che erano stati continuamente tartassati dal Manetta, lo bastonarono di santa ragione quando si presentò per l’ennesima volta con quella faccia che si trovava, gli occhi piccoli, i dentoni davanti e i capelli pisciati tirati dietro. Uno dei fratelli gli chiese quando aveva visto Giuliano e lui risposi che ieri avevano pranzato assieme e che ringraziava i giurgintani per l’aiuto che davano. Sentito questo il fratello minore prese il bastone e incomincio a picchiarlo, lui si arrotolò su se stesso e le prese di santa ragione. Adesso rincominciarono queste inopportune lamentele per questo camichese, mettendo in cattiva luce gli uomini d’onore del paese. Il cavaliere sapeva che né un richiamo, né una buona bastonata poteva servire a rimetterlo in riga. Pertanto affidò l’incarico a Ninuzzu Ferru all’insaputa di don’Angelo. Già aveva fatto una scalata non indifferente, acquistando fiducia dalla famiglia del barone Morello, tanto che per ringraziarselo di un altro favore fatto gli venderanno un palazzotto a un prezzo simbolico. Ninuzzu Ferru fece scomparire il Manetta e mai più se ne sentì parlare. Una notte dopo poco la moglie del Manetta sentì bussare alla porta di casa, trovò la mano del marito inchiodata.
…
Ninuzzu Ferru era in completa ascesa, era sempre a gli ordini di don’Angelo, e questo compito in esclusiva significava un salto di considerazione non indifferente nei confronti della consorteria e del capo famiglia cavaliere Galante. Nonostante il Ferro trattava ora alla pari quell’uomo d’onore prima di essere punciutu questo non pregiudicava il loro rapporto, anzi, diventava sempre più stretto e confidenziale, tanto da trovarsi sempre insieme sia per le cose di mafia che per svago. Ninuzzu quando le rare volte lo andava a chiamare a casa non poteva fare a meno di guardare quella bella donna di sua moglie più giovane del marito, firrigna e duci. Erano attimi, ma gli bastavano per memorizzare quell’immagine per diversi giorni e diverse notti. Era una passione che non confessava nemmeno a se stesso
Don’Angelo non apprezzava le novità che andavano spuntando continuamente, come tutto questo odio verso i comunisti. Lui pensava tra se: cosa mai poteva interessarci a loro chi vi era che comandava? Tanto o l’uno o l’altro non faceva differenza. E poi loro che c’entravano con le faccende degli altri paesi? Andare a sistemare cose delle altre famiglie come a Palermo? Incominciava a non seguire il filo, dietro le parole come America, droga, Roma… A Ninuzzu, invece, sembrava che gli occhi gli si accendevano. E in mezzo a questa confusione a don Angelo era capitato un evento inaspettato che gli mosse la coscienza di uomo d’onore in malo modo.
V
Il maresciallo Scarpulla in mezzo a tanti pensieri, aveva il chiodo fisso di quel delitto, eppure ne erano successe delle cose a Camico, furti, intimidazioni, la mano di Manetta. Non riusciva a digerire quel quaderno scritto a scuola tra gli alunni del Sanna. Anzi di quel quaderno così autentico da sembrare vero non digeriva niente. Eppure quegli assassini, così efferati e determinati, erano riusciti a farla sia alla legge che alla mafia, ma oramai si era convinto che erano lì, a Camico e magari li incontrava tutti i giorni. Nella sua indagine, tutta personale, aveva trovato forse una traccia e se traccia era, era veramente importante: un dollaro d’argento canadese che sicuramente proveniva dalla casa di don Alberto. Era sicuro di quella provenienza perché il don Alberto aveva ospitato mesi prima dei canadesi che erano stati soldati nelle truppe alleate e per sfizio erano ritornati in Sicilia, arrivati a Camico, il prete li volle ospitare a casa sua, attratto forse fisicamente, Scarpulla così pensava a ruota libera. Questi per ringraziarlo dell’ospitalità gli lasciarono una mangiata di dollari, talaltro il don Alberto, un giorno, gli aveva mostrato, ricordava che era insieme al segretario comunale. Si rammentava benissimo il totem indiano del dollaro. Uno di questi dollari era stato commerciato da un certo Vanni Buffa, subito gli chiese la provenienza. Il Buffa per ringraziarselo, con la speranza che chiudesse un occhio per i suoi molteplici intrallazzi, non solo fu disponibile ma indagò per lui. Un picciutteddu andò ad acquistare delle sigarette e caramelle con questo dollaro e quello della privativa lo commerciò con il Buffa che era sempre pronto a qualsiasi affare si presentasse, oro, lucari, robba arrubbata e altro. Il ragazzino aveva appena dodici anni ed era Amaddì il figlio di Saru Cuscenza. Il maresciallo gli andò in cerca, ma senza far trapelare il minimo sospetto. Una sera, lo vide insieme ad un gruppetto di coetanei nel sottoscala del cinema che portava alla macchina di proiezione, e si ci pose davanti per vedere la reazione:
-Tu si Amedeo Cuscenza?
-A sirbilla!- U picciutteddu lo guardò dritto negli occhi e gettò il fumo verso di lui. Gli altri amici che erano con lui rimasero come statue. Avevano timore, avevano rigetto, come un odio arcano che non dipendeva da loro. Il maresciallo sentiva quella negatività ma non era la prima volta, ormai gli aveva fatto l’abitudine, però quel fumo diretto verso di lui gli fece saltare la pazienza, così gli tirò la sigaretta di bocca e gliela getto a terra. Si girò e andò via, non appena due passi sentì grugnire:
-Stu figliu di bagascia…
Tornò subito su i suoi passi e lo guardò di nuovo negli occhi, vide che si ci accostò Carmiluzzu con gli occhi grandi che mostravano paura, ma Amedeo lo guardò dritto negli occhi che in quel semibuio sembravano senza bianco, come due fessure nere e profonde. Il maresciallo allora lo prese per un braccio e se lo tirò:
-Veni ‘n caserma! Camina!
-Carma, carma, ca staju vinennu!
Il gruppo di picciutteddi lo seguirono. Carmiluzzu, lo chiamava piano e piangend
-Dinu! Dinu!
-Chi minchia fa, chiangi? ‘Un chiangiri ca è vrigogna!
Carmiluzzu si asciugò gli occhi ubbidiente e corse a casa a chiamare qualcuno dei suoi.
Arrivato in caserma, lo fece sedere davanti. Dopo un po’ arrivò il carabiniere Frisella:
-Che ha combinato Dinuzzu?
-Mettiti a scriviri, Frisella!
Amedeo, stava fermo con gli occhi appizzati ‘n’i maduna, ad un tratto sentì il rumore del battere dell’argento sul pavimento e quel dollaro rimbalzare e roteare su se stesso, lui sobbalzò sulla sedia, così come due saette sposto gli occhi su quelli del maresciallo. Scarpulla si chiedeva, da dove veniva questa rabbia, questa sfrontatezza, spavalderia? In questo ragazzino era più evidente, ma la si percepiva in tutti quanti, solo che in base all’età o il grado culturale, la posizione sociale, la mitigavano, con un sorriso da maschera, un silenzio, una battuta di spirito, però, sotto vi era permanente. Eppure lui era in Sicilia da tanto e tanto tempo, si sentiva pure lui siciliano d’adozione, aveva preso moglie, ormai la sua famiglia era quella della suocera, ma quando trovava questo muro insormontabile, quest’ombra negli occhi, allora si convinceva che ancora non conosceva affatto i Siciliani. Bisognava studiarli con più attenzione, la loro storia, la loro cultura. Eppure a volte erano così cordiali, così aperti nelle loro manifestazioni d’affetto… Scarpulla dopo tutte queste riflessioni, focalizzò su Dinuzzu la sua attenzione e diede una manata sulla scrivania che fece sobbalzare tutto quant
-Unni u pigliassi stu dollaru?
Amedeo non si è intimorito per niente per quella manata non chiuse nemmeno gli occhi e con tono di sfida rispose:
-L’acchiavu… ‘nterra…
-Unni?
-A chiazza!
-Quali chiazza?
-Chista.
-Unni?
-‘Navanzi a caserma.
-Quannu l’acchiassi? Jornu e ura!
-E cu si ricorda?
-Tu dicu ju comu stannu i cosi: tu l’arrubbassi!
Dinuzzu si ammutolì, questa volta si sentì veramente perso, la luce della lampadina all’improvviso gli sembrava accecante e la stanza grande e fredda, non capì nemmeno cosa gli continuava a dire il maresciallo. Poi anche Frisella si era alzato dal suo posto e si era diretto alla porta. Vedeva tutto lentamente e ogni suono ovattato. Gli girò tutto a tornò e gli sembrò come se qualcuno gli avesse tolto la sedia di sotto. Cadde a terra svenuto. Il maresciallo, si preoccupò ed andandolo ad alzare gli diede dei schiaffetti per farlo riprendere.
-Marescià, davanti la caserma c’è la madre con alcuni parenti e chiedono per Dinuzzu!
-U staju fecennu jri! Comu ti senti?
-Chi succidì?
-Nenti nenti… Appostu! Appostu?
Amedeo non parlava guardava attonito a tutte e due. Il maresciallo voleva rassicurazioni e gli chiese di nuovo come si sentisse.
-Bonu, pirchì?
-Vattinni!
Non gli sembrava vero, riprese forze e coraggio, si alzò all’inizio barcollando, poi dopo due passi, corse via. Frisella lo seguì. Appena arrivato fuori, la madre lo avrebbe voluto abbracciare mentre urlava, ma lui gli impose il silenzio e con la mano l’allontanò.
-Ch’è successo?
-Niente Frisella, u picciutteddu ajva svinutu.
-E comu?
-E comu, e comu… Chisti fannu finta ca ‘un si scantanu. Omini forti e duri, poi o si mettono a piangere o se la fanno sotto. Fimmineddi su!
-Maresciallo, Dinuzzu è quasi un bambino…
-Frisella, tu non hai capito niente! Quello aveva tutti gli atteggiamenti di un uomo, n’omu d’onuri!
…
Saru Cuscenza appena rientrato dalla mannira e saputo l’accaduto, prese u nerbu e picchiò il figlio. La madre non intervenne se ne stava a mordersi la mano in un angolo e sentiva tutto il dolore di quelle nerbate date al figlio. Lei sapeva che non poteva intervenire. Amaddì, non scappava, non si parava, si scuoteva leggermente ad ogni colpo. Né una lacrima, né un grugnito, solo una leggera smorfia di dolore tra le labbra, anche se quei colpi facevano veramente male anche ad un adulto. Carmiluzzu non vedeva la scena, ma nell’altra stanza sentiva i colpi e sussultava all’unisono. Saru, aveva gli occhi incattiviti, non sembrava agitato, non aveva detto nessuna parola solo quando finì gli disse:
-Chi cuminassi?
Amaddì, sapeva che doveva rispondere e con rispetto, non gli era permesso tentennare minimamente, perché erano subito altre nerbate:
-Vuliva sapiri d’un dollaru c’acchiavu ‘nterra, mi parsi sordu e m’accattavu li caramela n’a privativa, ju e Carmiluzzu. A u marasciallu ci parsi ca l’arrubbavu.
-Sta sira dormi cu i gaddini!
Così non opponendosi minimamente, uscì fuori e s’infilò nel casotto tra le galline. Dopo qualche ora, arrivò Carmiluzzu con un pezzo di pane. Amedeo lo prese e lo divorò immediatamente perché aveva una fame fortissima.
-Carmilù, hama a scappari, amunì!
Di corsa arrivarono davanti la porta di donna Antonietta. Don Angelo e la moglie avevano battezzato e cresimato i figli di mezza Camico, uno di questi figliocci era proprio Dinuzzu. Si udì la voce lontana di donna Antonietta:
-Cu è?
-Parrì, rapissi, ju sugnu Dinu, so figliozzu!
Dallo sportellino della porta lei guardò i due, poi tutte e due i lati, così aprì la porta chiusa per notte, già con le stanghette dietr
-Chi successi? Trasiti! Beddi mii c’aviti ca siti accussì agitati?
Dino se ne stava con i pugni chiusi e lo sguardo rivolto verso la sua madrina a bocca stretta.
-Vossa benedica, cercu me parrinu!
-Ancora ‘un ha vinutu, aspittatilu cu mia.
Gli diede da mangiare. Ancora vi era u cufularu pronto a ravvivarsi. Si ristorarono ma erano così agitati che tremavano, la loro spavalderia era finita. Il piccolo non si scostava dal fratello, gli dipendeva completamente, aveva gli occhioni pieni di paura e smarriti, mentre fissava i tizzoni rossi incandescenti. Il grande guardava continuamente la porta e si toccava il ginocchio, forse si era pentito della decisione presa e pensava di andare via. Donna Antonietta:
-Stà carmu! Ti sciarriassi cu to’ patri? ‘Un ti scantari ca ci va parla to parrinu…
-Vicenzu ‘un è?- Carmiluzzu con una voce tutta tremolante chiese del figlio quasi suo coetaneo e compagno di classe.
-Curcatu è, dormi!
Invece, Vincenzo guardava da sopra il solaio dove era sistemato il suo lettino, ma non scese e non volle intervenire, sapeva che se non veniva chiamato se ne doveva stare sopra e in silenzio. Capì che era successo qualcosa di grave, anche perché aveva visto pure lui il maresciallo che portava in caserma a Dino.
-Quannu veni me parrinu?
-Ora, ora veni. U vuliti ascutari u’ cuntu?
Carmiluzzu calò più volte la testa mentre Amedeo se ne stava con la testa chinata e il cuore palpitante, molte cose gli erano successe quella sera e ora aveva bisogno di aiuto, ma sopra ogni cosa aveva bisogno di liberarsi di immagini che lo scuotevano e che il solo pensiero di parlarne con qualcuno lo rabbrividiva. Aveva sperato non giungesse mai questo momento, però, quella sera tra una nerbata e l’altra, aveva riflettuto su suo parrinu come l’unico che poteva salvarlo, perché era l’uomo che stimava più di tutti, più del padre, l’uomo a cui lui voleva somigliare da grande.
L’arbulu di li meravigli[8]
-C’era na vota u’ regnu riccu unni ni l’arbuli c’eranu frutti d’ogni tipu e tuttu l’annu: aranci, ficu, nespuli, pircopa, fraguli, muluma d’acqua, cirasa, cezi, azzalora, pira, puma, mandarini, granata, cutugna, racina njura e janca, persichi e tutti chiddi ca ni detti u Signuri. Arbuli granni quantu u’ palazzu. Sulu i fimmini e l’omini virgini putianu cogliri i frutti ca po’ spinnuliavanu a tuttu u populu. E i picciotti sutta l’arbulu di li meravigli mentri cuglivanu s’annamuravanu. ‘Ntunnu a l’arbuli tuttu u populu cantava inni d’amuri e di felicitati. Ora si capitava na fimmina tinta o u’ picciottu smaliziatu, comu cuglivanu u primu fruttu l’arbulu siccava dopu tecchia. U populu di ddu Regnu fami ‘un ni pruvava, ma ajva scantu di l’invasioni di l’atri populi. Ora pi ‘un fari scopriri u segretu di dd’arbuli na vecchia liggi d’u Parlamentu d’u Re fu ‘npiccicata ‘n’ogni taverna e putja, cu supra stampatu tantu di curuna misa ‘ncapu a l’arbulu di li meraviglie e suggillu reali:
“Pro segretu d’u Regnu
Die XVI novembris XX indictionis 1490
Imperocchi ca ponnu scopriri u segretu d’u Regnu,
nuddu havj a trasiri e nuddu havj a nesciri,
pena a morti.”
U Regnu hajva sulu u’ ponti longu longu longu e supra u’ vazu iatu iatu iatu unni si putja trasiri e nesciri. U Re allura dispusi n’esercitu di valurusi tutti pronti a dari a propria vita pi difenniri u ponti.
(Donna Antonietta, guardò i due con gli occhi spalancati e lucidi e chiese a Carmiluzzu)
Ti ci avissitu misu a difenniri u ponti a costo di perdiri a vita?
(Carmiluzzu fece di sì tre volte con la testa. Così chiese a Dinuzzu, il quale prima rimase immobile e poi anche lui abbassò la testa dicendo si.)
U sapiva ca siti du valurusi! Tanti vulivanu passari u ponti ma i surdati luttavanu cu u cori e vincivanu. Dopu anni, anni e anni nuddu chiù pinzà a u Regnu dopu u ponti. Finu a quannu ajva addivintatu sulu u’ cuntu. Quannu quarcunu arrivava ‘nvanzi a u ponti truvava tanta fratta, ruvettu e spini ca si scuraggiva e turnava narrè. U populu d’u Regnu i primi centu anni passaru filici, cu canti, balli e paci. Dopu ancuminciaru a scarsiari i cuntura e i canzuni. I figli nascivanu senza amuri, tutti eranu cuscini e niputi, parivanu senza saluti e nuddu chiù arrivava a la vicchiaglia. Surdata valurusi di curaggiu ma no di forzi, tutti lenti comu li cani. Pi furtuna ca nuddu chiù d’i populi oltri u ponti sapiva d’u Regnu. Allura u Re c’u Parlamentu, si ‘nchiusiru a discutiri comu è ca u populu stava murennu? Nuddu chiù cantava e nuddu chiù abballava o arridiva! Ddi figli chi nascivanu eranu senza saluti. L’arbuli di li meravigli davanu frutti a vuluntati di tutti maneri e ogni tempu. I virgini jvanu a cogliri ma sempri chiù picca s’annamurava. E senza suspira d’amuri l’arbuli ‘u mittivanu chiù ciuri. E senza ciuri ‘un facivanu chiù frutti, sulu pampini granni quantu u’ linzolu. Puru l’armala murivanu senza frutti a mangiari e nuddu sapia curtivari u’ parmu di terra. Ni tuttu u Regnu ‘un c’era u’ firramentu, mancu na zappudda o n’aratu, sulu chitarri, mandulina e friscaletta. U Re addumannava na suluzioni a tutti i sapienti ‘nchiusi d’u Parlamentu. A la fini si truvà a risposta: u Regnu ajva bisognu sangu novu. E comu fari? Ora i cumpunenti d’u Parlamentu vinivanu scigliuti tramiti u’ surteggiu pubblicu,tra omini e fimmini d’ogni cetu e mister, quali elezioni e pulitica, e ‘nmezzu sempri capitava quarcunu c’arragiunava. Si susì unu di chisti, ca n’a vita faciva u scarparu, e cu vuci chiara e forti dissi:“Maestati, cumpagni tutti, ascutati a me pariri. Na commissioni di valenti, secreta, va tra li genti oltri u ponti e arrobba l’addevi chiù beddi cangiannuli cu chiddi nostri, sia masculi ca fimmini e rinnuvamu u sangu d’u nostru populu. I matri e i patri cridennu ca su i donni ca ci cangiaru i figli nun li cercanu di sicuru.” U Re calà a testa e u Parlamentu tuttu applaudì ca lu VIVA! VIVA! si sintiva puru fora. E accussì ficiru, sciglieru i cavalera chiù valurusi e chiù forti, tra i masculi e li fimmini e parteru, si ficiru largu tra lu ruvettu e nisceru richiudennu u passaggiu cu cura. Si travisteru di zanni e jvanu cantannu, ballannu e ricitannu tutti di storii ca oramà sapivanu sfatti ‘ntesta ma ca pi ddi genti eranu novi. Mentri facivanu li zannarii s’ucchiavanu l’addevi cchiù beddi e chiù forti. A notti trasivanu jntra i casi e li cangiavano cu chiddi so’. Turnavanu a u Regnu e u populu truvava arrè a forza e a vita. Quannu a matri, a matina, truvava d’addevu scuru senza saluti n’a naca cu i robbi d’u figliu so, chiancivanu dispirati ca i donni ci cangiaru u figliu, beddu e forti. I vicini ‘nmidiusi ci arrispunnivanu: “Ma c’aviti? Chi criditi a sti cosi? Quali donni e donni! Chistu e vostru figliu!” I matri ‘npazzivanu d’u duluri. Ni na fattetta di chista, na matri ajva sintutu diri di li figli cangiati d’i donni. E siccomu so figliu era beddu comu u suli, biunnu cu l’occhi celesti e forti comu u’ liuneddu. Stava cu u tirruri. Quannu i zanni arrivaru a u so paisi, si misi l’addevu ‘nprazza e c’jì a dumannari quarche rimediu. A zanna ci dissi, di nun uppunirisi, pirchì i donni pi minnitta avissiru ammazzatu l’addevu, e ca i figli cangiati addivintavanu principi d’u Regnu riccu e criscivanu cuntenti e ricchi. Si jì a riparari unni chioviva, anzi, sutta na cannalata. Dda zanna quannu vitti dd’addevu subitu si nni ‘nfirticchià. Dopu li balli cu chitarri friscaletta e tammurina, la genti si ritirà ni so casi e u sonnu piglià u sopravventu. I zanni scangiaru l’addevi. Traseru nni a casa e cangiaru u liuneddu. A matri e u patri ficiru finta ca durmivanu ma nun era u veru, vittiru tutti cosi e sigueru i zanni finu a u ruvettu e u ponti. A matri s’ajva ‘nsuspittutu cu quali occhi dda zanna taljava u figliu so. Arriturnaru a u paisi e sonaru i campani, e tutti i paisani accurreru. Accussì spiegaru a cosa e i patri e i matri c’appiru i figli cangiati s’armaru e si parteru cu tuttu l’aridiri di lu cori. Passaru u ponti e ammazzaru tutti i valurusi ca ‘un putjanu luttari contru l’amuri di ‘un patri e na matri, po’ eranu senza forzi. Si pigliaru i figli e ficiru minnitta. Quannu vittiru dd’arbuli di li meravigli si ci abbiddaru nun sintennu i paroli d’iddi ca ci dicivanu di no. L’arbuli siccaru tutti. Tanti d’u populu d’u Regnu foru scannati e autri arrinisceru a scappari e d’allura ‘un hannu truvatu na terra tutta so e vannu girannu cantannu, abballannu liggennu a vintura di paisi e paisi. Quarcunu dici ca ancora hannu u viziu d’arrubari l’addevi chiù beddi e ca cercanu a terra unni crisci l’arbulu di li meravigli ma ancora ‘un ni l’hannu truvatu. U cuntu ‘nsigna ca c’è a forza di lu valurusu e l’amuri di la matri ca è chiù forti macari. Ancora la genti di sti paisi ogni cumpimentu d’annu d’a vittoria chi appiru conzanu l’arbulu chiù granni d’u propriu paisi attaccannucci frutti e cosi doci ca po’ spinnulianu a tutti l’addevi.
Dinuzzu e Carmiluzzu erano rimasti ammaliati dal racconto di donna Antonietta, trasognanti ancora con le immagini di quei zingari che ballavano a ritmo dei tamburelli e dell’albero grande grande quanto un palazzo pieno di ogni tipo di frutta. Spuntò don Angelo, non si sa da dove, come uno spirdu. I due balzarono sulla sedia. Donna Antonietta non fece nemmeno caso, lentamente si alzò dalla sedia e gli andò incontro. Dinuzzu guardava quell’omone che incuteva rispetto, alto e di gran mole, con quei baffoni e quello sguardo burbero, con quella scupetta in mano e il caricatore alla cinta, quei stivali e il giaccone di pelle di bufalo che gli aveva mandato dall’America uno dei figliocci che emigrarono, i pantaloni di fustagno colore marrone e il gilè della stessa tela ma, colore diverso, oro. La sua presenza aveva riempito quell’ambiente, la sua voce rimbombò alle orecchie dei due:
-Chi ci fannu st’addevi?
Scattarono tutte e due all’in piede e Dinuzzu guardandolo con la testa chinata:
-Vuscenza benedica parrì! Haju necessità di parlaricci c’urgenza.
-Parla!
Dinuzzu abbassò ancor più il capo e di sbieco guardò donna Antonietta.
-Veni cu mia, ca m’aiuti a pigliari na cosa nn’a stadda.
Così lo seguì insieme a Carmiluzzu e proprio sotto la scala che portava al solaio vi era una porta stretta che sembrava inimmaginabile come quell’omone riuscisse ad attraversarla, tramite una scaletta si saliva nella stalla che dava alla strada di sopra, dove vi era la sua bella jumenta, i cani cirinechi e u furettu. Don Angelo si predispose all’ascolto e vedendo che Dinu incominciò a tremare come una foglia mentre Carmiluzzu si teneva nella giacchetta del fratello, intuì che vi era qualcosa di molto importante da comunicare, forse testimoni di qualche evento. Più in là vi erano dei tronchi d’albero a mo di sgabello si sedette e si mise la scupetta tra le gambe, abbassò gli occhi come un confessore e Amaddì incominciò a raccontare. A don Angelo quello che stava ascoltando non gli sembrava vero, ma sia il tono, la circostanza e il patos di quella voce non gli lasciavano dubbi. Di tanto in tanto guardava negli occhi quei due per accertarsi con chi stava interloquendo, pure la jumenta sembrava inquietarsi e di tanto in tanto nitriva e scalciava.
Dinuzzu cominciò con il raccontare cosa gli era successo quella sera e del dollaro, le nerbate prese dal padre e la fuga da casa per venire a raccontargli tutto. La decisione era stata presa perché quel dollaro l’aveva preso a patri Albertu, solo quei cinque pezzi da un dollaro aveva presi, perché gli piacevano e poi perché glieli aveva promessi. Don Alberto da un po’ di mesi aveva avvicinato Amedeo, gli diceva che era un ometto di quelli forti, che un giorno sarebbe diventato un uomo di rispetto, gli offriva da mangiare, gli dava caramelle, lo faceva fumare, se lo portava con sé. Poi se lo portò a casa, con la scusa che si sentiva solo, prima con altri compagni, una sera da solo. Dinuzzu si sentiva al disopra degli altri perché lo preferiva, quella sera mangiando gli fece bere del vino in più, poi incominciò a toccarlo fin quando lo masturbò. Da quella volta gli appuntamenti erano solo per fare delle porcherie sempre diverse. Dinuzzu arrivò pure a provare gelosia quando si avvicinava ad altri ragazzi e una sera, mesi prima dell’accaduto, provò pure piacere quando un gruppo di tre picciotti cataluchisi lo picchiarono di santa ragione. Dino aveva visto tutto e fu lui che andò a chiamare l’arciprete. Quella sera sembrava che se le andasse cercando, incominciò ad insultarli, volendo obbligare uno di loro a sottostare ai suoi desideri. Fu quando prese il bastone e sferzò una bastonata che il gruppo di picciotti reagì. Un giorno lo convinse di portargli anche Carmiluzzu, promettendogli quei pezzi d’argento che spesso teneva sopra la bibbia sul comodino. Fu quella volta che gli fece provare pure del tabacco di naso bianco e si sentiva un altro, grande e forte. Mentre stava abusando di Carmiluzzu incominciò ad insultare Amaddì, dicendogli che era un vigliacco, una persona inutile, un verme, che aveva venduto il suo fratellino per pochi dollari, per la sua cupidigia. Ora proprio accanto a Dino vi era un candelabro di rame o bronzo, insomma dorato, quando vide il suo fratellino che sotto quel porco aveva le lacrime a gli occhi mentre davanti a lui aveva la testa chinata del prete. Quella testa sembrava pronta, invitante ad essere spaccata, così prese quel candelabro e l’ha picchiata più forte che ha potuto. Ormai aveva perso il senso della ragione e tolto di sotto Carmiluzzu rigirato il prete alla vista di quel pene tirò il rasoio di tasca e lo recise con tutti i testicoli, prese i dollari e posò quegli organi sulla bibbia. Perché lo abbia fatto non se lo sa spiegare, solo che in quel momento ha ritenuto giusta quell’azione. Fuggirono via. Dopo essersi lavati alla bivatura si andarono a nascondere nella mannira del padre, dove vi era qualche camicia e giacca di ricambio. Il padre arrivando li trovò che dormivano e senza nemmeno chiedere il chi e il come, arrabbiato perché non erano rincasati e l’aveva cercati vanamente, incominciò a dargli delle nerbate a tutte e due, servirono solo a consacrare il silenzio su quel delitto. Dinuzzu alla fine prese il rasoio dalla tasca e lo porse al suo padrino.
-Tenitillu! ‘Un è a mia ca la cunsignari.
Cosa fare? Sapeva che prima o poi il suo codice doveva trovare un punto di debolezza, perché non gli andava di andare a portare quei due ragazzini dal cavaliere, visto la commedia che si era messa in atto. Il cavaliere per paura di quest’altra verità dei fatti avrebbe potuto decidere di sopprimerli e così seppellire con la loro morte il rischio di perdere la faccia davanti a tutti. Il suo codice diceva che non doveva avere nessun segreto di nessun genere con il suo capo famiglia. Don Angelo si lisciò più volte i baffi abbassò gli occhi alla sua scupetta mirando come se fosse la prima volta l’intaglio nel legno del calcio. Poi ad un tratto decise:
-Mangiassivu?
-Sissi!
-Curcativi supra dda paglia, ora vi scinnu quarche cummogliu. Silenziu, mi raccumannu.
Dinuzzu incominciò a sentire freddo e a tremare, aveva la febbre. Carmiluzzu aveva paura per quello che stava per succedere.
Don Angelo, sapeva che avrebbe tradito un giuramento e che forse gli avrebbe costato la vita, peggio ancora, il disonore. Ma si trovava di fronte ad un bivio pericoloso come anche altre volte, come il camminare sopra il taglio di un coltello. Aveva bisogno tempo, ma era quello che mancava, perché ogni minuto di più pregiudicava la sua posizione. Scese con delle coperte insieme alla moglie per sistemarli momentaneamente. Donna Antonietta bastò guardare Dinuzzu e si accorse toccandolo che aveva la febbre. Lo fece in un modo tenerissimo, le adagiò la propria guancia alla fronte. Il ragazzino si sentì rinfrancare di quel gesto e tirò tre profondi respiri uno dopo l’altro. Aveva proprio bisogno di un gesto d’affetto, proprio quello che gli era mancato da quando era bambino. Il padre era convinto che una tenerezza poteva effeminarlo, ma è stato proprio questo atteggiamento che lo portò nelle grinfie del prete pedofilo.
La stalla, la paglia, gli animali i suoi padrini e Carmiluzzu gli avevano innescato una fantasia: si sentiva un Bambineddu appena rinato a una nuova vita, un nuovo modo di pensare, una nuova lingua che non conosceva. Dentro se quell’Amaddì scorbutico, violento, attacca brighe, pronto a vendersi chiunque per i suoi scopi, era morto! Rinato, nello stesso corpo, una nuova persona che aveva bisogno d’amore, la voce con il tono arrendevole, il timore di ogni cosa. Quella per lui era la notte di natale dove Carmiluzzu era il suo angelo, donna Antonietta la Madonna, don Angelo San Giuseppe. Questa fantasia, forse suggerita dalla febbre alta, lo faceva sproloquiare continuamente. Donna Antonietta passò una nottata in bianco, si ci coricò accanto riscaldandolo con il proprio corpo. Don Angelo gli fece bere del vino. Carmiluzzu dopo un po’ si addormentò profondamente.
Appena l’alba don Angelo uscì con la sua jumenta come al solito. Alla bivatura, cosa strana, incontrò Ninuzzu Ferro, gli aveva una certa stima per il suo comportamento rispettoso, anche se non era della stessa mentalità, però non tutti la possiamo pensare allo stesso modo. Ferro aspettava proprio lui per un affare che dovevano svolgere quel giorno. Don Angelo s’impensieriva per come il cavaliere Galante non avesse parlato con lui. Quando capì che si trattava della solita minchiata di politica, allora si diede una spiegazione. Il cavaliere sapeva che lui mal digeriva questo argomento. Intanto proprio quel giorno dovevano andare a dare una lezione ad un certo comunista della camera del lavoro di Cattolica.
-Parla assà! Assuglia u populu!-
Disse Ninuzzu con tono grave, ma realmente il problema era una questione che questo contadino attivista aveva avuto con il nuovo consuocero del cavaliere per una partita di mennuli. Il Ferro, durante il cammino, incominciò a parlare di solite cose vuote, storielle e sparlatine di paese. Ninuzzu era fissato che come trovava a picciotta giusta si sposava e don Angelo ci doveva fare da compare d’anello. Donna Antonietta mal’appativa questa cumpariata, anzi, questo Ninuzzu non le piaceva affatto. Don Angelo lo aveva a simpatia da quando era ancora ragazzo per il suo spirito e fierezza, insomma un picciotto con tutti i sacramenti, di quelli che nascono con la mafia dentro i vini come si suol dire c’aviva u pilu nn’u stomacu. Pertanto si sono trovati spesso insieme a la putja del vino, oppure a vedere qualche pellicola al cinema o qualche rappresentazione dell’opera dei pupi, di questi pupara che andavano girando per i paesi, a u saluni di narrè a chiesa. Don Angelo si fidava di Ninuzzu tanto che partì con la sua jumenta senza preoccupazioni, lo aveva provato tante volte e aveva risposto bene. Nonostante la fiducia si tenne in serbo la storia dei fratelli Cuscenza, troppo importante. Don Angelo ancora non aveva le idee chiare sul da farsi, era dilaniato da due opposti: consegnare i picciotti alla mafia o alla legge? Non avrebbe mai creduto che un giorno fosse arrivato a questo bivio. In sua coscienza sapeva che per la salvezza dei due li doveva consigliare di andare dal maresciallo. L’altra strada li avrebbe condotte ad una grossissima probabilità di morte e forse il carnefice sarebbe stato proprio lui stesso. Cosa che lo infastidiva parecchio, anche perché il suo Vincenzo era coetaneo. Non è che don Angelo si era fatto tanti scrupoli nell’eliminare qualcuno, ma i bambini erano tutta un’altra cosa.
-C’aviti don Angilu? Vi vidu supra pinzeri… Si nun vi sintiti vaju sulu!
-No, jemu avanti!
Pochi istanti dopo si vide la robba del cataluchisi. Come vide in lontananza i due a cavallo si chiuse dentro la casa.
-U viditi ca si guarda? Iddu u sapi c’ha fattu mali!
Arrivati davanti la porta, Ninuzzu scese da cavallo e con il calcio della scupetta picchiò fortemente la porta:
-Nesci ca t’am’a parlari!
-No! Chi vuliti?
-Allura avvicinati a porta ca chiddu ca t’am’a diri tu dicemu…e ninni jemu. Pi u to’ beni!
-Parlati!-
La voce era ora più forte, era proprio dietro la porta. Nunuzzu imbraccio il fucile e scaricò tutte e due i colpi alla porta. Si udì un “AH!” forte e nulla più. Il Ferro cercò con un calcio di aprire la porta, ma nulla, probabilmente il cataluchisi aveva serrato la porta con qualche stanga dietro. Salì a cavall
-Amuninni! Ci abbastà pi ora!
-Ed era una lezione!!- Disse fra se don Angelo.
Tornarono indietro galoppando, sicuri del silenzio di chi l’avrebbe visti.
Quei colpi furono fatali. Proprio sotto un carrubo poco distante vi era il figlio che stava facendo il proprio bisogno, sentì parlare, poi i colpi di scupetta e tra le fronde vide allontanare i due. Riconobbe il Ferro perché era stato diverse volte a Cattolica, in piazza ed era ‘ntisu e temuto. Come i due tracuddaru, corse per dare aiuto al padre. Riuscì ad entrare da una finestra di dietro e lo trovò ansimante. Non sapeva proprio cosa fare, mentre piangeva, poi lo caricò sul mulo e corse in paese, ma quando arrivò dal medico il padre era già morto. Il ragazzo, dopo qualche giorno, nonostante il disappunto della famiglia, trovò il coraggio di accusare il camichese Ferro. Arrestato, fu rilasciato dopo qualche settimana per mancanza di prove e per il suo forte alibi. Il difensore subito fece notare come il riconoscimento era quasi nullo in quanto dal punto dove si trovava il ragazzo vi era una distanza non indifferente e poi l’accusato era di spalle. Il Ferro al suo ritorno fu ancora preso più in considerazione e ancor più temuto. Appena liberato andò in piazza a Cattolica a farsi una passeggiata a braccetto con il don del luogo, incontrato il ragazzo gli sorrise in faccia. A Camico mentre lui era in stato di fermo erano successe cose grosse.
Dopo quelle fucilate Nino Ferro e don Angelo andarono per la loro via. Nino Ferro tornò in paese e andò subito al bar dove trovò compagnia, salutò il cavaliere, il quale capì. Don Angelo doveva curare alcuni interessi del barone in una campagna a due passi del paese, dove alcuni muratori stavano sistemando la struttura di una casina. Raccolse alcuni ortaggi e tornò pure lui a Camico. Trovò Dinuzzu migliorato. Donna Antonietta era andata dal giovane medico Balla e si fece dare un rimedio, risultato efficace, per quella febbre per il figlio Vincenzo. Il dottor Balla non chiedeva quasi mai domande oltre l’interesse medico perché così facendo poteva dare un aiuto medico, in caso contrario, se avesse incominciato a chiedere più del necessario non sarebbero più andati così privando il malato dall’assistenza medica necessaria. Anche se giovane, il dottor Balla, riusciva ad entrare nei codici di quella gente e per questo motivo veniva rispettato da tutti.
Saru Cuscenza, questa volta non ne ha voluto sapere della scomparsa dei figli e andò via con le pecore. La madre cercò ovunque senza risultato. Chiese aiuto ad altri parenti ormai esasperata. In cuor suo sperava che quella fuga era una ribellione contro il padre e che prima o poi sarebbero tornati.
Don Angelo ormai aveva deciso, così aspettava solo il momento opportuno, la sera stessa, visto che il cavaliere festeggiava il fidanzamento della figlia e l’attenzione del paese era concentrata a questo evento.
…
Quella sera in casa Galante vi era ogni tipo di dolci, calja, scacciu, vino e rasoliu. Fiori e luci ovunque. La strada era tutta in festa. Tutta la Camico bene presente. Nessuno fu deluso dall’attesa, nemmeno la fidanzata, anche se dopo la strigliata mal volentieri ubbidiva a degli ordini categorici del padre, quando si vide davanti Gaetano Menta, con la sua figura signorile, vestito così elegante, quel sorriso affabile e con lo sguardo ammaliatore, ne rimase presa e ogni volta che lo guardava sempre più.
I Menta non erano così signorili come lui. Le due sorelle con mariti erano di campagna, si vedeva a distanza dalle camminature sgraziate e dai vestiti che sembravano non volere aderire al loro corpo. I nipoti sicuramente avevano avuto un lisciabussi non indifferente pertanto se ne stavano con la testa bassa e incavolati, sicuramente avevano preso qualche anticipo di gargiati dai genitori promettendo l’elargizione se non si fossero comportati come di dovere. La madre sembrava un cammello sia per la mole sia per come era aggobbita, con un mento prominente e dei lineamenti del viso marcati, due occhioni rotondi che ogni tanto muoveva lentamente da destra a sinistra. Il padre aveva quell’aspetto volpino, la voce rauca, gestiva ogni cosa senza far notare la sua intraprendenza. Gaetano era spariggiu, si sapeva muovere, sapeva parlare, insomma non aveva a che fare niente con quella famiglia, aveva preso qualche somiglianza dal padre, invece le sorelle erano somigliante alla madre. Il fidanzamento andò tutto come protocollo. La fidanzata seduta a destra della madre e a sinistra la cognata maggiore, rispettando la spaddata. Non mancarono i versi propinati dalla sorella minore:
Semu vinuti prigannu u Signuri
Di Cianciana ficimu tanta strata
Pi riciviri nuatri stu granni anuri
Di chista bedda nostra cugnata
e vi lu dicu cu tuttu lu cori
pi natri sariti principessa adurata
pi me frati Gaitanu u veru amuri.
Non mancarono gli applausi e gli evviva, poi si passarono alle presentazioni. Gaetano rimase affascinato da Ninetta, ma colpito da quel futuro suocero, così portentoso nel muoversi nell’intelligenza, aveva ben capito con chi aveva a che fare, la sua fama era arrivata pure a Cianciana. Quando Annibale Menta ha saputo del cataluchisi capì che con il Galante vi era veramente poco da speculare, così si predispose mentalmente in tal senso lasciando al cavaliere ogni decisione. Il cavaliere espresse il desiderio che il matrimonio doveva celebrarsi a breve scadenza non più tardi di un anno dal fidanzamento. Anche se il Menta padre avesse desiderato prima arrinesciri il figlio provessuri, abbassò la testa. Vi fu poi lo scambio dell’anello e anche lì altri versi, questa volta da parte del fidanzato e pure della fidanzata. Il cavaliere poi si portò il futuro genero in un'altra stanza dove lo presentò a don Angelo, a Nino Ferro e altri due della stessa carata. Gaetano rimase affascinato di tanto potere del futuro suocero e capì che da quell’uomo doveva imparare più che poteva, altro che professori del ginnasio la vera scuola era quella.
Quella stessa sera il cavaliere Galante aveva ricevuto, a sua insaputa, il tradimento più grande dall’uomo più fidato.
Don Angelo aveva parlato a lungo con i fratellini Cuscenza e li preparò nei loro passi. Dino ostentava e non riusciva a capire il consiglio del suo padrino di andarsi a costituirsi al maresciallo. Quella era l’unica strada per evitare una brutta fine, ma non capiva il perché, quando poi don Angelo alzò la voce, con quello sguardo severo le folte e nere sopraciglia, e gli mollò uno schiaffo da tramortirlo incominciò a percepire il pericolo. Gli fece giurare a tutte e due di non dire che sono stati in casa sua e di non fare i loro nomi per nessunissima ragione, perché era lo stesso di firmare una condanna a morte al loro padrino.
Don Angelo tornato dal fidanzamento fece uscire i due, già era buio, e a tutta corsa raggiunsero la caserma. Suonarono la campana e bussarono con le mani e i piedi. Dino confessò per filo e per segno i fatti. Il maresciallo incominciò a provare pace dentro sé perché finalmente il quadro gli era completo, giusto, aveva un senso, anche se a primo acchito sembrava assurdo. Quella era una verità giusta.
Il cavaliere la stessa notte fu informato dal Buffa del movimento di carabinieri in casa Cuscenza e che i due figli erano andati in caserma la stessa sera, rimanendo trattenuti, ma poco poteva immaginare quello che stava succedendo.
Il maresciallo sembrava che aveva preso la scorsa, dava ordini urlando a tutti, gli occhi di fuori, la faccia paonazza, avvertiva di stare attenti:
-Occhi aperti! Allerta! Allerta!
Il brigadiere Gatto, non capiva l’importanza di quel fermo, si sentì chiamare in caserma d’urgenza, trovò tutta quella luminaria e quei due ragazzi. Seduti uno accanto all’altro, Dinuzzu con gli occhi appizzati ‘nterra e Carmiluzzu che guardava ogni movimento ogni cosa senza stancarsi minimamente, in cuor suo aveva voglia di andarsi ad abbracciare alla madre e addormentarsi tra le sue braccia.
-Non fate entrare nessuno e quando dico nessuno è nessuno, senza la mia esplicita autorizzazione! Chiaro Gatto? Chiaro Frisella?
I due abbassavano la testa mentre si muovevano.
-Fermi! Dovete rispondermi: Si! Abbiamo capito! No! Non abbiamo capito!
I due risposero d’avere capito. Gatto era inquieto, anche se già sapeva tutto non riusciva a capire:
-Maresciallo, non vorrei che questo, farabutto, perché farabutto è! e lo sappiamo, si sia inventato tutto di sana pianta?
-Gatto, ma come te li hanno dato questi gradi? Guardali, l’hai mai visto ad Amaddì Cuscenza di sta manera? E poi te lo immagini che vengono in caserma, che per loro è come entrare all’inferno, tutte e due così esagitati a fare uno scherzo del cazzo al maresciallo… Gatto, avevi torto, ed io ragione, rassegnati!
-E il diario di u provessuri Enniu Sanna?
-Frutto di qualcuno… che aveva interesse a chiudere la questione subito, prima di noi, perché, caro Gatto, il cadavere di don Alberto puzzava troppo per alcuni e bisognava seppellirlo al più presto.
-E come no? Me lo ricordo ancora come puzzava!- Frisella intervenne, facendo girare le palle degli occhi per aria e quelle di sotto ad elica al maresciallo.
-Ora basta! Finalmente stiamo concludendo questa brutta vicenda.
Il maresciallo aveva le idee chiare sulla dinamica di quello stranissimo omicidio. Ci pensava sopra e sopra ed intuì, giustamente, che quel prete era arrivato ad un punto tale di perversione da indurre ad Amedeo a colpirlo. Il prete aveva predisposto tutto con precisione: l’assassino, il candelabro e il movente. Poi bastò ferire nell’orgoglio quel ragazzino, e di orgoglio ne aveva, anche se si era prestato alle sue attenzioni, dovuto al comportamento animalesco di Saru Cuscenza. E quella pestata dei giovani è stata sicuramente una sperimentazione, un tentativo, perché don Alberto aveva sicuramente deciso di morire in quella maniera. Il Maresciallo ci pensava sopra e rispondeva a se stesso, sempre con quel suo vizio di pensare a voce alta, così disse:
-E poi, diciamocelo chiaro, questo prete era il diavolo in persona!
-Maresciallo, parla con me?
-No, Gatto con Frisella.
-Comandi!?!
-Vai a fare un bel caffè con il caffè!
13 ottobre 1958
In quel pomeriggio d’ottobre Roma era insolitamente calda. La gente affollava il percorso del carro funebre, del comune che aveva voluto disporre, da Castelgandolfo a Piazza San Pietro, che avrebbe trasportato la salma di Pio XII. Enrico Battista, mal subiva quell’afa che gli ricordava la sua terra, se ne stava nel lato opposto della strada davanti l’Altare della Patria con la sua splendida Narumi in attesa che passasse proprio innanzi a loro il feretro. I due non erano lì per fede, ma solo per voglia di essere testimoni della storia del loro tempo. Non erano i soli, anche la gente comune non era commossa, nessuna lacrima, solo volti seri ed occhi curiosi, assetati di sapere. Vi era proprio davanti una di quelle tarchiate donnone romane con una maglietta blu notte a maniche corte e i capelli castani con la permanente fatta per l’occasione, che ogni tanto sbraitava qualche espressione all’uomo accanto, probabilmente il marito, su i passanti ecclesiali che le capitavano davanti:
-A’ vedi quella come se ne sbatte ch’er morto er Papa…
Lui fumava e guardava non rispondendole neanche, saggiamente non conveniva. Ma lei continuava i suoi apprezzamenti poco signorili su quei religiosi.
Enrico di tanto in tanto lanciava uno sguardo intenso a quella fatidica finestra di Palazzo Venezia, e gli venivano dei flashback come cose lontane vissute in un’altra vita, dove lui era un altro molto diverso di ciò che era ora, ma gli apparteneva lo stesso. Narumi era una splendida donna nipponica, orgogliosa delle sue origini, si notava dai capelli corvini raccolti, come vuole la tradizione nihongami, ornati da diversi kanzashi d’oro, il suo vestito di seta rossa con tanti fiori di loto rosa rimarcava la sua figura esile e armoniosa, poi, il suo sorriso e la sua grazia nei movimenti, illuminata da quell’ultimo sole che l’accaldava, la rendevano, a gli occhi del suo amato Enrico, un incantesimo. Lui aveva trovato in lei la concentrazione, il congiungimento, l’essenza stessa di tutte le donne di ogni epoca e di ogni luogo, infatti di questo ne era estremamente felice. Bastava quel suo sguardo sempre discreto, che gli donava ogni tanto, per scavargli, nel suo profondo, un amore grandissimo e poi ancora, spesso, una voglia erotica arcana. Lei, più di tutte le altre donne, lo rendeva uomo nella sua pienezza del termine. E’ difficile potere esplicitare con le parole ciò che solo due corpi nella loro essenza riescono a comunicarsi in un rapporto d’intesa. Incominciarono i primi prelati in due file della grande processione: ve ne erano di ogni genere, alcuni con i loro mantelli bianchi, francescani, sacerdoti parati, carabinieri in grande uniforme, aristocratici romani, il carro funebre con i paramenti papali e le guardie svizzere, con passo uniforme. Tutti attori di quell’evento memorabile. Una interminabile processione all’ultimo dei principi di Dio. Proprio con Pio XII era terminata la prigionia dei papi ed era iniziato lo stato pontificio Vaticano. Mentre la Città Eterna volgeva verso la sera vi era la più grande celebrazione della morte, che segnava la fine di un’epoca. La Chiesa ora doveva fare i conti con nuovi strumenti di informazione, con la cultura delle masse, si doveva rapportare con il relativismo positivo filosofico delle verità, non potendo più opporre la propria verità come dogma. Un nuovo occhio politico attendava il concetto di nazione, disponendo di nuovi strumenti. Questi nuovi poteri fingeranno di liberare l’umanità solo per renderla schiava di nuovi bisogni e di falsi, alquanto vuoti, idoli.
Ad Enrico Battista, non gli sembrò vero, ma era proprio così, era lui: padre Hoff! Tra quei tanti sacerdoti vi era lui, distinguibile come sempre per il suo portamento fiero. Come poteva riuscire a richiamare la sua attenzione? Avrebbe gradito scambiare due chiacchiere con lui, sulle ultime vicende della sua indagine su i carpocraziani, ma non era possibile fare alcunché, così si rassegnò e lo vidi passare a pochi metri da lui, disposto in seconda fila di quella lunga processione. Proprio dopo alcuni metri il suo passaggio insolitamente Hoff si voltò, come se fosse stato richiamato da qualcosa, da una voce, e fissò lo sguardo prima su Narumi poi su Enrico ed aprì il suo sorriso. Uscì dalla fila e si appressò verso lui. Enrico capì, sarebbe stato impossibile poter dialogare in quella occasione tra i limiti della gente e del servizio d’ordine, così prese alcuni biglietti da visita e li porse con la mano allungandosi più che ha potuto. Anche Hoff s’allungò, mentre la gente gli faceva spazio. Si salutarono riuscendo a sfiorarsi le mani. Lui prese quei biglietti, chinò lievemente la testa e sorridendo con la mano fece cenno di “a dopo”. Battista fu contentissimo, ritornò accanto a Narumi stringendola a se.
…
L’indomani, qualche ora dopo la cena, la domestica annunciava la presenza di padre Hoff alla porta. Enrico si premurò ad accoglierlo, quella figura gli era amica, ed è bastato quel tempo limitato di quell’incontro a Camico, per restargli un ricordo lieto. Dopo i convenevoli Battista presentò Narumi. Padre Hoff condiscese quella presenza così avvincente.
Lo scambio di opinioni e informazioni fu veramente tale che presi non si accorsero dell’ora. Narumi si era ritirata dopo un po’ per lasciare libero il loro incontro.
Padre Hoff con mestizia incominciò a narrare al suo amico delle vicende di papa Pacelli:
-…per dirla meglio, del corpo del Santo Padre! Abbiamo iniziato una indagine interna e il principale sospettato è il Galeazzi Lisi. Poi vorrei proprio sapere come un oculista possa fare l’archiatra pontificio? Cose strane, assurde. Questa figura alquanto viscida e intrigante, asserisce che il papa ha fatto sapere di avere applicata sul suo corpo questa nuova tecnica di imbalsamazione, brevettata dal Galeazzi stesso. Il papa diceva spesso che da morto non voleva toccato il corpo, in modo assoluto. E questo l’ho ascoltato personalmente, posso testimoniare che più volte aveva espresso il desiderio di essere seppellito nella nuda terra. Alcuni, invece, sono stati testimoni della sua meraviglia nel vedere una mano perfettamente imbalsamata da un professore napoletano, un certo Nuzzi. Il Galeazzi Lisi afferma che in quella occasione espresse la sua volontà. Non vi fu niente di più sacrilego! Il giorno la salma veniva esposta ai visitatori la notte veniva denudata e avvolta con delle erbe in un cellophan, poi iniettava chissà che cosa, la mattina seguente si puliva si rivestiva e si esponeva, tutto questo dal 9 al 13. Il corpo incominciò a lasciare intravedere una cromatura rossa, poi verdastra, in fine grigia, mentre tutte le arterie divenute marrone trasferivano dalla cute in tutto il corpo. Abbiamo assistito ad un evento orripilante, ma ancora il peggio doveva arrivare. Il medico legale protestava che il Galeazzi così operando non faceva altro che accelerare la decomposizione e non per arrestarla. Fin da gli antichi egizi il corpo si metteva al fresco per fare evaporare i liquidi, lui invece all’incontrario suggellava il corpo nel cellophan… Vedere quel corpo del Santo Padre così impacchettato tra le erbe era uno spettacolo veramente mostruoso. Ma quel truffatore insisteva che il suo metodo era rivoluzionario e gli effetti finali erano straordinari. Una suora mi ha riferito che l’imbalsamatore, quel Galeazzi, ha scattato diverse fotografie al povero corpo. Quando qualcuno obbiettava, lui rispondeva: “la scienza!”. Il cadavere si era gonfiato, aveva una pancia esorbitante. Finalmente si mise nella cassa per trasportarlo a Roma. Durante lo spostamento si udì un botto nella cassa, e un immane fetore travolse tutti. Una povera donna proprio li davanti cadde svenuta all’indietro. Quando si riapri la cassa si vide uno spettacolo macabro. I gas avevano squarciato il ventre! Le viscere erano fuori. Il Galeazzi era scomparso, irrintracciabile. L’odore mi è rimasto nella mente in maniera indelebile! Prima il fetore violento, poi quando divenne più lieve, era come dolciastro, sapeva di fiori marci. Proprio di questo non riesco a liberarmene, sembra che ne sia rimasto unto, e mi travia qualsiasi altro profumo. Quella lunghissima processione, quei suoni, il rompo del motore del carro, il rumore del silenzio della gente, le preghiere, il sole che volgeva verso il tramonto, sentivo caldo, a questo punto ho avuto la netta impressione, come un lampo a ciel sereno che quello errore d’imbalsamazione era stato voluto, studiato nei minimi particolari e scientificamente per celebrare la morte, il nulla. E solo un gruppo potente come loro potevano studiare questo triste spettacolo. Ma ormai e da tempo, non mi fidavo più di nessuno. A maggior ragione di colui che aveva avuto la massima fiducia da Pacelli e che dovrà essere il suo successore. Sembrava ormai tutto finito? No, caro amico, lo spettacolo della morte continuava ancora! Dopo che la salma, tolta dalla cassa, viene portata nella Confessione per essere esposta, in quello strano palcoscenico sistemato, intanto il fetore era irresistibile, invadeva ogni spazio nella Basilica, tramortiva i più vicini. Il cardinale Roncalli aveva chiamato quel catafalco “patibolo”. Spettatore di tanto orrore l’onorevole Andreotti, non per nulla turbato sotto quell’espressione da Sfinge. Il corpo ormai presentava una cromatura marrone. Il peggio doveva ancora arrivare! La pelle incominciò a contrarsi mostrando nel volto del Santo Padre un sorriso beffardo e nefasto. La morte sembrava sorriderci ricordandoci quanto siamo niente e nulla ai suoi confronti. La notte, le guardie svizzere diedero l’allarme per l’evoluzione della decomposizione del povero papa. Si chiamarono i migliori medici legali, e sfogliato nudo e messo nel pavimento si tentò di arrestare quello scempio. Immagina per un solo attimo Pio XII vivo, con quella sua statuaria presenza, così aristocratico, lontano da tutti, immagina ora quel corpo denudato, per terra, senza alcuna dignità, tra le ombre della Basilica, i marmi che proiettavano le loro ombre, e quel manipolo di persone che si affannavano come in un rito raccapricciante e assurdo. Lì con noi vi era sicuramente la Morte! Ma non facevamo neanche caso, né noi preti, né i medici, così avvezzi ogni giorno della nostra vita ad averla intorno. Forse le guardie papali e quelle svizzere, guardavano altrove, e dove? Nella Basilica ogni cosa sembra celebrarla con l’arte! I professori ripulirono di nuovo internamente il corpo e si cerco di ricomporlo con dell’ovatta, poi gli fu iniettata della formalina. Ormai era diventato nero, e dopo che quei professori avevano terminato quella opera disperata, e lo rimisero nel cataletto, videro il naso che gli cadde dal volto. Così rispose a loro la Morte! Qualcuno dei presenti, un arciprete cerimoniere, ricordò di conoscere un altro caso simile. Quello di Leone XII nel 1829, allora si mise una maschera di cera, ma allora non si ebbe successo, così si sostituì con un manichino con i paramenti papali. I medici presi dalla esasperazione composero una maschera di cera con componenti alcalini. La morte continuò a devastare quei miseri resti e quella maschera riuscì a dare un effetto ancora più macabro.
Padre Hoff dopo quella lunga descrizione si lasciò cadere sulla spalliera del divano e chiuse gli occhi. Mentre il Battista era rimasto allibito da quell’orrore, vagavano nella sua mente quelle immagini dentro la Basilica e quasi sentiva gli echi delle voci dei medici che chiedevano dell’ovatta a gli assistenti, vedeva i preti attorniati con le mani giunte con i volti preoccupati per l’esposizione del papa per la visita dei capi di stato di tutto il mondo, magari qualcuno fingendo di pregare, poi si perdeva tra gli spazi e l’altura del luogo, immaginava quelle povere guardie impotenti e schifati nel loro compito di proteggere quel corpo che nulla potevano. Ormai vagava nei ricordi di quel papa che sembrava negli ultimi tempi cercare la santità, parlava con gli animali, guardava spesso in alto e poi andava ricordando l’apparizione di Gesù e il miracolo del sole roteante come a Fatima, si! cercava la santità. Si dice che i santi quando muoiono non vanno in decomposizione ed emanano odore di fiori. Gli viene in mente un nome Zosima, si, il frate santo de I FRATELLI KARAMAZOV di Dostoevskij… “il lezzo della putrefazione”[9]. Zosima ritenuto santo da tutti, invidiato per la fama che aveva, con il suo corpo magro, che da morto incominciò la sua decomposizione, caduta, così veloce che “aveva precorso la natura”[10], sembrava che Dio non la pensasse come i suoi ammiratori fedeli “…qui si trattava proprio del famoso dito di Dio. Dio aveva voluto dare un segno.”[11] Qui sembra che il dito non sia stato messo da Dio ma da qualche altro che ha voluto smentire la santità del papa, non in quanto Pio XII, ma in quanto papa per volontà dello Spirito Santo e chi? Allora, Enrico guardò l’amico e gli disse:
-Pensi che è stato proprio voluto? L’archiatra, forse per soldi, o perché è uno di loro, ha agito in quel modo… che siano stati i carpocraziani?
-Sono più potenti di quanto tu possa immaginare, loro mistificheranno, inganneranno, costruiranno verità per un nuovo ordine mondiale basato sul degrado morale, sulla distruzione della vita tutta in nome del piacere, sono apostoli della morte. Operano nelle finanze, nella scienza, nella chiesa, nella politica, nella cultura, nello spettacolo, ovunque. Hanno concretato sempre così, nei secoli, hanno ucciso! Distrutto! Schiavizzato! Tutto, in nome di Cristo!
-Ora?
-Ora, non so se tutto ciò sia vero! Questa è la loro forza! Forse mi sono ubriacato da solo con tutte le costruzioni mentali, letture, indagini… anni e anni di lavoro per giungere a niente! Il mio dossier come richiesto dal Santo Padre glielo avevo già consegnato, adesso sarà sicuramente negli archivi segreti. La famosa lettera di Tito Flavio Clemente Alessandrino a Teodoro trovata da Morton Smith sull’esistenza del Vangelo di Marco sembra ormai accertata un falso, dei più banali. Sembra che quel Smith l’abbia scritta di propria mano… mah? Inoltre, quel vangelo non ha niente di scandaloso, che chiarire la celebrazione di un rito esseno. Ma quel modo di adoperare non è altro che un loro metodo, creare una verità per poi essere facilmente smentita, come questa vita, una semplice illusione creata da Satana! Per ingannarci, ingabbiarci e tenerci lontani dalla vera vita, quella del Regno dei Cieli!
-Per fortuna che non sono credente, o almeno, non in una religione. Credo nella vita, nell’amore. Il mio Dio per il momento si manifesta in Narumi e mi ama, anzi sa come amarmi!
- Mi vengono in mente le parole di Randisi, faccio una parentesi, vi siete visti d’allora?
-Si, certo. E’ qui a Roma!
-Proprio giù in Sicilia, a Camico, abbiamo avuto una discussione ed avevo espresso che svegliandomi quella mattina e costatando quella natura, invadente prorompente di vita, lì nel giardino della sua magnifica casa, non potevo fare a meno di sentirla come una prova che tutto esiste. Lui lo sa come mi ha risposto? Ricordo la frase perfettamente: “…qualcuno dice questa natura che sa di cose morte, di continua decomposizione, una strada senza uscite!” Pensandoci bene vorrei chiedergli chi è mai questo qualcuno? Credo che il legame del vostro Ordine con i carpocraziani esiste anche se in posizioni alte. Lei sa chi è Montini?
-No!
-E’ il probabile successore di Pio XII! Qualche anno addietro, nel 54, lui è stato sul Monte degli Ulivi e lì ha abbracciato, ha concordato, con il Patriarca ortodosso Athenagoras I! Penso che lei saprà che è massone del 33° grado. Un altro abbraccio tra quegli ulivi… Chi sarà il traditore e il tradito? Le mie sono solo fantasie, impressioni, niente di consistente!
Ci fu tra i due qualche minuto di silenzio. Padre Hoff prese il fazzoletto e si asciugò bevve ancora il suo bicchiere d’acqua. Enrico leggeva nel suo volto la disfatta, una lotta persa irrimediabilmente ed avrebbe voluto fare qualcosa per metterlo un po’ su, così incominciò a narrare le vicende di Camic
-Non mi chiede i risvolti di quell’orribile omicidio… Sa? Quel maresciallo Scarpulla aveva proprio ragione! Il diario era stato contraffatto ad arte, perché non fu il professore Sanna a commettere quell’omicidio, ma due insospettabili ragazzini.
-Due ragazzini?
-Uno di dodici e l’altro di nove, figli di un pastore. Don Alberto ne abusava sessualmente, e a quanto mi ha raccontato il maresciallo, sembra che sia stato proprio lui a indurli all’omicidio. Aveva preparato quell’omicidio minuziosamente, studiando il ragazzino nella sua potenzialità e creando la causa scatenante. Il maresciallo mi diceva che aveva sistemato degli oggetti che il potenziale assassino avrebbe usato come armi. Il ragazzo prese appunto un candelabro e lo tramortì. Ma don Alberto sicuramente non aveva previsto che il suo giovanissimo assassino era affascinato dalla mafia, è stato per emulazione che ha tagliato gli organi genitali alla sua vittima. Anche perché stava abusando del fratello minore causandogli appositamente molto dolore ed ha voluto distruggere proprio la causa della sofferenza del fratellino. Lo aveva incitato ferendolo nell’orgoglio, insultandolo richiamando la sua personalità emulativa della mafia.
-Il diario? Chi aveva interessi a creare questa prova?
-L’Onorata Società! Il cavaliere Galante! Aveva ricevuto troppe pressioni, anche da Roma, da parte di politici emergenti. E allora ha scaricato tutto al povero Sanna, tanto ormai era morto. Mi diceva il maresciallo che gli avevano intimato di non fare nessuna pressione o indagine alcuna su quel diario. Lui avrebbe insistito a cercare il vero diario. Ma gli eventi storici lo hanno fatto desistere.
-Cosa è successo?
-Proprio nello stesso periodo hanno ucciso un contadino politico, sindacalista, nel paese vicino e fu accusato un camichese, un mafioso. Dopo qualche mese è scoppiata una vera faida tra mafiosi. Il Galante rappresentante della mafia americana ha scatenato la guerra con i catalochisi e rivilisi dando incarichi ai più spregiudicati, entrando in contrapposizione con chi pensava ancora all’onore e non al bissinisi e alla politica. Per la mafia è la politica il più grande bissinisi. Il genero, che io ho conosciuto la sera del suo fidanzamento in casa Galante, ancor più pericoloso del cavaliere, questo ha ben capito il gioco!
-Gli americani hanno paura dei comunisti in Sicilia e la mafia gli darà una mano a controllarli.
-E’ questo che mi paventa! Come forze internazionali riescono a traviare il corso della storia in maniera capillare, quasi raggiungendo l’individuo.
-Questo è il più grande pericolo della nuova epoca. Le manca la Sicilia?
-No! Affatto!
-Forse andrò ad Israele per rimanerci. Roma non fa più per me. In fondo sono un ebreo.
-Vi sono parecchie accuse su Pio XII per il suo silenzio sulle politiche adottate del Terzo Reich.
-Io gli rimprovero, pace a l’anima sua, che dopo gli eventi successi, dopo avere firmato i Patti lateranensi, e la persecuzione del mio popolo, con lui la Chiesa avrebbe voltato pagina, togliendo dalla liturgia del venerdì santo le dure espressioni di deicidio nei confronti del mio popolo. Un giorno glielo chiesto personalmente, lui mi ha guardato come se non mi vedesse senza rispondermi. Come mi posso sentire quando ascolto, mi sono sempre rifiutato a pronunziare, ma ho ascoltat “Oremus et pro perfidis Judaeis”[12] e poi dopo una genuflessione: “Omnipotens sempiterne Deus, qui etiam judaicam perfidiam a tua misericordiam non repellis…”?[13]Speriamo in tempi migliori con l’aiuto del buon Dio.
Fine
[1] Facchino di Camico, di umili condizioni economiche, figlio di prostituta conosciuta.
[2] Vedi I SIGNORI DEL VENTO
[3] Che novità è questa?
[4] Pensa per i tuoi interessi.
[5] Paru corrisponde a paio e cioè due, para è plurale e perciò si trasla con più di due, quattro, sei, otto, la quantità non è determinata con precisione matematica.
[6] Voi vedere come s’impoverisce, lascia da soli i tuoi dipendenti.
[7] De Virginitate, 4,20 PL 16, 271
[8] TRADUZIONE - L’ALBERO DELLE MERAVIGLIE –C’era una volta un regno ricco, dove negli alberi vi crescevano frutti d’ogni tipo e in ogni stagione dell’ann arance, fichi, nespole, albicocchi, fragole, angurie, ciliegie, gelsi, azzeruoli, pere, mele, mandarini, melagranate, cotogne, uva nera e bianca, pesche e tutti quelli che ci ha fatto dono il Signore. Erano alberi grandi quanto un palazzo. Solo le donne e gli uomini vergini potevano raccogliere i frutti che in seguito spartivano a tutto il popolo. I giovani sotto ogni l’albero delle meraviglie mentre raccoglievano s’innamoravano. Tutti gli altri intorno a gli alberi cantavano inni d’amore e di felicità. Se tra loro ci fosse stata una fanciulla o un giovane già smaliziati sessualmente e avessero raccolto un frutto l’albero si sarebbe seccato dopo un po’. Il popolo di quel regno fame di sicuro non ne provava, ma aveva paura di un invasione degli altri popoli. Dunque per non fare scoprire il segreto di questi alberi, una legge antica del Parlamento del Re fu affissa in ogni taverna e bottega, con sopra disegnati tanto di corona sopra l’albero delle meraviglie e sigilli reali:
“Per il segreto del Regno
Giorno sedici di novembre 1490 indicazioni
Costatato che possono scoprire il segreto del Regno,
nessuno deve entrare e nessuno deve uscire,
pena la morte.”
Nel Regno l’unica via per entrare ed uscire era solo un ponte lunghissimo s’un dirupo altissimo. Il Re allora dispose un esercito di valorosi tutti pronti a dare la propria vita per la difesa del ponte. (Donna Antonietta guardò i due con gli occhi spalancati e lucidi e chiese a Carmiluzzu: “Ti ci saresti messo a difendere il ponte con il rischio di perdere la vita?” Carmiluzzu fece di sì tre volte con la testa. Così chiese a Dinuzzu, il quale prima rimase immobile e poi anche lui abbassò la testa dicendo si.) Tanti volevano attraversare il ponte ma i soldati lottavano con il cuore vittoriosi. Dopo moltissimi anni nessuno pensò al Regno dopo il ponte. Fin quando diventò solo una leggenda. Anche se qualcuno fosse arrivato davanti quel ponte avrebbe trovato una macchia di spine e siepi di rovo, si sarebbe scoraggiato tornando indietro. Al popolo del Regno i primi cento anni passarono felici, con canti, balli e pace. Dopo sono incominciati a scarseggiare i racconti e le canzoni nuove. I figli nascevano senza amore, tutti erano parenti tra loro, sembravano senza salute e nessuno più arrivava alla vecchiaia. I soldati erano valorosi per coraggio ma non più per la forza, erano ormai debolissimi. La loro fortuna è stata che non vi erano più popoli oltre il ponte che conoscevano il Regno. Allora il Re con il Parlamento si sono ritirati per discutere come mai il loro popolo stava morendo? Nessuno più cantava e nessuno più ballava, o rideva! Quei figli che nascevano erano senza salute. Gli alberi delle meraviglie davano frutti in gran quantità di tutti tipi e ogni tempo. I vergini andavano a raccogliere ma sempre meno s’innamoravano. E senza sospiri d’amore gli alberi non fiorivano. E senza fiori non spuntavano più frutti, solo foglie grandi quanto le lenzuola. Anche gli animali morivano senza frutti, non avendo che nutrirsi. E nessuno di loro sapeva coltivare un po’ di terra. In tutto il Regno non vi era un attrezzo, neanche una zappa o un arato, solo chitarre, mandolini e zufoli. Il Re chiedeva una soluzione a tutti i sapienti dentro il Parlamento. Finalmente si trovò una soluzione: il Regno ha di bisogno di gente nuova. E come fare? I parlamentari venivano scelti tramite un sorteggio pubblico, tra uomini e donne d’ogni classe sociale e mestiere, senza elezioni e politica. E tra questi capitava sempre qualcuno che ragionasse bene. Si alzò uno di questi, che nella vita di tutti i giorni era calzolaio, e con voce chiara e forte disse: “Maestà, compagni tutti, ascoltate la mia proposta. Una delegazione di valenti, segreta, andrà tra le persone oltre il ponte e ruberà i bambini più belli scambiandoli con quelli nostri, sia maschi che femmine, così rinnoveremo il sangue del nostro popolo. I genitori crederanno che saranno stati i donni che hanno cambiato i figli così non li cercheranno di sicuro.” Il Re acconsentì con la testa e il Parlamento tutto applaudì con EVVIVA! EVVIVA! Esultavo così forti che la gente fuori il palazzo li sentì. Detto fatto. Hanno scelto i cavalieri più valorosi e meno deboli, sia maschi che femmine e partirono, si sono fatti la strada tra il rovo uscendo, richiusero il passaggio attentamente. Si erano travestiti da commedianti girovaghi e andavano cantando e ballando, recitando tutti i loro racconti che loro conoscevano ormai a memoria, ma quella gente non conosceva affatto. Mentre facevano lo spettacolo s’adocchiavano i bambini più belli e più energici. La notte entravano di soppiatto nelle abitazioni e scambiavano i bambini con quelli loro. Tornavano nel Regno e così il loro popolo ritrovava la forza e la vitalità. La mattina quando le madri scoprivano quei bambini scuri senza salute nelle nache (culle), con i vestitini dei propri figlioli, piangevano disperate che i donni le avevano cambiato i figli belli e forti. I vicini che erano invidiosi dei loro bambini, rispondevan “Ma cosa avete? Che credete a queste cose? Quali donni e donni! Questo è vostro figlio!” Le madri impazzivano dal dolore. Una volta di queste, una madre aveva già ascoltato questa leggenda dei bambini scambiati da i donni. Considerato che il suo bambino era bello come il sole, biondo con gli occhi celesti e forte come un leoncino, era terrorizzata. Quando gli zingari sono arrivati nel suo paese, si prese il bambino in braccio e andò da loro a chiedere qualche rimedio. La zingara, le disse, di non fare opposizione, perché i donni per vendetta avrebbero ammazzato il bambino e che i figli cambiati diventavano principi di un regno ricco e crescevano felici e ricchi. Si è andata a raccomandare nella persona sbagliata, quella proprio meno indicata. (Si è andata a riparare dove piove, proprio sotto una grondaia) Quella zingara quando vide quel bambino subito se ne innamorò. Dopo i balli con chitarre, zufoli e tamburelli, le persone si ritirarono nelle proprie case e il sonno prese il sopravvento nel paese. Gli zingari così scambiarono i bambini. Sono entrati pure nella casa di quella donna e scambiarono quel leoncino. La madre e il padre facendo finta di dormire hanno visto tutto e seguirono gli zingari fino al rovo e scoprirono il ponte. La madre si era insospettita per come quella zingara guardava il suo bambino. Ritornarono nel suo paese e suonarono le campane, tutti corsero a vedere cosa fosse successo. Loro spiegarono cosa avevano scoperto. I genitori che avevano avuto i figli scambiati si armarono e partirono con tutto l’ardire nel cuore. Attraversarono il ponte e uccisero tutti i valorosi che non potevano contrastare contro l’amore di un padre e una madre per i loro figlioli e poi erano senza più forze. Si sono presi i loro figli e hanno fatto vendetta. Quando videro quegli alberi delle meraviglie si precipitarono non ascoltando quello che gli indigeni gridavano a più non posso di non toccarli. Così gli alberi seccarono tutti. Tanti del popolo del Regno furono scannati e altri riuscirono a fuggire e d’allora non hanno trovato una propria terra così vanno girando di paese in paese cantando, ballando e presagendo il futuro ai creduloni. Qualcuno dice che non hanno perso l’abitudine di rubare i bambini più belli e che cercano ancora la terra dove cresce l’albero delle meraviglie, ed per questo che vagabondano, perchè non l’hanno trovato ancora. Il racconto insegna che c’è la forza del valoroso ma l’amore di una madre è di gran lunga più forte. Tutt’ora la gente di questi paesi ogni anniversario di quella vittoria ottenuta adornano l’albero più grande del loro villaggio con tutti tipi di frutti e dolcini che poi distribuiscono a tutti i bambini.
[9] I FRATELLI KARAMAZOV di Fedor Dostoevskij Edizione Mondolibri S.p.A. 1998 pagina 439
[10] idem pagina 446
[11] idem pagina 446
[12] Preghiamo anche per i perfidi Giudei
[13]Dio onnipotente ed eterno che non ricusi la tua misericordia alla perfidia dei Giudei, degnati di esaudire la nostra preghiera.
