(PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 328)
“Non era parsa mai donna, né di corpo né d'anima. Quando, bambina, le sue compagne parlavano di vesti e di svaghi, ella enumerava i feudi di casa Francalanza; non comprendeva il valore delle stoffe, dei nastri, degli oggetti di moda, ma sapeva, come un sensale, il prezzo dei frumenti, dei vini e dei legumi; aveva sulla punta delle dita tutto il complicato sistema di misurazione dei solidi, dei liquidi e delle monete; sapeva quanti tarì, quanti carlini e quanti grani entrano in un'onza; in quanti tùmoli si divide una salma di frumento o di terreno, quanti rotoli e quanti coppi formano un cafisso d'olio... A quel modo che, fisicamente, gli Uzeda si dividevano in due grandi categorie di belli e di brutti, così al morale essi erano o sfrenatamente amanti dei piaceri e dissipatori (…) o interessati, avari, spilorci, capaci di vender l'anima per un baiocco , (…)”
Viene focalizzata in questa parte la figura di donna Ferdinanda, la zitellona. Per lei non fu necessario il convento, perché già si era inflitta una missione: “l’interesse”! Lei sorella del principe Giacomo XIII, apparteneva agli Uzeda brutti. Era riuscita nella sua indipendenza e in quanto donna, e per l’epoca è sorprende che non sia finita ospite fissa dentro qualche parente e inattiva. De Roberto nel suo disprezzo smanioso di attrazione verso l’aristocrazia forse per la sua doppia natura, per il padre[1] senza alcun titolo nobiliare e per la madre[2] nobildonna catanese, da una immagine autentica, da osservatore diretto, perché frequentatore degli ambienti aristocratici della parentela materna. Vi è pure una aggiunta di critica abbastanza inviperita, a volte con punte di crudeltà, dovuta a una sicura presa freddezza forse dimostrata da questi per un probabile matrimonio tra l’Autore e una di quelle parenti. Un po’ come la volpe e l’uva, direbbe la zitellona. Donna Ferdinanda sembra così viva e vera che De Roberto si sia sicuramente imbattuto e contrastato con lei nella sua vita reale. Non ho dati biografici tali da affermare ciò con sicurezza sono solo delle ipotetiche supposizioni. Questa figura, quasi maschile, dura, con il rigetto del femminile, che s’impose a cospetto di tutto e di tutti economicamente, è sicuramente per un certo verso antistorica, ma ben piantata geograficamente in una Catania industriosa e non burocratica come Palermo. Ha iniziato con il piatto, una piccola rendita di sussistenza data dal padre durante il fedecommesso, sessant'onze annuali. Le bastarono per realizzare il suo sogno di divenire ricca. E chi le consigliava prudenza, lei rispondeva che i suoi soldi non correvano rischi solo“chi presta senza pegno perde i denari, l'amico e l'ingegno”. Così fredda a qualsiasi pianto e preghiera eseguiva con scrupolo il suo crudele mestiere. Va bene che l’unico libro di sua lettura, come vangelo, era il testo unicamente salvato dalla vendita della biblioteca di famiglia, per le sue fisime nobiliari: Teatro Genologico delle Famiglie Nobili, Titolate, Feudatarie, & Antiche Nobili, del Fidelissimo Regno di Sicilia, viventi ed estinte, del Signor Dottore D. Filadelfo Mugnos – e [3]“faceva già troppo, poiché essendo una «porcheria» per le donne della sua casta, al principio del secolo, sapere di lettere, ella aveva appreso a legger da sé, pei bisogni delle sue speculazioni”. Anche questo aspetto la rendeva diversa oltre il suo unico scopo: l’interesse! Un esempio della sua crudeltà è raccontato come riuscì ad ottenere la casa dove abitava. 1849 erano tornati i Borboni in Sicilia e i Patrioti Siciliani che avevano fatto la rivoluzione indipendentista caddero in disgrazia. “Ella aveva dato certe mille onze al cavaliere Calasaro, il cui figliuolo, complicato nella rivoluzione, era stato costretto a prendere le vie dell'esilio. Il padre, spogliatosi ed esaurito tutto il suo credito per non fargli mancare nulla, non poté, alla scadenza, soddisfare donna Ferdinanda.”[4] La quale non accettò ne prorogare, ne suppliche del povero cavaliere in ginocchio, il quale offrì una delle sue proprietà che l’aggradavano maggiormente. Lei lo incravattò pretendendo la casa di abitazione ad un prezzo inferiore del suo autentico valore. Quella casa aveva un valore particolare per lei per l’altra sua fisima: la nobiltà. E quella era la casa dei Casalaro di “mastra antica”, posta ai Crociferi, nel vecchio quartiere della nobiltà. Il figliolo rivoluzionario si trovava esiliato a Torino e chiedeva soldi, il povero cavaliere Calasaro ovviamente avversato dai Borboni ha dovuto cedere. Basta leggere attentamente per trovare in queste pagine la vera storia del Popolo Siciliano, che ha lottato, ha sofferto e pagato per la sovranità politica della Sicilia. Una sovranità persa totalmente con la colonizzazione piemontese. Donna Ferdinanda conosceva tutto il complicato sistema di misurazione dei solidi, dei liquidi,e delle monete ben diverso da quello che ha dovuto adottare in seguito all’“Unità”. Come, appunto precisa Denis Mack Smith:
“I siciliani[5] erano stati abituati a un discreto grado di autonomia persino sotto i Borboni, e pochi pensavano che questa potesse ora cessare del tutto. Pochi si fermarono a riflettere sul significato che avrebbero avuto non solo una nuova moneta e nuovi pesi e misure, ma anche un sistema amministrativo e giudiziario completamente diverso, per non parlare di una lingua, che per la gente del popolo, era completamente nuova.”[6]
Anche questo cambiamento causò non pochi disagi all’attività economica dei Siciliani.
Un sistema monetario davvero complicato, ma così radicato in Sicilia che nemmeno non si riuscì ad eliminarecon la legge monetaria N.° 1176 del 20 aprile 1818 e il successivo decreto N.° 1908 del 6 marzo del 1820 in vigore dal 1° gennaio 1821 dove si stabilì che il sistema monetario venne unificato in tutti i territori del Regno delle Due Sicilie, abolendo la monetazione siciliana in onze[7] e tarì[8]. In pratica il Popolo Siciliano per la tenuta continuò a usare l’onza[9]. Non solo, possiamo benissimo dire che nel periodo contestuale del romanzo circolassero ancora le onze d’oro o tarì d’argento siciliani coniati a Palermo, perché nel Regno delle due Sicilie erano attive due zecche, quella di Napoli e quella di Palermo.[10] Poi nel 1758 la zecca siciliana fu chiusa. Riassumento in un’onza[11] entrano 30 tarì, 60 carlini[12] 600 grana, 3600 piccioli[13]. pari 450 euro circa di oggi,
Ora vediamo donna Ferdinanda e la sua conoscenza sulle misurazioni, lei sapeva perfettamente in quanti tùmoli si divide una salma di frumento o di terreno. Che cosa è un tumolo? In siciliano dicesi tumminu[14] (plurale tummina) è un recipiente di forma cilindrica che può contenere all’incirca 20 Kg di aridi. I Siciliani per misurare la superficie di un apprezzamento di terra mettevano in considerazione il numero di tummina di frumento che servivano all’occorrenza per seminarlo, in altri posti era la quantità di terra dalla quale un tomolo di grano si poteva raccogliere. Il tumolo per tale misurazione veniva considerato di 20[15] Kg di frumento corrispondente a quattro munnedda[16] (mondelli). La sarma (salma) è composta da 16 tummina composta da 320 kg. Ora con ogni tumminu (20 Kg. di frumento) si può seminare una superficie pari a 2.143,59 mq[17]. Nella città di Catania nei paesi limitrofi è variabile da comune a comune.
. Così facendo il calcolo (2143,59 x 16) che per ogni sarma si può seminare una superficie di 34297,44 mq. Ancora oggi tra i contadini non vengono usate le misure ufficiali, quinti un ettaro[18] di terreno equivale a nove tummina circa. Quinti donna Ferdinanda sapeva che per una salma di frumento di terreno ci vogliono 16 tùmoli. Da considerare che il terreno era in stretta corrispondenza con la sua qualità produttiva. Negli atti di vendita dei terreni si dava spesso preferenza ai riferimenti di confini, a quelli cardinali e pure all’estensioni perimetrali. [19]
Donna Ferdinanda sapeva: quanti rotoli e quanti coppi formano un cafisso d'olio... Un cafisso (in siciliano: cafisu[20]) è pari a 10 rotoli in kg. 7,93(per difetto), variabile secondo le zone da 9 a 16 litri d’olio; un coppo è pari quasi ad un rotolo. Il rotolo è la quantità dell’olio d’oliva che contiene il quartuccio, un ventesimo di palmo cubo alla temperatura media di 64° Farhenheit [21]. Il rotolo è la pesiera borbonica, in siciliano “rotulu ruttu”, significando il rotolo borbonico frazionato nella pesiera completa di 7 "vasetti", i cui pesi, in once, sarebbero: 1/8, 1/8, 1/4, 1/2, 2, 3, 6, per un totale di 12 once.Il totale sarebbe, così, 30 once, ossia un rotolo.Un'oncia è pari a 26,447 gr.[22]
Come si è visto la Sicilia da micro continente qual è non solo differenziava dal resto del mondo nel suo sistema di misura, ma anche nello stesso territorio. [23]
Per il piacere della curiosità, la Sicilia fino al 1893, anno in cui l’Italia entrò nella Convenzione Internazionale dei Meridiani[24] aveva pure un fuso orario diverso. L’ora di Palermo veniva misurata dal meridiano che passava dall’osservatorio astronomico sopra il Palazzo Reale, pertanto anche le ore delle città siciliane differenziavano rispettivamente dei minuti corrispondenti dall’ora ufficiale. Il primo gennaio del 1801 proprio in questo osservatorio astronomico di Palermo, Giuseppe Piazzi[25] dedicò alla padrona pagana della Sicilia, la Madre Terra Cerere, la scoperta del pianeta tra Marte e Giove. Pertanto chi metteva piede in terra di Sicilia doveva spostare le lancette dell’orologio indietro dall’ora solare di 6 minuti e 36 secondi. I proletari Siciliani intanto misuravano la loro giornata lavorativa con lo spuntare e il calare del sole. E la loro giornata finiva con il vespro e iniziava con il sorgere del sole. Mentre era chiamata “ora di Francia” oppure “ora di Spagna” l’attuale.
Ritornando alla sapienza di donna Ferdinanda, sia per le sue fisime nobiliari sia per l’uso continuo delle misure da vera sensale, contrariò la povera Matilde Palmi di Milazzo. Famiglia che nemmeno viene nominata nel Mugnòs, pertanto, la tremenda zitellona, ridicolizzava quel nome: “Una Palmi di Milazzo!... Palmi? Donna Ferdinanda non la chiamò mai con questo nome; ma ora Palma, ora Palmo, e le diede come “arma parlante” ora la mezza canna, che conta appunto quattro palmi, con la quale i rivenduglioli misurano la cotonina; ora due palme di piedi, che tra quella gente dovevano esser villosi, da quei contadini che erano.” Un palmo misura 26 centimetri e una canna 2 metri e 6 centimetri tale misura è indicata nella lapide del 28 aprile 1862 posta a Palermo in via Schiavuzzo angolo Piazza Rivoluzione. Nell’araldica l’arma parlante è appunto quella immagine che richiama per lo più il nome. Come appunto la mezza canna misurava quattro palmi.
[1] Federico senior, ex ufficiale di stato maggiore del Regno delle Due Sicilie.
[2] Marianna Asmundo
[3] PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 331
[4] Pagine 329 e 330
[5] Come potete notare Denis Mack Smith scrive nel suo libro siciliani minuscolo mentre Borboni, maiuscolo, a volere sottolineare la non considerazione dei Siciliani in quanto Popolo, caratteristica e qualità che attribuisce ai Borboni.
[6] STORIA DELLA SICILIA Medievale e Moderna di Denis Mack Smith Editori Laterza – Bari 1971 – Pagina 595
[7] Oncia è un’unità di misura introdotta dai Greci che indica la dodicesima parte, Comunemente s’intende la parte più piccola. Corrispondente a 26,44 g.
[8] Etimologicamente proviene dall’arabo e significa fresco di conio.
[9]Nel1861 venne considerata pari a 12,75 lire. Il ducato - che equivaleva a un terzo dell'onza - venne considerato pari a 4,25 lire. Ogni ducato si suddivideva in 100 baiocchi. La sterlina equivaleva a 54 tari (5,4 ducati), il dollaro a 1,25 ducati sino al 1853 e a 1,22 ducati successivamente. La moneta fuori dal territorio siciliano, straniera, veniva chiamata baiocco..
[10] Interessante per l’argomento consultare: NUMISMATICA CONTEMPORANEA SICULA – Le monete di corso sino al 1860 di Giacomo Majorca - Brancato Editore San Giovanni La Punta Catania 1999
[11] Un’onza siciliana nel 1826 valeva 3 ducati in oro, titolo 996/1000 (23,90 carati)peso grammi 3,78 (peso nominale di acini 85). Fonte: www.girgenti1820.it consultata nel 15 novembre 2009 ore 8,13.
[12] Col dispaccio del 17 agosto 1735 (Carlo III) e poi con la legge del 29 dicembre 1745 si ordinò che il carlino napoletano risultasse pari al tarì siciliano.
[13] Piccoli o denari.
[14] Il termine tumulo proviene dal latino "tumulus" che vuoi dire rialzo. Ma il termine siciliano tumminu proviene dall’arabo “thurnm".
[15] Questa misura cambia da zona a zona della Sicilia, da un peso di 14Kg circa a 17Kg. circa.
[16]Proviene dall’astratto "mudd" che significa "quantum duabus manibus coniunctis extensique api potest", cioè "quanto può prendersi con due mani unite ed aperte".
[17] 21,4359 are.
[18] 10.000 mq
[20] E’ un termine antichissimo, portato in Sicilia forse da gli Arabi, è una antica misura persiana proviene da kafiz.. Rappresenta un vaso di misura d’olio, che ha diverse capacità secondo le varie località. Il cafisu di Palermo è uguale a 16 litri. (Vocabolario SICILIANO-ITALIANO di Antonino Traina – Edizione REPRINT s.a.s. Milano dicembre 1991 stampato dalla Poligrafica Marotta &C s.r.l. Napoli)
[21]http://www.smfn.unical.it/files/fl78/6381sistemametricosiculo.pdf visione presa il 15 novembre 2009 ore 18,53
[22] Tale valore stabilito dal Codice metrico siculo del 1809: precedentemente l'oncia sicula coincideva con quella di Napoli.
[23] Gli anziani di Siculiana mi hanno riferito queste misure: Na vutti è quantu 9 vestii. Na vestia quantu 2 varlira ca sunnu 65 litra. Na vestia è qunatu 5 lanceddi; na vutti quantu 45 lanceddi e na lancedda è 13 litra.
[24] Stabilì come Ora Base è assunta quella del Meridiano di Greenwich (GMT = TU), Meridiano Centrale del Fuso Orario, o che viene aumentata o diminuita gradatamente di un numero intero di ore nei fusi successivi.
[25] Giuseppe Piazzi (Ponte in Valtellina, 16 luglio 1746 – Napoli, 22 luglio 1826) è stato un presbitero e astronomo italiano.
postato da: alphonsedoria alle ore 13:33 | Permalink | commenti
categoria:studio su il ciclo degli uzeda d
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