lunedì, 30 novembre 2009
(PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 328)
 
“Non era parsa mai donna, né di corpo né d'anima. Quando, bambina, le sue compagne parlavano di vesti e di svaghi, ella enumerava i feudi di casa Francalanza; non comprendeva il valore delle stoffe, dei nastri, degli oggetti di moda, ma sapeva, come un sensale, il prezzo dei frumenti, dei vini e dei legumi; aveva sulla punta delle dita tutto il complicato sistema di misurazione dei solidi, dei liquidi e delle monete; sapeva quanti tarì, quanti carlini e quanti grani entrano in un'onza; in quanti tùmoli si divide una salma di frumento o di terreno, quanti rotoli e quanti coppi formano un cafisso d'olio... A quel modo che, fisicamente, gli Uzeda si dividevano in due grandi categorie di belli e di brutti, così al morale essi erano o sfrenatamente amanti dei piaceri e dissipatori (…) o interessati, avari, spilorci, capaci di vender l'anima per un baiocco , (…)”
 
Viene focalizzata in questa parte la figura di donna Ferdinanda, la zitellona. Per lei non fu necessario il convento, perché già si era inflitta una missione: “l’interesse”! Lei sorella del principe Giacomo XIII, apparteneva agli Uzeda brutti. Era riuscita nella sua indipendenza e in quanto donna, e per l’epoca è sorprende che non sia finita ospite fissa dentro qualche parente e inattiva. De Roberto nel suo disprezzo smanioso di attrazione verso l’aristocrazia forse per la sua doppia natura, per il padre[1] senza alcun titolo nobiliare e per la madre[2] nobildonna catanese, da una immagine autentica, da osservatore diretto, perché frequentatore degli ambienti aristocratici della parentela materna. Vi è pure una aggiunta di critica abbastanza inviperita, a volte con punte di crudeltà, dovuta a una sicura presa freddezza forse dimostrata da questi per un probabile matrimonio tra l’Autore e una di quelle parenti. Un po’ come la volpe e l’uva, direbbe la zitellona. Donna Ferdinanda sembra così viva e vera che De Roberto si sia sicuramente imbattuto e contrastato con lei nella sua vita reale. Non ho dati biografici tali da affermare ciò con sicurezza sono solo delle ipotetiche supposizioni. Questa figura, quasi maschile, dura, con il rigetto del femminile, che s’impose a cospetto di tutto e di tutti economicamente, è sicuramente per un certo verso antistorica, ma ben piantata geograficamente in una Catania industriosa e non burocratica come Palermo. Ha iniziato con il piatto, una piccola rendita di sussistenza data dal padre durante il fedecommesso, sessant'onze annuali. Le bastarono per realizzare il suo sogno di divenire ricca. E chi le consigliava prudenza, lei rispondeva che i suoi soldi non correvano rischi solo“chi presta senza pegno perde i denari, l'amico e l'ingegno”. Così fredda a qualsiasi pianto e preghiera eseguiva con scrupolo il suo crudele mestiere. Va bene che l’unico libro di sua lettura, come vangelo, era il testo unicamente salvato dalla vendita della biblioteca di famiglia, per le sue fisime nobiliari: Teatro Genologico delle Famiglie Nobili, Titolate, Feudatarie, & Antiche Nobili, del Fidelissimo Regno di Sicilia, viventi ed estinte, del Signor Dottore D. Filadelfo Mugnose  [3]faceva già troppo, poiché essendo una «porcheria» per le donne della sua casta, al principio del secolo, sapere di lettere, ella aveva appreso a legger da sé, pei bisogni delle sue speculazioni”. Anche questo aspetto la rendeva diversa oltre il suo unico scopo: l’interesse! Un esempio della sua crudeltà è raccontato come riuscì ad ottenere la casa dove abitava. 1849 erano tornati i Borboni in Sicilia e i Patrioti Siciliani che avevano fatto la rivoluzione indipendentista caddero in disgrazia. “Ella aveva dato certe mille onze al cavaliere Calasaro, il cui figliuolo, complicato nella rivoluzione, era stato costretto a prendere le vie dell'esilio. Il padre, spogliatosi ed esaurito tutto il suo credito per non fargli mancare nulla, non poté, alla scadenza, soddisfare donna Ferdinanda.”[4] La quale non accettò ne prorogare, ne suppliche del povero cavaliere in ginocchio, il quale offrì una delle sue proprietà che l’aggradavano maggiormente. Lei lo incravattò pretendendo la casa di abitazione ad un prezzo inferiore del suo autentico valore. Quella casa aveva un valore particolare per lei per l’altra sua fisima: la nobiltà. E quella era la casa dei Casalaro di “mastra antica”,  posta ai Crociferi, nel vecchio quartiere della nobiltà. Il figliolo rivoluzionario si trovava esiliato a Torino e chiedeva soldi, il povero cavaliere Calasaro ovviamente avversato dai Borboni ha dovuto cedere. Basta leggere attentamente per trovare in queste pagine la vera storia del Popolo Siciliano, che ha lottato, ha sofferto e pagato per la sovranità politica della Sicilia. Una sovranità persa totalmente con la colonizzazione piemontese. Donna Ferdinanda conosceva tutto il complicato sistema di misurazione dei solidi, dei liquidi,e delle monete ben diverso da quello che ha dovuto adottare in seguito all’“Unità”.  Come, appunto precisa Denis Mack Smith:
“I siciliani[5] erano stati abituati a un discreto grado di autonomia persino sotto i Borboni, e pochi pensavano che questa potesse ora cessare del tutto. Pochi si fermarono a riflettere sul significato che avrebbero avuto non solo una nuova moneta e nuovi pesi e misure, ma anche un sistema amministrativo e giudiziario completamente diverso, per non parlare di una lingua, che per la gente del popolo, era completamente nuova.”[6]
Anche questo cambiamento causò non pochi disagi all’attività economica dei Siciliani.  
    Un sistema monetario davvero complicato, ma così radicato in Sicilia che nemmeno non si riuscì ad eliminarecon la legge monetaria N.° 1176 del 20 aprile 1818 e il successivo decreto N.° 1908 del 6 marzo del 1820 in vigore dal 1° gennaio 1821 dove si stabilì che il sistema monetario venne unificato in tutti i territori del Regno delle Due Sicilie, abolendo la monetazione siciliana in onze[7] e tarì[8]. In pratica il Popolo Siciliano per la tenuta continuò a usare l’onza[9]. Non solo, possiamo benissimo dire che nel periodo contestuale del romanzo circolassero ancora le onze d’oro o tarì d’argento siciliani coniati a Palermo, perché nel Regno delle due Sicilie erano attive due zecche, quella di Napoli e quella di Palermo.[10] Poi nel 1758 la zecca siciliana fu chiusa. Riassumento in un’onza[11] entrano 30 tarì, 60 carlini[12] 600 grana, 3600 piccioli[13].   pari 450 euro circa di oggi,
        Ora vediamo donna Ferdinanda e la sua conoscenza sulle misurazioni, lei sapeva perfettamente  in quanti tùmoli si divide una salma di frumento o di terreno. Che cosa è un tumolo? In siciliano dicesi tumminu[14] (plurale tummina) è un recipiente di forma cilindrica che può contenere all’incirca 20 Kg di aridi. I Siciliani per misurare la superficie di un apprezzamento di terra mettevano in considerazione il numero di tummina di frumento che servivano all’occorrenza per seminarlo, in altri posti era la quantità di terra dalla quale un tomolo di grano si poteva raccogliere. Il tumolo per tale misurazione veniva considerato di 20[15] Kg di frumento corrispondente a quattro munnedda[16] (mondelli). La sarma (salma) è composta da 16 tummina composta da 320 kg. Ora con ogni tumminu (20 Kg. di frumento) si può seminare una superficie pari a 2.143,59 mq[17]. Nella città di Catania nei paesi limitrofi è variabile da comune a comune.
. Così facendo il calcolo (2143,59 x 16) che per ogni sarma si può seminare una superficie di 34297,44 mq. Ancora oggi tra i contadini non vengono usate le misure ufficiali, quinti un ettaro[18] di terreno equivale a nove tummina circa. Quinti donna Ferdinanda sapeva che per una salma di frumento di terreno ci vogliono 16 tùmoli. Da considerare che il terreno era in stretta corrispondenza con la sua qualità produttiva. Negli atti di vendita dei terreni si dava spesso preferenza ai riferimenti di confini, a quelli cardinali e pure all’estensioni perimetrali. [19]
Donna Ferdinanda sapeva: quanti rotoli e quanti coppi formano un cafisso d'olio... Un cafisso (in siciliano: cafisu[20]) è pari a 10 rotoli in kg. 7,93(per difetto), variabile secondo le zone da 9 a 16 litri d’olio; un coppo è pari quasi ad un rotolo. Il rotolo è la quantità dell’olio d’oliva che contiene il quartuccio, un ventesimo di palmo cubo alla temperatura media di 64° Farhenheit [21]. Il rotolo è la pesiera borbonica, in siciliano “rotulu ruttu”, significando il rotolo borbonico frazionato nella pesiera completa di 7 "vasetti", i cui pesi, in once, sarebbero: 1/8, 1/8, 1/4, 1/2, 2, 3, 6, per un totale di 12 once.Il totale sarebbe, così, 30 once, ossia un rotolo.Un'oncia  è pari a 26,447 gr.[22]
Come si è visto la Sicilia da micro continente qual è non solo differenziava dal resto del mondo nel suo sistema di misura, ma anche nello stesso territorio. [23]
Per il piacere della curiosità, la Sicilia fino al 1893, anno in cui l’Italia entrò nella Convenzione Internazionale dei Meridiani[24] aveva pure un fuso orario diverso. L’ora di Palermo veniva misurata dal meridiano che passava dall’osservatorio astronomico sopra il Palazzo Reale, pertanto anche le ore delle città siciliane differenziavano rispettivamente dei minuti corrispondenti dall’ora ufficiale. Il primo gennaio del 1801 proprio in questo osservatorio astronomico di Palermo, Giuseppe Piazzi[25] dedicò alla padrona pagana della Sicilia, la Madre Terra Cerere, la scoperta del pianeta tra Marte e Giove. Pertanto chi metteva piede in terra di Sicilia doveva spostare le lancette dell’orologio indietro dall’ora solare di 6 minuti e 36 secondi. I proletari Siciliani intanto misuravano la loro giornata lavorativa con lo spuntare e il calare del sole. E la loro giornata finiva con il vespro e iniziava con il sorgere del sole. Mentre era chiamata “ora di Francia” oppure “ora di Spagna” l’attuale.
Ritornando alla sapienza di donna Ferdinanda, sia per le sue fisime nobiliari sia per l’uso continuo delle misure da vera sensale, contrariò la povera Matilde Palmi di Milazzo. Famiglia che nemmeno viene nominata nel Mugnòs, pertanto, la tremenda zitellona,  ridicolizzava quel nome: “Una Palmi di Milazzo!... Palmi? Donna Ferdinanda non la chiamò mai con questo nome; ma ora Palma, ora Palmo, e le diede come “arma parlante” ora la mezza canna, che conta appunto quattro palmi, con la quale i rivenduglioli misurano la cotonina; ora due palme di piedi, che tra quella gente dovevano esser villosi, da quei contadini che erano.” Un palmo misura 26 centimetri e una canna 2 metri e 6 centimetri tale misura è indicata nella lapide del 28 aprile 1862 posta a Palermo in via Schiavuzzo angolo Piazza Rivoluzione. Nell’araldica l’arma parlante è appunto  quella immagine che richiama per lo più il nome. Come appunto la mezza canna misurava quattro palmi.
 


[1] Federico senior, ex ufficiale di stato maggiore del Regno delle Due Sicilie.
[2] Marianna Asmundo
[3] PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 331
[4] Pagine 329 e 330
[5] Come potete notare Denis Mack Smith scrive nel suo libro siciliani minuscolo mentre Borboni, maiuscolo, a volere sottolineare la non considerazione dei Siciliani in quanto Popolo, caratteristica e qualità che attribuisce ai Borboni.
[6] STORIA DELLA SICILIA Medievale e Moderna di Denis Mack Smith Editori Laterza – Bari 1971 – Pagina 595
[7] Oncia è un’unità di misura introdotta dai Greci che indica la dodicesima parte, Comunemente s’intende la parte più piccola. Corrispondente a 26,44 g.
[8] Etimologicamente proviene dall’arabo e significa fresco di conio.
[9]Nel1861 venne considerata pari a 12,75 lire. Il ducato - che equivaleva a un terzo dell'onza - venne considerato pari a 4,25 lire. Ogni ducato si suddivideva in 100 baiocchi. La sterlina equivaleva a 54 tari (5,4 ducati), il dollaro a 1,25 ducati sino al 1853 e a 1,22 ducati successivamente. La moneta fuori dal territorio siciliano, straniera, veniva chiamata baiocco..
[10] Interessante per l’argomento consultare: NUMISMATICA CONTEMPORANEA SICULA – Le monete di corso sino al 1860 di Giacomo Majorca - Brancato Editore San Giovanni La Punta Catania 1999
[11] Un’onza siciliana nel 1826 valeva 3 ducati in oro, titolo 996/1000 (23,90 carati)peso grammi 3,78 (peso nominale di acini 85). Fonte: www.girgenti1820.it consultata nel 15 novembre 2009 ore 8,13.
[12] Col dispaccio del 17 agosto 1735 (Carlo III) e poi con la legge del 29 dicembre 1745 si ordinò che il carlino napoletano risultasse pari al tarì siciliano.
[13] Piccoli o denari.
[14] Il termine tumulo proviene dal latino "tumulus" che vuoi dire rialzo. Ma il termine siciliano tumminu proviene dall’arabo “thurnm".
[15] Questa misura cambia da zona a zona della Sicilia, da un peso di 14Kg circa a 17Kg. circa.
[16]Proviene dall’astratto "mudd" che significa "quantum duabus manibus coniunctis extensique api potest", cioè "quanto può prendersi con due mani unite ed aperte".
[17] 21,4359 are.
[18] 10.000 mq
[19] Nella provincia di Agrigento, l'unità storica locale di misura della superficie usata in agraria è il tomolo. Il valore del tomolo è variabile da comune a comune; nel capoluogo corrisponde a 24,4427 are, ossia a 2.444,27 .
[20] E’ un termine antichissimo, portato in Sicilia forse da gli Arabi, è una antica misura persiana proviene da kafiz.. Rappresenta un vaso di misura d’olio, che ha diverse capacità secondo le varie località. Il cafisu di Palermo è uguale a 16 litri. (Vocabolario SICILIANO-ITALIANO  di Antonino Traina – Edizione REPRINT s.a.s. Milano dicembre 1991 stampato dalla Poligrafica Marotta &C s.r.l. Napoli)
[22] Tale valore stabilito dal Codice metrico siculo del 1809: precedentemente l'oncia sicula coincideva con quella di Napoli.
[23] Gli anziani di Siculiana mi hanno riferito queste misure: Na vutti è quantu 9 vestii. Na vestia quantu 2 varlira ca sunnu 65 litra. Na vestia è qunatu 5 lanceddi; na vutti quantu 45 lanceddi e na lancedda è 13 litra.
[24] Stabilì come Ora Base è assunta quella del Meridiano di Greenwich (GMT = TU), Meridiano Centrale del Fuso Orario, o che viene aumentata o diminuita gradatamente di un numero intero di ore nei fusi successivi.
[25] Giuseppe Piazzi (Ponte in Valtellina, 16 luglio 1746 – Napoli, 22 luglio 1826) è stato un presbitero e astronomo italiano.
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domenica, 29 novembre 2009
FRUNTI NAZZIUNALI SICILIANU – “SICILIA INDIPINNENTI”
FRONTE NAZIONALE SICILIANO –“SICILIA INDIPENDENTE”
 
 
- SIKRITARÌA NAZZIUNALI-
 
KUMMUNIKATU STAMPA FNS - COMUNICATO STAMPA FNS
 
BALOTELLI SICILIANO E' !
 
 
GLI INDIPENDENTISTI FNS GLI ESPRIMONO SOLIDARIETA' E CONDANNANO IL RAZZISMO ED I RAZZISTI.
 
          Gli Indipendentisti di lu FRUNTI NAZZIUNALI SICILIANU – “SICILIA INDIPINNENTI” ricordano con orgoglio che Mario BALOTELLI è "SICILIANO".
E rinnovano il loro apprezzamento per il valore e per la trasparenza della carriera calcistica del giovane atleta dalla pelle scura.
          L'FNS ammira, altresì, la signorilità e l'equilibrio con i quali Mario risponde ai cori dei razzisti. Ai cori e agli insulti meschini dei "VASTASI" che disonorano le tifoserie di appartenenza.
          Un motivo in più, questo, per condannare, ancora una volta, il RAZZISMO e la INCIVILTA' di quanti si sgolano per propagandare il RAZZISMO nell'ambito dello Stato italiano ed all'Estero.
Grazie anche al fatto che la LEGALITA', in Italia, si predica ad ogni livello ma poi non si applica laddove occorrerebbe applicarla.
 
Palermu, 28 Nuvimmiri 2009
 
                                                        GIUSEPPE SCIANO'
                                                      Segretario Politico FNS
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domenica, 29 novembre 2009
(PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 327)
 
“ (…) ora don Blasco era borbonico sfegatato e Padre Dilenna, al Quarantotto, aveva fatto galloria con gli altri liberali per la cacciata di Ferdinando II. L'anno dopo, don Blasco aveva ottenuto la rivincita; ma Dilenna gli fece più tardi mangiar l'aglio quando, in previsione della vacanza del priorato, sostenne Lodovico Uzeda, mentre don Blasco in persona aspirava a quell'ufficio!”
 
Padre Dilenna è il cugino di Matilde, che andrà in sposa  a Raimondo, figlia del barone Palmi,di Milazzo,indipendentista della Patria Sicilia, liberale, aveva preso parte attiva alla rivoluzione del quarantotto così che al ritorno dei Borboni ha dovuto esiliare a Malta, come tanti altri compatrioti Siciliani. Per l’appunto anche Padre Dilenna è stato di idee indipendentiste e liberali, tanto da avere festeggiato per la cacciata di Ferdinando II. Come sappiamo non appena un anno e vi fu la ripresa borbonica, con grande soddisfazione di Don Blasco. In una ricerca su i palazzi signorili e le location letterarie a Milazzo del romanzo L’Illusione hanno permesso di identificare nella realtà la figura del barone Palminell’indipendentista liberaleStefano Zirilli il quale possedeva terre a contrada Gelso ed al Capo, alla Rocca, oggi Villa Ella.La sua attività politica di patriota siciliano, sia a Milazzo che nelle zone limitrofe fu significante. Ecco che la figura di Padre Dilenna viene fortemente legata alla propria famiglia sia politicamente, sia per trarne gli interessi. Vorrei precisare la posizione politica dei due frati benedettini in completa opposizione, riflesso della passionalità partecipata. Il Popolo Siciliano tutto è stato coinvolto nella grande fase storica che poteva segnare un riscatto della propria Patria per la sovranità. Dopo l’Unità (piemotizzazione) sono state le varie operazioni di forza e violenza oppressive che determinarono per i Siciliani, per alcuni la fuga per altri il giogo e per una esigua minoranza il compromesso nell’alleanza di potere per il potere. Da questi pochi è nata la nuova classe politica e i mafiosi. Il convento benedettino è lo scenario preferito di De Roberto per  eventi politici determinanti ed eclatanti, come vedremo in seguito.
 
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venerdì, 27 novembre 2009
405 – Vitrura allimati d’u mari
Alphonse Doria
 
 
 
‘UN E’ A SIRA
 
‘Un è a sira
A farimi stringiri l’occhi
È sulu stu gran disju di tia.
S’intra u to cori
Senti tecchia di vacanti
Forsi mancu puru a tia,
ddu tantu picca, o nenti, di natri.
E si penzi ca ti scurdavu,
ti vulissi diri
ca m’arrestà na ‘nprunta.
‘Un è sulu a sira
Ma puru a notti e u jornu
C’a malincunia m’azzuffa
E mi veni voglia d’jttari vuci,
Di curriri e circariti
Pi rinfacciariti lu me stari
E u me amuri.
‘Un è a sira
Si tu.
 
TRADUZIONE
 
NON E’ LA SERA
Non è la sera
A farmi stringere gli occhi
È solo un gran bisogno di te.
E se provi un piccolo vuoto
Nel tuo cuore
Forse manca pure a te
Quel tanto poco, o niente, di noi.
Se pensi che ti abbia dimenticato,
vorrei dirti:
rimane sempre un’impronta.
Non è solo la sera
Ma anche la notte, il giorno
Che mi assale la malinconia
E viene voglia di gridare
Di correre e di cercarti
Per rinfacciarti le mie ore
E il mio amore.
Non è la sera
Sei tu.
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categoria:i vetri limati dal mare 1990-94
giovedì, 26 novembre 2009
(PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 324)
 
“La tradizione di famiglia, mantenuta fino al 1812 dall'istituzione del fedecommesso, (…)”
La tradizione di famiglia era che solo il primogenito prendesse moglie, ma la principessa Teresa ruppe con il passato trovando moglie al secondogenito Raimondo, prima ancora del primogenito Giacomo. Come precedentemente si è notato il riguardo preferenziale verso Raimondo. Donna Teresa, grande stratega, riuscì a trovare partito a Raimondo con le caratteristiche che più la soddisfacevano. Prima fra tutte doveva essere né di Catania e nemmeno delle vicinanze, come Palermo, Messina e magari del Continente, poi per delle sue fisime doveva essere orfana di madre. E così fu il benedettino, amico di don Blasco, “Padre Dilenna di Milazzo, fermò la sua scelta sulla figlia del barone Palmi, cugina del Cassinese”. Rimaneva Giacomo che ancora a 25 anni non era sposato, gli comandò la figlia del marchese Grazzeri. Così a poca distanza furono celebrate le nozze di tutt’e due. L’albero genealogico degli Uzeda, in via tutta eccezionale aveva due rami di cui uno storto che avrebbe fatto concorrenza al diritto. Sappiamo con l’eredità come andrò a finire, per l’appunto divisa in due. L’istituzione del fidecommesso ha origine nel diritto romano, e nell’epoca feudale, consentiva alle famiglie di mantenere intatto il patrimonio e così la potenza stessa lasciando in eredità al primogenito che era l’unico a sposarsi. Nella Costituzione Siciliana del 1812 al Capo V DELL’ABOLIZIONE DE’ FEDECOMMESSI[1]nei punti 6 e 7 leggiamo:
6 Ciò che attualmente posseggono gli ultrageniti, sia per ragioni di vitamilizia, di dote di paraggio, di quote di fedecommesso regolare, e per qualunque altra causa; l’abbiano in piena proprietà perpetuamente, e con titolo libero: l’abbiano ancora se loro aggrada, in terre; perciocché, venuta meno quell’assurda e barbara indivisibilità di poderi alla maniera feudale informati, non v’ha ragione per cui il secondogenito non debba avere in gleba la sua parte.
7 Dal giorno della Real Sanzione della legge sull’abolizione de’ fedecommessi, ciascuno resterà libero amministratore e dispositore de proprii beni. Alla sua morte si osserverà per la legittima dei figli quanto viene prescritto dal diritto comune; ma questa osservanza avrà luogo sino alla pubblicazione del nuovo codice, nel quale saranno stabiliti gli opportuni regolamenti.
Quinti oramai così aboliti, donna Teresa, trasgredisce la tradizione ma non la legge.


[1] Carlo Cottone, Principe di Castelnuovo, nato a Palermo, 30 settembre 1754 dove morì il 24 dicembre 1829,  ha avuto il merito principale di questa legge con l’approvazione della costituzione il 19 luglio del 1812. Trovò sfavorevoli i baroni siciliani all’abolizione dei Fedecomessi, compreso il principe di Belmonte Giuseppe Ventimiglia.
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categoria:studio su il ciclo degli uzeda d
mercoledì, 25 novembre 2009
(PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 323)
“… la principessa aveva riposto tutto il suo affetto, un affetto cieco, esclusivo, irragionevole, sopra Raimondo.”
 
L’affetto della principessa madre per Raimondo è spiegato con tre coordinate: cieco, esclusivo, irragionevole. In questo rapporto traspare quello dell’Autore con la propria madre. Però questo rapporto è solo un algoritmico del rapporto reale, perché è troppo restrittivo limitarsi al condizionamento psicologico della vita reale dell’Autore. Per potere avere una analisi più completa dovremmo mettere in considerazione, quali delle condizioni animano il personaggio madre. Ad esempio se il personaggio madre è come lui avrebbe voluto fosse la madre, oppure ha solo una delle caratteristiche della madre reale, o come potrebbe essere in questo caso in analisi, la condizione relazionale dell’Autore con la propria madre.  Capisco che può sembrare semplice sofismo, ma uno scrittore può essere condizionato più o meno dei fatti reali, ma nello scrivere ogni condizione può servire ad arricchire la sua opera e non ad una menomazione. Nelle lettere di De Roberto con la madre esce fuori questa figura predominante di lei. Federico De Roberto a solo undici anni si vede privato dalla figura paterna, come abbiamo visto scomparso in circostanze imprevedibili. La madre assume un ruolo dominante e carica sul proprio figlio la figura maschile della casa. Questo suo ruolo influenza le scelte positivistiche maschiliste[1] nelle caratteristiche delle trame letterarie. Ma lui era già evaso da questa prigione della madre fatta con sbarre e cancelli d’amore, proprio quando ha realizzato tutto il Ciclo degli Uzeda. Pertanto i nove anni di fuga da Catania di De Roberto, dal 1888 al 1897, a Milano, sono stati meno influenzati dalla figura materna. Intanto non ravviso vendetta nei personaggi madre in tutta la trilogia. Solo caratteristiche come in questo caso con la principessa Teresa. La figura materna nel-L’Illusione di Teresa, figlia di Raimondo, personaggio principale, è completamente all’estremo opposto della madre dell’Autore, essendo completamente staccata, disinteressata dal proprio figlio. Mentre Chiara è la madre attaccata e permissiva ad un figlio che non è il suo, ma di suo marito, un bastardo figlio della serva, causa gli insuccessi perpetrati nelle varie gestazioni. Il suo grande amore per il marito, la sua voglia immensa di essere madre, della sua genitura la porta a questa soluzione difficile. Nel-L’Imperio la madre di Federico Ranaldi ha la missiva di chiedere la mano della pura e bella Anna Ursino. Finisce proprio qui Il Ciclo degli Uzeda. L’Autore non riesce più ad andare avanti. Non sappiamo cosa risponde al personaggio Federico la madre. E’ una madre idealizzata ed infinita, rimasta in quella realtà virtuale in una sospensione temporale, mentre nella realtà la madre di Federico, l’Autore, è già morta.
         Cosa lo ha fatto ritornare a Catania? Oltre il richiamo della madre, il quale poteva anche resistere come ha fatto per tutto il tempo, secondo me, la sconfitta nel campo letterario ha determinato il ritorno come una ritirata dal campo di battaglia della vita, una arresa senza condizioni. Proprio questo mancato successo lo ha indebolito psicologicamente, lo ha reso vulnerabile al dominio materno e al mondo tutto. Questa arresa condiziona anche la produzione letteraria incline all’ossessività di riscontri, senza più quel coraggio eroico della produzione del Ciclo degli Uzeda. [2] Opera troppo avanti con i tempi sia per i contenuti scomodi (a tutti!) sia per lo stile letterario sperimentale, ma dal mio modo di vedere straordinariamente efficace. De Roberto è stato cosciente fino all’ultimo del danno che gli aveva causato la madre e proprio nel 1908 trovatosi a Roma scrive una lettera di accusa precisa alla madre: [3]“Tu mi dici di pensare alla mia vecchia mamma, ed io vi pensai il giorno che rinunziai alla vita di Milano, ma bisognerebbe che anche tu pensassi al tuo vecchio figlio. Dicono che per le mamme i figli sono sempre bambini, e questa è l’origine di tanti nostri guai, miei e di Diego. Io sono un ragazzo vicino a compiere cinquant’anni; ed a cinquant’anni, nello stato di avvilimento intellettuale e di abbattimento nervoso in cui mi sono ridotto, è una cosa terribile non avere neppure in casa un poco di libertà e di quiete...”. Sono parole per un certo aspetto terribili, che avrebbero trafitto la madre più granitica di tutti i tempi. Eppure questa spietatezza per la loro tagliente verità non la troviamo né nelle sorti né nei fatti di tutto il Ciclo. Questo amore materno “esclusivo” verso uno dei figli, non è caratteristica solo letteraria si riscontra spesso e volentieri nella vita reale. E veramente “irragionevole”, è uno di quei meccanismi psicologici che andrebbero approfonditi in una analisi della madre, forse senza trovare lo steso spiegazioni. Il fatto rimane la madre ha la preferenza per uno dei figli e se le fosse chiesto: quale figlio preferisci? non lo confesserebbe mai, la sua risposta sarebbe: per me sono tutti uguali! La realtà è nell’evoluzione della specie, un istinto naturale, diciamo animale, lo stesso che muove l’innamoramento verso un uomo che lo crede opportuno e vincente accoppiare i propri geni, così da quella genitura avvantaggia il più vincente. Lo stesso come una gatta che non ha latte abbastanza seleziona i cuccioli più forti e reprime i più deboli. In questo caso la principessa Teresa ha preferito Raimondo ritenendolo vincente nei confronti degli altri e magari riscontrando in risalto parte del corredo cromosomico della propria famiglia dei Risà. Semplici supposizioni rimanendo in tema con il positivismo dell’epoca e il darwinismo in foga. Oggi alcune università e studiosi cercano d’indagare scientificamente su questa caratteristica e proprio la conferma dell'importanza di questa scelta tra i figli che una madre non confessa è stato un sondaggio condotto da un sito internet britannico, specializzato in problemi della maternità,il netmums.com.


[1] Lombroso.
[2]Ecco le opere: La morte dell’amore, L’amore, Gli amori, La storia dell’amore, Come si ama, Le donne, i cavalier
[3] Tratta da: “I Viceré” di Federico De Roberto di Simonetta Agnello Hornby Fondazione Feltrinelli pagina 7
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categoria:studio su il ciclo degli uzeda d
martedì, 24 novembre 2009
 (PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 320)
 “S’ha da fare così per forza, perché è scritto nella legge: perciò questa parte si chiama legittima…”
 
Questa frase viene pronunciata dalla serva donna Vanna, la quale parteggiava per le signorine. Così come sosteneva l’avversione al matrimonio di Chiara, ora sosteneva e fomentava il matrimonio di Lucrezia, demolendo una per una le opposizioni della padrona. La principessa madre asseriva che Lucrezia era brutta, (l’Autore chiarisce che lo era veramente), per la madre era malaticcia ed era povera perché tutto era dei fratelli, donna Vanna, mentre la pettinava smentiva ogni cosa con una bellissima similitudine. Le faceva notareCom'è ben formata Vostra Eccellenza!... Sembra una palma!... E queste trecce! Corde di bastimento!” E poi il colpo determinante a fare cadere qualsiasi fisima: “Ha da trovarsi uno che se la godrà!...”  Non era vero che era povera perché toccava la legittima. Donna Vanna sposava la tesidi don Basco. La cognata aveva convinto il marito Consalvo VII  a firmare un testamento dove dichiara che il suo patrimonio era distrutto e ai figli non lasciava niente cose da far recere i cani!... Invece secondo il monaco benedettino le cose sono andate diversamente perché non sono state calcolate esattamente le rendite dei feudi, ed era impossibile che sono servite solo per il fabbisogno quotidiano, quinti la manovra della cognata principessa doveva essere screditata con una azione di tutti i figli colpiti, come le sorelle: Lucrezia,  Chiara e il babbeo Ferdinando accontentato con il poderedelle Ghiante. Don Blasco voleva impiantare una lite che se fosse stata accesa sarebbe durata anni e anni da erede ad erede, come tante e tante che ve ne sono nei casati siciliani tuttora ravvivati da carte bollate e appelli vari[1].
L’attenzione della signorina Lucrezia non era rivolta a questi particolari di carattere legale, ma quando donna Vanna alludeva alla sua femminilità e quando poi incominciò a parlarle di Benedetto Giulente, come la guardasse, così le seminò quell’interesse che piano piano divenne “amore”. La grande artefice di questa passione, la serva, accese anche nel giovane l’interesse portando i saluti di lei, creando quel collegamento utile a fare prendere fuoco e fiamme quell’interesse tra i due. E così fu. Tra l’altro i Giulente, già da tempo sposavano nobili anche squattrinate per dare alla loro antica famiglia quel tanto di nobiltà che ancora non avevano avuto riconosciuta. E ad imitazione delle famiglie nobili solo uno dei Giulente poteva prendere moglie e gli altri rimanere scapoli.
 “Nondimeno tutto era andato egualmente al primogenito: don Paolo, il padre di Benedetto, era ricchissimo, mentre don Lorenzo non possedeva un baiocco: per questo, forse, trescava coi rivoluzionari. Benedetto, un po' per l'esempio dello zio, un po' pel soffio dei nuovi tempi, faceva anch'egli il liberale; teneva moltissimo alla sua nascita, ma combattendo la bigotteria della nobiltà — quando la volpe non arriva all'uva! gridava la zitellona — e per questi suoi sentimenti, quantunque tutta la sostanza del padre dovesse un giorno spettargli, studiava per prendere la laurea d'avvocato.”[2]
Questo zio Lorenzo, il quale sposa la causa indipendentista forse come don Blasco la vita monacale, meglio ancora come un cavaliere di ventura contro il destino assegnato da altri, in questo caso dalla sua famiglia. Per Benedetto è diverso, lui sente il tempo nuovo che si avvicina, ed è dovuto a questo il mutamento che subirà da indipendentista quarantottista ad unitario. La sua lotta è per il potere e non per l’ideologia, per la libertà. Come vedremo in seguito.
Quale elemento è stato la variante negli episodi delle signorine Chiara e Lucrezia? L’eros! Nelle dinamiche come abbiamo visto, l’Autore inserisce i fattori di fitness che le coppie calcolano come l’aspetto meno piacevole di Lucrezia equiparato con la non nobiltà di Benedetto, oppure l’alto casato di Chiara con la sua assenza di dote accettata dal marchesino Federico. Questo a significare il concetto positivistico dell’amore in De Roberto. E l’eros è il protagonista in Chiara nella prima sera di nozze, elemento abbastanza convincente da farle cambiare totalmente opinione, tanto da essere sottolineato con ironia dalla servitù. Ed è l’eros che accende la passione in Lucrezia. Proprio le parole di donna Vanna: “Ha da trovarsi uno che se la godrà!...” vi è il massimo dell’erotismo per la vergine signorina. Asserendo l’atto passivo pertanto innocente di lei immette nella sua logica l’apertura ad una esperienza sessuale disarmante e disarmata. Questo denota in De Roberto una grande esperienza erotica, come testimoniano l’epistole con le sue varie amanti. In altre parole considerando la concezione teorica dell’Autore sull’amore, in queste due esperienze (Chiara e Lucrezia) rimane sempre una “illusione” e la sostanza è solo l’eros.


[1] Vedi famiglia Agnello di Siculiana, il palazzo signorile “Alfani” sta crollando per la mancata opera di ristrutturazione dovuta al diverbio legale tra i suoi componenti che dura da decine e decine di anni.
[2] Pagina 321
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lunedì, 23 novembre 2009
(PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 312)
“ … faceva una pazzia a sposar per forza chi non lo voleva …”
 
La principessa madre, dopo il sacrificio della sorella maggiore Angelina, solo per la colpa di essere nata femmina, inducendola così a farsi suora e divenendo Suor Maria Crocifissa, non può con l’altra figlia Chiara, per paura del biasimo della gente,pertanto la tiene soggiogata alla sua autorità. Ma ecco che l’amore bizzarro del marchese di Villardita è la variante nella storia di Chiara. Il marchese Federico Riolo di Villardita, innamoratosi di lei vedendola qualche volta in chiesa sotto lo scialle, chiede di sposarla senza dote. Argomento che convinse la principessa madre. Chiara si rifiuta assolutamente a questa opportunità unica, forse, a non rimanere zitellona. Il suo no viene spiegato per l’aspetto pingue del marchese. Ma oggettivamente è dovuto all’ostinata volontà caratteriale degli Uzeda nella difesa di quel diniego. Tanto che la principessa Teresa aveva ammesso in casa il marchese Federico, il quale nel costatare tale rifiuto ostinato aveva deciso di recedere. La risposta della principessa è stata precisa:  “Nossignore, (…) ha da sposarti, perché così voglio. Se lei è degli Uzeda, io sono dei Risà!”. De Roberto chiarisce di seguito che [1]erano dei Viceré, la loro volontà doveva far legge! (…) Fino all'ultimo momento, Chiara non aveva mutato: dinanzi all'altare, con due campieri a fianco, due facce brigantesche scovate apposta dalla madre per incuterle spavento, era svenuta, e solo il prete di buona volontà aveva udito il «sì»; ma il domani delle nozze, quando la famiglia andò a far visita agli sposi, o non li trovarono abbracciati che si tenevano per mano?... «Cose da far trasecolare!» gridava don Blasco.” Un episodio del romanzo molto particolare per i tanti elementi storico letterario e dinamici narrativi che lo contengono. Non mancando quelle note umoristiche e caratteristiche che assumono i personaggi. Ad esempio il costatare da parte di don Blasco che nel vedere piangere l’innamorato marchese lo appellasse metaforicamente “quel vitello”,  poi ancoral’idea plastica pittorica dell’aspetto della nipote Chiara con l’espressione: “faccione lungo”, infine la scena descritta prima e la conclusione con il grido del monaco  “Cose da far trasecolare!”  sono un chiaro aspetto umoristico del romanzo. E’ tragicomica la funzione dei campieri[2] con le faccie brigantesche e la buona volontà del prete ad ascoltare il si, mai pronunciato, della sposa. Il non amore di Chiara nel corso del romanzo si tramuterà in un eccesso contrario, come caratteristica caratteriale degli Uzeda. Chiara amerà così tantoil proprio marito da sacrificare il proprio orgoglio di moglie e di donna (vedremo in seguito).  Il preciso contrario di quello che avviene con la sorella Lucrezia per il Giulente, la quale trasformerà tutta la sua testardaggine nell’amore, o volontà a sposarlo, in disprezzo assoluto verso il marito. In queste storie non vi sono zone grigie ma bianche e nere. Per gli Uzeda, tutti, non vi è possibilità di umana debolezza, di ripensamenti, di afflizioni moralistici, c’è solo la determinazione spavalda dei viceré. Le loro storie sono tutte impregnate da questo modo di essere, ogni loro passione, o posizione, è radicale. Mentre il marchese di Villardita già aveva desistito, si era arreso a quei no. nonostante la sofferenza, era un muro insormontabile la prospettiva di sposare chi non lo amava, nonostante ciò si piegò alla volontà della principessa Teresa. Vi è molto da riflettere sulla volubilità dei sentimenti che innesca nelle coppie l’Autore. Anche questa incostanza è il tema portante nei rapporti di coppia in tutto Il Ciclo degli Uzeda.  
       E’ giusto fare un richiamo ad un’altra opera del De Roberto La messa di nozze[3]dove vi è raccontata un’altra celebrazione, quella della protagonista Rosanna Lariani e Francesco Patrizio Harrington. Qui non vi sono presenti le brutte facce dei campieri, ma Ludovico l’amante della sposa : “Col viso cadaverico, le mascelle contratte, lo sguardo fiso e ardente, era evidente che faceva uno sforzo straordinario per non tradirsi .”[4] Lei rispose fermamente: “si” a fronte alzata. Ma i contenuti di quel “si” erano già colmi dell’intrigo e dell’infedeltà. Ben diverso dal “si” muto perché non pronunciato di Chiara ne I Vicerè. Il romanzo tratta di una vicenda biografica dell’Autore, un intrigo passionale con la padrona di casa, in Via Montecitorio a Roma, Pia Vigada durante la sua permanenza tra il 1909 e anche dopo la pubblicazione fino al 1914. Proprio De Roberto scrive in una lettera all’amante:   [5]“Dire che tu sei l'ispiratrice di quel racconto è dire troppo poco: non c’è un pensiero, non c'è un'immagine, non c'è un rigo, non c'è una parola che non mi siano stati suggeriti da te, che non si riferiscano a te. Quella donna sei tutta tu, come ti ho vista, come ti ho compresa, come ti ho amata, come ti adoro, da morirne”.   
       E’ giusto notare questa loro autorevole personalità, dimostrata nelle loro inflessibilità decisionali e caratteriali,  erano dei Viceré!
Mentre nella penisola italica, nel XV secolo, vi era un anarchismo di città signorili e feudali, la Sicilia viveva già da secoli la sua indipendenza. [6]“Benché sottomessa a dinastie straniere, aveva un governo autonomo ed una politica propria.” Proprio in questo periodo si andavano delineando le forme del futuro politico nelle unità territoriali. [7]“Nella seconda metà del Quattrocento infatti, la monarchia francese di Luigi XI (1461-1483), quella spagnola di Ferdinando d’Aragona (1479-1516) e quella inglese di Enrico VII (1485-1509) riuscirono a unificare il territorio nazionale imponendo la propria autorità progressivamente a tutti i ceti sociali.” La Sicilia dopo la morte (31 maggio 1410) di Martino il Vecchio Corona Aragonese, perde la sovranità. Non lasciò eredi legittimi perché morti tutti quelli della prima moglie, la regina Maria, e non avuti con la seconda moglie Margherita di Prades. La politica per il riconoscimento della corona d’Aragona tra i pretendenti[8] fu un periodo di incertezza chiamato interregnum e che stava portando alla guerra civile. Il 15 febbraio del 1412 le corti di Catalogna, Valencia e d’Aragona decisero di mettere fine con un arbitrato, pertanto si riunirono ad Alcaniz nominando tre rappresentanti per ogni regno dimenticando quelli di Sicilia, Maiorca e Sardegna. Tali rappresentanti dovevano riunirsi a Caspe (Aragona) e pronunciare in definitiva sui diritti dei pretendenti. In quella sede il 28 giugno 1412 fu proclamato re della corona d’Aragona e re di Sicilia, dal voto di 6 rappresentanti, l'infante castigliano, Ferdinando di Trastamara come Ferdinando I di Aragona. I Siciliani ne rimasero insoddisfatti e addolorati perché desideravano un proprio re, e non perdere, appunto, la sovranità. Così mandarono due ambasciatori: il vescovo di Patti e il nobile Giovanni Moncada, con la missione precisa di mettere a conoscenza il sovrano del forte senso di indipendenza della Sicilia. Il re Ferdinando I costatò la reale entità politica, anche per le continue agitazioni che seguirono, oltre ad una pressione costante del Parlamento Siciliano, pertanto per porre fine, inviò in Sicilia (8 aprile 1415) il suo secondogenito Giovanni, duca di Pegnafiel. Il Parlamento Siciliano colse l’occasione per volerlo acclamare, incoronare, re di Sicilia. La corte spagnola mise un divieto assoluto. Nel 1416 re Alfonso succeduto a Ferdinando I , per evitare tentazioni alle pressioni del Parlamento Siciliano, richiamò il duca di Pegnafiel ed inviò un altro viceré di sangue non reale, Antonio Cardona.
              La lunga era dei viceré durò quattrocento anni, perdendo così quella sovranità acquisita con tenacia ed eroismo con il Re di Sicilia Federico III. Anche la presenza dei viceré servì ad accertare e riconoscere che il regno di Sicilia era sempre ben distinto, magra consolazione perché solo in teoria. Praticamente fu un periodo di dominazione spagnola che personalmente divido in due fasi: prima della scoperta del Nuovo Mondo e dopo, quando il Mediterraneo perse interesse, allora la Sicilia subì una grave repressione politica ed economica. I viceré, assistiti dalla Grande Curia e dal terribile strumento del Tribunale dell’Inquisizione, furono temibili e potentissimi. La Sicilia fu così amministrata in malo modo, per la lentezza burocratica dovuto alle decisioni del potere centrale, delle difficoltà finanziarie della Corona, l’impoverimento per l’assorbimento delle risorse, per la diaspora degli ebrei. Così s’innescò la corruzione delle amministrazioni locali e disordini di ogni genere e tipo. In questo marasma la figura del viceré era potente e la sua parola assoluta. Proprio in questa condizione viene considerato il carattere degli Uzeda nel romanzo: erano dei Viceré, la loro volontà doveva far legge!
Nella storia reale della Sicilia gli Uzeda furono viceré con Giovan Francesco Paceco, duca di Uzeda dal 12 giugno 1687 al 20 maggio 1696, viceré di Carlo III di Sicilia dal 1665 al 1700. Fu uomo di cultura fece molte opere come la ricostruzione di 77 centri urbani, molte d’interesse strategico militare. Una scossa sismica terribile e devastante nel 9 e 11 gennaio del 1693 distrusse vite e beni. Le cronache parlano di diciottomila morti a Catania su ventisettemila. Tantissimi in tutto il Val Demone[9] più di sessantamila. Il viceré Uzeda inviò, per la ricostruzione di Catania, con un nuovo piano regolatore, Giovanni Lanza duca di Camastra. La lunga Via Etnea è frutto di questa ricostruzione, dove la Porta Uzeda, con grande ingegnosità architettonica idealmente la congiungeva da sud a nord alla Montagna, aperta recentemente presso il Duomo. Messina era stata soggiogata dopo la rivolta, dal viceré che lo ha proceduto, Francesco Benavides conte di Santo Stefano, con ferocia devastante per quattro anni dal 1679 al 1687, non ancora ripresa, il terremoto completò l’opera. Il viceré Uzeda concesse così il privilegio del porto franco segnando in tal modo l’inizio della ripresa economica. Curiosità che serve a comprendere meglio la personalità del viceré Uzeda, proprio nel Palazzo reale della capitale fece costruire la Sala della Racchetta, gioco antenato del tennis moderno.  Ne da notizia il Mongitore[10] nel suo Diario. Tale stanzone è ben visibile in un quadro di autore anonimo esposto nel Museo Regionale Popoli di Trapani, nel quale [11]è raffigurato il Palazzo Reale di Palermo come appariva all’inizio del Settecento.
            Bisogna risolvere la questione se De Roberto si riferisse a questo casato degli Uzeda. La risposta è nella loro stessa denominazione Uzeda di Francalanza, anche se gli Uzeda sono realmente esistiti non vi è nessun casato di Francalanza.Nel nome Uzeda vi è un’alchimia composta da presente, futuro e storia. La valenza storica, come precedentemente scritto, è riferita al viceré Giovan Francesco Paceco, duca di Uzeda che segnò così in maniera determinata e appariscente la sua presenza nella città di Catania. Il titolo di viceré, rappresenta la sovranità negata alla Sicilia e il potere per delega. Lo stesso potere che in seguito sarà dato ai rappresentanti del popolo, sia locali che nazionali. Tanto che i catanesi appellassero all’epoca “viceré” chi avrebbe avuto il carisma del capo. Proprio nella lettera di Anna Kuliscioff[12] a Filippo Turati, compagno d’amore e di lotta, l’aprile del 1899 in visita in Sicilia[13], descrive l’incontro con il compagno socialista Giuseppe De Felice Giuffrida[14]il quale le fa visitare la città[15]…  in tre ore con la sapiente guida del viceré abbiamo visto tutta Catania …  De Felice è la sintesi, l' espressione vera e genuina delle qualità e dei difetti dell'immensa popolazione di Catania, del loro lato morale e psicologico; egli come tipo dell' ambiente riassume in sé in modo esagerato le tendenze basse ed elevate, perché il bello e il brutto si toccano e si confondono in un' armonia meravigliosa. De Felice è un vero vicerè: i baroni ed i principi lo ossequiano, i facchini del porto lo abbracciano, gli operai delle zolfare si rivolgono a lui come al redentore, le ragazze allegre lo festeggiano al suo passaggio. T' assicuro ch'è uno spettacolo che non si può vedere che a Catania e credo che, se lo si vedesse anche in qualche altro luogo della Sicilia, non avrà mai la grandiosità del barocco come lo è a Catania”
I Catanesi lo chiamavano proprio il “viceré” per questa sua personalità, possiamo definirla, vincente ed autorevole. Nomignolo che già esperti suoi simpatizzanti gli avevano affibbiato agli inizi della sua carriera politica. I suoi continui successi politici e l’ammirazione della gente non aveva fatto altro che confermare l’appellativo di “viceré”. Possiamo sicuramente intravedere un aspetto di Consalvo . Immagino De Roberto nella solita passeggiata mentre esce dalla Piazza Duomo, magari vicino la Porta Uzeda che osserva De Felice eletto deputato nella sua continua ascesa. De Felice, con i Fasci dei Lavoratori, mise in realtà organizzativa ciò che era già movimento in tutta la Sicilia. Le sofferenze del proletariato siciliano si manifestavano sempre più aiutate a divenire realtà politiche con gli anarchici, uno fra tutti Saverio Friscia, (già precedentemente argomentato). De Felice concentrò tali problemi prettamente siciliani come: la partizione delle terre comunali o incolte, la diminuzione dei dazi di consumo, l’indipendenza della Sicilia. Quinti come base ideologica non vi era il collettivismo marxista, come molti storici mistificano. A prova di ciò sussiste [16]la presentazione del memorandum dei socialisti siciliani al commissario straordinario conte Giovanni Codronchi nel 1896. Basta considerare che i marxisti non consideravano i contadini come proletari, ma piccoli proprietari. Come rispose, quando gli fu chiesto il parere a Engels, che “bisognava considerare i contadini come piccoli proprietari o come compartecipanti, nelle vesti di affittuari o mezzadri del capitale e pertanto non potevano essere considerati proletari!” Il suo parere di Engels fu accolto senza discussione.De Felice diede forma organizzativa con principi autonomi ai Fasci dei lavoratori siciliani. Fu il primo movimento operaio organizzato dell’Italia. Aveva soprattutto prerogative pacifiche e di legalità e appunto per questo motivo nei loro cortei in testa, a bella mostra, ponevano il ritratto del re d’Italia e il Crocifisso, o vari simulacri religiosi. Non bastarono questi buoni propositi a bloccare l’arroganza oppressiva del vero volto criminale della tirannia italiana. La quale si servì dell’ubbidiente massone Crispi, presidente del consiglio, per la cruenta repressione con lo stato d’assedio. Bloccando nel nascere una primavera politica di autocoscienza indipendente e socialista tramite uccisioni, arresti, secoli di condanne e processi continui. Crispi giustificò lo stato d’assedio e l’invio della flotta con trentamila soldati, asserendo che i Fasci Siciliani stavano tentando di separare la Sicilia dall’Italia con l’aiuto della Russia e della Francia. Questa repressione fu la causa della grande diaspora siciliana oltre oceano delle menti più fulgide e progressiste, refrattarie alla rassegnazione del giogo coloniale. I Fasci Siciliani sono un’altra storia da approfondire in altre pagine fuori da questo studio letterario. In questa occasione De Felice fu arrestato processato dal tribunale militare di Palermo, causa in vigore la legge marziale, condannato a 18 anni. Il 31 maggio del 1894 a Roma avuta la notizia del suo arresto i compagni anarchici fanno esplodere due bombe; una al Ministero di Grazia e Giustizia e una la Ministero della Guerra.[17] Usufruendo della ministia tornerà libero dopo due anni a Catania più carismatico e vincente di prima. De Roberto intanto pubblica I Viceré, e a Catania è un trionfo, mentre le vendite nel resto d’Italia non andarono così copiose, per le critiche non positive espresse come abbiamo visto. I Catanesi di sicuro nel libro avevano intravisto negli Uzeda la famiglia più potente di quel periodo, i marchesi di San Giuliano[18], ma in quel Consalvo hanno intravisto la figura del De Felice. Anche se De Roberto si era ispirato a San Giuliano cioè Antonino Paternò-Castello, sesto marchese di San Giuliano[19]. In un parallelismo tra il marchese di San Giuliano e Consalvo si evince una miriade di punti di contatto. Non solo spesso l’Autore attaccava con articoli di giornale l’attività del marchese con critiche abbastanza forti. Nell’intraprendenza politica in empatia con il popolo Consalvo aveva le caratteristiche del “viceré” De Felice. In poche parole De Roberto nel suo Consalvo ha voluto coniugare i due aspetti di queste due figure attrici della nuova politica italiana. E’ nato un mostro che nemmeno l’anti Consalvo (Federico Rinaldi) nel-L’Imperio riuscirà a sconfiggere.
      Nella scena politica dell’epoca De Felice e il marchese di San Giuliano (Antonio Paternò) si sono scontrati, visto, che il secondo, anche se a Roma s’interessò sempre delle vicende politiche di Catania. Il marchese ormai era stato spodestato dell’egemonia di Catania tanto che il marchese scese a patti con il De Felice, i quali tutte e due “fratelli muratori” per non farsi la guerra dovevano candidarsi in due collegi differenti. La proposta del De Felice accettata dal marchese di San Giuliano si è rivelata una trappola. Proprio all’ultimo momento il De Felice candida uno dei suoi rendendogli una campagna elettorale irta di spine tanto che il marchese di San Giuliano perse per un minimo scarto di voti. A nulla servirono le manovre dietro le quinte del marchese per fare invalidare l’elezioni di quel 1896. Questa intraprendenza politica del De Felice che risalta nelle sue astuzie politiche, però non è sufficiente per paragonarlo a un “berlusconista” ante litteram, paragonando la creazione de I Fasci dei Lavoratori simile all’invenzione di Forza Italia, come scrisse Alfio Caruso[20]: [21]Pur in assenza di televisione, marketing e pubblicità aveva creato i Fasci siciliani con la stessa velocità e bravura con cui un secolo più tardi Berlusconi avrebbe creato Forza Italia.” Penso, con tutto il rispetto per Forza Italia e i suoi scritti, che una affermazione così leggera e irresponsabile va condannata! E’ la caratteristica di questo scrittore, Caruso, il quale riesce ad offendere ciò che d’intrinseco vive come orgoglio siciliano, forse sarà il prezzo della marchetta da pagare per il suo sdoganamento ad una certa loggia editoriale? Vi è da dire che è in buona compagnia nel giudicare negativamente questo movimento storicamente straordinario per la Sicilia. Benedetto Croce azzarda pure la giustificazione della cruenta repressione italiana:
“Il Crispi stroncò un movimento che non conteneva nessun germe vitale ed era privo di avvenire... Il torto di quegli uomini, di quei giovani era di eccitare e tirarsi dietro masse ignoranti e inconsapevoli, credendo di potersene valere per attuare idee che quelle non comprendevano… Cioè di tentare, sia pure a fin di bene un imbroglio che non è cosa che possa mai partorir bene e, tessuta con l’inganno, merita di essere distrutta con la forza”[22]
Sono parole che analizzate a fondo contengono i motivi delle avversità al romanzo del De Roberto, più che motivi letterari sono di natura politici e pregiudizievoli vero il Popolo Siciliano e la sua storia tutta.


[1] Pagina 313
[2] Vedi nota nel capitolo LA LINGUA.
[3] Fratelli Treves, 1911
[4] La messa delle nozze  di Federico De Roberto Ed. Fratelli Treves Milano 1911 – pagina 176
[5] La Sicilia di sabato 14dicembre 1996 De Roberto, le donne e “La messa di nozze” scritto dal prof. Antonio Di Grado. Pagina 36.
[6] Storia della Sicilia dalle origini ai giorni nostri di Jean Hurè Edizione B&B - San Giovanni La Punta (Catania) 1997 pagina 93
[7] Il testo filosofico 2 L’Età Moderna Autori: Fabio Cioffi, Giorgio Luppi, Amedeo Vigorelli, Emilio Zanetti. Edizioni scolastiche Bruno Mondadori - Lavia (Trento) 1992 Pagina 28
[8]I pretendenti al trono della corona d'Aragona ed al regno di Sicilia (o Trinacria) erano i seguenti cinque:Federico, conte di Luna, figlio illegittimo di Martino il giovane, re di Sicilia e della sua amante, la nobile di Catania, Tarsia Rizzari. (L’interregnum  è stato causato nel tentativo di far riconoscere la sua legittimità). Giacomo II di Urgell, Alfonso I di Gandia, duca de Gandia, Luigi III d'Angiò, duca di Calabria, Ferdinando di Trastamara, el de Antequera, infante di Castiglia, nipote, attraverso sua madre, Eleonora d'Aragona, di Pietro IV di Aragona.
 
 
[9] Fino al 1818 la Sicilia era divisa amministrativamente in tre Valli, dagli Arabi e forse prima ancora dal dominio normanno. La riforma territoriale del Regno delle due Sicilie (1818) divise ancor più in sette valli (provincie) per suddividere maggiormente i Siciliani. Val Demone etimologicamente trova origine nellla parola greca ton diamenton (dal verbo diameno "perdurare, resistere"), che significa "i resistenti, i perduranti", ovvero, "quelli che resistono” (Michele. Amari, Storia dei Musulmani in Sicilia). La Val Demone oggi è la provincia di Messina.
[10] Antonio (o Antonino) Mongitore (Palermo, 1663  1743) Canonico del capitolo della cattedrale di Palermo, fu anche un prolifico scrittore riguardante temi dell'ambito siciliano, si dedicò pure all'agiografia con le storie di alcuni santi. Fu consultore e qualificatore del Sant'Uffizio e alla sua morte venne sepolto nella chiesa di San Domenico a Palermo
[11] Giornale di Sicilia Martedì 24 aprile 2001 pagina 34. Quando i viceré si dilettavano giocando a tennis di Rosario La Duca.
[12] Anja Moiseevna Rosenštein, in russo Анна Моисеевна Розенштейн (Simferopol', 9 gennaio 1855– Milano, 29 dicembre 1925), è stata un'anarchica, medico e rivoluzionaria russa, tra i principali esponenti e fondatori del Partito Socialista Italiano.
[13] Partecipò al congresso europeo della stampa che si svolgeva a Palermo.
[14] Giuseppe de Felice Giuffrida (Catania, 11 aprile 1859 – Aci Castello, 19 luglio 1920) è stato un politico italiano, d'ispirazione socialista. Promotore dei Fasci Siciliani, fu eletto deputato1892, presidente della provincia nel 1914 e sindaco del capoluogo etneo dal 1902 al 1914.
[15]Anna Kuliscioff lettere dalla Sicilia Repubblica — 02 luglio 2008   pagina 1   sezione: PALERMO di Silvestro Li Volsi.
[16] STORIA DI SICILIA – come storia del Popolo Siciliano di Santi Correnti – VII Edizione Clio 1995 Gruppo Editoriale Brancato S.G. La Punta (Catania) pagina 263
[17] Storia degli Anarchici Italiani da Bakunin a Malatesta – di Pier Carlo MasiniNuova Edizione Rizzoli Editore Milano – Giugno 1974 Pagina 288
[18] Antichissimo casato dei Paterno Castello di origine provenzale-catalana dell’XI secolo proveniente da Embrun, in Francia, e giunta in Sicilia al seguito dei re normanni. Il capostipite del ramo dei San Giuliano fu l'omonimo Antonino Paternò Castello, barone di Gallizzi e Mandrascate (1599-1659) Secondo il loro  biografo, GianPaolo Ferraiol.
[19] Nato a Catania il 10 dicembre 1852 mori a Roma il16 ottobre 1914. Si laureò in legge nel 1875 in giurisprudenza fu eletto consigliere comunale a Catania. Divenne Assessore comunale si adoperò per fare trasferire le ceneri di Bellini a Parigi. Giovanissimo nel 1879 divenne sindaco della città di Catania si dimise nel 1882 e trasferitosi a Roma fu letto deputato. Dal 1905 al 1906 e dal 1910 al 1914 fu Ministro degli Esteri del Regno d’Italia. 
[20] Scrittore catanese nato nel 1950 a suo attivo molte opere di discreto successo
[21] Chi erano davvero i Viceré di De Roberto tratto da La Stampa del 30 novembre 2007.
[22] Storia d’Italia dal 1871 al 1925 di Benedetto Croce - Laterza, Bari 1928 pagina108
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domenica, 22 novembre 2009
404 - Vitrura allimati d’u mari
Alphonse Doria
 
BASTARDU
 
Cudiava
Cu dda taljata
E aspittava na carizza,
curriva di cca e di dda
pi po’ turnari a taliarimi,
‘ncerca d’u’ cunsensu,
di tecchia d’affettu
complici di u’ jocu bonu,
cagnuleddu bastardu senza patruni,
ca ‘ncuntravu ni na strata.
E c’u sapi chiddu chi c’è
Narrè d’occhi
Chini di silenziu?
Pari ca hannu suffrutu abbastanza
Pi na vita passata,
 pari ca cercanu ‘n’ogni omu
ddu tecchia di bonu
pi scavallu fora,
pi ‘un farini ricadiri
O perdiri
Ni n’a vita d’un cani
C’un cori pintutu.
 
TRADUZIONE
 
BASTARDO
Scodinzolava
Con quella espressione …
E attendeva una carezza,
una corsa qua e la
per poi tornare a fissarmi
in cerca di un consenso,
di un po’ d’affetto
complice di un gioco buono,
cucciolo bastardo senza padrone
incontrato per strada.
E chissà mai chi ci sia
Dietro quegli occhi
Pieni di silenzio?
Sembrano di avere già sofferto
Una vita vissuta,
sembrano cercare in ogni uomo
quel tanto di buono
da scavargli fuori
per non farlo ricadere
o perdere
in un corpo di cane
con un cuore pentito.
 
 
 
 
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categoria:i vetri limati dal mare 1990-94
sabato, 21 novembre 2009
(PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 310)
“Ai Benedettini, infatti, c'era un regno da conquistare: l'Abate era una potenza, aveva non so quanti titoli feudali, un patrimonio favoloso da amministrare: le antiche Costituzioni di Sicilia gli davano il diritto di sedere tra i Pari del Regno!”
 
Siamo nel terzo capitolo della prima parte, dove l’Autore spiega i meccanismi comportamentali dei personaggi portanti della storia. L’atteggiamento tirannico della principessa Teresa la quale pagò di entrare in quel casato a caro prezzo con la sua dote. Il comportamento di Don Blasco di Teresa, cognato, che si ribellò alla costrizione dell’abito, con l’irruenza e il volere arruffare dalla vita più possibile perché maltolto ingiustamente. Don Ludovico, figlio della principessa, che è stato derubato della sua posizione e costretto come lo zio ad entrare nel San Nicola, perché la madre ha voluto privilegiare il fratello Raimondo. Don Ludovico fu costretto con una azione continua fatta di pressioni psicologici, lasciandogli intravedere gli aspetti economici disastrosi della famiglia. Anche Ludovico, come lo zio, vuole riavere il maltolto, ma sceglie un’altra strada quella più ragionata, trincerandosi nell’umiltà, nell’osservare il gioco delle parti, per raggiungere infine il posto di Abate e riavere così la potenza che l’era stata rubata. Don Ludovico e Don Blasco, nellaloro opposta diversità, in fondo all’anima sono simili, nella rabbia interiore. Qui possiamo notare l’aspetto psicologico che l’Autore riesce ad inserire nei meccanismi letterari dei suoi personaggi, dando una svolta moderna e positivistica alla letteratura. L’attenzione, di quando sopra evidenziato, è rivolta all’aspetto storico che i Benedettini hanno avuto in Sicilia. La venuta dei Benedettini in Sicilia non ha una data ben precisa, ma comunque la loro opera, si è subito manifestata contro i miti “pagani”, causando l’articidio di opere statuarie, architettoniche e pittoriche. Poi lentamente durante i secoli, con la collaborazione dei Carmelitani maggiormente, la loro opera di cancellazione della memoria religiosa del nostro Popolo è continuata con le leggende, la cristianizzazione dei miti e delle loro celebrazioni. Una data si può fissare ed è quella di San Placido, uno dei due principali discepoli di San Benedetto da Norcia, l’altro fu Mauro. San Placido fu decapitato nel 541 a Messina dai saraceni comandati da un certo Mamucha. Mandato in Sicilia da San Benedetto fonda il monastero in località Calonero[1] dove diventa Abate[2]. Tutta la storia è intrisa di leggenda e di diverse versioni contraddittorie. Le regole benedettine furono seguite pure dai seguaci di San Calogero. Eremita[3] dello stesso periodo storico, nero, giustificato questo colore da un errore dei Gesuiti cambiando il nome di provenienza da Calcedonia[4] a Cartagine[5]. In realtà abbiamo molte affinità con la sfortuna di San Placido, e la fortuna di San Calogero. Il primo quasi dimenticato dai Messinesi pur essendo loro padrone tanto che nessuno darà il suo nome ai propri figli perché chiamasi Placido chi è “babbu”, dato che questo s’intende a Messina con questo nome. Questo santo di carnagione bianca non impersonava per niente il forte mito animista del dio Vulcano. Ecco che da Calonero si arriva a San Calò (nero) il quale la Chiesa collega direttamente ad una leggenda relativa al vulcano. Nei Dialoghi di Papa Gregorio I[6], si legge che il Santo è vissuto a Lipari dove curava gli ammalati con le acque solfuree e proprio qui avrebbe avuto la visione dell'anima del re Teodorico (morto il 526) scagliata nel cratere dell'Isola di Vulcano[7] il giorno stesso della morte di quest'ultimo.  San Calogero è solo uno dei tanti santi neri della Sicilia, insieme ai vari crocifissi.Tralasciamo l’aspetto della missione dei Benedettini in Sicilia incaricata da Gregorio Magno, dove era stato prima di divenire papa[8]. Il Popolo Siciliano ancora oggi, a volte, inconsciamente vive un sincretismo religioso, lo possiamo notare in alcune manifestazioni artistiche o popolari[9].
Si ha notizia dei benedettini a Catania con il monastero di San Vito che sorgeva vicino Paternò, non si sa con esattezza l’anno di fondazione ma una lettera del marzo 604 di papa Gregorio Magno ne da notizia. In tale lettera scritta al vescovo di Catania si legge un richiamo all’ordine affinché cessassero le sconcezze eccessive che i monaci consumavano. Era sicuramente grande e ricco, appunto il papa scrive: tantum monasterium. Sicuramente il palazzo signorile del barone di San Vito sorge nel 1861 sopra gli stessi ruderi e ristrutturazione di essi. Altra data importante è il 1091 quando il vescovoAnsgerio I di Catania chiama alcuni monaci benedettini dal monastero di S. Eufemia in Calabria. I quali buon lavoratori della terra riuscirono a trasformare in giardino apprezzamenti di boscaglie sabbiosi, tanto che nel 1136 Enrico conte di Policastro donò a questi monaci la piccola chiesa di S. Leone. In seguito il figlio Simone donò la chiesa di San Nicola dell’Arena, chiamata così per la presenza della sabbia vulcanica che sovrasta quelle terre, appena sotto la chiesa di San Leone. Grazie alla regola di questi benedettini di ammettere al noviziato solo i giovani provenienti di famiglie rinomate il monastero divenne sempre più ricco per le cospicue donazioni. E non solo di terre e beni, ma anche a livello culturale, diventando un centro importante e sovrabbondante di libri. Nemmeno la distruzione nel 1693 con il terribile terremoto, fermò questo punto di attrazione culturale, dopo la ricostruzione del Monastero la sua biblioteca nel corso degli anni divenne sempre più ricca.
            Il convento benedettino è una delle tre location importanti dove si svolgono quasi interamente le vicissitudini de I Vicerè. De Roberto conosce pienamente gli ambienti del San Nicola perché frequentatore quotidiano nei cinque anni degli studi tecnici ottenendo il diploma di ragioniere, poi come esperto bibliotecario[10] nel 1885. Nella nomina si legge il motivo per "chiara fama", al suo interessamento ai beni culturali di Catania. Molte furono le lamentele per le sue continue assenze, tanto da ricevere continue rimostranze e lamentele da parte del sindaco. Siccome la vita di noi uomini è abbastanza bizzarra, proprio l’ultimo scritto del De Roberto, dodici giorni prima della sua dipartita, riguarda appunto: La Biblioteca Ursino [11] a conclusione di vari articoli dedicati al patrimonio dei beni culturali e artistici di Catania. Un ambiente pieno di spirito che ha nutrito la sua anima, tanto da farne riferimento importante nelle sue opere come la novella del 1887 Donato del Piano[12], dove la musica di quest’organo fa da protagonista nella mite pazzia del protagonista carico delle ansie dell’Autore. Lo stesso De Roberto scrive in una pagina di diario appena quindicenne l’incubo avuto suggerito dai lunghi corridoi e l’ambiente del monastero benedettino. Ho trovato traccia di tale pagina nello scritto del professore Antonio Di Grado[13]Federico De Roberto e il monastero dei Benedettini”[14]:
 Questa notte fo un brutto sogno. Prima mi sembra che (non so perché) gli scolari nudi con pugnali in mano si fanno profonde ferite. Questa scena mi fa orrore. Poi il maestro di storia per esame vuole che gli dica tutta la Storia. Inoltre che tutti gli scolari uscendo trovino nei corridoi del convento (S. Nicola) una signorina e che la assassinano. Credo che io ed Emery abbiamo preso parte a questa uccisione. Poi uscendo credo vedere un quartiere di truppe come quello di Milazzo. Trovo un soldato che mi dice volermi il caporale di guardia. Dopo molto tempo mi dice che sono incolpato dell’assassinio. Mentre dice ciò mi sveglio.”
Stati d’animo, sensazioni che leggeremo in seguito con Consalvo, l’immagine riflessa dell’Autore.
Come abbiamo visto, non solo i Benedettini erano ricchi e cultori dello studio ma anche potenti, per l’appunto De Roberto scrive: “le antiche Costituzioni di Sicilia gli davano il diritto di sedere tra i Pari del Regno”.  I privilegi dei Benedettini risalgono con Guglielmo II nel sec. XII quando fa costruire il Duomo con chiostro e tempio nel parco caccia sulle falde del Monte Caputo. Chiamò i frati Benedettini dando loro l’incarico di diffondere il cristianesimo, conferendo molti feudi e privilegi. Trasforma l’abbazia in Arcivescovado assegnando sia i poteri civile che giudiziari oltre naturalmente quelli religiosi. Già nel primo Parlamento Siciliano del 1097 riunitesi per la prima volta a Mazzara del Vallo convocata da Re Ruggero si evinge la presenza dei Benedettini.  Era costituito da tre rami: Feudale, Ecclesiastico e Demaniale. “Il ramo feudale era costituito dai nobili rappresentanti di contee e baronie, il ramo ecclesiastico era formato da arcivescovi, vescovi, abati e archimandriti, mentre il ramo demaniale era costituito dai rappresentanti delle 42 città demaniali della Sicilia”. Così anche per le altre costituzioni siciliane, fino ad arrivare alla Costituzione del 1812 dove vi era segnata la presenza nella Camera dei Pari agli ecclesiasti e del 1848. Sempre più evidente la storia della Sicilia, nella sua peculiarità, di nazione portatrice di progresso nella storia dell’umanità quando si legge in un opera come I Vicerè di antiche Costituzioni di Sicilia.


[1] Si trova in provincia di Messina il suo feudo di 35 ettari è stato ristrutturato nel XIV secolo passò al Demanio dello Stato dopo l’unità di Italia con la legge dell’8 luglio 1866 inseguito fu acquistato dall'Amministrazione Provinciale e adesso è adibito a scuola agraria.
[2]  Una notizia abbastanza ufficiale e storica la troviamo nel libro San Placido Calonerò fu fondato nel 1363 dai benedettini sull’impianto dell’antico castello del conte Andrea Vinciguerra che ai religiosi aveva donato il feudo di San Domenico, un territorio molto ricco di acque, detto appunto Calonerò dal greco Kalòs Nerò, (belle acque). Urbano VI lo elevò ad Abbazia il 5 luglio del 1368.” curato dal Prof. Alberto Cacciola, presentato il 21 aprile del 2009 a Messina, il quale scrive: “ …
[3] San Calogero (Calcedonia, 466  Monte Cronio, 18 giugno 561) fu un monaco eremita, venerato come santo dalla Chiesa Cattolica e da quella Ortodossa.
[4] Il termine greco Chalkkidonos
[5] Il termine greco Karchidonos.
[6]Detto Gregorio Magno nato a Roma, 540 circa dove morì il12 marzo 604, fu il 64° papa della Chiesa cattolica, dal 3 settembre 590 alla sua morte. Venerato come santo e dottore della Chiesa.
 
[7] frazione di Lipari è un'isola di 21 km quadrati facente parte delle Isole Eolie. Gli abitanti vengono chiamati vulcanari.
[8]Dalla Nota n°2 della novella (stesso autore, scritta nel 28 aprile 2002) L’ARDIMENTOSO AMORE DEL MAESTRO GIUSEPPE ADDAMO: “E’ molto significativa una tela centinata, cm. 273x327, al museo nazionale di Messina, d’Agostino Scilla, dove è raffigurato S.Benedetto che ordina la distruzione degli idoli, una vera furia articida, che si abbatté in Sicilia. In sostanza l’idolatria non è l’adorare questo o quell’idolo, ma l’asservimento spirituale e la deificazione a idee a parole e a cose, sia immagini, siano clubs sportivi, sia ideologie politiche, sia la religione stessa.” Agostino Scilla nasce a Messina nel 1639 muore a Roma il 1700. 
[9] Interessante la tesi riscontrata dallo studente  Giuseppe Doria nell’analisi del film MALENA di Giuseppe Tornatore: “Grandi eventi epocali che sono messi in diretto rapporto con la voce narrante dell’adolescente protagonista Renato, il quale viene stravolto da una guerra interiore che gli farà prendere coscienza del proprio corpo e della propria sessualità grazie ad una dea: Malena! La dea Madre, Madre Terra, Astarte, Demetria, Cerere, con il suo corpo giunonico è il simbolo della fertilità, è l’ idealizzazione della donna. Non a caso Renato nella Madonna Addolorata, durante la scena della processione, vede Malena. In un autentico sincretismo, come enuncia Plutarco, la Madonna Addolorata con il suo manto nero di stelle in cerca del suo figlio straziato Gesù, è la Iside cristianizzata portata in processione in cerca del suo amato Osiride, ucciso e smembrato da Seth. Malena piange la morte dell’amato marito, anche lei senza il suo corpo. Iside nel II secolo d.C. a Roma, per la festa in suo onore veniva chiamata regina coeli , notizia tratta dall’Asino d’oro di Apuleio.Lo stesso titolo, Regina dei cieli, viene dato appunto a Cerere, Venere, Persefone ed ora alla Madonna. Questo è ciò che avviene nella riserva mentale (sicilianità) di Renato quando vede in Malena la Madonna.. E anche quando si vedono in Sicilia le varie processioni con i crocifissi e i santi neri, raffiguranti il dio nero Adrano (l’Etna), ci chiediamo se, i siciliani, abbiamo mai smesso di nutrire l’atavico sentimento religioso animista. Lo stesso nome Maddalena, richiamando all’ omonima del Vangelo, è in perfetto parallelismo con la demonizzazione della sua bellezza e con la considerazione di prostituta. Comunque sia Gesù dell’Addolorata, sia Osiride di Iside che Nino Scordia, il marito di Malena, resuscitano, in un modo o nell’altro ritornano in vita.
Nel Vangelo di Luca (8,2-3) , quando Maria Maddalena viene nominata per la prima volta come accompagnatrice di Gesù, scrive: “Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demòni”. Anche  il culto della dea Madre comportava un’ iniziazione in sette fasi, e proprio Maddalena ha unto con il nardo Gesù facendone il Cristo. Questo ci fa pensare ad un diretto parallelismo dei due casi.Non sappiamo, e a questo punto non interessa sapere, se Tornatore ha voluto esprimere questo concetto, ma spesso negli autori siciliani avviene anche in maniera involontaria, si tratta di immagini conservate nella memoria collettiva. Comunque è chiaro che dal neolitico ad oggi la Grande Madre è in pieno sincretismo con la stessa terra di Sicilia.
Corso di Laurea Specialistica in Cinema Televisione e Produzione Multimediale A.A. 2008/2009 Tesina per l’esame di Studi Culturali Prof.ssa Sara Pesce Il “Principio” della rassegnazione siciliana.
 
[10]Nella storica biblioteca dei padri benedettini, poi passò al Demanio dello Stato con la legge dell’8 luglio 1866 fu trasformata in Civica e infine nelle Biblioteche riunite "Civica e A. Ursino Recupero". La presa di possesso da parte dello stato fu però nel febbraio del 1867.
[11] La Biblioteca Ursino, «Il giornale dell’Isola», Catania, 8 luglio 1927
[12] Donato del Piano è il costruttore dell’organo nel 6 maggio 1755 – posto in cantoria ed addossato alla parete di fondo dell'abside della Chiesa di San Nicola.
[13] Antonio Di Grado, ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Catania, ritenuto uno dei maggiori studiosi del De Roberto.
[14]http://www.ivicere.it/cv/Benedettini.html giorno 4 ottobre 2009 ore 10,53
postato da: alphonsedoria alle ore 14:05 | Permalink | commenti
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