(PARTE SECONDA CAPITOLO OTTAVO Pagina 169)
“ (…) Il n’y a plus de brigands, Dieu merci, en Sicile!...
Au surplus, vous serez là pour me defendre!...
«Ne vous fiez pas !
“C’est-a-dire?”domandava ella, provocantemente.
(Pagina 170)
“Que je me farais brigand moi-meme, pour vous enlever…”
«Ah, quelle idee !... On pourrait en tirer un joli vaudeville !... »
Questa sottolineatura pone diverse interrogativi e un tema particolare come il brigantaggio in Sicilia. Molti sono gli scritti e le inchieste parlamentari su questo tema. Intanto vi è di dire che tanta confusione si è fatta sul fenomeno brigantaggio accomunandolo con banditismo, mafia e atti di criminalità in genere. Non farò un excursus storico del fenomeno, dalle origini delineati dal primo grande storico Deodoro Siculo al periodo in riferimento nel romanzo, per motivi di spazio e per non uscire fuori tema, ma delineerò in sostanza tale argomento che portò alla conseguenza dell’affermazione in contesto del personaggio protagonista Teresa Uzeda. La questione del brigantaggio in Sicilia è in stretta concussione alla questione siciliana e ancor più al razzismo antisicilianista. Sembrano affermazioni di tinta molto forte ma basta pensare a queste parole così testuali per concepire quanto sia scottante il tema: "Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti" scritte da Antonio Gramsci nel 1920 su Ordine Nuovo. Mentre per una certa branca di uomini di cultura la questione siciliana viene trattata con pregiudizi razziali, per un altro verso politico e positivista viene trattata con razzismo senza mezzi termini. Cosa è rimasto oggi di questo pregiudizio razziale o di questo razzismo? Così tanto! Che viene la voglia di argomentare approfondendo in seguito. Il brigantaggio in Sicilia è un tema che quotidianamente, con allarmismi esorbitanti, la stampa continentale italiana pubblicava tanto da fare echeggiare all’estero il terrore di una Terra appestata da chissà quali mostri in forma umana che chiamasi Siciliani. Sono sicuro che il tono delle mie parole sono simili a quelle del-“L’ISOLA DEL SOLE” di Luigi Capuana. Ebbene si! Non solo il tono ma anche il contenuto. Tranne i punti di vista, perché quello di Capuana è da Italiano di Sicilia, mentre il mio è da Siciliano d’Italia. Capuana trova la soluzione in un richiamo al sentimento patriottico italiano. Un sentimento che non esisteva affatto perché non esistevano gli Italiani, solo di fatto una posizione politica. Posizione che tanti ne trassero profitto e vantaggi economici e di poteri e per alcuni Siciliani fu solo una amara illusione. Questo libro non nego di averlo letto e riletto lasciandomi a volte perplesso altre volte con molti interrogativi. L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni. A pagina 25, dopo l’introduzione vi è la ristampa dell’edizione originale con tanto di copertina: Biblioteca Popolare Contemporanea, L’ISOLA DEL SOLE di Luigi Capuana, l’Editore Cav. Niccolò Giannotta – Catania Via Lincoln, 271-273-274 e Via Manzoni, 77 (Stabile proprio) 1898. Ho voluto precisare la gran voglia del Cav. Giannotta, la gran voglia dell’editoria e imprenditoria siciliana a volersi affermare, esistere, la stessa voglia che ancora persiste mentre la pubblica amministrazione della Sicilia, ormai possiamo dire, che è al baratro del fallimento, se l’orgoglio politico dei Siciliani non insorgerà chiedendo i suoi diritti pattuiti con lo Stato Italiano già nel 1946 e riconfermate in seguito nel 1948. Torniamo ai contenuti del libro. L’Isola del Sole anche se è stato pubblicato nel 1898 già nel 1892 era stato scritto da Capuana e sicuramente è stato argomento di discussione con il De Roberto ed in un certo qual modo l’abbia pure ispirato, per meglio dire, condiviso. L’opera è uno sfogo, come Capuana stesso precisa: “mi sono sgorgati dal cuore” (pagina 5), una specie di arringa finale difensiva in un ipotetico tribunale senza tempo e senza Legge, pertanto disperata, ma non rassegnata. Quindi consiglio la lettura del libro ad alta voce… Vorrei precisare che è un’opera letteraria e niente più, ma autentica, meglio dire vera, interprete del sentimento di quanti Siciliani ancora oggi vengono guardati con diffidenza e disprezzo se non apertamente accusati di mafia, colpevoli solo di essere Siciliani. I pubblici accusatori sono: Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino! Presentano come atti d’accusa: LA SICILIA NEL 1876, due volumi di 500 pagine ciascuno, tipografia Barbera, Firenze 1877. Tale inchiesta è la goccia che fa traboccare il vaso d’indignazione del Capuana, perché già pieno di una abbondante letteratura sulle caratteristiche terribili della razza siciliana. Passiamo al testo L’Isola del Sole. Il Capuana avverte il famoso noi che abbiamo già discusso in precedenza, con una rimembranza della propria Patria scaturita da una popolarissima ninna nanna di Donizetti. Popolarissima non solo in Sicilia, ma in gran parte del mondo cristiano. (E questo particolare, che a suscitare questo sentimento non sia qualcosa di prettamente siciliano, è importante perché il Capuana insiste nella sua tesi che la Sicilia essendo parte di questo Mondo è come ogni parte del Mondo stesso, così anche i Siciliani. Sembra banale ma non lo era e non lo è ancora oggi.)
“…in quei pochi momenti ebbi vivissima coscienza della profonda radice che l’amore della patria ha nel nostro cuore apparentemente scettico o distratto, e fui lietissimo di sentirmi siciliano assai più che non credevo. (…) …ebbi rimorso di non essermi sentito fino a quel giorno siciliano abbastanza; (…) …ebbi rimorso di non avere difeso, clamorosamente, e senza sciocche gonfiezze di amor provinciale, la Sicilia, quando l’avevo sentita mal giudicata o calunniata, cosa non rara purtroppo. (pag. 26-27) Questo nuovo sentimento del noi Siciliani lo rende percettore critico di tutte quelle voci stridenti d’indignazione rettorica, di declamazioni di osservatori superficiali, esagerazioni giornalistiche straniere, di quel rimescolio d’intrigucci politico-elettorali. Il grande letterato si pone nuovi interrogativi sulla sua arte e quella dei suoi conterranei come Verga chiedendogli se abbia provato anche lui rimorso dopo avere immortalato con le sue novelle la parte più umile del popolo siciliano, con le sue sofferenze, con la sua rassegnazione orientale, con le sue forti passioni, con le sue ribellioni impetuose e co suoi rapidi eccessi? (…) non abbiamo mai sospettato che la nostra sincera opera d’arte, fraintesa o mal interpretata, potesse venire adoprata a ribadire pregiudizi, fortificare opinioni storie o malevoli, a provare insomma il contrario di quel che era nostra intenzione rappresentare alla fantasia dei lettori. (pag. 27-28) Gli italiani sembrano non conoscere altra Sicilia all’infuori di quella rappresentata da Verga, De Roberto e da lui stesso? Si chiede Capuana. In un articolo del Corriere della Sera apparso il 23 marzo 2008 a firma di Cazzullo Aldo, Raffaele Lombardo attuale governatore “autonomista” della Sicilia rilascia tale dichiarazioni:
“Non mi piace per nulla Verga e la sua immagine dei siciliani sconfitti, rassegnati, vinti. Non amo Pirandello, che invece ce li racconta complicati, imprevedibili, intricati. Non amo De Roberto: mi dipinge l' idea dell' ascaro, che va a Roma con il cappello in mano e qui si gode i privilegi del viceré vessando la sua gente. E meno ancora mi piace Tomasi di Lampedusa. Non è vero che i siciliani siano condannati a non cambiare mai. E non è vero che "siamo dei" Noi siamo fessi. La novità è che ce ne siamo resi conto. Il Ponte servirà anche a guarirci dalla sicilitudine, a svelarci a noi stessi per quel che siamo, uomini come gli altri; infatti lo chiamerei "Ponte della Rivoluzione". Direi che Lombardo non ama la letteratura siciliana in senso lato e profondo, perché posso non essere d’accordo con lo spirito di rassegnazione de Il gattopardo di Tomasi ma ce ne vuole a dire che non mi piace e a non mettere in risalto dandogli giustizia che proprio questo testo ha denunziato la falsità del plebiscito di annessione al Piemonte della Sicilia. Per non parlare delle grande rivelazioni veristiche dei tre grandi (Capuana/Verga/De Roberto) che misero a disposizione dei loro lettori una visione critica sociale e politica della Sicilia. Quei avvertimenti che arrivano dalla letteratura e stimolano l’interesse della ricerca. Non proferisco su Pirandello… perché ha reso così grande la nostra Terra, che a Lombardo doveva cascargli la lingua per averne parlato male. La letteratura ha descritto parte della nostra sicilianità che è giusto riconoscere, anche se è una sola parte di noi. Ma come aveva ragione Capuana nel fraintendimento della loro arte, non solo degli Italiani ma anche di quei Siciliani, come Lombardo che si credono di essere convinti autonomisti… Significando che, Lombardo non ha così compreso lo spirito di autodeterminazione del Popolo Siciliano che vive nelle norme dello Statuto. Nello stesso articolo Lombardo dice pure cose apprezzabili e altre meno “è tempo che l'intera nazione prenda coscienza del male che ci ha fatto Garibaldi: l'unità ci ha portato sottosviluppo, immigrazione, e un genocidio chiamato brigantaggio. Altre ancora ma non sono in contesto. Pure Consolo rispose a questo articolo ma con senso opposto, considerandosi denigratore della Sicilia, dandosi il senso di denunziatore delle malefatte siciliane, con una impropria e puerile divagazione sui cognomi… Concludendo così: “A questi e ai loro epigoni, parafrasando l'antica poesia, il Lombardo potrebbe dire: «Iddio dia briga e travaglio chi la Sicilia vuol guastare!» Secondo il mio punto di vista una esagerazione al quanto interessata.
Capuana nel-L’Isola del Sole continua asserendo che è bastato a loro scrittori di spostare l’attenzione letteraria delle loro opere nella via aristocratica delle grandi città, citando: Mastro don Gesualdo di Verga, Illusione di de Roberto e Profumo (opera propria) ed ecco sparita ogni cruda distanza della vita siciliana. Tanto che basterebbe mutare poche circostanze d’ambiente e di paesaggio per ridurre quei casi senza stonatura di sorta, propri di qualunque altra provincia italiana si volesse. (Pag. 30) Capuana si chiede se questa difformità del basso Popolo Siciliano sia così difforme da gli altri di tane parte d’Italia “…da produrre l’incredibile miraggio della Sicilia strana, fantastica difforme della realtà, di cui tutti ragionano e discutono in questi giorni e che molti giudicano, condannano, maledicono, senza partito preso, né malignità, né rancore, lo confesso, ma con la perfetta buona fede della ignoranza,…” (Pag.31) Capuana stesso da una risposta definitiva a questa discussione a pagina 61 riferendosi al suo Siciliano sofisticato (inteso come ormai contaminato dalle voci continentale sulla Sicilia): “Insomma egli non è di quegli sciocchi che pretendono limitare il diritto dell’arte e intenderle di rappresentare soltanto il male,(pagina 62) quasi la rappresentazione del male implichi una recisa negazione del bene. Egli prende l’arte per quella che è, e non le chiede niente oltre a quel che essa può promettere e dare. (…)L’arte per i suoi fini, può maneggiare senza danno le eccezioni; la scienza no.” Il libro va letto veramente tutto e mi andrebbe di riportarlo minuziosamente parola per parola, ma dobbiamo procedere per il senso della discussione in tema. Capuana s’interroga e riflette come mai tutto ciò che succede in Sicilia diventa a gli occhi di fenomeni ingigantiti, si pongono alla attenzione esterna in maniera esuberante, “…quasi le devastatrici eruzioni del suo gran vulcano siano piuttosto un simbolo materiale del carattere degli abitanti e non un semplice fenomeno geologico uguale ai soliti fenomeni di tutti i vulcani della terra? (Pag.32) Capuana invita a visitare la Sicilia a conoscere gli abitanti e si rammarica di tale ripugnanza per la Trinacria di tanti Italiani come se fosse abitata da mostri terribili. Riporta gli scritti di Guy Maupassant : “In Francia c’è la convinzione che la Sicilia sia un paese selvaggio, difficile ed anche pericoloso da visitare. Di tanto in tanto un viaggiatore, che passa per audace, si avventura fino a Palermo e ritorna assicurando che Palermo è una città interessantissima. Ed è tutto. Per quale ragione Palermo e la Sicilia intiera siano interessanti, nessuno lo sa precisamente. (…) la Sicilia dovrebbe attirare i viaggiatori, giacchè le sue bellezze naturali e le sue bellezze artistiche sono egualmente singolari e notevoli (…) e per la quale migliaia di uomini, spinti dalla violenta cupidigia di ottenerla, si batterono e si scannarono come per una bella donna ardentemente desiderata.” (Pag.34) Il rammarico dell’Autore è che quando pochi italiani vengono in Sicilia per conoscerla meglio il vecchio pregiudizio sembra più forte dei loro propositi d’imparzialità. E qui il riferimento ben preciso a Franchetti e Sonnino: due giovani colti e disinteressati che forse diffidenti della inchiesta avviata dal governo italiano ne hanno promossa una per conto proprio. Già il promuovere un inchiesta parlamentare per Capuana fu un errore perché rimarcava l’eccezionalità di fatti che accadessero in Sicilia. Anche se l’inchiesta di Franchetti e Sonnino era piena di buoni propositi aveva un peccato d’origine.
“Essi erano andati laggiù, come medici al letto di un malato, con l’idea preconcetta che la malattia di quel povero diavolo dovesse essere qualcosa d’insolito, di complicato, di ribelle alle indagini e alle cure della scienza; e non avevano saputo capacitarsi di aver trovato un febbricitante, un colpito, mettiamo, d’ilio-tifo (…)perciò il malato si mutò ai loro occhi in una clinica intera, in un vaso di Pandora;”(Pg.37)
A prova di questo peccato d’origine porto la descrizione dei preparativi del viaggio del terzo compagno di viaggio: Enea Cavalieri, che riporta nella prefazione alla seconda edizione dell’inchiesta LA SICILIA NEL 1876
Poiché era da prevedere che avremmo passato moltissime notti nei più umili villaggi e nei loro alloggi primitivi, abbiamo pensato ad aggiungere al nostro semplicissimo bagaglio dei letti da campo pieghevoli, ognuno munito di quattro vaschette di rame, rientranti l’una nell’altra per economia di spazio, nelle quali, riempiutele d’acqua, tuffare i piedi del letto prima di coricarci, per isolarlo dagli insetti. Abbiamo pure dovuto preoccuparci dell’eventualità di venire aggrediti dai briganti a scopo di ricatto, e quindi abbiamo deciso di provvedere per noi e per un fidato nostro servo che ci doveva accompagnare, quattro carabine «vetterli» del recentissimo modello a ripetizione, e quattro rivoltelle di grosso calibro, da portare costantemente su noi lungo il viaggio nell’interno.
II.
Questi ed altri preparativi ci fecero ritardare la partenza, sicchè fummo preceduti di qualche mese dalla Giunta parlamentare: ma ciò giovò a meglio dissimulare il nostro scopo più vero.
Ricordo che alla vigilia di lasciar Roma, mi trovavo con Leopoldo Franchetti
nell’appartamento occupato da lui in via S. Sebastianello, quando egli nel maneggiare la sua rivoltella, ne lasciò partire un colpo involontariamente. Il proiettile spense la lampada ch’era già accesa sul tavolo, e andò a conficcarsi nell’opposta parete, a pochi millimetri dal petto di un suo vecchio cameriere che stava attraversando la stanza. Costui ne fu assai spaventato e traendone un triste presagio si provò a scongiurare il suo padrone di non partire. Naturalmente fu vana fatica. (Pag. VII) Questo era lo spirito, a Franchetti gli tremava così il sangue che per un niente stava uccidendo il suo vecchio cameriere… Al Capuana leggendo e rileggendo i due libroni gli viene questa riflessione: “Ma da quale Colonia felice, da quale repubblica di Utopia, da quale Città del sole provengono costoro, se si scandalizzano a questo modo di cose e di fatti che avvengono dovunque, ogni giorno, forse per accresciuto pervertimento della società contemporanea, o, senza forse, per intima costituzione naturale della razza umana?” (Pag.38) L’intento dell’Autore è quello di omologare la Sicilia al resto del mondo, senza eccezionalità di sorta. Non solo la Terra viene discriminata ma pure i suoi figli. Mentre: “I Siciliani di laggiù” non condizionati mediaticamente, aggiungerei: ALLORA ora mai più, avevano l’orgoglio di essere tali. “Ma quel povero isolano, quasi sofisticato dal contatto con tante persone delle altre provincie italiane, ha perduto un po’ dell’orgoglio nativo, non sa rinvenire dallo stupore e vuol tranquillarsi, vuol rendersi conto se proprio sia l’illuso o se davvero appartenga a una razza degradata, ribelle a ogni beneficio della civiltà, degna di scomparire dalla faccia della terra, al pari delle Pelli Rossa americane.” (Pag.41) Qui Capuana affronta apertamente il concetto di razzismo antisiciliano, che non è una esagerazione, come vedremo in seguito ma una costatazione. Il parallelismo tra i Siciliani e i Pelli Rosse americane lo ritroveremo in letteratura spessissimo, non solo sicilianista. Mentre i Pelli Rossa hanno avuto depredata la loro terra e sono stati rinchiusi nelle riserve, noi Siciliani abbiamo tenuto la terra ma non la libertà di essere tali, pertanto abbiamo racchiuso la nostra sicilianità in una riserva mentale. Questo concetto è molto vicino a quello espresso dallo scrittore agrigentino Matteo Collura nel suo: Sicilia sconosciuta. Itinerari insoliti e curiosi. I contatti con i Pelli Rossa, gli Indios e noi Siciliani sono pure in usanze e forme, come ad esempio l’uso del rombo che loro utilizzano come figura magica per interpretare le voci delle divinità noi tale forma l’adoperiamo, insieme a figure di pupi (figure umane), nei dolci che si preparano per le festività natalizie fatte con il vino cotto, così chiamati mastazzoli. Ben sappiamo il valore magico religioso che sussiste tra il cibo e il Popolo Siciliano. Gli indiani di Sicilia come argomento, da parte mia, è stato approfondito altre volte. Il Capuana ormai ha creato il suo Siciliano mezzo sofisticato affetto di sicilitudine che viene sballottato dalle statistiche, maggiormente quelli del Commissario Bodio, pertanto con tanto di ufficialità, ma “la statistica è una scienza capace di far dire ai numeri quel che le pare e piace”(Pag.41) Così l’Autore s’avventura a dimostrare quello che possono dire le statistiche, dimostrando che la Sicilia non ha il primo posto nemmeno per i reati di sangue ma il terzo! Per dire che l’emergenza Sicilia, dovrebbe stare a terzo posto almeno e non a primo posto come attenzione dei mass-media e della politica. Il suo isolano mezzo sofisticato, potrà avere una pulce nell’orecchio: “(…)in Sicilia le giurie vanno assai male e le istruttorie peggio. Laggiù si ha paura di colpire, si ha paura di testimoniare; i rei possono contare sulla loro impunità e ricominciare da capo.” (Pag.44) Capuana sempre tramite le statistiche ufficiali del commendatore Bodio, forse un isolano travestito da settentrionale, asserisce scherzosamente, dimostra che negli anni 1869 e 1870, nel distretto giudiziario di Milano, i processi abbandonati, che non continuarono il loro iter per mancanza di prove furono tra l’80 e l’85%, mentre nei distretti di Palermo dal 63 al 69% e così via, pressappoco, pure con gli altri distretti siciliani. Infine cosa vuole il Siciliano mezzo sofisticato? Che nel giudicare i fatti non si usassero due pesi e due misure! Che gli intriganti, i prepotenti, i ladri, gli assassini, i grassatori, i briganti siciliani, siano considerati come quelli di ogni provincia del continente. E come non sono il pretesto per infamare nessuna città del continente non lo siano in Sicilia. Invece a sentire certa gente, parrebbe che il marcio laggiù sia così vasto, che fra poco tutti i siciliani (…) se la divina Provvidenza non s’affretta a fornirli di persone estranee all’isola (…)saranno miseramente costretti a rubarsi, a grassarsi, a sequestrasi tra loro. Ecco allora che viene in mente la ricetta giusta al Siciliano mezzo sofisticato da proporre al Governo: “Si richiamano dalla Sicilia funzionari, soldati, carabinieri a piedi e a cavallo, guardie di pubblica sicurezza; vi s’interdica ogni approdo, si lasciano quei tre milioni e mezzo di briganti a mangiarsi vivi tra loro.” (Pag. 47) Dopo un anno vi si manda un gruppo di esploratori con i giornalisti di tutto il mondo e già sembra leggere le cronache: “Si cammina, per miglia e miglia, fra cranii e stinchi, fra cappelli briganteschi forati da palle, fra stivaloni alla scudiera ritti o riversati, (…) Di notte, l’Etna, accendendo le sue gigantesche colonne eruttive, getta bagliori infernali sul campo della strage, campo di venticinquemila settecento quarant’un chilometri quadrati!...” L’Autore precisa che il suo Siciliano mezzo sofisticato non farnetica, perché ha letto delle vaste associazioni di mafiosi, e alle compiacenze interessate del manutengolismo, alto e basso nelle città e nelle campagne; intorno alle organizzazioni brigantesche; ai loro chiusi intendimenti di rivendicazioni sociali, all’aureola leggendaria che laggiù circonda il capo dei Leone, dei Salpietra, dei Randazzo, dei Valvo, dei Di Pasquale…” (Pag. 48) Sembra che il Siciliano nasca senza peccato e che poi è l’aria morale attossicata da miasmi delittuosi che lo corrompono. Facendo di tutti i Siciliani un’unica famiglia di manutengoli e briganti! (…) Una specie di tendenza gentilizia, per un difetto organico di senso morale… Questa impressione viene, appunto dai due volumi degli allora non onorevoli Franchetti e Sidney Sonnino, (…) gli articoli dei giornali reclamanti dal governo energici provvedimenti e misure eccezionali, eccetera. (Pag. 51) Capuana ironizza su i teorici del razzismo: i Lombroso, i Garofalo, i Ferri. Io aggiungerei all’elenco: Giuseppe Sergi, Luigi Pigorini, Orano, Alfredo Niceforo Guglielmo Ferrero, Arcangelo Ghisleri e tantissimi altri professoroni tra letterati, magistrati, psichiatri e politici. Pertanto c’è da dire che sono stati in tanti ed hanno condizionato sensibilmente la politica tra il 1870 fino alle leggi razziali fasciste nel 1930 che in un certo qual modo tolgono il pregiudizio razzista antimeridionale e di antisicilianismo, soprattutto quando nel 1938 anche gli scienziati sottofirmano il Manifesto della razza, smentendosi categoricamente definendo una sola “razza italiana” di origine ariana. Cesare Lombroso affermava che il delinquente è di nascita, Capuana ironizza scrivendo: “andando di questo passo, avremo forse gli oroscopi scientifici, che permetteranno di predire le speciali qualità e quantità di delitti di cui sarà capace questo o quello neonato, se è proprio indiscutibile che l’eredità, la struttura della scatola del cervello e alcune già note anormalità dello scheletro determinano la produzione…” (Pag. 53) Intanto queste teorie razziste hanno permesso il settentrione la colonizzazione della Sicilia e di tutto il meridione. Gli antropologi positivisti hanno liberato la politica di quell’epoca e futura, dalle loro colpe, essendo i Siciliani e i meridionali inferiori per razza inadatti allo sviluppo e criminali attivi e potenziali. Dando così al settentrione, composto di uomini di razza superiore, il diritto di dominare la Sicilia e il Sud. In Parlamento, mentre Turati criticava apertamente queste teorie, vi furono altri socialisti invece simpatizzarono e appoggiarono anche se non trovavano nel marxismo nessun orientamento, ma nel darwinismo si! Pertanto nella legge dell’evoluzione, La caratterizzazione socialista razzista poggiava, pertanto, nella legge dell’evoluzione, nello sviluppo lineare della storia e che per il bene dell’umanità la specie veniva selezionata tra i migliori e i più deboli dovevano sopperire. Un contributo significativo a questo argomento lo troviamo nei QUADERNI DAL CARCERE – Einaudi Torino 1975- III volume di Antonio Gramsci: “E' noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle masse del Settentrione: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo dell'Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato, la colpa non è del sistema capitalistico o di qualsivoglia altra causa storica, ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari, temperando questa sorte matrigna con l'esplosione puramente individuale di grandi geni, che sono come le solitarie palme in un arido e sterile deserto. Il Partito socialista fu in gran parte il veicolo di questa ideologia borghese nel proletariato settentrionale; il Partito socialista diede tutto il suo crisma a tutta la struttura "meridionalista" della cricca di scrittori della cosiddetta scuola positiva, come i Ferri, i Sergi, i Niceforo, gli Orano, e i minori seguaci... ancora una volta la "scienza" era rivolta a schiacciare i miseri e gli sfruttati, ma questa volta si ammantava dei colori socialisti, pretendeva di essere la scienza del proletariato.”
Considerati “meticci”, dall’origine neolitica dai popoli africani e semitici, pertanto con le stesse caratteristiche razziali, come ufficializzato dalla Commissione Parlamentare “Sicilia Mafiosa”del 1875, concluse così nel 1876: “la Sicilia s'avvicina forse più che qualunque altra parte d'Europa alle infuocate arene della Nubia; in Sicilia v'è sangue caldo, volontà imperiosa, commozione d'animo rapida e violenta” Così la Sicilia, diventa l’Africa d’Italia, in questa maniera veniva appellata dalle testate giornalistiche d’allora. I Siciliani “negroidi” dalla divisione di due razze dell’Italia: la euroasiatica (padana e "ariana"), la euroafricana (centro-meridionale e "negroide") Queste teorie influenzarono fortissimamente il mondo e in particolar modo gli Stati Uniti d’America, dove i meridionali e i Siciliani emigrarono come una autentica diaspora. Questo a conclusione di una repressione in tutto il meridione e in Sicilia abbastanza violenta, soprattutto su quelle forze di resistenza alla colonizzazione piemontese nel sud tra banditi e briganti, ma la repressione fu pure su tutto il popolo. Si contarono 266 mila morti e 498 mila condannati. La diaspora siciliana, simile a quella ebraica del 70 d.C. dopo la distruzione del Tempio a Gerusalemme da parte dell’impero romano, fu in tutte le parti del mondo, in special modo: Argentina, Venezuela, Uruguay, Stati Uniti d’America, Svizzera, Belgio, Germania, Francia, Australia. Questi stati influenzati dalle teorie degli scienziati italiani trovarono al loro arrivo trattamenti apertamente razzisti. Negli U.S.A. dove i Siciliani e i meridionali andarono ad occupare le piantagioni di cotone abbandonate dai neri, dopo la fine dello schiavismo, già allo sbarco Ellis Island (New York) gli Italiani venivano separati tra settentrionali nel reparto dei “bianchi e i meridionali in quello dei non bianchi. I Siciliani venivano etichettati come: "white niggers" oppure "black dagos". Questo comportò un linciaggio sistematico, un trattamento economico inferiore a quella dei neri e venivano perseguitati anche dal Ku Klux Klan. Nel 1940, solo dopo il manifesto della razza, i meridionali e i Siciliani diventarono ufficialmente di razza "whites". In Alabama, Virginia possiamo dire che sia i neri che i Siciliani hanno convissuto negli stessi ghetti e da questa vicinanza è nata una delle più belle forme artistiche della musica: il jazz! I Siciliani portarono con sé l’esperienza bandistica e strumenti i quali uniti ai ritmi afro diede origine al jazz. A prova di questo vi è che nel 1917, l’Original Dixieland Jazz Band realizza la prima incisione discografica, 78 giri, della storia del jazz. L’Original Dixieland Jazz Band, era guidata dal Siciliano Nick La Rocca.
L’accusa razzista ai Siciliani di briganti, mafiosi, criminali per nascita, maggiormente si arguiva quando il loro risultato elettorale non era di gradimento. E’ significativo in tal senso tale contributo di Francesco Renda, così leggiamo nel suo: Storia della mafia - Sigma edizioni – 1997: (Pag.101)…nel 1874, allorché, sciolta la Camera dei deputati e indette le elezioni generali anticipate, la Sinistra in Sicilia ottenne un trionfo che ebbe del clamoroso. Su 48 seggi, ne conquistò infatti 40. (…)Il voto siciliano fu denigrato, demonizzato, dipinto con i più foschi colori. Si gridò alla ingratitudine, alla malafede, al capovolgimento dei valori, al trionfo del malcostume e dell’inganno. In contrasto coi numeri e coi fatti, si aggiunse ancora che il voto medesimo non era suscettibile di influire sugli equilibri italiani, perché era insieme un voto di opposizione mafiosa e di opposizione meridionale. anzi, peggio ancora, un voto di opposizione regionale. Dire opposizione meridionale o regionale non era meno ingiurioso che dire opposizione mafiosa. Il regionalismo cavallo di battaglia della opposizione cattolica era ormai considerato un crimine.(pag.102) A Villa Ruffi, in Romagna, i capi del Partito repubblicano venivano arrestati dalla polizia con l’accusa di essere oppositori anticostituzionali. La loro colpa era quindi solo politica e tutta politica. In Sicilia, invece, in quel di Sciacca, in particolare, gli internazionalisti fra cui il fratello di Saverio Friscia, capo autorevole della Sezione italiana della Internazionale socialista. venivano catturati e inviati immediatamente al confino non perché nemici pericolosi dell’ordine costituito, ma perché associati per delinquere e sospetti di appartenere alla mafia. Non politici dunque ma criminali e solo criminali. Con l’accusa di manutengolismo veniva anche carcerato il barone Angelo Varisano di Enna, grande patriota del ‘48. e nel tentativo di incastrare il barone Nicolo Turrisi Colonna era stata anche disposta una perquisizione a sorpresa della polizia in una sua fattoria nelle Madonie alla cerca di briganti. Fu consequenziale che all’arresto del barone Varisano facesse seguito una vibrata protesta politica anche di carattere patriottico (il governo arrestava un eroe della lotta contro i Borboni) che valicò i confini dell’isola. Non meno energica fu la protesta del barone Turrisi Colonna. Le autorità ne traevano occasione per raffermare le loro antiche convinzioni. Il Franchetti ne concludeva: “Manca alla generalità dei siciliani il sentimento della legge superiore a tutti e uguale per tutti”.
Questa logica sussiste tutt’ora, ancora più amplificata, tanto che, un Siciliano si dovesse chiedere se sia convenevole o no l’andare a votare, perché in qualche modo, potrebbe essere accusato di mafiosità solo è perché ha espresso la sua volontà politica… e guarda caso potrebbe risultare di maggioranza!
Capuana nella sua opera in discussione, infine il suo personaggio è ammalato di sicilianità, ancora non è un sicilianista e nemmeno ammalato di sicilitudine il suo Siciliano mezzo sofisticato si era solo semplicemente convinto di essere un Italiano come i settendrionali ma alla minima sensazione di sicilianità, risveglio dal torpore, presa di coscienza, scopre di non esserlo. Allora i quesiti e le analisi sono tanti. Si chiede, allora, come mai viene accusato tutto il Popolo Siciliano quanto tra briganti, ricattatori, manutengoli, informatori, sommati insieme, non arrivano a mezzo migliaio, mettendo grosso. (pag. 55) La risposta già ormai chiarita precedentemente è nelle teorie razziste, che ancora oggi influenzano i giudizi su ogni Siciliano sulla faccia della Terra e su quelli che una coppia di Siciliani ha intenzione di generare. Capuana arriva a pensare che magari nei primi anni dell’unità era spiegabilissima per gli italiani del continente considerare la Sicilia come i confini del mondo, la ultima Thule virgiliana. E neanche il Governo avesse un’opinione diversa mandava colà gl’impiegati ai quali voleva far sentire gli effetti del suo malcontento (Pag.58)
Si cedettero - né senza qualche ragione- trattati male; non da popolazioni liberamente e volontariamente datasi all’Italia con una rivoluzione e un plebiscito, ma da gente conquistata, tenuta in poco conto, quasi da sfruttare soltanto; e se ne vendicarono arricchendo il loro dialetto di un sinonimo spregiativo con la parola: piemontese. (pag. 59)
L’Autore continua nel suo volume sul concetto della parola mafia che, in maniera molto erudita e qualificata il Pitrè ne da chiarezza nelle sue opere e che Capuana ne riporta le teorie, ammettendo l’esistenza di questa parola ma con significati diversi. Sempre il suo Siciliano sofisticato: “Non ignora che la parola mafia, grazie alle detorsioni ricevute dalla sua recente popolarità mondiale, già ridotta polisensa fin per gli stessi siciliani, serve oggidì a significare ora qualcosa di simile alla camorra napoletana, alla teppa milanese, al bagherinaggio romano; ora qualcosa che forse non ha nome proprio, e che il codice penale e gli agenti di pubblica sicurezza chiamano semplicemente: Associazione di malfattori.” Tutte le altre associazioni di malfattori sembrano non avere nessuna fortuna di successo, Capuana si chiedeva: “-Non si dovrebbero chiamar mafiosi pure costoro?” Oggi possiamo affermare che lo hanno accontentato a noi Siciliani ci hanno dato il copyright di tutti i mali del mondo: Mafia cinese, mafia russa, eccetera. Continua così a pagina 70: “…il clichè della mafia siciliana è fatto da un pezzo; ma la stampa a colori di una mostruosa mafia-piovra, dai mille viscidi tentacoli avvolgenti e stringenti da un capo all’altro la Sicilia, è già stata tirata a migliaia e migliaia di copie, e gli strilloni tornano a spacciarla a ogni propizia occasione per tentar di esaurire la mercanzia accatastata in fondo dei magazzini. (…)ma la calunniatrice fantasia melodrammatica che ha inventato questa mafia e un brigantaggio di maniera, non avranno mai fine, non spariranno mai?” L’errore che si può fare leggendo queste parole è quello che gli antropologi chiamano teleologico, cioè dare significato e ordine partendo dalla conclusione, dunque da oggi. Invece noi dobbiamo rimanere con tutte e due i piedi fermi in quel tempo post unitario. Lo stesso errore una volta lo ha commesso uno studente che discutendo di politica mi ha detto in forma critica: “voi indipendentisti volevate annettere la Sicilia all’America…” Questa decisione politica dando il significato di oggi può suonare come qualcosa di malevole, in quanto oggi e non il 1943, l’U.S.A. non è più vista da tutti come quella potenza liberatrice e l’Italia non è più, grazie a Dio, quella fascista. Ma, questo errore non è innocente, è voluto, perché intanto mette confusione e non dice che con la nascita delle Repubblica Italiana, lo stesso Finocchiaro Aprile in una intervista pre-elettorale al-LA SETTIMANA INCOM – Cronache Siciliane chiarisce apertamente le aspettative indipendentiste siciliane di non volersi staccare dall’Italia ma per la costituente dice ad un loro inviato speciale al Teatro San Giorgi di Catania: “Noi difenderemo un progetto di confederazioni di stati italiani sul tipo Nord American, ciascuno stato potrà governarsi liberamente da se. Alla Sicilia si sta promettendo uno statuto di autonomia. Non ci basta! Vogliamo l’Indipendenza!” . Anche nel caso de L’ISOLA DEL SOLE dobbiamo leggere queste affermazioni del Capuana con il suo autentico significato storico. Pertanto da chiarire che la mafia come oggi si conosce è prettamente italiana! Perché la mafia, come oggi si conosce è nata con l’unità d’Italia. Come abbiamo visto nel-L’Isola del Sole Capuana critica apertamente, perlopiù, Franchetti e Sonnino con la loro inchiesta, la cosa assurda, dal mio punto di vista, che l’edizione in questione del Capuana porta l’Introduzione di Roberto Ciuni, che a sua volta è una critica all’opera. Giustamente io mi accingo, con modestia, a criticare tale critica. E’ così la storia siciliana… Ciuni scrive (Pag.5): “E’ dichiaratamente un pamphlet contro i “detrattori” della Sicilia e la scelta dell’appendice del Pitrè, dove si celebra una specie di elogio della mafia, indica con inequivocabile evidenza da un lato la necessità di Capuana di procurarsi la testimonianza di uno studioso credibile e dall’altro la volontà di cantare un’ode appassionata alla sua terra, finalizzando quest’impeto di lirismo acritico a minimizzare lo “specifico” dei problemi siciliani e addirittura a sostenere che “altrove in Italia si sta molto peggio che da noi”. Dico io, leggere questa introduzione in maniera integrale prima dell’opera del Capuana è pregiudizievole per l’opera stessa, condizionando la lettura della stessa. Pertanto consiglio a chi desidera leggere il libro in questione di saltare l’Introduzione del Ciuni e leggerla dopo aver letto l’opera. Quando Ciuni scrive che l’appendice del Pitrè, dove si celebra una specie di elogio della mafia, asserisce una mera menzogna, perché il Pitrè chiarisce le origini del termine e cosa nella maniera intrinseca significasse, allora, io aggiungo: fino a poco tempo fa, prima del 1970. E’ giusto, a questo punto chiamare in causa il Pitrè, il quale ha scritto: (pagina 9)“La voce mafia (…) è tutt’altro che nuova e recente: e se nessun vocabolarista anteriore al Traina – il primo e forse il solo che la registri – la riferisce, ciò non può autorizzare nessuno a ritenerla posteriore al 1860, come molti han presunto. I nostri vocabolari, formati in gran parte su poeti siciliani, non danno se non la più piccola parte della lingua popolare; e basta dire che parecchie migliaia di voci, di sinonimi e di frasi e modi proverbiali della presente opera nessuno di essi le riporta. (…) Io non pago di affermare la esistenza della nostra voce nel primo sessantennio di questo secolo in un rione di Palermo, il Borgo, (…)E al Borgo la voce mafia coi suoi derivati valse e vale sempre bellezza, graziosità, perfezione, eccellenza (pagina 10) nel suo genere. (…) All’idea di bellezza la voce mafia unisce quella di superiorità e di valentia nel miglior significato della parola e, discorrendo di uomo, qualche cosa di più; coscienza di essere uomo, sicurtà d’animo e, in eccesso di questa, baldanza, ma non mai braveria in cattivo senso non mai arroganza, non mai tracotanza. L’uomo di mafia o mafiusu inteso in questo senso naturale e proprio non dovrebbe metter paura a nessuno, perché pochi quanto lui sono creanzati e rispettosi. Ma disgraziatamente dopo il 1860 le cose hanno mutato aspetto, e la voce mafiusu per molti non ha più il significato originario e primitivo. L’anno 1863 un artista drammatico palermitano, Giuseppe Rizzotto (…) scrisse e cominciò a rappresentare (…)I Mafiusi di la Vicaria. Quelle scene ritraevano con vivezza di caratteri e di tinte le abitudini, i costumi, il parlare dei camorristi di Palermo (pagina 11) e piacquero tanto… (…)Poche commedie ebbero tanta fortuna quanta ne trovò questa in Italia, (…) Ora il nome e le opere di questi nuovi mafiosi son diventati popolarissimi e noti a qualunque classe di persone fino ai giornalisti, agli uomini politici, al governo. Entrata per tal modo nella lingua parlata d’Italia, la voce mafia sta a dinotare uno stato di cose che avea altro nome(…) Esso divenne sinonimo di brigantaggio, di camorra, di malandrinaggio, senza esser nessuna delle tre cose o stato di cose, poiché il brigantaggio è una lotta aperta con le leggi sociali, la camorra un guadagno illecito sulle transazioni economiche, il malandrinaggio è speciale di gente volgare e comunissima, rotta al vizio e che agisce sopra gente di poca levatura. (…) (Pagina 13) E’ chiaro, dopo tutto questo, il triste ufficio a cui è stata condannata la voce mafia; la quale era fino a ieri espressione d’una cosa buona e innocente, ed ora è obbligata a rappresentare cose cattive (…) nocive alla società.” In queste parole non si può leggere l’elogio alla MAFIA come oggi s’indente e che cosa oggi rappresenta, ma al significato dell’aggettivo che essa portava, l’elogio al termine perché quanto significava. Una chiarezza culturale ed etnologica che non vi è nessuna altra più qualificata oltre questa del Pitrè. L’unità d’Italia ha acquisito questo termine dal dramma I Mafiusi di la Vicaria, ne ha fatto uso e consumo per recriminare con l’esclusività un fenomeno invece simile a molte parti del resto d’Italia. E’ molto interessante la deposizione giudiziaria, contro un camorrista di nome Federico Monreale, di un certo napoletano deportato, coatto ad Ustica, un certo Flocco Salvatore, riportata da un povero cronista del 1878: “(Pagina 23): -Dunque, il signor Federico Monreale è una persona potente in Ustica?
(pagina 24) – Altro che…illustrissimo.
–Potente anche verso gli altri deportati?
–Quelli delle altre nazioni, illustrissimo, volete dire? Quelli no. Quelli hanno il capo della loro nazione.
-E di che nazioni sono essi?
-Ce ne sono di Genovesi e di Sardi, ma di più di Romagnoli e di Livornesi. Pertanto l’esclusività della consorteria delinquenziale siciliana così detta: mafia è stato dovuto alla mistificazione con il nuovo potere piemontese e i vari sensali politici. Il povero cronista nella sua raccolta di scritti: “Le cronache dell’Assise di Palermo –Riordinate, raccolte ed ampliate”, un testo che consiglio la lettura per l’interesse antropologico, stampato nelle tipografie del Giornale di Sicilia, in Via Macqueda, in quel 1878, forse appunto dei suoi stessi articoli giornalisti visto che si tratti di fatti realmente accaduti, e il suo voler precisare di non essere romanziere è perché si è attenuto prettamente ai fatti. Pertanto una voce autorevole sulla questione. Fa delle riflessioni importanti che riporterò di seguito. La prima, a (pagina 27): “La mafia è una malattia sociale che si è supposta o voluto supporre una malattia organica e gentilizia della sola Sicilia. Eppure i fenomeni morbosi della stessa malattia organica e gentilizia della sola Sicilia. Eppure i fenomeni morbosi della stessa malattia si manifestano in Napoli, in Bologna, in Ravenna, in Livorno. Anziché malattia organica Siciliana sarebbe invece la mafia una malattia moderna che la Sicilia, le Romagne, la Toscana e il Napoletano hanno tutte avuto da una causa a tutte comune? E’ una investigazione a fare”. Il Capuana scrisse a riguardo la malattia anche se in riferimento al brigantaggio (pagina 86): “E’ da studiare per quali ragioni etnografiche e locali il tristo fenomeno si produca; per quali influenze si riproduca quasi a tempo fisso; e per quali altre ragioni, che paiono strane e non sono, la durata di esso non oltrepassi un certo numero di anni, da permettere di prevederne la fine, come di una malattia della quale si conosca ormai il corso ordinario”. La seconda, sull’omertà, a (pagina 61): “Gli omini della santa omertà diventano dei vigliacchi che si fanno a brani per ottenere ciascheduno quanto meno una diminuzione di pena. (pagina 62) La omertà è una squaldrina camuffata, in elmo e cimiero, che con la lancia in resta minaccia gli uni e impaurisce gli altri. Ma non appena il delegato o il giudice istruttore ci tengono fissi gli occhi addosso, la maschera cade, e la squaldrina trepidante, impaurita, grida mea colpa, nostra colpa, non fosse altro per ottenere le circostanze attenuanti.” La terza, su Franchetti e Sonnino, a (pagina 51): “Le persone cattive ci sono dappertutto, e ce ne hanno senz dubbio anco in Bagheria, ma non per questo che si abbiano ragioni per dire: Bagheria è un tristissimo paese, un paese in cui una persona dabbene si ha a cercare a lume di candela! Questo è un falso ed erroneo giudizio né più né meno come lo è quello dei signori Sonnino e Franchetti, di cui i lettori saranno stufi sino alla nausea di sentir parlare, ma quando la cos va da sé, e forza tornarci qualche volta. Che cosa dice il giudizio storico dei signori Toscani? In Sicilia ci hanno dei birbi e dei malandrini, ergo tutta Sicilia è un covo di birbi e di malandrini!” Lo stesso povero cronista chiarisce che la palestra della santa omertà è la bettola, vera palestra e la esercitazione è il tocco. Lo stesso bettoliere deve essere un omu d’onore e i suoi commessi, i figli e pure la moglie, picciotti d’onore. Gli habitus sono gli omini della santa omertà. Il resto lo ha fatto la storia! Trasformando quelle consorterie criminali in parastatali assicurando a loro una impunità e una potenza sempre crescente ai danni del Popolo Siciliano e a vantaggio del potere istituito, che ha solo preso, facendone di fatto della Sicilia una colonia piemontese. L’ingigantire del fenomeno servì ai mediocri funzionari piemontesi ad accrescere il loro operato. L’opera di collusione tra stato piemontese e malavita organizzata siciliana prima fu in maniera isolata poi sempre più sistematica e regolata. Simbolico è l’atto di denunzia del procuratore generale di Palermo Diego Tajani il quale scoprendo i rapporti tra il capo della polizia Medici e il mafioso Albanese e i suoi picciotti nel 1871 gli emanò un mandato di cattura. Il Governo ordinò che il mandato non fosse eseguito, ed alcuni testimoni dell’accusa vennero assassinati. Questo sorprese ed inquietò Tajani e fu una prima apparente visibilità della MAFIA, come fu nell’avvenire triste per la Sicilia e nelle continue mutazioni in stretta relazione con i vari Governi italiani. Stessa sorte del termine mafia ha avuto la parola omertà. Questo termine il Pitrè da una precisa definizione: (pagina 14): “Omertà non significa umiltà, come potrebbe parere a prima vista, ma omineità, qualità di essere omu, cioè serio, sodo, forte. (…) Base e sostegno dell’omertà è il silenzio; senza di questo l’omu non potrebbe essere omu, né mantenere la sua superiorità incontrastata; restando scoperto agli occhi della Giustizia, ne proverrebbe i rigori.” Qui c’è da precisare quell’omertà originaria del valore di uomo che non chiede aiuto a nessuno, che non denunzia ma si fa giustizia da se, perché tanto sa che quella giustizia non funziona, o peggio ancora si ci rivolge contro. C’è l’altra omertà, quella che assume il significato giornalistico di oggi, che significa silenzio per paura, paura di quella mafia che sa e che colpisce e che un normale cittadino, eroe di tutti i giorni, perché tira a campare tra mille mortificazioni, magari un lavoro a nero o a grigio ha paura, legittima paura e non parla. Questa paura non fa parte della nostra sicilianità, in questa paura non c’è l’omu. Questa paura è stato un dono dell’Italia alla Sicilia. Pertanto quando leggo le asserzioni di un certo Giuseppe Carlo Marino, inorridisco leggendo nel capitolo La mafia come forza originaria del potere la conclusione: (pagina 15) “Come definire questo perverso rapporto tra ceti alti della tradizione aristocratica e la mafia emergente dal “popolo”? Una scomoda alleanza? E’ più corretto evidenziare una complicità. Essa è senz’altro la matrice storica di un originario rapporto omertoso stabilitosi tra il baronaggio politico e la sua base mafiosa ed anche del comune e strumentale orgoglio di difendere e valorizzare la cosiddetta sicilianità. Ecco spiegato come e perché la mafia e le classi egemoni siciliane avrebbero trovato, fino ai nostri giorni, il loro comune denominatore culturale nel sicilianismo. Per questo signore bisogna eliminare qualsiasi residua della cultura siciliana e qualsiasi rivendicazione identitaria siciliana per sconfiggere la mafia… Sterminare un Popolo, nel senso identitario, per eliminare un male che non fa parte della sua cultura ma di una alterazione di potere colonizzante della politica di Cavour e di tutto ciò che ne seguì fino ad oggi. Più razzista antisicilianista di così caro professore Marino non si può? Ma il professore Marino è un Siciliano… Il paradosso dei paradossi è che hanno inculcato al Popolo Siciliano il pregiudizio razziale su se stesso. Con questo teorema che sicilianismo e mafia hanno il loro comune denominatore culturale viene legittimo accusare qualsiasi iniziativa e attivista sicilianista di mafia, o simpatizzante della mafia. In parole pratiche con questa accusa viene criminalizzata qualsiasi azione e movimento di autodeterminazione del Popolo Siciliano. Sappiamo benissimo da gli atti giudiziari che la mafia è stata a servizio delle forze politiche che hanno le segreterie di partito a Roma. L’elettorato suscettibile di influenza mafiosa è stato messo a disposizione ora a l’uno, ora a l’altro, facendo così proprio la mafia ha permesso la colonizzazione clientelare del Popolo Siciliano, ed è stata contraria ed in opposizione a qualsiasi forza politica sicilianista. Proprio a fine della seconda guerra mondiale il M.S.I. che aveva ottenuto il consenso del Popolo Siciliano, con tutte le sfaccettature variegate, ha visto il volta faccia immediato, di quegli elementi cosiddetti mafiosi per la Democrazia Cristiana. E da elementi dei servizi segreti dell’EVIS giungono voci che a tradire Canepa del passaggio del Motoguz in contrada Murazzu Ruttu siano stati proprio i mafiosi. Ma non solo il pensiero siciliano è criminale, pure la Terra di Sicilia, tanto da darci il copyright, ecco come Andrea Sangiuolo asserisce la sua ipotesi sull’origine della mafia con certezza a (pagina 7): “Circa il luogo di nascita della mafia i pareri sono concordi, si tratta della Sicilia, …” I pareri non sono d’accordo affatto come abbiamo già visto è una menzogna dove la verità storica affonda miseramente. Il problema grave di questo libro che è stato distribuito nelle scuole medie superiori a gli insegnanti come SAGGIO CAMPIONE GRATUITO. Significa che i poveri studenti avranno un input inesatto dove costruiranno sopra la formazione culturale. La mafia è un argomento così vasto ed impegnativo da trattare con più spazio e sicuramente in altre occasioni ancora. Mi permetto solo una chiusa del Marchese di Roccaforte Lorenzo Cottù, Marziani il primo dicembre del 1875 quando depose davanti la Commissione Parlamentare d’Inchiesta in Sicilia sulla Mafia: “Questo insulto continuo per cui un individuo si deve vergognare di essere Siciliano: diventa una disgrazia l’essere Siciliano”.
Ritorniamo al nostro romanzo L’Illusione, dove Teresa, corteggiata dal Visconte di Biennes con il suo seducente francese, il quale vuole diventare lui stesso brigante per rapirla. La risposta di Teresa, abbastanza ironica, è quella che se ne potrebbe trarre un autentico vaudeville, un genere teatrale francese di fine Settecento, con inserzioni di versi cantati di tanto in tanto con arie popolari dell’epoca, di genere molto leggero nei contenuti. Quest’aria di varietà nell’impersonare il brigante romantico da parte del Visconte è una precisa satira ad Alessandro Dumas, padre, il quale narrò le imprese del brigante di Villafranca Tirrena, Antonio Bruno sopranominato Zuzza, decapitato il 5 maggio del 1783 sul piano della Marina a Palermo, nel suo romanzo “Pascal Bruno”. Il Capuana criticando tale opera scrisse (pagina 71): “Il tipo brigantesco creato dalla bollente fantasia di Alessandro Dumas padre era già passato di moda, insieme con tutto il ciarpame del romanticismo del ’30; la storia di Antonio Testalonga, del palermitano Linares, non aveva potuto varcare lo stretto per fare concorrenza al Pasquale Bruno del romanziere francese (…) Ci voleva la fervida immaginazione scientifico-socialista di due colte e serie persone per creare di sana pianta una figura che nessun siciliano riconosce, che mille fatti smentiscono; per trasformare feroci assassini in eroi da poema, (…) per arrivare a vedere tutti i contadini siciliani dediti al servizio dei loro amici briganti; pronti a sottrarli alle ricerche della giustizia nascondendoli nelle loro case, in (Pagina 72) paese e in campagna; solleciti, quando coloro sono in azione, ad avvisarli ad ogni minima mossa dei carabinieri (…) Se aveste saputo che appunto i fratelli oppressi, i contadini, erano più offesi e più oltraggiati da costoro nella roba e nell’onore!”
Per potere fare luce veramente sul fenomeno del brigantaggio, dobbiamo prima capire cosa s’intende con questa parola, in quale periodo storico e in quale parte geografica. In Sicilia non abbiamo traccia di questo termine, se non dopo il 1812 e d’importazione francese, insieme a quello di banditismo. Il termine che si avvicina al fenomeno senza inquinamenti storici, nella lingua siciliana è sbannutu, che significa: assassino, ladrone, proveniente etimologicamente dal latino composto di ex banno publicatus, cioè messo al bando, pertanto portatore di taglia. Sappiamo che il più grande degli ex banno publicatus, dai Romani, che la storia ci insegna, fu Gesù di Nazareth! Si associa a tale termine: cumpagnia di sbannuti. E con questo termine vengono chiamati i primi gruppi di schiavi rivoltosi che portarono alle guerre servili. Ma andiamo avanti con i secoli per arrivare al termine sbannutu che tradotto in italiano è bandito. Il termine bandito è di provenienza francese bannir, proveniente dal latino medievale bandire, col significato di mandare in esilio, dal gotico bandwjan, che significa: fare un segnale, nell’uso di allora di emettere un segnale come una bandiera o uno squillo di tromba quando avveniva la cacciata in esilio. Bandito è stato un termine spesso utilizzato e avvicendato come sinonimo a quello di brigante. Il brigante come termine ha origine sicuramente positiva proviene da brigare, significando: disporsi a lottare, pertanto è il partigiano, andando a ritroso nella storia significa, appartenente ad una piccola compagnia di ventura e ancor più, pure soldato a piedi. Gli occupanti nazisti per i partigiani hanno preferito adoperare il termine banditi. Sia banditismo che brigantaggio, arrivano nel Regno delle Due Sicilie nel 1799 quando i Francesi chiamarono briganti i sanfedisti. I sanfedisti erano componenti di un movimento cattolico e monarchico contro i presupposti ideali della rivoluzione francese, ideato e organizzato dal cardinale Fabrizio Dionigi Ruffo dal nome: Esercito della Santa Fede in Nostro Signore Gesù Cristo. Questi gruppi armati furono eterogenei di tutte le genti del meridione, dai contadini ai nobili, appoggiati dalla chiesa, si contrapposero e vinsero gli occupatori Francesi e la Repubblica Napoletana. Questa storia non appartiene alla Sicilia; tanto che, mentre le armate partigiane sanfedisti si contrapponevano ai Francesi, i Siciliani il 25 dicembre 1798 si erano commossi all’arrivo del loro Re Ferdinando credendo che veniva a restaurare il regno di Sicilia e dare così la legittima sovranità. Rimasero poi profondamente delusi e così riluttanti verso la corona quando scoprirono che Ferdinando si veniva a rifugiare in Sicilia dopo essere stato scacciato da Napoli dalle truppe dello Championnet. Gli ideali della rivoluzione francese non sbarcarono in Sicilia, ma attecchirono tra gli aristocratici, tanto che dopo la pace di Firenze del 1801 firmata dal Re in Sicilia s’inasprì la repressione contro i presunti e veri giacobini, con arresti, torture e peni capitali. Come si può notare due storie diverse in due nazioni diverse e in due popoli diversi, tra Scilla e Cariddi. I Francesi chiamarono queste forze di contrapposizione alla loro occupazione, brigant significando: assassini, ladroni. E da qui derivando brigandage (brigantaggio). Termine bene appropriato in quanto già adoperato contro i reazionari armati della rivoluzione francese. Mentre nel meridione nasce così il brigantaggio, in Sicilia vi è ancora il banditismo. Il banditismo ha fattori abbastanza diversificati, nasce: dall’insofferenza sociale, pertanto dalla ribellione di alcuni gruppi armati con l’intento del proprio arricchimento ai danni degli altri (i viandanti del loro passo), dai perseguitati dei Borboni per le loro idee ispirati alla Rivoluzione francese, in piena contrapposizione ai sanfedisti, dallo sfaldamento delle “compagnie d’armi”. Queste compagnie istituiti, con ex galeotti, nel 1770 dai signori feudali contro il banditismo, sono esistiti da sempre, basta ricordare un decreto regio di Federico II con il quale si proibiva ai baroni di farsi accompagnare dalle loro “comitive” in tribunale. Furono organo di oppressione e di potere dei signori feudali contro i loro sudditi. Con lo sfaldamento del sistema feudale in atto sia con le riforme della Costituzione Borbonica del 1812 e nel 1810 con i vari tentativi di ammodernamento del sistema fiscale e lo sviluppo agricolo, le “compagnie d’armi” furono teoricamente sciolte e lasciate nel feudo a seminare terrore, con la connivenza dei signori feudali che ormai abbandonarono le campagne, nonché di alcuni elementi delle autorità locali. Con la delusione politica di Ferdinando III che, dopo la fine dell’era napoleonica, non solo ha sciolto il parlamento siciliano il 15 maggio 1815, nominò luogotenente il figlio Francesco, tornò a Napoli, dove lasciò i titoli di Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia per assumere quello di Ferdinando I delle due Sicilie, decretando la fine del millenario regno di Sicilia. Questo e altre iniziative alimentarono il fervore dei patrioti Siciliani i quali furono perseguitati ed andarono ad ingrossare le ampie file dei sbannuti, solo che ora vengono chiamati dai Borboni in senso dispregiativo tutti quanti briganti! Il brigantaggio in Sicilia ha questa forma variegata e diversificata nei confronti del resto delle nazioni della penisola italica. Ma dove nasce l’inquinamento storico? Principalmente nel volere omologare il fenomeno del brigantaggio in Sicilia con il meridione, volendo creare, a tutti costi, una “questione meridionale” che comprenda quella siciliana. Quando si sa benissimo che sia per motivi politici ben precisi, nel concetto di nazionalità che il Popolo Siciliano ha come coscienza, sia per diversità del fenomeno culturale, non potrà mai identificarsi la problematica siciliana con quella meridionale. E’ come volere curare un malato di raffreddore con le medicine del fratello ammalato di indigestione. E nella interpretazione che gli storici, sia liberal-democratici che marxisti hanno fatto, venendo meno gli schemi consueti, nel rifiutarsi di costatare la rinuncia e la resistenza armata paradossale ai principi illuministici e giacobini, quali portatori di progresso, in tutta la penisola e con maggior rigore nel sud, dove esisteva già un grande regno cattolico. Il volere riportare il tutto in una lotta di classi sociali escludendo le concezioni di carattere identitario porta ad un daltonismo storico. Versione del brigantaggio nella “questione meridionale” generata da Antonio Gramsci grande sostenitore Franco Molfese, che è indiscutibile il fattore di lotta di classe armata. Come il non costatarla matrice religiosa nella difesa armata di interi popoli d’Europa della propria fede e delle loro tradizioni. Come pure l’esigenza propagandistica degli storici unitari dell’intera esaltazione risorgimentale e nel demonizzare le sacche di resistenza partigiana accomunandoli a dei comuni criminali organizzati più o meno a bande. Anche la visione a volte a senso unico dei nazionalisti Siciliani, data ad ogni insorgenza di resistenza ai Piemontesi solo nel lato indipendentista travia la realtà storica, non lasciando trasferire anche il contrasto nell’imposizione di una cultura (laicale degli animatori unitari) antistante alla cultura cattolica dei Meridionali e Siciliani. Niccolò Rodolico scrisse: "Tutto questo che è dignità, fierezza, spirito di sacrificio è stato considerato, specialmente per l’Italia meridionale, fanatismo e brigantaggio"
Così anche il manutengolismo mentre nel meridione ha il significato dei sostenitori e fiancheggiatori ai guerriglieri sanfedisti, in Sicilia ha origine da diversi motivi. In parte proviene dall’omertà, come già è stato scritto in precedenza, molta parte fa la paura dell’impotenza su alcuni terribili assassini, e solo per quel brigantaggio dovuto ai renitenti di leva e perseguitati politici subentra il sostegno non riconoscendo lo Stato Piemontese come proprio ma di occupazione. Così definisce il manutengolismo Franchetti: “…unione di persone d'ogni grado, d'ogni professione, d'ogni specie, che, senza avere nessun legame apparente, continuo e regolare, si trovano sempre riunite per promuovere il reciproco interesse, astrazione fatta da qualunque considerazione di legge, di giustizia e di ordine pubblico, è un sentimento medioevale di colui che crede di poter provvedere alla tutela ed alla incolumità della sua persona e dei suoi averi mercè il suo valore e la sua influenza personale indipendentemente dall'azione dell'autorità e delle leggi”. Il dare un valore di mistero e di potenza a quello che poi hanno differenziato come fenomeno chiamandolo maffia (mafia), per motivi di repressione politica e alleanza con il nuovo stato è servito ancor più ad intimidire il Popolo Siciliano, rinserrandolo sempre più nel silenzio omertoso. E’ lecito avere paura per un uomo in qualsiasi angolo della Terra, diventa pregiudizievole se quell’uomo è un Siciliano, allora quella paura diventa omertà, manutengolismo, complicità con i criminali! Questo è semplicemente razzismo! Nel senso autentico della parola. Certa politica da sempre, sia nell’Italia monarchica che repubblicana, ha creato sistematicamente il fenomeno a livello mediatico per poi inveire contro agevolandosene e giustificando le proprie responsabilità e intenti. Altro che come scrive il Franchetti: “…si sente spesso trapelare una certa compiacenza per il tipo brigantesco, una tendenza a farne un tipo da leggenda…” La sconfitta del brigantaggio meridionale nel 1870 con l’eliminazione delle zone militari, pertanto la fine ufficiale del brigantaggio, come la stessa Teresa Uzeda afferma, porta allo sfocio del banditismo, non più ad una lotta unitaria ad un degrado in criminalità vera e propria anche perché inizia il grande esodo dei Meridionali e dei Siciliani.
Il capitolo di questa segnatura potrebbe finire qui, ma a questo punto mi sembra necessario concludere l’argomento e la disputa del-L’Isola del Sole di Capuana. Il quale a pagina 77: “…la probabile ironia dei siciliani che il Franchetti ha dovuto scambiare per compiacenza; ma la compassione della grande semplicità con cui essi hanno visto combattuto il brigantaggio dai funzionari del Governo,…” Questa stessa ironia la troviamo anche ne Il Gattopardo di Tomasi, quando Chevalley sembrava già rassicurato di trovarsi in Sicilia: “…Tancredi che venne subito assalito dal singolare prurito isolano di raccontare ai forestieri storie raccapriccianti, purtroppo sempre autentiche.” Anche il Franchetti insieme ai suoi compagni sicuramente avranno trovato i loro Tancredi strada facendo assaliti dal singolare prurito isolano, che Capuana chiama ironia dei siciliani ed io chiamerei umorismo. Quell’umorismo che serve a noi Siciliani come difesa, una barriera all’invalicabile riserva mentale, come la riserva territoriale dei pellirossa, la sicilianità. I quali mettiamo in atto in modo particolare con i forestieri. Poi sicuramente visti come sono partiti Franchetti e compagni, armati di tutto punto, come Pecos Bill contro i pellirossa, che per un niente gli partiva un colpo di pistola, cioè con la paura che fa novanta, la voglia ai Siciliani veniva e come. La loro opera è una raccolta d’impressioni come il Franchetti scrisse al suo compagno di viaggio Enea Cavalieri: “In fondo in fondo, mi scriveva, mi pare che anche in mezzo alle nostre discussioni vi fosse accordo e che i due volumi sieno un riassunto abbastanza fedele delle nostre triplici impressioni; ma letto il libro, vorrei tu mi scrivessi che ne pensi.... Sono molto impaziente di avere il tuo giudizio”.
Ed ecco come comincia l’opera (pagina 1): “La prima impressione del viaggiatore che, sbarcato a Palermo, visita la città e i suoidintorni ed ha occasione di frequentare anche in modo superficiale la parte educata di quella popolazione, è certamente una delle più grate che si possano immaginare. Lasciando pure da parte il clima e l’aspetto della natura, già celebrati in tutte le lingue, in versi ed in prosa, buoni e cattivi, la città colla bellezza delle vie principali, l’aspetto monumentale dei palazzi, l’illuminazione notturna, una delle migliori di Europa, presenta tutte le apparenze del centro di un paese ricco e industrioso. Nell’accoglienza dei forestieri, la squisita cortesia non si limita alle forme esterne. Appena si sia manifestata l’intenzione di inoltrarsi nell’interno dell’Isola, abbondano le lettere di raccomandazione, le offerte di ospitalità che poi si sperimentano non essere semplici complimenti.(…) Ma s’egli si trattiene, se apre qualche giornale, se presta l’orecchio alle conversazioni, se interroga egli stesso, sente a poco a poco tutto mutarglisi d’intorno. I colori cambiano, l’aspetto di ogni cosa si trasforma. (…) Dopo un certo numero di tali storie, tutto quel profumo di fiori d’arancio e di limone principia a sapere di cadavere (…)La violenza va esercitandosi apertamente, tranquillamente, regolarmente; è nell’andamento normale delle cose.”
Capuana riporta a pagina 87 le parole del funzionario Gerra, precisando non Siciliano scritte in un rapporto ufficiale del 1874, il quale precisa che i rappresentanti del Governo possono trovare in Sicilia un appoggio sincero e cooperazione attiva al pari d’altrove, basterebbe dare il primo appoggio e fiducia e questo appoggio in Sicilia è sinonimo di forza. Vorrei rimarcare quante sono vere e importanti queste parole e che ritornano oggi come un eco. Capuana continua ( pagina 88) con il rimarcare l’operazione cruenta di repressione, dei “tagliatori di teste” piemontesi: “Non possono dimenticare gli orrori della caccia ai renitenti di leva – in un paese nuovo alla coscrizione – praticata come fra selvaggi, assediando paesetti, minacciando di fucilazione i cittadini se si fossero attentati di uscir di casa, e di assetarli se tutti i renitenti non si fossero presentati fra 12 ore, arrestando a casaccio, facendo morire nelle prigioni, di spavento e di maltrattamenti, povere donne incinte; bruciando vivi contadini, rei soltanto di non aver voluto aprire la porta della loro capanna perché atterriti, in mezzo ad una campagna deserta, da insolito apparato di armi e di armati” Questo era il clima e ancor più non risparmiando ne bambini e a maggior ragione sacerdoti. Rimane per me emblematica la fucilazione di Angela Romano di 9 anni: “L’UNICA BAMBINA AL MONDO CHE VIENE PROCESSATA E FUCILATA – CASTELLAMMARE DEL GOLFO 3 GENNAIO 1862 Dopo un processo sommario vengono fucilati una bambina di 9 anni, un sacerdote, 2 vecchi e tre donne, tutti accusati di essere familiari dei ribelli indipendentisti Siciliani. L’inquisitore gen. Pietro QUINTINO, ex garibaldino, venne dopo decorato con la “Croce SS. Maurizio e Lazzaro” Capuana chiude la sua arringa, invitando tutti quanti in Sicilia ad una festa d’amore, per scoprire loro stessi sia la bellezza ma anche un Popolo di millenaria civiltà aperto e pronto ad una ospitalità senza interessi. Vorrei saltare tutta quanta l’introduzione di Roberto Ciuni, ma è giusto che dia risalto alla sua contrapposizione. A pagina 11 scrive: “Al tempo in cui Capuana scriveva L’isola del sole oppure negli anni nostri, chiunque – siciliano- abbia il problema di dare un giudizio sulla Sicilia è davanti ad un dubbio. “Difenderla” fino a negare certe sue deteriori peculiarità, fino a negare che la mafia sia un tipico prodotto dell’isola, fino a magnificarne ogni aspetto, fino a chieder per essa che lo Stato-rimedi-a-più-che-secolari-carenze, fino ad arrivare a parlar di “conquista” e di “colonizzazione” della Sicilia da parte dei savoiardi piemontesi. (pagina 12) Ovvero “difenderla” in forma critica, ammettendone le peculiarità peggiori, ammettendo la sicilian way of mafia, guardandone in maniera spassionata i difetti, analizzando il comportamento dello Stato senza prevenzioni e parlando sì della cattiva politica post-unitaria ma senza l’enfasi che porta a utilizzare parole come “conquista” ovvero “colonizzazione” e, infine, inglobando la questione dell’isola nel quadro dei rapporti tra nord e sud, tra classi egemoni e classi oppresse, tra una maniera di gestire il potere che troppo a lungo nel corso di cento anni ha tenuto fuori dallo Stato gran parte della comunità nazionale e le forme di riscatto che si sono via via affermate a furia di lacrime e di sangue.”
Direi che questo non è un bivio che pone il signor Ciuni, ma un teorema. La costante è che il Siciliano, sia postrisorgimentale che d’oggi, che deve dare un giudizio alla Sicilia sente il dovere di difenderla, ma è davanti un grave dubbio. Direi che non è un dubbio, ma un bivio politico. A suo dire il signor Ciuni riafferma, le teorie portati avanti da chi ha creduto le teorie razziste che il Siciliano ha innato nel proprio DNA di essere un criminale, pertanto la mafia e un tipico prodotto dell’isola. Interpone la storia: Al tempo in cui Capuana scriveva L’isola del sole oppure negli anni nostri, chiunque – siciliano, così facendo nega la reale prospettiva dei fenomeni. Ma il Siciliano di allora non aveva la mafia di oggi. Fenomeno frutto di una politica che ha permesso: nella prima fase l’utilizzo di questa consorteria criminale, come in tanti altre regioni della penisola, nelle azioni di polizia, consociandosi di fatto con i magistrati e sbirri piemontesi; nella seconda fase in un consociativismo politico clientelare creando così quel mostro Uzeda che possiamo definire la politica italiana di Sicilia. Al signor Ciuni le parole “colonizzazione” e “conquista” lo disturbano anche se fanno parte della verità storica e non quella costruita. La Sicilia non è il Sud dell’Italia, ma è a Sud dell’Italia, lo dimostra il fatto stesso della caratteristica pattizia dello Statuto d’Autonomia accettata dagli Italiani repubblicani e continuamente, minuziosamente non rispettata da gli italiani di Sicilia e da tutti i governi italiani succedutosi. Lo Stato-rimedi-a-più-che-secolari-carenze, ricordo al signor Ciuni che questo rimedio è stato promesso nell’art. 38 dello Statuto d’Autonomia legge costituzionale. La questione siciliana, non è la questione meridionale e non è un problema di classi sociali. La questione Siciliana è un problema politico ed identitario, di giustizia storica e solo con questa confusione di visione tra ieri e oggi e visione dell’insieme si diventa alleati della mafia perché il problema non si vuole risolvere, non si vuole giustizia storica ma solo confusione per potere opprimere un Popolo che ha avuto una sola colpa: la civiltà, la fede e la ricchezza. Valori contrapposti a l’arroganza, ad un ateismo anticlericale e un profondo senso razzista e a una avidità di oro e un bisogno di cassa del regno piemontese alla stretta economica. Valori contrapposti non con il Popolo Piemontese (Padano), ma con quella stretta accozzaglia delinquenziale guidata da massoni con interessi internazionali. E’ giusto dire che la storia è fatta pure e soprattutto di tante persone guidati dalla buona fede e dal senso di giustizia, ma non sono bastate da sole a cambiare il corso. Il signor Ciuni precisa se quello di Capuana fosse un sicilianismo critico o un sicilianismo parolaio? Se il Nasi e il Capuana fossero portatori di progresso o di immobilismo reazionario? Con questo teorema citato dal signor Ciuni, ancora in atto, il Siciliano che vuole difendere la Sicilia al di fuori del Capuana, che aveva come soluzione il patriottismo, e del Nasi non rimane altro che la rassegnazione e il silenzio emigratorio, perché in caso contrario è un reazionario amico dei mafiosi e per il 416bis, mafioso pure lui. Il Siciliano di oggi è sicuramente contro questa mafia che ha permesso alla politica il degrado e la mortificazione sia della propria Terra che del proprio Popolo. Il Siciliano di oggi vuole la verità storica, per avere riconosciuta quella dignità che merita, senza garibaldini massoni o residui razzisti che tengano. La necessità di differenziare la “questione siciliana” da quella meridionale è essenziale e lo stesso signor Ciuni nel suo teorema criticando così quel sicilianismo parolaio di Capuana, atto ad influenzare l’opinione di tanti Siciliani, pertanto viene legittimo considerarlo “un freno obiettivo allo sviluppo di una sana e utile comprensione della “questione siciliana” da parte dei siciliani”. Ecco che al signor Ciuni sorge la necessità di differire la “questione siciliana” da quella meridionale. Noi tutti Siciliani di oggi abbiamo visto nella storia, quanto il sicilianismo abbia avuto spazio nelle pagine della stampa, nel cinema e nella televisione e quanto, invece, ha trovato eco tutto il razzismo, il negare la verità storica, le bombe mediatiche, le false indagini cinematografiche? Oggi ci troviamo in questa Sicilia che ha l’emergenza di un riscatto di orgoglio e di autodeterminazione, grazie a quanti, ancora oggi, fingendo di difenderLa l’hanno affondata definitivamente con teoremi e teorie fantastiche per squallidi interessi marchettari e di partigianesimo politico. Precisiamo ancor di più il signor Ciuni accusa Capuana perché non ha trattato tali argomenti nel suo L’Isola del sole (pagina 17): “Cosa c’è dietro i Fasci siciliani e dietro la repressione di Francesco Crispi? Perché è stata la Sicilia a iniziare i moti sociali di massa in Italia? Cosa significa l’emigrazione meridionale e, soprattutto, tanto per restare alla cronaca del tempo, perché i siciliani sono vittime di linciaggi e di pogrom sanguinosi nei paesi esteri dove vi sono andati a trapiantare? Perché l’Italia non ha comportamenti omogenei da zona a zona ma qui ci si ribella e si affrontano i fucili dell’esercito e li invece è tutto calmo? Quali sono le origini sociologiche del brigantaggio che hanno vissuto altre parti del paese? Ecco una pressante serie di domande alla quale Capuana non dà alcuna risposta. Non se le pone nemmeno. E se non è mestiere suo ragionare in termini politici, è almeno mestiere suo essere informato sui passi che sta facendo la cultura – lui è uomo di lettere, quindi uomo di cultura – riguardo all’indagine sullo “specifico” siciliano.” Le risposte ci sono e pure gli argomenti come abbiamo testé visto, ma non sono quelle desiderate dal signor Ciuni. Io a tutte queste domande ne ho una sola: il Regno delle Due Sicilie è stato colonizzato dal Piemonte. La Sicilia è stata colonizzata dal Piemonte! Capuana non nega affatto la mafia e non la diminuisce come capacità criminale, ma non la estende ad un fattore di entità e di peculiarità del Popolo Siciliano. Questo è stato fatto dagli scienziati razzisti e non è ammissibile, accettabile, nemmeno oggi, perché semplicemente non è la verità. Il razzismo antisiciliano ha generato la repressione e il convincimento anche all’estero dell’indole criminale e del basso quoziente intellettivo dei Meridionali e dei Siciliani. Ora la colpa di tutto bisogna darla a chi ha appoggiato queste teorie sostenendo le crociate politiche e gli esercizi di retorica contro il Popolo Siciliano. Capuana credeva nell’Italia ed era cauto nelle accuse, non esplicito, mitigava, ma tanto la sua vuole essere solo un’opera letteraria e basta. Per risposta a tutto ciò riporto ciò che il signor Ciuni ha riportato nella sua introduzione (pagina 18) : “ Anche Taiani è “sicilianista”; sol che non si sogna di negare lo “specifico” della situazione dell’isola ed attribuisce i mali della Sicilia al cattivo governo: “Dal 1860 al 1866 fu un continuo offendere abitudini secolari, tradizioni secolari, suscettibilità anche puntigliose, se vuolsi, di popolazioni animose, vivaci, espansive, e che erano disposti a ricambiare con un tesoro di affetti un governo che avesse saputo studiare e conoscerle… Alla Sicilia è stato dato ogni bene materiale, se vuolsi, ma è stata negata la giustizia… Alla Sicilia è stata aperta la via ad ogni maniera d’arricchire ma è stata aperta la via alla propria corruzione…” Ora vorrei fare il parallelismo alle parole scritte da Capuana (pagina 88): “Ora, fino a che l’azione della polizia sarà laggiù saltuaria empirica, diretta dalla più madornale ignoranza della (pagina 89) vita siciliana, cioè, del gran complesso di storia, di tradizione, di usi, di costumi, di sentimenti da cui vien composto e formato il carattere particolare di quelle regioni; fino a che il Governo non farà tesoro della loro saggezza popolare, meditando il proverbio accennato: “Ama l’amico tuo col vizio suo”, no, non sarà possibile che le cose isolane procedano diversamente, o volgano in meglio.” Continua poi chiedendosi come mai tutti gli sforzi della Sicilia a volersi mettere a paro con le altre regioni le industrie non fioriscono come altrove “e i prodotti rimanevano invenduti, deprezzati, come colpiti da interdizione” mi viene in mente che il signor Ciuni forse il libro non lo ha letto o gli ha dato una sola guardata… A prova dell’equazione Sicilia=Mafia, il signor Ciuni porta tale contributo (pagina 20): “Giuseppe Alongi, poi, con la sua conoscenza tecnica delle faccende della delinquenza siciliana (era stato commissario di pubblica sicurezza) e con l’approfondimento dei suoi studi criminologici alla luce dei testi del positivismo di Cesare Lombroso e di Enrico Ferri, aveva prodotto un testo fondamentale, il primo, possiamo dire, sulle cause, sulle manifestazioni e sulle peculiarità della mafia. Testo che oggi è considerato un classico e dal quale si traggono ancora utili insegnamenti”… Stiamo scherzando? Da popolano che sono mi viene di alzare la voce intercalando con sconcezze varie… Cesare Lombroso? Enrico Ferri? Ma non sono i padri del razzismo antisiciliano? Il signor Ciuni stesso scrive (pagina 22): “Da un lato, i positivisti della scuola criminologica di Lombroso riconducevano lo “specifico” siciliano alla razza: ed era un’infamia culturale della quale ha fatto ampiamente giustizia il corso degli studi successivi ma alla fine dell’ottocento costituiva una tesi con cui bisognava fare i conti.” Non crede che portare avanti ancora oggi queste tesi razziste e derivati in diverse forme, è una vera vergogna? Il giudizio finale del signor Ciuni è singolare (pagina 24): “Parlando con l’uomo politico dell’Antimafia, ricordavamo Il gattopardo: “Caro Chevalley, i siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti; la loro vanità e più forte della loro miseria”. Le stesse parole di Tomasi di Lampedusa, vengono in mente terminando la lettura de L’isola del sole. E’ proprio vero: a certi estremi, portata a certi gradi di violenza la sicilianità diventa un’ideologia. Il libro di Capuana ne è un documento. ROBERTO CIUNI”. Riportando le parole della rassegnazione siciliana de-Il gattopardo dove muore qualsiasi atto concreto del sicilianismo, il signor Ciuni, come un grande inquisitore che accusa di eresia mette al rogo il libro del Capuana. Ed è enigmatica questa sua chiusa, con una sicilianità violenta che lui ha letto, o sunto, nel libro. Un libro dove parla nella chiusa di festa d’amore, d’invito a tutti coloro che vogliono costatare la sicilianità di persona, ed è indiscutibilmente vero. Un libro, dove Capuana vuole una Sicilia italiana trattata come le altre regioni (patriottismo). Un libro di difesa contro il razzismo antisiciliano. Spero solo che L’Isola del Sole di Luigi Capuana venga letto ancora, ma con giusto senso critico e non con un occhio solo, magari dentro un triangolo massonico… Proprio in questi giorni leggevo sulla rivista “S” un interessante articolo: “MAFIA E MASSONERIA UN RAPPORTO MAI INTERROTTO” di Antonio Ingroia: “La storia della mafia probabilmente sarebbe un’altra se mancasse la componente dei suoi rapporti con la massoneria”. Ed è sempre più incontestabile che certe logge massoniche sono serviti come camere di compensazione per direttive da una parte a l’altra tra un certo Potere (cosiddetto: Stato deviato – Servizi Segreti deviati) e la mafia. E’ un discorso che approfondiremo in un altro luogo.
La Giunta Parlamentare composta da 9 membri: G. Borsani, Presidente; G. Alasia, N. Cusa, C. De Cesare, P. De Luca, L. Gravina, F. Paternostro, C.Verga, e R. Bonfadini relatore. Eletta nel mese di luglio del 1875 dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla "Sicilia mafiosa".
SICILIANETA’ SICILITUDINE E SICILIANISMO;
INDAGINE ARCHEOLOGICA SUPERFICIALE DEL TERRITORIO DI SICULIANA.
Luigi Bodio (Milano, 12 ottobre 1840 – Roma, 2 novembre 1920) è stato uno statistico italiano, considerato tra i fondatori della statistica italiana.
Diego Tajani (Cutro, 8 giugno 1827 – Roma, 2 febbraio 1921) è stato un politico italiano, senatore del Regno. Fu ministro di Grazia e Giustizia e Culti ammessi dei Governi Depretis III, VII e VIII.
La Mafia e l’omertà Giuseppe Pitrè Gruppo Editoriale Brancato -2002 Palermo Stampato presso lo stabilimento “VALPRINT S.p.A.” Brugherio – Milano
IL PREGIUDIZIO RAZZIALE E Mister Denis Mack Smith (dell’autore)
Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, Zanichelli, Bologna 1979, vol. I, voce brigànte, p. 166.
Niccolò Rodolico, Il Popolo agli inizi del Risorgimento nell’Italia meridionale. 1798-1801, Le Monnier, Firenze 1926, p. XIII. Tratto: FRANCESCO PAPPALARDO, Cristianità n. 223 (1993)
“Antonio Ingroia, sostituto procuratore a Palermo, che spesso nelle sue indagini si è trovato ad incrociare quel groviglio di interessi in cui la mafia si limita a fare la sua parte, insieme ad altri comprimari.” Scritto da Saverio Lodato - 5 settembre 2008. Antonio Ingroia è sostituto procuratore della Repubblica presso la direzione distrettuale antimafia di Palermo dal 1992, dove ha condotto numerosi processi su Cosa nostra e sui suoi rapporti con il mondo della politica e dell'economia. È componente della commissione ministeriale per il riordino della normativa antimafia è considerato uno degli allievi di Paolo Borsellino.
25 ottobre 2008 vedendo su RAIDUE la trasmissione televisiva diretta da Francesco Facchinetti SCALO 76 ho avuto il triste sentore di quell’autentico razzismo antisiciliano nato con l’unità d’Italia, dagli scienziati della scuola di Cesare Lombroso. Sullo schermo vi era la scritta MAFIE. Mi dico molto incoraggiate per un verso, perché non si tratta di mafia con il copyright siciliano… Vi erano ospiti i giovani palermitani cantanti rap i Combamastas guidati da Othello, i quali cantarono in Siciliano, e questo mi ha gratificato, oltre il testo molto interessante e apprezzabile, U TAGGHIAMU STU PALLUNI andava tutto a meraviglia. Pure con la tv locale TELEJATO, più piccola del mondo con il direttore più grande del mondo: PINO MANJACI. Quando le tv sono veramente libere e senza paura. Vi erano altri ospiti e tra questi Alfio Caruso, mandato dalla sua casa editrice sicuramente per promuovere il libro appena uscito, che non leggerò. A un certo punto se ne esce che il Siciliano è geneticamente mafioso e che Palermo potrebbe diventare la città ideale solo senza i Siciliani (Palermitani). Sicuramente ha fatto un fiasco totale, una figura penosa, perché questo razzismo antisiciliano nato nel 1870 e che portò tanto male e una lotta impropria alla mafia rendendola sempre più forte, non è così accettabile oggi. Pino Manjaci lo ha dissentito apertamente, dicendo che sono solo poche centinaia di famiglie di merd… che inquinano il buon nome di tanti Siciliani onesti. Poi la chiusa di Facchinetti richiamandosi a Lucio Dalla con la sua canzone Sono Siciliano con un pallone in mano in primo piano allo schermo dice: penso che qui siamo tutti Siciliani ora lo tagliamo questo pallone? Come vedi signor Caruso hai offeso solo il Popolo Siciliano ammatula… Se hai pensato veramente a quello che hai detto ti dovresti vergognare fino al midollo osseo, ma non basterebbe. Ora basta con questo razzismo illogico
(PARTE SECONDA CAPITOLO OTTAVO Pagina 169)
“ (…) Il n’y a plus de brigands, Dieu merci, en Sicile!...
Au surplus, vous serez là pour me defendre!...
«Ne vous fiez pas !
“C’est-a-dire?”domandava ella, provocantemente.
(Pagina 170)
“Que je me farais brigand moi-meme, pour vous enlever…”
«Ah, quelle idee !... On pourrait en tirer un joli vaudeville !... »
Questa sottolineatura pone diverse interrogativi e un tema particolare come il brigantaggio in Sicilia. Molti sono gli scritti e le inchieste parlamentari su questo tema. Intanto vi è di dire che tanta confusione si è fatta sul fenomeno brigantaggio accomunandolo con banditismo, mafia e atti di criminalità in genere. Non farò un excursus storico del fenomeno, dalle origini delineati dal primo grande storico Deodoro Siculo al periodo in riferimento nel romanzo, per motivi di spazio e per non uscire fuori tema, ma delineerò in sostanza tale argomento che portò alla conseguenza dell’affermazione in contesto del personaggio protagonista Teresa Uzeda. La questione del brigantaggio in Sicilia è in stretta concussione alla questione siciliana e ancor più al razzismo antisicilianista. Sembrano affermazioni di tinta molto forte ma basta pensare a queste parole così testuali per concepire quanto sia scottante il tema: "Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti" scritte da Antonio Gramsci nel 1920 su Ordine Nuovo. Mentre per una certa branca di uomini di cultura la questione siciliana viene trattata con pregiudizi razziali, per un altro verso politico e positivista viene trattata con razzismo senza mezzi termini. Cosa è rimasto oggi di questo pregiudizio razziale o di questo razzismo? Così tanto! Che viene la voglia di argomentare approfondendo in seguito. Il brigantaggio in Sicilia è un tema che quotidianamente, con allarmismi esorbitanti, la stampa continentale italiana pubblicava tanto da fare echeggiare all’estero il terrore di una Terra appestata da chissà quali mostri in forma umana che chiamasi Siciliani. Sono sicuro che il tono delle mie parole sono simili a quelle del-“L’ISOLA DEL SOLE” di Luigi Capuana. Ebbene si! Non solo il tono ma anche il contenuto. Tranne i punti di vista, perché quello di Capuana è da Italiano di Sicilia, mentre il mio è da Siciliano d’Italia. Capuana trova la soluzione in un richiamo al sentimento patriottico italiano. Un sentimento che non esisteva affatto perché non esistevano gli Italiani, solo di fatto una posizione politica. Posizione che tanti ne trassero profitto e vantaggi economici e di poteri e per alcuni Siciliani fu solo una amara illusione. Questo libro non nego di averlo letto e riletto lasciandomi a volte perplesso altre volte con molti interrogativi. L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni. A pagina 25, dopo l’introduzione vi è la ristampa dell’edizione originale con tanto di copertina: Biblioteca Popolare Contemporanea, L’ISOLA DEL SOLE di Luigi Capuana, l’Editore Cav. Niccolò Giannotta – Catania Via Lincoln, 271-273-274 e Via Manzoni, 77 (Stabile proprio) 1898. Ho voluto precisare la gran voglia del Cav. Giannotta, la gran voglia dell’editoria e imprenditoria siciliana a volersi affermare, esistere, la stessa voglia che ancora persiste mentre la pubblica amministrazione della Sicilia, ormai possiamo dire, che è al baratro del fallimento, se l’orgoglio politico dei Siciliani non insorgerà chiedendo i suoi diritti pattuiti con lo Stato Italiano già nel 1946 e riconfermate in seguito nel 1948. Torniamo ai contenuti del libro. L’Isola del Sole anche se è stato pubblicato nel 1898 già nel 1892 era stato scritto da Capuana e sicuramente è stato argomento di discussione con il De Roberto ed in un certo qual modo l’abbia pure ispirato, per meglio dire, condiviso. L’opera è uno sfogo, come Capuana stesso precisa: “mi sono sgorgati dal cuore” (pagina 5), una specie di arringa finale difensiva in un ipotetico tribunale senza tempo e senza Legge, pertanto disperata, ma non rassegnata. Quindi consiglio la lettura del libro ad alta voce… Vorrei precisare che è un’opera letteraria e niente più, ma autentica, meglio dire vera, interprete del sentimento di quanti Siciliani ancora oggi vengono guardati con diffidenza e disprezzo se non apertamente accusati di mafia, colpevoli solo di essere Siciliani. I pubblici accusatori sono: Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino! Presentano come atti d’accusa: LA SICILIA NEL 1876, due volumi di 500 pagine ciascuno, tipografia Barbera, Firenze 1877. Tale inchiesta è la goccia che fa traboccare il vaso d’indignazione del Capuana, perché già pieno di una abbondante letteratura sulle caratteristiche terribili della razza siciliana. Passiamo al testo L’Isola del Sole. Il Capuana avverte il famoso noi che abbiamo già discusso in precedenza, con una rimembranza della propria Patria scaturita da una popolarissima ninna nanna di Donizetti. Popolarissima non solo in Sicilia, ma in gran parte del mondo cristiano. (E questo particolare, che a suscitare questo sentimento non sia qualcosa di prettamente siciliano, è importante perché il Capuana insiste nella sua tesi che la Sicilia essendo parte di questo Mondo è come ogni parte del Mondo stesso, così anche i Siciliani. Sembra banale ma non lo era e non lo è ancora oggi.)
“…in quei pochi momenti ebbi vivissima coscienza della profonda radice che l’amore della patria ha nel nostro cuore apparentemente scettico o distratto, e fui lietissimo di sentirmi siciliano assai più che non credevo. (…) …ebbi rimorso di non essermi sentito fino a quel giorno siciliano abbastanza; (…) …ebbi rimorso di non avere difeso, clamorosamente, e senza sciocche gonfiezze di amor provinciale, la Sicilia, quando l’avevo sentita mal giudicata o calunniata, cosa non rara purtroppo. (pag. 26-27) Questo nuovo sentimento del noi Siciliani lo rende percettore critico di tutte quelle voci stridenti d’indignazione rettorica, di declamazioni di osservatori superficiali, esagerazioni giornalistiche straniere, di quel rimescolio d’intrigucci politico-elettorali. Il grande letterato si pone nuovi interrogativi sulla sua arte e quella dei suoi conterranei come Verga chiedendogli se abbia provato anche lui rimorso dopo avere immortalato con le sue novelle la parte più umile del popolo siciliano, con le sue sofferenze, con la sua rassegnazione orientale, con le sue forti passioni, con le sue ribellioni impetuose e co suoi rapidi eccessi? (…) non abbiamo mai sospettato che la nostra sincera opera d’arte, fraintesa o mal interpretata, potesse venire adoprata a ribadire pregiudizi, fortificare opinioni storie o malevoli, a provare insomma il contrario di quel che era nostra intenzione rappresentare alla fantasia dei lettori. (pag. 27-28) Gli italiani sembrano non conoscere altra Sicilia all’infuori di quella rappresentata da Verga, De Roberto e da lui stesso? Si chiede Capuana. In un articolo del Corriere della Sera apparso il 23 marzo 2008 a firma di Cazzullo Aldo, Raffaele Lombardo attuale governatore “autonomista” della Sicilia rilascia tale dichiarazioni:
“Non mi piace per nulla Verga e la sua immagine dei siciliani sconfitti, rassegnati, vinti. Non amo Pirandello, che invece ce li racconta complicati, imprevedibili, intricati. Non amo De Roberto: mi dipinge l' idea dell' ascaro, che va a Roma con il cappello in mano e qui si gode i privilegi del viceré vessando la sua gente. E meno ancora mi piace Tomasi di Lampedusa. Non è vero che i siciliani siano condannati a non cambiare mai. E non è vero che "siamo dei" Noi siamo fessi. La novità è che ce ne siamo resi conto. Il Ponte servirà anche a guarirci dalla sicilitudine, a svelarci a noi stessi per quel che siamo, uomini come gli altri; infatti lo chiamerei "Ponte della Rivoluzione". Direi che Lombardo non ama la letteratura siciliana in senso lato e profondo, perché posso non essere d’accordo con lo spirito di rassegnazione de Il gattopardo di Tomasi ma ce ne vuole a dire che non mi piace e a non mettere in risalto dandogli giustizia che proprio questo testo ha denunziato la falsità del plebiscito di annessione al Piemonte della Sicilia. Per non parlare delle grande rivelazioni veristiche dei tre grandi (Capuana/Verga/De Roberto) che misero a disposizione dei loro lettori una visione critica sociale e politica della Sicilia. Quei avvertimenti che arrivano dalla letteratura e stimolano l’interesse della ricerca. Non proferisco su Pirandello… perché ha reso così grande la nostra Terra, che a Lombardo doveva cascargli la lingua per averne parlato male. La letteratura ha descritto parte della nostra sicilianità che è giusto riconoscere, anche se è una sola parte di noi. Ma come aveva ragione Capuana nel fraintendimento della loro arte, non solo degli Italiani ma anche di quei Siciliani, come Lombardo che si credono di essere convinti autonomisti… Significando che, Lombardo non ha così compreso lo spirito di autodeterminazione del Popolo Siciliano che vive nelle norme dello Statuto. Nello stesso articolo Lombardo dice pure cose apprezzabili e altre meno “è tempo che l'intera nazione prenda coscienza del male che ci ha fatto Garibaldi: l'unità ci ha portato sottosviluppo, immigrazione, e un genocidio chiamato brigantaggio. Altre ancora ma non sono in contesto. Pure Consolo rispose a questo articolo ma con senso opposto, considerandosi denigratore della Sicilia, dandosi il senso di denunziatore delle malefatte siciliane, con una impropria e puerile divagazione sui cognomi… Concludendo così: “A questi e ai loro epigoni, parafrasando l'antica poesia, il Lombardo potrebbe dire: «Iddio dia briga e travaglio chi la Sicilia vuol guastare!» Secondo il mio punto di vista una esagerazione al quanto interessata.
Capuana nel-L’Isola del Sole continua asserendo che è bastato a loro scrittori di spostare l’attenzione letteraria delle loro opere nella via aristocratica delle grandi città, citando: Mastro don Gesualdo di Verga, Illusione di de Roberto e Profumo (opera propria) ed ecco sparita ogni cruda distanza della vita siciliana. Tanto che basterebbe mutare poche circostanze d’ambiente e di paesaggio per ridurre quei casi senza stonatura di sorta, propri di qualunque altra provincia italiana si volesse. (Pag. 30) Capuana si chiede se questa difformità del basso Popolo Siciliano sia così difforme da gli altri di tane parte d’Italia “…da produrre l’incredibile miraggio della Sicilia strana, fantastica difforme della realtà, di cui tutti ragionano e discutono in questi giorni e che molti giudicano, condannano, maledicono, senza partito preso, né malignità, né rancore, lo confesso, ma con la perfetta buona fede della ignoranza,…” (Pag.31) Capuana stesso da una risposta definitiva a questa discussione a pagina 61 riferendosi al suo Siciliano sofisticato (inteso come ormai contaminato dalle voci continentale sulla Sicilia): “Insomma egli non è di quegli sciocchi che pretendono limitare il diritto dell’arte e intenderle di rappresentare soltanto il male,(pagina 62) quasi la rappresentazione del male implichi una recisa negazione del bene. Egli prende l’arte per quella che è, e non le chiede niente oltre a quel che essa può promettere e dare. (…)L’arte per i suoi fini, può maneggiare senza danno le eccezioni; la scienza no.” Il libro va letto veramente tutto e mi andrebbe di riportarlo minuziosamente parola per parola, ma dobbiamo procedere per il senso della discussione in tema. Capuana s’interroga e riflette come mai tutto ciò che succede in Sicilia diventa a gli occhi di fenomeni ingigantiti, si pongono alla attenzione esterna in maniera esuberante, “…quasi le devastatrici eruzioni del suo gran vulcano siano piuttosto un simbolo materiale del carattere degli abitanti e non un semplice fenomeno geologico uguale ai soliti fenomeni di tutti i vulcani della terra? (Pag.32) Capuana invita a visitare la Sicilia a conoscere gli abitanti e si rammarica di tale ripugnanza per la Trinacria di tanti Italiani come se fosse abitata da mostri terribili. Riporta gli scritti di Guy Maupassant : “In Francia c’è la convinzione che la Sicilia sia un paese selvaggio, difficile ed anche pericoloso da visitare. Di tanto in tanto un viaggiatore, che passa per audace, si avventura fino a Palermo e ritorna assicurando che Palermo è una città interessantissima. Ed è tutto. Per quale ragione Palermo e la Sicilia intiera siano interessanti, nessuno lo sa precisamente. (…) la Sicilia dovrebbe attirare i viaggiatori, giacchè le sue bellezze naturali e le sue bellezze artistiche sono egualmente singolari e notevoli (…) e per la quale migliaia di uomini, spinti dalla violenta cupidigia di ottenerla, si batterono e si scannarono come per una bella donna ardentemente desiderata.” (Pag.34) Il rammarico dell’Autore è che quando pochi italiani vengono in Sicilia per conoscerla meglio il vecchio pregiudizio sembra più forte dei loro propositi d’imparzialità. E qui il riferimento ben preciso a Franchetti e Sonnino: due giovani colti e disinteressati che forse diffidenti della inchiesta avviata dal governo italiano ne hanno promossa una per conto proprio. Già il promuovere un inchiesta parlamentare per Capuana fu un errore perché rimarcava l’eccezionalità di fatti che accadessero in Sicilia. Anche se l’inchiesta di Franchetti e Sonnino era piena di buoni propositi aveva un peccato d’origine.
“Essi erano andati laggiù, come medici al letto di un malato, con l’idea preconcetta che la malattia di quel povero diavolo dovesse essere qualcosa d’insolito, di complicato, di ribelle alle indagini e alle cure della scienza; e non avevano saputo capacitarsi di aver trovato un febbricitante, un colpito, mettiamo, d’ilio-tifo (…)perciò il malato si mutò ai loro occhi in una clinica intera, in un vaso di Pandora;”(Pg.37)
A prova di questo peccato d’origine porto la descrizione dei preparativi del viaggio del terzo compagno di viaggio: Enea Cavalieri, che riporta nella prefazione alla seconda edizione dell’inchiesta LA SICILIA NEL 1876
Poiché era da prevedere che avremmo passato moltissime notti nei più umili villaggi e nei loro alloggi primitivi, abbiamo pensato ad aggiungere al nostro semplicissimo bagaglio dei letti da campo pieghevoli, ognuno munito di quattro vaschette di rame, rientranti l’una nell’altra per economia di spazio, nelle quali, riempiutele d’acqua, tuffare i piedi del letto prima di coricarci, per isolarlo dagli insetti. Abbiamo pure dovuto preoccuparci dell’eventualità di venire aggrediti dai briganti a scopo di ricatto, e quindi abbiamo deciso di provvedere per noi e per un fidato nostro servo che ci doveva accompagnare, quattro carabine «vetterli» del recentissimo modello a ripetizione, e quattro rivoltelle di grosso calibro, da portare costantemente su noi lungo il viaggio nell’interno.
II.
Questi ed altri preparativi ci fecero ritardare la partenza, sicchè fummo preceduti di qualche mese dalla Giunta parlamentare: ma ciò giovò a meglio dissimulare il nostro scopo più vero.
Ricordo che alla vigilia di lasciar Roma, mi trovavo con Leopoldo Franchetti
nell’appartamento occupato da lui in via S. Sebastianello, quando egli nel maneggiare la sua rivoltella, ne lasciò partire un colpo involontariamente. Il proiettile spense la lampada ch’era già accesa sul tavolo, e andò a conficcarsi nell’opposta parete, a pochi millimetri dal petto di un suo vecchio cameriere che stava attraversando la stanza. Costui ne fu assai spaventato e traendone un triste presagio si provò a scongiurare il suo padrone di non partire. Naturalmente fu vana fatica. (Pag. VII) Questo era lo spirito, a Franchetti gli tremava così il sangue che per un niente stava uccidendo il suo vecchio cameriere… Al Capuana leggendo e rileggendo i due libroni gli viene questa riflessione: “Ma da quale Colonia felice, da quale repubblica di Utopia, da quale Città del sole provengono costoro, se si scandalizzano a questo modo di cose e di fatti che avvengono dovunque, ogni giorno, forse per accresciuto pervertimento della società contemporanea, o, senza forse, per intima costituzione naturale della razza umana?” (Pag.38) L’intento dell’Autore è quello di omologare la Sicilia al resto del mondo, senza eccezionalità di sorta. Non solo la Terra viene discriminata ma pure i suoi figli. Mentre: “I Siciliani di laggiù” non condizionati mediaticamente, aggiungerei: ALLORA ora mai più, avevano l’orgoglio di essere tali. “Ma quel povero isolano, quasi sofisticato dal contatto con tante persone delle altre provincie italiane, ha perduto un po’ dell’orgoglio nativo, non sa rinvenire dallo stupore e vuol tranquillarsi, vuol rendersi conto se proprio sia l’illuso o se davvero appartenga a una razza degradata, ribelle a ogni beneficio della civiltà, degna di scomparire dalla faccia della terra, al pari delle Pelli Rossa americane.” (Pag.41) Qui Capuana affronta apertamente il concetto di razzismo antisiciliano, che non è una esagerazione, come vedremo in seguito ma una costatazione. Il parallelismo tra i Siciliani e i Pelli Rosse americane lo ritroveremo in letteratura spessissimo, non solo sicilianista. Mentre i Pelli Rossa hanno avuto depredata la loro terra e sono stati rinchiusi nelle riserve, noi Siciliani abbiamo tenuto la terra ma non la libertà di essere tali, pertanto abbiamo racchiuso la nostra sicilianità in una riserva mentale. Questo concetto è molto vicino a quello espresso dallo scrittore agrigentino Matteo Collura nel suo: Sicilia sconosciuta. Itinerari insoliti e curiosi. I contatti con i Pelli Rossa, gli Indios e noi Siciliani sono pure in usanze e forme, come ad esempio l’uso del rombo che loro utilizzano come figura magica per interpretare le voci delle divinità noi tale forma l’adoperiamo, insieme a figure di pupi (figure umane), nei dolci che si preparano per le festività natalizie fatte con il vino cotto, così chiamati mastazzoli. Ben sappiamo il valore magico religioso che sussiste tra il cibo e il Popolo Siciliano. Gli indiani di Sicilia come argomento, da parte mia, è stato approfondito altre volte. Il Capuana ormai ha creato il suo Siciliano mezzo sofisticato affetto di sicilitudine che viene sballottato dalle statistiche, maggiormente quelli del Commissario Bodio, pertanto con tanto di ufficialità, ma “la statistica è una scienza capace di far dire ai numeri quel che le pare e piace”(Pag.41) Così l’Autore s’avventura a dimostrare quello che possono dire le statistiche, dimostrando che la Sicilia non ha il primo posto nemmeno per i reati di sangue ma il terzo! Per dire che l’emergenza Sicilia, dovrebbe stare a terzo posto almeno e non a primo posto come attenzione dei mass-media e della politica. Il suo isolano mezzo sofisticato, potrà avere una pulce nell’orecchio: “(…)in Sicilia le giurie vanno assai male e le istruttorie peggio. Laggiù si ha paura di colpire, si ha paura di testimoniare; i rei possono contare sulla loro impunità e ricominciare da capo.” (Pag.44) Capuana sempre tramite le statistiche ufficiali del commendatore Bodio, forse un isolano travestito da settentrionale, asserisce scherzosamente, dimostra che negli anni 1869 e 1870, nel distretto giudiziario di Milano, i processi abbandonati, che non continuarono il loro iter per mancanza di prove furono tra l’80 e l’85%, mentre nei distretti di Palermo dal 63 al 69% e così via, pressappoco, pure con gli altri distretti siciliani. Infine cosa vuole il Siciliano mezzo sofisticato? Che nel giudicare i fatti non si usassero due pesi e due misure! Che gli intriganti, i prepotenti, i ladri, gli assassini, i grassatori, i briganti siciliani, siano considerati come quelli di ogni provincia del continente. E come non sono il pretesto per infamare nessuna città del continente non lo siano in Sicilia. Invece a sentire certa gente, parrebbe che il marcio laggiù sia così vasto, che fra poco tutti i siciliani (…) se la divina Provvidenza non s’affretta a fornirli di persone estranee all’isola (…)saranno miseramente costretti a rubarsi, a grassarsi, a sequestrasi tra loro. Ecco allora che viene in mente la ricetta giusta al Siciliano mezzo sofisticato da proporre al Governo: “Si richiamano dalla Sicilia funzionari, soldati, carabinieri a piedi e a cavallo, guardie di pubblica sicurezza; vi s’interdica ogni approdo, si lasciano quei tre milioni e mezzo di briganti a mangiarsi vivi tra loro.” (Pag. 47) Dopo un anno vi si manda un gruppo di esploratori con i giornalisti di tutto il mondo e già sembra leggere le cronache: “Si cammina, per miglia e miglia, fra cranii e stinchi, fra cappelli briganteschi forati da palle, fra stivaloni alla scudiera ritti o riversati, (…) Di notte, l’Etna, accendendo le sue gigantesche colonne eruttive, getta bagliori infernali sul campo della strage, campo di venticinquemila settecento quarant’un chilometri quadrati!...” L’Autore precisa che il suo Siciliano mezzo sofisticato non farnetica, perché ha letto delle vaste associazioni di mafiosi, e alle compiacenze interessate del manutengolismo, alto e basso nelle città e nelle campagne; intorno alle organizzazioni brigantesche; ai loro chiusi intendimenti di rivendicazioni sociali, all’aureola leggendaria che laggiù circonda il capo dei Leone, dei Salpietra, dei Randazzo, dei Valvo, dei Di Pasquale…” (Pag. 48) Sembra che il Siciliano nasca senza peccato e che poi è l’aria morale attossicata da miasmi delittuosi che lo corrompono. Facendo di tutti i Siciliani un’unica famiglia di manutengoli e briganti! (…) Una specie di tendenza gentilizia, per un difetto organico di senso morale… Questa impressione viene, appunto dai due volumi degli allora non onorevoli Franchetti e Sidney Sonnino, (…) gli articoli dei giornali reclamanti dal governo energici provvedimenti e misure eccezionali, eccetera. (Pag. 51) Capuana ironizza su i teorici del razzismo: i Lombroso, i Garofalo, i Ferri. Io aggiungerei all’elenco: Giuseppe Sergi, Luigi Pigorini, Orano, Alfredo Niceforo Guglielmo Ferrero, Arcangelo Ghisleri e tantissimi altri professoroni tra letterati, magistrati, psichiatri e politici. Pertanto c’è da dire che sono stati in tanti ed hanno condizionato sensibilmente la politica tra il 1870 fino alle leggi razziali fasciste nel 1930 che in un certo qual modo tolgono il pregiudizio razzista antimeridionale e di antisicilianismo, soprattutto quando nel 1938 anche gli scienziati sottofirmano il Manifesto della razza, smentendosi categoricamente definendo una sola “razza italiana” di origine ariana. Cesare Lombroso affermava che il delinquente è di nascita, Capuana ironizza scrivendo: “andando di questo passo, avremo forse gli oroscopi scientifici, che permetteranno di predire le speciali qualità e quantità di delitti di cui sarà capace questo o quello neonato, se è proprio indiscutibile che l’eredità, la struttura della scatola del cervello e alcune già note anormalità dello scheletro determinano la produzione…” (Pag. 53) Intanto queste teorie razziste hanno permesso il settentrione la colonizzazione della Sicilia e di tutto il meridione. Gli antropologi positivisti hanno liberato la politica di quell’epoca e futura, dalle loro colpe, essendo i Siciliani e i meridionali inferiori per razza inadatti allo sviluppo e criminali attivi e potenziali. Dando così al settentrione, composto di uomini di razza superiore, il diritto di dominare la Sicilia e il Sud. In Parlamento, mentre Turati criticava apertamente queste teorie, vi furono altri socialisti invece simpatizzarono e appoggiarono anche se non trovavano nel marxismo nessun orientamento, ma nel darwinismo si! Pertanto nella legge dell’evoluzione, La caratterizzazione socialista razzista poggiava, pertanto, nella legge dell’evoluzione, nello sviluppo lineare della storia e che per il bene dell’umanità la specie veniva selezionata tra i migliori e i più deboli dovevano sopperire. Un contributo significativo a questo argomento lo troviamo nei QUADERNI DAL CARCERE – Einaudi Torino 1975- III volume di Antonio Gramsci: “E' noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle masse del Settentrione: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo dell'Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato, la colpa non è del sistema capitalistico o di qualsivoglia altra causa storica, ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari, temperando questa sorte matrigna con l'esplosione puramente individuale di grandi geni, che sono come le solitarie palme in un arido e sterile deserto. Il Partito socialista fu in gran parte il veicolo di questa ideologia borghese nel proletariato settentrionale; il Partito socialista diede tutto il suo crisma a tutta la struttura "meridionalista" della cricca di scrittori della cosiddetta scuola positiva, come i Ferri, i Sergi, i Niceforo, gli Orano, e i minori seguaci... ancora una volta la "scienza" era rivolta a schiacciare i miseri e gli sfruttati, ma questa volta si ammantava dei colori socialisti, pretendeva di essere la scienza del proletariato.”
Considerati “meticci”, dall’origine neolitica dai popoli africani e semitici, pertanto con le stesse caratteristiche razziali, come ufficializzato dalla Commissione Parlamentare “Sicilia Mafiosa”del 1875, concluse così nel 1876: “la Sicilia s'avvicina forse più che qualunque altra parte d'Europa alle infuocate arene della Nubia; in Sicilia v'è sangue caldo, volontà imperiosa, commozione d'animo rapida e violenta” Così la Sicilia, diventa l’Africa d’Italia, in questa maniera veniva appellata dalle testate giornalistiche d’allora. I Siciliani “negroidi” dalla divisione di due razze dell’Italia: la euroasiatica (padana e "ariana"), la euroafricana (centro-meridionale e "negroide") Queste teorie influenzarono fortissimamente il mondo e in particolar modo gli Stati Uniti d’America, dove i meridionali e i Siciliani emigrarono come una autentica diaspora. Questo a conclusione di una repressione in tutto il meridione e in Sicilia abbastanza violenta, soprattutto su quelle forze di resistenza alla colonizzazione piemontese nel sud tra banditi e briganti, ma la repressione fu pure su tutto il popolo. Si contarono 266 mila morti e 498 mila condannati. La diaspora siciliana, simile a quella ebraica del 70 d.C. dopo la distruzione del Tempio a Gerusalemme da parte dell’impero romano, fu in tutte le parti del mondo, in special modo: Argentina, Venezuela, Uruguay, Stati Uniti d’America, Svizzera, Belgio, Germania, Francia, Australia. Questi stati influenzati dalle teorie degli scienziati italiani trovarono al loro arrivo trattamenti apertamente razzisti. Negli U.S.A. dove i Siciliani e i meridionali andarono ad occupare le piantagioni di cotone abbandonate dai neri, dopo la fine dello schiavismo, già allo sbarco Ellis Island (New York) gli Italiani venivano separati tra settentrionali nel reparto dei “bianchi e i meridionali in quello dei non bianchi. I Siciliani venivano etichettati come: "white niggers" oppure "black dagos". Questo comportò un linciaggio sistematico, un trattamento economico inferiore a quella dei neri e venivano perseguitati anche dal Ku Klux Klan. Nel 1940, solo dopo il manifesto della razza, i meridionali e i Siciliani diventarono ufficialmente di razza "whites". In Alabama, Virginia possiamo dire che sia i neri che i Siciliani hanno convissuto negli stessi ghetti e da questa vicinanza è nata una delle più belle forme artistiche della musica: il jazz! I Siciliani portarono con sé l’esperienza bandistica e strumenti i quali uniti ai ritmi afro diede origine al jazz. A prova di questo vi è che nel 1917, l’Original Dixieland Jazz Band realizza la prima incisione discografica, 78 giri, della storia del jazz. L’Original Dixieland Jazz Band, era guidata dal Siciliano Nick La Rocca.
L’accusa razzista ai Siciliani di briganti, mafiosi, criminali per nascita, maggiormente si arguiva quando il loro risultato elettorale non era di gradimento. E’ significativo in tal senso tale contributo di Francesco Renda, così leggiamo nel suo: Storia della mafia - Sigma edizioni – 1997: (Pag.101)…nel 1874, allorché, sciolta la Camera dei deputati e indette le elezioni generali anticipate, la Sinistra in Sicilia ottenne un trionfo che ebbe del clamoroso. Su 48 seggi, ne conquistò infatti 40. (…)Il voto siciliano fu denigrato, demonizzato, dipinto con i più foschi colori. Si gridò alla ingratitudine, alla malafede, al capovolgimento dei valori, al trionfo del malcostume e dell’inganno. In contrasto coi numeri e coi fatti, si aggiunse ancora che il voto medesimo non era suscettibile di influire sugli equilibri italiani, perché era insieme un voto di opposizione mafiosa e di opposizione meridionale. anzi, peggio ancora, un voto di opposizione regionale. Dire opposizione meridionale o regionale non era meno ingiurioso che dire opposizione mafiosa. Il regionalismo cavallo di battaglia della opposizione cattolica era ormai considerato un crimine.(pag.102) A Villa Ruffi, in Romagna, i capi del Partito repubblicano venivano arrestati dalla polizia con l’accusa di essere oppositori anticostituzionali. La loro colpa era quindi solo politica e tutta politica. In Sicilia, invece, in quel di Sciacca, in particolare, gli internazionalisti fra cui il fratello di Saverio Friscia, capo autorevole della Sezione italiana della Internazionale socialista. venivano catturati e inviati immediatamente al confino non perché nemici pericolosi dell’ordine costituito, ma perché associati per delinquere e sospetti di appartenere alla mafia. Non politici dunque ma criminali e solo criminali. Con l’accusa di manutengolismo veniva anche carcerato il barone Angelo Varisano di Enna, grande patriota del ‘48. e nel tentativo di incastrare il barone Nicolo Turrisi Colonna era stata anche disposta una perquisizione a sorpresa della polizia in una sua fattoria nelle Madonie alla cerca di briganti. Fu consequenziale che all’arresto del barone Varisano facesse seguito una vibrata protesta politica anche di carattere patriottico (il governo arrestava un eroe della lotta contro i Borboni) che valicò i confini dell’isola. Non meno energica fu la protesta del barone Turrisi Colonna. Le autorità ne traevano occasione per raffermare le loro antiche convinzioni. Il Franchetti ne concludeva: “Manca alla generalità dei siciliani il sentimento della legge superiore a tutti e uguale per tutti”.
Questa logica sussiste tutt’ora, ancora più amplificata, tanto che, un Siciliano si dovesse chiedere se sia convenevole o no l’andare a votare, perché in qualche modo, potrebbe essere accusato di mafiosità solo è perché ha espresso la sua volontà politica… e guarda caso potrebbe risultare di maggioranza!
Capuana nella sua opera in discussione, infine il suo personaggio è ammalato di sicilianità, ancora non è un sicilianista e nemmeno ammalato di sicilitudine il suo Siciliano mezzo sofisticato si era solo semplicemente convinto di essere un Italiano come i settendrionali ma alla minima sensazione di sicilianità, risveglio dal torpore, presa di coscienza, scopre di non esserlo. Allora i quesiti e le analisi sono tanti. Si chiede, allora, come mai viene accusato tutto il Popolo Siciliano quanto tra briganti, ricattatori, manutengoli, informatori, sommati insieme, non arrivano a mezzo migliaio, mettendo grosso. (pag. 55) La risposta già ormai chiarita precedentemente è nelle teorie razziste, che ancora oggi influenzano i giudizi su ogni Siciliano sulla faccia della Terra e su quelli che una coppia di Siciliani ha intenzione di generare. Capuana arriva a pensare che magari nei primi anni dell’unità era spiegabilissima per gli italiani del continente considerare la Sicilia come i confini del mondo, la ultima Thule virgiliana. E neanche il Governo avesse un’opinione diversa mandava colà gl’impiegati ai quali voleva far sentire gli effetti del suo malcontento (Pag.58)
Si cedettero - né senza qualche ragione- trattati male; non da popolazioni liberamente e volontariamente datasi all’Italia con una rivoluzione e un plebiscito, ma da gente conquistata, tenuta in poco conto, quasi da sfruttare soltanto; e se ne vendicarono arricchendo il loro dialetto di un sinonimo spregiativo con la parola: piemontese. (pag. 59)
L’Autore continua nel suo volume sul concetto della parola mafia che, in maniera molto erudita e qualificata il Pitrè ne da chiarezza nelle sue opere e che Capuana ne riporta le teorie, ammettendo l’esistenza di questa parola ma con significati diversi. Sempre il suo Siciliano sofisticato: “Non ignora che la parola mafia, grazie alle detorsioni ricevute dalla sua recente popolarità mondiale, già ridotta polisensa fin per gli stessi siciliani, serve oggidì a significare ora qualcosa di simile alla camorra napoletana, alla teppa milanese, al bagherinaggio romano; ora qualcosa che forse non ha nome proprio, e che il codice penale e gli agenti di pubblica sicurezza chiamano semplicemente: Associazione di malfattori.” Tutte le altre associazioni di malfattori sembrano non avere nessuna fortuna di successo, Capuana si chiedeva: “-Non si dovrebbero chiamar mafiosi pure costoro?” Oggi possiamo affermare che lo hanno accontentato a noi Siciliani ci hanno dato il copyright di tutti i mali del mondo: Mafia cinese, mafia russa, eccetera. Continua così a pagina 70: “…il clichè della mafia siciliana è fatto da un pezzo; ma la stampa a colori di una mostruosa mafia-piovra, dai mille viscidi tentacoli avvolgenti e stringenti da un capo all’altro la Sicilia, è già stata tirata a migliaia e migliaia di copie, e gli strilloni tornano a spacciarla a ogni propizia occasione per tentar di esaurire la mercanzia accatastata in fondo dei magazzini. (…)ma la calunniatrice fantasia melodrammatica che ha inventato questa mafia e un brigantaggio di maniera, non avranno mai fine, non spariranno mai?” L’errore che si può fare leggendo queste parole è quello che gli antropologi chiamano teleologico, cioè dare significato e ordine partendo dalla conclusione, dunque da oggi. Invece noi dobbiamo rimanere con tutte e due i piedi fermi in quel tempo post unitario. Lo stesso errore una volta lo ha commesso uno studente che discutendo di politica mi ha detto in forma critica: “voi indipendentisti volevate annettere la Sicilia all’America…” Questa decisione politica dando il significato di oggi può suonare come qualcosa di malevole, in quanto oggi e non il 1943, l’U.S.A. non è più vista da tutti come quella potenza liberatrice e l’Italia non è più, grazie a Dio, quella fascista. Ma, questo errore non è innocente, è voluto, perché intanto mette confusione e non dice che con la nascita delle Repubblica Italiana, lo stesso Finocchiaro Aprile in una intervista pre-elettorale al-LA SETTIMANA INCOM – Cronache Siciliane chiarisce apertamente le aspettative indipendentiste siciliane di non volersi staccare dall’Italia ma per la costituente dice ad un loro inviato speciale al Teatro San Giorgi di Catania: “Noi difenderemo un progetto di confederazioni di stati italiani sul tipo Nord American, ciascuno stato potrà governarsi liberamente da se. Alla Sicilia si sta promettendo uno statuto di autonomia. Non ci basta! Vogliamo l’Indipendenza!” . Anche nel caso de L’ISOLA DEL SOLE dobbiamo leggere queste affermazioni del Capuana con il suo autentico significato storico. Pertanto da chiarire che la mafia come oggi si conosce è prettamente italiana! Perché la mafia, come oggi si conosce è nata con l’unità d’Italia. Come abbiamo visto nel-L’Isola del Sole Capuana critica apertamente, perlopiù, Franchetti e Sonnino con la loro inchiesta, la cosa assurda, dal mio punto di vista, che l’edizione in questione del Capuana porta l’Introduzione di Roberto Ciuni, che a sua volta è una critica all’opera. Giustamente io mi accingo, con modestia, a criticare tale critica. E’ così la storia siciliana… Ciuni scrive (Pag.5): “E’ dichiaratamente un pamphlet contro i “detrattori” della Sicilia e la scelta dell’appendice del Pitrè, dove si celebra una specie di elogio della mafia, indica con inequivocabile evidenza da un lato la necessità di Capuana di procurarsi la testimonianza di uno studioso credibile e dall’altro la volontà di cantare un’ode appassionata alla sua terra, finalizzando quest’impeto di lirismo acritico a minimizzare lo “specifico” dei problemi siciliani e addirittura a sostenere che “altrove in Italia si sta molto peggio che da noi”. Dico io, leggere questa introduzione in maniera integrale prima dell’opera del Capuana è pregiudizievole per l’opera stessa, condizionando la lettura della stessa. Pertanto consiglio a chi desidera leggere il libro in questione di saltare l’Introduzione del Ciuni e leggerla dopo aver letto l’opera. Quando Ciuni scrive che l’appendice del Pitrè, dove si celebra una specie di elogio della mafia, asserisce una mera menzogna, perché il Pitrè chiarisce le origini del termine e cosa nella maniera intrinseca significasse, allora, io aggiungo: fino a poco tempo fa, prima del 1970. E’ giusto, a questo punto chiamare in causa il Pitrè, il quale ha scritto: (pagina 9)“La voce mafia (…) è tutt’altro che nuova e recente: e se nessun vocabolarista anteriore al Traina – il primo e forse il solo che la registri – la riferisce, ciò non può autorizzare nessuno a ritenerla posteriore al 1860, come molti han presunto. I nostri vocabolari, formati in gran parte su poeti siciliani, non danno se non la più piccola parte della lingua popolare; e basta dire che parecchie migliaia di voci, di sinonimi e di frasi e modi proverbiali della presente opera nessuno di essi le riporta. (…) Io non pago di affermare la esistenza della nostra voce nel primo sessantennio di questo secolo in un rione di Palermo, il Borgo, (…)E al Borgo la voce mafia coi suoi derivati valse e vale sempre bellezza, graziosità, perfezione, eccellenza (pagina 10) nel suo genere. (…) All’idea di bellezza la voce mafia unisce quella di superiorità e di valentia nel miglior significato della parola e, discorrendo di uomo, qualche cosa di più; coscienza di essere uomo, sicurtà d’animo e, in eccesso di questa, baldanza, ma non mai braveria in cattivo senso non mai arroganza, non mai tracotanza. L’uomo di mafia o mafiusu inteso in questo senso naturale e proprio non dovrebbe metter paura a nessuno, perché pochi quanto lui sono creanzati e rispettosi. Ma disgraziatamente dopo il 1860 le cose hanno mutato aspetto, e la voce mafiusu per molti non ha più il significato originario e primitivo. L’anno 1863 un artista drammatico palermitano, Giuseppe Rizzotto (…) scrisse e cominciò a rappresentare (…)I Mafiusi di la Vicaria. Quelle scene ritraevano con vivezza di caratteri e di tinte le abitudini, i costumi, il parlare dei camorristi di Palermo (pagina 11) e piacquero tanto… (…)Poche commedie ebbero tanta fortuna quanta ne trovò questa in Italia, (…) Ora il nome e le opere di questi nuovi mafiosi son diventati popolarissimi e noti a qualunque classe di persone fino ai giornalisti, agli uomini politici, al governo. Entrata per tal modo nella lingua parlata d’Italia, la voce mafia sta a dinotare uno stato di cose che avea altro nome(…) Esso divenne sinonimo di brigantaggio, di camorra, di malandrinaggio, senza esser nessuna delle tre cose o stato di cose, poiché il brigantaggio è una lotta aperta con le leggi sociali, la camorra un guadagno illecito sulle transazioni economiche, il malandrinaggio è speciale di gente volgare e comunissima, rotta al vizio e che agisce sopra gente di poca levatura. (…) (Pagina 13) E’ chiaro, dopo tutto questo, il triste ufficio a cui è stata condannata la voce mafia; la quale era fino a ieri espressione d’una cosa buona e innocente, ed ora è obbligata a rappresentare cose cattive (…) nocive alla società.” In queste parole non si può leggere l’elogio alla MAFIA come oggi s’indente e che cosa oggi rappresenta, ma al significato dell’aggettivo che essa portava, l’elogio al termine perché quanto significava. Una chiarezza culturale ed etnologica che non vi è nessuna altra più qualificata oltre questa del Pitrè. L’unità d’Italia ha acquisito questo termine dal dramma I Mafiusi di la Vicaria, ne ha fatto uso e consumo per recriminare con l’esclusività un fenomeno invece simile a molte parti del resto d’Italia. E’ molto interessante la deposizione giudiziaria, contro un camorrista di nome Federico Monreale, di un certo napoletano deportato, coatto ad Ustica, un certo Flocco Salvatore, riportata da un povero cronista del 1878: “(Pagina 23): -Dunque, il signor Federico Monreale è una persona potente in Ustica?
(pagina 24) – Altro che…illustrissimo.
–Potente anche verso gli altri deportati?
–Quelli delle altre nazioni, illustrissimo, volete dire? Quelli no. Quelli hanno il capo della loro nazione.
-E di che nazioni sono essi?
-Ce ne sono di Genovesi e di Sardi, ma di più di Romagnoli e di Livornesi. Pertanto l’esclusività della consorteria delinquenziale siciliana così detta: mafia è stato dovuto alla mistificazione con il nuovo potere piemontese e i vari sensali politici. Il povero cronista nella sua raccolta di scritti: “Le cronache dell’Assise di Palermo –Riordinate, raccolte ed ampliate”, un testo che consiglio la lettura per l’interesse antropologico, stampato nelle tipografie del Giornale di Sicilia, in Via Macqueda, in quel 1878, forse appunto dei suoi stessi articoli giornalisti visto che si tratti di fatti realmente accaduti, e il suo voler precisare di non essere romanziere è perché si è attenuto prettamente ai fatti. Pertanto una voce autorevole sulla questione. Fa delle riflessioni importanti che riporterò di seguito. La prima, a (pagina 27): “La mafia è una malattia sociale che si è supposta o voluto supporre una malattia organica e gentilizia della sola Sicilia. Eppure i fenomeni morbosi della stessa malattia organica e gentilizia della sola Sicilia. Eppure i fenomeni morbosi della stessa malattia si manifestano in Napoli, in Bologna, in Ravenna, in Livorno. Anziché malattia organica Siciliana sarebbe invece la mafia una malattia moderna che la Sicilia, le Romagne, la Toscana e il Napoletano hanno tutte avuto da una causa a tutte comune? E’ una investigazione a fare”. Il Capuana scrisse a riguardo la malattia anche se in riferimento al brigantaggio (pagina 86): “E’ da studiare per quali ragioni etnografiche e locali il tristo fenomeno si produca; per quali influenze si riproduca quasi a tempo fisso; e per quali altre ragioni, che paiono strane e non sono, la durata di esso non oltrepassi un certo numero di anni, da permettere di prevederne la fine, come di una malattia della quale si conosca ormai il corso ordinario”. La seconda, sull’omertà, a (pagina 61): “Gli omini della santa omertà diventano dei vigliacchi che si fanno a brani per ottenere ciascheduno quanto meno una diminuzione di pena. (pagina 62) La omertà è una squaldrina camuffata, in elmo e cimiero, che con la lancia in resta minaccia gli uni e impaurisce gli altri. Ma non appena il delegato o il giudice istruttore ci tengono fissi gli occhi addosso, la maschera cade, e la squaldrina trepidante, impaurita, grida mea colpa, nostra colpa, non fosse altro per ottenere le circostanze attenuanti.” La terza, su Franchetti e Sonnino, a (pagina 51): “Le persone cattive ci sono dappertutto, e ce ne hanno senz dubbio anco in Bagheria, ma non per questo che si abbiano ragioni per dire: Bagheria è un tristissimo paese, un paese in cui una persona dabbene si ha a cercare a lume di candela! Questo è un falso ed erroneo giudizio né più né meno come lo è quello dei signori Sonnino e Franchetti, di cui i lettori saranno stufi sino alla nausea di sentir parlare, ma quando la cos va da sé, e forza tornarci qualche volta. Che cosa dice il giudizio storico dei signori Toscani? In Sicilia ci hanno dei birbi e dei malandrini, ergo tutta Sicilia è un covo di birbi e di malandrini!” Lo stesso povero cronista chiarisce che la palestra della santa omertà è la bettola, vera palestra e la esercitazione è il tocco. Lo stesso bettoliere deve essere un omu d’onore e i suoi commessi, i figli e pure la moglie, picciotti d’onore. Gli habitus sono gli omini della santa omertà. Il resto lo ha fatto la storia! Trasformando quelle consorterie criminali in parastatali assicurando a loro una impunità e una potenza sempre crescente ai danni del Popolo Siciliano e a vantaggio del potere istituito, che ha solo preso, facendone di fatto della Sicilia una colonia piemontese. L’ingigantire del fenomeno servì ai mediocri funzionari piemontesi ad accrescere il loro operato. L’opera di collusione tra stato piemontese e malavita organizzata siciliana prima fu in maniera isolata poi sempre più sistematica e regolata. Simbolico è l’atto di denunzia del procuratore generale di Palermo Diego Tajani il quale scoprendo i rapporti tra il capo della polizia Medici e il mafioso Albanese e i suoi picciotti nel 1871 gli emanò un mandato di cattura. Il Governo ordinò che il mandato non fosse eseguito, ed alcuni testimoni dell’accusa vennero assassinati. Questo sorprese ed inquietò Tajani e fu una prima apparente visibilità della MAFIA, come fu nell’avvenire triste per la Sicilia e nelle continue mutazioni in stretta relazione con i vari Governi italiani. Stessa sorte del termine mafia ha avuto la parola omertà. Questo termine il Pitrè da una precisa definizione: (pagina 14): “Omertà non significa umiltà, come potrebbe parere a prima vista, ma omineità, qualità di essere omu, cioè serio, sodo, forte. (…) Base e sostegno dell’omertà è il silenzio; senza di questo l’omu non potrebbe essere omu, né mantenere la sua superiorità incontrastata; restando scoperto agli occhi della Giustizia, ne proverrebbe i rigori.” Qui c’è da precisare quell’omertà originaria del valore di uomo che non chiede aiuto a nessuno, che non denunzia ma si fa giustizia da se, perché tanto sa che quella giustizia non funziona, o peggio ancora si ci rivolge contro. C’è l’altra omertà, quella che assume il significato giornalistico di oggi, che significa silenzio per paura, paura di quella mafia che sa e che colpisce e che un normale cittadino, eroe di tutti i giorni, perché tira a campare tra mille mortificazioni, magari un lavoro a nero o a grigio ha paura, legittima paura e non parla. Questa paura non fa parte della nostra sicilianità, in questa paura non c’è l’omu. Questa paura è stato un dono dell’Italia alla Sicilia. Pertanto quando leggo le asserzioni di un certo Giuseppe Carlo Marino, inorridisco leggendo nel capitolo La mafia come forza originaria del potere la conclusione: (pagina 15) “Come definire questo perverso rapporto tra ceti alti della tradizione aristocratica e la mafia emergente dal “popolo”? Una scomoda alleanza? E’ più corretto evidenziare una complicità. Essa è senz’altro la matrice storica di un originario rapporto omertoso stabilitosi tra il baronaggio politico e la sua base mafiosa ed anche del comune e strumentale orgoglio di difendere e valorizzare la cosiddetta sicilianità. Ecco spiegato come e perché la mafia e le classi egemoni siciliane avrebbero trovato, fino ai nostri giorni, il loro comune denominatore culturale nel sicilianismo. Per questo signore bisogna eliminare qualsiasi residua della cultura siciliana e qualsiasi rivendicazione identitaria siciliana per sconfiggere la mafia… Sterminare un Popolo, nel senso identitario, per eliminare un male che non fa parte della sua cultura ma di una alterazione di potere colonizzante della politica di Cavour e di tutto ciò che ne seguì fino ad oggi. Più razzista antisicilianista di così caro professore Marino non si può? Ma il professore Marino è un Siciliano… Il paradosso dei paradossi è che hanno inculcato al Popolo Siciliano il pregiudizio razziale su se stesso. Con questo teorema che sicilianismo e mafia hanno il loro comune denominatore culturale viene legittimo accusare qualsiasi iniziativa e attivista sicilianista di mafia, o simpatizzante della mafia. In parole pratiche con questa accusa viene criminalizzata qualsiasi azione e movimento di autodeterminazione del Popolo Siciliano. Sappiamo benissimo da gli atti giudiziari che la mafia è stata a servizio delle forze politiche che hanno le segreterie di partito a Roma. L’elettorato suscettibile di influenza mafiosa è stato messo a disposizione ora a l’uno, ora a l’altro, facendo così proprio la mafia ha permesso la colonizzazione clientelare del Popolo Siciliano, ed è stata contraria ed in opposizione a qualsiasi forza politica sicilianista. Proprio a fine della seconda guerra mondiale il M.S.I. che aveva ottenuto il consenso del Popolo Siciliano, con tutte le sfaccettature variegate, ha visto il volta faccia immediato, di quegli elementi cosiddetti mafiosi per la Democrazia Cristiana. E da elementi dei servizi segreti dell’EVIS giungono voci che a tradire Canepa del passaggio del Motoguz in contrada Murazzu Ruttu siano stati proprio i mafiosi. Ma non solo il pensiero siciliano è criminale, pure la Terra di Sicilia, tanto da darci il copyright, ecco come Andrea Sangiuolo asserisce la sua ipotesi sull’origine della mafia con certezza a (pagina 7): “Circa il luogo di nascita della mafia i pareri sono concordi, si tratta della Sicilia, …” I pareri non sono d’accordo affatto come abbiamo già visto è una menzogna dove la verità storica affonda miseramente. Il problema grave di questo libro che è stato distribuito nelle scuole medie superiori a gli insegnanti come SAGGIO CAMPIONE GRATUITO. Significa che i poveri studenti avranno un input inesatto dove costruiranno sopra la formazione culturale. La mafia è un argomento così vasto ed impegnativo da trattare con più spazio e sicuramente in altre occasioni ancora. Mi permetto solo una chiusa del Marchese di Roccaforte Lorenzo Cottù, Marziani il primo dicembre del 1875 quando depose davanti la Commissione Parlamentare d’Inchiesta in Sicilia sulla Mafia: “Questo insulto continuo per cui un individuo si deve vergognare di essere Siciliano: diventa una disgrazia l’essere Siciliano”.
Ritorniamo al nostro romanzo L’Illusione, dove Teresa, corteggiata dal Visconte di Biennes con il suo seducente francese, il quale vuole diventare lui stesso brigante per rapirla. La risposta di Teresa, abbastanza ironica, è quella che se ne potrebbe trarre un autentico vaudeville, un genere teatrale francese di fine Settecento, con inserzioni di versi cantati di tanto in tanto con arie popolari dell’epoca, di genere molto leggero nei contenuti. Quest’aria di varietà nell’impersonare il brigante romantico da parte del Visconte è una precisa satira ad Alessandro Dumas, padre, il quale narrò le imprese del brigante di Villafranca Tirrena, Antonio Bruno sopranominato Zuzza, decapitato il 5 maggio del 1783 sul piano della Marina a Palermo, nel suo romanzo “Pascal Bruno”. Il Capuana criticando tale opera scrisse (pagina 71): “Il tipo brigantesco creato dalla bollente fantasia di Alessandro Dumas padre era già passato di moda, insieme con tutto il ciarpame del romanticismo del ’30; la storia di Antonio Testalonga, del palermitano Linares, non aveva potuto varcare lo stretto per fare concorrenza al Pasquale Bruno del romanziere francese (…) Ci voleva la fervida immaginazione scientifico-socialista di due colte e serie persone per creare di sana pianta una figura che nessun siciliano riconosce, che mille fatti smentiscono; per trasformare feroci assassini in eroi da poema, (…) per arrivare a vedere tutti i contadini siciliani dediti al servizio dei loro amici briganti; pronti a sottrarli alle ricerche della giustizia nascondendoli nelle loro case, in (Pagina 72) paese e in campagna; solleciti, quando coloro sono in azione, ad avvisarli ad ogni minima mossa dei carabinieri (…) Se aveste saputo che appunto i fratelli oppressi, i contadini, erano più offesi e più oltraggiati da costoro nella roba e nell’onore!”
Per potere fare luce veramente sul fenomeno del brigantaggio, dobbiamo prima capire cosa s’intende con questa parola, in quale periodo storico e in quale parte geografica. In Sicilia non abbiamo traccia di questo termine, se non dopo il 1812 e d’importazione francese, insieme a quello di banditismo. Il termine che si avvicina al fenomeno senza inquinamenti storici, nella lingua siciliana è sbannutu, che significa: assassino, ladrone, proveniente etimologicamente dal latino composto di ex banno publicatus, cioè messo al bando, pertanto portatore di taglia. Sappiamo che il più grande degli ex banno publicatus, dai Romani, che la storia ci insegna, fu Gesù di Nazareth! Si associa a tale termine: cumpagnia di sbannuti. E con questo termine vengono chiamati i primi gruppi di schiavi rivoltosi che portarono alle guerre servili. Ma andiamo avanti con i secoli per arrivare al termine sbannutu che tradotto in italiano è bandito. Il termine bandito è di provenienza francese bannir, proveniente dal latino medievale bandire, col significato di mandare in esilio, dal gotico bandwjan, che significa: fare un segnale, nell’uso di allora di emettere un segnale come una bandiera o uno squillo di tromba quando avveniva la cacciata in esilio. Bandito è stato un termine spesso utilizzato e avvicendato come sinonimo a quello di brigante. Il brigante come termine ha origine sicuramente positiva proviene da brigare, significando: disporsi a lottare, pertanto è il partigiano, andando a ritroso nella storia significa, appartenente ad una piccola compagnia di ventura e ancor più, pure soldato a piedi. Gli occupanti nazisti per i partigiani hanno preferito adoperare il termine banditi. Sia banditismo che brigantaggio, arrivano nel Regno delle Due Sicilie nel 1799 quando i Francesi chiamarono briganti i sanfedisti. I sanfedisti erano componenti di un movimento cattolico e monarchico contro i presupposti ideali della rivoluzione francese, ideato e organizzato dal cardinale Fabrizio Dionigi Ruffo dal nome: Esercito della Santa Fede in Nostro Signore Gesù Cristo. Questi gruppi armati furono eterogenei di tutte le genti del meridione, dai contadini ai nobili, appoggiati dalla chiesa, si contrapposero e vinsero gli occupatori Francesi e la Repubblica Napoletana. Questa storia non appartiene alla Sicilia; tanto che, mentre le armate partigiane sanfedisti si contrapponevano ai Francesi, i Siciliani il 25 dicembre 1798 si erano commossi all’arrivo del loro Re Ferdinando credendo che veniva a restaurare il regno di Sicilia e dare così la legittima sovranità. Rimasero poi profondamente delusi e così riluttanti verso la corona quando scoprirono che Ferdinando si veniva a rifugiare in Sicilia dopo essere stato scacciato da Napoli dalle truppe dello Championnet. Gli ideali della rivoluzione francese non sbarcarono in Sicilia, ma attecchirono tra gli aristocratici, tanto che dopo la pace di Firenze del 1801 firmata dal Re in Sicilia s’inasprì la repressione contro i presunti e veri giacobini, con arresti, torture e peni capitali. Come si può notare due storie diverse in due nazioni diverse e in due popoli diversi, tra Scilla e Cariddi. I Francesi chiamarono queste forze di contrapposizione alla loro occupazione, brigant significando: assassini, ladroni. E da qui derivando brigandage (brigantaggio). Termine bene appropriato in quanto già adoperato contro i reazionari armati della rivoluzione francese. Mentre nel meridione nasce così il brigantaggio, in Sicilia vi è ancora il banditismo. Il banditismo ha fattori abbastanza diversificati, nasce: dall’insofferenza sociale, pertanto dalla ribellione di alcuni gruppi armati con l’intento del proprio arricchimento ai danni degli altri (i viandanti del loro passo), dai perseguitati dei Borboni per le loro idee ispirati alla Rivoluzione francese, in piena contrapposizione ai sanfedisti, dallo sfaldamento delle “compagnie d’armi”. Queste compagnie istituiti, con ex galeotti, nel 1770 dai signori feudali contro il banditismo, sono esistiti da sempre, basta ricordare un decreto regio di Federico II con il quale si proibiva ai baroni di farsi accompagnare dalle loro “comitive” in tribunale. Furono organo di oppressione e di potere dei signori feudali contro i loro sudditi. Con lo sfaldamento del sistema feudale in atto sia con le riforme della Costituzione Borbonica del 1812 e nel 1810 con i vari tentativi di ammodernamento del sistema fiscale e lo sviluppo agricolo, le “compagnie d’armi” furono teoricamente sciolte e lasciate nel feudo a seminare terrore, con la connivenza dei signori feudali che ormai abbandonarono le campagne, nonché di alcuni elementi delle autorità locali. Con la delusione politica di Ferdinando III che, dopo la fine dell’era napoleonica, non solo ha sciolto il parlamento siciliano il 15 maggio 1815, nominò luogotenente il figlio Francesco, tornò a Napoli, dove lasciò i titoli di Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia per assumere quello di Ferdinando I delle due Sicilie, decretando la fine del millenario regno di Sicilia. Questo e altre iniziative alimentarono il fervore dei patrioti Siciliani i quali furono perseguitati ed andarono ad ingrossare le ampie file dei sbannuti, solo che ora vengono chiamati dai Borboni in senso dispregiativo tutti quanti briganti! Il brigantaggio in Sicilia ha questa forma variegata e diversificata nei confronti del resto delle nazioni della penisola italica. Ma dove nasce l’inquinamento storico? Principalmente nel volere omologare il fenomeno del brigantaggio in Sicilia con il meridione, volendo creare, a tutti costi, una “questione meridionale” che comprenda quella siciliana. Quando si sa benissimo che sia per motivi politici ben precisi, nel concetto di nazionalità che il Popolo Siciliano ha come coscienza, sia per diversità del fenomeno culturale, non potrà mai identificarsi la problematica siciliana con quella meridionale. E’ come volere curare un malato di raffreddore con le medicine del fratello ammalato di indigestione. E nella interpretazione che gli storici, sia liberal-democratici che marxisti hanno fatto, venendo meno gli schemi consueti, nel rifiutarsi di costatare la rinuncia e la resistenza armata paradossale ai principi illuministici e giacobini, quali portatori di progresso, in tutta la penisola e con maggior rigore nel sud, dove esisteva già un grande regno cattolico. Il volere riportare il tutto in una lotta di classi sociali escludendo le concezioni di carattere identitario porta ad un daltonismo storico. Versione del brigantaggio nella “questione meridionale” generata da Antonio Gramsci grande sostenitore Franco Molfese, che è indiscutibile il fattore di lotta di classe armata. Come il non costatarla matrice religiosa nella difesa armata di interi popoli d’Europa della propria fede e delle loro tradizioni. Come pure l’esigenza propagandistica degli storici unitari dell’intera esaltazione risorgimentale e nel demonizzare le sacche di resistenza partigiana accomunandoli a dei comuni criminali organizzati più o meno a bande. Anche la visione a volte a senso unico dei nazionalisti Siciliani, data ad ogni insorgenza di resistenza ai Piemontesi solo nel lato indipendentista travia la realtà storica, non lasciando trasferire anche il contrasto nell’imposizione di una cultura (laicale degli animatori unitari) antistante alla cultura cattolica dei Meridionali e Siciliani. Niccolò Rodolico scrisse: "Tutto questo che è dignità, fierezza, spirito di sacrificio è stato considerato, specialmente per l’Italia meridionale, fanatismo e brigantaggio"
Così anche il manutengolismo mentre nel meridione ha il significato dei sostenitori e fiancheggiatori ai guerriglieri sanfedisti, in Sicilia ha origine da diversi motivi. In parte proviene dall’omertà, come già è stato scritto in precedenza, molta parte fa la paura dell’impotenza su alcuni terribili assassini, e solo per quel brigantaggio dovuto ai renitenti di leva e perseguitati politici subentra il sostegno non riconoscendo lo Stato Piemontese come proprio ma di occupazione. Così definisce il manutengolismo Franchetti: “…unione di persone d'ogni grado, d'ogni professione, d'ogni specie, che, senza avere nessun legame apparente, continuo e regolare, si trovano sempre riunite per promuovere il reciproco interesse, astrazione fatta da qualunque considerazione di legge, di giustizia e di ordine pubblico, è un sentimento medioevale di colui che crede di poter provvedere alla tutela ed alla incolumità della sua persona e dei suoi averi mercè il suo valore e la sua influenza personale indipendentemente dall'azione dell'autorità e delle leggi”. Il dare un valore di mistero e di potenza a quello che poi hanno differenziato come fenomeno chiamandolo maffia (mafia), per motivi di repressione politica e alleanza con il nuovo stato è servito ancor più ad intimidire il Popolo Siciliano, rinserrandolo sempre più nel silenzio omertoso. E’ lecito avere paura per un uomo in qualsiasi angolo della Terra, diventa pregiudizievole se quell’uomo è un Siciliano, allora quella paura diventa omertà, manutengolismo, complicità con i criminali! Questo è semplicemente razzismo! Nel senso autentico della parola. Certa politica da sempre, sia nell’Italia monarchica che repubblicana, ha creato sistematicamente il fenomeno a livello mediatico per poi inveire contro agevolandosene e giustificando le proprie responsabilità e intenti. Altro che come scrive il Franchetti: “…si sente spesso trapelare una certa compiacenza per il tipo brigantesco, una tendenza a farne un tipo da leggenda…” La sconfitta del brigantaggio meridionale nel 1870 con l’eliminazione delle zone militari, pertanto la fine ufficiale del brigantaggio, come la stessa Teresa Uzeda afferma, porta allo sfocio del banditismo, non più ad una lotta unitaria ad un degrado in criminalità vera e propria anche perché inizia il grande esodo dei Meridionali e dei Siciliani.
Il capitolo di questa segnatura potrebbe finire qui, ma a questo punto mi sembra necessario concludere l’argomento e la disputa del-L’Isola del Sole di Capuana. Il quale a pagina 77: “…la probabile ironia dei siciliani che il Franchetti ha dovuto scambiare per compiacenza; ma la compassione della grande semplicità con cui essi hanno visto combattuto il brigantaggio dai funzionari del Governo,…” Questa stessa ironia la troviamo anche ne Il Gattopardo di Tomasi, quando Chevalley sembrava già rassicurato di trovarsi in Sicilia: “…Tancredi che venne subito assalito dal singolare prurito isolano di raccontare ai forestieri storie raccapriccianti, purtroppo sempre autentiche.” Anche il Franchetti insieme ai suoi compagni sicuramente avranno trovato i loro Tancredi strada facendo assaliti dal singolare prurito isolano, che Capuana chiama ironia dei siciliani ed io chiamerei umorismo. Quell’umorismo che serve a noi Siciliani come difesa, una barriera all’invalicabile riserva mentale, come la riserva territoriale dei pellirossa, la sicilianità. I quali mettiamo in atto in modo particolare con i forestieri. Poi sicuramente visti come sono partiti Franchetti e compagni, armati di tutto punto, come Pecos Bill contro i pellirossa, che per un niente gli partiva un colpo di pistola, cioè con la paura che fa novanta, la voglia ai Siciliani veniva e come. La loro opera è una raccolta d’impressioni come il Franchetti scrisse al suo compagno di viaggio Enea Cavalieri: “In fondo in fondo, mi scriveva, mi pare che anche in mezzo alle nostre discussioni vi fosse accordo e che i due volumi sieno un riassunto abbastanza fedele delle nostre triplici impressioni; ma letto il libro, vorrei tu mi scrivessi che ne pensi.... Sono molto impaziente di avere il tuo giudizio”.
Ed ecco come comincia l’opera (pagina 1): “La prima impressione del viaggiatore che, sbarcato a Palermo, visita la città e i suoidintorni ed ha occasione di frequentare anche in modo superficiale la parte educata di quella popolazione, è certamente una delle più grate che si possano immaginare. Lasciando pure da parte il clima e l’aspetto della natura, già celebrati in tutte le lingue, in versi ed in prosa, buoni e cattivi, la città colla bellezza delle vie principali, l’aspetto monumentale dei palazzi, l’illuminazione notturna, una delle migliori di Europa, presenta tutte le apparenze del centro di un paese ricco e industrioso. Nell’accoglienza dei forestieri, la squisita cortesia non si limita alle forme esterne. Appena si sia manifestata l’intenzione di inoltrarsi nell’interno dell’Isola, abbondano le lettere di raccomandazione, le offerte di ospitalità che poi si sperimentano non essere semplici complimenti.(…) Ma s’egli si trattiene, se apre qualche giornale, se presta l’orecchio alle conversazioni, se interroga egli stesso, sente a poco a poco tutto mutarglisi d’intorno. I colori cambiano, l’aspetto di ogni cosa si trasforma. (…) Dopo un certo numero di tali storie, tutto quel profumo di fiori d’arancio e di limone principia a sapere di cadavere (…)La violenza va esercitandosi apertamente, tranquillamente, regolarmente; è nell’andamento normale delle cose.”
Capuana riporta a pagina 87 le parole del funzionario Gerra, precisando non Siciliano scritte in un rapporto ufficiale del 1874, il quale precisa che i rappresentanti del Governo possono trovare in Sicilia un appoggio sincero e cooperazione attiva al pari d’altrove, basterebbe dare il primo appoggio e fiducia e questo appoggio in Sicilia è sinonimo di forza. Vorrei rimarcare quante sono vere e importanti queste parole e che ritornano oggi come un eco. Capuana continua ( pagina 88) con il rimarcare l’operazione cruenta di repressione, dei “tagliatori di teste” piemontesi: “Non possono dimenticare gli orrori della caccia ai renitenti di leva – in un paese nuovo alla coscrizione – praticata come fra selvaggi, assediando paesetti, minacciando di fucilazione i cittadini se si fossero attentati di uscir di casa, e di assetarli se tutti i renitenti non si fossero presentati fra 12 ore, arrestando a casaccio, facendo morire nelle prigioni, di spavento e di maltrattamenti, povere donne incinte; bruciando vivi contadini, rei soltanto di non aver voluto aprire la porta della loro capanna perché atterriti, in mezzo ad una campagna deserta, da insolito apparato di armi e di armati” Questo era il clima e ancor più non risparmiando ne bambini e a maggior ragione sacerdoti. Rimane per me emblematica la fucilazione di Angela Romano di 9 anni: “L’UNICA BAMBINA AL MONDO CHE VIENE PROCESSATA E FUCILATA – CASTELLAMMARE DEL GOLFO 3 GENNAIO 1862 Dopo un processo sommario vengono fucilati una bambina di 9 anni, un sacerdote, 2 vecchi e tre donne, tutti accusati di essere familiari dei ribelli indipendentisti Siciliani. L’inquisitore gen. Pietro QUINTINO, ex garibaldino, venne dopo decorato con la “Croce SS. Maurizio e Lazzaro” Capuana chiude la sua arringa, invitando tutti quanti in Sicilia ad una festa d’amore, per scoprire loro stessi sia la bellezza ma anche un Popolo di millenaria civiltà aperto e pronto ad una ospitalità senza interessi. Vorrei saltare tutta quanta l’introduzione di Roberto Ciuni, ma è giusto che dia risalto alla sua contrapposizione. A pagina 11 scrive: “Al tempo in cui Capuana scriveva L’isola del sole oppure negli anni nostri, chiunque – siciliano- abbia il problema di dare un giudizio sulla Sicilia è davanti ad un dubbio. “Difenderla” fino a negare certe sue deteriori peculiarità, fino a negare che la mafia sia un tipico prodotto dell’isola, fino a magnificarne ogni aspetto, fino a chieder per essa che lo Stato-rimedi-a-più-che-secolari-carenze, fino ad arrivare a parlar di “conquista” e di “colonizzazione” della Sicilia da parte dei savoiardi piemontesi. (pagina 12) Ovvero “difenderla” in forma critica, ammettendone le peculiarità peggiori, ammettendo la sicilian way of mafia, guardandone in maniera spassionata i difetti, analizzando il comportamento dello Stato senza prevenzioni e parlando sì della cattiva politica post-unitaria ma senza l’enfasi che porta a utilizzare parole come “conquista” ovvero “colonizzazione” e, infine, inglobando la questione dell’isola nel quadro dei rapporti tra nord e sud, tra classi egemoni e classi oppresse, tra una maniera di gestire il potere che troppo a lungo nel corso di cento anni ha tenuto fuori dallo Stato gran parte della comunità nazionale e le forme di riscatto che si sono via via affermate a furia di lacrime e di sangue.”
Direi che questo non è un bivio che pone il signor Ciuni, ma un teorema. La costante è che il Siciliano, sia postrisorgimentale che d’oggi, che deve dare un giudizio alla Sicilia sente il dovere di difenderla, ma è davanti un grave dubbio. Direi che non è un dubbio, ma un bivio politico. A suo dire il signor Ciuni riafferma, le teorie portati avanti da chi ha creduto le teorie razziste che il Siciliano ha innato nel proprio DNA di essere un criminale, pertanto la mafia e un tipico prodotto dell’isola. Interpone la storia: Al tempo in cui Capuana scriveva L’isola del sole oppure negli anni nostri, chiunque – siciliano, così facendo nega la reale prospettiva dei fenomeni. Ma il Siciliano di allora non aveva la mafia di oggi. Fenomeno frutto di una politica che ha permesso: nella prima fase l’utilizzo di questa consorteria criminale, come in tanti altre regioni della penisola, nelle azioni di polizia, consociandosi di fatto con i magistrati e sbirri piemontesi; nella seconda fase in un consociativismo politico clientelare creando così quel mostro Uzeda che possiamo definire la politica italiana di Sicilia. Al signor Ciuni le parole “colonizzazione” e “conquista” lo disturbano anche se fanno parte della verità storica e non quella costruita. La Sicilia non è il Sud dell’Italia, ma è a Sud dell’Italia, lo dimostra il fatto stesso della caratteristica pattizia dello Statuto d’Autonomia accettata dagli Italiani repubblicani e continuamente, minuziosamente non rispettata da gli italiani di Sicilia e da tutti i governi italiani succedutosi. Lo Stato-rimedi-a-più-che-secolari-carenze, ricordo al signor Ciuni che questo rimedio è stato promesso nell’art. 38 dello Statuto d’Autonomia legge costituzionale. La questione siciliana, non è la questione meridionale e non è un problema di classi sociali. La questione Siciliana è un problema politico ed identitario, di giustizia storica e solo con questa confusione di visione tra ieri e oggi e visione dell’insieme si diventa alleati della mafia perché il problema non si vuole risolvere, non si vuole giustizia storica ma solo confusione per potere opprimere un Popolo che ha avuto una sola colpa: la civiltà, la fede e la ricchezza. Valori contrapposti a l’arroganza, ad un ateismo anticlericale e un profondo senso razzista e a una avidità di oro e un bisogno di cassa del regno piemontese alla stretta economica. Valori contrapposti non con il Popolo Piemontese (Padano), ma con quella stretta accozzaglia delinquenziale guidata da massoni con interessi internazionali. E’ giusto dire che la storia è fatta pure e soprattutto di tante persone guidati dalla buona fede e dal senso di giustizia, ma non sono bastate da sole a cambiare il corso. Il signor Ciuni precisa se quello di Capuana fosse un sicilianismo critico o un sicilianismo parolaio? Se il Nasi e il Capuana fossero portatori di progresso o di immobilismo reazionario? Con questo teorema citato dal signor Ciuni, ancora in atto, il Siciliano che vuole difendere la Sicilia al di fuori del Capuana, che aveva come soluzione il patriottismo, e del Nasi non rimane altro che la rassegnazione e il silenzio emigratorio, perché in caso contrario è un reazionario amico dei mafiosi e per il 416bis, mafioso pure lui. Il Siciliano di oggi è sicuramente contro questa mafia che ha permesso alla politica il degrado e la mortificazione sia della propria Terra che del proprio Popolo. Il Siciliano di oggi vuole la verità storica, per avere riconosciuta quella dignità che merita, senza garibaldini massoni o residui razzisti che tengano. La necessità di differenziare la “questione siciliana” da quella meridionale è essenziale e lo stesso signor Ciuni nel suo teorema criticando così quel sicilianismo parolaio di Capuana, atto ad influenzare l’opinione di tanti Siciliani, pertanto viene legittimo considerarlo “un freno obiettivo allo sviluppo di una sana e utile comprensione della “questione siciliana” da parte dei siciliani”. Ecco che al signor Ciuni sorge la necessità di differire la “questione siciliana” da quella meridionale. Noi tutti Siciliani di oggi abbiamo visto nella storia, quanto il sicilianismo abbia avuto spazio nelle pagine della stampa, nel cinema e nella televisione e quanto, invece, ha trovato eco tutto il razzismo, il negare la verità storica, le bombe mediatiche, le false indagini cinematografiche? Oggi ci troviamo in questa Sicilia che ha l’emergenza di un riscatto di orgoglio e di autodeterminazione, grazie a quanti, ancora oggi, fingendo di difenderLa l’hanno affondata definitivamente con teoremi e teorie fantastiche per squallidi interessi marchettari e di partigianesimo politico. Precisiamo ancor di più il signor Ciuni accusa Capuana perché non ha trattato tali argomenti nel suo L’Isola del sole (pagina 17): “Cosa c’è dietro i Fasci siciliani e dietro la repressione di Francesco Crispi? Perché è stata la Sicilia a iniziare i moti sociali di massa in Italia? Cosa significa l’emigrazione meridionale e, soprattutto, tanto per restare alla cronaca del tempo, perché i siciliani sono vittime di linciaggi e di pogrom sanguinosi nei paesi esteri dove vi sono andati a trapiantare? Perché l’Italia non ha comportamenti omogenei da zona a zona ma qui ci si ribella e si affrontano i fucili dell’esercito e li invece è tutto calmo? Quali sono le origini sociologiche del brigantaggio che hanno vissuto altre parti del paese? Ecco una pressante serie di domande alla quale Capuana non dà alcuna risposta. Non se le pone nemmeno. E se non è mestiere suo ragionare in termini politici, è almeno mestiere suo essere informato sui passi che sta facendo la cultura – lui è uomo di lettere, quindi uomo di cultura – riguardo all’indagine sullo “specifico” siciliano.” Le risposte ci sono e pure gli argomenti come abbiamo testé visto, ma non sono quelle desiderate dal signor Ciuni. Io a tutte queste domande ne ho una sola: il Regno delle Due Sicilie è stato colonizzato dal Piemonte. La Sicilia è stata colonizzata dal Piemonte! Capuana non nega affatto la mafia e non la diminuisce come capacità criminale, ma non la estende ad un fattore di entità e di peculiarità del Popolo Siciliano. Questo è stato fatto dagli scienziati razzisti e non è ammissibile, accettabile, nemmeno oggi, perché semplicemente non è la verità. Il razzismo antisiciliano ha generato la repressione e il convincimento anche all’estero dell’indole criminale e del basso quoziente intellettivo dei Meridionali e dei Siciliani. Ora la colpa di tutto bisogna darla a chi ha appoggiato queste teorie sostenendo le crociate politiche e gli esercizi di retorica contro il Popolo Siciliano. Capuana credeva nell’Italia ed era cauto nelle accuse, non esplicito, mitigava, ma tanto la sua vuole essere solo un’opera letteraria e basta. Per risposta a tutto ciò riporto ciò che il signor Ciuni ha riportato nella sua introduzione (pagina 18) : “ Anche Taiani è “sicilianista”; sol che non si sogna di negare lo “specifico” della situazione dell’isola ed attribuisce i mali della Sicilia al cattivo governo: “Dal 1860 al 1866 fu un continuo offendere abitudini secolari, tradizioni secolari, suscettibilità anche puntigliose, se vuolsi, di popolazioni animose, vivaci, espansive, e che erano disposti a ricambiare con un tesoro di affetti un governo che avesse saputo studiare e conoscerle… Alla Sicilia è stato dato ogni bene materiale, se vuolsi, ma è stata negata la giustizia… Alla Sicilia è stata aperta la via ad ogni maniera d’arricchire ma è stata aperta la via alla propria corruzione…” Ora vorrei fare il parallelismo alle parole scritte da Capuana (pagina 88): “Ora, fino a che l’azione della polizia sarà laggiù saltuaria empirica, diretta dalla più madornale ignoranza della (pagina 89) vita siciliana, cioè, del gran complesso di storia, di tradizione, di usi, di costumi, di sentimenti da cui vien composto e formato il carattere particolare di quelle regioni; fino a che il Governo non farà tesoro della loro saggezza popolare, meditando il proverbio accennato: “Ama l’amico tuo col vizio suo”, no, non sarà possibile che le cose isolane procedano diversamente, o volgano in meglio.” Continua poi chiedendosi come mai tutti gli sforzi della Sicilia a volersi mettere a paro con le altre regioni le industrie non fioriscono come altrove “e i prodotti rimanevano invenduti, deprezzati, come colpiti da interdizione” mi viene in mente che il signor Ciuni forse il libro non lo ha letto o gli ha dato una sola guardata… A prova dell’equazione Sicilia=Mafia, il signor Ciuni porta tale contributo (pagina 20): “Giuseppe Alongi, poi, con la sua conoscenza tecnica delle faccende della delinquenza siciliana (era stato commissario di pubblica sicurezza) e con l’approfondimento dei suoi studi criminologici alla luce dei testi del positivismo di Cesare Lombroso e di Enrico Ferri, aveva prodotto un testo fondamentale, il primo, possiamo dire, sulle cause, sulle manifestazioni e sulle peculiarità della mafia. Testo che oggi è considerato un classico e dal quale si traggono ancora utili insegnamenti”… Stiamo scherzando? Da popolano che sono mi viene di alzare la voce intercalando con sconcezze varie… Cesare Lombroso? Enrico Ferri? Ma non sono i padri del razzismo antisiciliano? Il signor Ciuni stesso scrive (pagina 22): “Da un lato, i positivisti della scuola criminologica di Lombroso riconducevano lo “specifico” siciliano alla razza: ed era un’infamia culturale della quale ha fatto ampiamente giustizia il corso degli studi successivi ma alla fine dell’ottocento costituiva una tesi con cui bisognava fare i conti.” Non crede che portare avanti ancora oggi queste tesi razziste e derivati in diverse forme, è una vera vergogna? Il giudizio finale del signor Ciuni è singolare (pagina 24): “Parlando con l’uomo politico dell’Antimafia, ricordavamo Il gattopardo: “Caro Chevalley, i siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti; la loro vanità e più forte della loro miseria”. Le stesse parole di Tomasi di Lampedusa, vengono in mente terminando la lettura de L’isola del sole. E’ proprio vero: a certi estremi, portata a certi gradi di violenza la sicilianità diventa un’ideologia. Il libro di Capuana ne è un documento. ROBERTO CIUNI”. Riportando le parole della rassegnazione siciliana de-Il gattopardo dove muore qualsiasi atto concreto del sicilianismo, il signor Ciuni, come un grande inquisitore che accusa di eresia mette al rogo il libro del Capuana. Ed è enigmatica questa sua chiusa, con una sicilianità violenta che lui ha letto, o sunto, nel libro. Un libro dove parla nella chiusa di festa d’amore, d’invito a tutti coloro che vogliono costatare la sicilianità di persona, ed è indiscutibilmente vero. Un libro, dove Capuana vuole una Sicilia italiana trattata come le altre regioni (patriottismo). Un libro di difesa contro il razzismo antisiciliano. Spero solo che L’Isola del Sole di Luigi Capuana venga letto ancora, ma con giusto senso critico e non con un occhio solo, magari dentro un triangolo massonico… Proprio in questi giorni leggevo sulla rivista “S” un interessante articolo: “MAFIA E MASSONERIA UN RAPPORTO MAI INTERROTTO” di Antonio Ingroia: “La storia della mafia probabilmente sarebbe un’altra se mancasse la componente dei suoi rapporti con la massoneria”. Ed è sempre più incontestabile che certe logge massoniche sono serviti come camere di compensazione per direttive da una parte a l’altra tra un certo Potere (cosiddetto: Stato deviato – Servizi Segreti deviati) e la mafia. E’ un discorso che approfondiremo in un altro luogo.
La Giunta Parlamentare composta da 9 membri: G. Borsani, Presidente; G. Alasia, N. Cusa, C. De Cesare, P. De Luca, L. Gravina, F. Paternostro, C.Verga, e R. Bonfadini relatore. Eletta nel mese di luglio del 1875 dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla "Sicilia mafiosa".
SICILIANETA’ SICILITUDINE E SICILIANISMO;
INDAGINE ARCHEOLOGICA SUPERFICIALE DEL TERRITORIO DI SICULIANA.
Luigi Bodio (Milano, 12 ottobre 1840 – Roma, 2 novembre 1920) è stato uno statistico italiano, considerato tra i fondatori della statistica italiana.
Diego Tajani (Cutro, 8 giugno 1827 – Roma, 2 febbraio 1921) è stato un politico italiano, senatore del Regno. Fu ministro di Grazia e Giustizia e Culti ammessi dei Governi Depretis III, VII e VIII.
La Mafia e l’omertà Giuseppe Pitrè Gruppo Editoriale Brancato -2002 Palermo Stampato presso lo stabilimento “VALPRINT S.p.A.” Brugherio – Milano
IL PREGIUDIZIO RAZZIALE E Mister Denis Mack Smith (dell’autore)
Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, Zanichelli, Bologna 1979, vol. I, voce brigànte, p. 166.
Niccolò Rodolico, Il Popolo agli inizi del Risorgimento nell’Italia meridionale. 1798-1801, Le Monnier, Firenze 1926, p. XIII. Tratto: FRANCESCO PAPPALARDO, Cristianità n. 223 (1993)
“Antonio Ingroia, sostituto procuratore a Palermo, che spesso nelle sue indagini si è trovato ad incrociare quel groviglio di interessi in cui la mafia si limita a fare la sua parte, insieme ad altri comprimari.” Scritto da Saverio Lodato - 5 settembre 2008. Antonio Ingroia è sostituto procuratore della Repubblica presso la direzione distrettuale antimafia di Palermo dal 1992, dove ha condotto numerosi processi su Cosa nostra e sui suoi rapporti con il mondo della politica e dell'economia. È componente della commissione ministeriale per il riordino della normativa antimafia è considerato uno degli allievi di Paolo Borsellino.
25 ottobre 2008 vedendo su RAIDUE la trasmissione televisiva diretta da Francesco Facchinetti SCALO 76 ho avuto il triste sentore di quell’autentico razzismo antisiciliano nato con l’unità d’Italia, dagli scienziati della scuola di Cesare Lombroso. Sullo schermo vi era la scritta MAFIE. Mi dico molto incoraggiate per un verso, perché non si tratta di mafia con il copyright siciliano… Vi erano ospiti i giovani palermitani cantanti rap i Combamastas guidati da Othello, i quali cantarono in Siciliano, e questo mi ha gratificato, oltre il testo molto interessante e apprezzabile, U TAGGHIAMU STU PALLUNI andava tutto a meraviglia. Pure con la tv locale TELEJATO, più piccola del mondo con il direttore più grande del mondo: PINO MANJACI. Quando le tv sono veramente libere e senza paura. Vi erano altri ospiti e tra questi Alfio Caruso, mandato dalla sua casa editrice sicuramente per promuovere il libro appena uscito, che non leggerò. A un certo punto se ne esce che il Siciliano è geneticamente mafioso e che Palermo potrebbe diventare la città ideale solo senza i Siciliani (Palermitani). Sicuramente ha fatto un fiasco totale, una figura penosa, perché questo razzismo antisiciliano nato nel 1870 e che portò tanto male e una lotta impropria alla mafia rendendola sempre più forte, non è così accettabile oggi. Pino Manjaci lo ha dissentito apertamente, dicendo che sono solo poche centinaia di famiglie di merd… che inquinano il buon nome di tanti Siciliani onesti. Poi la chiusa di Facchinetti richiamandosi a Lucio Dalla con la sua canzone Sono Siciliano con un pallone in mano in primo piano allo schermo dice: penso che qui siamo tutti Siciliani ora lo tagliamo questo pallone? Come vedi signor Caruso hai offeso solo il Popolo Siciliano ammatula… Se hai pensato veramente a quello che hai detto ti dovresti vergognare fino al midollo osseo, ma non basterebbe. Ora basta con questo razzismo illogico