sabato, 31 ottobre 2009
 (PARTE TERZA CAPITOLO TERZO Pagina 203)

“Tutta la vita sociale è una commedia!... Bisogna sapervi recitare la propria parte…”

 

Questa frase, sembra proprio un assioma… Estratta dal suo contesto letterario si potrebbe attribuire a Pirandello. Con più attenzione ci accorgiamo che non vi è filosofia, vi è solo una costatazione, un dato di fatto, una arresa a quella vita aristocratica di cui fanno parte i protagonisti. Quel mondo falso e ipocrita fatto di finti sorrisi, di finte parole di convenienza, che la protagonista in un certo qual modo n’è una ribelle esule fuggita dal proprio matrimonio alla stregua di una commedia sociale. Lei vuole che questa commedia sia beffata dal suo amore con Paolo Arconte, e così trovare quella bellezza sottile dei sotterfugi di loro amanti nonostante tutto, al cospetto di tutti. E quale luogo potrebbe ospitare magnificamente questa commedia nella commedia se non un teatro? Tutti falsi, amici, conoscenti, anche loro due che recitano, per magnificare la verità: il loro amore. Ma Arconti non sta al gioco di Teresa perché ha paura di compromettere il suo ruolo di protagonista in una commedia più grande: la politica, forse la sua autentica e grande passione. La conversazione degli amanti si conclude con il tradimento, la gelosia elemento mitico di Eros e Psiche  della favola di Apuleo rappresentata dalle sorelle che devastano rovinano il magnifico rapporto tra gli amanti. Lei Teresa genera all’amante la gelosia di un tradimento e lui vorrebbe ucciderla nel tentativo di soffocarla allenta la presa delle mani nell’arresa… Come Psiche uccide le sorelle, per ritrovare Eros. In questo elemento troviamo il gioco sociale del proprio pupo pirandelliano ne-Il berretto a sonagli, dove ufficializzato il tradimento della moglie, nella commedia sociale, non rimane altro a Ciampa (il marito) che l’uccisione del traditore (il Cavaliere). Ma nel opera teatrale di Pirandello la commedia sociale continua con lo stratagemma dell’ufficializzazione sociale della  pazzia della svelatrice della verità, Beatrice (moglie del Cavaliere). Rimaniamo nel nostro romanzo dove l’illusione di quel si di Arconte al perdono dell’ipotetico tradimento di Teresa è solo una battuta nella loro commedia. La critica alla commedia sociale nasce con la Scapigliatura, da quel anarchismo intellettuale che rifiutava i lacci sociali che ostacolavano la loro arte di liberarsi nell’espressione autentica di verità di una vita vista totalmente “dal fango al cielo”. Mentre Verga se ne liberò togliendo dal suo contesto artistico proprio quella società aristocratica per una società più autentica, quella del popolo. De Roberto rimane nel mondo aristocratico per demolirlo momento per momento e facendolo implodere nella propria ipocrisia. Una classe sociale che fa una classe politica a sua immagine e somiglianza. Con il solo risultato di una Italia falsa e ipocrita, come costateremo nel seguito dei due romanzi del Ciclo.

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venerdì, 30 ottobre 2009

 (PARTE TERZA CAPITOLO TERZO Pagina 198)

“Utopie! Tu non sarai mai uguale al tuo portinaio!”

“Io vorrei che il mio portinaio fosse uguale a me!”

“Allora chi resterebbe a custodire l’entrata?”

Quelle dottrine gli facevano, secondo lei, un poco torto: ella voleva vederlo più autoritario, ammiratore della monarchia, pronto a dar la vita per il suo Re; invece egli sorrideva un poco quando udiva lei ammirare i Savoia.

“Che stirpe di prodi! Che gente leale e gagliarda! Voglio credere che tu non sei per i placidi tramonti?...”

“E se fossi?...”

Ella rispondeva ridendo, ma impetuosamente, a quel dubbio espresso ridendo:

“Non dovresti comparirmi più dinanzi!...” Poi, dalla minaccia passando alla seduzione, riprendeva: “No, tu faresti ciò che vuole l’Amor tuo: è vero? Non rinunzieresti alle tue idee, se io te ne pregassi?”

Allora egli scrollava il capo:

“Un’idea, insomma, vale quanto un’altra…”

E le confessava che, scrivendo o pronunziando un discorso in sostegno delle proprie teorie, le teorie contrarie gli si affollavano nella mente, che quando udiva un contraddittore, pensava: “Insomma, anche lui ha ragione… se è sincero, se non pensa anche lui che ho ragione io!...”

              Arconte, fa sfocio della sua cultura, della sua eloquenza come il pavone esibisce la sua coda alla femmina corteggiata. Sinonimo di un innamoramento ancora vivo. Lei lo interroga sulla vita e sulla morte come se fosse il detentore della verità, ma contemporaneamente gioca al controllo del suo amante pure sulle idee.  

               Per potere penetrare nei contenuti di questo dialogo dobbiamo prima avere il quadro storico della sinistra parlamentare. Lo scopo è concepire a fondo le parole utopie e uguale. Intanto possiamo dire che dopo il 1860 la disillusione romantica s’incammina sempre più per un gusto sempre più  al realismo, sia per le influenze filosofiche sia per le spinte delle scoperte scientifiche che rivoluzionarono il mondo. Il gusto del vero, sostituisce quello del bello. In letteratura il vero prende forma nel nuovo romanzo europeo e non è affatto di meno il grande verismo siciliano. In economia fu coniato un termine che segnò un cambiamento significativo: rivoluzione industriale. Gli stati rivoluzionati per primi furono: l’Inghilterra, la Francia, il Belgio, l’Olanda. Ma lo sviluppo industriale e scientifico arrivò pure a gli altri paesi europei. Si avviò così l’industria pesante, la manifattura cotoniera, con l’uso della macchina a vapore, l’altoforno. Si accrebbero ancor più le miniere di carbone. E vi fu un continuo sviluppo delle vie di comunicazioni sia per le strade ferrate che per via mare con lo scavo di canali. Questo sviluppo scientifico e tecnologico, invece di portare progresso all’intera umanità privilegia solo pochi a danno di tanti.[1] Nasce così la borghesia capitalista! La quale riesce a influenzare la politica del tempo in nome dello sviluppo, che viene posto come priorità privilegiata. Nasce pure la classe operaia, spesso lontana dalla propria terra natia, per avere lasciato i campi per un alienante città e un alienante lavoro monotono e pesante. Si fa presto l’esigenza di una richiesta di diritti sociali organizzata. La rivoluzione industriale porta al centro del potere internazionale l’Inghilterra, la quale influenza scelte politiche negli altri poteri ed avvia sempre l’espansione imperialista. L’esigenza di nuovi spazi vitali e di popoli per dare sbocco alla produzione, porta, così, gli stati europei ad assoggettare il mondo, penetrando in territori selvaggi da colonizzare e procurarsi le materie prime. Mentre il Belgio, l’Olanda, la Francia, la Germania, il Portogallo, la Spagna e soprattutto l’Inghilterra avviavano la loro espansione coloniale per l’Africa e l’Asia, l’Italia addossò le spese di tale sviluppo industriale, delle strade ferrate e della stessa loro guerra della sua “unità”, o della “liberazione” dello “straniero”,  al Meridione, alla Sardegna e alla Sicilia, facendone di fatto e in maniera inconfutabile, le loro colonie. Cosicché divenute colonie servirono a dare sbocco di mercato alla loro produzione, e ad afferrare:  le risorse territoriali, la forza lavoro e il capitale necessario il loro sviluppo. In seguito, fino ai tempi nostri, il capitale fu trafugato tramite il risparmio depositato nelle banche siciliane, che complici, andavano ad investire nelle industrie del Nord, a volte fallimentari. Caso eclatante l’investimento disastroso nel gruppo Olivetti negli anni ottanta che causò la stretta creditizia in Sicilia causando la fine irrevocabile per molte piccole e medie aziende, provocando perdite al Banco per le spese giudiziarie e il mancato recupero dei crediti, questo lo svalutò di molto e facilitò l’acquisizione ad altri soggetti.[2] Forse c’è da sospettare molto e senza forse, ma è tutto un altro argomento. Cosicché Cavour unificò i propri debiti al resto degli stati italici; pertanto il Piemonte seguì con l’inevitabile sviluppo, vicino all’Europa, e il Sud conseguì l’inevitabile tracollo, in periferia dell’Europa. Nasce così la “questione meridionale” e la “questione siciliana” spesso una recriminazione che autentico studio per delle giuste soluzioni. Il nuovo Regno debole di infrastrutture esigeva almeno di una centralizzazione di potere autorevole per questo s’applicarono le regole (leggi) piemontesi. Questo è quanto gli storiografici unitari giustificano la piemotizzazione, ma in realtà l’intento di Cavour e le direttive internazionali (Inghilterra) erano quelle che risultarono: il controllo del Piemonte della penisola italica isole comprese. La rivoluzione industriale aveva portato l’egemonia inglese e Londra  centro decisionale degli interessi e delle sorti di interi popoli, centro del mercato capitalista mondiale, dove si controllavano gli equilibri per la diffusione capillare della produzione. Il sistema britannico liberale raggiunge il massimo della stabilità con le liberazioni delle protezioni delle dogane e la convertibilità in lingotti d’oro del denaro a garanzia del proprio capitale. Nasceva il “capitalismo maturo” e la netta divisione di classi sociali in una sorta di antagonismo. Karl Marx  semplifica in classe borghese e classe proletaria, germinava in questo modo il socialismo scientifico  come studio del sistema sociale reale per un’esistenza migliore, da potere raggiungere solo con la rivoluzione internazionale dei proletari di tutto il mondo. Nel 1870, il panorama politico del Regno d’Italia fu segnato dalla presa di Roma e lo stanziamento della corona piemontese, la quale unì geograficamente, ma marcò ancor più una divisione politica tra laici e cattolici. La città dei cesari e dei papi era la capitale del Regno d’Italia ma lo stato era ancora piemontese. Al comando vi è una Destra Storica guidata e ispirata da Cavour che tende al risanamento del bilancio, e abbiamo visto come, togliendo ai poveri per dare ai ricchi, con la tassa del macinato (1868). Il ricorrere alla tassa indiretta, pertanto sui beni di consumo e non su i redditi ha permesso di non aggravare i “ceti abbienti”, che costituivano i loro elettorato, in questo modo costringendo a pagare coloro, che non avendo beni immobili non avevano imposte dirette, cioè i più indigenti.[3] Quando nel 1876 prese il potere la Sinistra pensò al sociale con l’allargamento del suffragio universale, lotta all’analfabetismo[4] e modifica del sistema fiscale. Con la sinistra s’inaugurò il trasformismo. Il trasformismo di Depretis è stato un fenomeno parlamentare che ha visto la collusione d’interessi tra politici e potentati economici, lo spostare le loro posizioni da destra a sinistra e viceversa. Già l’invito era stato espresso dallo stesso a quanti volevano scardinare le contrapposizioni ideologiche per un nuovo senso unitario nella dialettica culturale. Bisogna riflettere su alcuni fatti: sia la Destra che la Sinistra erano ideologicamente vicinissimi ambedue liberali, giacché le parti estreme: legittimisti e repubblicani erano fuori dal gioco politico. Ma visto il numero esiguo di elettori anche la loro appartenenza sociale non era così differente. La Destra era statalista non volendo rappresentare i privati interessati a trarre profitto sulle risorse pubbliche. La Sinistra invece più liberista appoggiava l’iniziativa privata a seguire il proprio corso senza tanti blocchi. E lo scontro più duro tra i dure schieramenti fu sulla strada ferrata e sulla sua statalizzazione o meno. Bisogna pensare che i maggiori deputati di Destra erano di preminenza del Nord e quelli di Sinistra del Sud, questo spiega il loro ruolo politico nella difesa di uno Stato che loro avevano creato; per i deputati di Sinistra il solo contrapporsi allo statalismo dei beni per difendere il “privato” significava avversione a quello Stato che ben poco aveva apportato al loro territorio d’appartenenza. Sicuramente il 1876 con la Sinistra al potere segnò un mutamento verso la considerazione di sentire lo Stato come straniero accentratore. Depretis da subito oppositore di Cavour, piemontese, e “dittatore pro-tempore” della Sicilia[5], abolì immediatamente la tassa sul macinato. Nel 1882 venne varata la riforma elettorale allargando il diritto di voto a più di due milioni di cittadini, così poterono votare per la prima volta non solo la media e piccola borghesia ma anche lo strato superiore del popolo. Proprio quest’anno per la prima volta venne eletto un autentico socialista: Andrea Costa[6]. Questo aumento degli elettori apportò l’esigenza dei deputati a garantirsi il loro elettorato e tener conto, così dei loro singoli collegi, pertanto il presunto “interesse nazionale”, che apportava a scelte a volte impopolari, venne meno, di conseguenza s’affermava un sistema politico moderno che riusciva a coinvolgere i cittadini in concomitanza dei segnali di sviluppo produttivo. Il periodo storico del dialogo  in questione tra Teresa Uzeda e Paolo Arconti è sicuramente nella XIV legislatura iniziata nel novembre del 1882, si può desumere da quanto premesso dalla voce narrante ad inizio del capitolo 3 a pagina 196: “Il principe Consalvo Uzeda di Francalanza[7], nipote del babbo, e perciò cugino di lei, era venuto alla capitale, in qualità di deputato: non cercò di vederla.” .  In questa campagna elettorale oltre al Costa furono candidati altri due suoi compagni: Cafiero[8] e Cipriani[9], tutte e due non furono eletti, ma molto rappresentativi e significativi per il socialismo internazionale. Il concetto di socialismo nel nuovo Regno d’Italia è molto influenzato dal movimento anarchico. Ispirato da Bakunin arrivato dalla Russia ad Ischia ed assistito tramite la massoneria per i vari contatti, anche con Garibaldi.  Il programma politico di Bakunin era: “autonomia  e federazione di tutti i popoli liberi”[10] e proprio il concetto socialista di Prudhon[11] (il quale nella sua espressione: La proprietà è un furto…proprietari si diventa lavorando, non intendeva eliminare la proprietà privata ma allargarla a tutti gli uomini. Il furto era la ricchezza, il capitale, il profitto dal commercio e dell’eredità) lo influenzò direttamente, anche nel dare un nuovo concetto positivo al termine anarchia. Prodhon fu il primo a definirsi anarchico.[12] Bakunin nel 1864 tra il 23 e il 26 gennaio incontra molti indipendentisti (confederalisti), repubblicani, anticlericali, uomini di cultura grazie alla massoneria a Firenze ed è da segnalare tra questi la presenza di Giovanni Verga.[13] Bakunin anche se fratello massone cercava di sabotarla per una massoneria democratica e rivoluzionaria. Ma la massoneria ha saputo strumentalizzare a sua volta e a tempo opportuno chiunque, nessuno escluso. Proprio in Italia incomincia la metamorfosi ideologica di Bakunin, proprio nel 1865 settembre/ottobre scrive nel giornale napoletano democratico Il Popolo d’Italia il suo concetto antistatalista: “Disgrazia a le nazioni in cui lo Sato s’immischia di regolare la vita popolare e il libero pensiero degli individui, fosse anche in nome della morale più pura! Dal momento che viene imposta diventa immorale, perché che cosa è la morale, il dovere e il diritto, se non la libertà stessa?... Per conseguenza per moralizzare l’umana società bisogna emancipare il pensiero dal giogo dell’autorità e la nostra volontà dalla tutela dello Stato”[14]  Fin quando poi ripudia non solo lo Stato ma anche il nazionalismo panslavista[15]. C’è da precisare che nelle colonne del giornale napoletano Libertà e Giustizia agosto/settembre 1867 chiarisce molto bene questo argomento, oltre a professarsi apertamente anarchico: “…io sono anarchico e preferisco la libertà a l’ordine pubblico, (…) sono federalista da cima a fondo… Mi è forza quindi detestare, il panslavismo (…) e tutti i pan’ismi della terra, avendo io la certezza che sotto ognuno di questi agglomerati s’asconde una negazione dell’umanità…”[16] (Il termine: pan’ismi oggi viene spiegato con globalizzazioni). Prima di partire per la Svizzera, Bakunin lascia a Napoli un gruppo compatti di socialisti federalisti e lo collega ad altri gruppi della Toscana e della Sicilia. In quest’aria vi era un suo grande allievo, allora studente: Enrico Malatesta. In futuro sarà il massimo esponente dell’anarchismo italiano. Vorrei ancor più marcare cosa intendeva Bakunin e i socialisti di allora per federalismo, in una lettera scritta a L. Chassin nel maggio 1868 per dare l’adesione al programma del giornale La Democratie, riteneva che il decentramento degli Stati su basi regionali, e non comunali come sosteneva il Mazzini, era il presupposto principale per una sua organizzazione confederale con l’Europa, anche perché “uno Stato fortemente centralizzato all’interno sarà sempre all’esterno una macchina da guerra”. Questa dichiarazione segnò un distaccamento da Mazzini. Precisa ancora nella stessa lettera che “il triste spettacolo che ci offre oggi questa Italia, è il risultato della dottrina mazziniana in profondo errore. No, l’autonomia comunale non sarà mai sufficiente a fondare la libertà in qualsiasi paese; il comune isolato sarà sempre troppo debole per resistere alla schiacciante centralizzazione di tutti i poteri legislativi ed esecutivi dello Stato. Perché la libertà comunale sia reale, occorre un intermediario più potente del Comune, nei rapporti fra questo e lo Stato: il dipartimento o la provincia autonoma. (…) Proudhon, grande e vero maestro per noi tutti, ha detto nel suo libro De la Justice dans la Rèvolution et dans l’Eglise che la più disastrosa combinazione sarebbe quella fra il socialismo e l’assolutismo, fra le tendenze del popolo verso l’emancipazione economica e il benessere materiale da una parte e la dittatura e la concentrazione di tutti i poteri politici e sociali nello Stato dall’altra… Siamo socialisti, ma non vogliamo diventare mai dei popoli-gregge.”[17]

Il concetto socialista verte principalmente sulla libertà dell’individuo basata sulla emancipazione del lavoro e su l’eguaglianza a gli aventi diritti a questa libertà. Pertanto gli obblighi sociali devono riferirsi immediatamente all’emancipazione per la libertà dell’uomo. Nessuna causa si deve contrapporre a ciò e rilasciare un pagherò. Mi spiego meglio, non è la speranza dell’uomo al riscatto ma il riscatto stesso. Il socialismo muore ed è deleterio quando diventa causa di restrizione e non riscatto immediato. Come il cristianesimo cessa quando diventa speranza e non presente, atto immediato.  Così il socialismo muore quando diventa Stato potere e non riscatto immediato. Sia il cristianesimo e il socialismo si eguagliano, non come disse Russell[18] con il comunismo nel parallelismo tra Cristo e Marx e tra Regno dei Cieli e società comunista; ma tra la libertà dell’uomo e il Regno dei Cieli senza dopo, subito, senza promesse da vendere, ma attuazione del pensiero socialista, attuazione della fede in Cristo, nell’animo, nel pensiero, nelle azioni. La speranza serve alla Chiesa per vendere Cristo ed addormentare il popolo al potere. Come il comunismo serve a fermare la lotta socialista per ottenere il potere assoluto sul popolo. Ora dopo questa premessa viene inquadrato opportunamente il manifesto clandestino di Bakunin e Alberto Tucci che servì a fomentare la rivolta contadina contro la tassa sul macinato del governo italiano: “In tutte le statistiche del felice regno d’Italia evvi due dati di una semplicità straordinaria: popolazione circa 25 milioni; contribuenti della imposta dei fabbricati, terre coltivate e tassa di commercio: circa due milioni. Che cosa siano e che cosa facciano questi due milioni di bravi cittadini contribuenti, tutti lo sanno… Tutti sono brava gente; hanno una “rispettabile posizione sociale”, sono elettori, eleggibili e spesso deputati; per essi predica il curato, per essi è fatto il codice civile, l’usciere, il birro ed il gendarme; le scuole, i libri, le scienze, i musei, i teatri, i cavalli ed i cocchi, le strade ferrate ed i telegrafi, tutto è per essi,  perciocché essi solo possono usufruire della civiltà, ad essi soltanto gli agi ed i gaudi della vita. Ma gli altri 23 milioni d’italiani che cosa fanno e che cosa sono? Borghesi e privilegiati, ve le siete fatta mai questa domanda? Voi lo sapete: i 23 milioni lavorano da che il sole si leva fino a che non si corchi, e sono essi che fanno e pagano la civiltà di cui gioite; sono essi che creano tutto quanto voi consumate, dal vostro pane al vostro lusso sfrenato; senza di voi essi sarebbero liberi e felici, senza di essi voi morreste di fame.”[19]   Ecco: il portinaio e il deputato… Il portinaio fa parte di quei 23 milioni di cittadini che non può usufruire della civiltà, mentre il deputato Arconti “sinistra” vuole che ne usufruisse, ma, intanto gode pienamente dei suoi privilegi; e la storia insegnerà che saranno sempre di più e di più garantiti. Però grazie alle lotte democratiche che si sono fatte le conquiste sociali e il godimento della civiltà è stato in parte possibile per chi vive di braccia proprie. C’è da pensare al corso della storia per questi privilegi ottenuti, se sono stati frutto delle parole dei deputati o delle bastonate del proletario messo allo estenuo…  Intanto socialisti e repubblicani si uniscono nel socialismo democratico e hanno già mitizzato l’esperienza della Comune di Parigi e chiamarono “democrazia sociale” il periodo di transizione dalla democrazia al socialismo. L’aria socialista italiana è ormai impregnata dalle idee dell’Internazionale. Marx ed Engels sono direttamente in contatto con le sezioni. Mazzini e i repubblicani sembrano ormai obsoleti. Cafiero in una lettera a Engels il 12 giugno 1871 da Barletta scrive riferendosi a Mazzini: “Il povero vecchio non vuole comprendere che egli ha fatto il suo tempo, che il suo concetto di unità e libertà  nazionale –grande al suo tempo- impallidisce ora come la luce di una candela innanzi alla luce del sole, venendo paragonato al sublimiamo concetto dell’unità, o meglio unione di tutti i popoli nella nuova organizzazione sociale che avrà per base l’eguaglianza, conseguibile solo mediante l’emancipazione del lavoro dalla tirannia del capitale.”[20] Mazzini non se ne sta con le mani in mano intensifica gli attacchi all’Internazionale rivolgendosi direttamente “Agli Operai Italiani”[21] dove asserisce che l’Internazionale è un’associazione che falserà il fine della lotta operaia. Il giornale “L’Eguaglianza” dell’allora Girgenti fondato da Antonio Riggi il paphelet di Bakunin su Mazzini e l’Internazionale dove mette a paragone le due esperienze storiche: una socialista atea della Comune di Parigi, l’altra cattolica e assolutista dell’Assemblea di Varsailles. Nella prima si voleva l’emancipazione definitiva dell’umanità attraverso l’emancipazione del lavoro. Nella seconda la sua estrema degradazione sotto il duplice giogo spirituale e temporale. Da segnalare nell’aria girgintana e precisamente a Sciacca il vicinissimo a Bakunin Saverio Friscia[22], fondatore di una delle prime sezioni internazionaliste e promotore della riqualificazione dei moti democratici in socialisti. Lo scontro ideologico anarchico repubblicano si placa con la morte di Giuseppe Mazzini il 10 marzo 1872, ma si accentua ancor di più con il marxismo. Marx mal sopportava le rivendicazioni di autonomia dei gruppi anarchici e le cosiddette eresie di Bakunin. Così Marx, a Londra nel settembre del 1871, con una preselezionata di convocati vicini, del Consiglio Generale, tanto da garantirsi la maggioranza, realizza un pacco di risoluzioni tanto da trasformare l’Internazionale in un partito unico e assolutista. Come chiarisce Pier Carlo Masini, nel citato volume a pagina 59[23] : “In particolare con una risoluzione (la IX ), riafferma la necessità per il proletario di costituirsi in partito politico, si poneva altresì la necessità della conquista del potere politico, introducendo nel programma dell’Internazionale un elemento ideologico uniforme e vincolante che annullava la varietà delle correnti fino ad allora ammesse sulla base di un solo principio unificatore: la solidarietà pratica dei lavoratori di qualsiasi razza, credo o nazionalità, per il miglioramento delle condizioni, la mutua difesa, la completa emancipazione della classe operaia.” Vi furono le proteste di questo golpe politico in seno all’Internazionale. Dal congresso di Sonviller in Svizzera, vicinissimi a Bakunin, il 12 novembre del 1871 viene emanata a tutti i Giura confederati una circolare dove si censurava l’atteggiamento del Consiglio Generale per avere voluto fare dell’Internazionale, libera federazioni di sezioni autonome, una organizzazione  gerarchica e autoritaria. (…) Come si vorrebbe far uscire da una organizzazione autoritaria una società egualitaria e libera? E’ impossibile. L’Internale, embrione della società umana dell’avvenire è tenuta ad essere fin d’ora l’immagine fedele dei nostri principi di libertà e di federazione, ed a respingere dal suo seno ogni principio tendente alla autorità, alla dittatura.” Possiamo dire a pieno diritto parole profetiche visto ciò che causò il marxismo, in Unione Sovietica e ancora è causa in altre parti del mondo. Gli anarchici italiani si ribellano a questo atto autoritario dell’Internazionale sia ne-Il Gazzettino Rosa di Milano del 20 novembre, con un editoriale di Vincenzo Panza dove asseriva: “…si manifestassero tendenze dispotiche e dittatoriali , noi li ripudieremo come abbiamo ripudiato la tirannia dogmatica di Mazzini” sia su  L’Egualgianza, a Napoli La Campana, Saverio Friscia comunica che le sezioni italiane si sono ufficialmente dichiarate per la libertà e l’indipendenza contro ogni tendenza di autoritarismo. Come avvenne in tutte le testate giornalistiche delle varie località e sezioni. La Conferenza di Rimini di Agosto dal 4 al 6 presieduta da Cafiero e con segretario Costa, decise di rompere ogni rapporto sul piano ideologico, col comunismo autoritario. Da questa definitiva rottura con l’autoritarismo il movimento anarchico si individualizza ideologicamente stabilendo che non vi è transazione possibile tra l’autorità e l’anarchia, cioè (congresso di Saint-Imier 19 gennaio 1873) “siamo per la federazione spontanea delle forze operaie dal basso all’alto”. Questo è il panorama della Sinistra post unitaria da dove una parte rimane irremovibile e un’altra (Andrea Costa) decide la dialettica parlamentare. L’ultimo decennio del XIX secolo si prepara da una parte (1892) la fondazione del Partito dei lavoratori italiani, in seguito Partito socialista italiano, in Sicilia (1893) i Fasci dei lavoratori e lo stato d’assedio sotto il secondo governo Crispi. Ma siamo andati oltre la realtà storica del romanzo di De Roberto.

                         In letteratura il contatto reale tra il socialismo e i personaggi si hanno con Sette e Mezzo di Giuseppe Maggiore e con I vecchi e i giovani di Luigi Pirandello.  Mentre Giuseppe Maggiore dà uno spettro più consistente del socialismo, sia ideologicamente che storicamente, con la narrazione della colonia Astrea, con le parole di mamma Ortenzia sull’eguaglianza e la disuguaglianza tra gli esseri umani. Ma la rivoluzione sociale del feudo Tri Pernici che Federico mette in atto e commemora con la medaglia in bronzo è il vero e autentico esempio di socialismo, diventa utopistico per l’ingordigia dei contadini, o per meglio dire la mancata maturità ideologica, da supportare con l’autorità. Sette e mezzo è stato trattato lungamente nel parallelismo con Il gattopardo già nel Don Fabrizio e la verità.[24] Invece un discorso molto più approfondito andrebbe fatto con I vecchi e i giovani di Pirandello dove esiste un parallelismo letterario enorme che la stessa analisi storico politica del periodo porta i due autori ad una medesima conclusione, oltre il fallimento del risorgimento unitario, il fallimento del socialismo. L’ambientazione storica è di conseguenza al Ciclo degli Uzeda, nella Sicilia del 1893. Interessantissimo l’ottavo capitolo a casa di donna Caterina Auriti Laurentano dopo l’elezioni, riporto un paragrafo tanto per avere presente l’esempio[25]: “E i socialisti, ahm! Aprono la bocca, e voi ci cascate dentro,-rimbeccò pronto Filippo Noto[26]. –Fanno intravedere un ideale d’umanità e di giustizia che a nessuno può dispiacere, di cui tutti dovrebbero esser contenti; e così fanno proseliti alla loro causa tra quanti non sanno distinguere le ragioni astratte da quelle pratiche della vita sociale, caro Ceràulo[27]! Ingenui che non si domandano neppure se i nuovi metodi non siano tali da render mille volte maggiori le ingiustizie e la tristezza della nostra valle di lacrime; dico bene, Monsignore? (…) Alla Teoria dei socialisti manca l’appoggio della scienza, caro mio, della scienza, della logica, della morale e anche della civiltà e non può reggersi, e cadrà per forza come un sogno pazzo, come uno sproloquio da ubriachi! Vorrei dimostrartelo, vorrei dimostrarlo a tutti, e prima a gli uomini di governo che ci fanno assistere allo spettacolo miserando dello Stato che si piega, dello Stato che si smarrisce e s’impaccia di cose di cui non dovrebbe impacciarsi! (…) Il provvedere ai vecchi, alle donne, ai fanciulli abbandonati, agli infermi, può essere cosa, realmente d’interesse pubblico.

-Interesse d’umanità, - disse il Trigòna[28].

-Benissimo! D’accordo! –approvò il Noto- Ma dal soccorrere la miseria presente per mezzo d’asili, di dormitorii, di cucine economiche, è stato facile, inavvertito il passo, signori miei, a salvaguardare il proletario…

-Il così detto proletariato, -masticò tra i denti Gangi[29].

-…dalla miseria anche possibile, -seguitò Noto, -mercè le assicurazioni obbligatorie contro gli infortuni del lavoro e contro la futura inabilità dell’operaio per età o per malattia. Ora non vi sembra facile, cari miei, dati questi primi passi, il darne altri che ci conducono sempre più verso quello Stato-Provvidenza tanto biasimato dai più illustri scrittori positivi? Perché, quando sia entrato nella coscienza pubblica il concetto che la comunità deve occuparsi di coloro che per inabilità fisica non possono lavorare, è facile saltare il fosso che ci separa dalla ragione vera del socialismo, estendendo il principio anche agli uomini validi e disoccupati. E valga il vero! Se questi, non ostante la buona volontà, non trovano lavoro, o se le loro fatiche non sono sufficientemente retribuite, sono meno da compiangere di coloro che, per un difetto fisico, non possono lavorare? L’effetto è il medesimo, signori miei: la fame non meritata! E con la proclamazione del diritto al lavoro, si può vedere da tutti dove si andrà a finire; si è già veduto, del resto, in Francia, nel 1848…”

 Questa è una breve sintesi del socialismo, ma qui come già scritto siamo andati oltre il periodo storico esaminato, già si notano le probabile applicazioni dell’autentico socialismo, tracciato come utopia dall’avvocato Noto. A mio modo di vedere il minimo di sussistenza è l’unico mezzo che toglie dal ricatto il proletario. Sta allo stato-potere il come. In ogni stato dove il liberalismo capitalista s’inalbera a suo piacimento è unica condizione la difesa della base sociale, validi e non validi al lavoro o semplicemente non volontari al lavoro. Solo in questi termini e garanzie una Nazione si potrà rispecchiare nello Stato. Non è impraticabile economicamente perché il numero dei non volontari al lavoro è esiguo togliendo i vari assistiti e poi è una scelta di vita che comporta una vita dignitosa ma assolutamente umile.   Ecco il concetto di uguaglianza, di pari opportunità politiche e democratiche… Il concetto socialista nel mondo verista è la denunzia stessa dei fatti. In particolar modo in Giovanni Verga troviamo il mondo proletario fatto di uomini e donne del mare e uomini e donne della terra, visti con un occhio fotografico ma sensibile alle ingiustizie tanto da costatarle. In Verga non è mancata la coscienza socialista venuta in effetti con il contatto dei salotti milanesi della scapigliatura anarcoide, oppure a Firenze conoscendo direttamente Bakunin, come abbiamo già visto. Pertanto l’occhio verista fotografico vede ciò che già la coscienza è pronta a percepire e a comprendere. Il verismo siciliano ha aggiunto nel suo sistema interpretativo del mondo, il modo di percepire la storia con nuovi canoni dividendola tra la storia interpretata in maniera trascendente e quella in maniera immanente. La prima interpretazione della storia, ogni evento era mitizzato dall’intervento divino, la seconda invece dai fatti degli uomini in maniera progressiva evolvendosi dalla ispirazione metafisica e in seguito dalla teologica e  raggiungendo lo stadio che i fatti e l’esperienza sono fondati dalla conoscenza scientifica senza nessun mito o divinità che la ispira o la condiziona. Questa teoria è stata importata dal filosofo francese  Auguste Comte[30], e i maggiori rappresentanti sono stati intellettuali quali Roberto Ardigò[31] e da un allievo di Francesco De Sanctis [32], l’hegeliano Pasquale Villari[33]. I quali insieme alle idee evoluzionistiche e progressiste della società di Herbert Spencer[34], (la società viene vista come un organismo in cui le singole parti servono al suo funzionamento), formano il positivismo italiano molto moderato, tranne Cesare Lombroso che come abbiamo già visto ha portato all’estremo il concetto dell’evoluzione predarwiniana.

                   Passiamo alla seconda parte di questa sottolineatura: la stirpe dei Savoia! Perché Arconte ride? Forse perché un deputato della Sinistra ha ben poco da credere in una dinastia monarchica se non ad una democrazia autentica di popolo. Ma forse c’è un’altra ragione ed è basata sul dubbio della stirpe dei Savoia. Stando ad una diceria di quel tempo che trovò conforto in un memoriale di Francesco Crispi dal quale ne uscì fuori un pettegolezzo simile al-La favole del figlio cambiato di Pirandello[35]. Nel 1821 a Firenze nel palazzo del nonno materno Granduca di Toscana Ferdinando III di Lorena[36] scoppiò un incendio, causato dalla balia del futuro primo re della futura Italia unita, Vittorio Emanuele II[37], allora neonato, che ignaro dormiva supinamente nella sua culla, e lei, maldestra, appisolandosi lasciò cadere la candela proprio dentro quella culla. Fu salvato dalle fiamme dalla audacia della nutrice, per buona sorte. Il crudele pettegolezzo del Crispi è più tragico: quella sera il piccolo Vittorio Emanuele II morì e fu sostituito con un coetaneo figlio del macellaio di nome Tanaca, proprio di fronte il palazzo Pitti, il quale dopo quella fatidica sera cambiò tenore di vita e pure allargò la sua macelleria. Cosa convalida questa tesi? Primo che la mancanza di eredi maschi al trono avrebbe pregiudicato a Carlo Alberto di Savoia Carignano la sua successione  al suo lontano parente Carlo Felice Re di Sardegna[38] senza eredi. Questa morte appunto avrebbe pregiudicato il passaggio della corona già messa in discussione per le sue presunte idee liberali.  Secondo la differenza sia fisica e somatica, come l’altezza, che attitudinale tra il padre e il figlio, Carlo Alberto, colto e di gusti sofisticati, il figlio Vittorio Emanuele di gusti molto semplici, anche in fatto di donne, scegliendo molto spesso popolane  e atteggiamenti camerateschi oltre la retorica risorgimentale del re galantuomo. Terzo il suo primo genito Umberto I, sposò  Margherita di Savoia, figlia di quel Ferdinando duca di Genova, che avrebbe dovuto essere Re. In questo modo, tutto si rimise a posto e la stirpe dei Savoia torno al trono… Quarto il verbale redatto per i suoi superiori dal caporale Galluzzo, molto reticente, dove spiega la morte nell’incendio della nutrice avvolta dalle fiamme e lo scampato pericolo del piccolo Vittorio Emanuele uscito illeso. Se i fatti sono andati veramente così c’è da ridere, e come, sulla stirpe dei Savoia…   

               Passo all’ultima parte di questo controverso dialogo tra Teresa e Arconte:  “Un’idea, insomma, vale quanto un’altra…”

E le confessava che, scrivendo o pronunziando un discorso in sostegno delle proprie teorie, le teorie contrarie gli si affollavano nella mente, che quando udiva un contraddittore, pensava: “Insomma, anche lui ha ragione… se è sincero, se non pensa anche lui che ho ragione io!...”  Potrà sembrare un accenno al trasformismo del periodo, considerando che sia i deputati di Destra che di Sinistra sono omogenei come classe sociale, appartenenti all’aristocrazia, le affinità culturali e di pensiero siano simili, tranne le differenze viste già nelle pagini precedenti. Però questa riflessione va aldilà della politica, vi è qualcosa di filosofico e in particolar modo, sa di sofistica. Per i sofisti la verità era empirica in quanto una forma di conoscenza attinente a chi ne dava atto con la sua esperienza personale e dei suoi sensi. Intesa come soggettiva e relativa ad ognuno. Pertanto la verità non era una sola ma tante e valide equivalenti. Tutto poi poggia nella retorica, nell’arte delle parole a fare della sua verità una valida anche per gli altri.  Il grande retore per eccellenza è il Siciliano Gorgia.[39] Platone porta nei suoi scritti un dialogo di Socrate con Gorgia appunto sull’arte della retorica quando andò ad Atene nel 427 a.C. come ambasciatore dei Leontini per trovare appoggio politico contro lo strapotere siracusano. In quella visita Gorgia riscosse moltissimo successo. Ma il discepolo di Socrate non fu dello stesso avviso, tanto che nel dialogo critico lo pone in una posizione di succube della dialettica del maestro. Facendo formulare domande articolate con maestria a Socrate e riportando risposte smilze a Gorgia. Il quale se ne risentì. Indagando bene troviamo che il rancore di Platone era dovuto alla retorica ingiusta che portò alla condanna a morte il suo maestro. Il dialogo fu ambientato quando Gorgia andò ad Atene ma in realtà fu scritto nel 395 a.C. appunto a condanna già eseguita. Per avere un idea ben precisa leggiamo del dialogo “Socrate contro Gorgia” da 454 a 455:

Socrate - Ti sembra che sapere e credere, ossia 'scienza' e 'opinione', siano la stessa    cosa?
Gorgia - No; direi che son cose distinte.
Socrate - E diresti bene. Infatti se uno ti domandasse: 'Gorgia v'è una opinione falsa e una vera?' tu risponderesti di si, credo.
Gorgia - Di si, certo.
Socrate - Ma la scienza può essere falsa e vera?
Gorgia - Assolutamente no.
Socrate - E' proprio vero, quindi, che scienza e opinione non sono la stessa cosa.
Gorgia - Infatti.
Socrate - Eppure vi ha persuasione sia in quelli che hanno scienza che in quelli che hanno solo opinione.
Gorgia - Lo credo bene.
Socrate - Dobbiamo stabilire, pertanto, due specie di persuasione: quella che produce opinione senza il sapere, l'altra che produce scienza.
Gorgia - Hai ben ragione.
Socrate - E allora dimmi, o Gorgia, quale delle due persuasioni produce nei tribunali e nelle altre adunanze la retorica intorno al giusto e all'ingiusto? Quella, cioè, da cui deriva opinione senza sapere, oppure l'altra da cui deriva il sapere?
Gorgia - Evidentemente quella da cui deriva opinione senza sapere.
Socrate - Dunque la retorica, a quanto pare, è produttrice di quella persuasione che induce all'opinione senza il sapere, e non alla scienza del giusto e dell'ingiusto.
Gorgia - Così è.
Socrate - Di conseguenza il retore non insegna nei tribunali e nelle altre adunanze nulla intorno al giusto e all'ingiusto, ma suscita soltanto una semplice credenza. Ed infatti, come potrebbe in così breve tempo insegnare ad una moltitudine di gente cose di così grande importanza?
Gorgia - Sarebbe effettivamente impossibile.

Platone, come si legge nel dialogo, ha il dente avvelenato su Gorgia. Per il sofista siciliano la retorica non si propone di enunciare verità ma di produrre persuasione. Come si legge nell’Elogio di Elena sono le parole che hanno il potere di dominare i fatti e influenzare le scelte, a modificare gli animi di chi ascoltano. Poi nell’opera Sul non ente Gorgia stabilisce tre tesi che sono il summit della scuola sofistica: 1° nulla esiste, 2° se esiste non è conoscibile, 3° ammettendo che è conoscibile non è comunicabile, quanto meno con le parole. Pertanto, a contrario di Protagora, per Gorgia tutto è falso  pertanto la verità è inaccessibile, pertanto tutto può essere rivoltato con la parola. Tanto per avere un idea pratica del pensiero di Gorgia, supponiamo una verità di esistenza: l’asino non vola e allora supponiamo per assurdo il contrario: l’asino vola. L’asino vola è prodotto del pensiero e non è una verità esistente. Ma allora le cose pensate non sono per forza verità esistenti e le cose esistenti non sono per forza verità pensate. Se nel pensiero non vi è relazione della verità esistente, nemmeno sui sensi che falsificano e contraddicono, i quali vengono riflessi nel pensiero ma se ammettiamo che il pensiero è un riflesso della realtà dobbiamo ammettere che l’asino vola! Andando di corsa e in breve per Gorgia non è possibile conoscere. Questo negare l’esistenza della verità da l’onnipotenza a l’uomo di potere ammettere con le parole qualsiasi verità pure che l’asino vola! De Roberto porta il concetto del niente nell’ultima parte del Ciclo pertanto attentiamo le conclusioni filosofiche nel-L’Imperio.



[1] Come sempre: oggi la robotizzazione delle industrie invece di ridurre gli orari lavorativi e migliorare la condizione operaia ha ridotto la forza lavoro, causando disoccupazione, come se il progresso non sia frutto dell’intera umanità per beneficiarne solo alcuni.

[2] “Sul Banco, presieduto dall' inizio del ' 79 da Giannino Parravicini, il professore, economista d' area repubblicana, è sempre stata aperta, durante gli ultimi vent' anni, una polemica: il Banco si diceva raccoglie soldi nell' Isola ma poi li investe altrove, preferendo i criteri di redditività degli investimenti alle esigenze di promozione dello sviluppo siciliano. Una sorta di neo-colonialismo fatto dall' interno, insomma.” Tratto da:  IL BANCO PERDE NESSUNO PAGA Repubblica — 21 ottobre 1988   pagina 69   sezione: AFFARI & FINANZA

 

[3] La tassa del macinato spiega anche l’alta tassazione del carburante di oggi, tanto che il nulla tenente, il proletario, il lavoratore a nero e il disoccupato costretti a muoversi con il proprio mezzo vengono tassati duramente.

[4] Legge Coppino rendeva obbligatoria e gratuita la scuola elementare.

[5] Fallì miseramente il suo scopo di fare rimandare il più possibile il plebiscito per l’annessione della Sicilia al regno Sabaudo, magari fin dopo la presa di Napoli. L’annessione fu immediata come così deciso da Cavour, con un fasullo plebiscito che la storia e la letteratura ci tramandano (vedi IL GATTOPARDO di Tomasi).

[6]Andrea Costa (Imola, 30 novembre 1851 – Imola, 19 gennaio 1910), considerato tra i fondatori del socialismo in Italia. Di idee dapprima anarchiche, si avvicinò al socialismo anche grazie a Anna Kuliscioff, che fu sua compagna per alcuni anni.

 

[7] Personaggio di grande rilievo ne- I Vicerè e nel-L’Imperio

[8] Carlo Cafiero (Barletta, 1º settembre 1846 – Nocera Inferiore, 17 luglio 1892) è stato un anarchico italiano Il suo motto era la rivoluzione per la rivoluzione. Conobbe nel 1870 Marx ed Engels a Londra. Fu uno degli artefici alla rottura autoritaria del marxismo internazionale. Incominciò ad avere disturbi mentali fin dall’inizio della rottura con Costa per la sua candidatura a deputato fin quando nel 1883 fu internato nel manicomio di Bonifazio a Firenze e dichiarato pazzo. Sono curiose le sue allucinazioni a Londra il 4 settembre 1881 temeva che anche il telefono, allora da poco inventato, era un mezzo utilizzato dal governo italiano per intercettarlo. Si voleva denudare affinché le potessero cadere tutti i peli, i denti e le unghia per l’ultima evoluzione dell’uomo ad uccello e concependo maldestramente la teoria di Darwin, per mezzo di progressive evoluzioni raggiungere l’ultimo risultato che era la spiritualizzazione della materia. Immagina “macchine di forma sferica, lucenti come uno specchio davanti alle quali una persona mirandosi viene riprodotta in carne ed ossa. Il telefono non solo percepisca la voce, anche “come una macchina fotografica, copi ed assorba immagini viventi”. Rifiuta indumenti bianchi perché provocano l’anemia e per fare aumentare la massa sanguigna vuole indumenti rossi. Asseriva di essere in collegamento tramite un telegrafo aereo con Padre Cucci. Tralasciando le curiosità, Cafiero ha dato tutto alla causa, sia la propria ricchezza, la vita e in ultimo la ragione. Come scrisse pure Francesco Giarelli in “Ventanni di giornalismo 1868-1888, Codogno Tipografia Editrice Cairo 1896. Pure tale pensiero fu espresso da Turati nel necrologo pubblicato su “Critica Sociale” del 1 AGOSTO 1892

[9] Amilcare Cipriani (Anzio, 18 ottobre 1843 – Parigi, 2 maggio 1918) è stato un patriota e anarchico italiano.  È un personaggio  che ha vissuto la storia lottando. Fu comunardo reduce della Nuova Caledonia. Il 31 dicembre 1880 scriveva a Henri Rocherfort: “…La mia patria è il mondo e io andrò ovunque ci sia un despota da abbattere, un abuso da sopprimere, un oppresso da difendere…” Era questo il suo socialismo e lo visse pienamente. Era stato arrestato in Francia per avere difeso una donna popolana da un gendarma che l’aveva offesa. A torino s’arruolò per combattere contro l’Austria nel 1844. Poi disertò l’esercito reggio per partecipare alla spedizione dei Mille. Combattè nel 1861 negli Abruzzi contro la resistenza del brigantaggio. Disertò una seconda volta dopo essere stato amministrato, per partecipare alla spedizione conclusasi in Aspromonte. Partì per la Grceia per partecipare alla rivolta repubblicana ad Atene contro Ottone. Poi ad Alessandria d’Egitto ad esplorare il Nilo fino alle sorgenti della Luna. Torna in Italia con Garibaldi nel 1866 per combattere a Candia insorta contro i Turchi. Ritorna ad Alessandria dove fu coinvolta, in una festa in suo onore in una rissa e lui stesso causò la morte di tre persone. Così ha dovuto trasferirsi a Londra, assorbe le idee dell ?internazionale e ritorna in Francia a combattere con i gradi di colonnello contro i prussiani. Fu fatto prigioniero dai Versagliesi che lo condannano a morte per ben due volte e tutte e due le volte l’esecuzione viene sospesa da lì fu deportato alla Nuova Calcedonia. Al rientro fu espulso dalla Francia e andò in Svizzera a riordinare le file della rivolta importante fu un suo manifesto: “Agli oppressi d’Italia” dove insieme a Nabruzzi, Zanardelli e Zirardini annunciano le prossime iniziative insurrezionali. In quel manifesto dichiara il suo chiodo fisso politico: “Fine una volta alle dissezioni e ai personali rancori:. Anarchici. Collettivisti e internazionalisti, tutti s’uniscano in nun sol pensiero e formino il gran partito della rivoluzione.” Il Cipriani viene arrestato a Rimini il 31 gennaio del 1881 a Rimini per cospirazione contro la sicurezza interna dello Stato insieme a: Cafiero, Malatesta e altri. Da quell’arresto gravarono gli atti d’accusa di Alssandria d’Egitto. Ad Ancona al passere del suo carro che lo traduceva il popolo tumultuoso gridava: “Via Cipriani! Morte a Depretis! Viva la Repubblica! Abbasso la Monarchia!” Il suo nome univa gli animi di radicali, anarchici, antidinastici, anticlericali, antistatali eccetera. Un vero miracolo politico.

 

[10] Da una lettera inviata a Garibaldi e non  pervenuta perché il suo latore Niciporenko fu arrestato a Peschiera dagli sbirri Austriaci, e così finì nei loro archivi di Vienna.

[11] Pierre-Joseph Proudhon (Besançon, 15 gennaio 1809 – Parigi, 19 gennaio 1865) è stato un filosofo e anarchico francese.

[12] E allora cosa sei?" "Un anarchico..." "Ah... capisco. Sei ironico." "Assolutamente no. Ti sto dando la mia seria e ponderata professione di fede. Sebbene un fervente sostenitore dell'ordine, io sono - nel più forte significato del termine - un anarchico." »

[13] Storia degli Anarchici Italiani da Bakunin a Malatesta di Pier Carlo Masini – Edizione BUR giugno 1974 – pagina 17.

[14] Idem – pagina 23

[15] Per panslavismo si intende il movimento culturale nato nel XIX secolo con l'arrivo di ideali liberali e nazionali diffusi negli ambienti colti slavi in seguito al romanticismo e alle guerre napoleoniche. Mirava alla presa di coscienza dei popoli slavi di radici comuni, e si poneva come obiettivo quello di creare un unico stato nazionale. http://it.wikipedia.org/wiki/Panslavismo

[16] Storia degli Anarchici Italiani da Bakunin a Malatesta di Pier Carlo Masini – Edizione BUR giugno 1974 – pagina 17

[17] Dal giornale Les Etats Unis d’Europe del 17 maggio 1866 che riportava integralmente la pubblicazione su La Dèmocratie  oramai irreperibile.

[18] Bertrand Arthur William Russell, 3°Conte Russell (Ravenscroft, 18 maggio 1872 – Penrhyndeudraeth, 2 febbraio 1970) è stato un filosofo, logico e matematico gallese. Famoso il suo paradosso matematico. In Sicilia asserì che le reliquie di Santa Rosalia non sono altro che ossa di capra.

[19] Storia degli Anarchici Italiani da Bakunin a Malatesta di Pier Carlo Masini – Edizione BUR giugno 1974 – pagina 43; 44 Questo documento dal titolo “La Situazione 2” è un volantino

[20] idem pagina 49; 50.

[21] La Roma del Popolo del 13 luglio 1871

[22] SAVERIO FRISCIA (Sciacca 1813 – 1886)  MEDICO SOCIOLOGO, ANARCHICO INDIPENDENTISTA. Dopo l'Unità fu eletto al Parlamento nazionale e promosse lo sviluppo economico della sua città. Con Giuseppe Fanelli nel 1867 fondò a Napoli l'Associazione democratico-sociale e nel 1868 fu il primo parlamentare siciliano ad entrare nell'Internazionale Socialista.

[23] Storia degli Anarchici Italiani da Bakunin a Malatesta di Pier Carlo Masini – Edizione BUR giugno 1974

[24] DON FABBRIZIO E LA VERITA’ (dello stesso Autore) pubblicato sul- L’ISOLA Editore Francesco Paolo Catania Bruxelles (Belgique) – Bimestrale anno VII- 2005: n°1 Gennaio/Febbraio/Marzo Prima Parte pagine 4; 5- n°2 Marzo/Aprile Seconda Parte pagine 6;7 – n°3 Maggio/Giugno Terza Parte pagine 10; 11 -  n°4 Settembre Ottobre - Quarta parte pagine 8; 9.

[25] I VECCHI E I GIOVANI di Luigi Pirandello – 1915 – Prima Edizione La Biblioteca Ideale Tascabile – giugno 1995 Milano -  Pagine 150; 151

[26] Personaggio del romanzo: “…Filippo Noto… Prima del ’60 s’era battuto in duello con un ufficialetto borbonico per motivo di donne ed era stato perseguitato; quest’avventura amorosa era divenuta per lui un precedente patriottico; ma s’impicciava poco di politica: studiando molto, era riuscito a tenersi a galla, a rinnovarsi coi tempi, pur rimanendo malva, conservatore…”

[27] Personaggio del romanzo: “Sebastiano Ceràulo, avvocato di scarsi studi, fervido improvvisatore di poesie patriottiche…”

[28] Personaggio del romanzo: “Rosario Trigòna, che nella giorenata del 15 maggio 1860, a Girgenti, mentre Garibaldi combatteva a Calatafini, era uscito solo, pazzescamente, con altri quattro compagni, la bandiera tricolore in una mano e  uno sciabolone  nell’altra, incontro a i tre mila uomini del presidio borbonico…”

[29] Personaggio del romanzo: “Mattia Gangi, che aveva buttato la tonaca alle ortiche per prendere parte alla Rivoluzione,…”

[30] Isidore Marie Auguste François Xavier Comte (Montpellier, 19 gennaio 1798 – Parigi, 5 settembre 1857) è stato un filosofo e sociologo francese, considerato il padre del Positivismo. Inventò pure la parola sociologia, coniò il binomio fisica sociale. Le sue parole “Ordem e progresso” figurano sulla bandiera brasiliana

[31] Roberto Ardigò (Casteldidone, 28 gennaio 1828 – Mantova, 19 settembre 1921) è stato un filosofo e pedagogista italiano. All’età di 93 anni si suicidò.

[32] Francesco Saverio De Sanctis (Morra Irpina, 28 marzo 1817 – Napoli, 29 dicembre 1883) è stato uno scrittore, critico letterario, politico e filosofo italiano. Fu il maggiore critico e storico della letteratura italiana nel XIX secolo.

[33] Pasquale Villari (Napoli, 3 ottobre 1826 – Firenze, 7 dicembre 1917) è stato uno storico e politico italiano. Fu senatore del Regno d'Italia nella XV legislatura

[34] Herbert Spencer (Derby, 27 aprile 1820 – 8 dicembre 1903) è stato un filosofo britannico. Fu importante l’educazione del padre al rigetto di qualsiasi forma di autoritarismo. 

[35] La favola del figlio cambiato è una composizione favolistica scritta da Luigi Pirandello dall'estate del 1930 a quella del 1932. Ripresa dalla novella Il figlio cambiato (1902) la favola fu rappresentata per la prima volta con la musica di Gian Francesco Malipiero nel gennaio del 1934 a Braunschweig. (Wikipedia)

[36] Ferdinando III d'Asburgo-Lorena (Firenze, 6 maggio 1769 – Firenze, 18 giugno 1824) fu Granduca di Toscana dal 1790 al 1799 e dal 1814 al 1824.

[37] Vittorio Emanuele II di Savoia (nome di battesimo: Vittorio Emanuele Maria Alberto Eugenio Ferdinando Tommaso; Torino, 14 marzo 1820 – Roma, 9 gennaio 1878) fu principe di Piemonte, duca di Savoia e re di Sardegna dal 1849 al 1861 e re d'Italia dal 1861 al 1878. Il compimento dell'unificazione italiana gli procurò l'appellativo di "Padre della Patria".

[38] Carlo Felice di Savoia (Torino, 6 aprile 1765 – Torino, 27 aprile 1831) fu re di Sardegna dal 1821 alla morte.

[39] Gorgia di Lentini era il figlio di Carmantide e nipote del famoso medico Erodico e lo ricordiamo come il più notevole rappresentante della antica sofistica dopo Protagora, e, insieme al suo maestro Tisia, il creatore dell'arte retorica.

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giovedì, 29 ottobre 2009

(PARTE SECONDA CAPITOLO NONO Pagina 175)

“I suoi occhi erano accerchiati di bistro.”

Questo viaggio di Paolo Arconti e narrati nella lettera con tutte le emozioni del caso per lei fu come un portale tra presente e passato. Da quel passato guardava la Teresa di oggi, con tutti i fallimenti e le disillusioni, la sua vita trascorsa. Le emergevano reminescenze e figure di quel mondo. Dominante la sorellina morta, Lauretta, che aveva quasi rimossa, ora era li davanti con tutto il rammarico. La sua mente è affollata di perché e rimpianti, compreso l’ultimo di avere ingannato l’uomo che gli dà così tanto amore. Ma gli eventi della sua vita erano stati tutti imprevisti, cosa gli riserbava il futuro? Quale altre iettature? Questa incertezza, questa paura, più che del futuro, di se stessa, che non era riuscita ad avere fede abbastanza nell’amore, di quella se stessa in simbiosi con il mondo, tanto che il freddo autunnale entrò nelle sue vene, tanto d’ammalarsi e provare il malessere profondo del dolore febbrile. Passata la crisi e guardandosi nello specchio del presente vede che

i suoi occhi erano accerchiati di bistro[1], scopre il tempo passato nel suo corpo, a trent’anni la sua bellezza in sfacimento, e per lei che aveva poggiato la sua vita nella vanità del suo aspetto è un duro colpo. Una triste sensazione che riuscì ben presto a mitigare con le lettere di Paolo e i momenti di vita di Castellammare. E’ come scoprire che il proprio corpo è un veicolo che con il tempo invecchia e il conducente invece non lo subisce. Allora il conducente chiede al proprio veicolo capacità che più non ha e ne prende coscienza con amarezza. Allora il rapporto con questo corpo, diventa conflittuale quando si ha l’illusione di non accettarsi pienamente. E nessun rimedio potrà divenire elisir d’eterna giovinezza se non quello di accettarsi perciò che si è. Qui non vi è Nedda, chiusa nel suo silenzio rassegnato, o la Lupa divoratrice di uomini (sessualmente), tanto che al suo passaggio le atre donne si segnavano con la croce, di Verga. Le donne veriste di Verga sono l’anima della contestazione sociale, della rivolta, ma nello stesso tempo sono l’asso portante della famiglia e di conseguenza della roba. Perché la famiglia può essere autonoma grazie alla propria roba. Pertanto la donna nel suo ruolo dentro la famiglia perde ogni diritto all’amore e vive nella sottomissione, sia nelle novelle che ne I Malavoglia. Teresa Uzeda è una aristocratica, pertanto attaccata alla artificiosità del proprio corpo, legata non alla nudità ma a gli abiti, gioielli. Con questo non si può fare un parallelismo con le donne della scapigliatura verghiana: Eva o Narcisa, le donne fatali. Ma oltre, qui c’è il conflitto di Teresa che tradisce il marito (la famiglia) per appropriarsi il diritto all’amore. Qui c’è la donna che sotto l’artificiosità dell’eleganza c’è la paura del corpo nella sua essenza biologica del catabolismo. Qui non c’è la donna vinta dal destino, ma una donna che nonostante la paura vuole sfidarlo. Teresa Uzeda è un eroina negativa tra i personaggi femminili del verismo siciliano, perché in quanto eroina va fino in fondo alla sua vita che è segnata fortemente dalla morte continua di ogni suo autentico affetto, pertanto anche se non riesce a vincere il sottile confine amore/morte lotta tradendo tutti e soprattutto se stessa. Non è Giacinta di Capuana che porta con se l’angoscia dello stupro la quale la trascinerà nel baratro dell’eliminazione fisica con il suicidio, dove l’Autore sta a testimoniare ogni profondità psicologica freudiana. Teresa è autentica e viva nell’illusione del suo Mondo, come ognuno di noi nel nostro, ma soprattutto come il suo Autore nel suo. Come Giacinta non è riuscita a liberarsi  dell’abuso sessuale da bambina, Tersa porta con se il fallimento del matrimonio dei suoi genitori. Lei vive e si muove come una funambola, per contrappesi ha le frivolezze del padre da una parte e dall’altra il moralismo della madre, solo alla fine della corda scoprirà di essere divenuta ciò che non avrebbe mai voluto: una traviata dall’illusione dell’amore. Come Ermanno Raeli[2] scopre dopo il tradimento della sua compagna, e del suo stesso per non avere amato a sua volta, in questo gioco illusionista dell’amore.  

 



[1] Colore nero o bruno cupo che viene preparato con la fuliggine. Il nome deriva dal francese bistre, a sua volta derivante da Bystra, fuliggine. Molto apprezzato negli acquarelli e dopo nella cosmesi.

[2] Omonimo romanzo a sfondo psicologico che De Roberto pubblico nel 1889. Libreria editrice Galli Milano.

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mercoledì, 28 ottobre 2009

(PARTE SECONDA CAPITOLO NONO Pagina 174)

“…volevo essere te.”

La lettera di Paolo continua raccontando come è passato davanti la sua casa. E quando arrivò a Milazzo e scoprì dove Teresa aveva rubato il colore degli occhi… a quel mare così unico per la sua storia. Così Teresa che in ogni occasione negava la sua sicilianità, qui la Sicilia diventa sua metafora e amata in quanto tale. Si emozionò quando fu dentro la casa dove Teresa visse la fanciullezza, la sua purezza verginale. Parlò con il nonno, sedette nella sua stessa sedia, allo stesso tavolo, insomma fu tra le sue cose, tanto che guardando quel mondo, suo nonno, capì che quelle stesse immagini erano quelle che ha guardato lei, in una proiezione continua così che lui voleva essere l’amata. Penso che un amore così idealizzato ma nello stesso tempo vissuto, non solo è commovente, ma nello stesso tempo è intenso, completo, come una passione travolgente nel desiderio di un contatto fisico e dell’anima. E quel mondo, volente o nolente, era parte dell’anima di Teresa.  

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martedì, 27 ottobre 2009
   KUMMUNIKATU STAMPA FNS - COMUNICATO STAMPA FNS
 
FESTIVITA' DEI MORTI.  SALVAGUARDIAMONE I VALORI E LE TRADIZIONI.  CONTRO OGNI TENTATIVO DI CANCELLAZIONE.
                                                    *   *   *
NON TEMIAMO LA CONCORRENZA DELLA FESTA AMERICANA DI HALLOWEEN.  SIAMO PREOCCUPATI PER IL "COLONIALISMO CULTURALE" E PER L'INDIFFERENZA CHE PREVALGONO IN GRAN PARTE DELLA NOSTRA CLASSE POLITICA E NELLA QUASI TOTALITA' DELLE ISTITUZIONI RAPPRESENTATIVE IN SICILIA.
                                                    *   *   *
 
         Gli Indipendentisti di lu Frunti Nazziunali Sicilianu ribadiscono la esigenza morale e culturale, oltre che politica, di considerare le TRADIZIONI siciliane, come quella della FESTIVITA' DEI MORTI, come VALORI. E come fenomeni di socialità, di solidarietà e di continuità di affetto e di gratitudine con le generazioni che ci hanno preceduto. Tradizioni, queste, ancora oggi vive e seguite dalla maggior parte dei Siciliani, compresi i Siciliani della DIASPORA. Fermi restando, ovviamente, i superiori, altissimi, significati religiosi che il Cristianesimo ha conferito a questa festività "PRE-CRISTIANA", le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Significati religiosi che i Siciliani tutti rispettano e praticano.  Insomma: quella dei MORTI è pur sempre una festività nella quale predomina l'amore.
          In siffatto contesto (e non in termini dispregativi) va interpretata la specifica tradizione di regalare ai bambini i giocattoli. Una "testimonianza", quest'ultima, della delicatezza di sentimenti che contraddistingue la Festività. Unitamente all'altra tradizione di regalare e di regalarsi i DOLCI TIPICI, fra i quali dovrebbero trionfare i "PUPI" di zucchero.
          Sono proprio queste tradizioni che hanno fatto della festività dei Morti, in Sicilia, un fenomeno culturale e religioso UNICO al Mondo. Una festività che va considerata PATRIMONIO CULTURALE IMMATERIALE DELL'UMANITA' e che, in quanto tale, va salvaguardata e tramandata.
          L'FNS rivolge, quindi, l'invito - principalmente a tutte le Istituzioni, al Parlamento Siciliano ed ai singoli rappresentanti politici ai vari livelli - di isolare e di respingere i tentativi in corso di OMOLOGAZIONE e di annullamento di tutto ciò che contraddistingue la identità culturale del Popolo Siciliano.
          La consapevolezza della propria identità e la consapevolezza di se stessi non devono essere considerate, infatti, come fenomeni di isolamento ma, al contrario, come momenti di impegno collettivo di tutti i Siciliani, per spezzare l'isolamento stesso e per guardare ai problemi del presente e del futuro con maggiore serenità.
          L'FNS vuole, infine, "dichiarare" che non dobbiamo temere la concorrenza della festa americana e americanizzante di HALLOWEEN, che bene si può inserire nel multiculturismo di moda.
          Ribadiamo che dobbiamo - innanzi tutto - preoccuparci piuttosto della MAFIA, dell'ALIENAZIONE CULTURALE, del COLONIALISMO culturale, dell'ANTI-SICILIANISMO, della MALA-POLITICA, della CORRUZIONE, del MANCATO SVILUPPO ECONOMICO e del DEGRADO. Sono proprio questi fenomeni, - locali e multi-nazionali - che dobbiamo combattere sempre ed ovunque. Con PRIORITA'. Ma, - per combattere meglio questi fenomeni,- la COSCIENZA CIVILE e la consapevolezza di noi stessi, della propria identità, dei propri problemi, sono CONDIZIONI necessarie ed indispensabili.
         Sono questi i nostri punti di vista e non amiamo essere fraintesi da alcuno. Ed a maggior ragione da coloro che praticano l'"ANTI-SICILIA" come professione principale.
 
Palermu, 27 Ottuviru 2009
                                                                                                                 GIUSEPPE SCIANO'
                                                                                                                  Sikritariu FNS
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martedì, 27 ottobre 2009

(PARTE SECONDA CAPITOLO NONO Pagina 173)

“Qualche cosa di te fluttua tutt’intorno;”

Queste sono le parole scritte da Paolo Arconti a Teresa Uzeda, il quale già si trova in Sicilia, partito a novembre del 1875 da Roma con la Commissione d’Inchiesta (già trattata in precedenza). E’ inutile dire che tra i nomi dei 9 membri degli inviati concreti non si trova quello suo, perché è inventato. Ma la Commissione d’inchiesta sullo stato della pubblica sicurezza in Sicilia, comunemente detta “sulla mafia”, fu frutto di largo dibattito tra i parlamentari di destra e di sinistra. Il dibattito iniziano, nel 1871, dopo le dimissioni di Tajani dalla magistratura e le continue pubblicazioni di opuscoletti che denunziavano lo stato di quella “società di malfattori” collusi con le istituzioni, lotta che continuò in parlamento dopo essere stato eletto ad Amalfi. Il nostro personaggio, Arconti, è parlamentare di sinistra, pertanto contrario alle iniziative repressive, provvedimenti straordinari della destra negli anni precedenti a firma del ministro degli interni Girolamo Cantelli, “indiscriminati, serviti solo a reprimere i Siciliani perché elettori di sinistra”[1]. Dopo le denunce dei prefetti delle provincie occidentali:  Rasponi, Berti, Fortuzzi, Cotta Ramusino, nel 1874. Il ministro Cantelli  presenta un disegno di legge che prevede la concessione al governo di poteri eccezionali da esercitarsi in quelle provincie[2] la cui tranquillità era "gravemente turbata da frequenza di omicidi, grassazioni, ricatti" e nelle quali allignavano "associazioni di briganti, malandrini, accoltellatori, camorristi, mafiosi".  Il dibattito continua fino a giugno del 1875 quando il maggiore degli avversatori di sinistra, Agostino Depretis si contrappone vivamente, accusando che dal 1860 che la Sicilia è sotto tali provvedimenti e che la legge di pubblica sicurezza del 1871 prevede già amplissimi poteri, con il ricorso all'ammonizione, usata come sostitutivo dell'azione giudiziaria. Alla fine i due schieramenti concordano nell’analizzare il fenomeno e così viene approvata la Commissione parlamentare d’inchiesta. A tal punto, l’onorevole Paolo Arconti, nel novembre del 1875, si trova in terra di Sicilia. Sappiamo l’espressività del cielo in questo mese, più che invernale è pienamente autunnale. Un cielo, possiamo dire, in sintonia con quel romanticismo pieno di turbamenti degli innamorati. Ma quel cielo, quella terra, quell’aria sono gli stessi dove è stata la sua amata e li rende speciali, perché sanno di lei. Ogni particella di quel mondo è stata condivisa da lei. Pertanto qualcosa di lei è rimasta, in quel cielo, in quella terra, in quell’aria, in ogni molecola, tanto da sentirsela fluttuare attorno, come una parvenza. Questo scrive Paolo a Teresa, lettera che la raggiunge a Castellammare già partita dalla Sicilia per Roma con Gugliemo.



[1] presenta un disegno di legge che prevede la concessione al governo di poteri eccezionali da esercitarsi nelle provincie la cui tranquillità era "gravemente turbata da frequenza di omicidi, grassazioni, ricatti" e nelle quali allignavano "associazioni di briganti, malandrini, accoltellatori, camorristi, mafiosi"

[2] Girgenti, Palermo, Trapani.

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lunedì, 26 ottobre 2009

(PARTE SECONDA CAPITOLO OTTAVO Pagina 169)

“ (…) Il n’y a plus de brigands, Dieu merci, en Sicile!...

Au surplus, vous serez là pour me defendre!...

«Ne vous fiez pas !

“C’est-a-dire?”domandava ella, provocantemente.

(Pagina 170)

“Que je me farais brigand moi-meme, pour vous enlever…”

«Ah, quelle idee !... On pourrait en tirer un joli vaudeville !... »[1]

Questa sottolineatura pone diverse interrogativi e un tema particolare come il brigantaggio in Sicilia. Molti sono gli scritti e le inchieste parlamentari su questo tema. Intanto vi è di dire che tanta confusione si è fatta sul fenomeno brigantaggio accomunandolo con banditismo, mafia e atti di criminalità in genere. Non farò un excursus storico del fenomeno, dalle origini delineati dal primo grande storico Deodoro Siculo al periodo in riferimento nel romanzo, per motivi di spazio e per non uscire fuori tema, ma delineerò in sostanza tale argomento che portò alla conseguenza dell’affermazione in contesto del personaggio protagonista Teresa Uzeda. La questione del brigantaggio in Sicilia è in stretta concussione alla questione siciliana e ancor più al razzismo antisicilianista. Sembrano affermazioni di tinta molto forte ma basta pensare a queste parole così testuali per concepire quanto sia scottante il tema:  "Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti" scritte da Antonio Gramsci nel 1920 su Ordine Nuovo. Mentre per una certa branca di uomini di cultura la questione siciliana viene trattata con pregiudizi razziali, per un altro verso politico e positivista viene trattata con razzismo senza mezzi termini. Cosa è rimasto oggi di questo pregiudizio razziale o di questo razzismo? Così tanto! Che viene la voglia di argomentare approfondendo in seguito. Il brigantaggio in Sicilia è un tema che quotidianamente, con allarmismi esorbitanti, la stampa continentale italiana pubblicava tanto da fare echeggiare all’estero il terrore di una Terra appestata da chissà quali mostri in forma umana che chiamasi Siciliani. Sono sicuro che il tono delle mie parole sono simili a quelle del-“L’ISOLA DEL SOLE” di Luigi Capuana. Ebbene si! Non solo il tono ma anche il contenuto. Tranne i punti di vista, perché quello di Capuana è da Italiano di Sicilia, mentre il mio è da Siciliano d’Italia. Capuana trova la soluzione in un richiamo al sentimento patriottico italiano. Un sentimento che non esisteva affatto perché non esistevano gli Italiani, solo di fatto una posizione politica. Posizione che tanti ne trassero profitto e vantaggi economici e di poteri e per alcuni Siciliani fu solo una amara illusione. Questo libro non nego di averlo letto e riletto lasciandomi a volte perplesso altre volte con molti interrogativi. L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni. A pagina 25, dopo l’introduzione vi è la ristampa dell’edizione originale con tanto di copertina: Biblioteca Popolare Contemporanea, L’ISOLA DEL SOLE di Luigi Capuana, l’Editore Cav. Niccolò Giannotta – Catania Via Lincoln, 271-273-274 e Via Manzoni, 77 (Stabile proprio) 1898. Ho voluto precisare la gran voglia del Cav. Giannotta, la gran voglia dell’editoria e imprenditoria siciliana a volersi affermare, esistere, la stessa voglia che ancora persiste mentre la pubblica amministrazione della Sicilia, ormai possiamo dire, che è al baratro del fallimento, se l’orgoglio politico dei Siciliani non insorgerà  chiedendo i suoi diritti pattuiti con lo Stato Italiano già nel 1946 e riconfermate in seguito nel 1948. Torniamo ai contenuti del libro. L’Isola del Sole anche se è stato pubblicato nel 1898 già nel 1892 era stato scritto da Capuana e sicuramente è stato argomento di discussione con il De Roberto ed in un certo qual modo l’abbia pure ispirato, per meglio dire, condiviso. L’opera  è uno sfogo, come Capuana stesso precisa: “mi sono sgorgati dal cuore” (pagina 5[2]), una specie di arringa finale difensiva  in un ipotetico tribunale senza tempo e senza Legge, pertanto disperata, ma non rassegnata. Quindi consiglio la lettura del libro ad alta voce… Vorrei precisare che è un’opera letteraria e niente più, ma autentica, meglio dire vera, interprete del sentimento di quanti Siciliani ancora oggi vengono guardati con diffidenza e disprezzo se non apertamente accusati di mafia, colpevoli solo di essere Siciliani.  I pubblici accusatori sono: Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino! Presentano come atti d’accusa: LA SICILIA NEL 1876, due volumi di 500 pagine ciascuno, tipografia Barbera, Firenze 1877. Tale inchiesta è la goccia che fa traboccare il vaso d’indignazione del Capuana, perché già pieno di una abbondante letteratura sulle caratteristiche terribili della razza siciliana. Passiamo al testo L’Isola del Sole. Il Capuana avverte il famoso noi che abbiamo già discusso in precedenza, con una rimembranza della propria Patria scaturita da una popolarissima ninna nanna di Donizetti. Popolarissima non solo in Sicilia, ma in gran parte del mondo cristiano. (E questo particolare, che a suscitare questo sentimento non sia qualcosa di prettamente siciliano, è importante perché il Capuana insiste nella sua tesi che la Sicilia essendo parte di questo Mondo è come ogni parte del Mondo stesso, così anche i Siciliani. Sembra banale ma non lo era e non lo è ancora oggi.)

“…in quei pochi momenti ebbi vivissima coscienza della profonda radice che l’amore della patria ha nel nostro cuore  apparentemente scettico o distratto, e fui lietissimo di sentirmi siciliano assai più che non credevo. (…) …ebbi rimorso di non essermi sentito fino a quel giorno siciliano abbastanza; (…) …ebbi rimorso di non avere difeso, clamorosamente, e senza sciocche gonfiezze di amor provinciale, la Sicilia, quando l’avevo sentita mal giudicata o calunniata, cosa non rara purtroppo. (pag. 26-27)[3] Questo nuovo sentimento del noi Siciliani lo rende percettore critico di tutte quelle voci stridenti d’indignazione rettorica, di declamazioni di osservatori superficiali, esagerazioni giornalistiche straniere, di quel rimescolio d’intrigucci politico-elettorali. Il grande letterato si pone nuovi interrogativi sulla sua arte e quella dei suoi conterranei come Verga chiedendogli se abbia provato anche lui rimorso dopo avere immortalato con le sue novelle la parte più umile del popolo siciliano, con le sue sofferenze, con la sua rassegnazione orientale, con le sue forti passioni, con le sue ribellioni impetuose e co suoi rapidi eccessi? (…) non abbiamo mai sospettato che la nostra sincera opera d’arte, fraintesa o mal interpretata, potesse venire adoprata a ribadire pregiudizi, fortificare opinioni storie o malevoli, a provare insomma il contrario di quel che era nostra intenzione rappresentare alla fantasia dei lettori. (pag. 27-28)[4] Gli italiani sembrano non conoscere altra Sicilia all’infuori di quella rappresentata da Verga, De Roberto e da lui stesso? Si chiede Capuana. In un articolo del Corriere della Sera apparso il 23 marzo 2008 a firma di Cazzullo Aldo, Raffaele Lombardo attuale governatore “autonomista” della Sicilia rilascia tale dichiarazioni:

“Non mi piace per nulla Verga e la sua immagine dei siciliani sconfitti, rassegnati, vinti. Non amo Pirandello, che invece ce li racconta complicati, imprevedibili, intricati. Non amo De Roberto: mi dipinge l' idea dell' ascaro, che va a Roma con il cappello in mano e qui si gode i privilegi del viceré vessando la sua gente. E meno ancora mi piace Tomasi di Lampedusa. Non è vero che i siciliani siano condannati a non cambiare mai. E non è vero che "siamo dei" Noi siamo fessi. La novità è che ce ne siamo resi conto. Il Ponte servirà anche a guarirci dalla sicilitudine, a svelarci a noi stessi per quel che siamo, uomini come gli altri; infatti lo chiamerei "Ponte della Rivoluzione". Direi che Lombardo non ama la letteratura siciliana in senso lato e profondo, perché posso non essere d’accordo con lo spirito di rassegnazione de Il gattopardo di Tomasi ma ce ne vuole a dire che non mi piace e a non mettere in risalto dandogli giustizia che proprio questo testo ha denunziato la falsità del plebiscito di annessione al Piemonte della Sicilia. Per non parlare delle grande rivelazioni veristiche dei tre grandi (Capuana/Verga/De Roberto) che misero a disposizione dei loro lettori una visione critica sociale e politica della Sicilia. Quei avvertimenti che arrivano dalla letteratura e stimolano l’interesse della ricerca. Non proferisco su Pirandello… perché ha reso così grande la nostra Terra, che a Lombardo doveva cascargli la lingua per averne parlato male. La letteratura ha descritto parte della nostra sicilianità che è giusto riconoscere, anche se è una sola parte di noi. Ma come aveva ragione Capuana nel fraintendimento della loro arte, non solo degli Italiani ma anche di quei Siciliani, come Lombardo che si credono di essere convinti autonomisti… Significando che, Lombardo non ha così compreso lo spirito di autodeterminazione del Popolo Siciliano che vive nelle norme dello Statuto. Nello stesso articolo Lombardo dice pure cose apprezzabili e altre meno “è tempo che l'intera nazione prenda coscienza del male che ci ha fatto Garibaldi: l'unità ci ha portato sottosviluppo, immigrazione, e un genocidio chiamato brigantaggio. Altre ancora ma non sono in contesto. Pure Consolo rispose a questo articolo ma con senso opposto, considerandosi denigratore della Sicilia, dandosi il senso di denunziatore delle malefatte siciliane, con una impropria e puerile divagazione sui cognomi… Concludendo così:  “A questi e ai loro epigoni, parafrasando l'antica poesia, il Lombardo potrebbe dire: «Iddio dia briga e travaglio chi la Sicilia vuol guastare!» Secondo il mio punto di vista una esagerazione al quanto interessata.

                Capuana nel-L’Isola del Sole continua asserendo che è bastato a loro scrittori di spostare l’attenzione letteraria delle loro opere nella via aristocratica delle grandi città, citando: Mastro don Gesualdo di Verga, Illusione di de Roberto e Profumo (opera propria) ed ecco sparita ogni cruda distanza della vita siciliana. Tanto che basterebbe mutare poche circostanze d’ambiente e di paesaggio per ridurre quei casi senza stonatura di sorta, propri di qualunque altra provincia italiana si volesse. (Pag. 30)[5] Capuana si chiede se questa difformità del basso Popolo Siciliano sia così difforme da gli altri di tane parte d’Italia “…da produrre l’incredibile miraggio della Sicilia strana, fantastica difforme della realtà, di cui tutti ragionano e discutono in questi giorni e che molti giudicano, condannano, maledicono, senza partito preso, né malignità, né rancore, lo confesso, ma con la perfetta buona fede della ignoranza,…” (Pag.31)[6] Capuana stesso da una risposta definitiva a questa discussione a pagina 61[7] riferendosi al suo Siciliano sofisticato (inteso come ormai contaminato dalle voci continentale sulla Sicilia): “Insomma egli non è di quegli sciocchi che pretendono limitare il diritto dell’arte e intenderle di rappresentare soltanto il male,(pagina 62) quasi la rappresentazione del male implichi una recisa negazione del bene. Egli prende l’arte per quella che è, e non le chiede niente oltre a quel che essa può promettere e dare. (…)L’arte per i suoi fini, può maneggiare senza danno le eccezioni; la scienza no. Il libro va letto veramente tutto e mi andrebbe di riportarlo minuziosamente parola per parola, ma dobbiamo procedere per il senso della discussione in tema. Capuana s’interroga e riflette come mai tutto ciò che succede in Sicilia diventa a gli occhi di fenomeni ingigantiti, si pongono alla attenzione esterna in maniera esuberante, “…quasi le devastatrici eruzioni del suo gran vulcano siano piuttosto un simbolo materiale del carattere degli abitanti e non un semplice fenomeno geologico uguale ai soliti fenomeni di tutti i vulcani della terra? (Pag.32)[8] Capuana invita a visitare la Sicilia a conoscere gli abitanti e si rammarica di tale ripugnanza per la Trinacria di tanti Italiani come se fosse abitata da mostri terribili. Riporta gli scritti di Guy Maupassant[9] : “In Francia c’è la convinzione che la Sicilia sia un paese selvaggio, difficile ed anche pericoloso da visitare. Di tanto in tanto un viaggiatore, che passa per audace, si avventura fino a Palermo e ritorna assicurando che Palermo è una città interessantissima. Ed è tutto. Per quale ragione Palermo e la Sicilia intiera siano interessanti, nessuno lo sa precisamente. (…) la Sicilia dovrebbe attirare i viaggiatori, giacchè le sue bellezze naturali e le sue bellezze artistiche sono egualmente singolari e notevoli (…) e per la quale migliaia di uomini, spinti dalla violenta cupidigia di ottenerla, si batterono e si scannarono come per una bella donna ardentemente desiderata.” (Pag.34)[10] Il rammarico dell’Autore è che quando pochi italiani vengono in Sicilia per conoscerla meglio il vecchio pregiudizio sembra più forte dei loro propositi d’imparzialità. E qui il riferimento ben preciso a Franchetti e Sonnino: due giovani colti e disinteressati che forse diffidenti della inchiesta avviata dal governo italiano ne hanno promossa una[11] per conto proprio. Già il promuovere un inchiesta parlamentare per Capuana fu un errore perché rimarcava l’eccezionalità di fatti che accadessero in Sicilia. Anche se l’inchiesta di Franchetti e Sonnino era piena di buoni propositi aveva un peccato d’origine.

“Essi erano andati laggiù, come medici al letto di un malato, con l’idea preconcetta che la malattia di quel povero diavolo dovesse essere qualcosa d’insolito, di complicato, di ribelle alle indagini e alle cure della scienza; e non avevano saputo capacitarsi di aver trovato un febbricitante, un colpito, mettiamo, d’ilio-tifo (…)perciò il malato si mutò ai loro occhi in una clinica intera, in un vaso di Pandora;”(Pg.37)[12]

A prova di questo peccato d’origine porto la descrizione dei preparativi del viaggio del terzo compagno di viaggio: Enea Cavalieri, che riporta nella prefazione alla seconda edizione dell’inchiesta LA SICILIA NEL 1876

Poiché era da prevedere che avremmo passato moltissime notti nei più umili villaggi e nei loro alloggi primitivi, abbiamo pensato ad aggiungere al nostro semplicissimo bagaglio dei letti da campo pieghevoli, ognuno munito di quattro vaschette di rame, rientranti l’una nell’altra per economia di spazio, nelle quali, riempiutele d’acqua, tuffare i piedi del letto prima di coricarci, per isolarlo dagli insetti. Abbiamo pure dovuto preoccuparci dell’eventualità di venire aggrediti dai briganti a scopo di ricatto, e quindi abbiamo deciso di provvedere per noi e per un fidato nostro servo che ci doveva accompagnare, quattro carabine «vetterli» del recentissimo modello a ripetizione, e quattro rivoltelle di grosso calibro, da portare costantemente su noi lungo il viaggio nell’interno.

                                                                     II.

Questi ed altri preparativi ci fecero ritardare la partenza, sicchè fummo preceduti di qualche mese dalla Giunta parlamentare: ma ciò giovò a meglio dissimulare il nostro scopo più vero.

Ricordo che alla vigilia di lasciar Roma, mi trovavo con Leopoldo Franchetti

nell’appartamento occupato da lui in via S. Sebastianello, quando egli nel maneggiare la sua rivoltella, ne lasciò partire un colpo involontariamente. Il proiettile spense la lampada ch’era già accesa sul tavolo, e andò a conficcarsi nell’opposta parete, a pochi millimetri dal petto di un suo vecchio cameriere che stava attraversando la stanza. Costui ne fu assai spaventato e traendone un triste presagio si provò a scongiurare il suo padrone di non partire. Naturalmente fu vana fatica. (Pag. VII)[13] Questo era lo spirito, a Franchetti gli tremava così il sangue che per un niente stava uccidendo il suo vecchio cameriere… Al Capuana leggendo e rileggendo i due libroni gli viene questa riflessione: “Ma da quale Colonia felice, da quale repubblica di Utopia, da quale Città del sole provengono costoro, se si scandalizzano a questo modo di cose e di fatti che avvengono dovunque, ogni giorno, forse per accresciuto pervertimento della società contemporanea, o, senza forse, per intima costituzione naturale della razza umana?” (Pag.38)[14] L’intento dell’Autore è quello di omologare la Sicilia al resto del mondo, senza eccezionalità di sorta.  Non solo la Terra viene discriminata ma pure i suoi figli. Mentre: “I Siciliani di laggiù” non condizionati mediaticamente, aggiungerei: ALLORA ora mai più,  avevano l’orgoglio di essere tali. “Ma quel povero isolano, quasi sofisticato dal contatto con tante persone delle altre provincie italiane, ha perduto un po’ dell’orgoglio nativo, non sa rinvenire dallo stupore e vuol tranquillarsi, vuol rendersi conto se proprio sia l’illuso o se davvero appartenga a una razza degradata, ribelle a ogni beneficio della civiltà, degna di scomparire dalla faccia della terra, al pari delle Pelli Rossa americane.” (Pag.41)[15] Qui Capuana affronta apertamente il concetto di razzismo antisiciliano, che non è una esagerazione, come vedremo in seguito ma una costatazione. Il parallelismo tra i Siciliani e i Pelli Rosse americane lo ritroveremo in letteratura spessissimo, non solo sicilianista. Mentre i Pelli Rossa hanno avuto depredata la loro terra e sono stati rinchiusi nelle riserve, noi Siciliani abbiamo tenuto la terra ma non la libertà di essere tali, pertanto abbiamo racchiuso la nostra sicilianità in una riserva mentale. Questo concetto è molto vicino a quello espresso dallo scrittore agrigentino Matteo Collura nel suo:  Sicilia sconosciuta. Itinerari insoliti e curiosi. I contatti con i Pelli Rossa, gli Indios e noi Siciliani sono pure in usanze e forme, come ad esempio l’uso del rombo che loro utilizzano come figura magica per interpretare le voci delle divinità noi tale forma l’adoperiamo, insieme a figure di pupi (figure umane), nei dolci che si preparano per le festività natalizie fatte con il vino cotto, così chiamati mastazzoli. Ben sappiamo il valore magico religioso che sussiste tra il cibo e il Popolo Siciliano.   Gli indiani di Sicilia come argomento, da parte mia, è stato approfondito altre volte.[16] Il Capuana ormai ha creato il suo Siciliano mezzo sofisticato affetto di sicilitudine che viene sballottato dalle statistiche,  maggiormente quelli del Commissario Bodio,[17] pertanto con tanto di ufficialità, ma “la statistica è una scienza capace di far dire ai numeri quel che le pare e piace”(Pag.41)[18] Così l’Autore s’avventura a dimostrare quello che possono dire le statistiche, dimostrando che la Sicilia non ha il primo posto nemmeno per i reati di sangue ma il terzo! Per dire che l’emergenza Sicilia, dovrebbe stare a terzo posto almeno e non a primo posto come attenzione dei mass-media e della politica. Il suo isolano mezzo sofisticato, potrà avere una pulce nell’orecchio: “(…)in Sicilia le giurie vanno assai male e le istruttorie peggio. Laggiù si ha paura di colpire, si ha paura di testimoniare; i rei possono contare sulla loro impunità e ricominciare da capo.” (Pag.44)[19] Capuana sempre tramite le statistiche ufficiali del commendatore Bodio, forse un isolano travestito da settentrionale, asserisce scherzosamente, dimostra che negli anni 1869 e 1870, nel distretto giudiziario di Milano, i processi abbandonati, che non continuarono il loro iter per mancanza di prove furono tra l’80 e l’85%, mentre nei distretti di Palermo dal 63 al 69% e così via, pressappoco, pure con gli altri distretti siciliani. Infine cosa vuole il Siciliano mezzo sofisticato? Che nel giudicare i fatti non si usassero due pesi e due misure! Che gli intriganti, i prepotenti, i ladri, gli assassini, i grassatori, i briganti siciliani, siano considerati come quelli di ogni provincia del continente. E come non sono il pretesto per infamare nessuna città del continente non lo siano in Sicilia. Invece a sentire certa gente, parrebbe che il marcio laggiù sia così vasto, che fra poco tutti i siciliani (…) se la divina Provvidenza non s’affretta a fornirli di persone estranee all’isola (…)saranno miseramente costretti a rubarsi, a grassarsi, a sequestrasi tra loro. Ecco allora che viene in mente la ricetta giusta al Siciliano mezzo sofisticato da proporre al Governo: “Si richiamano dalla Sicilia funzionari, soldati, carabinieri a piedi e a cavallo, guardie di pubblica sicurezza; vi s’interdica ogni approdo, si lasciano quei tre milioni e mezzo di briganti a mangiarsi vivi tra loro.” (Pag. 47)[20] Dopo un anno vi si manda un gruppo di esploratori con i giornalisti di tutto il mondo e già sembra leggere le cronache: “Si cammina, per miglia e miglia, fra cranii e stinchi, fra cappelli briganteschi forati da palle, fra stivaloni alla scudiera ritti o riversati, (…) Di notte, l’Etna, accendendo le sue gigantesche colonne eruttive, getta bagliori infernali sul campo della strage, campo di venticinquemila settecento quarant’un chilometri quadrati!...” L’Autore precisa che il suo Siciliano mezzo sofisticato non farnetica, perché ha letto delle vaste associazioni di mafiosi, e alle compiacenze interessate del manutengolismo, alto e basso nelle città e nelle campagne; intorno alle organizzazioni brigantesche; ai loro chiusi intendimenti di rivendicazioni sociali, all’aureola leggendaria che laggiù circonda il capo dei Leone, dei Salpietra, dei Randazzo, dei Valvo, dei Di Pasquale…” (Pag. 48)[21] Sembra che il Siciliano nasca senza peccato e che poi è l’aria morale attossicata da miasmi delittuosi che lo corrompono. Facendo di tutti i Siciliani un’unica famiglia di manutengoli e briganti! (…)  Una specie di tendenza gentilizia, per un difetto organico di senso morale… Questa impressione viene, appunto dai due volumi degli allora non onorevoli Franchetti e Sidney Sonnino, (…) gli articoli dei giornali reclamanti dal governo energici provvedimenti e misure eccezionali, eccetera. (Pag. 51)[22]  Capuana ironizza su i teorici del razzismo: i Lombroso, i Garofalo, i Ferri[23]. Io aggiungerei all’elenco: Giuseppe Sergi, Luigi Pigorini, Orano, Alfredo Niceforo[24] Guglielmo Ferrero, Arcangelo Ghisleri e tantissimi altri professoroni tra letterati, magistrati, psichiatri e politici. Pertanto c’è da dire che sono stati in tanti ed hanno condizionato sensibilmente la politica tra il 1870 fino alle leggi razziali fasciste nel 1930 che in un certo qual modo tolgono il pregiudizio razzista antimeridionale e di antisicilianismo, soprattutto quando nel 1938 anche gli scienziati sottofirmano il Manifesto della razza, smentendosi categoricamente definendo una sola “razza italiana” di origine ariana. Cesare Lombroso affermava che il delinquente è di nascita, Capuana ironizza scrivendo: “andando di questo passo, avremo forse gli oroscopi scientifici, che permetteranno di predire le speciali qualità e quantità di delitti di cui sarà capace questo o quello neonato, se è proprio indiscutibile che l’eredità, la struttura della scatola del cervello e alcune già note anormalità dello scheletro determinano la produzione…” (Pag. 53)[25] Intanto queste teorie razziste hanno permesso il settentrione la colonizzazione della Sicilia e di tutto il meridione. Gli antropologi positivisti hanno liberato la politica di quell’epoca e futura, dalle loro colpe, essendo i Siciliani e i meridionali inferiori per razza inadatti allo sviluppo e criminali attivi e potenziali. Dando così al settentrione, composto di uomini di razza superiore, il diritto di dominare la Sicilia e il Sud. In Parlamento, mentre Turati criticava apertamente queste teorie, vi furono altri socialisti invece simpatizzarono e appoggiarono anche se non trovavano nel marxismo nessun orientamento, ma nel darwinismo si! Pertanto nella legge dell’evoluzione,  La caratterizzazione socialista razzista poggiava, pertanto, nella legge dell’evoluzione, nello sviluppo lineare della storia e che per il bene dell’umanità la specie veniva selezionata tra i migliori e i più deboli dovevano sopperire. Un contributo significativo a questo argomento lo troviamo nei QUADERNI DAL CARCERE – Einaudi Torino 1975- III volume di Antonio Gramsci: “E' noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle masse del Settentrione: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo dell'Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato, la colpa non è del sistema capitalistico o di qualsivoglia altra causa storica, ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari, temperando questa sorte matrigna con l'esplosione puramente individuale di grandi geni, che sono come le solitarie palme in un arido e sterile deserto. Il Partito socialista fu in gran parte il veicolo di questa ideologia borghese nel proletariato settentrionale; il Partito socialista diede tutto il suo crisma a tutta la struttura "meridionalista" della cricca di scrittori della cosiddetta scuola positiva, come i Ferri, i Sergi, i Niceforo, gli Orano, e i minori seguaci... ancora una volta la "scienza" era rivolta a schiacciare i miseri e gli sfruttati, ma questa volta si ammantava dei colori socialisti, pretendeva di essere la scienza del proletariato.”

Considerati “meticci”, dall’origine neolitica dai popoli africani e semitici, pertanto con le stesse caratteristiche razziali, come ufficializzato dalla Commissione Parlamentare “Sicilia Mafiosa”del 1875, concluse così nel 1876:   “la Sicilia s'avvicina forse più che qualunque altra parte d'Europa alle infuocate arene della Nubia; in Sicilia v'è sangue caldo, volontà imperiosa, commozione d'animo rapida e violenta” Così la Sicilia, diventa l’Africa d’Italia, in questa maniera veniva appellata dalle testate giornalistiche d’allora. I Siciliani “negroidi” dalla divisione di due razze dell’Italia: la euroasiatica (padana e "ariana"), la euroafricana (centro-meridionale e "negroide")[26] Queste teorie influenzarono fortissimamente il mondo e in particolar modo gli Stati Uniti d’America, dove i meridionali e i Siciliani emigrarono come una autentica diaspora. Questo a conclusione di una repressione in tutto il meridione e in Sicilia abbastanza violenta, soprattutto su quelle forze di resistenza alla colonizzazione piemontese nel sud tra banditi e briganti, ma la repressione fu pure su tutto il popolo. Si contarono 266 mila morti e 498 mila condannati. La diaspora siciliana, simile a quella ebraica del 70 d.C. dopo la distruzione del Tempio a Gerusalemme da parte dell’impero romano, fu in tutte le parti del mondo, in special modo: Argentina, Venezuela, Uruguay, Stati Uniti d’America, Svizzera, Belgio, Germania, Francia, Australia. Questi stati influenzati dalle teorie degli scienziati italiani trovarono al loro arrivo trattamenti apertamente razzisti. Negli U.S.A. dove i Siciliani e i meridionali andarono ad occupare le piantagioni di cotone abbandonate dai neri, dopo la fine dello schiavismo, già allo sbarco Ellis Island (New York) gli Italiani venivano separati tra settentrionali nel reparto dei “bianchi e i meridionali in quello dei non bianchi[27]. I Siciliani venivano etichettati come: "white niggers"[28] oppure "black dagos"[29]. Questo comportò un linciaggio sistematico, un trattamento economico inferiore a quella dei neri e venivano perseguitati anche dal Ku Klux Klan. Nel 1940, solo dopo il manifesto della razza, i meridionali e i Siciliani diventarono ufficialmente di razza "whites"[30].  In Alabama, Virginia possiamo dire che sia i neri che i Siciliani hanno convissuto negli stessi ghetti e da questa vicinanza è nata una delle più belle forme artistiche della musica: il jazz! I Siciliani portarono con sé l’esperienza bandistica e strumenti  i quali uniti ai ritmi afro diede origine al jazz. A prova di questo vi è che nel 1917, l’Original Dixieland Jazz Band realizza la prima incisione discografica, 78 giri, della storia del jazz. L’Original Dixieland Jazz Band, era guidata dal Siciliano Nick La Rocca.

    L’accusa razzista ai Siciliani di briganti, mafiosi, criminali per nascita, maggiormente si arguiva quando il loro risultato elettorale non era di gradimento. E’ significativo in tal senso tale contributo di Francesco Renda, così leggiamo nel suo:  Storia della mafia -  Sigma edizioni – 1997: (Pag.101)…nel 1874, allorché, sciolta la Camera dei deputati e indette le elezioni generali anticipate, la Sinistra in Sicilia ottenne un trionfo che ebbe del clamoroso. Su 48 seggi, ne conquistò infatti 40. (…)Il voto siciliano fu denigrato, demonizzato, dipinto con i più foschi colori. Si gridò alla ingratitudine, alla malafede, al capovolgimento dei valori, al trionfo del malcostume e dell’inganno. In contrasto coi numeri e coi fatti, si aggiunse ancora che il voto medesimo non era suscettibile di influire sugli equilibri italiani, perché era insieme un voto di opposizione mafiosa e di opposizione meridionale. anzi, peggio ancora, un voto di opposizione regionale. Dire opposizione meridionale o regionale non era meno ingiurioso che dire opposizione mafiosa. Il regionalismo cavallo di battaglia della opposizione cattolica era ormai considerato un crimine.(pag.102) A Villa Ruffi, in Romagna, i capi del Partito repubblicano venivano arrestati dalla polizia con l’accusa di essere oppositori anticostituzionali. La loro colpa era quindi solo politica e tutta politica. In Sicilia, invece, in quel di Sciacca, in particolare, gli internazionalisti fra cui il fratello di Saverio Friscia, capo autorevole della Sezione italiana della Internazionale socialista. venivano catturati e inviati immediatamente al confino non perché nemici pericolosi dell’ordine costituito, ma perché associati per delinquere e sospetti di appartenere alla mafia. Non politici dunque ma criminali e solo criminali. Con l’accusa di manutengolismo veniva anche carcerato il barone Angelo Varisano di Enna, grande patriota del ‘48. e nel tentativo di incastrare il barone Nicolo Turrisi Colonna era stata anche disposta una perquisizione a sorpresa della polizia in una sua fattoria nelle Madonie alla cerca di briganti. Fu consequenziale che all’arresto del barone Varisano facesse seguito una vibrata protesta politica anche di carattere patriottico (il governo arrestava un eroe della lotta contro i Borboni) che valicò i confini dell’isola. Non meno energica fu la protesta del barone Turrisi Colonna. Le autorità ne traevano occasione per raffermare le loro antiche convinzioni. Il Franchetti ne concludeva: “Manca alla generalità dei siciliani il sentimento della legge superiore a tutti e uguale per tutti”.

Questa logica sussiste tutt’ora, ancora più amplificata, tanto che, un Siciliano si dovesse chiedere se sia convenevole o no l’andare a votare, perché in qualche modo, potrebbe essere accusato di mafiosità solo è perché ha espresso la sua volontà politica… e guarda caso potrebbe risultare di maggioranza!

Capuana nella sua opera in discussione, infine il suo personaggio è ammalato di sicilianità, ancora non è un sicilianista e nemmeno ammalato di sicilitudine il suo Siciliano mezzo sofisticato si era solo semplicemente convinto di essere un Italiano come i settendrionali ma alla minima sensazione di sicilianità, risveglio dal torpore, presa di coscienza, scopre di non esserlo. Allora i quesiti e le analisi sono tanti. Si chiede, allora, come mai viene accusato tutto il Popolo Siciliano quanto tra briganti, ricattatori, manutengoli, informatori, sommati insieme, non arrivano a mezzo migliaio, mettendo grosso. (pag. 55)[31] La risposta già ormai chiarita precedentemente è nelle teorie razziste, che ancora oggi influenzano i giudizi su ogni Siciliano sulla faccia della Terra e su quelli che una coppia di Siciliani ha intenzione di generare. Capuana arriva a pensare che magari nei primi anni dell’unità era spiegabilissima  per gli italiani del continente considerare la Sicilia come i confini del mondo, la ultima Thule virgiliana. E neanche il Governo avesse un’opinione diversa mandava colà gl’impiegati ai quali voleva far sentire gli effetti del suo malcontento  (Pag.58)[32]

Si cedettero - né senza qualche ragione- trattati male; non da popolazioni  liberamente e volontariamente datasi all’Italia con una rivoluzione e un plebiscito, ma da gente conquistata, tenuta in poco conto, quasi da sfruttare soltanto; e se ne vendicarono arricchendo il loro dialetto di un sinonimo spregiativo con la parola: piemontese. (pag. 59)[33]

                  L’Autore continua nel suo volume sul concetto della parola mafia che, in maniera molto erudita e qualificata il Pitrè ne da chiarezza nelle sue opere e che Capuana ne riporta le teorie, ammettendo l’esistenza di questa parola ma con significati diversi. Sempre il suo Siciliano sofisticato: “Non ignora che la parola mafia, grazie alle detorsioni[34] ricevute dalla sua recente popolarità mondiale, già ridotta polisensa fin per gli stessi siciliani, serve oggidì a significare ora qualcosa di simile alla camorra napoletana, alla teppa milanese, al bagherinaggio romano; ora qualcosa che forse non ha nome proprio, e che il codice penale e gli agenti di pubblica sicurezza chiamano semplicemente: Associazione di malfattori.” Tutte le altre associazioni di malfattori sembrano non avere nessuna fortuna di successo, Capuana si chiedeva: “-Non si dovrebbero chiamar mafiosi pure costoro?” Oggi possiamo affermare che lo hanno accontentato a noi Siciliani ci hanno dato il copyright di tutti i mali del mondo: Mafia cinese, mafia russa, eccetera. Continua così a pagina 70[35]: “…il clichè della mafia siciliana è fatto da un pezzo; ma la stampa a colori di una mostruosa mafia-piovra, dai mille viscidi tentacoli avvolgenti e stringenti da un capo all’altro la Sicilia, è già stata tirata a migliaia e migliaia di copie, e gli strilloni tornano a spacciarla a ogni propizia occasione per tentar di esaurire la mercanzia accatastata in fondo dei magazzini. (…)ma la calunniatrice fantasia melodrammatica che ha inventato questa mafia e un brigantaggio di maniera, non avranno mai fine, non spariranno mai?” L’errore che si può fare leggendo queste parole è quello che gli antropologi chiamano teleologico, cioè dare significato e ordine partendo dalla conclusione, dunque da oggi. Invece noi dobbiamo rimanere con tutte e due i piedi fermi in quel tempo post unitario. Lo stesso errore una volta lo ha commesso uno studente che discutendo di politica mi ha detto in forma critica: “voi indipendentisti volevate annettere la Sicilia all’America…” Questa decisione politica dando il significato di oggi può suonare come qualcosa di malevole, in quanto oggi e non il 1943, l’U.S.A. non è più vista da tutti come quella potenza liberatrice e l’Italia non è più, grazie a Dio, quella fascista. Ma, questo errore non è innocente, è voluto, perché intanto mette confusione e non dice che con la nascita delle Repubblica Italiana, lo stesso Finocchiaro Aprile in una intervista pre-elettorale al-LA SETTIMANA INCOM – Cronache Siciliane[36] chiarisce apertamente le aspettative indipendentiste siciliane di non volersi staccare dall’Italia ma per la costituente dice ad un loro inviato speciale al Teatro San Giorgi di Catania: “Noi difenderemo un progetto di confederazioni di stati italiani sul tipo Nord American, ciascuno stato potrà governarsi liberamente da se. Alla Sicilia si sta promettendo uno statuto di autonomia. Non ci basta! Vogliamo l’Indipendenza! . Anche nel caso de L’ISOLA DEL SOLE dobbiamo leggere queste affermazioni del Capuana con il suo autentico significato storico. Pertanto da chiarire che la mafia come oggi si conosce è prettamente italiana! Perché la mafia, come oggi si conosce è nata con l’unità d’Italia. Come abbiamo visto nel-L’Isola del Sole Capuana critica apertamente, perlopiù, Franchetti e Sonnino con la loro inchiesta, la cosa assurda, dal mio punto di vista, che l’edizione in questione del Capuana porta l’Introduzione di Roberto Ciuni[37], che a sua volta è una critica all’opera. Giustamente io mi accingo, con modestia, a criticare tale critica. E’ così la storia siciliana… Ciuni scrive (Pag.5)[38]: “E’ dichiaratamente un pamphlet contro i “detrattori” della Sicilia e la scelta dell’appendice del Pitrè, dove si celebra una specie di elogio della mafia, indica con inequivocabile evidenza da un lato la necessità di Capuana di procurarsi la testimonianza di uno studioso credibile e dall’altro la volontà di cantare un’ode appassionata alla sua terra, finalizzando quest’impeto di lirismo acritico a minimizzare lo “specifico” dei problemi siciliani e addirittura a sostenere che “altrove in Italia si sta molto peggio che da noi”. Dico io, leggere questa introduzione in maniera integrale prima dell’opera del Capuana è pregiudizievole per l’opera stessa, condizionando la lettura della stessa. Pertanto consiglio a chi desidera leggere il libro in questione di saltare l’Introduzione del Ciuni e leggerla dopo aver letto l’opera. Quando Ciuni scrive che  l’appendice del Pitrè, dove si celebra una specie di elogio della mafia, asserisce una mera menzogna, perché il Pitrè chiarisce le origini del termine e cosa nella maniera intrinseca significasse, allora, io aggiungo: fino a poco tempo fa, prima del 1970. E’ giusto, a questo punto chiamare in causa il Pitrè, il quale ha scritto[39]: (pagina 9)“La voce mafia (…) è tutt’altro che nuova e recente: e se nessun vocabolarista anteriore al Traina – il primo e forse il solo che la registri – la riferisce, ciò non può autorizzare nessuno a ritenerla posteriore al 1860, come molti han presunto. I nostri vocabolari, formati in gran parte su poeti siciliani, non danno se non la più piccola parte della lingua popolare; e basta dire che parecchie migliaia di voci, di sinonimi e di frasi e modi proverbiali della presente opera nessuno di essi le riporta. (…) Io non pago di affermare la esistenza della nostra voce nel primo sessantennio di questo secolo in un rione di Palermo, il Borgo, (…)E al Borgo la voce mafia coi suoi derivati valse e vale sempre bellezza, graziosità, perfezione, eccellenza (pagina 10) nel suo genere. (…) All’idea di bellezza la voce mafia unisce quella di superiorità e di valentia nel miglior significato della parola e, discorrendo di uomo, qualche cosa di più; coscienza di essere uomo, sicurtà d’animo e, in eccesso di questa, baldanza, ma non mai braveria in cattivo senso non mai arroganza, non mai tracotanza. L’uomo di mafia o mafiusu inteso in questo senso naturale e proprio non dovrebbe metter paura a nessuno, perché pochi quanto lui sono creanzati e rispettosi. Ma disgraziatamente dopo il 1860 le cose hanno mutato aspetto, e la voce mafiusu per molti non ha più il significato originario e primitivo. L’anno 1863 un artista drammatico palermitano, Giuseppe Rizzotto (…) scrisse e cominciò a rappresentare (…)I Mafiusi di la Vicaria. Quelle scene ritraevano con vivezza di caratteri e di tinte le abitudini, i costumi, il parlare dei camorristi di Palermo (pagina 11) e piacquero tanto… (…)Poche commedie ebbero tanta fortuna quanta ne trovò questa in Italia, (…) Ora il nome e le opere di questi nuovi mafiosi son diventati popolarissimi e noti a qualunque classe di persone fino ai giornalisti, agli uomini politici, al governo. Entrata per tal modo nella lingua parlata d’Italia, la voce mafia sta a dinotare uno stato di cose che avea altro nome(…) Esso divenne sinonimo di brigantaggio, di camorra, di malandrinaggio, senza esser nessuna delle tre cose o stato di cose, poiché il brigantaggio è una lotta aperta con le leggi sociali, la camorra un guadagno illecito sulle transazioni economiche, il malandrinaggio è speciale di gente volgare e comunissima, rotta al vizio e che agisce sopra gente di poca levatura. (…) (Pagina 13) E’ chiaro, dopo tutto questo, il triste ufficio a cui è stata condannata la voce mafia; la quale era fino a ieri espressione d’una cosa buona e innocente, ed ora è obbligata a rappresentare cose cattive (…) nocive alla società.” In queste parole non si può leggere l’elogio alla MAFIA come oggi s’indente e che cosa oggi rappresenta, ma al significato dell’aggettivo  che essa portava, l’elogio al termine perché quanto significava. Una chiarezza culturale ed etnologica che non vi è nessuna altra più qualificata oltre questa del Pitrè. L’unità d’Italia ha acquisito questo termine dal dramma I Mafiusi di la Vicaria, ne ha fatto uso e consumo per recriminare con l’esclusività un fenomeno invece simile a molte parti del resto d’Italia. E’  molto interessante la deposizione giudiziaria, contro un camorrista di nome Federico Monreale, di un certo napoletano deportato, coatto ad Ustica, un certo Flocco Salvatore, riportata da un povero cronista del 1878: “(Pagina 23)[40]: -Dunque, il signor Federico Monreale è una persona potente in Ustica?

(pagina 24) – Altro che…illustrissimo.

–Potente anche verso gli altri deportati?

–Quelli delle altre nazioni, illustrissimo, volete dire? Quelli no. Quelli hanno il capo della loro nazione.

-E di che nazioni sono essi?

-Ce ne sono di Genovesi e di Sardi, ma di più di Romagnoli e di Livornesi. Pertanto l’esclusività della consorteria delinquenziale siciliana così detta: mafia è stato dovuto alla mistificazione con il nuovo potere piemontese e i vari sensali politici. Il povero cronista nella sua raccolta di scritti: “Le cronache dell’Assise di Palermo –Riordinate, raccolte ed ampliate”, un testo che consiglio la lettura per l’interesse antropologico, stampato nelle tipografie del Giornale di Sicilia, in Via Macqueda, in quel 1878, forse appunto dei suoi stessi articoli giornalisti visto che si tratti di fatti realmente accaduti, e il suo voler precisare di non essere romanziere è perché si è attenuto prettamente ai fatti. Pertanto una voce autorevole sulla questione. Fa delle riflessioni importanti che riporterò di seguito. La prima, a (pagina 27)[41]: “La mafia è una malattia sociale che si è supposta o voluto supporre una malattia organica e gentilizia della sola Sicilia. Eppure i fenomeni morbosi della stessa malattia organica e gentilizia della sola Sicilia. Eppure i fenomeni morbosi della stessa malattia si manifestano in Napoli, in Bologna, in Ravenna, in Livorno. Anziché malattia organica Siciliana sarebbe invece la mafia una malattia moderna che la Sicilia, le Romagne, la Toscana e il Napoletano hanno tutte avuto da una causa a tutte comune? E’ una investigazione a fare”. Il Capuana scrisse a riguardo la malattia anche se in riferimento al brigantaggio (pagina 86)[42]: “E’ da studiare per quali ragioni etnografiche e locali il tristo fenomeno si produca; per quali influenze si riproduca quasi a tempo fisso; e per quali altre ragioni, che paiono strane e non sono, la durata di esso non oltrepassi un certo numero di anni, da permettere di prevederne la fine[43], come di una malattia della quale si conosca ormai il corso ordinario”. La seconda, sull’omertà, a (pagina 61)[44]: “Gli omini della santa omertà diventano dei vigliacchi che si fanno a brani per ottenere ciascheduno quanto meno una diminuzione di pena. (pagina 62) La omertà è una squaldrina camuffata, in elmo e cimiero, che con la lancia in resta minaccia gli uni e impaurisce gli altri. Ma non appena il delegato o il giudice istruttore ci tengono fissi gli occhi addosso, la maschera cade, e la squaldrina trepidante, impaurita, grida mea colpa, nostra colpa, non fosse altro per ottenere le circostanze attenuanti.” La terza, su Franchetti e Sonnino, a (pagina 51)[45]: “Le persone cattive ci sono dappertutto, e ce ne hanno senz dubbio anco in Bagheria, ma non per questo che si abbiano ragioni per dire: Bagheria è un tristissimo paese, un paese in cui una persona dabbene si ha a cercare a lume di candela! Questo è un falso ed erroneo giudizio né più né meno come lo è quello dei signori Sonnino e Franchetti, di cui i lettori saranno stufi sino alla nausea di sentir parlare, ma quando la cos va da sé, e forza tornarci qualche volta. Che cosa dice il giudizio storico dei signori Toscani? In Sicilia ci hanno dei birbi e dei malandrini, ergo tutta Sicilia è un covo di birbi e di malandrini!” Lo stesso povero cronista chiarisce che la palestra della santa omertà è la bettola, vera palestra e la esercitazione è il tocco. Lo stesso bettoliere deve essere un omu d’onore e i suoi commessi, i figli e pure la moglie, picciotti d’onore. Gli habitus sono gli omini della santa omertà.  Il resto lo ha fatto la storia! Trasformando quelle consorterie criminali in parastatali assicurando a loro una impunità e una potenza sempre crescente ai danni del Popolo Siciliano e a vantaggio del potere istituito, che ha solo preso, facendone di fatto della Sicilia una colonia piemontese. L’ingigantire del fenomeno servì ai mediocri funzionari piemontesi ad accrescere il loro operato. L’opera di collusione tra stato piemontese e malavita organizzata siciliana prima fu in maniera isolata poi sempre più sistematica e regolata. Simbolico è l’atto di denunzia del procuratore generale di Palermo Diego Tajani[46] il quale scoprendo i rapporti tra il capo della polizia Medici e il mafioso Albanese e i suoi picciotti nel 1871 gli emanò un mandato di cattura. Il Governo ordinò che il mandato non fosse eseguito, ed alcuni testimoni dell’accusa vennero assassinati. Questo sorprese ed inquietò Tajani e fu una prima apparente visibilità della MAFIA, come fu nell’avvenire triste per la Sicilia e nelle continue mutazioni in stretta relazione con i vari Governi italiani.    Stessa sorte del termine mafia ha avuto la parola omertà. Questo termine il Pitrè da una precisa definizione: (pagina 14)[47]: “Omertà non significa umiltà, come potrebbe parere a prima vista, ma omineità, qualità di essere omu, cioè serio, sodo, forte. (…) Base e sostegno dell’omertà è il silenzio; senza di questo l’omu non potrebbe essere omu, né mantenere la sua superiorità incontrastata; restando scoperto agli occhi della Giustizia, ne proverrebbe i rigori.” Qui c’è da precisare quell’omertà originaria del valore di uomo che non chiede aiuto a nessuno, che non denunzia ma si fa giustizia da se, perché tanto sa che quella giustizia non funziona, o peggio ancora si ci rivolge contro. C’è l’altra omertà, quella che assume il significato giornalistico di oggi, che significa silenzio per paura, paura di quella mafia che sa e che colpisce e che un normale cittadino, eroe di tutti i giorni, perché tira a campare tra mille mortificazioni, magari un lavoro a nero o a grigio ha paura, legittima paura e non parla. Questa paura non fa parte della nostra sicilianità, in questa paura non c’è l’omu. Questa paura è stato un dono dell’Italia alla Sicilia. Pertanto quando leggo le asserzioni di un certo Giuseppe Carlo Marino[48], inorridisco leggendo nel capitolo La mafia come forza originaria del potere la conclusione: (pagina 15)[49] “Come definire questo perverso rapporto tra ceti alti della tradizione aristocratica e la mafia emergente dal “popolo”? Una scomoda alleanza? E’ più corretto evidenziare una complicità. Essa è senz’altro la matrice storica di un originario rapporto omertoso stabilitosi tra il baronaggio politico e la sua base mafiosa ed anche del comune e strumentale orgoglio di difendere e valorizzare la cosiddetta sicilianità. Ecco spiegato come e perché la mafia e le classi egemoni siciliane avrebbero trovato, fino ai nostri giorni, il loro comune denominatore culturale nel sicilianismo. Per questo signore bisogna eliminare qualsiasi residua della cultura siciliana e qualsiasi rivendicazione identitaria siciliana per sconfiggere la mafia… Sterminare un Popolo, nel senso identitario, per eliminare un male che non fa parte della sua cultura ma di una alterazione di potere colonizzante della politica di Cavour e di tutto ciò che ne seguì fino ad oggi. Più razzista antisicilianista di così caro professore Marino non si può? Ma il professore Marino è un Siciliano…   Il paradosso dei paradossi è che hanno inculcato al Popolo Siciliano il pregiudizio razziale su se stesso.[50] Con questo teorema che sicilianismo e mafia hanno il loro comune denominatore culturale viene legittimo accusare qualsiasi iniziativa e attivista sicilianista di mafia, o simpatizzante della mafia. In parole pratiche con questa accusa viene criminalizzata qualsiasi azione e movimento di autodeterminazione del Popolo Siciliano. Sappiamo benissimo da gli atti giudiziari che la mafia è stata a servizio delle forze politiche che hanno le segreterie di partito a Roma. L’elettorato suscettibile di influenza mafiosa è stato messo a disposizione ora a l’uno, ora a l’altro, facendo così proprio la mafia ha permesso la colonizzazione clientelare del Popolo Siciliano, ed è stata contraria ed in opposizione a qualsiasi forza politica sicilianista. Proprio a fine della seconda guerra mondiale il M.S.I. che aveva ottenuto il consenso del Popolo Siciliano, con tutte le sfaccettature variegate, ha visto il volta faccia immediato, di quegli elementi cosiddetti mafiosi per la Democrazia Cristiana. E da elementi dei servizi segreti dell’EVIS giungono voci che a tradire Canepa del passaggio del Motoguz in contrada Murazzu Ruttu siano stati proprio i mafiosi. Ma non solo il pensiero siciliano è criminale, pure la Terra di Sicilia, tanto da darci il copyright, ecco come Andrea Sangiuolo asserisce la sua ipotesi sull’origine della mafia con certezza a (pagina 7)[51]: “Circa il luogo di nascita della mafia i pareri sono concordi, si tratta della Sicilia, …”  I pareri non sono d’accordo affatto come abbiamo già visto è una menzogna dove la verità storica affonda miseramente. Il problema grave di questo libro che è stato distribuito nelle scuole medie superiori a gli insegnanti come SAGGIO CAMPIONE GRATUITO. Significa che i poveri studenti avranno un input inesatto dove costruiranno sopra la formazione culturale. La mafia è un argomento così vasto ed impegnativo da trattare con più spazio e sicuramente in altre occasioni ancora. Mi permetto solo una chiusa del Marchese di Roccaforte Lorenzo Cottù, Marziani[52] il primo dicembre del 1875 quando depose davanti la Commissione Parlamentare d’Inchiesta in Sicilia sulla Mafia: “Questo insulto continuo per cui un individuo si deve vergognare di essere Siciliano: diventa una disgrazia l’essere Siciliano”.

                Ritorniamo al nostro romanzo L’Illusione, dove Teresa, corteggiata dal Visconte di Biennes con il suo seducente francese, il quale vuole diventare lui stesso brigante per rapirla. La risposta di Teresa, abbastanza ironica, è quella che se ne potrebbe trarre un autentico vaudeville, un genere teatrale francese di fine Settecento, con inserzioni di versi cantati di tanto in tanto con arie popolari dell’epoca, di genere molto leggero nei contenuti. Quest’aria di varietà nell’impersonare il brigante romantico da parte del Visconte è una precisa satira ad Alessandro Dumas, padre, il quale narrò le imprese del brigante di Villafranca Tirrena, Antonio Bruno sopranominato Zuzza, decapitato il 5 maggio del 1783 sul piano della Marina a Palermo, nel suo romanzo “Pascal Bruno”[53].  Il Capuana criticando tale opera scrisse (pagina 71)[54]: “Il tipo brigantesco creato dalla bollente fantasia di Alessandro Dumas padre era già passato di moda, insieme con tutto il ciarpame del romanticismo del ’30; la storia di Antonio Testalonga, del palermitano Linares, non aveva potuto varcare lo stretto per fare concorrenza al Pasquale Bruno del romanziere francese (…) Ci voleva la fervida immaginazione scientifico-socialista di due colte e serie persone per creare di sana pianta una figura che nessun siciliano riconosce, che mille fatti smentiscono; per trasformare feroci assassini in eroi da poema, (…) per arrivare a vedere tutti i contadini siciliani dediti al servizio dei loro amici briganti; pronti a sottrarli alle ricerche della giustizia nascondendoli nelle loro case, in  (Pagina 72) paese e in campagna; solleciti, quando coloro sono in azione, ad avvisarli ad ogni minima mossa dei carabinieri (…) Se aveste saputo che appunto i fratelli oppressi, i contadini, erano più offesi e più oltraggiati da costoro nella roba e nell’onore!”  

 Per potere fare luce veramente sul fenomeno del brigantaggio, dobbiamo prima capire cosa s’intende con questa parola, in quale periodo storico e in quale parte geografica. In Sicilia non abbiamo traccia di questo termine, se non dopo il 1812 e d’importazione francese, insieme a quello di banditismo. Il termine che si avvicina al fenomeno senza inquinamenti storici, nella lingua siciliana è sbannutu, che significa: assassino, ladrone, proveniente etimologicamente dal latino composto di ex banno publicatus, cioè messo al bando, pertanto portatore di taglia. Sappiamo che il più grande degli ex banno publicatus, dai Romani, che la storia ci insegna, fu Gesù di Nazareth!  Si associa a tale termine: cumpagnia di sbannuti.[55]  E con questo termine vengono chiamati i primi gruppi di schiavi rivoltosi che portarono alle guerre servili. Ma andiamo avanti con i secoli per arrivare al termine sbannutu che tradotto in italiano è bandito. Il termine bandito è di provenienza francese bannir, proveniente dal latino medievale bandire, col significato di mandare in esilio, dal gotico bandwjan, che significa: fare un segnale, nell’uso di allora di emettere un segnale come una bandiera o uno squillo di tromba quando avveniva la cacciata in esilio. Bandito è stato un termine spesso utilizzato e avvicendato come sinonimo a quello di brigante. Il brigante come termine ha origine sicuramente positiva proviene da brigare, significando: disporsi a lottare, pertanto è il partigiano, andando a ritroso nella storia significa, appartenente ad una piccola compagnia di ventura e ancor più, pure soldato a piedi. Gli occupanti nazisti per i partigiani hanno preferito adoperare il termine banditi. Sia banditismo che brigantaggio, arrivano nel Regno delle Due Sicilie nel 1799 quando i Francesi chiamarono briganti i sanfedisti. I sanfedisti erano componenti di un movimento cattolico e monarchico contro i presupposti ideali della rivoluzione francese, ideato e organizzato dal cardinale Fabrizio Dionigi Ruffo dal nome: Esercito della Santa Fede in Nostro Signore Gesù Cristo. Questi gruppi armati furono eterogenei di tutte le genti del meridione, dai contadini ai nobili, appoggiati dalla chiesa, si contrapposero e vinsero gli occupatori Francesi e la Repubblica Napoletana. Questa storia non appartiene alla Sicilia; tanto che, mentre le armate partigiane sanfedisti si contrapponevano ai Francesi, i Siciliani il 25 dicembre 1798 si erano commossi all’arrivo del loro Re Ferdinando credendo che veniva a restaurare il regno di Sicilia e dare così la legittima sovranità. Rimasero poi profondamente delusi e così riluttanti verso la corona quando scoprirono che Ferdinando si veniva a rifugiare in Sicilia dopo essere stato scacciato da Napoli dalle truppe dello Championnet. Gli ideali della rivoluzione francese non sbarcarono in Sicilia, ma attecchirono tra gli aristocratici, tanto che dopo la pace di Firenze del 1801 firmata dal Re in Sicilia s’inasprì la repressione contro i presunti e veri giacobini, con arresti, torture e peni capitali. Come si può notare due storie diverse in due nazioni diverse e in due popoli diversi, tra Scilla e Cariddi. I Francesi chiamarono  queste forze di contrapposizione alla loro occupazione, brigant significando: assassini, ladroni. E da qui derivando brigandage (brigantaggio)[56]. Termine bene appropriato in quanto già adoperato contro i reazionari armati della rivoluzione francese[57]. Mentre nel meridione nasce così il brigantaggio, in Sicilia vi è ancora il banditismo. Il banditismo ha fattori abbastanza diversificati, nasce: dall’insofferenza sociale, pertanto dalla ribellione di alcuni gruppi armati con l’intento del proprio arricchimento ai danni degli altri (i viandanti del loro passo), dai perseguitati dei Borboni per le loro idee ispirati alla Rivoluzione francese, in piena contrapposizione ai sanfedisti, dallo sfaldamento delle “compagnie d’armi”. Queste compagnie istituiti, con ex galeotti, nel 1770 dai signori feudali contro il banditismo, sono esistiti da sempre, basta ricordare un decreto regio di Federico II con il quale si proibiva ai baroni di farsi accompagnare dalle loro “comitive” in tribunale.[58] Furono organo di oppressione e di potere dei signori feudali contro i loro sudditi.  Con lo sfaldamento del sistema feudale in atto sia con le riforme della Costituzione Borbonica del 1812 e nel 1810 con i vari tentativi di ammodernamento del sistema fiscale e lo sviluppo agricolo, le “compagnie d’armi” furono teoricamente sciolte e lasciate nel feudo a seminare terrore, con la connivenza dei signori feudali che ormai abbandonarono le campagne, nonché di alcuni elementi delle autorità locali. Con la delusione politica di Ferdinando III che, dopo la fine dell’era napoleonica, non solo ha sciolto il parlamento siciliano il 15 maggio 1815,  nominò luogotenente il figlio Francesco, tornò a Napoli, dove lasciò i titoli di Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia per assumere quello di Ferdinando I delle due Sicilie, decretando la fine del millenario regno di Sicilia. Questo e altre iniziative[59] alimentarono il fervore dei patrioti Siciliani i quali furono perseguitati ed andarono ad ingrossare le ampie file dei sbannuti, solo che ora vengono chiamati dai Borboni in senso dispregiativo tutti quanti briganti!  Il brigantaggio in Sicilia ha questa forma variegata e diversificata nei confronti del resto delle nazioni della penisola italica. Ma dove nasce l’inquinamento storico? Principalmente nel volere omologare il fenomeno del brigantaggio in Sicilia con il meridione, volendo creare, a tutti costi, una “questione meridionale” che comprenda quella siciliana. Quando si sa benissimo che sia per motivi politici ben precisi, nel concetto di nazionalità che il Popolo Siciliano ha come coscienza, sia per diversità del fenomeno culturale, non potrà mai identificarsi la problematica siciliana con quella meridionale. E’ come volere curare un malato di raffreddore con le medicine del fratello ammalato di indigestione. E nella interpretazione che gli storici, sia liberal-democratici che marxisti hanno fatto, venendo meno gli schemi consueti, nel rifiutarsi di costatare la rinuncia e la resistenza armata paradossale ai principi illuministici e giacobini, quali portatori di progresso, in tutta la penisola e con maggior rigore nel sud, dove esisteva già un grande regno cattolico. Il volere riportare il tutto in una lotta di classi sociali escludendo le concezioni di carattere identitario porta ad un daltonismo storico. Versione del brigantaggio nella “questione meridionale” generata da Antonio Gramsci grande sostenitore Franco Molfese[60], che è indiscutibile il fattore di lotta di classe armata. Come il non costatarla matrice religiosa nella difesa armata di interi popoli d’Europa della propria fede e delle loro tradizioni. Come pure l’esigenza propagandistica degli storici unitari dell’intera esaltazione risorgimentale e nel demonizzare le sacche di resistenza partigiana accomunandoli a dei comuni criminali organizzati più o meno a bande. Anche la visione a volte a senso unico dei nazionalisti Siciliani, data ad ogni insorgenza di resistenza ai Piemontesi solo nel lato indipendentista travia la realtà storica, non lasciando trasferire anche il contrasto nell’imposizione di una cultura (laicale degli animatori unitari) antistante alla cultura cattolica dei Meridionali e Siciliani. Niccolò Rodolico scrisse: "Tutto questo che è dignità, fierezza, spirito di sacrificio è stato considerato, specialmente per l’Italia meridionale, fanatismo e brigantaggio"[61]

Così anche il manutengolismo mentre nel meridione ha il significato dei sostenitori e fiancheggiatori ai guerriglieri sanfedisti, in Sicilia ha origine da diversi motivi. In parte proviene dall’omertà, come già è stato scritto in precedenza, molta parte fa la paura dell’impotenza su alcuni terribili assassini, e solo per quel brigantaggio dovuto ai renitenti di leva e perseguitati politici subentra il sostegno non riconoscendo lo Stato Piemontese come proprio ma di occupazione.  Così definisce il manutengolismo Franchetti[62]: “…unione di persone d'ogni grado, d'ogni professione, d'ogni specie, che, senza avere nessun legame apparente, continuo e regolare, si trovano sempre riunite per promuovere il reciproco interesse, astrazione fatta da qualunque considerazione di legge, di giustizia e di ordine pubblico, è un sentimento medioevale di colui che crede di poter provvedere alla tutela ed alla incolumità della sua persona e dei suoi averi mercè il suo valore e la sua influenza personale indipendentemente dall'azione dell'autorità e delle leggi”. Il dare un valore di mistero e di potenza a quello che poi hanno differenziato come fenomeno chiamandolo maffia (mafia), per motivi di repressione politica e alleanza con il nuovo stato è servito ancor più ad intimidire il Popolo Siciliano, rinserrandolo sempre più nel silenzio omertoso. E’ lecito avere paura per un uomo in qualsiasi angolo della Terra, diventa pregiudizievole se quell’uomo è un Siciliano, allora quella paura diventa omertà, manutengolismo, complicità con i criminali! Questo è semplicemente razzismo! Nel senso autentico della parola. Certa politica da sempre, sia nell’Italia monarchica che repubblicana, ha creato sistematicamente il fenomeno a livello mediatico per poi inveire contro agevolandosene e giustificando le proprie responsabilità e intenti. Altro che come scrive il Franchetti[63]: “…si sente spesso trapelare una certa compiacenza per il tipo brigantesco, una tendenza a farne un tipo da leggenda   La sconfitta del brigantaggio meridionale nel 1870 con l’eliminazione delle zone militari, pertanto la fine ufficiale del brigantaggio, come la stessa Teresa Uzeda afferma, porta allo sfocio del banditismo, non più ad una lotta unitaria ad un degrado in criminalità vera e propria anche perché inizia il grande esodo dei Meridionali e dei Siciliani.

                         Il capitolo di questa segnatura potrebbe finire qui, ma a questo punto mi sembra necessario concludere l’argomento e la disputa del-L’Isola del Sole  di Capuana. Il quale a pagina 77[64]: “…la probabile ironia dei siciliani che il Franchetti ha dovuto scambiare per compiacenza; ma la compassione della grande semplicità con cui essi hanno visto combattuto il brigantaggio dai funzionari del Governo,…”  Questa stessa ironia la troviamo anche ne Il Gattopardo di Tomasi[65], quando Chevalley sembrava già rassicurato di trovarsi in Sicilia: “…Tancredi che venne subito assalito dal singolare prurito isolano di raccontare ai forestieri storie raccapriccianti, purtroppo sempre autentiche.”  Anche il Franchetti insieme ai suoi compagni sicuramente avranno trovato i loro Tancredi strada facendo assaliti dal singolare prurito isolano, che Capuana chiama ironia dei siciliani ed io chiamerei umorismo. Quell’umorismo che serve a noi Siciliani come difesa, una barriera all’invalicabile riserva mentale, come la riserva territoriale dei pellirossa, la sicilianità. I quali mettiamo in atto in modo particolare con i forestieri. Poi sicuramente visti come sono partiti Franchetti e compagni, armati di tutto punto, come Pecos Bill contro i pellirossa, che per un niente gli partiva un colpo di pistola, cioè con la paura che fa novanta, la voglia ai Siciliani veniva e come. La loro opera è una raccolta d’impressioni come il Franchetti scrisse al suo compagno di viaggio Enea Cavalieri[66]: “In fondo in fondo, mi scriveva, mi pare che anche in mezzo alle nostre discussioni vi fosse accordo e che i due volumi sieno un riassunto abbastanza fedele delle nostre triplici impressioni; ma letto il libro, vorrei tu mi scrivessi che ne pensi.... Sono molto impaziente di avere il tuo giudizio”.

Ed ecco come comincia l’opera (pagina 1)[67]: “La prima impressione del viaggiatore che, sbarcato a Palermo, visita la città e i suoidintorni ed ha occasione di frequentare anche in modo superficiale la parte educata di quella popolazione, è certamente una delle più grate che si possano immaginare. Lasciando pure da parte il clima e l’aspetto della natura, già celebrati in tutte le lingue, in versi ed in prosa, buoni e cattivi, la città colla bellezza delle vie principali, l’aspetto monumentale dei palazzi, l’illuminazione notturna, una delle migliori di Europa, presenta tutte le apparenze del centro di un paese ricco e industrioso. Nell’accoglienza dei forestieri, la squisita cortesia non si limita alle forme esterne. Appena si sia manifestata l’intenzione di inoltrarsi nell’interno dell’Isola, abbondano le lettere di raccomandazione, le offerte di ospitalità che poi si sperimentano non essere semplici complimenti.(…) Ma s’egli si trattiene, se apre qualche giornale, se presta l’orecchio alle conversazioni, se interroga egli stesso, sente a poco a poco tutto mutarglisi d’intorno. I colori cambiano, l’aspetto di ogni cosa si trasforma. (…) Dopo un certo numero di tali storie, tutto quel profumo di fiori d’arancio e di limone principia a sapere di cadavere (…)La violenza va esercitandosi apertamente, tranquillamente, regolarmente; è nell’andamento normale delle cose.

Capuana riporta a pagina 87[68] le parole del funzionario Gerra, precisando non Siciliano scritte in un rapporto ufficiale del 1874, il quale precisa che i rappresentanti del Governo possono trovare in Sicilia un appoggio sincero e cooperazione attiva al pari d’altrove, basterebbe dare il primo appoggio e fiducia e questo appoggio in Sicilia è sinonimo di forza. Vorrei rimarcare quante sono vere e importanti queste parole e che ritornano oggi come un eco. Capuana continua ( pagina 88)[69] con il rimarcare l’operazione  cruenta di repressione, dei “tagliatori di teste”[70] piemontesi: “Non possono dimenticare gli orrori della caccia ai renitenti di leva – in un paese nuovo alla coscrizione – praticata come fra selvaggi, assediando paesetti, minacciando di fucilazione i cittadini se si fossero attentati di uscir di casa, e di assetarli se tutti i renitenti non si fossero presentati fra 12 ore, arrestando a casaccio, facendo morire nelle prigioni, di spavento e di maltrattamenti, povere donne incinte; bruciando vivi contadini, rei soltanto di non aver voluto aprire la porta della loro capanna perché atterriti, in mezzo ad una campagna deserta, da insolito apparato di armi e di armati” Questo era il clima e ancor più non risparmiando ne bambini e a maggior ragione sacerdoti. Rimane per me emblematica la fucilazione di Angela Romano di 9 anni:[71] L’UNICA BAMBINA AL MONDO CHE VIENE PROCESSATA E FUCILATA – CASTELLAMMARE DEL GOLFO 3 GENNAIO 1862 Dopo un processo sommario vengono fucilati una bambina di 9 anni, un sacerdote, 2 vecchi e tre donne, tutti accusati di essere familiari dei ribelli indipendentisti Siciliani. L’inquisitore gen. Pietro QUINTINO, ex garibaldino, venne dopo decorato con la “Croce SS. Maurizio e Lazzaro”   Capuana chiude la sua arringa, invitando tutti quanti in Sicilia ad una festa d’amore, per scoprire loro stessi sia la bellezza ma anche un Popolo di millenaria civiltà aperto e pronto ad una ospitalità senza interessi. Vorrei saltare tutta quanta l’introduzione di Roberto Ciuni, ma è giusto che dia risalto alla sua contrapposizione. A pagina 11[72] scrive: “Al tempo in cui Capuana scriveva L’isola del sole oppure negli anni nostri, chiunque – siciliano- abbia il problema di dare un giudizio sulla Sicilia è davanti ad un dubbio. “Difenderla” fino a negare certe sue deteriori peculiarità, fino a negare che la mafia sia un tipico prodotto dell’isola, fino a magnificarne ogni aspetto, fino a chieder per essa che lo Stato-rimedi-a-più-che-secolari-carenze, fino ad arrivare a parlar di “conquista” e di “colonizzazione” della Sicilia da parte dei savoiardi piemontesi. (pagina 12) Ovvero “difenderla” in forma critica, ammettendone le peculiarità peggiori, ammettendo la sicilian way of mafia, guardandone in maniera spassionata i difetti, analizzando il comportamento dello Stato senza prevenzioni e parlando sì della cattiva politica post-unitaria ma senza l’enfasi che porta a utilizzare parole come “conquista” ovvero “colonizzazione” e, infine, inglobando la questione dell’isola nel quadro dei rapporti tra nord e sud, tra classi egemoni e classi oppresse, tra una maniera di gestire il potere che troppo a lungo nel corso di cento anni ha tenuto fuori dallo Stato gran parte della comunità nazionale e le forme di riscatto che si sono via via affermate a furia di lacrime e di sangue.”

Direi che questo non è un bivio che pone il signor Ciuni, ma un teorema. La costante è che il Siciliano, sia postrisorgimentale che d’oggi, che deve dare un giudizio alla Sicilia sente il dovere di difenderla, ma è davanti un grave dubbio. Direi che non è un dubbio, ma un bivio politico. A suo dire il signor Ciuni riafferma,  le teorie portati avanti da chi ha creduto le teorie razziste che il Siciliano ha innato nel proprio DNA di essere un criminale, pertanto la mafia e  un tipico prodotto dell’isola. Interpone la storia: Al tempo in cui Capuana scriveva L’isola del sole oppure negli anni nostri, chiunque – siciliano, così facendo nega la reale prospettiva dei fenomeni. Ma il Siciliano di allora non aveva la mafia di oggi. Fenomeno frutto di una politica che ha permesso: nella prima fase l’utilizzo di questa consorteria criminale, come in tanti altre regioni della penisola, nelle azioni di polizia, consociandosi di fatto con i magistrati e sbirri piemontesi; nella seconda fase in un consociativismo politico clientelare creando così quel mostro Uzeda che possiamo definire la politica italiana di Sicilia. Al signor Ciuni le parole “colonizzazione” e “conquista” lo disturbano anche se fanno parte della verità storica e non quella costruita. La Sicilia non è il Sud dell’Italia, ma è a Sud dell’Italia, lo dimostra il fatto stesso della caratteristica pattizia dello Statuto d’Autonomia accettata dagli Italiani repubblicani e continuamente, minuziosamente non rispettata da gli italiani di Sicilia  e da tutti i governi italiani succedutosi. Lo Stato-rimedi-a-più-che-secolari-carenze, ricordo al signor Ciuni che questo rimedio è stato promesso nell’art. 38 dello Statuto d’Autonomia legge costituzionale. La questione siciliana, non è la questione meridionale e non è un problema di classi sociali. La questione Siciliana è un problema politico ed identitario, di giustizia storica e solo con questa confusione di visione tra ieri e oggi  e visione dell’insieme si diventa alleati della mafia perché il problema non si vuole risolvere, non si vuole giustizia storica ma solo confusione per potere opprimere un Popolo che ha avuto una sola colpa: la civiltà, la fede e la ricchezza. Valori contrapposti a l’arroganza, ad un ateismo anticlericale e un profondo senso razzista e a una avidità di oro e un bisogno di cassa del regno piemontese alla stretta economica. Valori contrapposti non con il Popolo Piemontese (Padano), ma con quella stretta accozzaglia delinquenziale guidata da massoni con interessi internazionali. E’ giusto dire che la storia è fatta pure e soprattutto di tante persone guidati dalla buona fede e dal senso di giustizia, ma non sono bastate da sole a cambiare il corso. Il signor Ciuni precisa se quello di Capuana fosse un sicilianismo critico o un sicilianismo parolaio? Se il Nasi[73] e il Capuana fossero portatori di progresso o di immobilismo reazionario? Con questo teorema citato dal signor Ciuni, ancora in atto, il Siciliano che vuole difendere la Sicilia al di fuori del Capuana, che aveva come soluzione il patriottismo, e del Nasi non rimane altro che la rassegnazione e il silenzio emigratorio, perché in caso contrario è un reazionario amico dei mafiosi e per il 416bis, mafioso pure lui. Il Siciliano di oggi è sicuramente contro questa mafia che ha permesso alla politica il degrado e la mortificazione sia della propria Terra che del proprio Popolo. Il Siciliano di oggi vuole la verità storica, per avere riconosciuta quella dignità che merita, senza garibaldini massoni o residui razzisti che tengano. La necessità di differenziare la “questione siciliana” da quella meridionale è essenziale e lo stesso signor Ciuni nel suo teorema criticando così quel sicilianismo parolaio di Capuana, atto ad influenzare l’opinione di tanti Siciliani, pertanto viene legittimo considerarlo “un freno obiettivo allo sviluppo di una sana e utile comprensione della “questione siciliana” da parte dei siciliani”[74]. Ecco che al signor Ciuni sorge la necessità di differire la “questione siciliana” da quella meridionale. Noi tutti Siciliani di oggi abbiamo visto nella storia, quanto il sicilianismo abbia avuto spazio nelle pagine della stampa, nel cinema e nella televisione e quanto, invece, ha trovato eco tutto il razzismo, il negare la verità storica, le bombe mediatiche, le false indagini cinematografiche? Oggi ci troviamo in questa Sicilia che ha l’emergenza di un riscatto di orgoglio e di autodeterminazione, grazie a quanti, ancora oggi, fingendo di difenderLa l’hanno affondata definitivamente con teoremi e teorie fantastiche per squallidi interessi marchettari e di partigianesimo politico. Precisiamo ancor di più il signor Ciuni accusa  Capuana perché non ha trattato tali argomenti nel suo L’Isola del sole (pagina 17)[75]: “Cosa c’è dietro i Fasci siciliani e dietro la repressione di Francesco Crispi? Perché è stata la Sicilia a iniziare i moti sociali di massa in Italia? Cosa significa l’emigrazione meridionale e, soprattutto, tanto per restare alla cronaca del tempo, perché i siciliani sono vittime di linciaggi e di pogrom sanguinosi nei paesi esteri dove vi sono andati a trapiantare? Perché l’Italia non ha comportamenti omogenei da zona a zona ma qui ci si ribella e si affrontano i fucili dell’esercito e li invece è tutto calmo? Quali sono le origini sociologiche del brigantaggio che hanno vissuto altre parti del paese? Ecco una pressante serie di domande alla quale Capuana non dà alcuna risposta. Non se le pone nemmeno. E se non è mestiere suo ragionare in termini politici, è almeno mestiere suo essere informato sui passi che sta facendo la cultura – lui è uomo di lettere, quindi uomo di cultura – riguardo all’indagine sullo “specifico” siciliano.”  Le risposte ci sono e pure gli argomenti come abbiamo testé  visto, ma non sono quelle desiderate dal signor Ciuni. Io a tutte queste domande ne ho una sola: il Regno delle Due Sicilie è stato colonizzato dal Piemonte. La Sicilia è stata colonizzata dal Piemonte! Capuana non nega affatto la mafia e non la diminuisce come capacità criminale, ma non la estende ad un fattore di entità e di peculiarità del Popolo Siciliano. Questo è stato fatto dagli scienziati razzisti e non è ammissibile, accettabile, nemmeno oggi, perché semplicemente non è la verità. Il razzismo antisiciliano ha generato la repressione e il convincimento anche all’estero dell’indole criminale e del basso quoziente intellettivo dei Meridionali e dei Siciliani. Ora la colpa di tutto bisogna darla a chi ha appoggiato queste teorie sostenendo le crociate politiche e gli esercizi di retorica contro il Popolo Siciliano. Capuana credeva nell’Italia ed era cauto nelle accuse, non esplicito, mitigava, ma tanto la sua vuole essere solo un’opera letteraria e basta. Per risposta a tutto ciò riporto ciò che il signor Ciuni ha riportato nella sua introduzione (pagina 18)[76] : “ Anche Taiani è “sicilianista”; sol che non si sogna di negare lo “specifico” della situazione dell’isola ed attribuisce i mali della Sicilia al cattivo governo: “Dal 1860 al 1866 fu un continuo offendere abitudini secolari, tradizioni secolari, suscettibilità anche puntigliose, se vuolsi, di popolazioni animose, vivaci, espansive, e che erano disposti a ricambiare con un tesoro di affetti un governo che avesse saputo studiare e conoscerle… Alla Sicilia è stato dato ogni bene materiale, se vuolsi, ma è stata negata la giustizia… Alla Sicilia è stata aperta la via ad ogni maniera d’arricchire ma è stata aperta la via alla propria corruzione…”  Ora vorrei fare il parallelismo alle parole scritte da Capuana (pagina 88)[77]: “Ora, fino a che l’azione della polizia sarà laggiù saltuaria empirica, diretta dalla più madornale ignoranza della (pagina 89) vita siciliana, cioè, del gran complesso di storia, di tradizione, di usi, di costumi, di sentimenti da cui vien composto e formato il carattere particolare di quelle regioni; fino a che il Governo non farà tesoro della loro saggezza popolare, meditando il proverbio accennato: “Ama l’amico tuo col vizio suo”, no, non sarà possibile che le cose isolane procedano diversamente, o volgano in meglio.” Continua poi chiedendosi come mai tutti gli sforzi della Sicilia a volersi mettere a paro con le altre regioni le industrie non fioriscono come altrove “e i prodotti[78] rimanevano invenduti, deprezzati, come colpiti da interdizione”  mi viene in mente che il signor Ciuni forse il libro non lo ha letto o gli ha dato una sola guardata… A prova dell’equazione Sicilia=Mafia, il signor Ciuni porta tale contributo (pagina 20)[79]: “Giuseppe Alongi[80], poi, con la sua conoscenza tecnica delle faccende della delinquenza siciliana (era stato commissario di pubblica sicurezza) e con l’approfondimento dei suoi studi criminologici alla luce dei testi del positivismo di Cesare Lombroso e di Enrico Ferri, aveva prodotto un testo fondamentale, il primo, possiamo dire, sulle cause, sulle manifestazioni e sulle peculiarità della mafia. Testo che oggi è considerato un classico e dal quale si traggono ancora utili insegnamenti”…  Stiamo scherzando? Da popolano che sono mi viene di alzare la voce intercalando con sconcezze varie… Cesare Lombroso? Enrico Ferri? Ma non sono i padri del razzismo antisiciliano? Il signor Ciuni stesso scrive (pagina 22)[81]: “Da un lato, i positivisti della scuola criminologica di Lombroso riconducevano lo “specifico” siciliano alla razza: ed era un’infamia culturale della quale ha fatto ampiamente giustizia il corso degli studi successivi ma alla fine dell’ottocento costituiva una tesi con cui bisognava fare i conti.” Non crede che portare avanti ancora oggi queste tesi razziste e derivati in diverse forme, è una vera vergogna? Il giudizio finale del signor Ciuni è singolare (pagina 24)[82]: “Parlando con l’uomo politico dell’Antimafia, ricordavamo Il gattopardo: “Caro Chevalley, i siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti; la loro vanità e più forte della loro miseria”. Le stesse parole di Tomasi di Lampedusa, vengono in mente terminando la lettura de L’isola del sole. E’ proprio vero: a certi estremi, portata a certi gradi di violenza la sicilianità diventa un’ideologia. Il libro di Capuana ne è un documento. ROBERTO CIUNI”. Riportando le parole della rassegnazione siciliana de-Il gattopardo dove muore qualsiasi atto concreto del sicilianismo, il signor Ciuni, come un grande inquisitore che accusa di eresia mette al rogo il libro del Capuana. Ed è enigmatica questa sua chiusa, con una sicilianità violenta che lui ha letto, o sunto, nel libro. Un libro dove parla nella chiusa di festa d’amore, d’invito a tutti coloro che vogliono costatare la sicilianità di persona, ed è indiscutibilmente vero. Un libro, dove Capuana vuole una Sicilia italiana trattata come le altre regioni (patriottismo). Un libro di difesa contro il razzismo antisiciliano.    Spero solo che L’Isola del Sole di Luigi Capuana venga letto ancora, ma con giusto senso critico e non con un occhio solo, magari dentro un triangolo massonico… Proprio in questi giorni leggevo sulla rivista “S”[83] un interessante articolo: “MAFIA E MASSONERIA UN RAPPORTO MAI INTERROTTO” di Antonio Ingroia[84]: “La storia della mafia probabilmente sarebbe un’altra se mancasse la componente dei suoi rapporti con la massoneria”. Ed è sempre più incontestabile che certe logge massoniche sono serviti come camere di compensazione per direttive da una parte a l’altra tra un certo Potere (cosiddetto: Stato deviato – Servizi Segreti deviati) e la mafia. E’ un discorso che approfondiremo in un altro luogo.[85]

 



[1] (…) Grazie a Dio, in Sicilia non ci sono più briganti !... E poi, ci sareste voi a difendermi!...”

“Non vi fidate!”

“Sarebbe a dire?”

(Pagina 170)  “che diventerei brigante io stesso per rapirvi…”

“Ah, che idea!... Se potrebbe trarre un grazioso vaudeville!...” Vaudeville: una delle prime forme leggere di commedia musicale.

 

[2] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

[3] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

[4] idem

[5] idem

[6] idem

[7] idem

[8] idem

[9] Henry-René-Albert-Guy de Maupassant (Dieppe, 5 agosto 1850 – Parigi6 luglio 1893) scrittore francese, nonché uno dei padri del racconto moderno.

[10]L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

[11] La Giunta Parlamentare composta da 9 membri: G. Borsani, Presidente; G. Alasia, N. Cusa, C. De Cesare, P. De Luca, L. Gravina, F. Paternostro, C.Verga, e R. Bonfadini relatore. Eletta nel mese di luglio del 1875 dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla "Sicilia mafiosa".

[12] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

[13]"La Sicilia nel 1876", di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino. Collezione di studi meridionali; 2° edizione. Vallecchi, stampa. Firenze, 1925.

[14] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

[15] idem

[16] SICILIANETA’ SICILITUDINE E SICILIANISMO;

    INDAGINE ARCHEOLOGICA SUPERFICIALE DEL TERRITORIO DI SICULIANA.  

[17] Luigi Bodio (Milano, 12 ottobre 1840 – Roma, 2 novembre 1920) è stato uno statistico italiano, considerato tra i fondatori della statistica italiana.

[18] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

[19] idem

[20] idem

[21] idem

[22] idem

[23] Enrico Ferri: la minore criminalità nell'Italia settentrionale derivava dall'influenza celtica Tanto per fare piacere ai leghisti come Borghezio.

[24] presidente della Società Italiana di Antropologia e della Società Italiana di Criminologia. Asseriva: “La razza maledetta, che popola tutta la Sardegna, la Sicilia e il mezzogiorno d'Italia dovrebbe essere trattata ugualmente col ferro e col fuoco - dannata alla morte come le razze inferiori dell'Africa, dell'Australia…”

[25] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

 

[26] ttp://www.spazioamico.it/la_razza_maledetta__origine%20pregiudizio%20antimeridionale.htm il 1 ottobre 2008 ore 19,27

[27] Divisione ufficialmente avallata dalla Commissione Dillingham del Senato degli Stati Uniti nel 1911

[28] negri color chiaro

[29] Negro accoltellatore, dagos da dagger.

[30] Binchi

[31] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

[32] idem

[33] idem

[34] distorsioni, alterazioni.

[35] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

[37] Giornalista, scrittore, nato a Palermo nel 1933. Massone piduista è nelle PAGINE GIALLE DELLA P2 del 13/04/2005 iscritto con la tessera n°2101, allora collaboratore di Panorama.

[38] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

 

[39] La Mafia e l’omertà Giuseppe Pitrè Gruppo Editoriale Brancato -2002 Palermo Stampato presso lo stabilimento “VALPRINT S.p.A.” Brugherio – Milano.

[40] Cronache di mafia di fine ‘800 –Antares Editrice – Lighea – Biblioteca popolare siciliana diretta da Lucio Zinna –Palermo Giugno 2003

[41] Cronache di mafia di fine ‘800 –Antares Editrice – Lighea – Biblioteca popolare siciliana diretta da Lucio Zinna –Palermo Giugno 2003.

[42] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

[43] Per la durata si riferiva alle previsioni fatte del Giornale di Sicilia nel 1877 sul brigante Leone.

[44] Cronache di mafia di fine ‘800 –Antares Editrice – Lighea – Biblioteca popolare siciliana diretta da Lucio Zinna –Palermo Giugno 2003

[45] idem

[46] Diego Tajani (Cutro, 8 giugno 1827 – Roma, 2 febbraio 1921) è stato un politico italiano, senatore del Regno. Fu ministro di Grazia e Giustizia e Culti ammessi dei Governi Depretis III, VII e VIII.

[47] La Mafia e l’omertà Giuseppe Pitrè Gruppo Editoriale Brancato -2002 Palermo Stampato presso lo stabilimento “VALPRINT S.p.A.” Brugherio – Milano

[48] Giuseppe Carlo Marino (Palermo, 1939) è uno storico e accademico italiano. Militante storico del catto-comunismo, mutuato da Franco Rodano.

[49] Storia della mafia di Giuseppe Carlo Marino Enciclopedia Tascabile Newton diretta da Roberto Bonchio Newton & Compton editori s.r.l.  Roma - 1997

[50] IL PREGIUDIZIO RAZZIALE E Mister Denis Mack Smith (dell’autore)

 

[51] L’ONORATA SOCIETA’ Sintesi, storia, antologla della mafia dalle origini al dopo Dalla Chiesa di Andrea Sangiuolo Fratelli Conte Editore s.r.l. Napoli  1983

[52] Ardente patriota Siciliano, partecipò attivamente  alla rivoluzione del ´48 e al governo che ne seguì, nel maggio 1849,  fu poi costretto ad  esiliare  come gli altri patrioti indipendentisti Siciliani,  Ruggero Settimo, Giuseppe La Masa, Rosolino Pilo, Giuseppe La Farina, Mariano Stabile, Michele ed Emerico Amari, Filippo Cordova ed eccetera. Fu nel 1862 deputato autonomista cattolico, sicilianista.

[53] Fu tradotto e pubblicato nel 1841 per i tipi dello “Stabilimento Poligrafico Empedocle di Palermo.

[54] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

 

[55] Vocabolario Siciliano Etimologico  Italiano, Latino. Dell’Abate Michele Pasqualino da Palermo, nobile Barese Accademico della Crusca –  Palermo, dalla reale Stamperia MDCCXC Tomo Quarto - Pagina 344.

[56] Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, Zanichelli, Bologna 1979, vol. I, voce brigànte, p. 166.

 

[57]Ad esempio:  il 22 Agosto 1792 iniziò  l’insurrezione realista in Vandea e presa di Châtillon-Sur-Sèvre al grido di "viva il re e viva i nostri buoni preti". I vandeisti furono chiamati in senso dispregiativo briganti.

[58] Il brigantaggio in Sicilia  di Gaspare Scarcella Antares Editrice Palermo 2001 pagina 12

[59] L’11 ottobre 1817, quella della divisione della Sicilia in sette provincie  rette da intendenti di nomina regia, Come anche la divisione in distretti sempre retti da funzionari regi.

[60] Franco Molfese è nato a Roma nel 1916 e si è laureato in Giurisprudenza e Scienze politiche. E stato vicedirettore della Biblioteca della Camera dei deputati. Fra le sue opere citiamo il saggio Lo scioglimento dell'Esercito Meridionale apparso nel 1960 su "Nuova rivista storica" e l'intervento al Secondo convegno di studi gramsciani raccolto nel volume Problemi dell'Unità d'Italia (1962). Ha collaborato alla rivista "Studi storici",  Storia del Brigantaggio dopo l'Unità.

[61] Niccolò Rodolico, Il Popolo agli inizi del Risorgimento nell’Italia meridionale. 1798-1801, Le Monnier, Firenze 1926, p. XIII. Tratto: FRANCESCO PAPPALARDO, Cristianità n. 223 (1993)

[62] "La Sicilia nel 1876", di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino. Collezione di studi meridionali; 2° edizione. Vallecchi, stampa. Firenze, 1925

[63]idem.

[64] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

[65] IL GATTOPARDO  di Giuseppe Tomasi di Lampedusa - Arnoldo Mondadori  Editore S.p.A.  Milano 1995 pagina 222

[66] "La Sicilia nel 1876", di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino. Collezione di studi meridionali; 2° edizione. Vallecchi, stampa. Firenze, 1925 pagina XXI

[67] idem pagina 30  e 32

[68] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

[69] idem

[70]  Corrado Mirto: “Bisogna chiarire che questa espressione “tagliatori di teste” non è una battuta spiritosa di cattivo gusto, ma è la presentazione di una tragica realtà documentata da fotografie che mostrano le sanguinolente teste di partigiani del Sud tagliate e messe in gabbie di vetro a monito per le atterrite popolazioni meridionali. “ da: RIFLESSI E PENSIERI INDIPENDENTISTI…  ….IN LIBERTA’ di Corrado Mirto – Giuseppe Scianò Edizione Fuori Commercio Palermo, ottobre 2007

[71] Storia della Sicilia di Gaspare Petralia – Autoprodotto  riportato in GRIDO DI LIBERTA  di Giuseppe Fiumindisi Aprile 1990 Palermo

[72] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

[73] Nunzio Nasi (Trapani, 2 aprile 1850 – Erice, 17 settembre 1935) è stato un politico italiano, più volte ministro del Regno d'Italia. La vicenda Nasi è una questione interna alla massoneria, il quale si stava accingendo a salire il vertice dell’organizzazione e lo boicottarono accusandolo di sottrarre beni di cancelleria. Accusato di peculato nel 1908 scontò 11 mesi di reclusione nel 1908 mentre era ministro della pubblica istruzione.

[74] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni Pagina 13

[75] idem

[76] idem

[77] idem

[78] dell’agricoltura.

[79] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni Pagina 13

[80] Giuseppe Alongi (Prizzi, 3 ottobre 1858 – Palermo, 2 agosto 1939) è stato uno scrittore e poliziotto italiano

[81]L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni Pagina 13

[82] idem

[83] S Il magazzino che guarda dentro la cronaca – Anno 2 numero 8 – Agosto 2008  Società Editrice NOVANTACENTO S.R.L. – PALERMO Pagina 60

[84]  “Antonio Ingroia, sostituto procuratore a Palermo, che spesso nelle sue indagini si è trovato ad incrociare quel groviglio di interessi in cui la mafia si limita a fare la sua parte, insieme ad altri comprimari.” Scritto da  Saverio Lodato - 5 settembre 2008. Antonio Ingroia è sostituto procuratore della Repubblica presso la direzione distrettuale antimafia di Palermo dal 1992, dove ha condotto numerosi processi su Cosa nostra e sui suoi rapporti con il mondo della politica e dell'economia. È componente della commissione ministeriale per il riordino della normativa antimafia è considerato uno degli allievi di Paolo Borsellino.

[85] 25 ottobre 2008 vedendo su RAIDUE la trasmissione televisiva diretta da Francesco Facchinetti SCALO 76 ho avuto il triste sentore di quell’autentico razzismo antisiciliano nato con l’unità d’Italia, dagli scienziati della scuola di Cesare Lombroso. Sullo schermo vi era la scritta MAFIE. Mi dico molto incoraggiate per un verso, perché non si tratta di mafia con il copyright siciliano… Vi erano ospiti i giovani palermitani cantanti rap i Combamastas guidati da Othello, i quali cantarono in Siciliano, e questo mi ha gratificato, oltre il testo molto interessante e apprezzabile, U TAGGHIAMU STU PALLUNI andava tutto a meraviglia. Pure con la tv locale TELEJATO, più piccola del mondo con il direttore più grande del mondo: PINO MANJACI. Quando le tv sono veramente libere e senza paura.  Vi erano altri ospiti e tra questi  Alfio Caruso, mandato dalla sua casa editrice sicuramente per promuovere il libro appena uscito, che non leggerò. A un certo punto se ne esce che il Siciliano è geneticamente mafioso e che Palermo potrebbe diventare la città ideale solo senza i Siciliani (Palermitani). Sicuramente ha fatto un fiasco totale, una figura penosa, perché questo razzismo antisiciliano nato nel 1870 e che portò tanto male e una lotta impropria alla mafia rendendola sempre più forte, non è così accettabile oggi. Pino Manjaci lo ha dissentito apertamente, dicendo che sono solo poche centinaia di famiglie di merd… che inquinano il buon nome di tanti Siciliani onesti. Poi la chiusa di Facchinetti richiamandosi a Lucio Dalla con la sua canzone Sono Siciliano con un pallone in mano in primo piano allo schermo dice: penso che qui siamo tutti Siciliani ora lo tagliamo questo pallone? Come vedi signor Caruso hai offeso solo il Popolo Siciliano ammatula… Se hai pensato veramente a quello che hai detto ti dovresti vergognare fino al midollo osseo, ma non basterebbe. Ora basta con questo razzismo illogico

(PARTE SECONDA CAPITOLO OTTAVO Pagina 169)

“ (…) Il n’y a plus de brigands, Dieu merci, en Sicile!...

Au surplus, vous serez là pour me defendre!...

«Ne vous fiez pas !

“C’est-a-dire?”domandava ella, provocantemente.

(Pagina 170)

“Que je me farais brigand moi-meme, pour vous enlever…”

«Ah, quelle idee !... On pourrait en tirer un joli vaudeville !... »[1]

Questa sottolineatura pone diverse interrogativi e un tema particolare come il brigantaggio in Sicilia. Molti sono gli scritti e le inchieste parlamentari su questo tema. Intanto vi è di dire che tanta confusione si è fatta sul fenomeno brigantaggio accomunandolo con banditismo, mafia e atti di criminalità in genere. Non farò un excursus storico del fenomeno, dalle origini delineati dal primo grande storico Deodoro Siculo al periodo in riferimento nel romanzo, per motivi di spazio e per non uscire fuori tema, ma delineerò in sostanza tale argomento che portò alla conseguenza dell’affermazione in contesto del personaggio protagonista Teresa Uzeda. La questione del brigantaggio in Sicilia è in stretta concussione alla questione siciliana e ancor più al razzismo antisicilianista. Sembrano affermazioni di tinta molto forte ma basta pensare a queste parole così testuali per concepire quanto sia scottante il tema:  "Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti" scritte da Antonio Gramsci nel 1920 su Ordine Nuovo. Mentre per una certa branca di uomini di cultura la questione siciliana viene trattata con pregiudizi razziali, per un altro verso politico e positivista viene trattata con razzismo senza mezzi termini. Cosa è rimasto oggi di questo pregiudizio razziale o di questo razzismo? Così tanto! Che viene la voglia di argomentare approfondendo in seguito. Il brigantaggio in Sicilia è un tema che quotidianamente, con allarmismi esorbitanti, la stampa continentale italiana pubblicava tanto da fare echeggiare all’estero il terrore di una Terra appestata da chissà quali mostri in forma umana che chiamasi Siciliani. Sono sicuro che il tono delle mie parole sono simili a quelle del-“L’ISOLA DEL SOLE” di Luigi Capuana. Ebbene si! Non solo il tono ma anche il contenuto. Tranne i punti di vista, perché quello di Capuana è da Italiano di Sicilia, mentre il mio è da Siciliano d’Italia. Capuana trova la soluzione in un richiamo al sentimento patriottico italiano. Un sentimento che non esisteva affatto perché non esistevano gli Italiani, solo di fatto una posizione politica. Posizione che tanti ne trassero profitto e vantaggi economici e di poteri e per alcuni Siciliani fu solo una amara illusione. Questo libro non nego di averlo letto e riletto lasciandomi a volte perplesso altre volte con molti interrogativi. L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni. A pagina 25, dopo l’introduzione vi è la ristampa dell’edizione originale con tanto di copertina: Biblioteca Popolare Contemporanea, L’ISOLA DEL SOLE di Luigi Capuana, l’Editore Cav. Niccolò Giannotta – Catania Via Lincoln, 271-273-274 e Via Manzoni, 77 (Stabile proprio) 1898. Ho voluto precisare la gran voglia del Cav. Giannotta, la gran voglia dell’editoria e imprenditoria siciliana a volersi affermare, esistere, la stessa voglia che ancora persiste mentre la pubblica amministrazione della Sicilia, ormai possiamo dire, che è al baratro del fallimento, se l’orgoglio politico dei Siciliani non insorgerà  chiedendo i suoi diritti pattuiti con lo Stato Italiano già nel 1946 e riconfermate in seguito nel 1948. Torniamo ai contenuti del libro. L’Isola del Sole anche se è stato pubblicato nel 1898 già nel 1892 era stato scritto da Capuana e sicuramente è stato argomento di discussione con il De Roberto ed in un certo qual modo l’abbia pure ispirato, per meglio dire, condiviso. L’opera  è uno sfogo, come Capuana stesso precisa: “mi sono sgorgati dal cuore” (pagina 5[2]), una specie di arringa finale difensiva  in un ipotetico tribunale senza tempo e senza Legge, pertanto disperata, ma non rassegnata. Quindi consiglio la lettura del libro ad alta voce… Vorrei precisare che è un’opera letteraria e niente più, ma autentica, meglio dire vera, interprete del sentimento di quanti Siciliani ancora oggi vengono guardati con diffidenza e disprezzo se non apertamente accusati di mafia, colpevoli solo di essere Siciliani.  I pubblici accusatori sono: Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino! Presentano come atti d’accusa: LA SICILIA NEL 1876, due volumi di 500 pagine ciascuno, tipografia Barbera, Firenze 1877. Tale inchiesta è la goccia che fa traboccare il vaso d’indignazione del Capuana, perché già pieno di una abbondante letteratura sulle caratteristiche terribili della razza siciliana. Passiamo al testo L’Isola del Sole. Il Capuana avverte il famoso noi che abbiamo già discusso in precedenza, con una rimembranza della propria Patria scaturita da una popolarissima ninna nanna di Donizetti. Popolarissima non solo in Sicilia, ma in gran parte del mondo cristiano. (E questo particolare, che a suscitare questo sentimento non sia qualcosa di prettamente siciliano, è importante perché il Capuana insiste nella sua tesi che la Sicilia essendo parte di questo Mondo è come ogni parte del Mondo stesso, così anche i Siciliani. Sembra banale ma non lo era e non lo è ancora oggi.)

“…in quei pochi momenti ebbi vivissima coscienza della profonda radice che l’amore della patria ha nel nostro cuore  apparentemente scettico o distratto, e fui lietissimo di sentirmi siciliano assai più che non credevo. (…) …ebbi rimorso di non essermi sentito fino a quel giorno siciliano abbastanza; (…) …ebbi rimorso di non avere difeso, clamorosamente, e senza sciocche gonfiezze di amor provinciale, la Sicilia, quando l’avevo sentita mal giudicata o calunniata, cosa non rara purtroppo. (pag. 26-27)[3] Questo nuovo sentimento del noi Siciliani lo rende percettore critico di tutte quelle voci stridenti d’indignazione rettorica, di declamazioni di osservatori superficiali, esagerazioni giornalistiche straniere, di quel rimescolio d’intrigucci politico-elettorali. Il grande letterato si pone nuovi interrogativi sulla sua arte e quella dei suoi conterranei come Verga chiedendogli se abbia provato anche lui rimorso dopo avere immortalato con le sue novelle la parte più umile del popolo siciliano, con le sue sofferenze, con la sua rassegnazione orientale, con le sue forti passioni, con le sue ribellioni impetuose e co suoi rapidi eccessi? (…) non abbiamo mai sospettato che la nostra sincera opera d’arte, fraintesa o mal interpretata, potesse venire adoprata a ribadire pregiudizi, fortificare opinioni storie o malevoli, a provare insomma il contrario di quel che era nostra intenzione rappresentare alla fantasia dei lettori. (pag. 27-28)[4] Gli italiani sembrano non conoscere altra Sicilia all’infuori di quella rappresentata da Verga, De Roberto e da lui stesso? Si chiede Capuana. In un articolo del Corriere della Sera apparso il 23 marzo 2008 a firma di Cazzullo Aldo, Raffaele Lombardo attuale governatore “autonomista” della Sicilia rilascia tale dichiarazioni:

“Non mi piace per nulla Verga e la sua immagine dei siciliani sconfitti, rassegnati, vinti. Non amo Pirandello, che invece ce li racconta complicati, imprevedibili, intricati. Non amo De Roberto: mi dipinge l' idea dell' ascaro, che va a Roma con il cappello in mano e qui si gode i privilegi del viceré vessando la sua gente. E meno ancora mi piace Tomasi di Lampedusa. Non è vero che i siciliani siano condannati a non cambiare mai. E non è vero che "siamo dei" Noi siamo fessi. La novità è che ce ne siamo resi conto. Il Ponte servirà anche a guarirci dalla sicilitudine, a svelarci a noi stessi per quel che siamo, uomini come gli altri; infatti lo chiamerei "Ponte della Rivoluzione". Direi che Lombardo non ama la letteratura siciliana in senso lato e profondo, perché posso non essere d’accordo con lo spirito di rassegnazione de Il gattopardo di Tomasi ma ce ne vuole a dire che non mi piace e a non mettere in risalto dandogli giustizia che proprio questo testo ha denunziato la falsità del plebiscito di annessione al Piemonte della Sicilia. Per non parlare delle grande rivelazioni veristiche dei tre grandi (Capuana/Verga/De Roberto) che misero a disposizione dei loro lettori una visione critica sociale e politica della Sicilia. Quei avvertimenti che arrivano dalla letteratura e stimolano l’interesse della ricerca. Non proferisco su Pirandello… perché ha reso così grande la nostra Terra, che a Lombardo doveva cascargli la lingua per averne parlato male. La letteratura ha descritto parte della nostra sicilianità che è giusto riconoscere, anche se è una sola parte di noi. Ma come aveva ragione Capuana nel fraintendimento della loro arte, non solo degli Italiani ma anche di quei Siciliani, come Lombardo che si credono di essere convinti autonomisti… Significando che, Lombardo non ha così compreso lo spirito di autodeterminazione del Popolo Siciliano che vive nelle norme dello Statuto. Nello stesso articolo Lombardo dice pure cose apprezzabili e altre meno “è tempo che l'intera nazione prenda coscienza del male che ci ha fatto Garibaldi: l'unità ci ha portato sottosviluppo, immigrazione, e un genocidio chiamato brigantaggio. Altre ancora ma non sono in contesto. Pure Consolo rispose a questo articolo ma con senso opposto, considerandosi denigratore della Sicilia, dandosi il senso di denunziatore delle malefatte siciliane, con una impropria e puerile divagazione sui cognomi… Concludendo così:  “A questi e ai loro epigoni, parafrasando l'antica poesia, il Lombardo potrebbe dire: «Iddio dia briga e travaglio chi la Sicilia vuol guastare!» Secondo il mio punto di vista una esagerazione al quanto interessata.

                Capuana nel-L’Isola del Sole continua asserendo che è bastato a loro scrittori di spostare l’attenzione letteraria delle loro opere nella via aristocratica delle grandi città, citando: Mastro don Gesualdo di Verga, Illusione di de Roberto e Profumo (opera propria) ed ecco sparita ogni cruda distanza della vita siciliana. Tanto che basterebbe mutare poche circostanze d’ambiente e di paesaggio per ridurre quei casi senza stonatura di sorta, propri di qualunque altra provincia italiana si volesse. (Pag. 30)[5] Capuana si chiede se questa difformità del basso Popolo Siciliano sia così difforme da gli altri di tane parte d’Italia “…da produrre l’incredibile miraggio della Sicilia strana, fantastica difforme della realtà, di cui tutti ragionano e discutono in questi giorni e che molti giudicano, condannano, maledicono, senza partito preso, né malignità, né rancore, lo confesso, ma con la perfetta buona fede della ignoranza,…” (Pag.31)[6] Capuana stesso da una risposta definitiva a questa discussione a pagina 61[7] riferendosi al suo Siciliano sofisticato (inteso come ormai contaminato dalle voci continentale sulla Sicilia): “Insomma egli non è di quegli sciocchi che pretendono limitare il diritto dell’arte e intenderle di rappresentare soltanto il male,(pagina 62) quasi la rappresentazione del male implichi una recisa negazione del bene. Egli prende l’arte per quella che è, e non le chiede niente oltre a quel che essa può promettere e dare. (…)L’arte per i suoi fini, può maneggiare senza danno le eccezioni; la scienza no. Il libro va letto veramente tutto e mi andrebbe di riportarlo minuziosamente parola per parola, ma dobbiamo procedere per il senso della discussione in tema. Capuana s’interroga e riflette come mai tutto ciò che succede in Sicilia diventa a gli occhi di fenomeni ingigantiti, si pongono alla attenzione esterna in maniera esuberante, “…quasi le devastatrici eruzioni del suo gran vulcano siano piuttosto un simbolo materiale del carattere degli abitanti e non un semplice fenomeno geologico uguale ai soliti fenomeni di tutti i vulcani della terra? (Pag.32)[8] Capuana invita a visitare la Sicilia a conoscere gli abitanti e si rammarica di tale ripugnanza per la Trinacria di tanti Italiani come se fosse abitata da mostri terribili. Riporta gli scritti di Guy Maupassant[9] : “In Francia c’è la convinzione che la Sicilia sia un paese selvaggio, difficile ed anche pericoloso da visitare. Di tanto in tanto un viaggiatore, che passa per audace, si avventura fino a Palermo e ritorna assicurando che Palermo è una città interessantissima. Ed è tutto. Per quale ragione Palermo e la Sicilia intiera siano interessanti, nessuno lo sa precisamente. (…) la Sicilia dovrebbe attirare i viaggiatori, giacchè le sue bellezze naturali e le sue bellezze artistiche sono egualmente singolari e notevoli (…) e per la quale migliaia di uomini, spinti dalla violenta cupidigia di ottenerla, si batterono e si scannarono come per una bella donna ardentemente desiderata.” (Pag.34)[10] Il rammarico dell’Autore è che quando pochi italiani vengono in Sicilia per conoscerla meglio il vecchio pregiudizio sembra più forte dei loro propositi d’imparzialità. E qui il riferimento ben preciso a Franchetti e Sonnino: due giovani colti e disinteressati che forse diffidenti della inchiesta avviata dal governo italiano ne hanno promossa una[11] per conto proprio. Già il promuovere un inchiesta parlamentare per Capuana fu un errore perché rimarcava l’eccezionalità di fatti che accadessero in Sicilia. Anche se l’inchiesta di Franchetti e Sonnino era piena di buoni propositi aveva un peccato d’origine.

“Essi erano andati laggiù, come medici al letto di un malato, con l’idea preconcetta che la malattia di quel povero diavolo dovesse essere qualcosa d’insolito, di complicato, di ribelle alle indagini e alle cure della scienza; e non avevano saputo capacitarsi di aver trovato un febbricitante, un colpito, mettiamo, d’ilio-tifo (…)perciò il malato si mutò ai loro occhi in una clinica intera, in un vaso di Pandora;”(Pg.37)[12]

A prova di questo peccato d’origine porto la descrizione dei preparativi del viaggio del terzo compagno di viaggio: Enea Cavalieri, che riporta nella prefazione alla seconda edizione dell’inchiesta LA SICILIA NEL 1876

Poiché era da prevedere che avremmo passato moltissime notti nei più umili villaggi e nei loro alloggi primitivi, abbiamo pensato ad aggiungere al nostro semplicissimo bagaglio dei letti da campo pieghevoli, ognuno munito di quattro vaschette di rame, rientranti l’una nell’altra per economia di spazio, nelle quali, riempiutele d’acqua, tuffare i piedi del letto prima di coricarci, per isolarlo dagli insetti. Abbiamo pure dovuto preoccuparci dell’eventualità di venire aggrediti dai briganti a scopo di ricatto, e quindi abbiamo deciso di provvedere per noi e per un fidato nostro servo che ci doveva accompagnare, quattro carabine «vetterli» del recentissimo modello a ripetizione, e quattro rivoltelle di grosso calibro, da portare costantemente su noi lungo il viaggio nell’interno.

                                                                     II.

Questi ed altri preparativi ci fecero ritardare la partenza, sicchè fummo preceduti di qualche mese dalla Giunta parlamentare: ma ciò giovò a meglio dissimulare il nostro scopo più vero.

Ricordo che alla vigilia di lasciar Roma, mi trovavo con Leopoldo Franchetti

nell’appartamento occupato da lui in via S. Sebastianello, quando egli nel maneggiare la sua rivoltella, ne lasciò partire un colpo involontariamente. Il proiettile spense la lampada ch’era già accesa sul tavolo, e andò a conficcarsi nell’opposta parete, a pochi millimetri dal petto di un suo vecchio cameriere che stava attraversando la stanza. Costui ne fu assai spaventato e traendone un triste presagio si provò a scongiurare il suo padrone di non partire. Naturalmente fu vana fatica. (Pag. VII)[13] Questo era lo spirito, a Franchetti gli tremava così il sangue che per un niente stava uccidendo il suo vecchio cameriere… Al Capuana leggendo e rileggendo i due libroni gli viene questa riflessione: “Ma da quale Colonia felice, da quale repubblica di Utopia, da quale Città del sole provengono costoro, se si scandalizzano a questo modo di cose e di fatti che avvengono dovunque, ogni giorno, forse per accresciuto pervertimento della società contemporanea, o, senza forse, per intima costituzione naturale della razza umana?” (Pag.38)[14] L’intento dell’Autore è quello di omologare la Sicilia al resto del mondo, senza eccezionalità di sorta.  Non solo la Terra viene discriminata ma pure i suoi figli. Mentre: “I Siciliani di laggiù” non condizionati mediaticamente, aggiungerei: ALLORA ora mai più,  avevano l’orgoglio di essere tali. “Ma quel povero isolano, quasi sofisticato dal contatto con tante persone delle altre provincie italiane, ha perduto un po’ dell’orgoglio nativo, non sa rinvenire dallo stupore e vuol tranquillarsi, vuol rendersi conto se proprio sia l’illuso o se davvero appartenga a una razza degradata, ribelle a ogni beneficio della civiltà, degna di scomparire dalla faccia della terra, al pari delle Pelli Rossa americane.” (Pag.41)[15] Qui Capuana affronta apertamente il concetto di razzismo antisiciliano, che non è una esagerazione, come vedremo in seguito ma una costatazione. Il parallelismo tra i Siciliani e i Pelli Rosse americane lo ritroveremo in letteratura spessissimo, non solo sicilianista. Mentre i Pelli Rossa hanno avuto depredata la loro terra e sono stati rinchiusi nelle riserve, noi Siciliani abbiamo tenuto la terra ma non la libertà di essere tali, pertanto abbiamo racchiuso la nostra sicilianità in una riserva mentale. Questo concetto è molto vicino a quello espresso dallo scrittore agrigentino Matteo Collura nel suo:  Sicilia sconosciuta. Itinerari insoliti e curiosi. I contatti con i Pelli Rossa, gli Indios e noi Siciliani sono pure in usanze e forme, come ad esempio l’uso del rombo che loro utilizzano come figura magica per interpretare le voci delle divinità noi tale forma l’adoperiamo, insieme a figure di pupi (figure umane), nei dolci che si preparano per le festività natalizie fatte con il vino cotto, così chiamati mastazzoli. Ben sappiamo il valore magico religioso che sussiste tra il cibo e il Popolo Siciliano.   Gli indiani di Sicilia come argomento, da parte mia, è stato approfondito altre volte.[16] Il Capuana ormai ha creato il suo Siciliano mezzo sofisticato affetto di sicilitudine che viene sballottato dalle statistiche,  maggiormente quelli del Commissario Bodio,[17] pertanto con tanto di ufficialità, ma “la statistica è una scienza capace di far dire ai numeri quel che le pare e piace”(Pag.41)[18] Così l’Autore s’avventura a dimostrare quello che possono dire le statistiche, dimostrando che la Sicilia non ha il primo posto nemmeno per i reati di sangue ma il terzo! Per dire che l’emergenza Sicilia, dovrebbe stare a terzo posto almeno e non a primo posto come attenzione dei mass-media e della politica. Il suo isolano mezzo sofisticato, potrà avere una pulce nell’orecchio: “(…)in Sicilia le giurie vanno assai male e le istruttorie peggio. Laggiù si ha paura di colpire, si ha paura di testimoniare; i rei possono contare sulla loro impunità e ricominciare da capo.” (Pag.44)[19] Capuana sempre tramite le statistiche ufficiali del commendatore Bodio, forse un isolano travestito da settentrionale, asserisce scherzosamente, dimostra che negli anni 1869 e 1870, nel distretto giudiziario di Milano, i processi abbandonati, che non continuarono il loro iter per mancanza di prove furono tra l’80 e l’85%, mentre nei distretti di Palermo dal 63 al 69% e così via, pressappoco, pure con gli altri distretti siciliani. Infine cosa vuole il Siciliano mezzo sofisticato? Che nel giudicare i fatti non si usassero due pesi e due misure! Che gli intriganti, i prepotenti, i ladri, gli assassini, i grassatori, i briganti siciliani, siano considerati come quelli di ogni provincia del continente. E come non sono il pretesto per infamare nessuna città del continente non lo siano in Sicilia. Invece a sentire certa gente, parrebbe che il marcio laggiù sia così vasto, che fra poco tutti i siciliani (…) se la divina Provvidenza non s’affretta a fornirli di persone estranee all’isola (…)saranno miseramente costretti a rubarsi, a grassarsi, a sequestrasi tra loro. Ecco allora che viene in mente la ricetta giusta al Siciliano mezzo sofisticato da proporre al Governo: “Si richiamano dalla Sicilia funzionari, soldati, carabinieri a piedi e a cavallo, guardie di pubblica sicurezza; vi s’interdica ogni approdo, si lasciano quei tre milioni e mezzo di briganti a mangiarsi vivi tra loro.” (Pag. 47)[20] Dopo un anno vi si manda un gruppo di esploratori con i giornalisti di tutto il mondo e già sembra leggere le cronache: “Si cammina, per miglia e miglia, fra cranii e stinchi, fra cappelli briganteschi forati da palle, fra stivaloni alla scudiera ritti o riversati, (…) Di notte, l’Etna, accendendo le sue gigantesche colonne eruttive, getta bagliori infernali sul campo della strage, campo di venticinquemila settecento quarant’un chilometri quadrati!...” L’Autore precisa che il suo Siciliano mezzo sofisticato non farnetica, perché ha letto delle vaste associazioni di mafiosi, e alle compiacenze interessate del manutengolismo, alto e basso nelle città e nelle campagne; intorno alle organizzazioni brigantesche; ai loro chiusi intendimenti di rivendicazioni sociali, all’aureola leggendaria che laggiù circonda il capo dei Leone, dei Salpietra, dei Randazzo, dei Valvo, dei Di Pasquale…” (Pag. 48)[21] Sembra che il Siciliano nasca senza peccato e che poi è l’aria morale attossicata da miasmi delittuosi che lo corrompono. Facendo di tutti i Siciliani un’unica famiglia di manutengoli e briganti! (…)  Una specie di tendenza gentilizia, per un difetto organico di senso morale… Questa impressione viene, appunto dai due volumi degli allora non onorevoli Franchetti e Sidney Sonnino, (…) gli articoli dei giornali reclamanti dal governo energici provvedimenti e misure eccezionali, eccetera. (Pag. 51)[22]  Capuana ironizza su i teorici del razzismo: i Lombroso, i Garofalo, i Ferri[23]. Io aggiungerei all’elenco: Giuseppe Sergi, Luigi Pigorini, Orano, Alfredo Niceforo[24] Guglielmo Ferrero, Arcangelo Ghisleri e tantissimi altri professoroni tra letterati, magistrati, psichiatri e politici. Pertanto c’è da dire che sono stati in tanti ed hanno condizionato sensibilmente la politica tra il 1870 fino alle leggi razziali fasciste nel 1930 che in un certo qual modo tolgono il pregiudizio razzista antimeridionale e di antisicilianismo, soprattutto quando nel 1938 anche gli scienziati sottofirmano il Manifesto della razza, smentendosi categoricamente definendo una sola “razza italiana” di origine ariana. Cesare Lombroso affermava che il delinquente è di nascita, Capuana ironizza scrivendo: “andando di questo passo, avremo forse gli oroscopi scientifici, che permetteranno di predire le speciali qualità e quantità di delitti di cui sarà capace questo o quello neonato, se è proprio indiscutibile che l’eredità, la struttura della scatola del cervello e alcune già note anormalità dello scheletro determinano la produzione…” (Pag. 53)[25] Intanto queste teorie razziste hanno permesso il settentrione la colonizzazione della Sicilia e di tutto il meridione. Gli antropologi positivisti hanno liberato la politica di quell’epoca e futura, dalle loro colpe, essendo i Siciliani e i meridionali inferiori per razza inadatti allo sviluppo e criminali attivi e potenziali. Dando così al settentrione, composto di uomini di razza superiore, il diritto di dominare la Sicilia e il Sud. In Parlamento, mentre Turati criticava apertamente queste teorie, vi furono altri socialisti invece simpatizzarono e appoggiarono anche se non trovavano nel marxismo nessun orientamento, ma nel darwinismo si! Pertanto nella legge dell’evoluzione,  La caratterizzazione socialista razzista poggiava, pertanto, nella legge dell’evoluzione, nello sviluppo lineare della storia e che per il bene dell’umanità la specie veniva selezionata tra i migliori e i più deboli dovevano sopperire. Un contributo significativo a questo argomento lo troviamo nei QUADERNI DAL CARCERE – Einaudi Torino 1975- III volume di Antonio Gramsci: “E' noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle masse del Settentrione: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo dell'Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato, la colpa non è del sistema capitalistico o di qualsivoglia altra causa storica, ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari, temperando questa sorte matrigna con l'esplosione puramente individuale di grandi geni, che sono come le solitarie palme in un arido e sterile deserto. Il Partito socialista fu in gran parte il veicolo di questa ideologia borghese nel proletariato settentrionale; il Partito socialista diede tutto il suo crisma a tutta la struttura "meridionalista" della cricca di scrittori della cosiddetta scuola positiva, come i Ferri, i Sergi, i Niceforo, gli Orano, e i minori seguaci... ancora una volta la "scienza" era rivolta a schiacciare i miseri e gli sfruttati, ma questa volta si ammantava dei colori socialisti, pretendeva di essere la scienza del proletariato.”

Considerati “meticci”, dall’origine neolitica dai popoli africani e semitici, pertanto con le stesse caratteristiche razziali, come ufficializzato dalla Commissione Parlamentare “Sicilia Mafiosa”del 1875, concluse così nel 1876:   “la Sicilia s'avvicina forse più che qualunque altra parte d'Europa alle infuocate arene della Nubia; in Sicilia v'è sangue caldo, volontà imperiosa, commozione d'animo rapida e violenta” Così la Sicilia, diventa l’Africa d’Italia, in questa maniera veniva appellata dalle testate giornalistiche d’allora. I Siciliani “negroidi” dalla divisione di due razze dell’Italia: la euroasiatica (padana e "ariana"), la euroafricana (centro-meridionale e "negroide")[26] Queste teorie influenzarono fortissimamente il mondo e in particolar modo gli Stati Uniti d’America, dove i meridionali e i Siciliani emigrarono come una autentica diaspora. Questo a conclusione di una repressione in tutto il meridione e in Sicilia abbastanza violenta, soprattutto su quelle forze di resistenza alla colonizzazione piemontese nel sud tra banditi e briganti, ma la repressione fu pure su tutto il popolo. Si contarono 266 mila morti e 498 mila condannati. La diaspora siciliana, simile a quella ebraica del 70 d.C. dopo la distruzione del Tempio a Gerusalemme da parte dell’impero romano, fu in tutte le parti del mondo, in special modo: Argentina, Venezuela, Uruguay, Stati Uniti d’America, Svizzera, Belgio, Germania, Francia, Australia. Questi stati influenzati dalle teorie degli scienziati italiani trovarono al loro arrivo trattamenti apertamente razzisti. Negli U.S.A. dove i Siciliani e i meridionali andarono ad occupare le piantagioni di cotone abbandonate dai neri, dopo la fine dello schiavismo, già allo sbarco Ellis Island (New York) gli Italiani venivano separati tra settentrionali nel reparto dei “bianchi e i meridionali in quello dei non bianchi[27]. I Siciliani venivano etichettati come: "white niggers"[28] oppure "black dagos"[29]. Questo comportò un linciaggio sistematico, un trattamento economico inferiore a quella dei neri e venivano perseguitati anche dal Ku Klux Klan. Nel 1940, solo dopo il manifesto della razza, i meridionali e i Siciliani diventarono ufficialmente di razza "whites"[30].  In Alabama, Virginia possiamo dire che sia i neri che i Siciliani hanno convissuto negli stessi ghetti e da questa vicinanza è nata una delle più belle forme artistiche della musica: il jazz! I Siciliani portarono con sé l’esperienza bandistica e strumenti  i quali uniti ai ritmi afro diede origine al jazz. A prova di questo vi è che nel 1917, l’Original Dixieland Jazz Band realizza la prima incisione discografica, 78 giri, della storia del jazz. L’Original Dixieland Jazz Band, era guidata dal Siciliano Nick La Rocca.

    L’accusa razzista ai Siciliani di briganti, mafiosi, criminali per nascita, maggiormente si arguiva quando il loro risultato elettorale non era di gradimento. E’ significativo in tal senso tale contributo di Francesco Renda, così leggiamo nel suo:  Storia della mafia -  Sigma edizioni – 1997: (Pag.101)…nel 1874, allorché, sciolta la Camera dei deputati e indette le elezioni generali anticipate, la Sinistra in Sicilia ottenne un trionfo che ebbe del clamoroso. Su 48 seggi, ne conquistò infatti 40. (…)Il voto siciliano fu denigrato, demonizzato, dipinto con i più foschi colori. Si gridò alla ingratitudine, alla malafede, al capovolgimento dei valori, al trionfo del malcostume e dell’inganno. In contrasto coi numeri e coi fatti, si aggiunse ancora che il voto medesimo non era suscettibile di influire sugli equilibri italiani, perché era insieme un voto di opposizione mafiosa e di opposizione meridionale. anzi, peggio ancora, un voto di opposizione regionale. Dire opposizione meridionale o regionale non era meno ingiurioso che dire opposizione mafiosa. Il regionalismo cavallo di battaglia della opposizione cattolica era ormai considerato un crimine.(pag.102) A Villa Ruffi, in Romagna, i capi del Partito repubblicano venivano arrestati dalla polizia con l’accusa di essere oppositori anticostituzionali. La loro colpa era quindi solo politica e tutta politica. In Sicilia, invece, in quel di Sciacca, in particolare, gli internazionalisti fra cui il fratello di Saverio Friscia, capo autorevole della Sezione italiana della Internazionale socialista. venivano catturati e inviati immediatamente al confino non perché nemici pericolosi dell’ordine costituito, ma perché associati per delinquere e sospetti di appartenere alla mafia. Non politici dunque ma criminali e solo criminali. Con l’accusa di manutengolismo veniva anche carcerato il barone Angelo Varisano di Enna, grande patriota del ‘48. e nel tentativo di incastrare il barone Nicolo Turrisi Colonna era stata anche disposta una perquisizione a sorpresa della polizia in una sua fattoria nelle Madonie alla cerca di briganti. Fu consequenziale che all’arresto del barone Varisano facesse seguito una vibrata protesta politica anche di carattere patriottico (il governo arrestava un eroe della lotta contro i Borboni) che valicò i confini dell’isola. Non meno energica fu la protesta del barone Turrisi Colonna. Le autorità ne traevano occasione per raffermare le loro antiche convinzioni. Il Franchetti ne concludeva: “Manca alla generalità dei siciliani il sentimento della legge superiore a tutti e uguale per tutti”.

Questa logica sussiste tutt’ora, ancora più amplificata, tanto che, un Siciliano si dovesse chiedere se sia convenevole o no l’andare a votare, perché in qualche modo, potrebbe essere accusato di mafiosità solo è perché ha espresso la sua volontà politica… e guarda caso potrebbe risultare di maggioranza!

Capuana nella sua opera in discussione, infine il suo personaggio è ammalato di sicilianità, ancora non è un sicilianista e nemmeno ammalato di sicilitudine il suo Siciliano mezzo sofisticato si era solo semplicemente convinto di essere un Italiano come i settendrionali ma alla minima sensazione di sicilianità, risveglio dal torpore, presa di coscienza, scopre di non esserlo. Allora i quesiti e le analisi sono tanti. Si chiede, allora, come mai viene accusato tutto il Popolo Siciliano quanto tra briganti, ricattatori, manutengoli, informatori, sommati insieme, non arrivano a mezzo migliaio, mettendo grosso. (pag. 55)[31] La risposta già ormai chiarita precedentemente è nelle teorie razziste, che ancora oggi influenzano i giudizi su ogni Siciliano sulla faccia della Terra e su quelli che una coppia di Siciliani ha intenzione di generare. Capuana arriva a pensare che magari nei primi anni dell’unità era spiegabilissima  per gli italiani del continente considerare la Sicilia come i confini del mondo, la ultima Thule virgiliana. E neanche il Governo avesse un’opinione diversa mandava colà gl’impiegati ai quali voleva far sentire gli effetti del suo malcontento  (Pag.58)[32]

Si cedettero - né senza qualche ragione- trattati male; non da popolazioni  liberamente e volontariamente datasi all’Italia con una rivoluzione e un plebiscito, ma da gente conquistata, tenuta in poco conto, quasi da sfruttare soltanto; e se ne vendicarono arricchendo il loro dialetto di un sinonimo spregiativo con la parola: piemontese. (pag. 59)[33]

                  L’Autore continua nel suo volume sul concetto della parola mafia che, in maniera molto erudita e qualificata il Pitrè ne da chiarezza nelle sue opere e che Capuana ne riporta le teorie, ammettendo l’esistenza di questa parola ma con significati diversi. Sempre il suo Siciliano sofisticato: “Non ignora che la parola mafia, grazie alle detorsioni[34] ricevute dalla sua recente popolarità mondiale, già ridotta polisensa fin per gli stessi siciliani, serve oggidì a significare ora qualcosa di simile alla camorra napoletana, alla teppa milanese, al bagherinaggio romano; ora qualcosa che forse non ha nome proprio, e che il codice penale e gli agenti di pubblica sicurezza chiamano semplicemente: Associazione di malfattori.” Tutte le altre associazioni di malfattori sembrano non avere nessuna fortuna di successo, Capuana si chiedeva: “-Non si dovrebbero chiamar mafiosi pure costoro?” Oggi possiamo affermare che lo hanno accontentato a noi Siciliani ci hanno dato il copyright di tutti i mali del mondo: Mafia cinese, mafia russa, eccetera. Continua così a pagina 70[35]: “…il clichè della mafia siciliana è fatto da un pezzo; ma la stampa a colori di una mostruosa mafia-piovra, dai mille viscidi tentacoli avvolgenti e stringenti da un capo all’altro la Sicilia, è già stata tirata a migliaia e migliaia di copie, e gli strilloni tornano a spacciarla a ogni propizia occasione per tentar di esaurire la mercanzia accatastata in fondo dei magazzini. (…)ma la calunniatrice fantasia melodrammatica che ha inventato questa mafia e un brigantaggio di maniera, non avranno mai fine, non spariranno mai?” L’errore che si può fare leggendo queste parole è quello che gli antropologi chiamano teleologico, cioè dare significato e ordine partendo dalla conclusione, dunque da oggi. Invece noi dobbiamo rimanere con tutte e due i piedi fermi in quel tempo post unitario. Lo stesso errore una volta lo ha commesso uno studente che discutendo di politica mi ha detto in forma critica: “voi indipendentisti volevate annettere la Sicilia all’America…” Questa decisione politica dando il significato di oggi può suonare come qualcosa di malevole, in quanto oggi e non il 1943, l’U.S.A. non è più vista da tutti come quella potenza liberatrice e l’Italia non è più, grazie a Dio, quella fascista. Ma, questo errore non è innocente, è voluto, perché intanto mette confusione e non dice che con la nascita delle Repubblica Italiana, lo stesso Finocchiaro Aprile in una intervista pre-elettorale al-LA SETTIMANA INCOM – Cronache Siciliane[36] chiarisce apertamente le aspettative indipendentiste siciliane di non volersi staccare dall’Italia ma per la costituente dice ad un loro inviato speciale al Teatro San Giorgi di Catania: “Noi difenderemo un progetto di confederazioni di stati italiani sul tipo Nord American, ciascuno stato potrà governarsi liberamente da se. Alla Sicilia si sta promettendo uno statuto di autonomia. Non ci basta! Vogliamo l’Indipendenza! . Anche nel caso de L’ISOLA DEL SOLE dobbiamo leggere queste affermazioni del Capuana con il suo autentico significato storico. Pertanto da chiarire che la mafia come oggi si conosce è prettamente italiana! Perché la mafia, come oggi si conosce è nata con l’unità d’Italia. Come abbiamo visto nel-L’Isola del Sole Capuana critica apertamente, perlopiù, Franchetti e Sonnino con la loro inchiesta, la cosa assurda, dal mio punto di vista, che l’edizione in questione del Capuana porta l’Introduzione di Roberto Ciuni[37], che a sua volta è una critica all’opera. Giustamente io mi accingo, con modestia, a criticare tale critica. E’ così la storia siciliana… Ciuni scrive (Pag.5)[38]: “E’ dichiaratamente un pamphlet contro i “detrattori” della Sicilia e la scelta dell’appendice del Pitrè, dove si celebra una specie di elogio della mafia, indica con inequivocabile evidenza da un lato la necessità di Capuana di procurarsi la testimonianza di uno studioso credibile e dall’altro la volontà di cantare un’ode appassionata alla sua terra, finalizzando quest’impeto di lirismo acritico a minimizzare lo “specifico” dei problemi siciliani e addirittura a sostenere che “altrove in Italia si sta molto peggio che da noi”. Dico io, leggere questa introduzione in maniera integrale prima dell’opera del Capuana è pregiudizievole per l’opera stessa, condizionando la lettura della stessa. Pertanto consiglio a chi desidera leggere il libro in questione di saltare l’Introduzione del Ciuni e leggerla dopo aver letto l’opera. Quando Ciuni scrive che  l’appendice del Pitrè, dove si celebra una specie di elogio della mafia, asserisce una mera menzogna, perché il Pitrè chiarisce le origini del termine e cosa nella maniera intrinseca significasse, allora, io aggiungo: fino a poco tempo fa, prima del 1970. E’ giusto, a questo punto chiamare in causa il Pitrè, il quale ha scritto[39]: (pagina 9)“La voce mafia (…) è tutt’altro che nuova e recente: e se nessun vocabolarista anteriore al Traina – il primo e forse il solo che la registri – la riferisce, ciò non può autorizzare nessuno a ritenerla posteriore al 1860, come molti han presunto. I nostri vocabolari, formati in gran parte su poeti siciliani, non danno se non la più piccola parte della lingua popolare; e basta dire che parecchie migliaia di voci, di sinonimi e di frasi e modi proverbiali della presente opera nessuno di essi le riporta. (…) Io non pago di affermare la esistenza della nostra voce nel primo sessantennio di questo secolo in un rione di Palermo, il Borgo, (…)E al Borgo la voce mafia coi suoi derivati valse e vale sempre bellezza, graziosità, perfezione, eccellenza (pagina 10) nel suo genere. (…) All’idea di bellezza la voce mafia unisce quella di superiorità e di valentia nel miglior significato della parola e, discorrendo di uomo, qualche cosa di più; coscienza di essere uomo, sicurtà d’animo e, in eccesso di questa, baldanza, ma non mai braveria in cattivo senso non mai arroganza, non mai tracotanza. L’uomo di mafia o mafiusu inteso in questo senso naturale e proprio non dovrebbe metter paura a nessuno, perché pochi quanto lui sono creanzati e rispettosi. Ma disgraziatamente dopo il 1860 le cose hanno mutato aspetto, e la voce mafiusu per molti non ha più il significato originario e primitivo. L’anno 1863 un artista drammatico palermitano, Giuseppe Rizzotto (…) scrisse e cominciò a rappresentare (…)I Mafiusi di la Vicaria. Quelle scene ritraevano con vivezza di caratteri e di tinte le abitudini, i costumi, il parlare dei camorristi di Palermo (pagina 11) e piacquero tanto… (…)Poche commedie ebbero tanta fortuna quanta ne trovò questa in Italia, (…) Ora il nome e le opere di questi nuovi mafiosi son diventati popolarissimi e noti a qualunque classe di persone fino ai giornalisti, agli uomini politici, al governo. Entrata per tal modo nella lingua parlata d’Italia, la voce mafia sta a dinotare uno stato di cose che avea altro nome(…) Esso divenne sinonimo di brigantaggio, di camorra, di malandrinaggio, senza esser nessuna delle tre cose o stato di cose, poiché il brigantaggio è una lotta aperta con le leggi sociali, la camorra un guadagno illecito sulle transazioni economiche, il malandrinaggio è speciale di gente volgare e comunissima, rotta al vizio e che agisce sopra gente di poca levatura. (…) (Pagina 13) E’ chiaro, dopo tutto questo, il triste ufficio a cui è stata condannata la voce mafia; la quale era fino a ieri espressione d’una cosa buona e innocente, ed ora è obbligata a rappresentare cose cattive (…) nocive alla società.” In queste parole non si può leggere l’elogio alla MAFIA come oggi s’indente e che cosa oggi rappresenta, ma al significato dell’aggettivo  che essa portava, l’elogio al termine perché quanto significava. Una chiarezza culturale ed etnologica che non vi è nessuna altra più qualificata oltre questa del Pitrè. L’unità d’Italia ha acquisito questo termine dal dramma I Mafiusi di la Vicaria, ne ha fatto uso e consumo per recriminare con l’esclusività un fenomeno invece simile a molte parti del resto d’Italia. E’  molto interessante la deposizione giudiziaria, contro un camorrista di nome Federico Monreale, di un certo napoletano deportato, coatto ad Ustica, un certo Flocco Salvatore, riportata da un povero cronista del 1878: “(Pagina 23)[40]: -Dunque, il signor Federico Monreale è una persona potente in Ustica?

(pagina 24) – Altro che…illustrissimo.

–Potente anche verso gli altri deportati?

–Quelli delle altre nazioni, illustrissimo, volete dire? Quelli no. Quelli hanno il capo della loro nazione.

-E di che nazioni sono essi?

-Ce ne sono di Genovesi e di Sardi, ma di più di Romagnoli e di Livornesi. Pertanto l’esclusività della consorteria delinquenziale siciliana così detta: mafia è stato dovuto alla mistificazione con il nuovo potere piemontese e i vari sensali politici. Il povero cronista nella sua raccolta di scritti: “Le cronache dell’Assise di Palermo –Riordinate, raccolte ed ampliate”, un testo che consiglio la lettura per l’interesse antropologico, stampato nelle tipografie del Giornale di Sicilia, in Via Macqueda, in quel 1878, forse appunto dei suoi stessi articoli giornalisti visto che si tratti di fatti realmente accaduti, e il suo voler precisare di non essere romanziere è perché si è attenuto prettamente ai fatti. Pertanto una voce autorevole sulla questione. Fa delle riflessioni importanti che riporterò di seguito. La prima, a (pagina 27)[41]: “La mafia è una malattia sociale che si è supposta o voluto supporre una malattia organica e gentilizia della sola Sicilia. Eppure i fenomeni morbosi della stessa malattia organica e gentilizia della sola Sicilia. Eppure i fenomeni morbosi della stessa malattia si manifestano in Napoli, in Bologna, in Ravenna, in Livorno. Anziché malattia organica Siciliana sarebbe invece la mafia una malattia moderna che la Sicilia, le Romagne, la Toscana e il Napoletano hanno tutte avuto da una causa a tutte comune? E’ una investigazione a fare”. Il Capuana scrisse a riguardo la malattia anche se in riferimento al brigantaggio (pagina 86)[42]: “E’ da studiare per quali ragioni etnografiche e locali il tristo fenomeno si produca; per quali influenze si riproduca quasi a tempo fisso; e per quali altre ragioni, che paiono strane e non sono, la durata di esso non oltrepassi un certo numero di anni, da permettere di prevederne la fine[43], come di una malattia della quale si conosca ormai il corso ordinario”. La seconda, sull’omertà, a (pagina 61)[44]: “Gli omini della santa omertà diventano dei vigliacchi che si fanno a brani per ottenere ciascheduno quanto meno una diminuzione di pena. (pagina 62) La omertà è una squaldrina camuffata, in elmo e cimiero, che con la lancia in resta minaccia gli uni e impaurisce gli altri. Ma non appena il delegato o il giudice istruttore ci tengono fissi gli occhi addosso, la maschera cade, e la squaldrina trepidante, impaurita, grida mea colpa, nostra colpa, non fosse altro per ottenere le circostanze attenuanti.” La terza, su Franchetti e Sonnino, a (pagina 51)[45]: “Le persone cattive ci sono dappertutto, e ce ne hanno senz dubbio anco in Bagheria, ma non per questo che si abbiano ragioni per dire: Bagheria è un tristissimo paese, un paese in cui una persona dabbene si ha a cercare a lume di candela! Questo è un falso ed erroneo giudizio né più né meno come lo è quello dei signori Sonnino e Franchetti, di cui i lettori saranno stufi sino alla nausea di sentir parlare, ma quando la cos va da sé, e forza tornarci qualche volta. Che cosa dice il giudizio storico dei signori Toscani? In Sicilia ci hanno dei birbi e dei malandrini, ergo tutta Sicilia è un covo di birbi e di malandrini!” Lo stesso povero cronista chiarisce che la palestra della santa omertà è la bettola, vera palestra e la esercitazione è il tocco. Lo stesso bettoliere deve essere un omu d’onore e i suoi commessi, i figli e pure la moglie, picciotti d’onore. Gli habitus sono gli omini della santa omertà.  Il resto lo ha fatto la storia! Trasformando quelle consorterie criminali in parastatali assicurando a loro una impunità e una potenza sempre crescente ai danni del Popolo Siciliano e a vantaggio del potere istituito, che ha solo preso, facendone di fatto della Sicilia una colonia piemontese. L’ingigantire del fenomeno servì ai mediocri funzionari piemontesi ad accrescere il loro operato. L’opera di collusione tra stato piemontese e malavita organizzata siciliana prima fu in maniera isolata poi sempre più sistematica e regolata. Simbolico è l’atto di denunzia del procuratore generale di Palermo Diego Tajani[46] il quale scoprendo i rapporti tra il capo della polizia Medici e il mafioso Albanese e i suoi picciotti nel 1871 gli emanò un mandato di cattura. Il Governo ordinò che il mandato non fosse eseguito, ed alcuni testimoni dell’accusa vennero assassinati. Questo sorprese ed inquietò Tajani e fu una prima apparente visibilità della MAFIA, come fu nell’avvenire triste per la Sicilia e nelle continue mutazioni in stretta relazione con i vari Governi italiani.    Stessa sorte del termine mafia ha avuto la parola omertà. Questo termine il Pitrè da una precisa definizione: (pagina 14)[47]: “Omertà non significa umiltà, come potrebbe parere a prima vista, ma omineità, qualità di essere omu, cioè serio, sodo, forte. (…) Base e sostegno dell’omertà è il silenzio; senza di questo l’omu non potrebbe essere omu, né mantenere la sua superiorità incontrastata; restando scoperto agli occhi della Giustizia, ne proverrebbe i rigori.” Qui c’è da precisare quell’omertà originaria del valore di uomo che non chiede aiuto a nessuno, che non denunzia ma si fa giustizia da se, perché tanto sa che quella giustizia non funziona, o peggio ancora si ci rivolge contro. C’è l’altra omertà, quella che assume il significato giornalistico di oggi, che significa silenzio per paura, paura di quella mafia che sa e che colpisce e che un normale cittadino, eroe di tutti i giorni, perché tira a campare tra mille mortificazioni, magari un lavoro a nero o a grigio ha paura, legittima paura e non parla. Questa paura non fa parte della nostra sicilianità, in questa paura non c’è l’omu. Questa paura è stato un dono dell’Italia alla Sicilia. Pertanto quando leggo le asserzioni di un certo Giuseppe Carlo Marino[48], inorridisco leggendo nel capitolo La mafia come forza originaria del potere la conclusione: (pagina 15)[49] “Come definire questo perverso rapporto tra ceti alti della tradizione aristocratica e la mafia emergente dal “popolo”? Una scomoda alleanza? E’ più corretto evidenziare una complicità. Essa è senz’altro la matrice storica di un originario rapporto omertoso stabilitosi tra il baronaggio politico e la sua base mafiosa ed anche del comune e strumentale orgoglio di difendere e valorizzare la cosiddetta sicilianità. Ecco spiegato come e perché la mafia e le classi egemoni siciliane avrebbero trovato, fino ai nostri giorni, il loro comune denominatore culturale nel sicilianismo. Per questo signore bisogna eliminare qualsiasi residua della cultura siciliana e qualsiasi rivendicazione identitaria siciliana per sconfiggere la mafia… Sterminare un Popolo, nel senso identitario, per eliminare un male che non fa parte della sua cultura ma di una alterazione di potere colonizzante della politica di Cavour e di tutto ciò che ne seguì fino ad oggi. Più razzista antisicilianista di così caro professore Marino non si può? Ma il professore Marino è un Siciliano…   Il paradosso dei paradossi è che hanno inculcato al Popolo Siciliano il pregiudizio razziale su se stesso.[50] Con questo teorema che sicilianismo e mafia hanno il loro comune denominatore culturale viene legittimo accusare qualsiasi iniziativa e attivista sicilianista di mafia, o simpatizzante della mafia. In parole pratiche con questa accusa viene criminalizzata qualsiasi azione e movimento di autodeterminazione del Popolo Siciliano. Sappiamo benissimo da gli atti giudiziari che la mafia è stata a servizio delle forze politiche che hanno le segreterie di partito a Roma. L’elettorato suscettibile di influenza mafiosa è stato messo a disposizione ora a l’uno, ora a l’altro, facendo così proprio la mafia ha permesso la colonizzazione clientelare del Popolo Siciliano, ed è stata contraria ed in opposizione a qualsiasi forza politica sicilianista. Proprio a fine della seconda guerra mondiale il M.S.I. che aveva ottenuto il consenso del Popolo Siciliano, con tutte le sfaccettature variegate, ha visto il volta faccia immediato, di quegli elementi cosiddetti mafiosi per la Democrazia Cristiana. E da elementi dei servizi segreti dell’EVIS giungono voci che a tradire Canepa del passaggio del Motoguz in contrada Murazzu Ruttu siano stati proprio i mafiosi. Ma non solo il pensiero siciliano è criminale, pure la Terra di Sicilia, tanto da darci il copyright, ecco come Andrea Sangiuolo asserisce la sua ipotesi sull’origine della mafia con certezza a (pagina 7)[51]: “Circa il luogo di nascita della mafia i pareri sono concordi, si tratta della Sicilia, …”  I pareri non sono d’accordo affatto come abbiamo già visto è una menzogna dove la verità storica affonda miseramente. Il problema grave di questo libro che è stato distribuito nelle scuole medie superiori a gli insegnanti come SAGGIO CAMPIONE GRATUITO. Significa che i poveri studenti avranno un input inesatto dove costruiranno sopra la formazione culturale. La mafia è un argomento così vasto ed impegnativo da trattare con più spazio e sicuramente in altre occasioni ancora. Mi permetto solo una chiusa del Marchese di Roccaforte Lorenzo Cottù, Marziani[52] il primo dicembre del 1875 quando depose davanti la Commissione Parlamentare d’Inchiesta in Sicilia sulla Mafia: “Questo insulto continuo per cui un individuo si deve vergognare di essere Siciliano: diventa una disgrazia l’essere Siciliano”.

                Ritorniamo al nostro romanzo L’Illusione, dove Teresa, corteggiata dal Visconte di Biennes con il suo seducente francese, il quale vuole diventare lui stesso brigante per rapirla. La risposta di Teresa, abbastanza ironica, è quella che se ne potrebbe trarre un autentico vaudeville, un genere teatrale francese di fine Settecento, con inserzioni di versi cantati di tanto in tanto con arie popolari dell’epoca, di genere molto leggero nei contenuti. Quest’aria di varietà nell’impersonare il brigante romantico da parte del Visconte è una precisa satira ad Alessandro Dumas, padre, il quale narrò le imprese del brigante di Villafranca Tirrena, Antonio Bruno sopranominato Zuzza, decapitato il 5 maggio del 1783 sul piano della Marina a Palermo, nel suo romanzo “Pascal Bruno”[53].  Il Capuana criticando tale opera scrisse (pagina 71)[54]: “Il tipo brigantesco creato dalla bollente fantasia di Alessandro Dumas padre era già passato di moda, insieme con tutto il ciarpame del romanticismo del ’30; la storia di Antonio Testalonga, del palermitano Linares, non aveva potuto varcare lo stretto per fare concorrenza al Pasquale Bruno del romanziere francese (…) Ci voleva la fervida immaginazione scientifico-socialista di due colte e serie persone per creare di sana pianta una figura che nessun siciliano riconosce, che mille fatti smentiscono; per trasformare feroci assassini in eroi da poema, (…) per arrivare a vedere tutti i contadini siciliani dediti al servizio dei loro amici briganti; pronti a sottrarli alle ricerche della giustizia nascondendoli nelle loro case, in  (Pagina 72) paese e in campagna; solleciti, quando coloro sono in azione, ad avvisarli ad ogni minima mossa dei carabinieri (…) Se aveste saputo che appunto i fratelli oppressi, i contadini, erano più offesi e più oltraggiati da costoro nella roba e nell’onore!”  

 Per potere fare luce veramente sul fenomeno del brigantaggio, dobbiamo prima capire cosa s’intende con questa parola, in quale periodo storico e in quale parte geografica. In Sicilia non abbiamo traccia di questo termine, se non dopo il 1812 e d’importazione francese, insieme a quello di banditismo. Il termine che si avvicina al fenomeno senza inquinamenti storici, nella lingua siciliana è sbannutu, che significa: assassino, ladrone, proveniente etimologicamente dal latino composto di ex banno publicatus, cioè messo al bando, pertanto portatore di taglia. Sappiamo che il più grande degli ex banno publicatus, dai Romani, che la storia ci insegna, fu Gesù di Nazareth!  Si associa a tale termine: cumpagnia di sbannuti.[55]  E con questo termine vengono chiamati i primi gruppi di schiavi rivoltosi che portarono alle guerre servili. Ma andiamo avanti con i secoli per arrivare al termine sbannutu che tradotto in italiano è bandito. Il termine bandito è di provenienza francese bannir, proveniente dal latino medievale bandire, col significato di mandare in esilio, dal gotico bandwjan, che significa: fare un segnale, nell’uso di allora di emettere un segnale come una bandiera o uno squillo di tromba quando avveniva la cacciata in esilio. Bandito è stato un termine spesso utilizzato e avvicendato come sinonimo a quello di brigante. Il brigante come termine ha origine sicuramente positiva proviene da brigare, significando: disporsi a lottare, pertanto è il partigiano, andando a ritroso nella storia significa, appartenente ad una piccola compagnia di ventura e ancor più, pure soldato a piedi. Gli occupanti nazisti per i partigiani hanno preferito adoperare il termine banditi. Sia banditismo che brigantaggio, arrivano nel Regno delle Due Sicilie nel 1799 quando i Francesi chiamarono briganti i sanfedisti. I sanfedisti erano componenti di un movimento cattolico e monarchico contro i presupposti ideali della rivoluzione francese, ideato e organizzato dal cardinale Fabrizio Dionigi Ruffo dal nome: Esercito della Santa Fede in Nostro Signore Gesù Cristo. Questi gruppi armati furono eterogenei di tutte le genti del meridione, dai contadini ai nobili, appoggiati dalla chiesa, si contrapposero e vinsero gli occupatori Francesi e la Repubblica Napoletana. Questa storia non appartiene alla Sicilia; tanto che, mentre le armate partigiane sanfedisti si contrapponevano ai Francesi, i Siciliani il 25 dicembre 1798 si erano commossi all’arrivo del loro Re Ferdinando credendo che veniva a restaurare il regno di Sicilia e dare così la legittima sovranità. Rimasero poi profondamente delusi e così riluttanti verso la corona quando scoprirono che Ferdinando si veniva a rifugiare in Sicilia dopo essere stato scacciato da Napoli dalle truppe dello Championnet. Gli ideali della rivoluzione francese non sbarcarono in Sicilia, ma attecchirono tra gli aristocratici, tanto che dopo la pace di Firenze del 1801 firmata dal Re in Sicilia s’inasprì la repressione contro i presunti e veri giacobini, con arresti, torture e peni capitali. Come si può notare due storie diverse in due nazioni diverse e in due popoli diversi, tra Scilla e Cariddi. I Francesi chiamarono  queste forze di contrapposizione alla loro occupazione, brigant significando: assassini, ladroni. E da qui derivando brigandage (brigantaggio)[56]. Termine bene appropriato in quanto già adoperato contro i reazionari armati della rivoluzione francese[57]. Mentre nel meridione nasce così il brigantaggio, in Sicilia vi è ancora il banditismo. Il banditismo ha fattori abbastanza diversificati, nasce: dall’insofferenza sociale, pertanto dalla ribellione di alcuni gruppi armati con l’intento del proprio arricchimento ai danni degli altri (i viandanti del loro passo), dai perseguitati dei Borboni per le loro idee ispirati alla Rivoluzione francese, in piena contrapposizione ai sanfedisti, dallo sfaldamento delle “compagnie d’armi”. Queste compagnie istituiti, con ex galeotti, nel 1770 dai signori feudali contro il banditismo, sono esistiti da sempre, basta ricordare un decreto regio di Federico II con il quale si proibiva ai baroni di farsi accompagnare dalle loro “comitive” in tribunale.[58] Furono organo di oppressione e di potere dei signori feudali contro i loro sudditi.  Con lo sfaldamento del sistema feudale in atto sia con le riforme della Costituzione Borbonica del 1812 e nel 1810 con i vari tentativi di ammodernamento del sistema fiscale e lo sviluppo agricolo, le “compagnie d’armi” furono teoricamente sciolte e lasciate nel feudo a seminare terrore, con la connivenza dei signori feudali che ormai abbandonarono le campagne, nonché di alcuni elementi delle autorità locali. Con la delusione politica di Ferdinando III che, dopo la fine dell’era napoleonica, non solo ha sciolto il parlamento siciliano il 15 maggio 1815,  nominò luogotenente il figlio Francesco, tornò a Napoli, dove lasciò i titoli di Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia per assumere quello di Ferdinando I delle due Sicilie, decretando la fine del millenario regno di Sicilia. Questo e altre iniziative[59] alimentarono il fervore dei patrioti Siciliani i quali furono perseguitati ed andarono ad ingrossare le ampie file dei sbannuti, solo che ora vengono chiamati dai Borboni in senso dispregiativo tutti quanti briganti!  Il brigantaggio in Sicilia ha questa forma variegata e diversificata nei confronti del resto delle nazioni della penisola italica. Ma dove nasce l’inquinamento storico? Principalmente nel volere omologare il fenomeno del brigantaggio in Sicilia con il meridione, volendo creare, a tutti costi, una “questione meridionale” che comprenda quella siciliana. Quando si sa benissimo che sia per motivi politici ben precisi, nel concetto di nazionalità che il Popolo Siciliano ha come coscienza, sia per diversità del fenomeno culturale, non potrà mai identificarsi la problematica siciliana con quella meridionale. E’ come volere curare un malato di raffreddore con le medicine del fratello ammalato di indigestione. E nella interpretazione che gli storici, sia liberal-democratici che marxisti hanno fatto, venendo meno gli schemi consueti, nel rifiutarsi di costatare la rinuncia e la resistenza armata paradossale ai principi illuministici e giacobini, quali portatori di progresso, in tutta la penisola e con maggior rigore nel sud, dove esisteva già un grande regno cattolico. Il volere riportare il tutto in una lotta di classi sociali escludendo le concezioni di carattere identitario porta ad un daltonismo storico. Versione del brigantaggio nella “questione meridionale” generata da Antonio Gramsci grande sostenitore Franco Molfese[60], che è indiscutibile il fattore di lotta di classe armata. Come il non costatarla matrice religiosa nella difesa armata di interi popoli d’Europa della propria fede e delle loro tradizioni. Come pure l’esigenza propagandistica degli storici unitari dell’intera esaltazione risorgimentale e nel demonizzare le sacche di resistenza partigiana accomunandoli a dei comuni criminali organizzati più o meno a bande. Anche la visione a volte a senso unico dei nazionalisti Siciliani, data ad ogni insorgenza di resistenza ai Piemontesi solo nel lato indipendentista travia la realtà storica, non lasciando trasferire anche il contrasto nell’imposizione di una cultura (laicale degli animatori unitari) antistante alla cultura cattolica dei Meridionali e Siciliani. Niccolò Rodolico scrisse: "Tutto questo che è dignità, fierezza, spirito di sacrificio è stato considerato, specialmente per l’Italia meridionale, fanatismo e brigantaggio"[61]

Così anche il manutengolismo mentre nel meridione ha il significato dei sostenitori e fiancheggiatori ai guerriglieri sanfedisti, in Sicilia ha origine da diversi motivi. In parte proviene dall’omertà, come già è stato scritto in precedenza, molta parte fa la paura dell’impotenza su alcuni terribili assassini, e solo per quel brigantaggio dovuto ai renitenti di leva e perseguitati politici subentra il sostegno non riconoscendo lo Stato Piemontese come proprio ma di occupazione.  Così definisce il manutengolismo Franchetti[62]: “…unione di persone d'ogni grado, d'ogni professione, d'ogni specie, che, senza avere nessun legame apparente, continuo e regolare, si trovano sempre riunite per promuovere il reciproco interesse, astrazione fatta da qualunque considerazione di legge, di giustizia e di ordine pubblico, è un sentimento medioevale di colui che crede di poter provvedere alla tutela ed alla incolumità della sua persona e dei suoi averi mercè il suo valore e la sua influenza personale indipendentemente dall'azione dell'autorità e delle leggi”. Il dare un valore di mistero e di potenza a quello che poi hanno differenziato come fenomeno chiamandolo maffia (mafia), per motivi di repressione politica e alleanza con il nuovo stato è servito ancor più ad intimidire il Popolo Siciliano, rinserrandolo sempre più nel silenzio omertoso. E’ lecito avere paura per un uomo in qualsiasi angolo della Terra, diventa pregiudizievole se quell’uomo è un Siciliano, allora quella paura diventa omertà, manutengolismo, complicità con i criminali! Questo è semplicemente razzismo! Nel senso autentico della parola. Certa politica da sempre, sia nell’Italia monarchica che repubblicana, ha creato sistematicamente il fenomeno a livello mediatico per poi inveire contro agevolandosene e giustificando le proprie responsabilità e intenti. Altro che come scrive il Franchetti[63]: “…si sente spesso trapelare una certa compiacenza per il tipo brigantesco, una tendenza a farne un tipo da leggenda   La sconfitta del brigantaggio meridionale nel 1870 con l’eliminazione delle zone militari, pertanto la fine ufficiale del brigantaggio, come la stessa Teresa Uzeda afferma, porta allo sfocio del banditismo, non più ad una lotta unitaria ad un degrado in criminalità vera e propria anche perché inizia il grande esodo dei Meridionali e dei Siciliani.

                         Il capitolo di questa segnatura potrebbe finire qui, ma a questo punto mi sembra necessario concludere l’argomento e la disputa del-L’Isola del Sole  di Capuana. Il quale a pagina 77[64]: “…la probabile ironia dei siciliani che il Franchetti ha dovuto scambiare per compiacenza; ma la compassione della grande semplicità con cui essi hanno visto combattuto il brigantaggio dai funzionari del Governo,…”  Questa stessa ironia la troviamo anche ne Il Gattopardo di Tomasi[65], quando Chevalley sembrava già rassicurato di trovarsi in Sicilia: “…Tancredi che venne subito assalito dal singolare prurito isolano di raccontare ai forestieri storie raccapriccianti, purtroppo sempre autentiche.”  Anche il Franchetti insieme ai suoi compagni sicuramente avranno trovato i loro Tancredi strada facendo assaliti dal singolare prurito isolano, che Capuana chiama ironia dei siciliani ed io chiamerei umorismo. Quell’umorismo che serve a noi Siciliani come difesa, una barriera all’invalicabile riserva mentale, come la riserva territoriale dei pellirossa, la sicilianità. I quali mettiamo in atto in modo particolare con i forestieri. Poi sicuramente visti come sono partiti Franchetti e compagni, armati di tutto punto, come Pecos Bill contro i pellirossa, che per un niente gli partiva un colpo di pistola, cioè con la paura che fa novanta, la voglia ai Siciliani veniva e come. La loro opera è una raccolta d’impressioni come il Franchetti scrisse al suo compagno di viaggio Enea Cavalieri[66]: “In fondo in fondo, mi scriveva, mi pare che anche in mezzo alle nostre discussioni vi fosse accordo e che i due volumi sieno un riassunto abbastanza fedele delle nostre triplici impressioni; ma letto il libro, vorrei tu mi scrivessi che ne pensi.... Sono molto impaziente di avere il tuo giudizio”.

Ed ecco come comincia l’opera (pagina 1)[67]: “La prima impressione del viaggiatore che, sbarcato a Palermo, visita la città e i suoidintorni ed ha occasione di frequentare anche in modo superficiale la parte educata di quella popolazione, è certamente una delle più grate che si possano immaginare. Lasciando pure da parte il clima e l’aspetto della natura, già celebrati in tutte le lingue, in versi ed in prosa, buoni e cattivi, la città colla bellezza delle vie principali, l’aspetto monumentale dei palazzi, l’illuminazione notturna, una delle migliori di Europa, presenta tutte le apparenze del centro di un paese ricco e industrioso. Nell’accoglienza dei forestieri, la squisita cortesia non si limita alle forme esterne. Appena si sia manifestata l’intenzione di inoltrarsi nell’interno dell’Isola, abbondano le lettere di raccomandazione, le offerte di ospitalità che poi si sperimentano non essere semplici complimenti.(…) Ma s’egli si trattiene, se apre qualche giornale, se presta l’orecchio alle conversazioni, se interroga egli stesso, sente a poco a poco tutto mutarglisi d’intorno. I colori cambiano, l’aspetto di ogni cosa si trasforma. (…) Dopo un certo numero di tali storie, tutto quel profumo di fiori d’arancio e di limone principia a sapere di cadavere (…)La violenza va esercitandosi apertamente, tranquillamente, regolarmente; è nell’andamento normale delle cose.

Capuana riporta a pagina 87[68] le parole del funzionario Gerra, precisando non Siciliano scritte in un rapporto ufficiale del 1874, il quale precisa che i rappresentanti del Governo possono trovare in Sicilia un appoggio sincero e cooperazione attiva al pari d’altrove, basterebbe dare il primo appoggio e fiducia e questo appoggio in Sicilia è sinonimo di forza. Vorrei rimarcare quante sono vere e importanti queste parole e che ritornano oggi come un eco. Capuana continua ( pagina 88)[69] con il rimarcare l’operazione  cruenta di repressione, dei “tagliatori di teste”[70] piemontesi: “Non possono dimenticare gli orrori della caccia ai renitenti di leva – in un paese nuovo alla coscrizione – praticata come fra selvaggi, assediando paesetti, minacciando di fucilazione i cittadini se si fossero attentati di uscir di casa, e di assetarli se tutti i renitenti non si fossero presentati fra 12 ore, arrestando a casaccio, facendo morire nelle prigioni, di spavento e di maltrattamenti, povere donne incinte; bruciando vivi contadini, rei soltanto di non aver voluto aprire la porta della loro capanna perché atterriti, in mezzo ad una campagna deserta, da insolito apparato di armi e di armati” Questo era il clima e ancor più non risparmiando ne bambini e a maggior ragione sacerdoti. Rimane per me emblematica la fucilazione di Angela Romano di 9 anni:[71] L’UNICA BAMBINA AL MONDO CHE VIENE PROCESSATA E FUCILATA – CASTELLAMMARE DEL GOLFO 3 GENNAIO 1862 Dopo un processo sommario vengono fucilati una bambina di 9 anni, un sacerdote, 2 vecchi e tre donne, tutti accusati di essere familiari dei ribelli indipendentisti Siciliani. L’inquisitore gen. Pietro QUINTINO, ex garibaldino, venne dopo decorato con la “Croce SS. Maurizio e Lazzaro”   Capuana chiude la sua arringa, invitando tutti quanti in Sicilia ad una festa d’amore, per scoprire loro stessi sia la bellezza ma anche un Popolo di millenaria civiltà aperto e pronto ad una ospitalità senza interessi. Vorrei saltare tutta quanta l’introduzione di Roberto Ciuni, ma è giusto che dia risalto alla sua contrapposizione. A pagina 11[72] scrive: “Al tempo in cui Capuana scriveva L’isola del sole oppure negli anni nostri, chiunque – siciliano- abbia il problema di dare un giudizio sulla Sicilia è davanti ad un dubbio. “Difenderla” fino a negare certe sue deteriori peculiarità, fino a negare che la mafia sia un tipico prodotto dell’isola, fino a magnificarne ogni aspetto, fino a chieder per essa che lo Stato-rimedi-a-più-che-secolari-carenze, fino ad arrivare a parlar di “conquista” e di “colonizzazione” della Sicilia da parte dei savoiardi piemontesi. (pagina 12) Ovvero “difenderla” in forma critica, ammettendone le peculiarità peggiori, ammettendo la sicilian way of mafia, guardandone in maniera spassionata i difetti, analizzando il comportamento dello Stato senza prevenzioni e parlando sì della cattiva politica post-unitaria ma senza l’enfasi che porta a utilizzare parole come “conquista” ovvero “colonizzazione” e, infine, inglobando la questione dell’isola nel quadro dei rapporti tra nord e sud, tra classi egemoni e classi oppresse, tra una maniera di gestire il potere che troppo a lungo nel corso di cento anni ha tenuto fuori dallo Stato gran parte della comunità nazionale e le forme di riscatto che si sono via via affermate a furia di lacrime e di sangue.”

Direi che questo non è un bivio che pone il signor Ciuni, ma un teorema. La costante è che il Siciliano, sia postrisorgimentale che d’oggi, che deve dare un giudizio alla Sicilia sente il dovere di difenderla, ma è davanti un grave dubbio. Direi che non è un dubbio, ma un bivio politico. A suo dire il signor Ciuni riafferma,  le teorie portati avanti da chi ha creduto le teorie razziste che il Siciliano ha innato nel proprio DNA di essere un criminale, pertanto la mafia e  un tipico prodotto dell’isola. Interpone la storia: Al tempo in cui Capuana scriveva L’isola del sole oppure negli anni nostri, chiunque – siciliano, così facendo nega la reale prospettiva dei fenomeni. Ma il Siciliano di allora non aveva la mafia di oggi. Fenomeno frutto di una politica che ha permesso: nella prima fase l’utilizzo di questa consorteria criminale, come in tanti altre regioni della penisola, nelle azioni di polizia, consociandosi di fatto con i magistrati e sbirri piemontesi; nella seconda fase in un consociativismo politico clientelare creando così quel mostro Uzeda che possiamo definire la politica italiana di Sicilia. Al signor Ciuni le parole “colonizzazione” e “conquista” lo disturbano anche se fanno parte della verità storica e non quella costruita. La Sicilia non è il Sud dell’Italia, ma è a Sud dell’Italia, lo dimostra il fatto stesso della caratteristica pattizia dello Statuto d’Autonomia accettata dagli Italiani repubblicani e continuamente, minuziosamente non rispettata da gli italiani di Sicilia  e da tutti i governi italiani succedutosi. Lo Stato-rimedi-a-più-che-secolari-carenze, ricordo al signor Ciuni che questo rimedio è stato promesso nell’art. 38 dello Statuto d’Autonomia legge costituzionale. La questione siciliana, non è la questione meridionale e non è un problema di classi sociali. La questione Siciliana è un problema politico ed identitario, di giustizia storica e solo con questa confusione di visione tra ieri e oggi  e visione dell’insieme si diventa alleati della mafia perché il problema non si vuole risolvere, non si vuole giustizia storica ma solo confusione per potere opprimere un Popolo che ha avuto una sola colpa: la civiltà, la fede e la ricchezza. Valori contrapposti a l’arroganza, ad un ateismo anticlericale e un profondo senso razzista e a una avidità di oro e un bisogno di cassa del regno piemontese alla stretta economica. Valori contrapposti non con il Popolo Piemontese (Padano), ma con quella stretta accozzaglia delinquenziale guidata da massoni con interessi internazionali. E’ giusto dire che la storia è fatta pure e soprattutto di tante persone guidati dalla buona fede e dal senso di giustizia, ma non sono bastate da sole a cambiare il corso. Il signor Ciuni precisa se quello di Capuana fosse un sicilianismo critico o un sicilianismo parolaio? Se il Nasi[73] e il Capuana fossero portatori di progresso o di immobilismo reazionario? Con questo teorema citato dal signor Ciuni, ancora in atto, il Siciliano che vuole difendere la Sicilia al di fuori del Capuana, che aveva come soluzione il patriottismo, e del Nasi non rimane altro che la rassegnazione e il silenzio emigratorio, perché in caso contrario è un reazionario amico dei mafiosi e per il 416bis, mafioso pure lui. Il Siciliano di oggi è sicuramente contro questa mafia che ha permesso alla politica il degrado e la mortificazione sia della propria Terra che del proprio Popolo. Il Siciliano di oggi vuole la verità storica, per avere riconosciuta quella dignità che merita, senza garibaldini massoni o residui razzisti che tengano. La necessità di differenziare la “questione siciliana” da quella meridionale è essenziale e lo stesso signor Ciuni nel suo teorema criticando così quel sicilianismo parolaio di Capuana, atto ad influenzare l’opinione di tanti Siciliani, pertanto viene legittimo considerarlo “un freno obiettivo allo sviluppo di una sana e utile comprensione della “questione siciliana” da parte dei siciliani”[74]. Ecco che al signor Ciuni sorge la necessità di differire la “questione siciliana” da quella meridionale. Noi tutti Siciliani di oggi abbiamo visto nella storia, quanto il sicilianismo abbia avuto spazio nelle pagine della stampa, nel cinema e nella televisione e quanto, invece, ha trovato eco tutto il razzismo, il negare la verità storica, le bombe mediatiche, le false indagini cinematografiche? Oggi ci troviamo in questa Sicilia che ha l’emergenza di un riscatto di orgoglio e di autodeterminazione, grazie a quanti, ancora oggi, fingendo di difenderLa l’hanno affondata definitivamente con teoremi e teorie fantastiche per squallidi interessi marchettari e di partigianesimo politico. Precisiamo ancor di più il signor Ciuni accusa  Capuana perché non ha trattato tali argomenti nel suo L’Isola del sole (pagina 17)[75]: “Cosa c’è dietro i Fasci siciliani e dietro la repressione di Francesco Crispi? Perché è stata la Sicilia a iniziare i moti sociali di massa in Italia? Cosa significa l’emigrazione meridionale e, soprattutto, tanto per restare alla cronaca del tempo, perché i siciliani sono vittime di linciaggi e di pogrom sanguinosi nei paesi esteri dove vi sono andati a trapiantare? Perché l’Italia non ha comportamenti omogenei da zona a zona ma qui ci si ribella e si affrontano i fucili dell’esercito e li invece è tutto calmo? Quali sono le origini sociologiche del brigantaggio che hanno vissuto altre parti del paese? Ecco una pressante serie di domande alla quale Capuana non dà alcuna risposta. Non se le pone nemmeno. E se non è mestiere suo ragionare in termini politici, è almeno mestiere suo essere informato sui passi che sta facendo la cultura – lui è uomo di lettere, quindi uomo di cultura – riguardo all’indagine sullo “specifico” siciliano.”  Le risposte ci sono e pure gli argomenti come abbiamo testé  visto, ma non sono quelle desiderate dal signor Ciuni. Io a tutte queste domande ne ho una sola: il Regno delle Due Sicilie è stato colonizzato dal Piemonte. La Sicilia è stata colonizzata dal Piemonte! Capuana non nega affatto la mafia e non la diminuisce come capacità criminale, ma non la estende ad un fattore di entità e di peculiarità del Popolo Siciliano. Questo è stato fatto dagli scienziati razzisti e non è ammissibile, accettabile, nemmeno oggi, perché semplicemente non è la verità. Il razzismo antisiciliano ha generato la repressione e il convincimento anche all’estero dell’indole criminale e del basso quoziente intellettivo dei Meridionali e dei Siciliani. Ora la colpa di tutto bisogna darla a chi ha appoggiato queste teorie sostenendo le crociate politiche e gli esercizi di retorica contro il Popolo Siciliano. Capuana credeva nell’Italia ed era cauto nelle accuse, non esplicito, mitigava, ma tanto la sua vuole essere solo un’opera letteraria e basta. Per risposta a tutto ciò riporto ciò che il signor Ciuni ha riportato nella sua introduzione (pagina 18)[76] : “ Anche Taiani è “sicilianista”; sol che non si sogna di negare lo “specifico” della situazione dell’isola ed attribuisce i mali della Sicilia al cattivo governo: “Dal 1860 al 1866 fu un continuo offendere abitudini secolari, tradizioni secolari, suscettibilità anche puntigliose, se vuolsi, di popolazioni animose, vivaci, espansive, e che erano disposti a ricambiare con un tesoro di affetti un governo che avesse saputo studiare e conoscerle… Alla Sicilia è stato dato ogni bene materiale, se vuolsi, ma è stata negata la giustizia… Alla Sicilia è stata aperta la via ad ogni maniera d’arricchire ma è stata aperta la via alla propria corruzione…”  Ora vorrei fare il parallelismo alle parole scritte da Capuana (pagina 88)[77]: “Ora, fino a che l’azione della polizia sarà laggiù saltuaria empirica, diretta dalla più madornale ignoranza della (pagina 89) vita siciliana, cioè, del gran complesso di storia, di tradizione, di usi, di costumi, di sentimenti da cui vien composto e formato il carattere particolare di quelle regioni; fino a che il Governo non farà tesoro della loro saggezza popolare, meditando il proverbio accennato: “Ama l’amico tuo col vizio suo”, no, non sarà possibile che le cose isolane procedano diversamente, o volgano in meglio.” Continua poi chiedendosi come mai tutti gli sforzi della Sicilia a volersi mettere a paro con le altre regioni le industrie non fioriscono come altrove “e i prodotti[78] rimanevano invenduti, deprezzati, come colpiti da interdizione”  mi viene in mente che il signor Ciuni forse il libro non lo ha letto o gli ha dato una sola guardata… A prova dell’equazione Sicilia=Mafia, il signor Ciuni porta tale contributo (pagina 20)[79]: “Giuseppe Alongi[80], poi, con la sua conoscenza tecnica delle faccende della delinquenza siciliana (era stato commissario di pubblica sicurezza) e con l’approfondimento dei suoi studi criminologici alla luce dei testi del positivismo di Cesare Lombroso e di Enrico Ferri, aveva prodotto un testo fondamentale, il primo, possiamo dire, sulle cause, sulle manifestazioni e sulle peculiarità della mafia. Testo che oggi è considerato un classico e dal quale si traggono ancora utili insegnamenti”…  Stiamo scherzando? Da popolano che sono mi viene di alzare la voce intercalando con sconcezze varie… Cesare Lombroso? Enrico Ferri? Ma non sono i padri del razzismo antisiciliano? Il signor Ciuni stesso scrive (pagina 22)[81]: “Da un lato, i positivisti della scuola criminologica di Lombroso riconducevano lo “specifico” siciliano alla razza: ed era un’infamia culturale della quale ha fatto ampiamente giustizia il corso degli studi successivi ma alla fine dell’ottocento costituiva una tesi con cui bisognava fare i conti.” Non crede che portare avanti ancora oggi queste tesi razziste e derivati in diverse forme, è una vera vergogna? Il giudizio finale del signor Ciuni è singolare (pagina 24)[82]: “Parlando con l’uomo politico dell’Antimafia, ricordavamo Il gattopardo: “Caro Chevalley, i siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti; la loro vanità e più forte della loro miseria”. Le stesse parole di Tomasi di Lampedusa, vengono in mente terminando la lettura de L’isola del sole. E’ proprio vero: a certi estremi, portata a certi gradi di violenza la sicilianità diventa un’ideologia. Il libro di Capuana ne è un documento. ROBERTO CIUNI”. Riportando le parole della rassegnazione siciliana de-Il gattopardo dove muore qualsiasi atto concreto del sicilianismo, il signor Ciuni, come un grande inquisitore che accusa di eresia mette al rogo il libro del Capuana. Ed è enigmatica questa sua chiusa, con una sicilianità violenta che lui ha letto, o sunto, nel libro. Un libro dove parla nella chiusa di festa d’amore, d’invito a tutti coloro che vogliono costatare la sicilianità di persona, ed è indiscutibilmente vero. Un libro, dove Capuana vuole una Sicilia italiana trattata come le altre regioni (patriottismo). Un libro di difesa contro il razzismo antisiciliano.    Spero solo che L’Isola del Sole di Luigi Capuana venga letto ancora, ma con giusto senso critico e non con un occhio solo, magari dentro un triangolo massonico… Proprio in questi giorni leggevo sulla rivista “S”[83] un interessante articolo: “MAFIA E MASSONERIA UN RAPPORTO MAI INTERROTTO” di Antonio Ingroia[84]: “La storia della mafia probabilmente sarebbe un’altra se mancasse la componente dei suoi rapporti con la massoneria”. Ed è sempre più incontestabile che certe logge massoniche sono serviti come camere di compensazione per direttive da una parte a l’altra tra un certo Potere (cosiddetto: Stato deviato – Servizi Segreti deviati) e la mafia. E’ un discorso che approfondiremo in un altro luogo.[85]

 



[1] (…) Grazie a Dio, in Sicilia non ci sono più briganti !... E poi, ci sareste voi a difendermi!...”

“Non vi fidate!”

“Sarebbe a dire?”

(Pagina 170)  “che diventerei brigante io stesso per rapirvi…”

“Ah, che idea!... Se potrebbe trarre un grazioso vaudeville!...” Vaudeville: una delle prime forme leggere di commedia musicale.

 

[2] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

[3] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

[4] idem

[5] idem

[6] idem

[7] idem

[8] idem

[9] Henry-René-Albert-Guy de Maupassant (Dieppe, 5 agosto 1850 – Parigi6 luglio 1893) scrittore francese, nonché uno dei padri del racconto moderno.

[10]L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

[11] La Giunta Parlamentare composta da 9 membri: G. Borsani, Presidente; G. Alasia, N. Cusa, C. De Cesare, P. De Luca, L. Gravina, F. Paternostro, C.Verga, e R. Bonfadini relatore. Eletta nel mese di luglio del 1875 dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla "Sicilia mafiosa".

[12] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

[13]"La Sicilia nel 1876", di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino. Collezione di studi meridionali; 2° edizione. Vallecchi, stampa. Firenze, 1925.

[14] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

[15] idem

[16] SICILIANETA’ SICILITUDINE E SICILIANISMO;

    INDAGINE ARCHEOLOGICA SUPERFICIALE DEL TERRITORIO DI SICULIANA.  

[17] Luigi Bodio (Milano, 12 ottobre 1840 – Roma, 2 novembre 1920) è stato uno statistico italiano, considerato tra i fondatori della statistica italiana.

[18] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

[19] idem

[20] idem

[21] idem

[22] idem

[23] Enrico Ferri: la minore criminalità nell'Italia settentrionale derivava dall'influenza celtica Tanto per fare piacere ai leghisti come Borghezio.

[24] presidente della Società Italiana di Antropologia e della Società Italiana di Criminologia. Asseriva: “La razza maledetta, che popola tutta la Sardegna, la Sicilia e il mezzogiorno d'Italia dovrebbe essere trattata ugualmente col ferro e col fuoco - dannata alla morte come le razze inferiori dell'Africa, dell'Australia…”

[25] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

 

[26] ttp://www.spazioamico.it/la_razza_maledetta__origine%20pregiudizio%20antimeridionale.htm il 1 ottobre 2008 ore 19,27

[27] Divisione ufficialmente avallata dalla Commissione Dillingham del Senato degli Stati Uniti nel 1911

[28] negri color chiaro

[29] Negro accoltellatore, dagos da dagger.

[30] Binchi

[31] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

[32] idem

[33] idem

[34] distorsioni, alterazioni.

[35] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

[37] Giornalista, scrittore, nato a Palermo nel 1933. Massone piduista è nelle PAGINE GIALLE DELLA P2 del 13/04/2005 iscritto con la tessera n°2101, allora collaboratore di Panorama.

[38] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

 

[39] La Mafia e l’omertà Giuseppe Pitrè Gruppo Editoriale Brancato -2002 Palermo Stampato presso lo stabilimento “VALPRINT S.p.A.” Brugherio – Milano.

[40] Cronache di mafia di fine ‘800 –Antares Editrice – Lighea – Biblioteca popolare siciliana diretta da Lucio Zinna –Palermo Giugno 2003

[41] Cronache di mafia di fine ‘800 –Antares Editrice – Lighea – Biblioteca popolare siciliana diretta da Lucio Zinna –Palermo Giugno 2003.

[42] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

[43] Per la durata si riferiva alle previsioni fatte del Giornale di Sicilia nel 1877 sul brigante Leone.

[44] Cronache di mafia di fine ‘800 –Antares Editrice – Lighea – Biblioteca popolare siciliana diretta da Lucio Zinna –Palermo Giugno 2003

[45] idem

[46] Diego Tajani (Cutro, 8 giugno 1827 – Roma, 2 febbraio 1921) è stato un politico italiano, senatore del Regno. Fu ministro di Grazia e Giustizia e Culti ammessi dei Governi Depretis III, VII e VIII.

[47] La Mafia e l’omertà Giuseppe Pitrè Gruppo Editoriale Brancato -2002 Palermo Stampato presso lo stabilimento “VALPRINT S.p.A.” Brugherio – Milano

[48] Giuseppe Carlo Marino (Palermo, 1939) è uno storico e accademico italiano. Militante storico del catto-comunismo, mutuato da Franco Rodano.

[49] Storia della mafia di Giuseppe Carlo Marino Enciclopedia Tascabile Newton diretta da Roberto Bonchio Newton & Compton editori s.r.l.  Roma - 1997

[50] IL PREGIUDIZIO RAZZIALE E Mister Denis Mack Smith (dell’autore)

 

[51] L’ONORATA SOCIETA’ Sintesi, storia, antologla della mafia dalle origini al dopo Dalla Chiesa di Andrea Sangiuolo Fratelli Conte Editore s.r.l. Napoli  1983

[52] Ardente patriota Siciliano, partecipò attivamente  alla rivoluzione del ´48 e al governo che ne seguì, nel maggio 1849,  fu poi costretto ad  esiliare  come gli altri patrioti indipendentisti Siciliani,  Ruggero Settimo, Giuseppe La Masa, Rosolino Pilo, Giuseppe La Farina, Mariano Stabile, Michele ed Emerico Amari, Filippo Cordova ed eccetera. Fu nel 1862 deputato autonomista cattolico, sicilianista.

[53] Fu tradotto e pubblicato nel 1841 per i tipi dello “Stabilimento Poligrafico Empedocle di Palermo.

[54] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

 

[55] Vocabolario Siciliano Etimologico  Italiano, Latino. Dell’Abate Michele Pasqualino da Palermo, nobile Barese Accademico della Crusca –  Palermo, dalla reale Stamperia MDCCXC Tomo Quarto - Pagina 344.

[56] Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, Zanichelli, Bologna 1979, vol. I, voce brigànte, p. 166.

 

[57]Ad esempio:  il 22 Agosto 1792 iniziò  l’insurrezione realista in Vandea e presa di Châtillon-Sur-Sèvre al grido di "viva il re e viva i nostri buoni preti". I vandeisti furono chiamati in senso dispregiativo briganti.

[58] Il brigantaggio in Sicilia  di Gaspare Scarcella Antares Editrice Palermo 2001 pagina 12

[59] L’11 ottobre 1817, quella della divisione della Sicilia in sette provincie  rette da intendenti di nomina regia, Come anche la divisione in distretti sempre retti da funzionari regi.

[60] Franco Molfese è nato a Roma nel 1916 e si è laureato in Giurisprudenza e Scienze politiche. E stato vicedirettore della Biblioteca della Camera dei deputati. Fra le sue opere citiamo il saggio Lo scioglimento dell'Esercito Meridionale apparso nel 1960 su "Nuova rivista storica" e l'intervento al Secondo convegno di studi gramsciani raccolto nel volume Problemi dell'Unità d'Italia (1962). Ha collaborato alla rivista "Studi storici",  Storia del Brigantaggio dopo l'Unità.

[61] Niccolò Rodolico, Il Popolo agli inizi del Risorgimento nell’Italia meridionale. 1798-1801, Le Monnier, Firenze 1926, p. XIII. Tratto: FRANCESCO PAPPALARDO, Cristianità n. 223 (1993)

[62] "La Sicilia nel 1876", di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino. Collezione di studi meridionali; 2° edizione. Vallecchi, stampa. Firenze, 1925

[63]idem.

[64] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

[65] IL GATTOPARDO  di Giuseppe Tomasi di Lampedusa - Arnoldo Mondadori  Editore S.p.A.  Milano 1995 pagina 222

[66] "La Sicilia nel 1876", di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino. Collezione di studi meridionali; 2° edizione. Vallecchi, stampa. Firenze, 1925 pagina XXI

[67] idem pagina 30  e 32

[68] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

[69] idem

[70]  Corrado Mirto: “Bisogna chiarire che questa espressione “tagliatori di teste” non è una battuta spiritosa di cattivo gusto, ma è la presentazione di una tragica realtà documentata da fotografie che mostrano le sanguinolente teste di partigiani del Sud tagliate e messe in gabbie di vetro a monito per le atterrite popolazioni meridionali. “ da: RIFLESSI E PENSIERI INDIPENDENTISTI…  ….IN LIBERTA’ di Corrado Mirto – Giuseppe Scianò Edizione Fuori Commercio Palermo, ottobre 2007

[71] Storia della Sicilia di Gaspare Petralia – Autoprodotto  riportato in GRIDO DI LIBERTA  di Giuseppe Fiumindisi Aprile 1990 Palermo

[72] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni

[73] Nunzio Nasi (Trapani, 2 aprile 1850 – Erice, 17 settembre 1935) è stato un politico italiano, più volte ministro del Regno d'Italia. La vicenda Nasi è una questione interna alla massoneria, il quale si stava accingendo a salire il vertice dell’organizzazione e lo boicottarono accusandolo di sottrarre beni di cancelleria. Accusato di peculato nel 1908 scontò 11 mesi di reclusione nel 1908 mentre era ministro della pubblica istruzione.

[74] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni Pagina 13

[75] idem

[76] idem

[77] idem

[78] dell’agricoltura.

[79] L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni Pagina 13

[80] Giuseppe Alongi (Prizzi, 3 ottobre 1858 – Palermo, 2 agosto 1939) è stato uno scrittore e poliziotto italiano

[81]L’ISOLA DEL SOLE (La Sicilia e il brigantaggio) di Luigi Capuana – Edizione e Ristampe Siciliane – Edrisi - Palermo, aprile 1977 – Introduzione di Roberto Ciuni Pagina 13

[82] idem

[83] S Il magazzino che guarda dentro la cronaca – Anno 2 numero 8 – Agosto 2008  Società Editrice NOVANTACENTO S.R.L. – PALERMO Pagina 60

[84]  “Antonio Ingroia, sostituto procuratore a Palermo, che spesso nelle sue indagini si è trovato ad incrociare quel groviglio di interessi in cui la mafia si limita a fare la sua parte, insieme ad altri comprimari.” Scritto da  Saverio Lodato - 5 settembre 2008. Antonio Ingroia è sostituto procuratore della Repubblica presso la direzione distrettuale antimafia di Palermo dal 1992, dove ha condotto numerosi processi su Cosa nostra e sui suoi rapporti con il mondo della politica e dell'economia. È componente della commissione ministeriale per il riordino della normativa antimafia è considerato uno degli allievi di Paolo Borsellino.

[85] 25 ottobre 2008 vedendo su RAIDUE la trasmissione televisiva diretta da Francesco Facchinetti SCALO 76 ho avuto il triste sentore di quell’autentico razzismo antisiciliano nato con l’unità d’Italia, dagli scienziati della scuola di Cesare Lombroso. Sullo schermo vi era la scritta MAFIE. Mi dico molto incoraggiate per un verso, perché non si tratta di mafia con il copyright siciliano… Vi erano ospiti i giovani palermitani cantanti rap i Combamastas guidati da Othello, i quali cantarono in Siciliano, e questo mi ha gratificato, oltre il testo molto interessante e apprezzabile, U TAGGHIAMU STU PALLUNI andava tutto a meraviglia. Pure con la tv locale TELEJATO, più piccola del mondo con il direttore più grande del mondo: PINO MANJACI. Quando le tv sono veramente libere e senza paura.  Vi erano altri ospiti e tra questi  Alfio Caruso, mandato dalla sua casa editrice sicuramente per promuovere il libro appena uscito, che non leggerò. A un certo punto se ne esce che il Siciliano è geneticamente mafioso e che Palermo potrebbe diventare la città ideale solo senza i Siciliani (Palermitani). Sicuramente ha fatto un fiasco totale, una figura penosa, perché questo razzismo antisiciliano nato nel 1870 e che portò tanto male e una lotta impropria alla mafia rendendola sempre più forte, non è così accettabile oggi. Pino Manjaci lo ha dissentito apertamente, dicendo che sono solo poche centinaia di famiglie di merd… che inquinano il buon nome di tanti Siciliani onesti. Poi la chiusa di Facchinetti richiamandosi a Lucio Dalla con la sua canzone Sono Siciliano con un pallone in mano in primo piano allo schermo dice: penso che qui siamo tutti Siciliani ora lo tagliamo questo pallone? Come vedi signor Caruso hai offeso solo il Popolo Siciliano ammatula… Se hai pensato veramente a quello che hai detto ti dovresti vergognare fino al midollo osseo, ma non basterebbe. Ora basta con questo razzismo illogico

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domenica, 25 ottobre 2009

(PARTE SECONDA CAPITOLO SESTO Pagina 150-1)

“La signora Duffredi.”

“Dei Duffredi di Sicilia?

“Maestà, sì. Sono anzi i soli…”

“No, no; ce n’è altri, a Venezia. Non lo sapeva? E’ però un’altra famiglia. La loro discende da Casa d’Altavilla?”

“Si, Maestà.”

Con un sorriso, la Regina passò oltre, si fermò tra le dame che già conosceva.

“Che bell’abito!...” osservò piano la Mazzarini.

Ella non rispose, attenta a ciò che diceva, la sovrana. Il discorso, cominciato con le notizie d’Oriente, si aggirava intorno alla letteratura slava. Sua Maestà citò la leggenda di Marco Kraljevich; e, nominato il Karageorgevich, si volse improvvisamente a lei.

“Anche loro potrebbero vantar diritti sulle Due Sicilie!”

Tutte la guardarono. Ella rispose:

“Abbiamo soltanto i doveri di sudditi devoti!”

Guardarono attorno ella ora pensava d’essere stata sempre in quella sala, quasi non credeva di doverne andar via; e quando Sua Maestà si ritirò, le rimase un certo senso di rammarico come per un bel sogno svanito.

 

Questo è l’apice di Teresa Uzeda, ha tollerato le angherie del marito precisamente per questo momento, anche non pensato precedentemente ma semplicemente preventivato nella contrattualità matrimoniale: il casato! Ma è come un momento, un sogno, un illusione che scompare non appena la sovrana esce di scena. Rimane il rammarico, ma a lei basta. Una udienza con la Regina Margherita al Quirinale, l’apprezzamento per il casato, la considerazione e lo scambio di frasi. Tutto quanto bastava per fare morire d’invidia tutte le donne di Palermo e dell’intera Sicilia! Ma ora andiamo ad analizzare i riferimenti di tale dialogo. La leggenda di Marco Kralijvich è sicuramente il dramma teatrale L’Ercole Serbo di Francesco Dall’Ongaro, seguace di Mazzini, opera ormai persa, ma che sono rimasti parecchi commenti e recensioni dalle rappresentazioni teatrali. Marko Kraljević è un eroe della poesia popolare degli Slavi meridionali. Nel dramma dell’Autore rappresenta la lotta degli Italiani contro l’oppressione austriaca. Il dramma fu tradotto in versi tedeschi e slavi da come ci giunge notizia di una lettera del Dall’Ongaro alla contessa prussiana Ida Reinsberg von Düringsfeld. Molte critiche giunsero dalla critica austriaca. Karageorgevich, Giorgio il nero, così chiamato per il colore della sua carnagione, fu l’eroe serbo dell’insurrezione contro i Turchi che nel febbraio 1804 nominato comandante in capo dell’insurrezione, nel 1806 espugnò Belgrado e sbaragliò l’esercito ottomano, nel 1808 l'assemblea del Popolo lo nominò Signore ereditario di Serbia. Ecco che la Regina Margherita dall’eroe indipendentista slavo  Karageorgevich associa concettualmente l’indipendenza della Sicilia, quasi legittimando una presumibile rivendicazione da parte del Casato degli D’Altavilla. Questo: “Anche loro potrebbero vantar diritti sulle Due Sicilie!” ha due valenze, la prima il distacco e l’insicurezza di una terra come la Sicilia per le continue rivendicazioni rivoltose d’indipendenza e per le fortissime diversità con il resto del continente, la seconda valenza delegittimare ancor più la sovranità borbonica in una terra che ha visto mille conquistatori e ancor più predoni.  Tutte la guardarono. Ella rispose:“Abbiamo soltanto i doveri di sudditi devoti!” Questa è la risposta di Teresa e di tutti i nobili siciliani! Vi sono gli Uzeda che rimangono saldamente al potere dopo le dovute trasformazioni. Vedremo in seguito.

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sabato, 24 ottobre 2009

(PARTE SECONDA CAPITOLO SESTO Pagina 145)

Una sera che ella manifestò il desiderio di assistere alle sedute della Camera, egli protestò:

“No! No! Non ci venga!”

“Perché?”

“perché quell’ambiente falso, vecchio, ammorbato, è letale per tutto ciò che è grazia, freschezza e serenità. Perché gli sguardi fatti a contemplare le cose belle, tutto ciò che riluce e sorride, non si debbono perdere il quel limbo triste!”

“Lei intanto ci vive.”

Egli tacque un poco; poi riprese, piano:

“Io seguo i precetti della medicina omeopatica: curo la tristezza con la tristezza.”

 

Questo dialogo è tra Teresa e il giovane deputato Arconti che sedeva in estrema sinistra ma di una nobile famiglia lombarda. Abbiamo in queste parole le premesse dei due romanzi di seguito. La Camera, talaltro giovanissima, viene definita un ambiente: , falso, vecchio, ammorbato. Siamo in pieno trasformismo  nel 1882 XIV legislatura inaugurata da Depretis con l’accordo Minghetti, possiamo ben definire che era già in atto nel decennio precedente, per non dire ch’è all’origine della politica post unitaria italiana. Mi sembra più giusto individuare il trasformismo, o gattopardismo, in opportunismo senza scrupoli come quello cinico dei personaggi della saga degli Uzeda. Una politica che scopriamo perfettamente nelle parole del primo parlamentare Uzeda, Gaspare: “Ora che l’Italia è fatta, possiamo fare gli affari nostri”.  Basta fare un confronto con quella famosa risorgimentale del D’Azeglio: “Abbiamo fatto l’Italia si tratta adesso di fare gli Italiani”. Noterete come sono somiglianti, sostituiamo: affari nostri con gli Italiani. E scopriremo che l’errore della politica italiana è genetico, non mi stancherò a ripeterlo, perché non vi sono Italiani di Sicilia ma Siciliani d’Italia, non vi sono Italiani del Veneto ma Veneti d’Italia, e via di seguito. Per questo motivo il Parlamento è falso, vecchio e ammorbato. Falso, malato e ormai vecchio abbastanza senza nessun stimolo di modernità. In questo troviamo l’attualità della tematica politica della Lega, e il consenso alla sua coerenza contro l’ammorbato centralismo di Roma. Così il Carroccio nasce con lo sfacimento della così detta Prima Repubblica ed era entrata prorompente dopo le politiche del 1992 con 55 deputati e 25 senatori. Si sono dovuti inventare una nazione, con tanto di bandiera e una storia approssimata: LA PADANIA, come l’isola che non c’è. E hanno gridato alla secessione, considerando il Sud d’Italia come zavorra da scaricare e peggio ancora la Sicilia come una infezione che produce germi (Siciliani) da stroncare immediatamente con ogni mezzo. Questa è stata l’ascesa politica spesso non conciliabile con quella di palazzo, trovandosi ai limiti costituzionali, allora oggi ammaino la bandiera secessionista divenendo non più un movimento, ma un partito di prossimità. Sono vicini a gli elettori in maniera capillare nella loro Padania. Tanto la loro politica culturale, come era presumibile l’hanno vinta tutta visto che nessun partito di qualsiasi collocazione (destra o sinistra) si tratti è ormai contro il federalismo. Oggi il Caroccio ha un progetto di attuazione compatibile con la politica di potere. Ma, e qui bisogna avere la giusta attenzione, tutto il loro disegno di federalismo non ha legittimità politica se non vi è la stessa spinta, almeno il consenso, da Sud. Pertanto la Lega ha cercato di creare movimento federalisti, contattando pseudo politici mezzi giornalisti, creando giornalini, dissotterrando antiche aree come l’Ausonia e altro. Gli sforzi non hanno dato grandi risultati. Ancora peggio in Sicilia dove, vi è uno Statuto d’Autonomia di carattere pattizio con l’Italia, molto più forte del federalismo che vanno predicando, dove vi è una tradizione di indipendentisti che non si possono identificare ne ora ne mai con la Lega, dove non bisogna inventare una nazione perché esiste da migliaia d’anni ed ha il parlamento più antico, almeno dell’Europa. Niente paura, il berlusconismo inventa l’M.P.A. – L’appalto viene dato a Lombardo. Così il democratico cristiano Lombardo studia di tutto e di più di quel sicilianismo che aveva snobbato fino a poco tempo fa, legge, legge, legge e fa spiccare la colomba simbolo di quell’indipendentismo del 1812, niente trinacrie, niente pazzoidi sicilianisti, arruola nel suo movimento, moderati, per meglio dire politicanti a buon prezzo che già cercavano il loro spazio. Altro che continuità del democratico cristiano La Rosa che scriveva in America nel 19 aprile del 1944 a Don Sturzo: “L’Unità come tu ben sai, non fu voluta che da pochissimi mesterianti, non fu voluta mai!”[1] Tanto quello che conta ai leghisti non sono i veri sicilianisti ma la legittimità politica siciliana. Spero, che lo sciacallo con la pelle di tigre sicilianista montata da Lombardo come per miracolo si trasformi in tigre, o gattopardo, e se lo divori in un sol boccone. O meglio ancora che Lombardo dopo avere letto e letto tutte quelle scritture sicilianiste avvenga una conversione come Paolo a Damasco. Ma questo ancora non è avvenuto visto che lo Statuto d’Autonomia, nonostante abbia tutte le armi e il potere per farlo rispettare, è ancora cartaccia e lui continua le sue genuflessioni ai suoi padroni residenti a Roma.  

                     De Roberto riesce a dare una marcatura letteraria con il contrasto tra la bellezza femminile e la bruttura dell’ingiustizia e della falsità di quella politica. Considerando un concetto classico della bellezza che s’identifica nel giusto. Appunto in greco kalokagathòs significa bello e buono. Così Arconti nelle sue parole insinua il concetto di Afrodite, anima mundi, bella, vera e pertanto giusta, incompatibile con le brutture ammorbate della falsa politica. Teresa/Afrodite lancia la giusta accusa: “Lei intanto ci vive.” Lui non è altro che un elemento integrante di quell’ambiente, non è altro che uno di loro pertanto cade in riflessione, ma tanto quanto basta per trovare una risposta politichese richiamandosi alla tristezza della sua recente tragica vicenda sentimentale facendo così appello alla sensibilità di donna.

“Io seguo i precetti della medicina omeopatica: curo la tristezza con la tristezza.”

Sicuramente vi è da parte di De Roberto una influenza specifica degli studi del medico tedesco Samuel Hahnemann sui metodi dell’omeopatia. Traendone il significato Arconti già intristito dalla vicenda della morte della giovane amante è immune dalla tristezza di quella politica. Il principio dell’omeopatia ha origini antichissimi. Lo stesso Hahnemann è rimasto affascinato dall’enunciato di Ippocrate: “similia similibus curentur”[2], sicuramente non risolutivo in quanto il curare un intossicato con l’agente che l’ha provocata può sicuramente peggiorare il malato. Ma lo studioso tedesco approfondendo la sua ricerca trova che l’effetto cambia con il dosaggio, scoprendo la legge d’inversione d’effetto di una sostanza a secondo della dose. Lo stesso principio già era stato sostenuto da Paracelso (alchimista svizzero del XVI secolo). Ma l’omeopatia ha una visione globale dell’uomo composto di psiche e corpo interdipendenti l’uno dall’altro e basta lo squilibrio tra queste parti per causare la malattia e il sintomo e la sindrome non sono altro che il risultato. Ammettendo così che possono esserci stimoli psichici che possono determinare problemi fisici e patologie organiche che possono determinare malesseri psichici. 

 



[1] Giornale di Sicilia  11 settembre 2008 pagina 9 “LA LEZIONE DEL SEPARATISMO E LE NUOVE VIE DELL’AUTONOMIA”  di Giuseppe DI FAZIO

[2] i simili si curino con i simili

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venerdì, 23 ottobre 2009

(Pagina 142-3)

E prese a deridere gli sciocchi scrupoli provinciali, la buffa gelosia di Arabi andati a male, dei Siciliani, narrando ciò che si faceva da per tutto.


 Chi derideva era il conte Aldobrandi, era stato diplomatico a Madrid a Bukarest, seduttore, mise gli occhi su la vulnerabile Teresa, dopo l’ennesima delusione del suo matrimonio. Ella rinunziò gli attacchi di seduzione con “non sono libera” e “i nostri doveri” talché il conte la derise con le parole del periodo sopra evidenziato. Mi ha sorpreso l’espressione al quanto moderna del De Roberto: “Arabi andati a male”. Questa espressione detta da un personaggio con un cognome sicuramente non siciliano, simile ad Aldobrandini, casato genovese e poi romano, ha un sapore di pregiudizio ma soprattutto di conoscenza etnica del Popolo Siciliano. Io direi che qui si tratta più di fedeltà che di gelosia. Ormai Teresa ha vinto la gelosia dei continui tradimenti del marito, anzi gli ha promesso di ripagarlo con la stessa moneta, sol perché non la rispetta nemmeno nella propria casa portandoci le sue compagne d’avventura. Quella insoddisfazione, quel senso di abbandono e di vuoto che le provoca il comportamento del marito ormai è passato in saturazione, non vi è più il concetto del possesso e ma l’idealizzazione di un compagno.  La gelosia è un pregiudizio razziale del Popolo Siciliano. Nelle barzellette l’avaro è genovese, il geloso è siciliano, oltre ad essere anche mafioso. Ma quando andiamo richiamare la gelosia degli Arabi, troviamo significati antropologici della cultura musulmana, dove la donna viene sottomessa all’uomo. Anche se le donne islamiche spesso si oppongono affermando che sia l’uomo che la donna sono sottomessi ad Allah, ma le stesse affermano che l’uomo responsabile in primis davanti al Creatore e pertanto le sue regole e imposizioni alle donne sono un atto dovuto a Dio. Ma nel Corano leggiamo pure nel libro II dal titolo: LA VACCA Nel versetto 228 (…) gli uomini tuttavia hanno superiorità sulle donne…[1]. Spesso ripenso alla storia di  Āʾish a bint AbÄ« Bakr, la seconda moglie del profeta Muhammad, la quale dopo il suo presunto tradimento finì tutto a tarallucci e vino, perché il Profeta aveva avuto una rivelazione divina che lo informava di non essere stato tradito pertanto il reato non sussisteva così la giovanissima Āʾish veniva assolta. Ma quanti mariti musulmani, e non, possono usufruire di tali rivelazioni? Non tutti sono profeti…   Sul libro XXIV dal titolo: An-Nur  proprio al versetto 2 leggiamo:
“Con cento scudisciate dovete flagellare l’adultero e l’adultera. Non abbiate nei loro confronti il  minimo riguardo nell’eseguire il comandamento del Dio (questo se in verità voi siete ossequienti alla fede nel Dio e nell’ultimo giorno). All’esecuzione del castigo deve assistere un determinato numero di testimoni.”[2] Il concetto di fedeltà coniugale è di ambio significato nel contratto matrimoniale pure per i cattolici e laici occidentali, tanto che chi tradisce si carica le colpe. Questo senso di rispetto verso la parola data nel contratto matrimoniale è connesso al concetto di famiglia, dove poggia completamente il significato della nostra civiltà. I contratti si rispettano, tralasciando il personaggio macchietta televisivo e cinematografico del Siciliano geloso, a mio modo è positivo la fedeltà del rapporto da ambo le parti, pertanto non sono sciocchi scrupoli provinciali, anche se Aldebrando ha ragione quando dice ormai si fa da per tutto. 



[1] IL CORANO - VOLUME PRIMO Arnoldo Mondadori Editore S.p.A Milano 1979 IV ristampa 1990 – pagina 109

[2] IL CORANO - VOLUME PRIMO Arnoldo Mondadori Editore S.p.A Milano 1979 IV ristampa 1990 – pagina 493

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