martedì, 29 settembre 2009
 Che imparino anche dalla Scozia...

Bruxelles, 25/09/2009 - Quante gite turistiche i nostri rappresentanti
siciliani hanno fatto per il mondo... Ma che cosa poi, dopo i baccanali e
le spese folli, hanno riportato nella memoria?
Hanno visitato i continenti, hanno visto le città del mondo (con i nostri
soldi) ma che cosa poi ne ha ricevuto la Sicilia?
Se avessero almeno fatto esperienza di quanto vedevano, avrebbero
riportato in patria il sentire degli altri popoli e non solo i conti da
pagare.

Andare domandando avevamo scritto in un editoriale - e questo per
ricordarvi quanto siamo in vantaggio rispetto a quanto poi avviene -
andare domandando il vero essere di gente fiera della loro appartenenza,
la natura di costruzioni e istituzioni, il senso del dover rappresentare,
se chiamati a cariche elettive, gli interessi della propria gente, le
aspettative del proprio popolo.

Siamo andati chiedendo in Catalogna, e abbiamo riportato l'identità di un
popolo che riesce ad imporsi alle autorità centrali, un popolo che esige
rispetto per le proprie istanze e lo fa attrraverso gente seria che
interpeta il ruolo pubblico come missione identitaria.

Siamo andati chiedendo in Scozia, e riportiamo negli occhi il blu intenso
e la croce bianca di quelle bandiere sventolate su tutti gli edifici,
negli androni dell'aeroporto, nelle piazze, nei pub, fieri di
un'appartenenza, del coraggio di quell'appartenenza che aveva portato
William Wallace ad immolarsi contro gli inglesi e che porta oggi,"i tempi
canciunu", Sean Connery a girare con il tatuaggio "Scotland forever" sulla
spalla destra, che porta, oggi, il partito indipendentista ad avere
restituita, dopo centinaia di annni, la Pietra del destino, tenuta
impropriamente dagli inglesi, a governare il paese, interprete della
fierezza di quel popolo ritenuto barbaro.

Siamo andati chiedendo nelle fattorie e nelle campagne il perchè del
fiorire da ogni finestra di queste bandiere con la croce di sant'Andrea,
come spiegavamo in una nostra cartolina che illustrava il valore di un
simbolo come la bandiera della Trinacria e ci siamo immaginati le campagne
siciliane, nelle masserie, nei bagli, nei palmenti sventolare il nostro
simbolo.

La realtà purtroppo ci rimanda campagne abbandonate, frutti marciti sugli
alberi che nessuno vuole cogliere, sterpi che invadono i sentieri,
carragiani e cassonetti di immondizie che nessuno vuole più raccogliere
(fineru i soddi) tanto che tutti quelli che visitano ormai la Sicilia,
riportano la memoria di luoghi bellissimi ma anche il ricordo di
sporcizia, abbandono e degrado.

Perchè ci siamo meritati questi rappresentanti?

La rabbia maggiore è che li abbimo scelti noi (voi) e che se domani
tornassero a chiederci il voto, con un senso di assoluta superiorità, che
è disinteresse, saremmo anche disposti a concederglielo questo voto, tanto
piccola è la stima e tanto piccolo è il senso del dover essere
rappresentati da gente degna che ci sostiene.

Se riuscissmo a investire di responsabilità il senso del nostro voto,
sicuramente daremmo vita ad una nuova maniera di fare politica, per la
gente e con la gente, per la Sicilia e con la Sicilia.
v Invece continuiamo a concedere il diritto di rappresentarsci a gente che
sembra non avere alcuno scatto di orgoglio, a non avere reazioni, come
malati giunti all'encefalogramma piatto.

Da tempo chiediamo la possibilità di rappresentare la Sicilia e i
Siciliani con la proposta di elettorato passivo e attivo per le comunità
siciliane all'estero, convinti come siamo che soltanto i siciliani che
vivono all'estero, confrontati quaotidianamente ai problemi della
disopccupazione, dell'identità, aumentati dal fatto di essre noi, ospiti
in paesi stranieri e quindi i primi a pagare le recessioni, i
licenziamenti, le crisi economiche, possono effettivamente portare nei
centri decisionali le esigenze e le aspettative del popolo della diaspora.

Quanto tempo sprecato ! Già nel lontano 1999, insieme all'USS (Unione
Siciliana Svizzera) proponevamo l'istituzione, in parallelo al voto degli
italiani all'estero, del voto dei siciliani all'estero, creando una
circoscrizione italia, visto che i sicilaini costituiscono più del 70%
delle comunità regionali emigrate nel mondo.

Possa Santa Maria Odigitria, patrona della Sicilia e dei Siciliani, aprire
le coscienze di un popolo che langue....

Ufficio stampa

L'Altra Sicilia - 
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martedì, 29 settembre 2009
KUMUNIKATU STAMPA FNS - COMUNICATO STAMPA FNS
 
NON DOBBIAMO FARE CADERE NELLE FAUCI DEGLI INCIUCI E DEI COMPROMESSI POLITICI LA RICHIESTA DI DEFISCALIZZARE, IN SICILIA,
IL PREZZO DELLA BENZINA.
 
          Gli Indipendentisti di lu Frunti Nazziunali Sicilianu ritengono che sia opportuno e necessario DEFISCALIZZARE in Sicilia il prezzo della BENZINA e quello degli altri derivati del PETROLIO.
          Oltre che un atto di giustizia nei confronti del Popolo Siciliano che, negli ultimi sessant'anni, ha pagato i costi altissimi della politica energetica italiana e della devastazione del territorio in corso, la defiscalizzazione del prezzo della benzina darebbe un impulso generale e consistente all'economia siciliana a tutti i livelli. E contribuirebbe al contenimento dell'inflazione strisciante e non dichiarata che affligge le famiglie, gli imprenditori e lo stesso mercato del lavoro.
          E' appena il caso di fare rilevare che, nell'ambito del territorio della Repubblica Italiana, esistono già numerosi precedenti in materia di riduzione del prezzo della benzina, con vari meccanismi e varie motivazioni. Alcune delle quali valide anche per la Sicilia.
          La richiesta dell'FNS mira ad affrontare la questione di fondo delle accise e dei balzelli e chiama direttamente in causa il prezzo eccessivo dei carburanti, che consente allo Stato di percepire un gettito fiscale superiore al valore del prodotto cui si riferisce. E che è ingiustificato ed ingiustificabile. Il costo del carburante è, in sostanza, regolamentato dalle esigenze del FISCO italiano e prescinde dalle leggi di mercato e dal principio della "giustizia" contributiva.
          A ciò si aggiunga il fatto che, con quel gettito fiscale, lo Stato italiano ha finanziato una politica economica che, sostanzialmente, ha tutelato e tutela gli interessi settentrionali.
 
Palermu, 29 Sittimmaru 2009
 
                                                                                  GIUSEPPE SCIANO'
                                                                                   Sikritariu FNS 
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domenica, 27 settembre 2009

L’identità di un Popolo è da riservare da ogni pericolo di sterminio, perché l’estinguerla è un crimine grave contro l’intera umanità. La sovranità di un Popolo è un diritto inalienabile. Come si può in un mondo dove si propagandano tutte le libertà possibili ed immaginabili, criminalizzare la libertà di un Popolo? Il concetto di Nazione di ogni Popolo è un giusto limite alla globalizzazione voluta da chi tiene le retini del potere internazionale. Questo “potere”, tramite i loro pupi, riesce a condurre un gioco, ormai standard, del terrore, per giustificare la sua oppressione e orrendi crimini. Il Popolo Siciliano serenamente vuole rimanere con l’Italia, ma in una forma libera come l’indipendenza. Liberi di essere Siciliani d’Italia e non costretti ad essere Italiani di Sicilia. La nostra identità siciliana è una ricchezza per tutta l’umanità e non è sufficiente a giustificare la repressione in atto, con la demonizzazione continua.  Ho visto il film Baarìa di Tornatore, un grande spettacolo! In Sicilia viene proiettato in lingua siciliana, per il resto dell’Italia è doppiato in lingua italiana, aldilà della sicilianità e della storia, questo stesso bilinguismo è un atto, forse involontario, manifesto in difesa del Popolo Siciliano. Tornatore non è il primo regista che realizza film in lingua siciliana, ha precedenti illustri ad esempio: Visconti e Crialese.

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mercoledì, 23 settembre 2009
   KUMUNIKATU STAMPA FNS - COMUNICATO STAMPA FNS
 
PALERMO SOTT'ACQUA! COSI' NON SI PUO' ANDARE AVANTI!
LA PROTESTA DEGLI INDIPENDENTISTI FNS.
 
         L 'Assemblea spontanea di Iscritti e Simpatizzanti, svoltasi oggi a Palermo, nei locali di Via Brunetto Latini, 26, ha preso in esame la drammatica situazione di veri e propri ALLAGAMENTI verificatisi in diversi quartieri e in diverse infrastrutture della Città, a causa del maltempo.
          << Denunziamo ad alta voce il preoccupante stato di CAOS nel quale puntualmente si viene a trovare la Città di PALERMO. La nostra città ci appare abbandonata a se stessa, priva di una conduzione adeguata ed incapace di affrontare la ordinaria amministrazione. Insomma: una città che, ovviamente, va poi allo sfascio di fronte ad eventi atmosferici eccezionali ma prevedibili, anzi previsti e annunziati in tempo utile.>> Ha dichiarato il Segretario della Sezione Centro, Giovanni BASILE, nella relazione introduttiva.
         << Noi non siamo vittime soltanto del maltempo ma anche e soprattutto siamo vittime della mala-politica e della mala-amministrazione >> ha affermato la Signora Rosalia D'ANTONI, che ha auspicato l'immediato COMMISSARIAMENTO del Comune.
          Sulle stesse posizioni il Dr. Giancarlo ALAGNA, che ha sottolineato l'esigenza di un intervento forte da parte della Regione Siciliana e da parte di tutte le Autorità comunque competenti in materia.
          Giuseppe SORRENTINO ha fatto rilevare come la democrazia in Sicilia sia in crisi perchè le Amministrazioni Comunali e le Amministrazioni Pubbliche, nella loro attività, sono condizionate pesantemente dalla prassi del Clientelismo e della Lottizzazione. E trascurano di compiere - con lo zelo dovuto - i doveri istituzionali più elementari.>> << A Palermo peggio che altrove.>> << Occorre, pertanto, una rivoluzione culturale e politica da parte dei Cittadini. Soprattutto da parte di quei Cittadini che hanno dato il loro voto agli attuali Amministratori.>>
          L'Avvocato Ignazio GUARNERA, Penalista, ha auspicato un'inchiesta giudiziaria ed un'inchiesta amministrativa da parte della Regione sul modo in cui è stato gestito, negli ultimi anni, il COMUNE di Palermo.  << Queste inchieste>> ha sottolineato Guarnera << dovrebbero tenere conto dei comportamenti e delle scelte che l'Amministrazione Comunale ha operato. Ed anche dei mancati interventi laddove occorrevano quegli interventi che avrebbero potuto evitare disagi e disastri.>>
           << E dovrebbero tenere conto delle tante cose che non vanno per il giusto verso. Senza trascurare ciò che è stato detto e visto nel corso di una recente trasmissione televisiva, a proposito dell'utilizzazione del personale della GESIP>>. Ha detto Giovanni Basile, che ha concluso i lavori confermando l'impegno degli Indipendentisti FNS per la RINASCITA di PALERMO e preannunziando un DOCUMENTO di denunzia e di rottura, che sarà redatto dalla Segreteria Nazionale del Partito e che terrà conto di quanto oggi è stato discusso dall'Assemblea cittadina.
 
Palermu, 23 Sittimmaru 2009
                                                                    L'Addetto alla Comunicazione
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mercoledì, 23 settembre 2009
   KUMUNIKATU STAMPA FNS - COMUNICATO STAMPA FNS
 
PALERMO SOTT'ACQUA! COSI' NON SI PUO' ANDARE AVANTI! 
LA PROTESTA DEGLI INDIPENDENTISTI FNS.
 
         L 'Assemblea spontanea di Iscritti e Simpatizzanti, svoltasi oggi a Palermo, nei locali di Via Brunetto Latini, 26, ha preso in esame la drammatica situazione di veri e propri ALLAGAMENTI verificatisi in diversi quartieri e in diverse infrastrutture della Città, a causa del maltempo.
          << Denunziamo ad alta voce il preoccupante stato di CAOS nel quale puntualmente si viene a trovare la Città di PALERMO. La nostra città ci appare abbandonata a se stessa, priva di una conduzione adeguata ed incapace di affrontare la ordinaria amministrazione. Insomma: una città che, ovviamente, va poi allo sfascio di fronte ad eventi atmosferici eccezionali ma prevedibili, anzi previsti e annunziati in tempo utile.>> Ha dichiarato il Segretario della Sezione Centro, Giovanni BASILE, nella relazione introduttiva.
         << Noi non siamo vittime soltanto del maltempo ma anche e soprattutto siamo vittime della mala-politica e della mala-amministrazione >> ha affermato la Signora Rosalia D'ANTONI, che ha auspicato l'immediato COMMISSARIAMENTO del Comune.
          Sulle stesse posizioni il Dr. Giancarlo ALAGNA, che ha sottolineato l'esigenza di un intervento forte da parte della Regione Siciliana e da parte di tutte le Autorità comunque competenti in materia.
          Giuseppe SORRENTINO ha fatto rilevare come la democrazia in Sicilia sia in crisi perchè le Amministrazioni Comunali e le Amministrazioni Pubbliche, nella loro attività, sono condizionate pesantemente dalla prassi del Clientelismo e della Lottizzazione. E trascurano di compiere - con lo zelo dovuto - i doveri istituzionali più elementari.>> << A Palermo peggio che altrove.>> << Occorre, pertanto, una rivoluzione culturale e politica da parte dei Cittadini. Soprattutto da parte di quei Cittadini che hanno dato il loro voto agli attuali Amministratori.>>
          L'Avvocato Ignazio GUARNERA, Penalista, ha auspicato un'inchiesta giudiziaria ed un'inchiesta amministrativa da parte della Regione sul modo in cui è stato gestito, negli ultimi anni, il COMUNE di Palermo.  << Queste inchieste>> ha sottolineato Guarnera << dovrebbero tenere conto dei comportamenti e delle scelte che l'Amministrazione Comunale ha operato. Ed anche dei mancati interventi laddove occorrevano quegli interventi che avrebbero potuto evitare disagi e disastri.>>
           << E dovrebbero tenere conto delle tante cose che non vanno per il giusto verso. Senza trascurare ciò che è stato detto e visto nel corso di una recente trasmissione televisiva, a proposito dell'utilizzazione del personale della GESIP>>. Ha detto Giovanni Basile, che ha concluso i lavori confermando l'impegno degli Indipendentisti FNS per la RINASCITA di PALERMO e preannunziando un DOCUMENTO di denunzia e di rottura, che sarà redatto dalla Segreteria Nazionale del Partito e che terrà conto di quanto oggi è stato discusso dall'Assemblea cittadina.
 
Palermu, 23 Sittimmaru 2009
                                                                    L'Addetto alla Comunicazione 
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lunedì, 21 settembre 2009
  KUMUNIKATU STAMPA FNS - COMUNICATO STAMPA FNS
 
IL MEDITERRANEO PATTUMIERA DEI RIFIUTI TOSSICI E NUCLEARI? NO, GRAZIE! SI SVEGLI, PERO', IL POPOLO SICILIANO E SI SVEGLINO GLI ALTRI POPOLI MEDITERRANEI!
 
          Dalle cronache giudiziarie e dagli allarmi lanciati qua e là dai Mass-Media, emergono chiaramente l'estrema gravità e la pericolosità del fenomeno della trasformazione del MEDITERRANEO in DISCARICA di scorie nucleari e di rifiuti tossici, attraverso l'affondamento di "navi a perdere". Il tutto, - è stato detto, - sarebbe stato da lungo tempo tranquillamente "GESTITO" dalla 'Ndrangheta, dalla Mafia e dalle altre organizzazioni a delinquere di dimensioni internazionali. Sono, così, esposte a malattie e a rischio mortale le vite delle persone e dei Popoli. E dello stesso mare Mediterraneo.
          Ancora non si è saputo molto in merito alle responsabilità specifiche, essendo in corso le indagini della Magistratura. Ma è lecito ipotizzare che i "committenti" di tali servizi speciali ed i complici possano trovarsi nei vari Stati, anche a livelli istituzionali, oltre che - ovviamente - nel mondo industriale vero e proprio.
          La SICILIA, che è nel CENTRO del Mediterraneo, non può starsene con le mani in mano, ad aspettare ciò che altri decideranno anche per conto suo. Per accettarne, in un secondo tempo, passivamente, le decisioni.
          Gli Indipendentisti di lu Frunti Nazziunali Sicilianu ritengono, in proposito, che il Popolo Siciliano ed il Governo Regionale Siciliano debbano farsi promotori di PROPOSTE E DI INIZIATIVE FORTEMENTE INCISIVE E PIU' COERENTI NELLA LOTTA CONTRO LE ECO-MAFIE, CONTRO LE MAFIE E CONTRO LA MAFIA. Ma si devono fare anche sostenitori della impellente esigenza di UNA VERA E PROPRIA GESTIONE ECO-BIOLOGICA ED ECONOMICA, COMUNE E DIRETTA DA PARTE DI TUTTI I POPOLI "MEDITERRANEI". Dei Popoli, cioè, che si affacciano sul Mediterraneo.
          Il Mediterraneo ha, infatti, le caratteristiche, in positivo ed in negativo, di un grande, enorme lago, il cui equilibrio ecologico e biologico, già intaccato, rischia di essere compromesso con estrema facilità e in modo irreversibile. Soprattutto se la GESTIONE DEL MEDITERRANEO continuerà ad essere affidata alla DELINQUENZA ORGANIZZATA, agli SPECULATORI ed ai CORROTTI ("STATI-CANAGLIA" e "STATI-MODELLO" compresi) di tutto il Mondo.O, peggio, se la gestione del Mediterraneo sarà affidata ai gruppi di potere sovranazionali (e trasversali) che oggi tirano le fila di una GLOBALIZZAZIONE selvaggia, sempre più spregiudicata. E niente affatto rispettosa dei DIRITTI DELL'UMANITA', a cominciare dal DIRITTO ALLA VITA.
 
Palermu, 21 Sittimmaru 2009
 
                                                                             GIUSEPPE SCIANO'
                                                                             Segretario Politico FNS
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mercoledì, 16 settembre 2009
 CHIOVIRI DI VENNIRI SANTU

Di

Alphonse Doria

Siculiana 26 giugnu 2009

 

Venniri Santu, ‘un s’avissi a travagliari, ma u zzu Sarbaturi si nni stava a rattiddiari ni chidda ca na vota si chiamava stadda e ci ‘nghiuviva a vestia, ora ci ‘nchiuvi a motozappa e u vinu. E mentri serra na tavula, pripara quarche simenza pi ‘ncampagna, sistema u trettureddu, ci scappa quarche bicchiruzzu di vinu e quarche muzzicuni di sazizza misa a assiccari n’a canna. Mentri era assortu a cummattiri ad addrizzari u’ chiovu, vitti trasiri di bufiria u zzu Mariu, ca macari s’arrisartà p’u spaventu.

-C’è pirmissu?... Mi stava vagnannu tuttu!

-Dopu ca trasissivu mi chiditi pirmissu!?

-Ma scusari, si misi a chioviri all’improvvisu… eh…

-All’improvvisu… Avi ca travagliava u tempu!

- U Signiruzzu cu a cruci ‘ncoddu ajva niscitu allura allura, purtatu di ddi picciutteddi vistuti comu i monachi d’u Sacru Cori. Cu fu stu modista, ca ci vinni sta filici dea? Unni s’ha dittu? Ma’?! Tutti i confraterni d’ogni paisi su vistuti comu i monaci, a Siculiana ammeci comu “le mo-na-che” ….   Me muglieri trasì ni a chiesa di San Vincenzu, iu cu l’occasioni ci scappavu.

Dopu tecchia, currennu currennu, traseru u zzu ‘Ngnazziddu u firraru, u zzu Pauliddu u pitturi accompagnati di Fofò u ricciulutu.

-Comu mi pirsuasi a nesciri…  Telè mi vagnavu tuttu… - U zzu ‘Ngnazziddu si lamintava- Bongiornu Sarbatù!-

Nni dda tecchia di stadda c’era tutta sta ciurma.

-Accumudativi…- Cu la ‘ncarcata ci dissi Sarbaturi.

-Trasemu comu i porci…- U zzu Paulinu, pi scusarisi.

-Benedica- Fofò, cu dda vuci tra nasu e gula.

Si taliavanu tutti vagnati navanzi a porta e siccome facivanu ummira Sarbaturi ci dissi di trasiri a d’intra.

-Chioviri di Venniri Santu!- Fofò ‘ncarcava -Ju ‘un m’arricordu mai chioviri di Venniri e Santu…-

-Ha chiuvutu anni a detru puru di Venniri e Santu!-

U zzu Mariu sbattennuci a spadda a Fofò, mentri u zzu ‘Ngazziddu tistiava di mali manera.

-Talè ca ‘Ngaziu s’arricorda quannu d’annata chiuvì, cuntacci chi succidì ‘!-

E zzu ‘Ngazziddu si misi a cuntari.

 

A CUGNINTURA

U zzu ‘Ngazziddu (patri e figliu si chiamavano u stessu) era u’ tipu particolari, pirchì s’ajva a fari pirsuasu nna li cosi senza ajutu di nuddu. Travagliaturi ca ‘un pruvava fatica, a so campagna era na zita. Qaunnu Mussolini passà di Siculiana, u zzu ‘Ngnazziddu cuminà na cosa strana. Mentri tutti i pirsuni aspittavanu nna u stratuni affuddati cca banna e dda banna, sutta surviglianza stritta d’u serviziu d’ordini d’i camici njuri cu i carrabunera, a u zzu ‘Ngnazziddu ci vinni mangiascinu, no sutta a coppula e mancu ‘ntesta, ma propriu jntra u ciriveddu. Ci mal’appativa tutti ddi pirsuni assuggittati di ddi quattru cretini d’i cammisi niguri e carrabunera. ‘Un ci piaciva, ‘un sapiva macari u pirchì, ma ci mal’appativa u stessu. Accussì ruppi a riga e si misi ‘nmezzu a u stratuni.

-Che cosa fai? Togliti da lì!- Ci urdinà u’ carrabuneri.

 U zzu ‘Ngnazziddu arristà fermu unni era cu a coppula ‘ncarcata ‘ntesta e i mani cunzerti. A so modu fu a manera di diri no!

-Togliti, non puoi stare! Togliti!

-‘Nztu!- Isannu a testa comu i cavadda.

Peppi C., na cammisa njgura, u piglià p’u grazzu e u purtà cu l’autri fora u stratuni, mentri si vidiva ca stava arrivannu a colonna d’i machini.

-Ti vo fari ‘nmestiri?

-Si, mi vogliu fari ‘nmestiri! Si unu si voli fari ‘mestiri ‘un è patruni?

-Camina…- E lu misi a riga.

Peppi C. finu a vecchiu, prontu a moriri purtava  i cauzi a la cavaddarizza, i stivaluna e a cammisa njgura. A i paisani ‘un faciva ne caudu ne friddu. P’i Siculianisi babbu era prima e babbu era dopu e dopu ancora. Ma iddu, cu dda cammisa njgura, happi vuci ‘ncapitulu. A u zzu ‘Ngnazziddu accussì ci vinni e accussì dissintì a Mussolini. Si cunta ca ci fu nautru cu na littra manu ca comu passà Mussolini stava pi dariccilla e i cammisi njuri l’arrassaru e ci dettiru tanti di ddi mancanillati ca cadì ‘nterra e i carrabunera su purtaru ‘ncaserma.

Pi furtuna u tempu passa pi tutti e si porta i cosi boni e i cosi tinti. Semu nn’u Venniri e Santu di l’annu cinquantasei a li quattru di matina. ‘Ngnazziddu si susì d’u lettu. A muglieri aprì l’occhiu destru e vitti ca si stava ‘mbracannu.

-‘Ngnazì unni sta jennu?

-A u burdellu!

Allura a muglieri si susì puru idda, e cu vuci prigannedda ci dissi:

-E’ Venniri Santu, jurnata signaliata, arrestiti a u paisi, ‘un ci jri ‘ncampagna pi oj.

-Tutti i jorna su signaliati, cu tuttu chiddu c’haju di fari…

-Emu a la missa!

-Accussì u parrinu ni piglia pi fissa…

-Sulu di spusini ni vittimu ‘nzemmula a crocifissioni… Emu a truvari u Signuri a u carvariu.…

-Siccomu haju chi fari, ci dici a u Signuri ca si avi nasca mi veni a trova jddu!

Scinnì nna u dammusu e si sistimà a vestia, mentri a muglieri ci priparà u cafè. Dda cafittera si misi a ridiri e u ciauru s’ammiscà cu a friscura da matina e parsi dda casa na reggia. S’affaccià d’a porta e taljà l’ariu. Ancora ‘u’ schiariva, ma stiddi ‘un ni vitti… Mussià e si nni trasì. Nni ddu ciriveddu pinzava a i paroli da muglieri e smacinava tra iddu: “A missa… tiatru! Tiatru chiddi ‘ngunicchiuni! Tiatru chiddi ca cantanu, ca preganu cu ddi facci di santuzzi. Tiatru u parrinu chi isa e cala u calici. Tuttu tiatru, sempri u stessu tiatru d’ogni annu u Venniri Santu, peggiu di peju, tiatru di pupi.” ‘Ngnaziu cu ddu mangiascinu ‘ntesta, nun lassava largu a nenti e a nuddu. ‘Un era unu contru a Chiesa! Ma nun ci appativa tuttu chiddu ca cu a vucca era na cosa e cu i fatti all’arriversu. Ci ammal’appativanu tutti chiddi ca, comu si dici, mangianu ostii e cacanu diavuli. Ancuminciava a ‘nchiariri, ma senza voglia, parjva ca u suli ddu jornu ajva chiffari e tardava a spuntari. Quannu ci fu tecchia di luci vitti du celu acchiummatu e ci murì u cori. Si piglià a cartina ci misi u trinciatu e arrutulà, tirà du sucuna e ddu fumu si nn’acchianà pi l’ariu. A muglieri accumincià a sistimarisi a casa. U zzu ‘Ngnaziu stava na strata chi porta a u carvariu unni si apri a porta d’u dammusu e supra dava a chianu terra cu n’autra strata.[1] Mentri si gudiva dda sicaretta aspittannu spiranzusu a n’allargamentu di tempu, a costu d’irisinni cu a ‘nciratina, sintì ciliu a vanedda ca spunta nn’a strata. Eranu na quattrina di pirsuni cu u crucifissu ‘ncoddu, chiddu jancu cu i grazza muvibili, arrutulatu nn’u linzolu, ca comu ogni annu u jvanu a sistimari sutta u carvariu. ‘Ngaziu pinzava: “opira di pupi… arriva chiddu cu a cruci ‘ncoddu o trasinu jntra u carvariu e nescinu chistu. I parrini u mettunu ‘ncruci e tutti a chiangiri e prigari. Talja a chisti… Chi gana chi hannu? Si putivanu arristari a casa, o jrisi a vuscarisi a jurnata… Ammeci…”

-Allistemuni ca stu tempu u mi piaci! – U parrinaru chiù anzianu ci diciva a l’autri du c’hajvanu ‘ncoddu u crucifissu. Accussì a passu spidugliatu scinnivanu e s’ivanu avvicinannu. Quannu ancumincià a stizziuliari. ‘Ngnaziu, si l’arridiva pinzannu comu sti babbi s’hann’a vagnari tutti quattru. Chiù s’avvicinavanu a jddu chiù ‘nfurzava a chioviri, finu  a quannu, nni u’ ditta e u’ fattu, si truvà tutta dda genti, cu ddu crucifissu ‘ncoddu, jntra a so casa. L’acqua cadiva manati manati, parsi ca si raperu i catarratti ‘ncelu. ‘Ngnaziu ca si ‘un si livava si lu mittivanu sutta, comu si li vitti jntra ci vinni di stizza diri:

-Chi mi purtati pirsuni ammazzati d’intra a me casa?!

-Pirdunatini don ‘Ngaziu, no pi nautri, ma pi u Signuri!

-‘Un vi preoccupati, comu scamba vinni jti.- Ddu don ci fici propriu piaciri e po’ u parrinaru anzianu, era cristianu di paisi e si putiva aviri puru di bisognu. Arrivà a muglieri e si pavintà vidennu dda ciurma jntra.

-Chi successi?

Allura ci spiegaru a cosa e idda si fici a cruci ancumincià a prigari, tuccava u Crucifissu e vasava.

E chiuviva di mali manera… L’acqua scrusciva ‘nterra e faciva puru u palluneddu.

-Unni u putemu pusari mentri aspittamu?- Ci dissi u parrinaru anzianu.

-‘Ncapu ddi fascia di ligna…

-No! U Signiruzzu… Acchianatulu cca supra, u mittemu supra u lettu.- Dda so muglieri ij’ a pigliari a cutra bona la ‘nchianà nna u lettu e ci pusaru u crucifissu. Idda arristà ‘ncunicchiuni a prigari. L’autri scinneru abbasciu.

-Comu chiovi!

-‘Un voli scampari!

Mentri si vittiru du lampi c’allustraru a casa e dopu tecchia scattiaru du tronura ca ficiru spaventu.

-Av’a scampari! Bon tempu e malu tempu ‘un duranu tuttu tempu!-

-Giustu! Don ‘Ngnaziu!-

Mentri la muglieri scinnì a vasciu, cu statru corpu di don si guadagnarà puru u cafè.

-Priparaci u cafè a l’amici!-

Ora, ‘Ngnaziddu figliu ca era addevu nicu s’arrisbiglià e trasennu n’a stanza vitti ddu crucifissu sistimatu ‘ncapu u lettu, jancu e ‘nsanguliatu cu l’occhi a papinedda. Tuttu si putja aspittari ma no sta nuvità! Poviru ‘Ngnaziddu chi ci parsi! Jttà quattru vuci scasciusi ca parsi ca lu stavanu ammazzannu. A matri cu tutti l’autri appressu, acchiana supra, s’abbrazza l’addevu.

-U Signuri è! ‘Ngnazì! ‘Un ti scantari! U Signuri…-

 L’addevu ajva addivintatu chiù jancu d’u crucifissu, tantu fu u scantu ca si chicchiava quannu parlava.

-Chi chi chi chi chi ci fa ca ca ca ca ca jntra?-

U parrinaru anzianu rassicurannulu:

-Si misi a chioviri e pi nun lu fari vagnari ni vinnimu a riparari ca jntra!-

E chiuviva chiuviva, manati manati.

-Don ‘Ngnazì aviti u’ paraccu, na ‘nciratina ca vidu c’ama a fari-

-Ci haju chidda quannu vaju ‘ncampagna.- Na ‘nciratina larga ca si cummigliava puru a vestia quannu chiuviva.

-Talè ni nni vinemu puru cu vossia!-

Accussì tutt’e quattru sutta dda ‘nciratina njura si n’acchianavanu pi a strata, ca la pigliavano di latu a latu.

U tempu passa ca passa, di ddi quattru ‘un riturnava nuddu e ‘ntantu chiuviva e pi la strata l’acqua scinniva a ciumi.

-Ma ‘unni mizzika si nni eru? Ca mi scappà!-

-Marituzzu miu controllati cu i paroli, c’avemu a Signuri na nostra casa!-

-U Signuri? Avemu u’ pupu di cartuni e gessu ‘ncapu u lettu!-

-T’arricordi sta matina chi mi dicissi? Ca venissi jddu a truvariti ca tu ajvatu chiffari. E jddu è cca!-

-Cugnintura! Chista è sulu na cugnintura! Si pi ogni cugnintura ama a scumudari a u Signuri, v’a finisci ca ‘un sapissimu cchiù unni mettiri i pedi.-

Dopu maziò a famiglia mangià na pignata di maccu. ‘Ngnaziu oramà si rassignà a ristari jntra. U tempu parja ca si vutà ma chiuviva u stessu, chiù leggiu, ma nun staccava di nenti. I vicini di casa ancuminciaru a trasiri jntra e cu ‘ngunicchiuni cu a dritta ancuminciaru a diri u rosariu. Tempu nenti a nutizia ca u Signuri era jntra a casa di ‘Ngnaziu addivintà pubblica e a genti arrivava d’unnideghiè. Arrivaru li monacheddi cu l’orfanelli, li matricristiani, e li parrina.  ‘Ngnaziu ogni tantu taliava di navanzi a porta e vidiva tutti ddi cummedii, cu si caffuddava nna u pettu, cu chiangiva annacannusi navanzi e narrè. Po’ nisciva un gruppu e nni trasiva natru, atri cummedi, atru teatru. A un certu puntu ca fu richiamatu cu insistenza, ci tuccà stari dda a i pedi d’u Signuri e ogni tantu tistiava dicennu:

-C’anuri aviri a Vuscenza ca jntra!-

Parsi un veru luttu, ci mancava a natru tecchia ca ci facivanu puru i cordoglianzi, e iddu si lu sintiva intimu ddu crucifissu, stinnicchiatu ‘ncapu u so lettu cu ciuri, cannili di cira addumati e prigheri. A genti arrivava e lassava spaziu ad autri. Sta nuvità smossi tuttu u paisi. Pirsuni d’ogni tinuri, ricchi, poviri, babbi e mafiosi. Si vutavanu cu iddu facennucci na speci di ‘nchinu. Quarche sballatu ci detti puru la manu. Iddu isava l’occhi a u lampadariu e ci viniva puru di santiari.  Oramà ‘un chiuviva cchiù, e stava puru scurannu.

Quannu si fici l’ura, l’urna era navanzi a porta, na fudda di pirsuni, a banna cu i marci funebri ca sunava, l’Addulurata c’aspittava, chiddi ca si lamintavanu ‘ncoru, trictrac, campaneddi e accussì riscurrennu. Nisceru u Signuri u misiru nni a vara e a primu postu d’a prucissioni tuccà a i parenti cchiù stritti: ‘Ngnaziu, muglieri e ‘Ngnaziddu figliu.

Quannu turnaru jntra e si curcà, a luci astutati, pinzava a dda strana jurnata, ma nuddu ci livava di ‘ntesta ca fu na cugnintura, però,  n’atra vota, ‘un s’avvissu pirmissu chiù a fari scummissi c’u Signuri!

 

 

U zzu ‘Ngnaziddu finì di cuntari arricurdannusi di dda vota comu un jornu di luttu p’a so famiglia.

-Cugnintura o no, nna li cosi di Diu o c’è fidi o nenti!- Rimarcava mastru Paulinu.

-Veru è! Unu o ci l’avi la fidi e allura cridi, oppure si campa di li cosi chi vidi e ‘un cridi a nenti.- Cu sapienza arrispunniva Sarbaturi.

-Ora na cosa è cridiri a u Signuri e na cosa a i parrini! Vi cuntu chistu fattettu…-   

-Firmassisi zzu Mariu, ca pruvati stu viniceddu c’accussi parlati chiù spidugliatu.- Na ditta e un fattu racimula n’atri quattru bicchera di tanti furmati diversi, ci detti na lavata cu u stessu vinu, li jnchì d’u carratuni e dda scuma acchianà nni ddu russu rubbinu scintillanti, misi ‘ncapu un carratuneddu dd’a l’addritta, taglià un pezzu di sazizza sicca e tuccaru cu li bicchera, vippiru e mangiaru.

-Miiì a bonu è stu vinu!- Fofò si cumplimintà.

-A stu prezzu, speciali è!- Prosighì u zzu ‘Ngnazziddu.

-Zzu Mariu, ora po’ cuntari a so!- Detti forza Sarbaturi.

 

A DISPENZA

 

 Nn’u Sabatu Santu d’u millinovicentusissantasei ‘ncampagna a Funtanagranni si facivanu i priparativi d’a Santa Pasqua. U zzu Mariu ajva truvatu n’agniddazzu ca era na maraviglia, di prima matina, prima ca l’addevi s’arrisbigliavanu, l’ajva scannatu e appinnutu pi fallu sculari. A cumpagnia c’era. E cu puliziava navanzi a robba, cu priparava tavulina e seggi, cu na cosa e n’autra, sempri cu lu rispettu d’u Signiruzzu mortu, già si rispirava aria di festa. L’addevi jucavanu, i fimmini stavanu ‘npastannu u pani e l’omini facivamu quarche rattedda nni l’ortu mentri cuglivanu quarche lignu pi camiari u furnu e accussì ‘nfurnari. Quannu nni ddu silenziu mattutinu di supra a la muntagnedda si sintì rumuri di muturi di machina, era na cincucentu. Comu spuntà si fici na strummittuniata fistusa. La stratella arrivava a quarche centinaru di metri d’a robba. Addevi, granni e cani s’appressaru e vittiru scinniri dui parrina: unu ca pariva un poju e l’autru minutiddu cu na testa tunna tunna e ddu gricchi granni, di chiddi piddaveru, gricchi di parrinu. Sempri di dda cincucentu scinneru du matricristiani e na munachedda. Saluti abbrazzatini e vasatini scikenza a nun finiri. A la festa la ciurma fa piaciri. Nni l’ortu ‘un mancava nenti pirtantu si jcavanu sti posti nn’u tavulinu.

Angilina, matricristiana, cu ddu fari so sempri accummidanti, ‘nfurmà ca ci vinni a filici dea di fari sbariari a li parrina ca hannu avutu na simanata faticusa, tra predichi e cirimoni, accussì pinzà a la cuscina di Funtanagranni.

-Bonu facissivu, siti i benvenuti, ‘un vi preoccupati!-

-Chistu è Don Carlu Mangia, chistu patri Giuvanni Spirdo, la sorella Cristina d’i Carmelitani Scalzi e a signura Agnisa, ‘un c’è bisognu ca v’a presentu, ca la canusciti.-

Stringitini di manu tumpulateddi a li carusi e paroli di cunvinienza ca li parrini si trovanu ‘npilati cu la guglia.

Don Carlu, nni tutta la so magnificenza e cu na vuci forti ca si sintia puru a lu Lannaru:

-Per questo incontro bello, e magnifico, ricordando nostro Signore, recitiamo tutti insieme un Pater noster…” E attaccò e tutti in coru appressu, fici a cruci nni l’ariu cu la manu e a cumpagnia poni si libbirà cu un corpu di Amen!

-Graditi  na tazza di cafè?- Carmela dissi a i parrina e a so cuscina, ca s’accumudaru a tavulinu sutta l’appinnata d’a robba. I parrina gradivanu c’u’ surriseddu e na calata di testa.

-Priparamu na pastiata c’u pumadoru friscu, tecchia di basilicò e tumazzu di fossa ‘ncapu!- A zza Nora, matri di Carmela, faciva sentiri pirfinu u ciauru di ddu piattu di pasta. –Po’ na bedda padiddata di patati, milinciani, pipi e cipuddi, cugliuti frischi nni l’ortu, e u pani caudu caudu sfurnatu a lu mumentu, un bellu biccheri di vinu singeru e frutta a vuluntà!- Dda zza Nora parlava nn’u’ modu ca pariva di tingiri tuttu ddu beni di Ddiu e ddi gesti e ddi ‘ncarcati chi ci faciva, ca u fumulizzu e u ciauru parivanu prisenti. Tantu c’a Don Carlu u vintrigliuni parsi ca si ci arrisbiglià e tutti i presenti sinteru i gudedda ca si ci lamintavanu.

-Ma lei signora così ci fa morire! con l’aria che c’è qui, l’appetito si sveglia!- Patri Spirdu cu dda vuci a fimminedda intervinì quasi a giustificari dda reazioni d’u vintrigliuni d’u collega.

-S’aviti bisognu na mani d’aiutu fati cuntu di mia- Dissi la munachedda, cu na vuciuzza duci e virginali ca l’omini s’arrisinteru e taliannula s’addunaru ca era na bedda picciotta sutta dda tonica tantu ca si cci arrizzà u piddizzuni. Maricchia, a soru di Carmela, fimmina sperta, s’addunà d’u tri e subitu si la purtà cu idda a cucinari.

-Don Carlu, chi funzioni bella! E chi predica! Ni fici spuntari i lacrimi a tutti. Ddi paroli comu scutivanu puru li mura di la chiesa!-

-Grazie signora Agnesa, è troppo buona, non merito tanto!E’ il Signore che m’ispira e mi da la forza.-

-Tutti dda eramu!- Carmela rimarca.

-E patri Spirdu chi pacezia, chi saggizza!  ascutari a tutti ‘nchiusu ni ddu confessionali…- A signura ‘Ngnisa scattià ddi paroli nni la facci a tutti accumpagnannuli cu li manu. Tantu ca patri Spirdu si calò l’occhi ‘nterra.

-U viditi? Comu si calò l’occhi ‘nterra? ‘Un v’hata a fruntari! Chi umiltà, chista è tutta santità!- Dda signura ‘Ngnisa a ddu patri Spirdu u fici puru arrussicari.

-Bene Giovanni facciamo due passi, ci permette se ci sgranchiamo un po’?- Don Carlo accussì livà sutta ddu suppliziu ricangiannu u favuri a u collega. Si susinu e talianu u furnu, granni a cupula fattu cu majstria cu i giammariti, travagli tramantati di patri ‘nfigliu. Si spostaru e trovaru l’omini chi si stavanu fumannu tecchia di cintratu.

-Bella questa campagna! Organizzata bene! Mi complimento!- Don Carlo si fici avanti e trasì subito ‘ncumprisazioni, mentri patri Spirdu cu li manuzzi nna li mani ci stava pi narrè ‘nsilenziu ma l’occhi so eranu vivi e stavanu attenti a ogni cosa.

-Fazzu di lu me megliu, i travagli ‘un finiscinu ma’ e ci nn’è cosi a fari…- U zzu Mariu ci dissi cuntentu di ddi complimenti.

-Che piacere che da quest’albero grande di pino! E giù vedo che c’è pure un roseto! Quanta grazia di Dio! Solo mani laboriose e oneste come le sue riescono con solerzia ad operare- Don Carlo pariva c’ammagava a tutti cu ddu parlari, tranni a Pasquali c’azzappava c’u pedi e cu l’occhi ‘nterra dissinniva c’a testa. Tantu ca patri Spirdu u chiamà ‘ncausa:

-Lei, come si chiama?-

U zzu Mariu c’ajva caputu u ‘ntressu d’u parrinu:

-Lassatulu jri a Pasquali, ca chiddu chiesa ‘un ni mangia!-

-Ju ‘un ni pozzu mangiari chiesa, pirchì mi scassu i cianchi pi tecchia di pani e li me mani fannu p’autru!- Arrispunni Pasquali scurdannusi la bonacrianza di l’ospitalità di so’ cugnatu Mariu.

-Le ingiustizie sociali non provengono da Dio!- Patri Spirdu ci dissi.

-Veru è! Ma chi mi nni fazzu di Diu si li permetti?-

-Vi lu dissi di lassallu stari a Pasquali!- ‘Ncarcava u zzu Mariu.

-Nostro Signore per la nostra salvezza  si è fatto carne e si fatto umiliare flagellare e uccidere.- Don Carlu arrisintutu.

-Putìa fari megliu, vistu ca ‘un sirbì a nenti!-

-A niente? E la vita eterna?-

-Sintissi a mia m’abbasta tecchia di travagliu giustu senza sangisuchi appizzati a u coddu… ORA! A vita eterna, po’ si vidi. Tantu v’a finisci ca i patruna, portanu na ciampata di grana a vatri parrina e a livati a mia, o a chiddi poviri comu a mia, ca macari cridunu a tutti li minchiati chi ni cuntati e la dati a iddi.-

-Io vengo da una famiglia di contadini di Canicattì e mio padre, sempre fedele a nostro Signore, mi ha insegnato l’amore e non l’odio. Con l’odio non si conclude niente. Nostro Signore ha portato l’amore per tutti. Sicuro c’è chi lo coglierà e chi no. Ha portato il perdono per tutti. Ora lei, pensi al suo di perdono e non guardi se gli altri lo meritano o no, o vuole insegnare, lei o i suoi compagni, pure a Dio come giudicare?- Patri Spirdu cu dda parlata fruscigna l’attuppà e Pasquali turnà a zappari c’u pedi e a tistiari arrè.

-I scoli fannu caru cugnatu!-

Don Carlu era chiddu chi sparava i cannunati ma i fucilati di patri Spirdu jvanu a signu comu un cecchinu. Quannu Pasquali s’jcà cu Sasà  e ci cuntà a discussioni di Funtanagranni, chiddu addivintà un cifaru, a varbazza parsi di spini e l’occhi si ci addumaru di kiù, cu ddu parlari ca mittiva a lingua ‘nmezzu i denti nna li essi e ogni tantu ci partiva u sputazzu ca puntualmente l’acchiappava nn’a facci ci fici na veru predica.

-Ci ajvatu a diri ca nautri ‘un circamu l’amuri, a carità, a pietà, natri circamu u giustu, chiddu ca ni tocca c’u nostru travagliu, natri pietà ‘un nni volemu di nuddu, pirchì spissu sta carità, sta pietà, è chiddu chi n’hannu arrubbatu, pagannuni kiù picca di chiddu chi nni duvivanu. Vulemu a giustizia sociali, po’ pi l’amuri si vidi… Anchi nautri poviri jurnatara avevmu l’orgogliu d’essiri omini comu a tutti l’autri!”

-Vi fazzu avvidiri a casa.-

-Ma cos’è questo buon odore?-

-Spurnaru u pani, emucci!-

A cumpagnia jì versu u furnu.U zzu Mariu piglià u bellu pupuni caudu caudu u taglià e u cunzà cu ogliu, sali e spezii.

-A me un pezzettino!- Racummannà patri Spirdu, mentri don Carlu s’affirrà mezzu pupuni e ancumincià a sgranucchiari. Mentri mangiava isà l’occhi a u celu pi comu aggradiva ddu pani. Si vippiru u’ muccuni di vinu e s’alluntanaru di dd’agnuni di tentazioni, ca quannu unu si metti a ganga ‘nfarina cu u pani ‘un si finisci chiù. Pi don Carlu fu comu jttari na guccia d’acqua nni u’ vurcanu, si ci arrisbiglià na fami ca avissu datu muzzicuna puru nn’u cozzu a Pasquali ca ajva dda carni cuciuta di u suli. Camina ca camina u diavulu vozi ca si ‘nbatteru nni d’agniddazzu scannatu a sculari.

-Oh! Poverino, che fine ha fatto? Chissà come era bello quando belava per il prato? E come poi piangeva prima di ucciderlo? Poverino… innocente animaletto…- Don Carlo pariva ca ammumentu chiangiva e l’occhi ci addivintaru luccichi e u vavarottu ci trimulava, tantu ca a Pasquali ci ajva avutu u rimorsu p’aviri giudicatu accussì mali ddu parrinu. Ma u zzu Mariu pinzava ca si chiustu arrinisciva a gangallu ‘un lassava mancu l’ossa.

-Pariva veru ca lu sapiva e chianciva, l’addevi ca ci ajvanu jucatu finu a u’ mumentu prima ‘un vulivanu. Ma me cumpari, mi l’arrigalà pi a pasqua e so distinu era oramà signatu. Accussì, all’ammucciuni di l’addevi u scannavu e u misi cca jntra a sculari. A pasqua sicuru ca puru l’addevi s’u mangianu.- U zzu Mariu cuntava p’alliggiriri l’attenzioni di don Carlu c’ajva l’occhi pietosi m’a vucca d’u lupu.

Spuntà dda diavula d’a zza Nora, e ancumincià a ‘nfilarisi ni ddu ragiunamentu:

-Chistu dumani cunzatu cu l’ogliu, l’addaghiru e li spezii e misu jntra u furnu cu na pocu di patati, lu sulu ciaru avi a fari stinnicchiari a tutti!-

-E’ Sabatu Santu e nostru Signuri è mortu, e si fa piccatu mangiari carni, in caso cuntrariu megliu occasioni di chista ci fussi, cu sti nobili ospiti a Funtanagranni?-

-Piccatu!- allunga a funcia cu rammarico don Carlu, cu dda prima parola ca stinnicchià ‘nsicilianu.

-Una soluzione ci sarebbe!- Patri Spirdu stinnì a tutti. U zzu Mariu, pinzà: “talè stu gran curnutu, livannucci i sacramenti! Mi l’ajva scurdatu ca su i parrina ca ni sannu una chiù di u diavulu!

-Quale soluzione Giovanni?-

-Quella di andare nella curia vescovile e dal nostro monsignore farci fare una dispensa per l’occasione!-

-Una dispensa!! Si ma dobbiamo andare ad Agrigento e chissà se sua Eminenza si trova in sede!-

-Beh! Nella vita bisogna avere fede! E’ questo che predichiamo a tutti, no? In un pajo d’ore siamo di ritorno!-

L’occhi di patri Spirdu ‘un dicivanu nenti di bonu, parivanu ca a don Carlu ci davanu scuppuluna e tirati di gricchi.

-Jticci, pi nautri ‘un manca!- Dissi chiangennu e pintutu amaramenti, u zzu Mariu!

-Vi fazzu a vidiri comu si cucina l’agneddu!- Cuntenta a zza Nora. Pasquali s’addumannava unni jì a finiri tutta dda pietà d’u parrinu pi l’agnedduzzu?

Si misiru tutti e dui ‘ncapu a cincucentu e purtannusi narrè na nuvula di pruvulazzu scapparu pi la stratella.

-Hanna a jri a Giurgenti, hanna a truvari a u viscuvu, s’ava a cummingiri a farcici sta carta, hanna a turnari, atru chi ddu uri… U sa chi ti dicu Pasquà natri facemunillu u maccicuni ca po si vidi.-

 Tempu ca si misiru u’ pezzu di tumazzu mani e tecchia di pani du avulivi, quattru feddi di milinciani sutt’ogliu, tempu ca si vippiru du bicchera di vinu, e si stujaru u mussu arridennu tutti du comu du minchi allegri, ca sinteru strummittuniari allegramenti ‘ncullina a cincucenti di ritornu cu patri Spirdu chi svintulava u’ pezzu di carta fora u finistrinu. U zzu Mariu e so’ cugnatu si taljaru amminchialidduti tra occhi e occhi:

 -Quantu tempu passà, Pasquà?-

-Na mizzurata si e no!-

Tutti ci eru a postu di machina e l’addevi ci ficiru alè pi la cuntintizza.

-Il Signore ci è venuto in contro e quando siamo passati dalla Matrice, abbiamo avuto la lieta notizia che sua eminenza era in visita del vostro arciprete.- Dissi cu cori don Carlu.

-E molto benevolmente ci ha fatto subito la dispensa, augurando a tutti, anche a voi, un buon pranzo e una felice Santa Pasqua.-

Patri Spirdu mustrà dda carta svintuliannula nni l’ariu e ‘nghiutticannula s’a sarbà sutta a tonica.

A zza Nora ‘un si smentì, cucinà d’agneddu, è giustu ca si dici, divinamenti. Ora mentri u zzu Mario e Pasquali eranu saziati ‘un pottiru dari funnu comu si duviva. Don Carlu parsi u lupu prontu a sbranari cu ci livava d’agneddu di sutta a iddu. Patri Spirdu gradì cu moderazioni. Si fici dda Pasqua di Sabatu Santu. Ma u zzu Mariu tutt’ora ‘un cridi a dda cugnintura. A muglieri ci dici sempri:

-Ci voli fedi!-

Sarbaturi siduta stanti ci dissi: -Caru cugnatu, t’ammaravigli? Comu u Signuri ‘u’ lassà nenti scrittu e chiddu ca si leggi fu scrittu di parrini e consimili e ti l’ha agliuttutu e pi chista ti sta cunfunnennu? T’ammangiatu u sceccu e ti sta cunfunnennu pi a cuda? I scoli fannu caru cugnatu!

Quannu Sasà sappi puru sta cosa d’a dispenza misi di n’agnuni di a camira del lavoro a Sarbaturi e sgricchiannu l’occhi e sputannulu tuttu cuntinuà a predica:

Cu sti carti scritti hannu cugliuniatu interi populi. Ficiru addivintari Gesù u’ ruffianu d’ u putiri. Quannu ci dissiru a Gesù s’era giustu pagari i tassi a Cesare ca ajva assuggittatu u so populu, c’è scrittu, c’è scrittu, ca ci arrispunnì: facitimi avvidiri una moneta, di cu è sta facci e sta scritta? Ci arrispunneru: -di Cesari!- Allura iddu ci dissi: -Rinniti pi chistu a Cesari chiddu ca è di Cesari e a Diu chiddu ca è di Diu!-   E si zitteru tutti. Ma iu dicu e cu è Andreotti ca si nni niscì ‘ncazi di tila! U stessu Gesù ca fici pentiri a Zaccheo di essiri esattori di Pilatu? E u cunvingi ad abbannunari ddu postu diseanorevuli! U stessu Gesù c’apparagunava l’esattura comu i buttani ca si vinninu u corpu pi grana. Ddocu parla di Diu e no di so Patri, quannu Gesù pi centusittantavoti na i vangeli u chiama Patri. E’ chista a novella di Gesù ca Ddiu è Patri so e Patri Nostru! I vangeli foru scritti nna u quartu seculu dopu Cristu, apposta pi mettiri d’accordu u putiri e a religioni!”

Sarbaturi ca ‘un parlava p’u scantu ca i sputacchi c’jssiru ‘nmucca, pinzava ca patri Spirdu, ci avissi saputu puru arrispunniri.

 

 

U zzu Mariu, dopu ca finì di cuntari, arristà tecchia su pinzeru a testa calata pi ddu smaccu. U zzu Sarbaturi pi stracquari i cosi:

-Linghemu!

Vippiru fistanti.

-Facemu stu brindisi a l’agniddazzu di Mariu!- Arridennu fici a ‘ncarcata mastru ‘Ngnaziu.

-Ju cu i parrina ‘un ci haju tanta strittanza. –dissi u zzu Sarbaturi- Ma a u nostru Santissimu Crucifissu ci haju na grandissima fidi, pichì è cu viritati ca è miraculusu. E di ginirazioni a ginirazioni l’hamu sempri purtatu a u tri di maju. Ju ora lassavu u postu a me figliu. Don Paulu diccillu quannu l’ha tingiutu ca s’ha misu a chioviri…

-Veru è, ma u Crucifissu di Muntallegru è chiù miraculusu!- Dissi seriu seriu u zzu Paulu tantu ca tutti si taliaru tra facci e facci, comu diri: “e ‘un si nni sapi nenti?”

 

U CRUCIFISSU DI MUNTALLEGRU

U zzu Paulu I. ha statu un mastru finu nn’a so arti di tingiri, ‘un sulu di abbiancari mura e casi ma veri opiri di pittura. A Siculiana ricurdannu l’arti di li tempi passati ancora vennu chiamati pittura puru l’abbianchini, comu chiamari i musicanti musicisti, senza livaricci ca tra i musicanti ci ponnu essiri puru granni musicista. L’artigianatu nna i tempi passati era assà vicinu a l’arti e u nostru paisi prima di la migrazioni versu l’estiru vantava di bravi maestri artigiani d’ogni sitturi: firrara, fallignama, muratura e pittura. Mastru Paulu era spissu chiamatu di l’arcipreti C. pi rituccari a chiesa, e arrivà a farici fari puru ristauri nna i quadri, comu chiddi d’a via crucis chi ci sunnu a Matrici, operi di u XVIII seculu di Politti(?). Ogni tantu rifaciva a cruci d’a vara di u Santissimu Crucifissu ‘npiccicannucci i lamelli d’oru e tingiva puru u simulacru. Ora l’arcipreti di Muntallegru N. ca fu puru a Siculiana e pi chistu canusciva l’operatu d’u zzu Paulu u chiamava puru p’a so chiesa. S’avvicinava a pasqua d’u millinovecentusittantasei u zzu Paulu comu quasi ogni matina jva a la chiesa di Muntallegru.

-Don Paulu, oj ci hann’a purtari u crucifissu ca mittemu ‘ncruci a u venniri e santu, vidissi di daricci n’aggiustata ca è un pocu maluriduttu.-

Mentri stava ‘ncuminciannu a pripararisi li stigli e ddui trispa unni sistimallu pi travagliarici, sintia cantari, prima luntanu, po’ chiù vicinu canti riligiusi:

-Signuri amatu,

Figliu tantu disiatu,

Patissi la frusta e la cruci,

Ni dassi  la strata e la paci.

Signuri amatu,

La Matri t’ha circatu,

Pi truvariti nni sta cruci,

Pi darini l’amuri e la luci.

Signuri amatu,

Figliu tantu disiatu,

Ascuta di sta cruci

Ogni chiantu ogni vuci.

S’affaccià e vitti quattru fimmini ca purtavanu supra na specia di barella  ddu crucifissu, atturniati di na pocu d’addevi appressu. Jvanu caminannu, cu passu lentu, nni na strata allatu a la chiesa. Don Paulu nn’u vidiri dda scena s’arrisintì intra d’iddu. Vidiri ddu Cristu cu dda prucissioni di fimmini e picciliddi faciva cummoviri.

-Buongiornu, mastru Paulu!-

-Buongiornu! Trasiti, sistimatulu cca.-

-L’aju avutu jntra nni mia, misu nni na cascia. Ora patri N. ni dissi ca st’annu l’hama assistimari p’u Venniri Santu e megliu di vossia ‘un c’è nuddu pi stu travagliu.-

-Grazi, fazzu di lu me megliu.-

Don Paolu taljava ddu crucifissu ca ajva pirtusa sutta la chianta d’i pedi, nna u ciancu, era, cu viritati, riduttu mali.

-Ci nn’è travagliu!-

-L’affidamu a li so mani e a la so maestranza!-

Ddi fimmini si ci misiru davanti ricitaru u’ patrenostru e facennusi u signu d’a cruci ci mannaru vasati, cu a testa calata si nni jeru. Don Paulu, arristatu sulu, ancumincià a studiarisi u da fari e accussì ancumincià a pripararisi u jssu nna u bagliolu a cazzola, l’acqua e i pezzi di tila pi ‘nzuppalli nna u jssu  p’attuppari ddi pirtusa, a manu a manu ancuminciari a rifiniri cu a carta vitrata e po’  a la fini passari a la pittura. Già ajva nni a testa comu fari. Era iddu e ddu crucifissu nni ddu stanzuni. Iddu ormai era praticu e tanta ‘mpressioni ‘un ci nni faciva, p’iddu era travagliu. Piglià u pinzeddu e ancumincià a scupittiari, po’ cu na pezza pigliata d’umitu ancumincià a livari quarche lurdia ‘ntartariata. Mentri faciva stu travagliu s’avvicinava a la facci e taliava d’occhi abbannunati, ddu duluri signatu, dda vucca, s’isà a testa e u talià tuttu longu. Ancumincià a pinzari i suffrimenti chi appa pruvari comu omu, ci viniva ‘ntesta tutta a passata d’u Signuri. Quannu si girà pi ammugliari a pezza nni l’acqua, ci parsi cu a cuda di l’occhi ca ddu crucifissu s’arriminà…

“S’arriminà? O ‘un s’arriminà? App’a essiri na me ‘nprissioni…”

Pinzà tra iddu e iddu. Pi chistu quannu faciva sti travagli pinzava a tuttu tranni cosi di chiesa. Si vutà di scattu comu vulillu cogliri di supprisa, na vota e n’atra vota ancora. Nenti! Fermu!

“Di certu foru l’occhi chi mi jucaru!”

Arripiglià u travagliu e di lena finì di puliziallu, piglà na pezza asciutta e ancumincià a stujallu. Ci stava stujannu a facci, quannu a un parmu d’u so nasu, vitti ca a testa di ddu crucifissu si spustà di sinistra a destra comu diricci di no. Don Paulu satà all’aria facennu u’ volu a u narrè. Ancora c’a pezza ‘nmani taljava ddu crucifissu stinnicchiatu tuttu jancu e ddu sangu ci parsi vivu, d’occhi pariva ca addummannavanu ajutu. U stomacu si cci misi sutta supra, s’arrivuddì tuttu. E ‘un fu chistu u fattu. Mentri don Paulu parlava ormai tra iddu a vuci jata:

“’Un po’ essiri! ‘Un po’ essiri ca na statua di cartuni e jssu s’arrimina. Chisti cosi lassamuli cridiri a li fimmini. E chi è a prima vota?!”   

Accussì si piglià di curaggiu e si stava avvicinannu n’atra vota, ma ormai u sangu ci ajva ‘ngrussatu e ogni muvimentu u faciva a rallentaturi. Comu stava pi tuccallu cu la pezza, ddu crucifissu si scutì tuttu ‘ncapu du pianu facennu rumuri. Don Paulu jetta a pezza all’aria e scappa fora. A facci ci addivintà janca comu chidda di ddu crucifissu. Misu fora navanzi a porta u cori ci stava scuppiannu.

“S’arriminà! U Signuri si scutì tuttu! Miraculu! Miraculu!” Dissi a vuci vascia e cu firmizza. Stetti fora a pinzari a ddu miraculu e ca ‘un ajva gana di cuntallu a nuddu, mancu a la muglieri.

Chi vogliu fari la parti d’u visionariu… ‘Un è cosa ca m’apparteni!”

Si dicisi a taljari ddu crucifissu stinnicchiatu fermu ma cu timuri e rispettu, misu ‘navanzi a porta si fici u segnu d’a cruci:

-Signuri pirdunami quantu sugnu misirabili e mischinu…

Mentri dissi sti paroli si scotì ancora, ma sta vota d’u’ pirtusu  d’u simulacru don Paulu vitti nesciri tri surci di fogna schifusi cu u pilu jsatu e i cudi longhi. Sataru comu diavuli e si eru a ‘npirtusari nni l’agnuna ddi dda intra. Ora a don Paulu ci fu tuttu chiaru, s’arrisidì di corpu e trasì arrè.

“Abbastava ca mi nni jva ca pir mia chistu era u’ veru miraculu. E cca ‘un eranu lacrimi, ma a statua chi pigliava vita e s’arriminava. Putia giurari ca era veru.”

Si rimisi a travagliari cu timuri e rivirenza, facennu u travagliu veru magnificu. Quannu po’ a u Venniri Santu u vozi jri a vidiri ‘ncruci ‘nzemmula cu a muglieri, ca era muntalligrisa, u zzu Paulu u taljava e pinzava a dd’accadutu:

Signuruzzu… quantu suffirenzi pi tutti n’autri!”

Mentri prununcià sti paroli, c’a stessa muglieri arristà di stuccu, ci nascì u’ pinzeri:

“E si u Signuri vidennumi accussì vigliaccu, trasfurmà u miraculu nni na fissiria qualsiasi? Iddu po’ cangiari ogni cosa, videmma una viritati pi n’autra!”

 

 

Don Paulu quannu cuntà stu fattu u fici cu smorfi e gesti ca fici arridiri a tutti. E u so dubbiu s’u tenì p’iddu, ‘unn’è pi paura di essiri cunsidiratu criduluni, ma picchi è na cosa accussì bella ca è un veru tesoru di tiniri ammucciatu e accussì pinzaricci nna i momenti di scunfortu. Pinzari ca u Signuri ni voli beniri unu pi unu.

-E chistu è u Crucifissu di Muntallegru!

Chiudì u discursu don Paulu, facennu ancora arridiri a tutti.

-U nostru Santissimu Crucifissu chiddu si ca è veramenti miraculusu! -Rancuratu dissi u zzu Sarbaturi- Talè dopu stu cuntu ci voli natru biccheri.

-Accussì cu i pedi d’autru mi faciti jri jntra- Prutistà senza convinzioni don Paulu. Lingheru ddu vinu ginirusu, ca ormai ci ajvanu fattu u palatu e u gustu.

-U vidi Paulì macari tu ‘nsistissi a taljari e scuprissi u veru misteru di ddu miraculu. E forsi nni tutti l’autri miraculi si s’insistissi a taljari chiù affunnu si scuprissiru i mistera sutta. Dissi u zzu ‘Ngnaziddu cu convinzioni ca piglià ‘un sulu u nomu ma puru u ragiunari di so pà. A un certu puntu Fofò ca viviva e manciava arridennu e scattiannu sulu quarche corpu di minchia si nni niscì cu sta frasi:

-A fidi è fidi! E certi cosi si ponnu vidiri sulu cu l’occhi d’a fidi.”

-Ma cu quali occhi? E cu quali fidi? Si don Paulu avissi scappatu, ora avissi cuntatu, macari ‘ncuraggiutu d’u vinu, ca u crucifissu di Munatallè fici u miraculu! Ma jddu turnà a taliari e vitti ca Diu ‘un c’entrava nni tuttu ddu macisteru caru Fofò!

-Chddu chi dici vossia è viritati, ma…

-’Un c’è ma!

-Facissimi finiri di parlari!

-Fallu parlari ‘Ngnazzì- Ci dissi u zzu Mariu -Semu ka pi diri ognunu a nostra.-

-Parla, Fofò!- Cunvinì u zzu ‘Ngnazziddu.

-Vuliva diri, u Signuri quannu fa ‘un miraculu lassa sempri na porta aperta unni unu po scappari, ‘un ni ‘nchiuvi n’a so viritati.

-Troppu cumplicatu sini pi sta cumpagnia!- Ci dissi Sarbaturi -U sa chi ti dicu? Talè linghemu stu biccheri ca è vacanti, accussì arragiuni megliu.

-Iddu studià pi parrinu.” Don Paulu misi a canuscenza a cumpagnia.

Tutti ficiru a so battutedda.

-Ora vi cuntu comu da disperazioni ca ‘un sapivamu comu fari ddu Venniri Santu ca rificiru u carvariu e l’impresa ‘un riuscì a cumplitari, po’ passamu a la cuntintizza. Vi cuntu comu la fidi versu u Signuri, cu na pocu di cugninturi, ni risulvì ogni inpidimentu.”

 

A CRUCI RITRUVATA

 

A simana santa d’u dumilaequattru stava jungennu e c’era n’aria carrica d’attisa senza cirtizza. Oramà l’aricpreti si stancà di jri e viniri d’u municipiu. L’impresa ‘un ci la faciva p’u Venniri Santu jsari a cruci nn’u carvariu. A natri Siculianisi ni murì lu cori quannu vittimu calari a cruci ca fici don Antoniu Gaglianu, e ddu carvariu decapitatu. Ni nascì l’antica paura ca a storia ni tramanda[2]. E allura? Allura a crucifissioni si fa n’avanzi a chiesa Matri. E supra quali cruci? E fu nni stu tri ca circannu circannu appressu a sacristia nni u’ stanzuni ora mezzu allavangatu unni l’arcipreti Cuva ci ajva fattu na specia di oratoriu cu bigliardina e tavulina ca nn’u’ muru c’era na cruci. Fofò happi chiaru a la memoria quannu c’u zzu Paulu armati di pompa abbiancaru i mura. L’arcipreti ci hajva dittu d’abbianchiari puru a cruci in modu ca si cumpunni c’u muru. E accussì si fici, Fofò a la pompa a pumpiari e u zzu Paulu a spruzzari. Ora l’arcipreti R., prontu a vidiri la manu di Diu n’ogni cosa, dissi cu vuci tunanti:

-Viditi comu u Signuri ni fici truvari a cruci?

-’Un sulu, viditi chi cugnintura… è propriu chidda c’abbiancavu quann’era carusu!

C’eranu puru Santu e Totò meravigliati di dd’ajutu d’u Signuri. Allura si misiru pronti p’jsalla di li chiova a elli ca la trattinivanu a u muru.

-Min… a cca pisanti è!” Scattià Fofò.

-Mittemucci tutti a forza ‘nzemmula a u me tri- Dissi Santuzzu sempri prontu cummintu d’i so fatti. -Unu, dui e tri!  

Prrr!!! Quarcunu detti sfogu d’aria pi narrè!

-Adasciu!- Cunsiglià l’arcipreti.

Santuzzu cummintu sempri d’i so fatti:

-Pruvamu arrè!

-A ca pruvari arrè, ca ci voli l’aiutu! U Signuri n’avissi a mannari quarcunu ad aiutarini.

E chi fu? Parsi ca u Signuri sintì ddi paroli. Ni na ditta e u’ fattu s’arricampà Micheli, Pitrinu e autri dui ca nun c’è ricordu cu su. Dda cruci fu sullivata e purtata fora.

-Ora è travagliu miu, comu l’abbiancavu ora la carteggiu.- Dissi Fofò.

-L’ama a purtari a so culuri originali!- Cuntinuà Santu.

Accussì si misiru a l’opira, tanti taliavanu. Carteggia carteggia di cca e di dda. Quannu comu pi magia si rapì u’ purtidduzzu e niscì na pirgamena. Fofò ‘un si nn’ajva addunatu, quannu unu d’i curiusi ‘ntunnu ci addumannà:

-Ma chi è sta cosa ca hani pi li mani?

Liggennu ddu documentu ca puratava a data d’u 1892(?) si viniva a cunuscenza ca fu fatta propriu pi st’evenienza. “Si u carvariu è inagibili chista cruci è fatta a propositu.”

L’arcipreti liggennu addivintà na vampa di focu e cu vuci tunanti e isannu i grazza:

-Miracolo!!

A tutti i presenti ci arrizzà a peddi. A stu puntu l’arcipreti chiama i giurnala e rennì pubblicu u fattu. Futugrafii a l’arcipreti, a la cruci e a u ducumentu. L’arcipreti ajva scrittu na cronica di i fatti chi successiru muntuannu a tutti pi mettila jntra ddu purtidduzzu ‘nzemmula cu l’autru documentu pi futura memoria, po’ cu l’amaru si ricorda Fofò ca si u scurdà a mettila dda jntra.

Ora comu si metti a l’addritta sta cruci? Ci vuliva fari na basi di lignu, forti pi putirici ‘nchiuvari u Cristu. A cosa era longa e tempu ‘un ci nn’era.

‘Ntantu si priparava a festa p’a Pasqua. Fofò, ca era d’a confraternita di l’Arcangilu Micheli, s’arricurdà di na vara nn’a chisuzza di San Franciscu. Sta vara era p’a Madonna Addulurata, statua di gran maistria fatta di terracotta, ca si faciva a prucissioni pi l’autunnu ‘nvucannu a prima acqua dopu l’arsura di la stati. Sta statua happi ‘un tristi distinu, mentri a trasivanu nn’a Matrici ci ficiru satari a testa sbattennula ni a porta ca pi mità hajva arristatu chiusa, sta testa fu ‘ncuddata a la megliu. Accussì fu purtata a San Fraciscu, misa ‘ncapu l’artaru. Quannu taliaru Fofò e Santu, dda vara a u centru c’era u’ pirtusu rittangulari.

-Eppuru, sta vara avi ad essiri a basi di dda cruci…

E veru fu. Quannu ci a pruvaru era precisa. E accussì ddu Venniri Santu fu tuttu all’insigna di dda cruci ritruvata, misa ‘navanzi a Matrici. L’arcipreti fici na predica cu novi argomenti, cu i suspira di la genti, e d’occhi chini di lacrimi scintillanti. Tunava a so vuci ca ognunu avi a truvari a fidi vera comu si truvà sta cruci.

Ma chista è sulu na pagina scritta nna u gran libru d’u carvariu di Siculiana. Ajva chiù d’un seculu ca l’intemperii jttavanu a cruci ‘nterra a u carvariu. E propri nni dda data vistu ca chidda du carvariu ‘un era pronta si fici chista autra di ricambiu, ca viniva muntata n’avanzi a chiesa di a Grazia. Po’, na u 1925, mastru firraru ‘Ntoni Gaglianu nni fici una di ferru, pocu ortodossa e nun propriu comu li scritturi dicinu,  pirchì ‘un era di lignu, ma fattu sta c’arrisistì finu a i tempi nostri. L’intemperi ‘un ci pottiru a pulitica si! E nna u 2004 fu jttata tra li disi, dicennu ca ajva arrugiutu, i Siculianisi si truvaru senza cruci a u carvariu n’autra vota. Dda cruci di mastru ‘Ntoni oramà si persi. Ora a u carvariu c’è na cruci tutta nova di lignu comu dici u Vangelu. Ma stu Venniri Santu d’u 2009 u chioviri chi fici nun pirmisi a funzioni a u carvariu.

 

-Ora dicu ju, chi bisognu c’era di fari tuttu stu macisteru? Si a carta scritta era chiara:  fu fatta pi ddu scopu, sarbata pi ddu scopu e truvata p’u stessu scopu. Unni è stu miraculu?- U zzu ‘Nghiazziddu parlava cu animu.

-Foru tanti li cugninturi zzu ‘Ngnazzì!-

-Veru nn’ha vistu stu carvariu ca c’è na storia tanta!- Dissi u zzu Mariu.

-‘Nzumma u sapiti chi vi dicu: Ora itivilla a fari scattiari tutti dda …  ca scampà!-

Accussì finì dd’assemblea e ognunu turnà a so casa, saziati e allegri.

A la sira dda cruci ritruvata fu arrè adoperata, sta vota intra a chiesa. Tutti eru a vittiru u Signuri ‘ncruci cu i propri muglieri e salutannusi l’unu cu l’atru cu na isata di testa arricurdaru dda cugnintura di u Venniri Santu di stu 2009.

 

 

FINI’?

 

NOTA DI L’OTURI

 

Sta storia si basa su fatti accaduti cu viritati, sulu ca cu a me pritisa di vuliri fari littiratura l’arricchivu cu a me fantasia. U ‘ncontru d’i pirsunaggi ‘un è cosa vera. ‘Nsumma è cu u trasi e nesci. U cuntu u finuvu di scriviri l’11 sittemmiru 2009 e nni stu jornu quannu niscivu fora truvavu i carti appizzati ca u zzu ‘Ngnazziddu V. ajva murutu. Paci a l’anima so. Vidi chi cugnintura…

 

 

TRASLAZIONE

 

LA PIOGGIA DEL VENERDI’ SANTO

 

Non è giusto che si lavori di Venerdì Santo, ma il signor Salvatore se ne stava dentro quel garage. Una volta era la stalla perché appunto era il ricovero della sua bestia da soma, e ora invece, l’usa per la sua motozappa e pure per le botte del suo vino. Mentre sega qualche legno, prepara le semenze per la campagna, sistema pure la motozappa, di tanto in tanto, si beve qualche bicchiere di vino, mangiando pure qualche boccone di salsiccia messa sulla canna a seccare. Così mentre era preso a drizzare un chiodo, vide entrare come una bufera il signor Mario, tanto da prendersi uno spavento.

-Permesso?... Mi stavo bagnando dalla testa ai piedi!

-Dopo che siete entrato mi chiedete il permesso!?

-Mi devi scusare, si è messo a piovere all’improvviso eh …

-Quale improvviso, il tempo è da molto  che si preparava!

-Il Signore, quello che porta la croce, era uscito da poco, portato da quei ragazzi vestiti come le suore del Sacro Cuore. Chi sarà stato questo stilista che ha avuto questa idea? Quando mai? Ma?! Tutti i confratelli di ogni paese sono vestiti come i frati, a Siculiana, invece come le suore … Mia moglie vedendo piovere si andò a riparare nella chiesa San Vincenzo, io ho colto l’occasione e le scappai.

Dopo un poco, nello stesso modo, sono entrati il signore Ignazio, maniscalco, il signor Paolo, il pittore accompagnato da Fofò il riccioluto.

-Come mai mi sono convinto ad uscire? Guarda, mi sono bagnato completamente … - Il signore Ignazio si lamentava. -Buongiorno Salvatore!-

In quella piccola stalla c’erano tutte quelle persone.

-Accomodatevi!- Disse con molta ironia Salvatore.

-Siamo entrati come dei porci … -  Il signor Paolo disse per scusarsi.

-Mi benedica- Salutò Fofò, con quella sua voce particolare tra naso e gola.

Si guardavano l’un l’altro come erano bagnati davanti la porta ostacolando così la luce, a tal punto Salvatore disse a loro di entrare ancora di più.

-Piovere di Venerdì Santo!- Fofò esclamava. -Io non mi ricordo mai la pioggia di Venerdì Santo … -

-E’ piovuto tanti anni fa pure di Venerdì Santo!- Disse il signor Mario battendo la spalla a Fofò, mentre il signor Ignazio acconsentiva con la testa con insistenza. -Vedi che Ignazio si ricorda quando quell’anno ha piovuto, raccontagli cosa è successo!-

Così il signore Ignazio si è messo a raccontare.

 

LA COINCIDENZA

Il signore Ignazio (padre e figlio avevano lo stesso nome) era una persona a suo modo, perché lui doveva capire le cose senza l’aiuto di nessuno. Un grandissimo lavoratore, instancabile. La sua terra era coltivata con amore tanto da fare invidia a chi la guardava. Quando Mussolini passò da Siculiana, il signore Ignazio combinò una stranezza. Mentre la folla ai cigli della strada aspettava, sorvegliata attentamente dal servizio d’ordine delle camicie nere e dai carabinieri. Il signore Ignazio provò un solletico, né sotto la coppola né sopra la testa, ma proprio dentro il cervello. Non gli piacevano tutte quelle persone messe in riga da quei quattro stolti delle camice nere e carabinieri. Non lo sopportava, magari non capiva il perché, ma mal sopportava lo stesso quel fatto. Così infranse le righe e si è messo proprio in mezzo alla strada.

-Che cosa fai? Togliti da lì!- Gli ordinò un carabiniere.

Ignazio restò fermo dove era, con la coppola calcata in testa e le mani conserte. A suo modo è stata la maniera di dire no!

-Togliti, non puoi stare! Togliti!-

-‘Nztù!- Alzando la testa come i cavalli.

Peppe C., uno delle camice nere, lo ha preso per il braccio e lo portò a forza con gli altri fuori la strada, mentre si vedeva avvicinare la colonna delle auto.

-Ti vuoi fare investire?-

-Si, mi voglio fare investire! Se uno decide di farsi investire non è padrone di farlo?-

-Cammina … - Mettendolo in riga.

Peppe C. fino a tarda età, quasi giunto alla morte, indossava i pantaloni alla cavallerizza, gli stivaloni e la camicia nera. I Siculianesi sono stati indifferenti, perché lo consideravano stupido prima, anche dopo e dopo ancora. Ma lui, con quella camicia nera ha avuto modo di alzare la voce. Ignazio ha avuto questa forma di dissentire a Mussolini. Si racconta pure, che quel giorno c’è stato un altro poverino, con una lettera in mano mentre stava passando Mussolini gliela stava porgendo e le camicie nere lo hanno scostato e gli hanno dato tante di quelle manganellate che cadde a terra. Poi i carabinieri se lo portarono in caserma.

Per fortuna il tempo passa per tutti e si porta con se le cose buone e le cattive.

Siamo nel Venerdì Santo dell’anno cinquantasei alle quattro di mattina. Ignazio si alzò dal letto. La moglie aprì l’occhio destro e si accorse che suo marito stava indossando di già i pantaloni.

-Ignazio mio, dove stai andando?

-Al bordello!

Allora la moglie si alzò pure e con voce gentile gli disse:

-E’ Venerdì Santo, giorno segnato dal destino, rimani in paese, non andare in campagna, solo per oggi.

-Tutti i giorni sono segnati dal destino, con tutto quello che ho da fare …

-Andiamo a messa!

-Così il prete ci prende per fessi …

-Solo da sposini ci siamo visti assieme la crocefissione … Andiamo a visitare il Signore sul calvario …

-Siccome ho da fare, digli al Signore, che si ha voglia, mi viene a trovare Lui!

Scese a piano terra e si sistemò la sua bestia da soma, mentre la moglie gli preparò il caffè. Quella caffettiera si mise a gorgogliare e il profumo si miscelò con la frescura del mattino e quella casa sembrò una reggia. Si affacciò dalla porta e guardò le condizioni atmosferiche. Ancora non albeggiava, ma non ha visto nemmeno una stella. Brutto segno, distorse il muso ed entrò. In quel suo cervello pensava alle parole della moglie e tra se rifletteva: “La messa … teatro! Teatro quelli in ginocchio! Teatro quelli che cantano, che pregano, con quelle facce da santerelline. Teatro il prete che alza e cala il calice. Tutto teatro, sempre lo stesso teatro d’ogni anno il Venerdì Santo, peggio ancora, teatro di pupi.” Ignazio con quel prurito nel cervello non lasciava spazio a niente e a nessuno. Lui non era contro la Chiesa! Ma non sopportava tutto ciò che con le parole era una cosa e con i fatti l’opposto. Non sopportava tutti quelli, come si dice, che “mangiano ostie e cacano diavoli”.

Incominciò ad albeggiare, ma senza voglia, sembrava che il sole quel giorno aveva altro da fare e tardava a spuntare. Quando ci fu un po’ di luce, vide quel cielo di piombo e gli si strinse il cuore. Prese una cartina ci sistemò il trinciato e l’arrotolò, fece due tiri. Il fumo denso salì per aria. La moglie incominciò solerte a fare i lavori di casa. La porta a pianterreno della casa d’Ignazio era proprio nella strada per il calvario, e quella al primo piano si apriva a livello di un’altra strada. Mentre si godeva quella sigaretta, aspettando speranzoso ad un miglioramento atmosferico, a costo di andarsene munito di mantello impermeabile, udì persone che parlottavano all’angolo della strada. Spuntarono quattro persone che portavano il crocifisso in spalla. Quel crocifisso bianco con le braccia movibili, arrotolato in un lenzuolo. Come ogni anno lo andavano a sistemare sotto il calvario. Ignazio pensava: “opera di pupi … arriva la statua con Gesù che porta la croce, lo nascondono dentro il calvario ed escono quest’altro. I preti lo mettono in croce e tutti a piangere e a pregare. Guarda questi … che brama hanno? Potevano restare nella propria casa, o andarsi a guadagnare la giornata … invece …”

 -Svelti che questo tempo non mi piace!

Il parrocchiano più anziano diceva a gli altri due che portavano il crocifisso. Così a passo veloce andavano scendendo per la strada avvicinandosi sempre più. Quando incominciarono le prime gocce d’acqua. Ignazio se la rideva pensando come quei scemi si dovevano inzuppare tutti e quattro. Più si avvicinavano più si intensificava la pioggia, fino a quando in una svista, si trovò tutta quella gente, con quel crocifisso in spalla, dentro casa. L’acqua cadeva a secchiate, sembrò che si aprirono le cataratte del cielo. Ignazio che se non si fosse spostato di davanti l’uscio lo avrebbero travolto, come li ha visti dentro preso dalla stizza disse a loro in maniera spontanea:

-Che portate a casa mia? persone ammazzate?!

-Perdonatemi don Ignazio, non per noi, ma per il Signore!

-Non datevi pensiero, come smette di piovere ve ne andate.-

Quel don gli fece proprio piacere e poi il parrocchiano anziano, era una persona di paese, poteva capitare avere di bisogno. Arrivata la moglie vedendo tutte quelle persone, con quel carico, si spaventò.

-Cosa è successo?

Le spiegarono ogni cosa, lei si fece subito il segno della croce  incominciò a pregare, toccando e baciando il crocifisso. Intanto pioveva a dirotto. L’acqua scrosciava a terra tanto da fare pure le bolle.

-Dove lo possiamo posare mentre aspettiamo?- Gli chiese il parrocchiano anziano.

-Sopra quei fasci di legna …

-No! Nostro Signore … Portatolo sopra, lo mettiamo sul letto.- Così la moglie prese la coltre buona, la sistemò sul letto e vi posarono sopra quel crocifisso. Lei rimase in ginocchio a pregare. Gli altri se ne scesero giù.

-Come piove!

-Sembra non volere smettere!

Mentre due fulmini, uno dopo l’altro, illuminarono ogni cosa e appena dopo, due tuoni si seguirono così forti da spaventare tutti quanti.

-Dovrà smettere di piovere! Buon tempo e cattivo tempo non durano tutto il tempo!-

-Giusto! Don Ignazio!-

La moglie era scesa giù. Mentre il parrocchiano con quest’altro colpo di don si guadagnò pure il caffè.

-Preparaci il caffè a gli amici!-

Ora, il piccolo Ignazio, si svegliò ed entrando nella stanza vide quel crocifisso sistemato sopra il letto, bianco e insanguinato con gli occhi morenti. Quel bambino tutto si poteva aspettare ma non quella sorpresa! Povero Ignazino chissà cosa gli sarà sembrato? Gridò a più non posso, parve che lo stessero squartando. La madre seguita da tutti gli altri, salì di corsa e s’abbracciò il piccolino.

-E’ il Signore! Ignazio! Non avere paura è nostro Signore …

Il bambino era diventato più bianco dello stesso crocifisso, tanto fu lo spavento che incomincio a balbuzziare.

-Che che che che che ci fa qua qua qua qua dentro?

Il parrocchiano anziano rassicurandolo:

-Si è messo a piovere e per non lo fare bagnare ci siamo venuti a riparare tutti qui dentro!

Intanto pioveva a dirotto.

-Don Ignazio avete qualche ombrello, una mantella impermeabile da prestare? Così vado a vedere il da farsi.

-Ho quella quando vado in campagna.- Era una mantella così larga che riusciva a riparare dalla pioggia pure la bestia.

-Anche noi veniamo con lei!

Così tutti e quattro sotto quella mantella nera salivano per la strada, tanto d’occuparla da muro a muro.

Il tempo passava e di quei quattro non ritornava nessuno, mentre pioveva e per la strada l’acqua scendeva da sembrare un fiume.

-Ma dove mizzika sono andati a finire? Che mi scappò!-

-Maritino mio controllati con le parole, perché abbiamo il Signore nella nostra casa!

-Il Signore? Abbiamo un pupo di cartone e gesso sopra il letto!-

-Ti ricordi questa mattina cosa mi hai detto? Che venga lui a trovarti perché tu avevi da fare. Ora lui è qui!

-Coincidenza! Questa è solo una coincidenza! Se per ogni coincidenza dobbiamo scomodare il Signore, va a finire che non sapremmo nemmeno più dove mettere i piedi.

Dopo mezzogiorno la famiglia pranzò abbondante con una minestra di legumi a setaccio. Il tempo sembrò volgere a meglio, ma pioveva lo stesso, in maniera leggera e comunque non smetteva neanche un po’. I vicini di casa iniziarono ad arrivare ed entravano in casa, così chi in ginocchio chi in piedi incominciarono il rosario. In un lampo la notizia che il Signore era a casa di Ignazio V. diventò di dominio pubblico a tal punto la gente incominciò ad arrivare d’ovunque. Sono giunte: le suore con gli orfanelli, le madre cristiane e i preti. Ignazio ogni tanto dava un’occhiata di davanti la porta della sua camera da letto e vedeva tutte quelle commedie, chi si picchiava in petto, chi piangeva dondolandosi avanti e dietro. Usciva un gruppo e ne entrava un altro, altre commedie, altro teatro. Ad un certo punto fu chiamato insistentemente e gli è toccato entrare, stare ai piedi del Signore, così ogni tanto acconsentendo con la testa diceva:

-Che grande onore avere Voscenza qui dentro!

E’ sembrato un vero lutto, mancava per poco che gli facevano le condoglianze, lui in quel momento se lo sentiva intimo quel crocifisso, sistemato sopra il suo talamo con i fiori attorno, le candele di cera accese e le preghiere. Le persone arrivavano e lasciavano spazio ad altri. Questo fatto nuovo smosse tutto il paese. Persone di ogni classe sociale, ricchi, poveri, babbei e mafiosi s’erano presentati. Si voltavano con lui facendogli una specie di inchino. Qualche ed uno, poco sano di mente, gli diede pure la mano. Lui alzava gli occhi al lampadario e gli veniva pure di bestemmiare. Oramai non pioveva più e stava scendendo la sera.

Quando si è fatta l’ora, l’urna di vetro era davanti la porta, c’era una  grande folla di persone con la banda musicale che suonava le marce funebri, l’Addolorata con il suo manto nero che aspettava, il coro dei lamenti, il trictrac, campanelle, i sacerdoti parati, le suore i chierichetti in abbondanza e gli orfanelli. Uscirono il Signore e la folla sobbalzò di fede e di cordoglio, lo sistemarono nella vara. Il primo posto della processione toccò a i parenti più prossimi: Ignazio, moglie e Ignazio figlio.

Quando ritornarono a casa e si sono coricati, a luce spenta, Ignazio pensava a quella strana giornata, ma nessuno gli toglieva dalla testa che è stata una semplice coincidenza, però, un’altra volta, non si sarebbe mai più permesso di scommettere con il Signore! 

        

 

Ignazio finito il racconto rifletté che il ricordo più forte di quel giorno era il grande lutto per la sua famiglia.

-Coincidenza o no, ma parlando di Dio o c’è la fede o niente!- Puntualizzava mastro Paolo.  

-E’ vero! Un uomo o ci ha la fede e allora crede, oppure vive delle cose che vede e non crede a niente.- Aggiungeva sapientemente Salvatore.

-Ora c’è differenza nel credere al Signore con il credere ai preti! Vi racconto questo fatterello …

-Un po’ di pazienza signor Mario, le faccio provare questo vinello così parlate più sciolto.- In un lampo riesce a trovare quattro bicchieri, anche se di formato uno diverso all’altro, li lavò alla meno peggio con lo stesso vino, li riempì dalla botte e si vide salire la schiuma bianca in quel rosso rubino scintillante, li mise sopra una piccola botte messa in verticale, tagliò un pezzo di salsiccia secca, così brindarono, bevvero e mangiarono.

-Miii questo vino è buono!- Fofò si complimentò.

-A questo prezzo, è speciale!- Proseguì il signore Ignazio.

-Signor Mario, ora può raccontare la sua storia!- Incoraggiò così Salvatore.

 

LA DISPENSA

 

Nel Sabato Santo del millenovecentosessantasei in un podere di contrada Funtanagranni una compagnia di parenti si preparavano per la Santa Pasqua. Il signor Mario aveva procurato un agnellone meraviglioso, alle prime ore del giorno, prima che i bambini si fossero svegliati, l’aveva scannato e appeso per fargli scolare il sangue. Era una compagnia abbastanza numerosa. Chi puliva davanti la roba, chi preparava tavoli e sedie, ognuno si dava da fare, sempre con il rispetto all’amato Signore morto, però già si respirava aria di festa. I bambini giocavano, le donne stavano impastando il pane e gli uomini facevano qualche lavoretto nell’orto, mentre altri raccoglievano qualche legno per portare a temperatura il forno pronto per infornare. Quando in quel silenzio mattutino da sopra la collinetta si udì un motore d’auto, era una cinquecento. Come spuntò si fece una strombata festosa. La strada poderale arrivava circa a cento metri dalla roba. I bambini, gli adulti e i cani si sono avvicinati  così videro scendere due preti: uno sembrava una montagna e l’altro piccolino con una testa rotonda e due orecchie grandi, di quelle veramente così dette da prete. Sempre da quella cinquecento, sono scesi due madre cristiane e una piccola suora. Saluti abbracci e baci accoglienza festosa. In una festa più si è meglio è. Nel l’orto non mancava niente, pertanto non era un problema giungere questi posti a tavola.

Angelina, madre cristiana, con quel suo carattere sempre ottimista, mise a conoscenza la compagnia che cercando il modo di fare rilassare i preti, che avevano avuto una settimana faticosa, tra prediche e funzioni, pensò ai cugini di Funtanagranni.

-Avete fatto bene, siete i benvenuti, non datevi preoccupazioni!

-Questo è don Carlo Mangia, questo padre Giovanni Spirdo, la sorella Cristina dei Carmelitani Scalzi e la signora Agnese, non occorre presentarvela perché la conoscete già.

Strette di mano, schiaffetti ai ragazzini e parole di convenienza che i preti sono bravi ad elargire.

Don Carlo, in tutta la sua magnificenza e con una voce portentosa che sicuramente sentivano anche quelli di contrada Landro:

-Per questo incontro bello, e magnifico, ricordando nostro Signore, recitiamo tutti insieme un Pater noster … - Incominciò e tutti in coro di seguito, fece una croce in aria con la mano e la compagnia si liberò con un Amen!

-Gradite un caffè?- Carmela si rivolse agli ospiti, già seduti a tavola sotto la veranda della roba. I preti fecero cenno di gradimento con un sorrisino e una calata di testa.

-Prepariamo la pasta con il pomodoro appena raccolto, un po’ di basilico e formaggio di fossa sopra!- La signora Nora, la mamma di Carmela, riusciva a fare sentire pure il profumo di quel piatto di pasta. -di seguito una gran padellata di patate, melanzane, pepi e cipolle, raccolti ora dall’orto. Il pane caldissimo sfornato al momento, un ottimo bicchiere di vino sincero e frutta a volontà!- La signora Nora era unica, aveva un modo di esprimersi sembrava dipingere tutto quel ben di Dio. Si aiutava con gesti ed espressività da far vedere il fumo e odorare il profumo di quelle pietanze. Tanto che, il pancione di don Carlo sembrò svegliarsi e tutti i presenti udirono le budella che gli si lamentavano.

-Ma lei signora così ci fa morire! Con l’aria che c’è qui, l’appetito si sveglia!- Padre Spirdo intervenne, con quella voce effeminata, a giustificazione di quella reazione del pancione del collega.

-Se avete di bisogno un po’ di aiuto io sono a disposizione- Disse la sorella, con una dolce vocina verginale. Gli uomini si scossero e guardandola bene si sono accorti che era una bella figliola sotto quell’abito, venendo a loro la pelle d’oca. Maricchia, la sorella di Carmela, donna di esperienza, si è accorta di quel turbamento, così la portò con lei a cucinare.

-Don Carlo, che bella funzione! E che predica! Ci ha fatto spuntare le lacrime a tutti. Quelle sue parole hanno scosso pure le mura della chiesa!-

-Grazie signora Agnese, è troppo buona, non merito tanto E’ il Signore che m’ispira e mi da la forza.-

-C’eravamo tutti!- Carmela aggiungeva.

-E poi, padre Spirdo che pazienza, che saggezza! Ascoltare a tutti quanti rinchiuso in quel confessionale … - La signora Agnese sputò quelle parole in faccia a tutti accompagnandole con le mani. Tanto che padre Spirdo calò gli occhi a terra.

-Avete visto? Come abbassò gli occhi a terra? Non dovete essere timido! Che umiltà, questa è tutta santità!- Quella signora Agnese ormai lo fece pure arrossire.

-Bene Giovanni facciamo due passi, ci permettete se ci sgranchiamo un po’?- Don Carlo così lo tolse da quel supplizio ricambiando il favore al collega. Si alzarono e guardarono il forno, grande a cupola fatto con maestria con i cocci di terracotta ricavati dalle tegole rotte. Lavori tramandati da padre in figlio. Si spostarono ancora e trovarono gli uomini ch si stavano fumando un po’ di trinciato.

 -Bella questa campagna! Organizzata bene! Mi complimento!- Don Carlo si è fatto avanti ed s’inserì subito nella compagnia. Padre Spirdo con le manine nelle mani gli stava dietro in silenzio, ma i suoi occhi erano vivaci e stavano attenti ad ogni cosa.

-Faccio del mio meglio. Qui i lavori non finiscono mai e c’è molto da fare … - Il signor Mario rispose contento per quei complimenti.

-Che piacere che da quest’albero grande di pino! E giù vedo che c’è pure un roseto! Quanta grazia di Dio! Solo mani laboriose e oneste come le sue riescono ad operare con solerzia- Don Carlo sembrava ammaliare a tutti con quel suo dire, tranne a Pasquale che scalpitava con il piede e con gli occhi a terra mentre dissentiva con la testa. Tanto che padre Spirdo lo chiamò in causa:

-Lei, come si chiama?

Mario che aveva intuito l’interessamento del prete:

-Lasciatolo stare a Pasquale, perché è laico!

-Io non posso frequentare la chiesa, perché mi ammazzo di lavoro per un po’ di pane e le mie mani fanno arricchire a gli altri!- Rispose Pasquale dimenticandosi le buone maniere per gli ospiti del cognato Mario.

-Le ingiustizie sociali non provengono da Dio!- Rispose padre Spirdo.

-E’ vero! Ma che me ne faccio di Dio se le permette?-

-Ve l’ho detto di lasciarlo stare a Pasquale!- Rafforzava Mario.

-Nostro Signore per la nostra salvezza  si è fatto carne e si fatto umiliare flagellare e uccidere.- Don Carlo risentito.

-Poteva fare di meglio, visto che non è servito proprio a niente!

-A niente? E la vita eterna?

-Mi ascolti, a me basta un po’ di lavoro onesto senza succhia sangue attaccati al mio collo … ORA! La vita eterna, POI si vede. Tanto so come va a finire, che i padroni vi portano una mangiata di soldi e la togliete a me, e quelli poveri come me, che credono a tutte le minchiate che ci raccontate e la date a loro.

 -Io vengo da una famiglia di contadini di Canicattì e mio padre, sempre fedele a nostro Signore, mi ha insegnato l’amore e non l’odio. Con l’odio non si conclude niente. Nostro Signore ha portato l’amore per tutti. Sicuro c’è chi lo coglierà e chi no. Ha portato il perdono per tutti. Ora lei, pensi al suo di perdono e non guardi se gli altri lo meritano o no, o vuole insegnare, lei o i suoi compagni, pure a Dio come giudicare?- Padre Spirdo con quella parlata da gay zittì a Pasquale che tornò a scalpitare con il piede ed a dissentire con la testa di nuovo.

-Gli studi fanno la differenza, caro cognato!

Don Carlo era quello che sparava le cannonate, ma i colpi di fucile di padre Spirdo andavano a segno come quelli di un cecchino.

 

       Quando poi Pasquale s’incontrò con Sasà e gli ha raccontato la discussione di Funtanagranni, quello diventò un diavolo. La barba incolta di Sasà sembrò di spine e gli occhi gli ci sono infuocati ancor più, parlava con la zeppola e pertanto, di tanto in tanto, gli partivano degli sputi, che puntualmente lo colpiva in pieno viso, così gli fece una vera predica.

“Gli dovevi dire, che noi non cerchiamo l’amore, la carità, la pietà, noi cerchiamo il giusto, quello che ci tocca con il nostro lavoro, noi pietà non ne vogliamo da nessuno, perché questa carità, questa pietà, è quello che ci hanno rubato, pagandoci di meno di quello che ci dovevano. Vogliamo la giustizia sociale, per l’amore vediamo in seguito … Anche noi poveri operai proletari abbiamo l’orgoglio di essere uomini come tutti gli altri!”

 

-Vi faccio visitare la casa.

-Ma cos’è questo buon odore?

-Hanno sfornato il pane, andiamo!

Tutti si avvicinarono verso il forno. Mario prese un filone di pane caldissimo lo tagliò e lo condì con olio, sale e pepe nero.

-A me un pezzettino!- Raccomandò padre Spirdo, mentre don Carlo afferrò mezzo filone e incominciò a sgranocchiare. Intanto che mangiava alzò gli occhi al cielo mostrando come gradiva quel pane. Si sono bevuti due sorsi di vino e così si allontanarono di quell’angolo di tentazione, perché quando si incomincia a gustare il pane caldo non si ci sazia mai. Per don Carlo è stato come gettare una goccia d’acqua in un vulcano. Ci si svegliò una fame che avrebbe preso a morsi pure il collo di Pasquale con quella carne cotta dal sole. Così camminando si sono imbattuti in quell’agnellone appeso lì a scolare.

-Oh! Poverino, che fine ha fatto? Chissà come era bello quando belava per il prato? E come poi piangeva prima di ucciderlo? Poverino … innocente animaletto … - Don Carlo sembrava che era sul punto di piangere, gli occhi gli erano diventati luccicanti e il mento gli tremolava. Tanto che a Pasquale gli era venuto il rimorso per avere giudicato così male quel prete così sensibile. Ma Mario pensava che se questo riusciva a mettere sotto le grinfie l’agnello non lasciava a gli altri neanche le ossa.

-Vero è! Sembrava come se lo sapesse e l’agnello piangeva. I bambini che ci avevano giocato fino all’ultimo momento non volevano che lo uccidesse. Ma mio compare me lo regalò per la Pasqua e a tal punto il suo destino era ormai segnato. Così di nascosto ai bambini lo scannai e lo lasciai qui dentro a scolare. Il giorno di Pasqua sicuro che se lo mangeranno pure i bambini.- Mario raccontava  per alleggerire la tensione di don Carlo che aveva gli occhi pietosi ma la bocca di un lupo famelico.

Arrivò quella demone della Nora e incominciò ad entrare in quella discussione:

-Questo qua, domani, assaporato con l’olio, l’alloro e il pene nero messo dentro il forno con un po’ di patate, il solo odore farà morire a tutti!

-E’ Sabato Santo e nostro Signore è morto, si fa peccato mangiare carne … in caso contrario meglio di questa occasione non ci sarebbe stata con questi nobili ospiti a Funtanagranni!

-Piccatu!- allungò il muso con rammarico don Carlo, con quella sua prima parola in siciliano.

 -Una soluzione ci sarebbe!- padre Spirdo disse guardando a tutti. Mario pensò: “guarda questo gran cornuto, rispettando i sacramenti! L’avevo dimenticato che sono i preti a saperne una più del diavolo!”

 -Quale soluzione Giovanni?

-Quella di andare nella curia vescovile e dal nostro monsignore farci fare una dispensa per l’occasione!

-Una dispensa!! Si ma dobbiamo andare ad Agrigento e chissà se sua Eminenza si trova in sede!

-Beh! Nella vita bisogna avere fede! E’ questo che predichiamo a tutti, no? In un pajo d’ore e siamo di ritorno!

Gli occhi di padre Spirdo non lasciavano intendere niente di buono, sembravano che schiaffeggiasse e tirassero le orecchie a don Carlo che non capiva.

-Andate pure, per noi non manca!- Disse Mario piangendo e pentito amaramente.

-Vi faccio vedere come si cucina l’agnello!- Contenta disse Nora. Pasquale si chiedeva dove andò a finire tutta quella pietà del prete per l’agnellone?

Salirono tutte e due sopra la cinquecento e seguiti da una nuvola di polvere andarono via per la strada poderale.

-Dovranno arrivare ad Agrigento, dovranno trovare il vescovo, lo dovranno convincere a stilare questo documento, poi dovranno tornare, ci vorrà sicuramente più di due ore … Lo sai che ti dico, Pasquale? noi prendiamolo un boccone poi si vedrà.

Il tempo che si mangiarono un pezzo di formaggio e un po’ di pane, qualche uliva sotto aceto, quattro fette di melanzane sott’olio, terminarono di bere due bicchieri di vino, si pulirono la bocca con il tovagliolo ridendo come due scemi, che udirono strombettare allegramente da sopra la collina la cinquecento di ritorno con padre Spirdo che sventolava il pezzo di carta da fuori il finestrino. Mario e suo cognato si guardarono rincretiniti negli occhi.

-Quanto tempo è passato Pasquale?

-Forse si forse no, mezzora!

Tutti sono andati a posto d’auto e i bambini gridavano allegramente.

-Il Signore ci è venuto incontro e quando siamo passati dalla Matrice, abbiamo avuto la lieta notizia che sua Eminenza era in visita dal vostro arciprete.- Disse con il cuore don Carlo.

-E molto benevolmente ci ha fatto subito la dispensa, augurando a tutti, anche a voi, un buon pranzo e una felice Santa Pasqua.

Padre Spirdo mostrò quel documento sventolandola in aria e piegandola se la conservò sotto la tunica.

Nora non si è smentita, cucinò l’agnello, ed giusto che si dice, divinamente. Ora mentre Mario e Pasquale erano sazi e non hanno potuto abbuffarsi come si doveva. Don Carlo è sembrato un lupo pronto a sbranare chi ci toglieva quell’agnello da sotto le grinfie. Padre Spirdo gradì ma con moderazione. Così si fece quella Pasqua di Sabato Santo. Ma il signor Mario tutt’ora non crede a quella coincidenza. La moglie gli dice sempre:

-Ci vuole fede!

Salvatore immediatamente gli disse: -Caro cognato, ti meravigli? Come nostro Signore non lasciò niente di scritto e tutto ciò che si legge fu scritto dai preti e loro consimili e hai ingoiato tutto e per questa ti stai confondendo? Ti sei mangiato l’asino e ti stai confondendo per la coda? Gli studi fanno, caro cognato!

Quando Sasà è venuto a conoscenza pure della dispensa mise in un angolo della Camera del Lavoro a Salvatore, sgranando gli occhi e sputandolo tutto continuò la predica:

“Con queste carte scritte hanno preso in giro interi popoli. Hanno fatto diventare Gesù un servo del potere. Quando gli dissero a Gesù s’era giusto pagare le tasse a Cesare che aveva colonizzato il suo popolo, c’è scritto, c’è scritto, che ha risposto:- fatemi vedere una moneta, di chi è quest’effige e questa scritta?- Gli hanno risposto: -di Cesare!- Allora lui disse a loro: -Per questo motivo date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio!- E così stettero zitti tutti. Ma io dico e chi è Andreotti che se ne uscì con una battuta! Lo stesso Gesù che fece pentire a Zacheo di essere esattore di Pilato? E lo convinse ad abbandonare quel posto disonorevole! Lo stesso Gesù che diceva fossero simili il mestiere dell’esattore e quello della prostituta che vende il proprio corpo per soldi. Poi in questo passo parla di Dio e non di suo Padre. E’ questa è la buona notizia di Gesù, il credo, che Dio è suo Padre e Padre Nostro!I vangeli sono stati scritti nel quarto secolo dopo Cristo, appositamente per mettere d’accordo il potere politico e la religione!”

Salvatore che non parlava e se ne stava a labbra strette, per paura che i sputi gli andavano in bocca, pensava che padre Spirdo gli avrebbe saputo rispondere se fosse stato presente.

 

 

Il signor Mario, finito il racconto, rimase un po’ su pensiero a testa bassa per quella sconfitta. Salvatore per allentare quel momento invitò tutti:

-Beviamo!

Così bevvero festanti.

-Facciamo questo brindisi a l’agnellone di Mario!- Ridendo sfotté mastro Ignazio.

-Io non ho molta confidenza con i preti.- disse Salvatore –Ma ho una fede grandissima al nostro Santissimo Crocifisso, perché è veramente miracoloso. E di generazione a generazione lo abbiamo portato in processione il tre di maggio. Io ora ho lasciato il posto a mio figlio. Don Paolo diglielo tu le volte che lo hai dipinto come puntualmente si è messo a piovere …

-Vero è, ma il Crocifisso di Montallegro è ancor più miracoloso!- Disse seriamente Paolo tanto che tutti si guardarono stupiti, come dire: “e non se ne sa niente?”

 

IL CROCEFISSO DI MONTALLEGRO

 

Il signor Paolo I. è stato un pittore di grande maestria, non solo per imbiancare mura e case ma per vere opere di pittura. A Siculiana, ricordando l’artigianato dei tempi passati, ancora oggi vengono chiamati pittori pure gli imbianchini, è come chiamare i musicanti musicisti, senza togliere che tra i musicanti possono esserci anche grandi musicisti. L’artigianato nei tempi passati era molto vicino all’arte. Il nostro paese, prima dell’emigrazione, vantava di bravi mastri artigiani d’ogni genere: ferrai, falegnami, muratori e pittori. Mastro Paolo era spesso richiesto da l’arciprete C. per ritoccare la chiesa, a tal punto che gli fece fare rifacimenti in alcuni quadri, come quelli della via crucis che ancora oggi si trovano alla Matrice, opere del XVIII secolo di Politti(?).

Di tanto in tanto rifaceva la croce della vara del Santissimo Crocifisso, fissando le lamelle d’oro e dipingendo pure il simulacro.

      L’arciprete N. di Montallegro, che prima era stato cappellano a Siculiana e così conosceva l’operato del signor Paolo, lo chiamava pure per lavori nella sua chiesa.

      Si avvicinava la Pasqua del millenovecentosettantasei il signor Paolo come ogni mattino andava a lavorare nella chiesa di Montallegro.

-Don Paolo, oggi le porteranno il crocifisso che mettiamo in croce il Venerdì Santo, veda di sistemarlo come meglio può, perché è un po’ malridotto.

     Mentre stava incominciando a prepararsi gli attrezzi e due appoggi dove sistemarlo per poterci lavorare, udiva canti religiosi, prima lontani poi sempre più vicini:

-Signore amato,

Figlio tanto desiderato,

Hai patito la frusta e la croce,

Ci hai dato la via e la pace.

Signore amato

La Madre Ti ha cercato

Per trovarti su questa croce

Per donarci l’amore e la luce.

Signore amato,

Figlio tanto desiderato,

ascolta da questa croce

ogni pianto ogni voce.

Affacciatosi vide quattro donne che portavano su una specie di barella quel crocifisso, attorniati di un gruppetto di bambini che li seguiva. Andavano camminando a passo lento, in una strada parallela alla chiesa. Don Paolo vedendo quella scena si emozionò. Vedere quel Cristo con quell’insolita processione di donne e bambini commuoveva veramente.

-Buongiorno, mastro Paolo!

-Buongiorno! Entrate, sistematelo qui.

-L’ho avuto a casa mia, messo dentro una cassa. Ora padre N. ci ha detto che quest’anno lo dobbiamo riparare per il Venerdì Santo e meglio di lei per questo lavoro non c’è nessuno.

-Grazie, faccio del mio meglio.

Don Paolo guardava quel crocifisso che aveva buchi nella pianta dei piedi, in un fianco, insomma era veramente ridotto male.

-Ce n’è lavoro!

-L’affidiamo alle sue mani e alla sua maestranza!

Quelle donne si misero davanti al crocifisso recitarono un paternostro e segnandosi la croce inviarono baci con le mani, poi a testa bassa sono uscite. Don Paolo, rimasto solo, incominciò a studiare il da fare. Poi incominciò a prepararsi il gesso nel recipiente, la cazzuola, l’acqua. Rifletteva mentre il da farsi e pensava ad alta voce: “… le pezze di tela per inzupparle nel gesso per otturare quei buchi, di seguito incominciare a rifinire con la carta vetrata e infine passare alla pittura...” Era solo, lui e quel crocifisso, in quel grande ambiente. Era pratico di queste cose, e non aveva tanta apprensione, per lui era solo lavoro. Prese un pennello e incominciò a spazzolare la polvere, poi con una panno leggermente inumidito incominciò a togliere qualche macchia più ostinata. Mentre operava in tal senso s’avvicinava per osservare con più cura, così si avvicinava al volto del simulacro e non poteva fare a meno di guardare quegli occhi derelitti, quel dolore segnato, quella bocca, si alzò la testa e lo guardò tutto intero. Incominciò a pensare i patimenti sofferti che ha dovuto provare come uomo. Ricostruiva mentalmente tutta la Passione del Signore. Quando si girò per bagnare il panno nell’acqua, gli è sembrato al limite del suo campo visivo, come se quel crocifisso si fosse mosso …

“Si è mosso? O non si è mosso? E’ stata una mia impressione …” penso dentro se. Per questo motivo quando lavorava nelle chiese pensava a tutt’altro che cose religiose. Si voltò di scatto come se lo volesse cogliere di sorpresa, una volta e un’altra volta ancora. Niente! Fermo!

“Di certo sono stati i miei occhi che mi hanno giocato!”

Riprese il lavoro e con lena finì di pulirlo, prese un panno asciutto ed incominciò ad asciugarlo. Stava asciugando il viso, quando ad un palmo del suo naso, vide che la testa di quel crocifisso si spostò da sinistra a destra come se dicesse no! Don Paolo saltò per aria facendo un volo indietro. Ancora con il panno in mano guardava quel crocifisso disteso tutto bianco e quel sangue ci è sembrato vivo, gli occhi sembravano chiedere aiuto. Don Paolo ormai aveva lo stomaco sotto sopra per il grande spavento. E non fu finita lì. Mentre don Paolo ormai pensava a voce alta:

“Non può essere vero! Non può essere che una statua di cartone e gesso si muova. Queste cose lasciamole credere alle donne. E che è la prima volta che faccio questi lavori?!”

Così si animò di coraggio e si stava avvicinando di nuovo, ormai era preso dalla paura così ogni movimento lo faceva lentamente. Come stava per toccarlo con il panno, quel crocifisso si è scosso tutto su quel piano facendo gran rumore. Don Paolo lanciò il panno in aria e scappò per fuori. Diventò bianco in viso come quella del crocifisso. Resto davanti la porta, fermo con il cuore che ci stava scoppiando.

-Si è mosso! Il Signore si è mosso tutto! Miracolo! Miracolo!- Disse a voce bassa e con fermezza. Rimase fuori a pensare a quel miracolo e che non aveva voglia di raccontarlo proprio a nessuno, neanche alla propria moglie.

“Non voglio fare la parte del visionario. Non fa per me!”

Si decise a guardare di nuovo quel crocifisso disteso fermo, ma con timore e rispetto, lì davanti la porta facendosi il segno della croce:

-Signore perdonami quanto sono miserabile e meschino …

Mentre disse queste parole si scosse ancora, ma questa volta dal buco del fianco del simulacro don Paolo vide uscire tre ratti schifosi con il pelo irto e le code lunghe. Saltarono come diavoli e si sono rintanati negli angoli di quell’ambiente. Ora a don Paolo gli fu tutto chiaro, subito si rasserenò ed entrò di nuovo.

“Se fosse fuggito questo per me sarebbe stato un autentico miracolo. E qui non si trattavano di lacrime, ma della statua che prendeva vita e si muoveva. E potevo giurare che era tutto vero.”

       Si rimise a lavorare con timore e reverenza, facendo un opera veramente magnifica. Quando poi il Venerdì Santo ha voluto andare a vederlo in croce, insieme alla moglie, lei nativa di Montallegro, il signor Paolo lo guardava e pensava a quello che era successo:

-Signore mio … quanti patimenti per tutti noi!

Mentre pronunziava queste parole nuove, tanto da fare stupire la moglie, gli è nato un pensiero:

“E se il Signore notando la mia vigliaccheria, trasformò il miracolo in una sciocchezza qualsiasi? Lui può cambiare ogni cosa, pure una verità per un’altra!”

 

Quando don Paolo raccontò questo fatto lo fece con smorfie e gesti da fare sbellicare a tutti quanti dalle risa. E il suo dubbio se lo è tenuto per lui, e non è per paura di essere preso per credulone, ma perché è un fatto così bello da considerarlo un autentico tesoro da tenere nascosto e così pensarci nei momenti di sconforto. Pensare che il Signore ci vuole bene uno per uno.

-… e questo è il crocifisso di Montallegro!

Concluse così il discorso, facendo ancora ridere tutti.

-Il nostro Santissimo Crocifisso, quello si ch’è veramente miracoloso!- Accorato disse il signor Salvatore –Ecco, dopo questo racconto ci vuole un altro bicchiere di vino.

-In questo modo non riusciremo ad andare a casa con le nostre gambe!- Protestò senza convinzione don Paolo. Riempirono i bicchieri con quel vino generoso, che ormai tutti avevano preso il palato e il gusto.

-Hai visto? Caro Paolo, tu hai insistito a guardare ed hai scoperto il vero mistero di quel miracolo. E forse anche negli altri miracoli se s’insistesse ad indagare più affondo si scoprirebbero i misteri che vi sono sotto.

Disse Ignazio con convinzione, il quale dal padre non prese solo il nome ma anche il prurito nel cervello. Ad un certo punto Fofò, che beveva e mangiava ridendo e intercalando mizzika di tanto in tanto, se ne uscì con questa frase:

-La fede è fede! E certe cose si possono vedere solo con gli occhi della fede.

-Ma con quale occhi? E con quale fede? Se don Paolo fosse scappato, ora avrebbe raccontato, magari prendendo coraggio dal vino, che il crocifisso di Montallegro ha fatto il miracolo! Ma lui è tornato a guardare e non è fuggito, ha visto che Dio non c’entrava in tutto quel mistero, caro Fofò!

-Quello che dice lei risponde a vero, ma …

-Non c’è “ma”!

-Mi faccia finire di parlare!

-Permettigli di parlare Ignazio – Lo riprese Mario –Siamo qui per dire ognuno la nostra.

-Parla Fofò!- Convenì Ignazio.

-Volevo dire, il Signore, quando fa un miracolo, lascia sempre una porta aperta, dove uno può fuggire, non ci imprigiona nella sua verità.

-Troppo complicato sei per tutti noi!- Gli disse Salvatore –Lo sai che ti dico?Guarda, riempiamo questo bicchiere ch’è vuoto, così ragioni ancora meglio.

-Lui ha studiato per prete.- Mise a conoscenza a tutti don Paolo. E tutti così non mancarono di fare la loro battuta di spirito.

-Ora vi racconto come dalla disperazione, perché non sapevamo come fare quel Venerdì Santo, quando hanno ristrutturato il calvario e l’impresa appaltatrice non riuscì a completare in tempo, siamo poi passati alla gioia. Vi racconto come la fede verso nostro Signore, con diverse coincidenze, ci ha risolto ogni impedimento.

 

LA CROCE RITROVATA

 

La settimana santa del duemilaquattro stava arrivando e c’era un’aria di ansia e incertezza. L’arciprete ormai si era stancato di andare e tornare dal municipio. L’impresa non ci riusciva ad alzare la croce sul calvario per il Venerdì Santo. A noi Siculianesi quando abbiamo visto calare la croce di don Antonio Gagliano e quel calvario decollato ci siamo sentiti morire il cuore, rinata la paura atavica che la storia ci tramanda. E allora? Allora la crocefissione si farà davanti la chiesa Madre. E sopra quale croce? E fu per questo motivo che cercando insistentemente di seguito alla sacrestia in uno stanzone, ora poco agibile, dove l’arciprete C. lo utilizzava come ritrovo parrocchiale mettendo dei bigliardini e tavoli con sedie, che in un muro trovarono una croce. Fofò ha avuto con chiarezza il ricordo quando con don Paolo, attrezzati di pompa imbiancarono le mura. L’arciprete C. gli aveva ordinato d’imbiancare pure la croce in modo da confondersi con il muro. E così fu fatto: Fofò messo alla pompa a pompare e il signor Paolo a spruzzare. Ora l’arciprete R., pronto a vedere la mano di Dio in ogni cosa, disse, con voce tonante:

-Osservate come il Signore ci ha fatto trovare la croce?

-Non solo, costatate che coincidenza … è proprio quella che ho imbiancato quando ero ragazzino!

Erano presenti pure Santo e Totò presi di meraviglia per quell’aiuto del Signore. Allora si disposero in modo per alzarla dai chiodi a elle che la trattenevano al muro.

-Min…è pesante!- Esclamò Fofò.

-Facciamo forza tutti insieme al mio tre- Disse Santuzzo sempre pronto e convinto dei suoi fatti. –Uno, due e tre!

Prrr!!! Qualcuno per lo sforzo ha arieggiato!

-Adagio!- Consigliò l’arciprete.

Santuzzo convinto sempre delle sue capacità organizzative:

-Proviamo di nuovo!

-Ma che devi provare di nuovo? qui ci vuole l’aiuto! Il Signore ci dovrebbe mandare qualcuno ad aiutarci.

E cosa è stato? E’ sembrato che il Signore ascoltò quelle parole. In un batter d’occhio sono arrivati: Michele, Pietro e altri due che non vi è ricordo. Quella croce fu presa di peso e portata fuori.

-Ora è compito mio, come la ho imbiancata ora la carteggio.- Disse Fofò.

-La dobbiamo riportare al suo colore originale!- Continuò Santo.

Così si misero all’opera con tanti curiosi attorno. Presero a carteggiare di qua e di la con lena. Quando come per magia si è aperto un piccolo sportello ed uscì una pergamena arrotolata. Fofò non si era accorto di niente, quando uno dei curiosi gli chiese:

-Cosa è quella cosa che hai tra le mani?

Leggendo quel documento che portava la data del 1892(?) si veniva a scoprire che quella croce fu fatta proprio per questa evenienza. “Questa croce è stata costruita appositamente per quando il calvario è inagibile.”

L’arciprete leggendo diventò paonazzo e con voce tonante ed alzando le braccia gridò:

-Miracolo!!

I peli di tutti i presenti si rizzarono! Infine l’arciprete chiamò i giornalisti e rese pubblico il fatto. Fotografie all’arciprete, alla croce e al documento. Il Giornale di Sicilia pubblicò ogni cosa.

      L’arciprete aveva scritto una cronica di quei fatti citando tutti gli attori per infilarla dentro quello sportello, insieme all’altro documento, per futura memoria, poi, amaramente ricorda Fofò, dimenticò a collocarcela.

      Ora sorge un altro problema come si mette dritta questa croce? Occorreva costruire una base di legno, tale da potere eseguire la crocefissione. Ci voleva del tempo ed era quello che mancava.

      Intanto continuavano i preparativi per i festeggiamenti della Pasqua. Fofò che era della confraternita dell’Arcangelo Michele, ed avevano bisogno di una vara per portarlo, si è ricordato che ce n’era una nella piccola chiesa di San Francesco. Questa vara serviva per la Madonna Addolorata, statua di buona fattura di terracotta, che si portava in processione per l’autunno invocando la prima pioggia dopo l’arsura dell’estate. Questa statua ha avuto un triste destino, mentre baldi giovani la stavano entrando nella chiesa Madre le hanno fatto saltare la testa facendola battere nella porta che per metà era rimasta chiusa non sfruttando tutta l’altezza. Poi questa testa fu incollata alla meno peggio. Così fu portata nella chiesetta di San Francesco e posta sopra l’altare dove ancora si trova. Quando Fofò e Santo guardarono quella vara scoprirono al centro una feritoia rettangolare così si dissero l’un l’altro:

-Eppure questa vara deve essere la base di quella croce …

Ed era vero! Quando provarono la croce entrava alla perfezione. Così quel Venerdì Santo fu tutto all’insegna di quella croce ritrovata, posta davanti la Matrice. L’arciprete ha fatto un sermone con argomenti freschi, con i sospiri delle persone egli occhi pieni di lacrime scintillanti. Tuonava la sua voce che ognuno deve cercare la fede autentica come si è cercata questa croce.

          Questa è solo una pagina scritta nel gran libro della storia del calvario di Siculiana. Era più di un secolo che le intemperie abbattevano la croce a terra nel nostro calvario. E proprio in quella data, visto che ancora quella del calvario non era pronta, avevano costruita quest’altra di ricambio, che all’occorrenza veniva issata davanti la chiesa delle Grazie. Poi, nel 1925, il mastro ferraio Antonio Gagliano ne costruì una di ferro, poco ortodossa perché non proprio come dicono le scritture in quanto non era di legno, comunque resistente tanto da durare fino a quell’anno. Il mal tempo non ci riuscì ad abbatterla ma la politica si! E nel 2004 andò a finire a terra. I responsabili del Comune hanno asserito che si era arrugginita ed era pericolosa per l’incolumità delle persone. Così i Siculianesi ci siamo trovati di nuovo senza croce nel calvario. Intanto quella croce di mastro ‘Ntoni ormai si è persa. Ora al calvario vi è una croce tutta nuova di legno come dice il Vangelo. Ma questo Venerdì Santo del 2009 la pioggia non ha permesso la funzione al calvario.

 

 

-Ora dico io, quale bisogno c’era di fare tutta questa prosopopea? Se la carta scritta era chiara: è stata costruita per quello scopo, conservata per quello scopo e trovata per lo stesso scopo. Dov’è il miracolo?- Il signore Ignazio parlava così con animo.

-Sono state tante le coincidenze caro signore Ignazio!-

-E’ vero quante ne ha viste questo calvario da esserci scritta una lunga storia.- Disse Mario.

-Insomma, lo sapete che vi dico? Andate tutti a quel paese che ormai ha smesso di piovere.  

          Così fini quell’assemblea e ognuno tornò a casa propria, saziati e allegri. La sera quella croce ritrovata fu di nuovo adoperata, questa volta dentro la chiesa. Tutti loro sono andati a visitare il Signore messo in croce con le proprie consorti e salutandosi l’un l’altro con una alzata di testa ricordarono questa coincidenza del Venerdì Santo di questo 2009.

 

FINE?

NOTA DELL’AUTORE

Questa storia si basa su fatti accaduti realmente, solo che, con la mia pretesa di volere fare letteratura, li ho accresciuti con la mia fantasia. L’incontro dei personaggi non è successo realmente è solo l’impianto del conto. L’ho finito di scrivere l’11 settembre del 2009 e proprio questo giorno quando sono uscito ho trovato affissi nei muri gli annunci funebri del signore Ignazio V. Pace a l’anima sua. Non posso fare a meno di costatare la coincidenza … 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

APPENDICE

 

U CARVARIU DI SICULIANA

DI

Alphonse Doria

Siculiana, 13 gennaio 2008

 

All’epuca di Francescu Borboni

Vinniru i Patri Luquorini ‘nmissioni

Si fici u calvariu pi l’occasioni

Cu a cuntintizza d’a pupulazioni

D’u trentacincu a u quaranta

Fu la durata di dda Cruci Santa

Na timpesta furiusa si ci avventa

Sdradicannula tutta di sana chianta.

fu mastru Saveriu Vasili ca l’jsà

cu quattru tarì iddu si pagà,

 Gracioppu p’u’ tarì u tammuru sunà

E Siculiana gloria accussì cantà.

Ma a l’ottucentuquarantaquattru

U carvariu santu fu arrè distruttu

U storicu ‘un dici comu fu u fattu

Ma a la ricostruzioni detturu attu.

‘Ntoni ‘Mpiduglia cu Tanu Schillaci

cu n’antenna d’u bastimentu fici

cu ‘mpegnu e fidi sta Santa Cruci

prigannu ca stavota truvassi paci.

Ma ni l’ottucentucinquarantanovi

Fu arrè ‘nterra, u populu si commovi

Rifatti i ligna d’a cruci comu novi

Siculiana di gran fidi detti provi,

Ma u sapiti quali fu a cosa bella?

Ca quannu fu chiantata cadì a cappella!

La storia putroppu ‘un finisci accussì

Ca ni lu millottucentuottantatrì

Na ddragunera cu tutt’a forza l’abbattì.

Purtati li pezzi a la Grazia fu rifatta

Puru a cappella cu tantu di porta;

N’ogni misi di marzu, data esatta,

 Na missa ogni venniri ci fu fatta.

Pari fantasia ma pi falla curta

Na lu novantadui fu arrè distrutta

L’opira fu affidata a li Marinisi

N’u novantacincu a dritta si rimisi,

n’u novicentudeci fu arrè tra i disi

p’‘u’ curriri priculu i siculianisi.

Ora pi vuluntà l’opira affidaru

Dopu ca quinnicianni sani passaru

A ‘Ntoni Gaglianu gran mastru firraru.

Fu chiù forti d’u ventu, iddu: Cuffaru!

A storia cuntinua di lu Carvariu

E m’addumannu: è vuliri di Diu,

Oppuru, u tuttu ni veni dall’ariu? [1]

 

 

 ‘RRESTA L’ESEMPIU

DI

GASPARU VELLA

Siculiana, 1925

‘Ntoni Gaglianu di Siculiana

fici a cruci cu gran ‘ntilligenza,

a manu d’opira ha statu senza grana,

si vitti ca fu un omu di cuscenza.

Travagliava duminica e simana,

l’haiu vistu ju stessu di prisenza.

Ogni annu nni sta cruci si cci acchiana,

‘rresta l’esempiu, ognunu ci penza.

 

 A CRUCI PERSA

DI

Alphonse Doria

Siculiana, 14 sett. 2004

 

Cu i finanziamenti d’a Regioni

Fu fattu u novu carvariu

 ‘un si nni fici prucissioni

picchì all’annu ‘un cumplitaru

l’arcipreti e i fedeli cu dispirazioni

chiancivanu a vecchia cruci c’allavancaru

quannu cu tanta emozioni

‘n’atra pi l’evinenza nni truvaru

tantu ca fu fatta pi st’occasioni

e nni u rotulu di carta u scriveru.

S’addumanna di ‘ncelu don ‘Ntoni:

“E dda cruci ca fici cu amuri veru?

E nno cu i sordi di a Regioni

Di i voti e di a speculazioni!”

Ch’era purrita m’arrispunneru:

“Forsi pi ferru vecchiu s’a purtaru?”

Ora pensu cruci si nni trovanu

E cristi pi ‘nchiuvariccilli vidè

Ma dda fidi di ‘Ntoni Gaglianu

Nni i sordi d’a Regioni cchiù nun c’è.

 

PACI PI STA CRUCI

Oturi
Fracesco Ingraudo
Siculiana, 6 jnnaru 2008

 

Di matina pi Santa Cruci passannu
Signannumi comu a fidi cumanna
Ni na strana pittura l’occhi mi vannu:
A cappella tutta tinciuta stramma!
Du facci di diavula cu tantu di corna
Na cruci ‘nmezzu a na ciamma.
A genti cirmunia pi jorna e jorna
Ca o assatanati o figli di mamma
Foru bravi d’ingegnu e artisti
Forsi pi diri a stu gran paisi
Ca ‘un su ne taliati a mancu visti,
Ma p’i fideli sunnu mali offisi.
“E forsi n’i cattidrali francisi
ddi diavuli di petra a li cruci misti
di u Santu Papa nu’ su pirmisi?”
“BLASFEMIA!” Dissiru i milanisti:
“tingeru u diavulu cu i culura interisti!”
Tunaru i parrina di tutti li chiesi
“dativi na karmata fratelli Siculianisi!”.
‘Navanti l’opira ci misuru ‘un velu
dici ca foru picciotti e li scruperu.
Dopu jorna i carrabbinera ci eru
E si ficiru suliddi ‘a calata d’u velu’
Pi fotografari l’opra di Santa Cruci.
C’u tempu ju fici chiù d’u’ pinzeru:
com’è ca sta cruci ‘un havi paci?
M’appellu a fideli chiddu sinceru:
‘u mi diri ca ti scantassi… taci!
Ca ni l’indifferenza è veru mali
Quannu affenni n’animu sensibili!



[1] Notizie tratte da “Siculiana Racconta” di Paolo Fiorentino.

 

 

 

TRASLAZIONE

 

IL CALVARIO DI SICULIANA

DI

Alphonse Doria

Siculiana, 13 gennaio 2008

 

All’epoca di Francesco Borbone

Sono venuti i Padri Liquorini in missione,

si edificò il calvario per quella occasione

con la felicità di tutta la popolazione.

Dal trentacinque al quaranta

È durata quella Croce Santa.

Una tempesta furiosa si ci avventa

Sdradicandola tutta intera dalla base.

E’ stato mastro Saverio Basile che la rimise

Con quattro tarì lui si pagò,

Gracioppo per un tarì il tamburo suonò.

E Siculiana gloria cantò.

Ma nell’ottocentoquarantaquattro

Il calvario santo fu di nuovo distrutto,

lo storico non dice come sia successo,

ma alla ricostruzione fu dato permesso.

Antonio Impiduglia con Gaetano Schillaci

Con una antenna di un bastimento fece

Con impegno e fede questa Santa Croce

Pregando che questa volta trovi pace.

Ma nell’ottocentoquarantanove

Fu di nuovo per terra, il popolo si commuove.

Rifatti i legni della croce come nuovi

Siculiana di una gran fede dette prove.

Lo sapete quale fu la cosa bella?

Che quando fu piantata cadde la cappella!

La storia purtroppo non finisce così,

ché nel milleottocentottantatre

una bufera con tutta la potenza l’abbatté.

Portati i pezzi alla Grazia fu rifatta

Pure la cappella con tanto di porta;

in ogni mese di marzo, puntualmente

una messa ogni venerdì fu celebrata.

Sembra un racconto di fantasia, per farla breve

Ma nel novantadue fu di nuovo distrutta.

L’opera fu affidata agli Empedoclini

Nel novantacinque fu di nuovo dritta

Nel novecentodieci fu posta sull’erba,

perché era non agibile.

Ora per volontà affidarono l’opera

Dopo che passarono ben quindici anni

Ad Antonio Gagliano gran mastro ferraio.

E’ stato più forte del vento, lui: Cuffaro!

La storia continua del calvario

E mi chiedo: è volontà di Dio?

Oppure, ogni cosa ci capita a caso?

 

RIMANE L’ESEMPIO

DI

Gaspare Vella

Siculiana, 1925

 

Antonio Gagliano di Siculiana

Costruì la croce con grande intelligenza,

la mano d’opera è stata senza soldi,

si costata che è stato un uomo di coscienza.

Lavorava sia la domenica che nei giorni feriali,

io stesso l’ho visto di persona.

Ogni anno in questa croce si ci sale

E rimane l’esempio, ognuno si ricorda.

 

LA CROCE PERSA

DI

Alphonse Doria

Siculiana, 14 settembre 2004

 

Con i finanziamenti della Regione

Fu costruito di nuovo il Calvario

Non si è fatta processione

Perché all’anno non sono riusciti a completare.

L’arciprete e i fedeli disperati

Piangevano la vecchia croce che abbatterono,

quando con tanta commozione

un’altra per l’evenienza ne hanno trovata

tanto che era stata costruita per questo motivo

ed era scritto in un rotolo di carta.

Si chiede dal Cielo don Antonio

“E quella croce che io feci con amore vero?

E non per i soldi della Regione,

dei voti e dalla speculazione!”

Mi hanno risposto che era corrosa:

“Forse la portarono via per ferro vecchio?”

Ora penso: croci se ne trovano

E cristi per inchiodarli sopra pure,

Ma quella fede di ‘Ntoni Gagliano

Nei soldi della Regione più non c’è.

 

 

 

PACE PER QUESTA CROCE

Autore

Francesco Ingraudo

Siculiana, 6 gennaio 2008

 

Di mattino passando per Santa Croce

Segnando come tutti i fedeli

Non ho fatto a meno di notare una strana pittura:

la cappella tutta dipinta in modo stravagante!

Due volti di diavoli con tanto di corna

Una croce in mezzo ad una fiamma.

La gente mormora per giorni e giorni

Che o assatanati o ragazzi

Sono stati abili d’ingegno e arte.

Forse per dire a questo paese

Che esistono pure loro.

Ma i fedeli l’hanno presa come un’offesa.

“Forse nelle cattedrali francesi

Quei diavoli di pietra mischiati alle croci

Dal Santo Papa non sono permessi?”

“BLASFEMIA!” Dissero i milanisti:

“hanno colorato il diavolo con i colori interisti!”

Tuonarono i preti da tutte le chiese

“datevi una calmata fratelli Siculianesi!”

Davanti quell’opera posero un velo,

si dice che furono ragazzi e li hanno scoperti.

Dopo dei giorni i carabinieri ci sono andati

E in solitudine hanno fatto -la calata del velo-

per fotografare l’opera di Santa Croce.

Con il tempo io ho fatto più di due pensieri:

come mai questa croce non ha pace?

Mi appello al fedele quello sincero:

non mi dire che ti sei spaventato … taci!

Che nell’indifferenza vi è il vero male

Quando offendi un animo sensibile!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   

    

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Via Calogero Callea, dove u zzu ‘Ngaziu (figliu) ha avuto l’officina di maniscalco, ora non più operante perché in pensione.

[2] Vedi appendice.

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lunedì, 14 settembre 2009
KUMUNIKATU STAMPA FNS - COMUNICATO STAMPA FNS L'FNS RICORDA IL 143° ANNIVERSARIO DELLA RIVOLTA DEL "SETTE E MEZZO". Gli Indipendentisti di lu Frunti Nazziunali Sicilianu ricordano che il 15 Settembre del 1866, a Palermo e nel circondario, iniziò la grande sommossa popolare che sarebbe stata denominata "RIVOLTA DEL SETTE E MEZZO" per la sua durata di oltre sette giorni. La "RIVOLTA", com'è risaputo, dopo il successo iniziale, fu domata soltanto il giorno 22 ed in modo tragico, soffocata nel sangue dai massicci "bombardamenti" sulla Città, effettuati con i cannoni della Flotta Militare Italiana e con le artiglierie del'Armata di 40.000 soldati, agli ordini del Commissario Regio, Generale Raffaele CADORNA. Il Governo fu costretto a proclamare lo STATO D'ASSEDIO e ad adottare, contro il Popolo Siciliano, procedure repressive di sapore colonialista. Anzi NAZISTA ante litteram. Furono adottate rappresaglie, persecuzioni, violenze, torture ed esecuzioni sommarie. Il più delle volte senza alcun processo, perchè le Autorità italiane non volevano lasciare traccia delle tante violazioni dei Diritti dell'Uomo che stavano compiendo. In gran parte, comunque, DOCUMENTATE e sopravvissute alla CENSURA (come nel caso degli 80 progionieri fucilati per ordine dell'Ufficiale dei Granatieri Antonio CATTANEO). Alla fine si contarono migliaia e migliaia di vittime. Quella Rivoluzione "nazionale" Siciliana non è ricordata neppure nella toponomastica cittadina. Una sola volta è stata ricordata all'ARS. Partendo da queste considerazioni, l'FNS continua a fare della Rivoluzione del "Sette e Mezzo" la "DENUNZIA SIMBOLO" di quel DELITTO orrendo che è la cancellazione della memoria storica del Popolo Siciliano. Fenomeno che si è verificato dal 1860 ed è tuttora in corso. L'FNS ha intenzione, infatti, di portare all'attenzione dell'opinione pubblica internazionale, oltre che notizie ed aggiornamenti sulla persistenza della Questione Siciliana, anche la rivendicazione del DIRITTO alla VERITA' e alla MEMORIA STORICA del Popolo Siciliano. L'FNS ricorda, con l'occasione, anche le vittime di MISILMERI, di ADRANO e di altri Centri della Sicilia che in quel periodo si ribellarono. Palermu, 14 Sittimmaru 2009 GIUSEPPE SCIANO' Sikritariu FNS
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lunedì, 14 settembre 2009
 KUMUNIKATU STAMPA FNS - COMUNICATO STAMPA FNS
 
L'FNS RICORDA IL 143° ANNIVERSARIO DELLA RIVOLTA DEL "SETTE E MEZZO".
 
          Gli Indipendentisti di lu Frunti Nazziunali Sicilianu ricordano che il 15 Settembre del 1866, a Palermo e nel circondario, iniziò la grande sommossa popolare che sarebbe stata denominata "RIVOLTA DEL SETTE E MEZZO" per la sua durata di oltre sette giorni.
          La "RIVOLTA", com'è risaputo, dopo il successo iniziale, fu domata soltanto il giorno 22 ed in modo tragico, soffocata nel sangue dai massicci "bombardamenti" sulla Città, effettuati con i cannoni della Flotta Militare Italiana e con le artiglierie del'Armata di 40.000 soldati, agli ordini del Commissario Regio, Generale Raffaele CADORNA.
          Il Governo fu costretto a proclamare lo STATO D'ASSEDIO e ad adottare, contro il Popolo Siciliano, procedure repressive di sapore colonialista. Anzi NAZISTA ante litteram. Furono adottate rappresaglie, persecuzioni, violenze, torture ed esecuzioni sommarie. Il più delle volte senza alcun processo, perchè le Autorità italiane non volevano lasciare traccia delle tante violazioni dei Diritti dell'Uomo che stavano compiendo. In gran parte, comunque, DOCUMENTATE e sopravvissute alla CENSURA (come nel caso degli 80 progionieri fucilati per ordine dell'Ufficiale dei Granatieri Antonio CATTANEO). Alla fine si contarono migliaia e migliaia di vittime.
          Quella Rivoluzione "nazionale" Siciliana non è ricordata neppure nella toponomastica cittadina. Una sola volta è stata ricordata all'ARS.
          Partendo da queste considerazioni, l'FNS continua a fare della Rivoluzione del "Sette e Mezzo" la "DENUNZIA SIMBOLO" di quel DELITTO orrendo che è la cancellazione della memoria storica del Popolo Siciliano. Fenomeno che si è verificato dal 1860 ed è tuttora in corso.
          L'FNS ha intenzione, infatti, di portare all'attenzione dell'opinione pubblica internazionale, oltre che notizie ed aggiornamenti sulla persistenza della Questione Siciliana, anche la rivendicazione del DIRITTO alla VERITA' e alla MEMORIA STORICA del Popolo Siciliano.
          L'FNS ricorda, con l'occasione, anche le vittime di MISILMERI, di ADRANO e di altri Centri della Sicilia che in quel periodo si ribellarono.
 
Palermu, 14 Sittimmaru 2009
 
                                                                               GIUSEPPE SCIANO'
                                                                                Sikritariu FNS
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lunedì, 14 settembre 2009
LOMBARDO HA CHIUSO L'ENTE PORTO DI MESSINA. Il giornale locale di Messina canta vittoria. L'ultimo baluardo contro l'occupazione militare italiana di Messina è stato artatamente cancellato. Doveva gestire la realizzazione del PUNTO FRANCO a Messina, che è stato per moltissimi anni la ricchezza di questa Città capitale del Mar Mediterraneo. Aveva realizzato GRANDIOSE opere pubbliche come un un enorme BACINO DI CARENAGGIO di oltre 200 metri del valore di 7 milioni di euro, l'impianto di DEGASSIFICA che vale 13milioni di euro, i Cantieri Cassaro di 2,154 milioni di euro con il mega ponte GIALLO per costruire le navi (ancora visibile accanto alla cittadella), era stato finanziato il PUNTO FRANCO sino al bilancio 2008 del Parlamento Siciliano con 6milioni di euro. PER QUALE MOTIVO UN ENTE COSI' ATTIVO E MERITEVOLE E' STATO CHIUSO? La Sicilia è affondata dai fantocci del governo italiano.I CANTIERI SMEB di Messina sono falliti per colpa della Signora Marina NOE' (già condannata) mentre era assessore all'industria del Governo Siciliano, che ha favorito il suo cantiere navale ad Augusta, LA SMEB ha trascinato nel fallimento la DEGASSIFICA ed i cantieri Cassaro, gli impianti Del BACINO DI CARENAGGIO, in gestione, sono tornati all'ENTE PORTO che li ha affidati ad una ditta di Napoli.Già in precedenza erano stati chiusi i cantieri del l'Arsenale Militare (1.000 operai), e sono in pericolo anche i Cantieri Rodriquez dove PROGETTANO e costruiscono gli ALISCAFI.Un disastro PILOTATO per portare i BREVETTI siciliani in Liguria con tutta la cantieristica all'avanguardia nel mondo per la progettazione di NAVI VELOCI e NAVI ALTA VELOCITA' (oltre 100 km orari).IL GOVERNO LOMBARDO STA DEMOLENDO LA STRUTTURA PORTANTE DELL'ECONOMIA DI MESSINA E DELLA SICILIA.La gestione passa nelle mani dei privati e della Autorità Portuale Italiana istituita da pochi anni e FORSE incostituzionale in Sicilia. Il demanio appartiene alla Sicilia, con questo Ente Italiano e con la Capitaneria di Porto Italiana si riduce enormemente il controllo e la gestione del proprio mare al Popolo Siciliano, arrivando a negare l'accesso ad aree storicamente pubbliche di notevole interesse paesaggistico e culturale.In questo momento la città di Messina è stata espropriata di tutti gli strumenti locali di gestione del suo grande porto. Il più grande porto naturale del Mediterraneo. Mai, nel corso di 27 secoli di storia marinara di questa città, le strutture organizzative e le maestranze cittadine erano state ridotte a questo livello di emarginazione ed esclusione dalla gestione e dalla partecipazione ai progetti di sviluppo portuale su cui ruota tutta l'economia della Città. Il compartimento Ferrovie dello Stato di Messina è il più grande della Sicilia. Sul libro paga ci sono 12.000 stipendi tra pensioni e lavoratori in servizio.La flotta FS delle Navi Traghetto (10 navi circa) da alcuni mesi non carica più i treni, che sono stati ridotti drasticamente. Si prevede una riduzione del personale di 3.000 unità nel compartimeno di Messina.La Città di Messina passerà in pochi anni da 10.000 addetti nel settore navale-portuale a poche migliaia. Un disastro pilotato. A chi giova? Il compartimento Ferrovie dello Stato di Messina è il più grande della Sicilia. Sul libro paga ci sono 12.000 stipendi tra pensioni e lavoratori in servizio.La flotta FS delle Navi Traghetto (10 navi circa) da alcuni mesi non carica più i treni, che sono stati ridotti drasticamente. Si prevede una riduzione del personale di 3.000 unità nel compartimeno di Messina.La Città di Messina passerà in pochi anni da 10.000 addetti nel settore navale-portuale a poche migliaia. Un disastro pilotato. A chi giova? IL GOVERNO LOMBARDO STA DEMOLENDO LA STRUTTURA PORTANTE DELL'ECONOMIA DI MESSINA E DELLA SICILIA.La gestione passa nelle mani dei privati e della Autorità Portuale Italiana istituita da pochi anni e FORSE incostituzionale in Sicilia. Il demanio appartiene alla Sicilia, con questo Ente Italiano e con la Capitaneria di Porto Italiana si riduce enormemente il controllo e la gestione del proprio mare al Popolo Siciliano
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