domenica, 21 ottobre 2007

2° Concorso Lingua Siciliana

Pro Loco “Siculiana”

Discorso introduttivo

Teatro Centro Sociale di Siculiana, sabato 20 ottobre 2007  

 

L’ACQUA ASCIUTTA

Di

Alphonse Doria

 

 

 

   Con mia grande soddisfazione siamo arrivati al traguardo della seconda edizione del Concorso LINGUA SICILIANA. La partecipazione così qualificata e diversificata comprendente tutte le zone della nostra Sicilia fa ben sperare a continuare questo Concorso. Un grazie di cuore a tutti i presenti.

   Porto i saluti del dottor Pippo Scianò e del professore Corrado Mirto che sono stati impossibilitati ad essere presente per il perseverare delle cattive condizioni atmosferiche, pertanto augurano il buon proseguimento dei lavori.

  A questo punto è mio desiderio rendere presente la grande figura culturale del professore mirto leggendovi una sua pagina tratto da ARCHIVIO STORICO SICILIANO Serie IV – Volume XXVIII del 2002: “In un famoso romanzo, II Gattopardo, il protagonista, il siciliano Fabrizio Salina, dice al suo interlocutore, il piemontese Aimone Chevalley: «Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifìche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui noi abbiamo dato il la; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d'Inghilterra; eppure da duemilacinquecento anni siamo colonia... questi monumenti... del passato, magnifici ma in comprensibili perché non edificati da noi». Queste riflessioni che l'Autore attribuisce al principe Fabrizio sono la conseguenza di un secolare lavaggio del cervello fatto ai Siciliani per convincerli della loro inferiorità genetica e, per conseguenza, della loro immutabile condizione di indigeni di una colonia. Quando si vuole togliere l'identità ad un popolo gli si tolgono la cultura, la lingua e la storia, in maniera che i «colonizzati» finiscano con l'identificarsi con la cultura, la lingua e la storia del paese dominante. Questo è accaduto ai Siciliani, i quali sono stati convinti del fatto che essi non hanno una propria cultura e che la loro lingua è un rozzo dialetto. E a questo proposito è doveroso ricordare un increscioso fatto accaduto qualche mese fa. Il parlamento italiano ha giustamente riconosciuto che dentro i confini dello Stato, oltre alla lingua italiana, vi sono altre lingue che debbono essere protette. E così ha stabilito, giustamente, che la lingua sarda deve essere protetta. Ha stabilito, giustamente, che, siccome in Sicilia vi sono un certo numero di Siciliani di origine albanese, la lingua albanese deve essere protetta. A questo punto avremmo aspettato di sentire che, siccome in Sicilia vi sono cinque milioni di Siciliani «di origine siciliana», anche la lingua siciliana doveva essere protetta. Invece la sconcertante decisione del parlamento italiano è stata che il siciliano non è una lingua, ma un rozzo dialetto, e che quindi non deve essere protetto. A favore della lingua siciliana (non del dialetto siciliano) ha preso autorevolmente posizione, con un articolo pubblicato nell'edizione di Palermo del quotidiano "La Repubblica" del 10 dicembre 2000, il professore Francesco Renda, il quale, dopo avere chiarito di non essere separatista e di non essere nemmeno sicilianista, chiede che la lingua siciliana sia insegnata in Sicilia nelle scuole, perché la lingua è «ilprimo dato costitutivo della identità di un popolo». Io non sono un esperto in campo linguistico, sono però in grado di affermare che nella seconda metà del secolo XIV e nel secolo XV la Real Cancelleria siciliana emanava in lingua siciliana documenti firmati dal sovrano, e che la regina Bianca, benché navarrese, scriveva le sue lettere in lingua siciliana. Quindi è evidente che essa, dovendo venire in Sicilia per il suo matrimonio con Martino I, aveva studiato la lingua (non il dialetto) del paese del quale sarebbe divenuta regina. Con una tenace attività, poi, la storia siciliana è stata fatta in parte scomparire (per esempio: Federico III) ed in parte è stata alterata. Per la Sicilia infatti si par la soltanto di dominazioni straniere e i Siciliani sono visti costantemente come oggetti passivi della storia siciliana, che sarebbe fatta sempre dagli stranieri.”

  Questo concorso, come tutti potete notare, non è intestato ad un personaggio illustre della nostra letteratura siciliana, come tanti altri prestigiosi concorsi specifici, ma alla nostra LINGUA SICILIANA, perché il nostro intento è di essere espliciti nel superare i preconcetti che tentano di denigrare il suo valore e ridurla a semplice dialetto.

    Con questo non vogliamo, e parlo in prima persona, fare chissà quale rivoluzione, noi vogliamo difendere semplicemente la nostra cultura, la nostra storia, la nostra lingua, dai vari pregiudizi voluti e insistenti con mezzi portentosi. Proprio l’altro ieri in un film di animazione su Italia Uno vi erano gli squali cattivi che guarda caso parlavano in Siciliano, l’unico squalo buono, parlava in italiano… Questo serve per demonizzare già ai bambini non solo i Siciliani ma la nostra lingua e la nostra cultura. Comunque non vogliamo lottare la lingua italiana. Ripeto: vogliamo difendere la nostra lingua siciliana.

   Vorrei precisare, che molti insistono a declassificare la nostra lingua a dialetto. Ricordo, che io e altri amici, nel 2001, abbiamo istituito l’Associazione culturale Kokalos Siculiana e il signor notaio, che ha steso l’atto, ha fatto una opposizione inverosimile per convincerci a non mettere la dicitura “lingua siciliana”. Insisteva nel voler scrivere: dialetto, vernacolo, ma non lingua. Personalmente mi sono buscato i suoi risolini di derisione e insistenze. Alla fine l’abbiamo spuntata, anche se nel rogito, con un lapsus freudiano ha pure sbagliato e poi nella nota 3 ha corretto: “attività di difesa e approfondimento della lingua e cultura siciliana”.  Ma il notaio non è il solo, ha una ben qualificata compagnia. Alcuni docenti universitari arrivano a contraddirsi in maniera sorprendente, tra i contenuti dei loro scritti e l’insistenza di chiamare una lingua dialetto.

      Come si fa a classificare dialetto una lingua come la nostra che nonostante tutto è in uno stato migliore dell’italiana. La lingua italiana mal ridotta dalla televisione dai suoi mediocri figuranti. Creando altrettanto mostri verbali nei nostri giovani e nelle famiglie. Lo stesso strumento televisivo demonizza la nostra lingua in una parlata tipica accentuata e non simile al vero, tanto che noi stessi nell’imitare quei personaggi dobbiamo forzare la parlata. E non solo, cosa risaputa, in un film o telefilm che si voglia i personaggi negativi parlano in siciliano quelli positivi in italiano. Anche se il buono del contesto è siciliano. Poi, se nella vita reale, il soggetto storico in contesto aveva una intonazione siciliana molto calcata, nella finzione scompare completamente. Un esempio per tutti: il giudice Falcone nel film “Giovanni Falcone” di Giuseppe Ferrara interpretato da Michele Placido. Nello stesso film abbiamo un Paolo Borsellino italianissimo interpretato dal grande Giancarlo Giannini. Nel cinema di ora si incomincia ad utilizzare la lingua siciliana in maniera contestuale. Come nel film NUOVOMONDO di Emanuele Crielese. Vorrei leggere una parte della mia recensione pubblicata su www.mymovies.it (NUOVOMONDO E I SICILIANI DI EMANUELE CRIELESE):

In questo film finalmente si parla in Siciliano, solo perché è la lingua di quella storia, di quei personaggi. senza criminalizzare il Popolo Siciliano, così denotando i personaggi nei ruoli tra i buoni e i cattivi. Lingua utilizzata in ogni suo termine nella pienezza consapevole del loro significato. (Prof. Marco Scalabrino: …uno studio del Centro Ethnologue di Dallas ha, compiutamente, così fissato: < Il Siciliano è differente dall'Italiano standard in modo abbastanza sufficiente per essere considerato una lingua separata; è inoltre una lingua ancora molto utilizzata e si può parlare di parlanti bilingui > in Siciliano e in Italiano standard.)

     La grande biblioteca della letteratura siciliana, basterebbe da sola a testimoniare non solo che il siciliano non è un dialetto ma una lingua di grande valore. A volte mi sembra di discutere sull’acqua bagnata per l’evidenza e semplicità del discorso. Ma la spinta dell’altra parte è così forte che sembra palese il contrario, cioè che l’acqua è asciutta!

      Nella nostra letteratura siciliana grandi nomi ve ne sono e così tanti che per citarli non basterebbe oggi e domani. Vincendo il pregiudizio di fare opera minoritaria scrivendo in siciliano, sono sicuro che la produzione si rinvigorirà ancor di più. Voi tutti autori con le vostre opere, con questa partecipazione così qualificata e prestigiosa siete l’esempio vivo delle mie affermazioni.

        Per l’ennesima volta, in questi giorni ho letto le poesie dell’abate Meli, poeta tradotto in diverse lingue compreso quella italiana, apprezzato da tantissimi letterati. L’Alfieri trovandosi a Parigi ascoltò un gruppo di uomini di cultura italiani affermare che il Meli aveva il primato per le bucoliche e per la lirica anacreontica, però gli stessi osservavano che aveva fatto male a scrivere in siciliano. Di tutto punto l’Alfieri rispose così testualmente: “Ha fatto bene ad usare la favella che intimamente conosce, perocchè con quella generale d’Italia sarebbe stato minor poeta di quel sommo che mostrasi in cose semplici e graziose. Se non tutti lo intenderanno avrà l’onor de’ classici di esser anch’egli tradotto”. (Giovanni Meli Poesie Siciliane 1 –Avanzini e Torraca Editori 1965 – pagina 55) A mio avviso il Meli è uno dei più grandi poeti arcadi a livello internazionale. Con lui l’Arcadia diventa viva più che mai, non una poesia di elite bensì il concepimento preciso della natura e della donna l’una immagine dell’altra amati come tutt’uno dall’uomo nel giusto desiderio dell’esistere in piena simbiosi. Questo è stato possibile solo grazie alla lingua siciliana. Francesco De Sactis ebbe a dire nella conferenza dell’8 settembre del 1875 nella grande Aula della Reggia Università di Palermo, parlando dell’ode Lu labbru (che tutto il Popolo Siciliano di ieri e di oggi conosce e che ha anche cantato però con il nome di L’apuzza nica) per la delicatezza, la grazia e la voluttuosità illimitata e questa potenza si deve al siciliano, “come il Dante e il Petrarca furono bene ispirati a lasciare il latino e poetare in volgare bene ispirato fu il Meli. L’Arcadia trasportata nel dialetto acquista una nuova virtù. Un pensiero insipido e volgare, se lo incontrate in una lingua straniera, vi par nuovo. Ed è nuovo effettivamente, perché la parola straniera te lo porge in un’altra immagine, sotto un altro aspetto. Questo sentite nel dialetto, dove brilla innanzi e vi stupisce quella che nella esausta parola italiana ha perduto ogni sapore. E quel dialetto! Dove è una melodia che ti spetra e t’intenerisce, quando pure che i sentimenti non siano teneri, ma melodia sino alla tenerezza, e punto monotona e addormentatrice, come una ninna nanna si che degeneri in cantilena. Non te ne dà il tempo la velocità di questo dialetto sveltissimo com’è l’ingegno siculo, pieno di scorciatoie e di a abbreviazioni, con trapassi rapidissimi, tutto parola propria e piena di senso, senza frasi, senza circonlucuzioni, e mai non stagni, e corri corri.

              Poi si avviò alle conclusioni: Il Meli trovò una vecchia letteratura e trasportandola nel suo dialetto vi spirò la freschezza della gioventù, ne fece il mondo della verità e del sentimento. Quel mondo della naturalezza e della verità che Parini e Goldoni predicavano. Meli l’aveva già bello e creato! I presenti applaudirono ripetutamente. (Giovanni Meli Poesie Siciliane 1 –Avanzini e Torraca Editori 1965 – pagina 46 e 47) Come avete potuto notare il De Sactis non parla di lingua siciliana ma di dialetto, anche se il contenuto del discorso non è riferito al dialetto ma alla lingua (vi ricordo il termine di paragone il siciliano con la lingua straniera), c’è un perché ed è il suo impegno politico, fu deputato nel 1861 e subito dopo Ministro della Pubblica Istruzione, incarico rinnovato inseguito nel 1878 – 1879 e 1882. Pertanto doveva usare termini unitari che il suo ruolo e la sua politica gli obbligava particolarmente in quella fase storica. Il nuovo Regno Italiano aveva decretato di assurgere il Toscano a lingua nazionale e la fine di tutto ciò che esisteva di diverso  nella penisola di linguistico appellandolo  a  dialetto. Compreso il Siciliano, nonostante tutto.  Queste forzature di termini esistono ancora, ma ne parleremo in seguito. Ho parlato di Meli, ma di Autori e casi simili se ne possono citare una moltitudine. Mi chiedo: come mai riconoscendo la grandezza di un poeta di così grande valore letterario, non si studia a scuola? Perché ancora oggi dobbiamo subire le antologie degli altri? Dalle elementari alle medie superiori in continue letture alienanti come a settembre cadono le foglie oppure di quel libro  di geografia adottato nelle scuole pubbliche GEO ITALIA con le frasi infamanti come La Sicilia è in testa alle regioni da evitare perché la criminalità organizzata soffoca la società. (…)le periferie diventate inferni umani(…) la Sicilia è una regione autonoma con ampi poteri che riceve dallo Stato più di quanto produce. Sarà disattenzione di chi sceglie i libri di testo? sarà scarsa disponibilità di libri più diretti alla cultura della nostra terra? Più facile mi viene pensare ad una spinta da parte della scuola ad una omologazione culturale. Per me è un male perché la perdita della nostra cultura è una catastrofe mastodontica. Perché i giovani senza le radici identitarie culturali sono degli alienati impotenti a relazionarsi socialmente con le altre culture perdendo il proprio termine di paragone e avvolte creando dei veri disastri esistenziali. Voglio per l’appunto precisare con questo documento emesso dalla Regione Siciliana: Identità e futuro (CRICD 2005- Regione Siciliana): La questione della "centralità" della memoria storica non consiste nella riproposizione del passato, ma nella consapevolezza che l'identità può costituire un progetto per il futuro.

La Cultura può essere definita come "la trasmissione da una generazione all'altra, attraverso l'insegnamento ed altri processi di imitazione di conoscenze, valori ed altri fattori che influiscono sui comportamenti" (Douglass C. North) Le società sono dunque contesti di orientamento e di memoria che vengono trasmessi alle generazioni successive.

La Cultura è esercizio di facoltà spirituali ed intellettuali; per svilupparsi ha bisogno di un adeguato e proprio contesto di memoria storica.

Qui sta il vero problema dell'ora presente: l'Europa attraversa oggi una fase di profonda crisi d'identità. L'identità è qualcosa di più della Cultura di una società: Jan Assman paragona la Cultura a una sorta di "sistema di identità" del gruppo sociale, analogo al sistema immunitario biologico. Se c'è un punto in cui lo slogan "uniti nella diversità" è specialmente vero, questo è il campo culturale. Aggiungiamo, con Eliot: "Perché la cultura europea fiorisca si richiedono due condizioni: che la cultura di ogni paese sia unica, e che le diverse culture riconoscano la reciproca relazione, cosicché ciascuna sia in grado di riaccogliere le altre".

L'identità europea nasce infatti dalle identità nazionali e regionali, le deve favorire e non sovrapporsi ad esse. In questo specifico contesto va riaffermata la nostra "sicilianità".

Conoscere la nostra cultura per potersi confrontare con le altre, per potere essere moderni e non alienati.

        Ora mi chiedo: come può succedere che un siciliano arrivi alla laurea senza avere studiato un solo rigo della storia della Sicilia, tranne lo sbarco di Garibaldi, con tutte le deviazioni del caso? Quando invece le scuole dovrebbero, dalle elementari alle medie superiori insegnare sia la storia che la cultura siciliana compreso la lingua. Il torto non è dello Stato Italiano ma del Parlamento Siciliano che pur avendo uno statuto che permette loro di potere legiferare sulla scuola pubblica, tutt’oggi non ha fatto completamente niente. L’articolo 14  del nostro Statuto, sottolineo legge costituzionale, dice che è mansione dell’Assemblea nell’abito della Regione di legiferare in maniera esclusiva in materia di istruzione elementare. Al dire il vero molti disegni di legge in difesa della lingua siciliana sono stati presentati ma visto che ne stiamo ancora parlando nessuno è andato in porto.

       Come sicuramente sapete le lingue non sono mai le stesse con l’andar del tempo si modificano le parole muoiono ne nascono delle altre. Così anche la nostra Lingua Siciliana, alcune consonanti, o parole o regole sono cadute in disuso, perciò non c’è d’allarmarsi o bloccarsi in una ortodossia della grammatica e della grafia. Lo stesso Pitrè si faceva questi scrupoli. Lui ha adoperato un metodo misto tra quello dei filologi cercando di descrivere il suono delle parole con vari segni grafici con più precisione possibile e il metodo grammaticale che rende la parola più letterale possibile come la buona letteratura insegna. Il suo scopo era di fornire riscontri e dati a studiosi di testi popolari in dialetto, era quello dell’etnologo, pertanto scopo del suo studio erano i vari dialetti, le diversità di parlate che la lingua siciliana.

 

Il metodo da me seguito nella trascrizione di tutti questi testi ha bisogno di qualche schiarimento che io non devo tralasciare. V’ha una scuola di filologi che cercando rendere tal quale il suono delle parole vorrebbe con segni grafici rendere ogni suono dialettale e, più ancora, vernacolo. Non son certamente io colui che proverà il difetto di questo metodo, che pure ha il suo lato buono; ma, poiché ho provato anche io le difficoltà di questa pratica e le funeste conseguenze alle quali può essa condurre, non me ne starò dal dire che appunto perché tale io non la ho saputo seguire. È nolo a chi abbia un po' di pratica di queste discipline, che grandi, molteplici, svariati sono i suoni, e che qualunque segno grafico ordinario riesce sempre inefficace a renderli. I dittonghi, i jati, le

attenuazioni, i rafforzamenti, le aspirazioni, le atonie son tali e tante che mal si può presumere di ritrarre secondo la pronunzia popolare la parola. Che se tanto potesse supporsi, chi comprenderebbe più una scrittura piena di parole sformate, smozzicate, guaste a quel modo? D'onde, come conseguenza necessaria, una fonte inesauribile di errori per ragione delle etimologie che verrebbero a fondarsi su basi malferme e poco precise.— D'altro lato, bisogna guardarsi della scuola contraria, propugnatrice del metodo grammaticale, che vuol rendere la parola qual'è ne' libri o quale dovrebb'essere virtualmente come modificata dalla voce originaria greca, latina ecc. Da questa teoria non s'avrà nulla di buono, e la scienza non si avanzerà d'un passo verso la filologia, la quale ha diritto di conoscere tutte le differenze che corrono tra il dialetto scritto e il dialetto parlato, tra un vernacolo e l'altro. Persuaso di questo fallo, io rimasi lungamente perplesso circa al metodo da scegliere, il quale rispondesse al doppio scopo della raccolta, che è quello di fornire nuovi riscontri agli studiosi di Novellistica, e testi popolari a chi cerca i dialetti non nei libri de' letterati ma nella bocca del popolo, maestro di lingua a chi meglio si stima parlarla. Da ultimo chiesi a me stesso: Ora perché dovrò io farmi schiavo d'un metodo esclusivo colla certezza di avervi a trovare dei difetti, quando con un partito conciliativo potrei evitarli ?— E il partito fu quale doveva essere: un,metodo misto che facilitando quanto più la intelligenza delle parole con una grafia assai stretta alla fonica rendesse nel miglior modo la caratteristica della parlale varie in mezzo al dialetto comune. Prova di questo metodo coscenziosamente seguito, è la differente forma onde una stessa voce si trova scritta secondo che essa suoni in bocca palermitana,a caslelterminese, alimenese,ecc

(FIABE NOVELLE E RACCONTI POPOLARI SICILIANI di Giuseppe PITRE’ Vol. I Gruppo Editoriale Brancato Clio   Biesse –Nuova Bietti S.G. La Punta (CT) 1993)

            La Sicilia è un continente per la sua varietà e ricchezza culturale e dobbiamo mettere in considerazione questa realtà nel considerare la diversità di parlate e la ricchezza di parole che contiene la nostra lingua.  Possiamo affermare che fino al 1860 la nostra lingua si presentava in maniera medesima tale da non identificare il luogo d'origine di chi scriveva. Con la fine della nostra sovranità regredisce politicamente a dialetto. La nostra Lingua Siciliana ha perso la guerra! (Noam Chomski). Ma è una guerra politica, di fatto è viva più che mai e questa sera lo stiamo dimostrando pienamente.

           Cosa s’intende per dialetto? Vi sono due origini: l’origine greca διάλεκτος, dialektos, letteralmente "lingua parlata” è una varietà linguistica (o idioma) usata da abitanti originari di una particolare area geografica, comunque senza prestigio; poi vi è l’origine inglese corrisponde "dialect" in poche parole è inteso come una variante di una lingua madre.  Sia nel significato greco di dialetto, il Siciliano non è solo una lingua parlata, un semplice idioma, per la sua storia per il suo valore letterario; sia nel significato inglese non è una variante dell’Italiano perché la Lingua Siciliana è nata prima della Lingua Italiana. Possiamo dire che in un certo qual modo è stato il contrario (vedi: De vulgari eloquentia di Dante). E sin dagli albori della letteratura italiana vi è stato un travaso culturale dalla letteratura siciliana (vedi: il sonetto di Jacopo da Lentini). Vi sono altri (padani… e non) che smentiscono l’evidenza definendo la Magna Curia di Federico II un fenomeno isolato lontano dalla realtà circostante. Anzi qualcuno azzarda che la Scuola Siciliana sia nata in Veneto per via di alcuni canzonieri donati a Federico II da una dinastia veneta. (L’ISOLA N°6 settembre 2007 Siciliano ed italiano: quale dei due è il dialetto? Autore Il Consiglio dell’Abate Vella). Posso affermare il contrario che la Scuola Siciliana nasce da una forza centripeta di concentrazione dell’idioma del Popolo Siciliano divenendo Lingua Nazionale, per motivi di governabilità dell’Impero federiciano, tanto da stendersi per tutto il meridione, dove ancora oggi il Siciliano in alcune parti è parlato: in Calabria e nel Salento. Il sonetto stesso ha la stessa metrica dell’antecedente popolare strambotto siciliano, da dove ha trovato origine.

        La Scuola Siciliana, pur risentendo della tradizione occitanica la quale è all’origine della poetica di tutto l’occidente, in un certo senso si caratterizza rispetto agli schemi cortigiani e professionali del trovatore. Nella sua poesia si può percepire un addentellato di laicità, ed anche quando è cortigiana e madrigaleggiante essa rimane tuttavia aperta a sollecitazioni di carattere popolare e borghese. Tale peculiarità si può cogliere nella stessa metrica, dove il popolare strambotto verosimilmente istrada all’esperimento siciliano del sonetto. Una più chiara conferma la dà lo stesso strumento linguistico, schiettamente siciliano e meridionale, che fonde in sé i vari localismi ponendosi come lingua unica, comune a tutto il popolo del regno svevo, assurgendo perciò a lingua nazionale.

          In un periodo in cui alla società schiavista si era venuta già sostituendo la società feudale, dalla Sicilia parte un impulso politico-sociale centripeto e accentratore. Sorge un nuovo stato che si estende ed unifica tutto il meridione, si erge alla ribalta politica italiana ed europea, costituisce nel mediterraneo il più grande blocco unitario dell’epoca, aspira alla sovranità assoluta e perfino alla costituzione di una chiesa nazionale; elementi che non possono non postulare una comunicazione linguistica. Il dialetto siciliano, attraverso l’unificazione dei vari vernacoli, diviene la lingua nazionale del nuovo stato. L’interesse di classe spinge i nuovi detentori del potere ad attingere alle risorse popolari per contrapporsi all’esterno anche mediante il linguaggio; a nazionalizzare la lingua della base popolare, mezzo comune ed unico ed elemento di coesione tra dominatori e popolo. Una specie di autarchia linguistica.

           Dopo Federico e la Scuola Siciliana si esaurisce il tentativo di monarchia assoluta a carattere nazionale, lo Stato accentrato si disgrega. Si esaurisce di pari passo il ruolo nazionale della lingua siciliana la quale regredisce e si circoscrive. Così guardata essa è qualcosa di più di un dialetto, qualcosa di meno di una lingua. E’ un idioma che storicamente ha attraversato la fase centripeta di concentrazione a lingua vera e propria e, dopo il culmine, quella centrifuga di riduzione. Piuttosto che dialetto, penso che sia più appropriato definirlo lingua di una nazionalità, col suo insieme di vernacoli e di gerghi che si articolano sul fondo linguistico regionale.

(Tratto da: AMORI DI SICILIA di Nino Pino – Edizioni “Il Vespro” S.p.A. di Palermo  novembre 1979 pagine 38 e 39)

         (Il Siciliano) lo si può considerare il linguaggio di una nazionalità, con la sua ricca eterogeneità localistica e la sua caratterizzazione socio culturale. Esso scopre anche lessicamente la sua aderenza, la sua disponibilità e immediatezza di fronte alle istanze che premono. Perciò la crescita quantiqualitativa  dei percorsi  di rinnovamento e di rottura contenutistica e formale della poesia siciliana non può non coinvolgere la revisione critica del dettato. Si ripropone cioè il dibattito su gli idiomi locali: la loro fonetica e traduzione grafica. La secolare questione della fedeltà o meno alla pronunzia ed alla pertinente grafia delle singole parlate risorge al passo con i tempi ma non risolta nella sua sostanza. Da questo punto di vista, il “fenografismo” non era stato che una recrudescenza, una punta emergente di questo ricorrente travaglio.

(Tratto da: AMORI DI SICILIA di Nino Pino – Edizioni “Il Vespro” S.p.A. di Palermo  novembre 1979 pagina 124)

            Occorre, quinti, riattivare una forza centripeta  che uniformi la grafia degli idiomi locali pur recuperando le ricchezze delle diversità e delle varie parole per rinvigorire la lingua. Per riattivare questa forza bisogna incentivare le iniziative come la nostra e soprattutto una volontà politica regionale siciliana disposta a legiferare per incentivare nella scuola pubblica lo studio della lingua e cultura siciliana. Vincendo quel pregiudizio razziale che mortifica continuamente l’istintuale versione a parlare in siciliano dei ragazzi. Come asserisce il professore  Giovanni Ruffini nel suo libro Sicilia editore LaTerza a pagina 106

…la scuola è il luogo dove l’incontro tra siciliano e italiano può diventare “scontro”, talvolta con effetti traumatici. Le conseguenze saranno in tal caso molto negative sia sotto l’aspetto psicologico, sia nell’apprendimento della lingua italiana. (…) Bisogna invece favorire e valorizzare l’incontro tra il dialetto e la lingua. Sarà dunque necessario non mortificare - e anzi valorizzare - il patrimonio dialettale e al tempo stesso far maturare un uso corretto della lingua italiana, senza che ciò debba

comportare l'abbandono del dialetto.
Ma cosa è effettivamente un errore?(…) bisogna convincersi del fatto che l'errore di lingua non deve essere considerato una trasgressione da punire con una «multa». L'errore è un fatto del tutto normale, inevitabile in chi sta apprendendo una lingua, che si può eliminare con un esercizio paziente, intelligente e - perché no - anche divertente.

Anche il luminare Ruffini nella parola DIALETTO diventa un contenitore ripieno di significati significanti lingua.

Tra i sostenitori del termine dialetto vi è pure il professore di linguistica all’Università di Catania, Salvatore C. Trovato, il quale senza veli, nel suo libro La fiera del Nigrò –Viaggio nella Sicilia linguistica-  della Sellerio nel XXXVII capitolo così confessa: “Né va sottaciuto il fatto che il concetto di koinè si trascina dietro il pregiudizio che il dialetto regionale sia una lingua e non un dialetto. Conseguenza innocua, se dietro al concetto di lingua non sta spesso (o non sia stato) quello di nazione”.

Il professore Trovato ammette che utilizza il termine dialetto per un semplice pregiudizio politico, sacrifica la verità scientifica per esigenze politiche.

            Mi avvio alle conclusioni, tirando le somme la diatriba tra dialetto e lingua è solo una considerazione politica dello Stato Italiano. Nel 2005 l’Organizzazione Internazionale per le Standardizzazioni viene classificata con il codice: ISO 639-2  e ISO 639-3   Registration Authority. Il codice ISO 639 viene adottato per le lingue; pertanto u Sicilianu è una lingua ed è pure in un ottimo stato (SNC) per la comunità scientifica internazionale .

L’UNESCO pone in fascia VI la lingua Siciliana,  cioè lingua con nessun rischio di estinzione.

Il Centro Ethnologue di Dallas ha, compiutamente, così fissato: “Il Siciliano è differente dall'Italiano standard in modo abbastanza sufficiente per essere considerato una lingua separata; è inoltre una lingua ancora molto utilizzata e si può parlare di parlanti bilingui > in Siciliano e in Italiano standard”.) (Prof. Marco Scalabrino)

 

Per l’Unione Europea la lingua siciliana si deve ritenere una Lingua Regionale o minoritaria ai sensi della "Carta Europea delle Lingue Regionali o minoritarie", che all'Art. 1 afferma che per "lingue regionali o minoritarie si intendono le lingue ... che non sono dialetti della lingua ufficiale dello stato". La "Carta Europea delle Lingue Regionali o minoritarie" è stata approvata il il 25 giugno 1992 ed è entrata in vigore il 1 marzo 1998. L'Italia ha firmato tale Carta il 27 giugno 2000 ma non l'ha ancora ratificata.

Il professore Roberto Bolognesi – linguista Università di Groningen (Paesi Bassi) e il Giornalista pubblicista Matteo Incerti avanzano una Proposte per una politica di Plurilinguismo Integrale ecco come definiscono il Siciliano:

La Sicilia, che dal 1946 gode di un proprio Statuto di Autonomia, mai applicato fino in fondo dai politici Siciliani che l'hanno governata sino ad oggi, è l'unica Regione a Statuto Speciale che non si vede riconosciuta la propria lingua. Sia l'Unesco Red Book che Ethnologue e molti altri studiosi affermano che il siciliano è una lingua distinta dall'italiano. Secondo lo Studio del Centro Ethnologue di Dallas, "il Siciliano è differente dall'Italiano standard in modo sufficiente per essere considerato una lingua separata","è inoltre una lingua ancora molto utilizzata e si può parlare di parlanti bilingui" in siciliano e italiano standard. Se a livello culturale esiste ancora oggi una fiorente attività che ruota sul siciliano, a livello politico mancano ancora forti segni di rilancio della battaglia per la valorizzazione della lingua siciliana. La rinascita in questi ultimi anni di movimenti politici sicilianisti come Noi Siciliani o il Partito Siciliano d'Azione potrebbe però riportare in auge questa tematica.

Nessun “onorevole” ha perorato in difesa della lingua siciliano, nessuno è stato disposto a firmare nell’ambito della legge n. 3366 sulle Minoranze Etniche e Linguistiche approvata definitivamente da Parlamento Italiano in data 25 Novembre 1999. Così ancora oggi la LINGUA SICILIANA per lo Sato Italiano è dialetto! Come ho avuto modo di dire nella precedente edizione di questo Concorso.

 

La Regione Siciliana nel 2000, dopo sollecitazioni ed appelli da parte di poeti e studiosi come il professore Giovanni Ruffino, Salvatore Di Marco e tantissimi altri partorisce CIRCOLARE n°11 protocollo 535  7 luglio 2000 G.U.R.S. 15 settembre 2000, n. 42 dell’ASSESSORATO DEI BENI CULTURALI ED AMBIENTALI E DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE  con cui si rendono efficaci ed operative le precedenti leggi intese "a favorire lo studio del dialetto siciliano e delle lingue delle minoranze etniche delle scuole dell’Isola".

Cap. 38092 - Contributi alle scuole ed agli istituti di istruzione di ogni ordine e grado che intendano realizzare attività integrative volte all'introduzione dello studio del dialetto siciliano ed all'approfondimento dei fatti linguistici, storici, culturali ad esso connessi, nonché a favore delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado che programmino attività di educazione degli adulti finalizzate allo studio ed alla conoscenza del predetto dialetto.

 

Per tutti u Sicilianu è lingua tranni p’u Statu ‘Talianu ca è dialettu!

Però noi non criminalizziamo le parole, come fanno gli altri e questa sera ve ne daremo la prova. A noi interessano i significati. E come ho potuto mostrare molti nella parola dialetto riguardante il siciliano hanno nascosto il significato di lingua alcuni per timore o peggio ancora servilismo, altri per scopi politici, altri ancora per innocenza, ma gli imperdonabili sono coloro che ne fanno uso per un semplice pregiudizio razziale su la Sicilia e i Siciliani.

Allora, riattiviamo questa forza centripeta, per dirla alla Nino Pino, come già operò la Magna Curia di Federico II, incontrandoci più possibile, confrontandoci senza paura della grafia e della grammatica, trovando le risposte dentro di noi, nella nostra memoria collettiva, nella nostra sicilianità, al fine di non essere i monatti della nostra lingua ma i continuatori lasciando così un’eredità a chi domani si potrà chiedere: Chi sono?  

 

 

                      

 

 

 

  

                  

 

 

 

postato da: alphonsedoria alle ore 08:58 | Permalink | commenti
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venerdì, 19 ottobre 2007

L’Associazione Pro loco “Siculiana”, in collaborazione con l’assessora alla Cultura Maria Samaritano  del Comune di Siculiana, informa a quanti hanno partecipato al “2° Concorso di Lingua Siciliana” che sabato giorno 20 ottobre 2007 alle ore 18,30 nel teatro del Centro Sociale di Siculiana si svolgerà la premiazione. La serata sarà allietata dalla interpretazione delle opere vincitrici degli stessi Autori, accompagnati da musica dal vivo. I lavori saranno condotti dalla prof. Patrizia Iacono. Quest’anno si è deciso di fare interpretare gli autori stessi delle opere vincitrici per dare maggiore risalto alle parlate locali e per un vero checkup della nostra lingua siciliana. I presidenti di Giuria: Paola GALIOTO GRISANTI (SEZIONE POESIA); Stella CAMILLIERI (SEZIONE POESIA GIOVANI); Angelo SEVERINO (SEZIONE TIATRU); Il COMITATO DEL CONCORSO e la presidente, di questa seconda edizione, poetessa Giuseppina Mira,  sono stati conformi nell’esprimere le difficoltà nella scelta dei vincitori, per la sorprendente qualificata partecipazione dei concorrenti di quasi tutte le provincie siciliane. Interverranno il Professore Corrado Mirto dell’Università di Palermo (uno dei più grandi storici della Rivoluzione e della Guerra del Vespro), a ruota seguirà il dottor Pippo Scianò (esperto di cultura siciliana). Il presidente della Pro loco Siculiana Alphonse Doria preannuncia che di seguito “partirà il 3° Concorso di Lingua Siciliana perchè conoscere la nostra cultura e serve a potersi confrontare con le altre, rendendocci moderni e non degli alienati”.

 

postato da: alphonsedoria alle ore 18:02 | Permalink | commenti (4)
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