domenica, 29 aprile 2007
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NUOVOMONDO
E I SICILIANI DI EMANUELE CRIELESE
Di
Alphonse Doria

Appena finito di vedere il film, mi sono chiesto: ma Crielese è siciliano? Ho subito ricercato su internet e non è siciliano, scrivono romano. Mi dico: ma il suo occhio è siciliano! Ha saputo guardarci dentro in ognuno di noi Siciliani. Poi cercando, scopro ch’è di origine siciliana, si è siciliano e non poteva essere diversamente, perché certe interiorità della nostra Madre Terra si sanno non per cultura ma per sofia. NUOVOMONDO è di una bellezza unica, di una profondità culturale e una libertà di pensiero da farmi restare a bocca aperta per mezzora. L’unica voglia che ho è di rivederlo e rivederlo ancora perché non mi è bastato capire o per meglio dire carpire tutto.
E poi, dopo la TERRA TREMA di Luchino Visconti del 1948, altro coraggioso maestro del cinema che ha adottato come lingua del film il Siciliano (un Siciliano dialetto di Aci Trezza), ecco NUOVOMONDO ma non è una parlata di Petralia Sottana, questa volta è la Lingua Siciliana. Eppure, quel nuddu pronunziato dentale invece di cacumunale da quella bellissima attrice (Federica De Cola) nella scena delle due sorelle che vanno da Donna Fortunata, a magara (grandissima Aurora Quattrocchi), mi aveva lasciato perplesso. Poi alla fine ho notato che è stato l’unico evidente errore di pronuncia. La pronuncia perfetta è difficile per chi non è cresciuto proprio in Sicilia.
Mi sono permesso di telefonare alla Pro loco di Petralia Sottana e ho rilevato che i luoghi sono limitrofi, come la massaria e la montagna. La parlata non è quella del luogo è più universale, i dialoghi sono spontanei, e non vi archeismo, vi sono presenti delle innovazioni come il pronome personale iu anche se non corrisponde storicamente al novecento, rende la comprensione totale senza bisogno dei sottotitoli. Tanto per avere una nota precisa nei primi del novecento di quel mondo contadino, era più probabile che il nostro Salvatore Mancuso (eccellente Vincenzo Amato) avrebbe detto ieu, eu, e, iè dal latino ego (tipo arcaico). Poi vi sono anche diverse parlate in relazione ai personaggi.
E’ un film storico verista, le immagini sono abbastanza suggestive. Di grande effetto epocale il distacco della nave dalla terra ferma. L’inquadratura dall’alto lascia vedere un insieme di persone, rumori fortissimi segnalano che qualcosa sta per succedere. E quel popolo di teste incomincia a dividersi, in una inimmaginabile linea di scissione tra quelli fermi sulla banchina e gli altri rimasti sulla nave. Partire è spartire, separare, dalla terra e dalle persone. 14 milioni di italiani emigrarono per le americhe tra il 1880 e i primi decenni del novecento. Il Fato ha voluto chi partisse e chi restasse. E tra chi partì vi furono onesti, ribelli che non riuscirono a rassegnarsi nella perdita della sovranità nazionale della Sicilia, e malacarni…
Mi sono divertito nell’ascoltare il dialogo tra Salvatore Mancuso e gli altri viaggiatori dopo le presentazioni:
-E cu ci ajva durmutu ma’ cu tutti sti straneri tutti ‘nzemmula? Esterna Salvatore
-Stranieri? Ma unni sunnu sti stranieri? Qua semu tutti italiani! –Risponde uno dei passeggeri.
-Italiani?
-Si, Italiani!
-E ssu quali lingua parlati?
-Ma perché lei non lo sa ca è italiano?
-Vossia ca sapi tutti sti cosi, quann’è ca videmu stu gran Lucianu?
-E cu è stu Lucianu?
-No voli diri l’oceanu! –Altro passeggero.
In quella imbarcazione della Florio in maniera così schietta e senza retorica Salvatore Mancuso viene a conoscenza che non è più siciliano ma italiano, ma cosa poteva mai significare per chi aveva lasciato la sua terra, le sue bestie, la sua robba, per un NUOVOMONDO? Vada pure come dice questo straniero, avrà pensato Salvatore, ora siamo pure italiani come prima eravamo, Arabi, Greci. Romani, Normanni eccetera nei vari millenni della stratificata storia siciliana. Ora siamo Italiani!
In questo film finalmente si parla in Siciliano, solo perché è la lingua di quella storia, di quei personaggi. senza criminalizzare il Popolo Siciliano, così denotando i personaggi nei ruoli tra i buoni e i cattivi. Lingua utilizzata in ogni suo termine nella pienezza consapevole del loro significato. (Prof. Marco Scalabrino: …uno studio del Centro Ethnologue di Dallas ha, compiutamente, così fissato: < Il Siciliano è differente dall'Italiano standard in modo abbastanza sufficiente per essere considerato una lingua separata; è inoltre una lingua ancora molto utilizzata e si può parlare di parlanti bilingui > in Siciliano e in Italiano standard.)
Non vi è solo la questione lingua in NUOVOMONDO che sorprende, ma anche il lato religioso. Le ragazze vanno dalla Magara, per il loro malessere. Chi è la Magara? In un sincretismo avvolgente è la sacerdotessa celtica della Grande Madre (Demetra): la quale libera la ragazza dal serpente (simbolo) tra le gambe. Lei non conosce parole di carta e le immagini mostrate preferisce bruciarle. Lei parla con i morti. Porta sulle spalle un fascio di legna. Ed ha un nipote che non è muto, non vuole parlare, non interessa. Però il “muto” è abbastanza eloquente con quei richiami animaleschi e il mostrare il proprio umorismo con le lumache sulla testa. Un farsi notare come un rituale amoroso per quelle due donne. Linguaggi arcaici che non hanno bisogno di parole. Quella vecchia terra, quella Sicilia, piena di misticismo, dove sembra che gli dei ancora non l’abbiano abbandonata. Così vediamo il protagonista e il figlio Pietro (Filippo Pupillo) con i sassi in bocca a piedi scalzi salire quella ripida montagna di pietre per andare a chiedere a Dio se la loro partenza era favorita o meno. Sputarono i sassi imbrattati del loro sangue e chiesero un segno. E il segno non tardò ad arrivare, portato da quel novello Pan del ragazzo “muto” Angelo (Francesco Casisa). Cipolle, polli e carote giganti, alberi di soldi e fiume di latte: il NUOVOMONDO! Così i nuovi eroi partirono.
Il tema dell’emigrazione a noi Siciliani ci tocca da molto vicino, visto che siamo stati e purtroppo continueremo ad esserlo, un Popolo di emigranti.
Voglio segnalare un altro grande film trattò questo tema: IL CAMMINO DELLA SPERANZA (1950) di Pietro Germi. Questi altri eroi partirono da Favara (AG), dopo la chiusura della miniera di zolfo, con tutta la rabbia sociale e la speranza di un mondo migliore, questa volta la Francia. Proprio in questo film il canto VITTI NA CROZZA (anonimo del XVI secolo) assume caratteristiche d’inno del Popolo Siciliano. Le stesse parole sono un canto alla vita mentre evidenziano la morte. Da segnalare che molti traducono: Vitti na crozza supra u’ cannoni – Ho visto un teschio sopra un cannone; in maniera sbagliata perché u cannoni in questo caso è una torre di confine di forma circolare. (L’autore di questo brano è un contenzioso SIAE da diversi decenni).
La storia di NUOVOMONDO viene affidata alle donne da Donna Fortuna alla Signorina Luce (sensuale e affascinante Charlotte Gainsbourg). Mentre la prima dovrà rinunziare e tornarsene indietro la seconda lo introdurrà nel Nuovomondo, nel vecchio gioco dell’amore e della vita quando in un uomo la madre soccombe all’amore della propria compagna.
Grazie Emanuele Crielese! Grazie maestro!

postato da: alphonsedoria alle ore 15:34 | Permalink | commenti
categoria:saggi
domenica, 15 aprile 2007
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Ho letto il suo libro tutto d’un fiato,
di delizie mi ha gratificato,
di storia più ricco e anche divertito,
grazie Andolina per averlo spedito.

Arguto poeta dal libero pensiero
il quale sei così giusto e fiero
che non ti fermasti a dire
che il Garibaldi fu a tradire

i sogni siciliani di libertà.
Onore a Palmieri Raffaele
Nativo di Villalba tua Città
Così alla rivoluzione fedele.

Cantasti tutti: poveri e ricchi
D’artisti, maestri, puttane e preti
Di feste tradizioni e di scecchi
Trattati uguali senza divieti.

Io sugnu Alphonse Doria
Presidenti di la pro locu,
Complimenti pi sta bedda storia
Ca ‘un è opira di pocu.

Speru u’ jornu d’incuntrariti
Accussì di pirsuna putiri parlariti.
Pi Villalba è opira granni
pi l’addevi e pi li granni
pronti a scurdarisi cu sunnu
unni vennu e unni vannu.

Plausu di cori Calogiru Andolina
Ca t’arrisbigli di prima matina
Pi puitari truvannu la rima
Prucurannuti tanta bedda stima.

TRADUZIONE
Io sono Alphonse Doria, presidente della Pro Loco, complimenti per questa bella storia, la quale non è opre di poco conto. Spero un giorno di incontrarti, così parlarti personalmente. E’ un’opera meritevole per Villalba, per i giovani e gli adulti, che facilmente dimenticano chi sono, da dove vengono e pertanto dove vanno. Il mio plauso è sincero Calogero Andolina, il quale ti svegli di primo mattino, per poetare trovando la rima e procurandoti tanta grande stima.

Siculiana, 16 aprile 2007


Cordialmente

postato da: alphonsedoria alle ore 18:09 | Permalink | commenti
categoria:poesia
sabato, 14 aprile 2007
A U ‘GNAVU

Parla, parla puru,
tantu ju ‘un t’ascutu,
pirchì oramà
scrivi n’u vacanti
d’i to anni,
puru ‘nportanti,
campati all’ummira
d’u’ scancia scancia
d’u’ pezzu di pane
cu tecchia di sfogu.
E po’
Lassami stari
Pirchì pi tia
U tempu e a storia
‘un avutu mancu tecchia d’impurtanza
Mancu voglia di na sula speranza.

TRADUZIONE

A L’INGNAVO

Parla, parla pure,
tanto non ascolto,
perché oramai
scrivi nel vuoto
e nell’inutile
dei tuoi anni,
anche se importanti,
vissuti all’ombra
di un baratto
tra un pezzo di pane
e uno sfogo.
E poi
Lasciami stare
Perché per te
Il tempo, la storia
Non hanno avuto nessuna importanza
Neanche voglia di una speranza
postato da: alphonsedoria alle ore 18:54 | Permalink | commenti
categoria:i vetri limati dal mare 1990-94
venerdì, 13 aprile 2007
A NOTTI E U JORNU

S’a notti è china di stiddi
Di minchiati d’amuri,
u jornu havi sulu
a malinconia di ricordi ma fatti;
comu l’ummirura d’omini e cosi
m’asistuti.
Evveru n’a notti
Si rapinu ciuri troppu beddi,
dunanu, puru, u so’parfumu;
u jornu si chiuvinu
lassannu sulu
a malinconia di so’ricordu.
A notti vidi firuta
Di na nuvola nigura
A luna d’argentu e china.
U jornu scopri
C’a luna è u’ desertu grigiu
Lassannu sulu
A malinconia d’u so ricordu.
Accussì…
Comu na ‘mbriachitura di pujsia.

TRADUZIONE
Se la notte è piena di stelle
Di menzogne d’amore,
il giorno ha solo
la tristezza dei ricordi mai vissuti,
come le ombre di uomini e cose
mai esistiti.
Eppure nella notte
Si aprono fiori bellissimi,
offrono, anche, il loro profumo;
il giorno si chiudono
lasciando solo
la tristezza del loro ricordo.
La notte vedi trafitta
Da una nuvola nera
La luna argentea e piena.
Il giorno scopri
Che la luna è un deserto grigio
Lasciando solo
La tristezza del suo ricordo.
Così…
Come una sbornia di poesia.
postato da: alphonsedoria alle ore 13:19 | Permalink | commenti
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giovedì, 12 aprile 2007
ASPITTARI

Aspittari
È sempri comu gravidu
Forsi
Tantu quantu
Libirarisi d’u’ pisu
E se non bastassi
Fussi megli ‘un pinsari
Cosa difficili
Ma si po’ a costu di muriri
Pi rinasciri nni l’ammuri.

TRADUZIONE
Aspettare
È sempre come essere gravido
Forse
Tanto quanto
Liberarsi dal peso addominale
E se non bastasse
Sarebbe meglio
Rifiutarsi di pensare
Cosa ardua e difficile
Ma si potrebbe
A costo di morire
Per rinascere nel’amore..


postato da: alphonsedoria alle ore 20:08 | Permalink | commenti
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mercoledì, 11 aprile 2007
U SILENZIU

U silenziu
‘un h’affinnutu
Mai a nuddu
Forsi
Ha sulu avantatu.

TRADUZIONE
Il silenzio
Non ha offeso
mai nessuno
ha solo
sopravvalutato.
postato da: alphonsedoria alle ore 20:41 | Permalink | commenti
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martedì, 10 aprile 2007
U SURRISU

U surrisu d’a me fimmina
Jntra mia
‘un avi fini.

TRADUZIONE
Il sorriso della mia donna
Dentro di me
Non ha limiti.
postato da: alphonsedoria alle ore 20:22 | Permalink | commenti
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lunedì, 09 aprile 2007
TI AMO

Forsi ‘un ha caputu
C’’un sacciu diri t’amu
‘un trovu u modu
U tempu giustu
Ma mi vuddi intra
Mi cangia chiddu ca è certu
Ca si cunfunni cu i figuri di l’anima
E po’
L’unica riali si tu!

TRADUZIONE
Forse non hai capito
Che non so dirti ti amo
Non trovo il modo
Il tempo giusto
Ma mi bolle dentro
mi smentisce le certezze
che si confondono con i simboli
e l’unica realtà sei tu.
postato da: alphonsedoria alle ore 13:17 | Permalink | commenti
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venerdì, 06 aprile 2007

VENNERI SANTO

A ‘un avi chiù pena
Pi u’ Cristu ‘ncruci.
Nuddu chiù
Fa moriri u’ pinseru jntra iddu
Pi po’ fallu risorgiri;
e puru si
i chiesi aperti ‘profumati di ‘ncenzu
di stu Venniri Santu
di taliatini s’affuddanu.
Quannu po
La chiù prighera vera
È addunarisi
Di quantu voti s’incontra Cristu
C’addumanna aiutu, cumprinsioni,
tecchia d’amuri
ni qualche agnuni di civitati.
Ammeci no
A genti ‘un avi chiù pena
P’u’ Cristu ‘ncruci.
A liggi di Cristu è sccomuda
Pi cu avi i grana
P’u burgisi ca pensa sulu a iddu
E allura pirchì ma’
Aspetti a Pasqua?
Si tu
‘un arrinesci a libirariti
D’u to sudiciumi nna l’intiriuri
E arresti mortu ‘nt’u cori.

TRADUZIONE
La gente non ha più pena
Per un Cristo in croce:
nessuno più
fa morire un pensiero dentro se
per farlo risorgere
e anche se
le chiese aperte odoranti di incenso
di questo Venerdì Santo
si affollano di sguardi
quando poi
la più vera preghiera è accorgersi
di quante volte s’incontra Cristo
che chiede aiuto, comprensione,
un po’ d’amore
in qualche angolo di città:
e invece no
la gente non ha più pena
per un Cristo in croce.
La legge di Cristo è scomoda
Perché ha soldi
Per il borghese indifferente ed egoista
E allora perché mai
Aspetti la Pasqua?
Se tu
Non riesci a liberarti
Dal tuo sudiciume interiore
e rimani morto nel tuo cuore.

postato da: alphonsedoria alle ore 17:44 | Permalink | commenti (1)
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venerdì, 06 aprile 2007
200703-indaginearcheologicasiculiana
postato da: alphonsedoria alle ore 17:11 | Permalink | commenti (1)
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