giovedì, 30 novembre 2006

270
Ajvanu
Paroli e occhi sinceri,
vinivanu d’a mmari,
purgivano grazza stinnicchiati;
e dd’a u portu ‘un si fidavano,
s’addumannavanu: “Pirchì ma’
fari tantu mari
pi purtarini paci?”
Dicivanu l’autri:
“Narrè a maschira
S’ammuccianu i saracini!
Pronti ad attaccari sunnu!
A futtini i nostri fimmini!
E macari
A manciarini comu sarbaggina!”
E nuddu s’accustava;
i porti si chiudivanu
e arrestava u silenziu.
N’addevu
Arristà pi disattinzioni fora
E iddi u pigliaru
Ci asciucarunu i lacrimi
Ci offreru cosi duci.
Tutti l’autri si rassicuraru
E a unu a unu nisceru
Jennu ‘ncontru a i foresteri.
Si fistulià e s’abballà pi tutta a notti.
M’a u dumani matina
U suli addumà i strati
Unni ‘un arristà autru
C’u’ ciumi aghiru di sangu.

TRADUZIONE
Avevano
Parole e occhi sinceri
Venivano dal mare,
portavano braccia tese.
Lì al porto non si fidavano,
si chiedevano: “perché mai?
Fare tante leghe
Per portarci pace?”
Dicevano altri:
“dietro la maschera
Si nascondono i saraceni!
Pronti ad attaccare,
a rubarci le nostre donne!
E magari
A mangiarci come selvaggina!”
Nessuno s’accostava;
i gusci si chiudevano
e rimaneva il silenzio.
Un bambino
Rimase distrattamente fuori
E loro lo presero
Gli asciugarono le lacrime
Gli donarono dolci.
Così gli altri si rassicurarono
Ed ad uno ad uno uscirono
Andando incontro ai forestieri.
Si festeggiò e si ballò per tuta la notte.
Ma all’indomani
Per quelle strade non rimase altro
Che un fiume acre di sangue.

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mercoledì, 29 novembre 2006
269
Ognunu di nautri
Sapi i piccati so’
Fatti e nun fatti
E ognunu di nautri
S’avissi a pentiri
A stessa manera
Prima d’accusari
O judicari
Ni quarsiasi autra manera,
e u Signori u sapi.
E ognunu di nautri
‘u’ ci pensa
Ca u Signori u sapi
E ca ‘un si po’
Babbiari
Comu ni babbiamu
Nautri stessi;
ognunu di nautri
u sapi!

TRADUZIONE
Ognuno di noi
Sa i propri peccati
Fatti e non fatti
Ed ognuno di noi
Si dovrebbe pentire
Allo stesso modo
Prima di accusare
O giudicare
E in qualsiasi modo,
e Dio lo sa.
Ognuno di noi
Spesso non riflette
Che Dio lo sa
E che non si può prendere in giro
Come facciamo
Con noi stessi,
ognuno di noi
lo sa!
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lunedì, 27 novembre 2006

268
Vulissi vulari
Supra tutti l’ummira d’a sira.
Vulissi fantasiari
Supra tutti i nuvoli d’in celu.
Ciaurari
Comu i ciuri chiù umili.
Firriari
Comu u’ pianeta n’u silenziu spirdutu.
Addumarimi
Comu na stidda d’allura nata.
Ma po’
Vulissi essiri omu
P’amari,
comu ju sugnu
comu ju amu.

TRADUZIONE
Vorrei volare
Su tutte le ombre della sera.
Vorrei sognare
Su tutte le nuvole del cielo.
Profumare
Come i fiori più umili.
Girare
Come un pianeta nel silenzio cosmico.
Accendermi
Come una stella appena nata.
Ma poi
Vorrei essere uomo
Per amare
Come io sono
come io amo.

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domenica, 26 novembre 2006

267
‘Un t’abbannunari ma’
A u distino di l’autri
E mancu a presunzioni d’i filosofi e teologhi
Ca cridinu d’ascutari u celu
Di tingiri l’occhi di Diu di celesti.
Arricordati c’u to pisu è u stessu
Né u’ grammu chiù né u’ grammu menu
A chiunque autru.
‘un t’abbannunari ma’
A tutti i timpesti d’a vita;
di chidda vita fatta dall’autri
e ma’ comu tu a vulissitu.
Tra u’ piccaturi furtunatu
A ‘un commettiri u sbagliu
E u’ piccaturi ca ci cadì
A diffirenza pi Diu è accussì minuta
Ca veni difficili capilla.
‘un t’abbannunari ma’
Puru si pi tia a disposizioni
Hani sulu u’ mumentu.

TRADUZIONE
Non abbandonarti mai
Al destino degli altri
Né alla presunzione di filosofi e teologi
Che credono di ascoltare il cosmo
Di colorare gli occhi di Dio di celeste.
Ricordati che il tuo peso è uguale
Né un grammo più né un grammo meno
A chiunque altro.
Non abbandonarti mai
Alle intemperie della vita
Di quella vita fatta dagli altri
E mai come tu la vorresti.
Tra un peccatore fortunato
A non commettere il reo
E un peccatore che ha commesso
La differenza per Dio è così minima
Che è difficile distinguerla.
Non abbandonarti mai
Anche se a tua disposizione
Hai solo un secondo.

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mercoledì, 22 novembre 2006

Ventidue di Novembre
Ricordo ancora
Frammenti di un sorriso
Svaniti nell’aria
E sepolti nel silenzio.
Ogni tanto però
Ricordo nel mio silenzio,
nella mia voglia di vivere
il Ventidue di Novembre
e capisco
che niente d’allora
cambiò il mio buio
illuminato da un barlume di Luna
ingabbiato nelle grate di un chiostro.
Ora solo
E tra le dita
Il volo
Della mia vita
Rimproverata
Da frammenti di un sorriso.
Un sorriso
Come un falso paradiso.
Ti sembra strano?
E’ vero!

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categoria:poesia
lunedì, 20 novembre 2006
MAC 06
Il cratere sottomarino di Siculiana
del vulcano Empedocle

Sabato 18 novembre al Centro Sociale di Siculiana, ho assistito ad un convegno interessantissimo organizzato dal dottore Domenico Mira responsabile di Siculiana della LIONS CLUB patrocinato dal Comune di Siculiana e la partecipazione dell’Assessorato Agricoltura e Foreste Distretto Salso della Regione Siciliana. A sorprendermi è stato, oltre a venire a conoscenza di questa attività vulcanica del nostro sottomare, la persona del dott. DOMENICO MACALUSO (responsabile Nucleo Operativo Subacqueo Lega navale di Sciacca). Altresì è stato abbastanza brillante il giovanissimo vulcanologo FRANCESCO SIRAGUSA. Tramite diapositive e il breve filmato ed una narrazione appassionata del dott. Macaluso, siamo venuti a conoscenza che tra Ribera e Siculiana vi è un vulcano di 30 chilometri per 25, perciò quasi come l’Etna, che lo stesso ha battezzato con il nome di Empedocle, in onore del grande filosofo, che per amore della ricerca e della conoscenza non volle morire come un normale mortale così tuffandosi dentro l’Etna che per rispetto scagliò fuori un suo sandalo divenuto di bronco. Gli antichi del posto ritrovato tale sandalo hanno eretto un tempio a suo onore.
«Empedocle - dice Macaluso - ha diversi figli, dei coni che si estendono per una larga fetta del mare Africano. L’ho chiamato così, perché Empedocle, filosofo agrigentino del quarto secolo, è stato il primo a parlare di terra, acqua e fuoco. Questa scoperta, la si deve alla scossa di terremoto del 2003. Prima di allora conoscevamo soltanto l’Isola Ferdinandea, emersa nel 1831 e scomparsa dopo appena cinque mesi. Subito dopo il terremoto di tre anni fa, ho avuto la fortuna di rinvenire tonnellate di pietre pomici, che ho fatto subito analizzare. Assieme al vulcanologo Lanzafame, ci siamo incontrati con il responsabile della Protezione civile Bertolaso, il quale mostrandosi molto interessato e al contempo preoccupato, ci promise un finanziamento».
«Grazie anche alla Conisma e ai tecnici della nave Universitatis che hanno messo a disposizione attrezzature molto sofisticate - ha continuato Macaluso - ho coronato il mio sogno. Grazie anche al sonar miltibeam ad effetto tridimensionale, siamo stati facilitati nel lavoro». Nei primi due giorni di immersione, però, di nuovi vulcani nemmeno l’ombra. «Avevo calcolato il punto esatto dopo avere letto alcuni manoscritti di Mercalli - dice ancora Macaluso - dopo le immersioni a vuoto però, mi è sorto un dubbio. Nel 1845 Mercalli, per stabilire le coordinate, si basò sul meridiano di Greenwich, allora tanto valeva provare seguendo le coordinate sul meridiano dell’Isola Ferro nelle Canarie, in vigore a quei tempi. Ho fatto praticamente bingo. Ho trovato il vulcano, ma non sapendo se era attivo o meno, abbiamo inviato all’interno del cono, lungo 40 metri, un robot. Abbiamo constatato dalle immagini che c’erano dei pesci e anche delle alghe. A quel punto mi sono immerso. Ho quindi battezzato questo cono con il nome di Mac.06 (l’iniziale del suo cognome e l’anno della scoperta, ndr). Abbiamo capito che si trattava però di un semplice conetto, figlio di un unico grande vulcano, Empedocle. È un vulcano esplosivo, non come un cono capovolto, ma slargato e basso. Potrebbe essere ciò che resta forse dell’esplosione sottomarina del 1845 o di quella notata dall’ammiraglio De Zara nel 1942».
A 176 metri di profondità, Macaluso ha constatato un paesaggio quasi lunare. «Ci sono strani ricci di mare e coralli, - prosegue Macaluso - inoltre sabbia piroplastica coperta da un sottile strato di fango». Adesso Empedocle è tenuto sotto stretta osservazione. «Bisogna considerare che il vulcano è attivo - ha concluso Macaluso - durante le immersioni abbiamo constatato delle fumarole ad alta portata. La prossima settimana pertanto andremo a depositate il primo strumento multiparametri su uno dei vulcanetti per vedere la potenza di Empedocle».
Il dotto Macaluso è stato quello che ha posto la targa marmorea su l’isola Ferdinandea che attestava la proprietà del Popolo Siciliano e che gli inglesi mal sopportarono e recentemente sono andati a distruggerla.
Conoscere una persona come il medico MACALUSO è uno spiraglio di speranza per la generazione futura, per la sua passione della conoscenza, la sua vitalità. Grazie da parte della Associazione Pro loco di Siculiana. Grazie dal Popolo Siciliano.
Il Presidente
Alphonse Doria
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domenica, 19 novembre 2006
266

Vuddunu i pezza
D’u’ jornu ca si n’ij’.
Si fici sira e tutti cosi su ammatula,
vaju senza ‘npurtanza.
Dupu ca jucavu tecchia
C’u telecumannu ‘navanti u televisori;
e di narrè a finestra
m’addunavu ca po’
u munnu si nni frega.
La ‘ndiffirenza n’a li paracca
Niguri aperti cumu surcivecchi:
U fangu scurri
Tra ectoplasma e merda
Si cunfunnunu n’a genti
Fantasmi, alieni e autru.
Si fici sira
E l’ammatula si ni ij’.
Pari ca l’ammatula è ni mia.
E si la machina o u trenu
Porta sempri ni sta stanza
Comu na figura giometrica
Di na magaria
Pi chiamari
U spiritu tintu d’a solitudini.

TRADUZIONE
Fermenti
Di un giorno andato via.
E’ già sera e tutto è inutile,
vago e senza importanza.
Dopo avere giocato per un po’
Con il telecomando davanti alla tivù;
e da dietro la finestra
mi sono accorto che infine
il tutto se ne frega.
L’indifferenza tra gli ombrelli
Neri aperti come pipistrelli.
La melma scorre
Tra ectoplasma e rifiuti organici
Confondendo la gente
Tra fantasmi alieni e altro.
E’ già sera
E l’inutile oggi è andato via.
Sembra che l’inutile è in me.
E se l’auto o il treno
Porta sempre in questa stanza
Come una figura geometrica
Che racchiude un rito magico
Per evocare
Lo spirito malefico della solitudine
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sabato, 18 novembre 2006
265
Tra oj e dumani
C’è sempri u’ postu
U’ pirchì e na pirsuna.
E ‘un è u pirchì u postu e a pirsuna
A fari u dumani
Ma sulu l’oj,
unni di chiddu chi siti
putiti tingiri u calannariu u ralogiu
e macari u cori.
A forza chi c’è ni nautri
Aspetta sulu d’essiri ‘mpiegata.
L’amuri che c’è ni nautri
Aspetta sulu di nesciri.
Quannu ammeci
Affucamu sentimenti e forza
‘un arresta atru
Ca na pirsuna vacanti
Senza Diu.
Sulu farsitati e ‘nfamitati
Comu i machini e i stratuna
D’ogni civitati.

TRADUZIONE
Tra l’oggi e il domani
C’è sempre un posto
Un perché e una persona.
E non è il perché il posto e la persona
A determinare il domani
Ma solo l’oggi,
dove da protagonisti
potete colorare il calendario, l’orologio
e magari il cuore.
La forza che c’è in noi
Aspetta solo un utilizzo.
L’amore che c’è in noi
Aspetta solo di fluire fuori.
E quando invece
Reprimiamo sentimenti e forza
Non rimane altro
Che una persona vuota
Senza Dio.
Solo falsità e ipocrisia
Come i veicoli e le strade
Di qualsiasi città.
265
Tra oj e dumani
C’è sempri u’ postu
U’ pirchì e na pirsuna.
E ‘un è u pirchì u postu e a pirsuna
A fari u dumani
Ma sulu l’oj,
unni di chiddu chi siti
putiti tingiri u calannariu u ralogiu
e macari u cori.
A forza chi c’è ni nautri
Aspetta sulu d’essiri ‘mpiegata.
L’amuri che c’è ni nautri
Aspetta sulu di nesciri.
Quannu ammeci
Affucamu sentimenti e forza
‘un arresta atru
Ca na pirsuna vacanti
Senza Diu.
Sulu farsitati e ‘nfamitati
Comu i machini e i stratuna
D’ogni civitati.

TRADUZIONE
Tra l’oggi e il domani
C’è sempre un posto
Un perché e una persona.
E non è il perché il posto e la persona
A determinare il domani
Ma solo l’oggi,
dove da protagonisti
potete colorare il calendario, l’orologio
e magari il cuore.
La forza che c’è in noi
Aspetta solo un utilizzo.
L’amore che c’è in noi
Aspetta solo di fluire fuori.
E quando invece
Reprimiamo sentimenti e forza
Non rimane altro
Che una persona vuota
Senza Dio.
Solo falsità e ipocrisia
Come i veicoli e le strade
Di qualsiasi città.
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categoria:i vetri limati dal mare 1990-94
mercoledì, 15 novembre 2006
264
Puru oj
‘n omu mori di fami
‘n omu mori di scantu
Ni quarche agnuni di stu munnu.
Vidè oj
‘n omu addumanna ajutu
E n’autro l’elemosina
Ni quarche agnuni di stu munnu.
Oj videmma
‘n omu s’annamura
‘n omu nasci
Ni quarche agnuni di stu munnu.
Puru oj
È u’ jornu spiciali
Da tiniri a menti
p’u restu d’jorna di stu munnu.
Ma tu
Ni quali parti di munnu stani?
Ca pensi sulu pi tia?
Ca pensi sulu a tia?

TRADUZIONE
Anche oggi
Un uomo more di fame,
un uomo muore di paura
in qualche parte del mondo.
Anche oggi
Un uomo chiederà aiuto
E un altro l’elemosina
In qualche parte del mondo.
Anche oggi
Un uomo si innamorerà
Un uomo nascerà
In qualche parte del mondo.
Anche oggi
Sarà un giorno speciale
Da ricordare per il resto del mondo.
Ma tu,
in quale parte del mondo stai?
Che pensi solo per te?
Che pensi solo a te?
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martedì, 14 novembre 2006

 
263
Stava fermu, aspettava,
faciva puru pena
a cu sapiva
c’’un arrivava.
Quarcunu ci pruvà
A diricci tecchia di verità,
ma jddu risulutu nigà
e sicuru c’udià.
Jddu ci cridiva
A dd’unica cosa veru bedda
Di tutt’a so vita.
Na primavera duci.
Ed era dda! Fermu!
Aspettava ancora.
Quannu po’ ancumincià a priuccuparisi,
cu i labbra addumisciuti
fici cennu a na mezza prighera
a Diu o ‘u’ si sapi a ccu,
fu prontu puru a vinnisi l’anima.
Ma ‘nfunnu ‘nfunnu
‘un valiva accussì tantu
Quantu stu mumentu d’amuri?

TRADUZIONE
Fermo lì, ad aspettare
Faceva anche pena
A chi sapeva già
Che non sarebbe arrivata
Qualcuno provò ad accennare
Un po’ di verità
Ma lui negò e forse anche odio.
Lui credeva.
L’unica cosa bella della vita.
Una dolce primavera.
Ed era lì fermo ad aspettare.
Quando poi incomincio a preoccuparsi,
ad accennare una mezza preghiera
a dio o a chissà ché,
anche pronto a vendersi l’anima.
Infondo non valeva così tanto
Quanto un momento d’amore.

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