lunedì, 31 ottobre 2005
SPIRI’
TRADUZIONE

L’UOMO SCIMIA
Chi ha visto Spirì ha avuto prova certa che la teoria evoluzionista è giusta. Spirì di formato e viso era l’anello mancante tra l’uomo e la scimmia. Alto un metro e cinquanta con le gambe corte e le braccia lunghe, il viso di una scimmia, con una espressione tra la furbizia e la malinconia. Questa espressione e la parola lo facevano considerare uomo. Se l’avesse incontrato Darwin l’avrebbe abbracciato e baciato e portato con lui. Invece incontrò un paesano, Vincenzo Abbissi, unico giostrante di Siciliana, e se lo portò con lui mostrandolo attaccato con le catene nelle varie feste di paese come l’uomo scimmia.
Abbissi faceva l’impositore: “Venghino venghino signori! Dalle lontane foreste amazzone il dottore Zurden ha catturato l’uomo scimmia. Per sole cinquecento lire lo potete ammirare in tutta la sua bruttezza. Non abbiate paura è in una gabbia d’acciaio temperato costruita apposta per l’abominevole e aberrante uomo scimmia! Apprestatevi signori! Il divertimento è assicurato per grandi e piccini! Venghino signori, fare il biglietto alla cassa!”
L’unica cosa vera che diceva era che Spirì era brutto, e brutto c’era veramente.
Giravano tutta la Sicilia, tranne Siciliana. Però capitò che un paesano vedendo Vincenzo Abbissi con questo discorso, fu curioso ed entrò, quando vide a Spirì che faceva lo scimmione truccato con i peli in faccia, prima lo chiamò: “Vicè! Spirì! Disgraziato risponti!”. Lui faceva finta di niente poi scoppiarono tutti e due in una risata a crepapelle mentre il pubblico pagante guardava e non capiva.

GABINETTI PUBBLICI
L’incontro tra Abbissi e Spirì è stato per caso ed ha colpa l’amministrazione democristiana. Ora vengo e mi spiego.
Come tutte le creature di questo mondo anche Vincenzo Spirì aveva i genitori, solo che il padre non lo riconosceva come figlio, non perché era brutto, anche perché il padre non ci scherzava, ma perché era democristiano. Siamo nei primi anni sessanta e la politica era sentita come una appartenenza ad un partito, questo era ancor di più sentito tra democristiani e comunisti. Ora Spirì il padre era comunista fanatico, lui portatore, come pure il figlio, non poteva stare nel partito dei bene stanti capitalisti, perciò che Vincenzo era democristiano questo lo faceva imbestialire talmente che più di una volta nel periodo elettorale si sono azzuffati in mezzo alla strada, magari fomentati dalle persone. Il fatto era che bandivano a voce per le strade il comizio della sera: il padre per i comunisti e il figlio per i democristiani. Per il padre il figlio era traditore del proprio sangue, venduto e fasullo. Vincenzo gli diceva al padre che con i comunisti mangiavano solo i più furbi e i rimanenti non vedevano niente, invece con i democristiani qualche soldo si vedeva. Insomma ogni volta che c’erano le elezioni nella famiglia Spirì c’era una guerra.
I portatori erano quelli che sulle spalle portavano i bagagli dalla stazione della ferrovia al paese, fino a casa del cliente, oppure dalla piazzetta Piano dove si fermavano le corriere. Avvolte traslocavano i mobili da una casa ad un’altra. Lavoro pesante e di scarso tenore sociale.
Quando ci è stata l’amministrazione democristiana nella piazza Merli in un sotterraneo ricavarono i gabinetti pubblici e per guardiano che guadagnava qualche soldo di chi ci andava, cinquanta lire per orinare e cento lire per defecare, ci misero a Vincenzo Spirì.
Giustamente in piazza con la festa del Tre di Maggio non c’era dove andare e tutta la gente se ne andava per i bisogni corporali nel bosco vicino, questo per gli uomini, ma una donna poteva schiattare. Il siculianese ne per cento e neanche per cinquanta lire ci andava, perciò continuò a fare come prima, la donna siculianese Dio ce ne guardi andarsi ad abbassare le mutande in un posto che non era la propria casa, perciò servivano solo per i forestieri.
Vincenzo Abbissi vendeva con una lotteria bambole di arredo, che la gente metteva sopra il letto, vicino i gabinetti, già aveva osservato Spirì, vederlo lì sotto era un vero peccato, allora incominciò a studiarlo. Cosa pensò? Gli mandò un suo amico forestiere vestito elegante con le mani nascoste dietro le spalle e gli si presentò lì sotto.
-Mi dica è lei che dirige questi gabinetti?
-A servirla! –Con prontezza rispose Spirì con quella voce gutturale che aveva.
-Deve avere un po’ di bontà, ho bisogno di orinare e solo, come lei stesso sta
Notando non ce la faccio, mi dovrebbe sbottonare lo sparato davanti e me lo
dovrebbe uscire fuori.
-Ma neanche per sogno che io gli sbottono i pantaloni e gliela dovrei toccare!
-Negli altri paesi me lo hanno fatto sempre, non c’è stato mai problema, si sbrighi
che me la sto facendo addosso, faccia questa carità!
-No! No! No! Ma sta scherzando che io tocco lo strumento a lei…
-Mi sto orinando addosso, se mi succede lo denunzio all’autorità e lo faccio
Licenziare. Faccia il suo dovere che le lascio una lauta mancia.
Per farla breve Spirì vendendosi minacciato e perciò bestemmiando gli sbottonò lo sparato bottone per bottone gliela uscì di fuori e quel povero cristiano si liberò.
-Buon uomo, deve capire che non posso uscire con questa cosa di fuori perciò me
la deve rimettere di nuovo dove stava.
Vincenzo Spirì bestemmiando di mala maniera stava per rimettere apposto.
-Alt! Cosa sta facendo?
-Come che sto facendo? La sto rimettendo apposto.
-Così?
-Come così?
-Non me la deve scrollare? In caso contrario la goccia mi bagna le mutande e i
pantaloni.
-Ma sta scherzando che gliela devo pure scrollare?
-perché lei non se la scrolla dopo?
-Io certo, ma è la mia! A quella mia!
-Me la deve scrollare, come dice la legge, me la deve s c r o l l a r e!
Spirì si convinse e gliela scrollò.
-Cortesemente, un’altra volta.
E Spirì gliela scrollò un’altra volta, rimise tutto a posto, quando quello esce la prima mano prende il portafogli e con l’altra mano cercò i soldi, prese cento lire e gliele diede.
-Grazie e non le do la mano che ce la sporca- E se ne salì. Nella scala c’erano Abbissi e complici che ridevano a crepa pelle e Spirì capì tutto il trucco e così scaricò a tutti parolacce di ogni genere.
SPIRI’ E LA PRIMA DONNA DELLA SUA VITA
Abbissi lo ha convinto che quella non era la sua vita, e poi gli affari non erano come si prevedevano. Abbissi è stato come il demonio tentatore per Spirì. Lui lo sapeva che Abbissi era la tentazione, ma era peggio rimanere in paese, in un fondo di cesso aspettando che qualcuno abbia di bisogno, rimanere al Circolo Civile ad ascoltare minchiate inutili, oppure con le mani in tasca in piazzetta Piano per portare qualche bagaglio a chi arriva con la corriera, o ancora qualche ordinanza da bandire a voce. Abbissi gli parlava di signorine e di feste, d’avventure e paesi sempre diversi.
-Noi andiamo sempre al seguito della festa. Sempre luci colorate, luna park, donne vestite in festa altere come giumente. Per noi è sempre festa!
Abbissi sembrava il Lucignolo di Pinocchio che gli prometteva il paese dei Balocchi. A Spirì padre, Abbissi ci sembrava il demonio in persona che lo incantava facendogli sembrare l’inferno come un posto di divertimento. Ma Spirì fuggì senza salutarlo.
Mentre vedeva albeggiare, sopra l’auto che correva sulla strada, con il rompo della marmitta rotta, sentiva nel cuore la felicità e la paura che si lottavano, come la luce del giorno con il buio della notte.
Abbissi gli calcò in testa un cappellaccio con le orecchie che uscivano di sotto e una giacca quadrettata arancione, il suo lavoro era di dare i biglietti della lotteria e prendere i soldi delle persone attorno, mentre lui li chiamava: -Signora la bambola spagnola che fa bella figura sul suo letto matrimoniale. Abbiamo gli ultimi dieci biglietti, tra i quali troverete il biglietto fortunato. Dai Spirì porta il biglietto a quel signore!- E Spirì ridendo portava il biglietto e afferrava i soldi. Qualcuno protestava che era più di due ore che diceva gli ultimi dieci biglietti… Le persone nel vedere Spirì si divertivano, mentre Abbissi gli combinava qualche scherzo e più Spirì si arrabbiava più le persone ridevano. Quando a fine festa Spirì incominciò a incassare allora capì che era tutto lavoro.
Sopra l’auto e di corsa per un altro paese, per un’altra festa. Cambia il santo, cambia il paese, cambiano le persone, ma i fatti sono sempre gli stessi. Cambiano le bande musicali, cambiano i musicanti ma la musica è sempre la stessa: Ta taratà tàtà! Ta taratà tà tà! Ta taratati tà tata taa!
Mentre che camminavano per la strada Spirì parlava sempre di donne; Abbissi non ne poteva più. Quando, mentre si avvicinavano al prossimo paese c’era una donna di mestiere vicino ad un ponte, alta con una minigonna e un paio di gambe che saltava a gli occhi veramente. E Spirì: -Le farei questo… le farei quello…la afferrerei di qua… l’afferrerei di là…- Abbissi guidava a un certo punto frena facendo fischiare le gomme e torna indietro, così gli propone a Spirì se si vuole mettere con questa, perfino la pagava lui affinché non lo sentiva parlare più di donne. Può sembrare strano ma per Spirì quella era la prima volta, si intimidiva pure ad andarle a parlare. La prima donna della sua vita. Abbissi si partì lui e tornò ridendo. Spirì guardava da sopra l’auto e non capiva perché rideva in quel modo quel diavolo, vide che le diede i soldi, che parlarono, che le diede una manta sull’anca, ma ormai incominciava a conoscerlo e quella risata non prometteva niente di buono.
-Vicè, vai che t’aspetta sotto il ponte!- Gli comandò Abbissi, ma Spirì tentennava –Che fai? Scendi! Sbrigati! Non credo che te ne sei pentito e mi hai fatto rimetterci questi soldi… - Così Spirì, con il cuore che incominciava a battere come un cavallo furioso, si partì e scese sotto il ponte. Abbissi ci andava dietro e per assicurarlo gli dise che l’aspettava sopra il ponte. La cosa si fece e tra sospiri e urla di Spirì: “Bella!”. Abbissi rideva perché non si accorgeva che quello era un travestito. Quando udì a Spirì: -Vicè! Vicè-
-Che cosa è stato?- Rispose Abbissi.
-Vicè, la ho sbucata!- Sicuro che ha messo le mani davanti, pensò Abbissi ridendo a crepa pelle.
4
SPIRI’ MAFIOSO
Gli anni passarono insieme, avventura dopo avventura, perché con Abissi non c’era tempo per la noia, figli e donne ovunque, litigi, zuffe, per Spirì era un modello da imitare.
Un giorno mentre camminavano in una strada che portava da Sciacca a San Giusippuzzu Iatu, pioveva a dirotto, in mezzo a quella strada non vi era anima viva. Per sdrammatizzare la paura Abbissi raccontava fandonie a Spirì. Gli raccontava che era mafioso e per questo motivo in ogni paese che andava trovava il posto per montare la propria baracca.
-La mafia, caro Vincenzo, è come l’aria è ovunque! Ed è tutta una cosa in ogni parte del mondo! Quando uno si mette contro un mafioso si è messo contro tutta la mafia e la sua morte è sicura!
Spirì veniva stregato da quelle parole, da quella potenza che poteva avere un uomo con la semplice appartenenza in questo grande mistero che era la M A F I A.
-Come ci sei diventato mafioso, Vicè?- Gli chiese Spirì ad un certo punto.
-Mi hanno presentato altri due mafiosi, poi ho dato prova del mio valore e dopo, tutti incappucciati tranne io, mi presentarono al gran capo e mi hanno battezzato!- Abbissi raccontava scene che aveva visto al cinema –Mi hanno tagliato un po’ un dito e le gocce del sangue bagnarono la Santina di santa Rosalia, poi la bruciarono tra le mie mani dicendomi: “se io tradirò la mafia devo bruciare nel fuoco come questa Santuzza!” E altre cose che non ti posso raccontare a te che non sei mafioso, non sei nessuno Sprì.
-Io voglio diventarci!- rispose risoluto Spirì.
Ora quando si dice “il diavolo si mette in mezzo alle cipolle”. In quella strada non c’era uno sfortunato che fece panna e stava cambiando la ruota sotto quel diluvio? Viene di pensare che Abbissi è cattivo ma il diavolo ci mette pure la coda. A questo punto si ferma circa venti metri dopo e guarda negli occhi a Spirì e con voce ferma e tono serio gli dice: -Vicè! Vuoi diventare mafioso?
-Certo che ci voglio diventare!- Rispose Spirì.
-Guardami negli occhi quando parlo!- E con la mano gli alzo la faccia per il mento –Lo vedi questo che ha fatto panna?- Spirì ammaliato da quegli occhi celesti di Abbissi e di quel tono di voce serio, tutto impaurito gli disse si con gli occhi. Continuò Abbissi: -Devi scendere dall’auto e devi andarci a dare una pedata con tutta la forza che hai!-
-A quel poveretto? E che colpa ha?- Spirì non capiva il perché.
-Niente dunque, rimani nessuno e non parliamo più di mafia!- Abbissi stava per partire.
-Aspetta!- Gli fermo la mano, si calcò quel cappellaccio in testa e scese dalla macchina, con passo lesto fu dietro quella persona, rimase un po’ fermo tanto che Abbissi pensò che se ne era pentito e perfino lo aiuta a cambiare la ruota, invece fece due passi indietro e scalciò una detona nel di dietro che lo sollevò e lo fece battere sul cofano dell’auto. Quella persona già disperata per la panna sotto quel maltempo quando si è voltato e vide quel metro e cinquanta di persona con quella faccia da scimmia e quel cappellaccio in testa, lo acciuffa e incominciò a picchiarlo, sberle a più non posso. All’inizio Abbissi rideva poi incominciò a preoccuparsi e scese togliendoglielo dalle mani prima che l’ammazzasse.
Quando poi ripartirono, Abbissi gli spiegava che dopo che scaraventò la pedata dove scappare, invece si è fatto afferrare. Spiri ancora con le guance gonfie gli rispose: -Vicè, non voglio diventarci più mafioso!- Così finì subito la sua carriera nella mafia.

5
E’ MORTO SPIRI’
Il povero Spirì passò il resto dei suoi anni tranquillo in paese, seduto dalla sorella, unica parente. Dopo quel periodo di avventure tutto trnò come prima, tra il Circolo Civile e la piazzetta Piano, ormai non era più tempo di portatori, però si godeva la pensione e il denaro in tasca non gli mancava. La mattina andava a prendere il quotidiano per il Circolo, andava a prendersi il caffè al barre e si godeva le chiacchiere di politica, calcio e corna.
Appena settantenne morì. La gente in un passa parola sentendo la campana a morte: -E’ morto Spirì!- Ma al funerale non ci andò nessuno, tanto che il cognato e la sorella per esserci qualcuno chiamarono la banda musicale. Quei giovanotti dei musicanti vedendo quel morto senza nessuno si rattristarono tanto che mentre suonavano ci scendevano le lacrime.

Siculiana, 15 ottobre 2004.

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categoria:cuntura
lunedì, 31 ottobre 2005
3

Gesù
Crisci cu nautri.
Ddu Gesù quann’era addevu
Di u catechismu,
crisci cu nautri.
Ed è a stu miu Gesù
Ca mi rivotu
Da u suffucamentu di l’anzi.
Ed è a so vuluntà
Ca mi rivotu,
cu u corpu
e cu a menti.
E sulu u me Gesù mi po dari aiutu
Addumannatu pi u beni,
e mai l’addumannassi pi u mali
e di ddu beni ca haiu arricivutu
n’haju fattu amuri.
E di ddu beni c’arricivissi
Ni faria amuri.
A tia, o mio santu Gesù
Mi rivotu umili
Addumannannuti pirdunu
Pi chiddu ca ju sugnu.

TRADUZIONE

Gesù, cresce con noi. Il Gesù dell’infanzia, del catechismo, cresce con noi. Ed è a questo mio Gesù che mi rivolgo, con il corpo e con la mente. E solo il mio Gesù mi può dare l’aiuto richiesto per il bene, e mai lo richiederei per il male e di quel bene che ho ricevuto ne ho fatto amore. E di quel che io riceverei ne farò amore. A te, o mio buon Gesù mi rivolgo umilmente chiedendoti perdono per quello che io sono.



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domenica, 30 ottobre 2005

ASSOCIAZIONE PRO-LOCO SICULIANA
Sede Centro Sociale
92010 Siculiana Ag.
Tel. 0922817223                       

                                                          Caro Socio,

La S. V. è invitata a partecipare all’Assemblea dei Soci che si terrà presso il Centro Sociale il 03 nov. 2005 prima convocazione alle ore 18,30 e come seconda convocazione alle ore 19,00 per discutere i seguenti punti all’ordine del giorno:
1. Approvazione bilancio preventivo 2006;
2. Varie ed eventuali.
Certo di Vs. presenza l’occasione mi è gradita per porgere distinti saluti.
Siculiana lì 30 10.2005
Il Presidente pro tempore
Alphonse Doria

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categoria:pro loco siculiana
domenica, 30 ottobre 2005
COSA SUCCEDE?
Sull’articolo 37 e altro
Di
Alphonse Doria

Cosa succede quando un debitore ha perso la fiducia e vuole rinnovarla? La cambiale ormai scaduta da tanto tempo, non andata in pretesto perché i creditori (i vari parlamentari incaricati dal Popolo Siciliano a fare rispettare dallo Stato Italiano gli impegni presi con la carta pattizia dell’Autonomia) hanno reclamato con voce fioca tale credito ma non hanno intrapreso nessuna azione di fatto per tale rispetto.
Succede che promette di pagare, intanto acquisisce ancora credito.
La similitudine serve a capire che il debitore è lo Stato Italiano inteso come rappresentanza politica, il creditore è la Sicilia, come chiamarLa: Regione? Stato? Nazione? Ne parleremo di conseguenza.
Il debitore viene interpretato dallo smagliante Berlusconi.
Il creditore dall’inossidabile baciatore Totò Cuffaro.
Ciak si gira!
Palazzo Grazioli Roma 18 ottobre 2005
Berlusconi (lo Stato Italiano) è “davanti a un’insalata e a un gelato alla vaniglia” (GdS del 19.10.2005): -Pagherò tu pensa per i voti che io penso per le promesse. Quanto ti serve? Un miliardo d’euro? Io te ne prometto due?-
Totò Cuffaro (la Sicilia) “ha preferito un piatto di pasta” (GdS del 19.10.2005) Mentre gridduliava la cuda dello spaghetto e si stujava a funcia del sugo tra le labbra dice: -Però non basta! Se torno e ci racconto la cosa così come è, ddi minchia la cosa così com’è sta sicuro che non ci credono. Allora facciamo così: io t’amminazzu che se non paghi mi dimetto io e Saverio Romano sottosegretario dell’Udc. Tradotto in parole semplici: niente voti! Niente promesse! Fatti entro venerdì e non oltre! Intanto come anticipo dammi stu rolex!-
Meditavo: Berlusconi mancia il gelato, Totò Cuffaro la pasta e il Popolo Siciliano licca a sarda!

Palazzo Chigi Roma venerdì 21 ottobre 2005
“Entrano in gran parata i siciliani di Forza Italia e della CdL.: tutti in piedi schierati, sul palchetto della sala stampa di palazzo Chigi – il presidente dei senatori azzurri, Renato Schifani, i ministri Enrico La Loggia, Gianfranco Miccichè, Stefania Prestigiacomo, Antonio Martino e, naturalmente, il governatore Totò Cuffaro, per annunciare il via libera del consiglio dei ministri al decreto legislativo che attua l’articolo 37 dello Statuto della Sicilia..” (GdS del 22 ottobre 2005)
Mentre leggevo il giornale mi immaginavo questi che entravano e udivo miracolosamente “Ciuri ciuri ciuriddu tuttu l’annu l’amuri ca ti veni nna u sonnu…”
E’ fatta! Poi ho guardato la foto e mi è sembrata la barriera che si mette in difesa prima di battere una punizione nel gioco del calcio, c’è persino la Prestigiacomo l’unica donna però sembra avere gli attributi visto che l’unica a mettersi le mani a protezione di essi. Miccichè il gesto non è protettivo sembra significare “Te!”.
A battere la punizione saranno gli elettori Siciliani che sembra prendere coscienza della loro sicilianità, sembra che hanno imparato a leggere lo Statuto, a conoscere la propria bandiera, a non vergognarsi di essere Siciliani.

(continua)
Giardini Naxos venerdì 21 ottobre 2005
Protagonista incontrastato nella parte del bambino cattivo pentito: Giulio Tremonti. “Colui che solo sette giorni fa il governatore Cuffaro definiva –NEMICO DELLA SICILIA” (GdS del 22 ottobre 2005)
-Chi io?- con intonazione sicula mal riuscita –“Avevo due nonni meridionali!” –Scusati vuscenza ma non mi posso mettere in ginocchio perché sono stato operato frisco al menisco. La Sicilia è bella! Il carretto siciliano è bello! Il cannolo, la cassata siciliana. Forza Palermo! Forza Messina! Il commissario Montalbano è bello! “Per decenni avete avutola proprietà della casa ma non le chiavi. Adesso avete anche quelle.”
Il sindaco di Catania Scampagnini si guarda attonito con il sindaco di Palermo Cammarata: “Ma chi sta dicennu? Di quale casa sta parlando? Scusi ministro ma chi pinnuli si prende? Quelle rosse cerchi di evitarle?”
Cammarata: “No, è sempre per il debito che ci hanno promesso di pagare con l’articolo 37, ha fatto un esempio, ti do la chiave della casa della libertà, è una casa popolare in condominio con Bossi, Fini, Casini, Buttiglione e Berlusconi tutta gente da bene e così paghi pure la rate condominiale.
Continua il Tremonti versione pulintuni: “…non tutto è semplice, ci sono adempimenti e calcoli da fare, ma abbiamo dato inizio a un corso politico nuovo. Adesso la Regione dovrà dimostrare di essere capace di attivare nuovi investimenti e spendere meglio i soldi. L’essenza dello Stato è il federalismo, ma l’essenza del federalismo è il bilancio” (GdS come sopra)
(continua)
A questo punto allo specialista dell’aranciata Sanpellegrino gli viene il dubbio e lo vuole analizzare con il suo strano marchingegno come fa con le arance. Alfano lo dissuade: -Non ci abbiamo creduto nessuno alla sua sicilianità, manco tanticchia! E’ un risultato storico per la nostra regione. Non veglio credere ai segni ma più o meno, meno e riporto più se ci danno questi soldi attuppamu qualche virgogna. Oggi si festeggia l’Autonomia versione terzo millennio!- “Non a caso lo stesso Alfano, nel corso del suo intervento, cita il padre e il nonno del ministro per gli affari regionali Enrico La Loggia, che contribuirono a scrivere lo Statuto siciliano. Ivi compreso, ovviamente, l’articolo 37…” (Gds come sopra) A questo punto mi ritorna alla mente un mio articolo che girava a via di fotocopie del 1995 dal titolo SICILIA PROLETARIA con tanto di trinacria a timbro rosso.
Vi riporto solo l’inizio: “Il proletario nell’antica Roma era nella classe dei cosiddetti ‘capite censi’ esenti anche del servizio militare. Oggi il proletario non sa di esserlo. Ma chi vive alla giornata, affidandosi al destino, chi non ha una occupazione sicura, come chi si inventa una bottega di artigiano o commerciante, perché non ha occupazione, è un proletario, oggi lo è!
-In Sicilia la quota della popolazione attiva è più bassa che nelle altre regioni d’Italia (il 25% di disoccupati) La Sicilia è, dunque una regione proletaria.- Così scrisse Enrico La Loggia nel 1994. Il cosiddetto padre dell’articolo 38 dello Statuto d’Autonomia Siciliana, così famoso per la sua chiarezza di esposizione e così ‘azzeccagarbugli’ quando relazionò alla regione l’art. 38 stesso: -Lo Stato verserà annualmente alla regione, a titolo di solidarietà nazionale, (il rimborso dei danni subiti dall’unità di Italia ad oggi, lo chiama solidarietà, non ha avuto coraggio abbastanza di chiamare con il proprio nome) una somma da impiegarsi, in base ad un piano economico, nella esecuzione dei lavori pubblici. (…) Questa somma tenderà a bilanciare il minore ammontare dei redditi di lavoro nella regione in confronto della media nazionale.” E qui si sottointente il riscatto socio-politico del popolo Siciliano costretto nella sottomissione, nell’offesa morale, nella dignità, ufficialmente classificato, sancito dalla costituzione come Popolo proletario. Direi ai La loggia, che sono al potere da Garibaldi ad oggi, e si sono definiti sempre unitari, ma comunque è stata la loro fede all’ombra di tanti regimi, direi, cinquant’anni di sottomissione del nobile Popolo Siciliano ai vari governi di Roma possono bastare… Ai La Loggia chiederei: Il Siciliano ha diritto di chiedere l’attuazione di questo Statuto di autonomia? Oppure deve aspettare ancora altri pronipoti di La Loggia venduti a Roma, o a Milano, o a Torino? Dico La Loggia per non fare nomi…”
E ancora sull’articolo 37 riporto quello che dissi nel comizio del 13 giugno 1996 a Siculiana: “Nell’Autonomia Siciliana c’è la possibilità di riscatto economico e sociale, ma viene boicottata. Lo Statuto di Autonomia traviato articolo per articolo dal primo presidente della Regione Alessi all’ultimo Graziano. La beffa peggiore è che il presidente della camera Violante il 28 maggio 1996 viene a Palermo e nella sala dell’ARS, per l’anniversario della prima seduta e proferisce queste testuale parole: -CHI HA GOVERNATO LA SICILIA NON HA UTILIZZATO FINO IN FONDO LA POTENZIALITA’ DELLO STATUTO. QUESTO E’ STATO UN SEGNO DI RESPONSABILITA’ perché FORZARE AVREBBE PORTATO ALLA SEPARAZIONE-. Forse lo statalista Violante ha dimenticato che lo Statuto d’Autonomia è legge costituzionale, ma nella sua mente di poliziotto non vi è molto spazio per la parola LIBERTA’. Lo Statuto di Autonomia è una conquista del Popolo Siciliano ottenuta con onore e sangue. Anche se a qualcuno ha fatto comodo non utilizzare lo Statuto Siciliano che dà il petrolio ai Siciliani con l’art. 33; anche se ad Agnelli ha fatto comodo non pagare i tributi dovuti alla Sicilia con l’art. 37; anche se a molti politici fa comodo un milione di Siciliani disoccupati o sottoccupati per ricattarli a tempo di elezioni; anche se al nord fa comodo avere una colonia dove vendere i loro prodotti. Loro producono e noi consumiamo, loro si sviluppano socialmente e noi ci disperiamo. (Essendo terminali subiamo l’onere finale dell’IVA e rispettando l’articolo 36 non doveva nemmeno esistere in Sicilia)”
Tanto per chiudere l’antologia personale di anni di lotta indipendentista sull’argomento, così scrivevo in un mio libro, stampato rozzamente e andato avanti a via di fotocopie, S.O.S. NAZIONE SICILIA, pagina 51: “27 Febbraio 1957 MORTE DELL’AUTONOMIA SICILIANA SENTENZA n°38 della Corte Costituzionale del 09.03.1957 sancisce che: -La competenza dell’Alta Corte della regione Siciliana è stata travolta dalla Costituzione”. L’Autonomia Siciliana muore con l’abolizione dell’Alta Corte! Il giudizio della Corte Costituzionale è fondato sul principio della -unicità della giurisdizione costituzionale risultante dal carattere unitario dello Stato e dalla rigidezza della Costituzione-. Anzitutto lo Stato Italiano bensì all’art. 5 della Costituzione è detto che la Repubblica è -una e indivisibile-, benché tale concetto si ritrovi negli statuti speciali (Statuto Siciliano art. 1 ecc.) le regioni sono state costituite non come Enti di decentramento amministrativo, bensì come Enti che oltre ad essere dotati di funzioni amministrative (art. 188 Cost.) godono di podestà legislative; per la Sicilia in alcune materie sono potestà legislative di carattere esclusivo del Parlamento Siciliano. Conseguentemente ci troviamo non di fronte ad uno Stato unitario ma ad uno Stato che sta a cavallo tra quello unitario e quello federale e che si può definire STATO REGIONALE.”
Ritornando a Giardini Naxos dopo questi chiarimenti penso che sia giusto dare la parola al ministro Tremonti reduce dell’operazione al menisco: “Volevano mettermi una gamba di legno, ho chiesto di che legno si trattasse e mi hanno detto: di ulivo. Ho Risposto no grazie” (GdS del 22 ottobre 2005) Si sono tutti scompisciati dalle risate mentre vedevano il burattino ormai ligneo con il naso sempre più lungo.
Tanti si chiedono che succede? Altri non parlano, anzi non scrivono, come i fratelli indipendentisti dell’aria Unione a dire la verità nemmeno quelli dell’aria Polo. Perché? Come mai? Che succede?
(continua)

Astoria Palace di Palermo 29 ottobre 2005
Ritorniamo a martedì 18 ottobre 2005 mentre il governatore siciliano Cuffaro a braccia conserte impose il suo aut o aut sull’art. 37 il senato affonda le modifiche sullo Statuto perchè tale modifiche hanno influenza sul piano finanziario. A mio avviso si arriva su un tale paradosso politico che solo noi Siciliani potevamo creare. Perché si cerca di rinnovare uno Statuto non applicato? Uno Statuto ancora oggi da valutare in pieno da riscattare come lotta per l’Autodeterminazione del Popolo Siciliano come è vero e autentico lo spirito di tale trattato.
Che ci va a fare Guido lo Porto a u Cippu di Randazzo? Quando la sua riforma dello Statuto lo va snaturalizzare? Quando per riforma lega il destino politico del Popolo Siciliano in un infame binomio: MAFIA SICILIA. Bastano dei fiori ai martiri della Patria Sicilia: Canepa, Rosano, Ilardi, Lo Giudice? E ne aggiungerei ancora altri ma il discorso diventerebbe molto più lungo. Per avere negato la storia, per avere tradito la storia del Popolo Siciliano asserendo che l’Autonomia è una conquista di chi ha contrattato con l’Italia e non di chi lotto con il proprio sangue e con la propria libertà? Perché non studiare, onorare come giusto sia il grande politico siciliano Andrea Finocchiaro Aprile? Padre del riscatto politico della Sicilia!
Andiamo così a fare gli auguri al primo presidente dell’Autonomia Siciliana per i suoi cento anni. Auguri a Giuseppe Alessi. “Il –padre dello Statuto ricorda il suo passato, le battaglie per l’autonomia della sua terra e sfida con serenità la morte: -Ho sempre la valigetta in mano” (GdS del 29 ottobre 2005) Comunque fuori la sua valigetta ha lasciato questa sua confessione che riporto testualmente: “Fummo autonomisti perché unitari, cioè italiani di Sicilia. Avevamo in mente un’autonomia profonda ma il separatismo ci limitò e ci condizionò. Ciò che abbiamo fatto, comunque, è stato di guida e di esempio per tutte le Regioni. E anche se dell’autonomia non è stato fatto l’uso migliore devo dire che ne è valsa la pena” A mio avviso tale dichiarazione, se mai ci fosse un inferno dei politici, lo assicurerebbe per l’eterno tra le fiamme tra le fucine di Satana. Perché vi è il testamento del suo tradimento e di tutti i suoi successori. Che significa paura dei separatisti? Paura di chi ha lottato per l’indipendenza e ottenuta l’autonomia potevano fare funzionare veramente tale diritto e arrivare così all’autodeterminazione del Popolo Siciliano? Ma questo è ancora il diritto dei SICILIANI D’ITALIA! Allo è stato tutto un inganno non solo dello Stato Italiano ma anche della classe politica siciliana ascara come Alessi ai Siciliani che seppellirono l’ideale indipendentista accontentandosi dell’Autonomia deponendo le armi e ammainando la bandiera dell’Evis (Esercito Volontario Indipendentista Siciliano). E’ stato un coglionio generale caro secolare Alessi! Solo uno non ci ha creduto… ed è rimasto in montagna a lottare… Per tutta difesa “il grande vecchio” dice che “si è dimesso per ben due volte a capo del governo isolano, prima per protesta contro la volontà della Costituente di subordinare lo Statuto siciliano a una legge ordinaria statale, poi contro la soppressione dell’Alta Corte. Ma è rimasto nel gioco, solo innocue filippiche e firme d’italiano di Sicilia. I fatti sono i fatti e i fatti dicono il tradimento sistematico, articolo per articolo, spudoratamente confessato d’Alessi, al valore principale dello Statuto dell’Autonomia che è l’Autodeterminazione del Popolo Siciliano in cambio della promessa Indipendenza da parte degli Alleati. Ora caro vecchio se cerchi un’assoluzione politica da parte del tuo Popolo con la scusante del separatismo, il tuo Popolo POLITICAMENTE ti dice: vai all’inferno!

Rospi e polpette GdS del 28 ottobre 2005
Sull’articolo 37 si è aperta una diatriba incandescente tra il segretario dei DS regionale Angelo Capodicasa, il mago delle polpette, asserisce: “Altro che risultato storico, l’accordo sull’entrate fiscali dell’articolo 37 è una polpetta avvelenata!” quell’atto “va ritirato, perché può avere effetti devastanti sulle casse dell’amministrazione!”
Cuffaro, il domatore di rospi, risponde: “la Quercia fa –catastrofismo e disinformazione”.
Capodicasa, il mago delle polpette: “A fronte dei circa 600 milioni l’anno che dovrebbero arrivare in Sicilia, in applicazione dell’articolo 37 vengono trasferite alla Regione competenze sinora dello Stato . Quali competenze? E’ questo il punto sul piano teorico, le voci previste dallo Statuto comprendono pubblica istruzione, sanità, assistenza (ovvero pensioni sociali e di invalidità. Secondo le ultime stime di quanto ha speso lo Stato per questi settori, sulle spalle della Regione potrebbero gravare nuove uscite per 12 miliardi l’anno.” Ciò quanto previsto dal II° comma dello schema del decreto varato dal consiglio dei ministri, che dice “simmetricamente” all’applicazione dell’articolo 37 vengono trasferite alla regione competenze sinora dello Stato.
Capodicasa continua: “Succederà semplicemente che tutto quello che lo Stato darà alla regione con una mano, con un’altra toglierà. Altro che nuove entrate, il totale fa zero”.
Un po’ come faceva u zzu Ninu Vaccarinu, gelataio in carrozzella, ci riempiva il cono gelato e quando noi bambini protestavamo che era poco e ne volevamo un altro po’, lui ci accontentava in questo modo: prendeva una palettata abbondante di gelato e invece di depositarlo sul cono ne toglieva, fin quando noi bambini non protestammo più.
Cuffaro, il domatore di rospi, così risponde: “La sinistra siciliana ha difficoltà ad ingoiare il rospo di una vittoria storica non di questo governo ma dell’intera isola. Finge di non sapere che il passaggio di competenze viene determinato da una commissione paritetica prevista dal nostro Statuto, che è legge. Sarà questa commissione, materia per materia a interpretare e attuare concretamente quel criterio di simmetria richiamato nelle norme di attuazione dell’articolo 37. –parlare di perdite- è l’apice del funambolismo dialettico privo di fondate conoscenze sul reale impianto finanziario della norma”. Aggiunge poi altro che 500 milioni, pare che Tremonti abbia ipotizzato 3 miliardi e mezzo d’euro!
Capodicasa, il mago delle polpette, schiaffeggia con il guanto il governatore: “Sfido Cuffaro a un confronto d’aula e gli altri a un dibattito pubblico, ovunque”.
Che loro si sfidano e si confrontano e si schiaffeggiano e si prendano a calci e a sputi poco interessa, perché intanto quello che vanta Cuffaro come conquista è sessant’anni che i Siciliani l’avevano ottenuta. Le paure di Capodicasa vanno messe in conto ai diritti di libertà dello Statuto d’Autonomia, quella stessa libertà che è stata venduta al migliore offerente dei nostri politicanti a Roma. Come sembra anche questa volta come asserisce Mario di Mauro: “cantare vittoria" quando finalmente si riesce ad applicare un articoletto dello Statuto del 1946 (56 anni, e dovremmo pure "festeggiare"!). Non c'è nulla da festeggiare: sono ridicoli quei politici eletti in Sicilia che "cantano vittoria". In verità quello che a Palermo millantano come una loro "vittoria" -e che comunque è vittoria postuma del vecchio MIS- è solo un episodio marginale nella lunga ristrutturazione dello Stato-Nazione italiano (federalismo fiscale ecc.). E dirò di più: l'annunciata (parziale) applicazione dell'art.37 dello Statuto siciliano si configura come una testa d'ariete della devolution di Bossi-Pagliarini e C. e non ci vogliono i "servizi segreti" per sapere che da marzo 2003 il principio sancito per la Sicilia nel 1946 -per zittire un Popolo indipendentista ancora addhitta- ma riconosciuto solo oggi, verrà esteso a TUTTE le regioni della Repubblica Italiana... Dunque, se vittoria c'è è dei "morti" del Movimento per l'Indipendenza e di quanti, anche autonomisti moderati, contribuirono al "Patto di Autonomia" che riformulava il rapporto tra la Sicilia e lo Stato italiano. Ma vittoria non c'è, perchè è una certa Storia che sta scrivendo una sua pagina annunciata: è la Padania che passa all'incasso firmando la sua Vittoria con l'inchiostro dei parlamentari terroni” (La Sicilia" del 14-11-2002)
Come riferisce un comunicato stampa dell’Altra Sicilia: “Non ci complimentiamo con Cuffaro per questo: ha fatto finalmente una piccola parte del suo dovere dopo cinque anni di inerzia a chiedere quei 500 milioni prodotti dalla "nostra" economia, senza chiedere per contro tutti quelli mai dati in passato.
E ce ne sarebbero molti altri da riprendersi...
Noi non siamo contrari in linea di principio ad emendamenti o riforme dello stesso; ci sembra assurdo, però, che si debba mutilare uno strumento potentissimo come lo Statuto, fondato sul sangue dei martiri che lo hanno reso possibile, quando non si è provato mai a tentare di applicarlo, né soprattutto di farlo conoscere al Popolo Siciliano. Il tempo però ci dà ragione. E ci darà ragione anche su altri fronti.
Oggi si approva una devolution che, oltre ad ampliare l'autonomia delle regioni a statuto ordinario, riduce quella delle regioni a statuto speciale, portandole sostanzialmente sullo stesso piano delle prime.
In particolare la Nostra Assemblea si chiama così e non Consiglio perché è un Parlamento, sia pure "regionale", e non un organo che lo Stato centrale possa sciogliere a piacimento in funzione di "sue" esigenze costituzionali.
La sovranità della Sicilia si basa sulla piena autonomia della sua comunità politica e pertanto è impensabile legarne la durata ai capricci della politica nazionale ed al cosiddetto Senato Federale. “

Così riferisce Scianò segretario del Fronte Nazionale Siciliano: «Messe da parte l'ipocrisia e le falsità e riportata nei giusti termini la vicenda del presunto "REGALO", l' FNS ci tiene a precisare - a scanso di equivoci - che non è stato affatto chiuso il CONTENZIOSO fra lo Stato Italiano e Regione Siciliana in materia di applicazione di Statuto. Non possiamo e non dobbiamo dimenticare infatti che si continua a violare il PACTUM costituzionale, che sono molti gli articoli di Statuto non applicati e che la PROPOSTA di LEGGE-VOTO di Riforma dello Statuto approvata dall'Assemblea Regionale Siciliana marcia decisamente contro le ragioni della specialità dello Statuto stesso. E per la violazione del PACTUM COSTITUZIONALE DEL 1946. Ed è quindi tutt'altro che rappresentativa dei diritti, degli interessi e delle aspettative della Nazione Siciliana. Ma per fortuna tale proposta non è stata ancora approvata dal Parlamento e quindi esisterebbero gli spazi per alcune fondamentali - e necessarie – rettifiche”.
Allora sembra che il nodo principale di tutta la questione sia la delolution. E’ un mio parere e non me ne abbiano i fratelli sicilianisti, ma da indipendentista non ne faccio un discorso prettamente partitico, come loro (Polo Unione) vogliono che sia, ma di etica ideologica e qualsiasi azione centrifuga di potere dell’accentramento statale dell’Italia per me va bene! Noi ci faremo rispettare sempre e comunque la nostra sicilianità, e il nostro patto Autonomistico. E che le identità nazionali inventate dall’oggi al domani come la Padania si prendano pure le nostre conquiste, i nostri insegnamenti. Però quando lo Stato Italiano straccerà la famosa cambiale, chiamata Autonomia, autorizzerà il Popolo Siciliano alla lotta Indipendentista. Perché? Perché la devolution sarà una loro imposizione e non una nostra richiesta nel famoso tavolo pattizio. Come nel risorgimento quando gli indipendentisti d’Italia avevano progettato una confederazioni di stati italiani e la massoneria (carboneria) deformò il progetto in una piemotizzazione, da allora aperta la questione siciliana e non chiusa mai, anche se tamponata con l’Autonomia, si riaccenderà in pieno diritto nella lotta politica a 360°.
Siculiana 30 ottobre 2005



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categoria:saggi
domenica, 30 ottobre 2005

                Associazione  Pro-Loco “Siculiana”

 

                                                Patrocinio

                                 COMUNE DI SICULIANA

                                 Assessorato Cultura e Pubblica Istruzione

 

 

CONVEGNO

 

 

ARCHITETTURA E CITTA’ CONTEMPORANEA

 

                           

                        Dell'Ingegnere PASQUALE VELLA

 

 

 


                      Centro Sociale sabato 5 novembre 2005 alle ore 18,30

 

 

 

 

 


                                                       

 

                                                                Università degli Studi di Palermo

 

 

 

 

Invito

 

 

Consegna della tesi di laurea dell’ing. Pasquale Vella al Direttore della Biblioteca Comunale Franco Caruana – Assegnazione TARGA DI MERITO 2005 della Associazione Pro loco Siculiana dell’insegnate Giuseppina Modicamore

 

 

 

INTRODUZIONE:

 

Prof.ssa Patrizia Iacono

 

Responsabile Comitato Targa di merito dell’Associazione Pro Loco Siculiana   

 

 

SALUTI:

 

Alphonse Doria

 

Presidente dell’Associazione Pro Loco Siculiana

 

Dott. Giuseppe Sinaguglia

 

Sindaco Comune di Siculiana

 

 Santo Lucia
Vice Sindaco Comune di Siculiana

Assessore Pubblica Istruzione e Cultura

 

 

Pasquale Vella

 

Dottorato di ricerca DPCE  - Facoltà di Ingegneria di Palermo

 

 

Presentazione della tesi di laurea: “ LA STAZIONE CENTRALE DI PALERMO: progetto per l’intermodalità”

 

 

Intervengono:

 

 

Dott. Vincenzo Di Rosa

 

Presidente dell’Ordine degli Ingegneri Provincia di Agrigento

 

 

 Salvatore Amoroso

 

Professore ordinario Facoltà di Ingegneria di Palermo

 

 

Barbara Lo Casto

 

Dottorato di ricerca del Dipartimento di Aeronautica e trasporti dell’Università degli Studi di Palermo

 

 

Antonio Margagliotta

 

Professore associato Facoltà di ingegneria di Palermo

 

 

Giovanni Francesco Tuzzolino

 

Professore associato Facoltà di Architettura di Palermo

 

 

 

                                                                                                                            

 

                                                                                                           

 

 

 

 

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categoria:pro loco siculiana
martedì, 25 ottobre 2005
2
Come il giorno nel primo mattino
Con un cielo senza futuro
Il sorriso di un bambino
E lo sguardo stanco
Così è il foglio bianco
Del poeta annoiato
Dall’ultimo argomento.
Nel bicchiere d’acqua
Una tempesta in tormento
Come nell’anima e nella mente
Con l’ombra di Dio
Presente.
E il giorno sorge,
trascinandosi quello passato
come un vestito senza corpo,
come un fantasma,
come le similitudine e metafore
per darsi una risposta
di questa domenica
nata come il sorriso di un bambino
e già morta
come il pianto
come le lacrime rituali
e il grido sordo
per lo sgomento
e questo
in un solo momento.

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categoria:i vetri limati dal mare 1990-94
domenica, 23 ottobre 2005
1
Dei mie giorni
Cosa ne farei?
Se una foglia d’oro
Scivolando nel vento
Riflettesse il mio domani
Mentre un orologio
Battesse inesorabilmente il tempo;
dei miei giorni
uguali grigi?
Che ne farei
Se non avessi te
Con il tuo sorriso,
con il tuo sguardo,
la tua pelle
e il tuo profumo
in un tutt’uno
con i miei perché
sulla vita
sulle frontiere del mio pensiero
così limpide
e così facili
ad essere sporcati
dai rifiuti
di una mosca
anch’essa viva
al pari di me?


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venerdì, 21 ottobre 2005
MUNNIZZA SCRITTA

E ci n’è munnizza scritta
Comu chidda me,
ma ju nun la ‘nponu a nuddu
a nissunu addevu
e a interi scoli,
sacciu ca è munnizza
e mi la sarbu
mi l’ammucciu segretamenti.
No
Si tu vinissi a scalari
Liggennu sti paroli
Lavati
Quannu finisci.

TRADUZIONE

IMMONDIZIA SCRITTA
E ce ne è di immondizia scritta come quella mia, ma io non la impongo a leggerla a nessun bambino e a intere scuole, so ch’è immondizia e me la conservo me la nascondo segretamente. No se tu sei venuto a cercare leggendo queste parole lavati quando finisci.

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giovedì, 20 ottobre 2005
U CUNTU

Facemuni i cunti cu l’ita
Videmu quantu è u dari e l’aviri
Pirchì semu n’a morti e n’a vita
E nuddu n’avi a malidiri.
Ju ti detti
Tuttu chiddu c’haiu avutu
Tu mi dessi
Tuttu chiddu ca ‘un n’avutu;
pirchì senza di mia…
a solita puisia:
meglio sulu ca ‘ncumpagnia.
Mentri passanu i jorna
E passanu l’anni,
guardamuni d’i malanni
ca u cuntu torma.


TRADUZIONE

IL CONTO
Facciamoci i conti con le dita vediamo quanto è il dare e l’avere perché siamo tra la vita e la morte e nessuno ci deve maledire. Io ti ho dato tutto quello che ho avuto, tu mi hai dato tutto quello che non hai avuto; perché senza di me… la solita poesia: meglio solo che in compagnia. Mentre passano i giorni e passano gli anni guardiamoci dai malanni che il conto torna.
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mercoledì, 19 ottobre 2005
U GRANNI MAGU

Vinni a la chiazza
U granni magu,
faciva ogni cosa:
manciava cutedda
e spiluccava vinu da i ventri.
Parlava in gran talianu
E ni chiamava a tutti cu u “signor”,
finu a Giuvanninu
c’arridiva cuntentu
cu a vucca aperta.
A genti
Arridiva,
s’addivirtiva
e i mani ci sbattiva;
ma quannu ancuminciaju
a parlari ‘nbrugliatu
di spisi e di grana
‘navanzi ‘un ci ristaju
Mancu Giuvanninu.

TRADUZIONE
IL GRANDE MAGO
E’ venuto in piazza il grande mago, faceva ogni cosa: mangiava coltelli e sturava vino dalle pance. Parlava in grande italiano e ci chiamava a tutti con il “signor”, perfino a Giovannino che rideva contento con la bocca aperta. La gente rideva, si divertiva, e gli batteva le mani: ma quando incominciò a parlare ingarbugliato di spese e di soldi davanti non gli restò neanche Giovannino.
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