lunedì, 22 agosto 2005
TRA SIGNIFICATO E IMMAGINE
PORTE APERTE
RECENSIONE
Di
Alphonse Doria
IL LIBRO
Porte Aperte di Leonardo Sciascia edito dall’Adelphi nel 1987, racconta le vicissitudine di un “piccolo giudiceâ€, forte del suo libero pensiero, riesce a non affogare nel marasma torbido del fascismo siciliano. Visto, tra l’altro, dai Siciliani, come ogni altro occupatore o regime di turno. “Cambiare per rimanere tale e quale†Sostituire il colore di una camicia, il saluto, o il linguaggio, è operazione che tanti Siciliani, “sciacalli e iene†o meno, fanno in maniera gattopardesca. Pertanto gli anni trenta con tutta la sua propaganda e retorica era lì, tra funzionari pronti ad approfittare della loro posizione con un forte potere che il regime gli consentiva.
Mentre il fascismo ogni tanto faceva i conti con le entità “regionali†di un Italia che nemmeno il primo conflitto mondiale riuscì ad unire come nazione, celebrando con il ricordo illustre personalità che in quei luoghi ebbero i natali, così accentravano il ruolo marginale della storia. In poche parole il fascismo centralizzava con la retorica la Sicilia. Ricordo di avere letto che Mussolini asseriva di considerare la Sicilia il centro dell’Impero Italico. I Siciliani ripagavano con altrettanta retorica. Caso esemplare, uno per tutti, la città di Mussolinea, sarebbe dovuta sorgere nel bosco di Santo Pietro a Caltagirone. Il Duce, in visita in Sicilia, pose la prima pietra, costatando che i lavori erano stati già avviati e i progetti definiti. Venne informato in seguito che la città a lui dedicata era ormai una realtà . Ma la realtà stava solo nelle carte, storia paradossale, magnificamente letteraria, che solo la terra di Sicilia e i suoi pensatori può creare.
In questo sistema si snoda la storia di una piccola rotella, un uomo, un impiegato, che compie tre omicidi uno dopo l’altro, così in ordine: “la moglie dell’assassino; l’uomo che dell’assassino aveva preso il posto nell’ufficio da cui era stato licenziato; l’uomo che, al vertice di quell’ufficio ne aveva deciso il licenziamentoâ€.
Il primo delitto è contrastato dalle dichiarazioni dell’assassino e quelle di un testimone occasionale che quella mattina vide la povera donna pregare davanti ad un tabernacolo ai margini della strada. Il fatto fa supporre che l’uomo aveva già annunciato la sua sentenza dando quella opportunità spirituale oltre terrena. Mentre lui asseriva che l’aveva uccisa perché aveva urtato e ammaccato il parafango dell’auto a noleggio e lei inveiva contro tanto da fargli scatenare la furia omicida.
Il secondo delitto del ragioniere Speciale sorprendeva per la trappola tirata alla vittima. Era andato a cercarlo a casa e convincendolo di andare insieme in ufficio quando furono faccia a faccia, chiuse da dentro la porta e lo uccise. Poi uscì non sapendo con precisione da dove, ma tanto bastò a ritardare la scoperta del cadavere. Ma anche se l’ora rendeva quasi vuoto lo stabile, qualcuno udì il grido soffocato della vittima e vide tra le scale l’assassino che rispose in maniera amletica alla domanda cosa fosse accaduto rispondendo “Un pulcinellaâ€. L’accusa ha voluto dare un valore simbolico al luogo dell’omicidio, quasi rituale.
Il terzo delitto, il più importante, quello dell’avvocato Bruno, sembra poggiare su diversi moventi. Il primo su gli ammanchi di cassa, che si prolungavano da tempo e che la vittima era abbastanza indulgente. Il secondo movente per le attenzioni di una dattilografa che gli rifilava e per gelosia la vittima lo avrebbe licenziato. Il terzo perché aveva molestato la moglie così attentando all’onorabilità di capo di famiglia. Era andato a casa dell’avvocato Bruno e introdotto familiarmente dalla cameriera uccise freddamente. Poi seguito per le scale dal nipote della vittima gli lanciò contro l’arma.
L’arma del delitto è una baionetta fatta accorciare e limare perfettamente in Via Beati Paoli. Un pugnale, aveva con se una pistola che non usò. “Per tre volte, a distanza di ore, aveva estratto il pugnale, preventivamente bene affilato, dal fodero; e con mano ferma, presumibilmente guardandole negli occhi e magari godendo di quel momento di strazio supremo che loro infliggeva, lo aveva immerso nel corpo delle vittime.†Il corpo del reato era lì davanti ancora imbrattato di sangue al piccolo giudice come uscito dalle carte e si chiedeva perché il perché di questa arma e lui stesso si dava risposte con le parole di un libro innominato: “E’ più di un semplice oggetto di metallo; gli uomini lo pensarono e lo forgiarono a un fine ben preciso; è, in qualche modo eterno, il pugnale che ieri notte ha ucciso un uomo a Tacuarembò, e i pugnali che uccisero Cesare. Vuole uccidere, vuole colpire inaspettato, vuole spargere sangue ancora palpitante.†Il pugnale come arma sacrificale. Oppure l’uso del pugnale gli sarebbe stato dettato dal calcolo che lo sparo al primo o al secondo avrebbe richiamato l’attenzione così impedendogli di portare a completamento quella strage ideata.
Il pugnale, arma a doppia faccia come le pietre neolitiche scalfite nella notte dei tempi dall’uomo che diviene in seguito ascia, simbolo di potere di dominio, come l’ascia del fascio mussoliniano. Simbolo archetipo del potere sociale accentrato nello Stato caratterizzato più che nell’idea sulla persona del dittatore. Regime che accentrava tale potere degli individui assicurandoli della loro incolumità fisica e dei loro beni, con tanto di massima: “In Italia si può dormire a porte aperte!â€. Da qui nasce il concetto della pena di morte del codice Rocco, come vendetta giuridica del popolo fascista. L’arma neolitica che accentrò il potere sociale nel clan diviene il simbolo accentratore del potere politico fascista.
L’imputato non era un galantuomo, picchiava spesso la moglie tra l’altro sposato dopo la classica ‘fujtina’ e con tanto di matrimonio riparatore dopo la denuncia del padre ai carabinieri, rubava in ufficio, manteneva una relazione con un’amante molto più giovane. Dopo il fallimento nella vita lavorativa interviene il bisogno di potere. “La sessualità diventa terreno su cui compensare una debolezza del proprio Io sconfitto più e più volte. (Delucideremo in seguito) La violenza diviene una modalità per esorcizzare la propria mancanza di senso. Il comportamento prevede allora gesti di affermazione violenta e identificazioni in un Dio che protegge e che diventa alleato delle proprie sconfitte narcisistiche. Un Dio amato ma anche odiato, dal momento in cui la sua intercessione rappresenta anche una conferma della propria ‘povertà ’ e del proprio fallimento agli occhi del mondo.â€
L’imputato era un uomo molto devoto aveva consacrato anni prima la propria famiglia al Cuore di Gesù.
Il piccolo giudice ha davanti quest’uomo che gli da terribile disagio, quasi che, sollecitandolo nell’istinto e a momenti insopportabilmente acuendoglielo, gli impedisse quel colloquio con la ragione cui era abituato. Ha davanti l’ombra, l’abisso dell’uomo era davanti a se e udienza dopo udienza si manifestava nel suo vertiginoso orrore. Quell’ombra era il riflesso di se stesso, come uno specchio rifletteva la parte più ignobile, più oscura la più nascosta. La sua ragione veniva messa in discussione nella dualità tra l’Io Storico e l’Io Universale. Tra il pensiero artefatto della sua mente e il pensiero naturale del suo corpo dove ogni uomo è in contatto non solo con ogni essere del Mondo ma con il Mondo stesso. Cosa può fare se non sentirsi le vertigine un povero giudice, con la sua ragione sempre lucida, di fronte all’abisso dell’interiorità dell’uomo? Quando all’imputato nel dibattimento era il nemico di se stesso,(…) nella sua follia, rifiutava di essere relegato nella follia La follia suggerita dalla disperazione. E cos’è mai l’uccidere se non un attimo di disperazione infinito e insanabile? “…essere nel mondo come se il mondo finisse e come se l’essere non avesse alcun senso, poiché ogni significato si pone in una relazione. (…) La follia ha già superato la disperazione e per questo vive senza vivere, vive da morta e, se uccide, uccide già morta.†Il piccolo giudice si avvicinava sempre più all’imputato e se lo rendeva penosamente visibile, mentre la sua difesa non chiedeva l’essenziale all’occorrenza come la stessa perizia psichiatrica dell’imputato. Ormai il sistema, il regime, la storia stessa, esplicitamente chiede la pena di morte per l’imputato. Remare contro corrente significava andare contro il regime, il sistema e la storia; e non bastava sentirsi dentro cosa fosse giusto e cosa no. “E una domanda della moglie gliene aveva dato un senso doloroso e quasi ossessivo. Mai tra loro si era parlato del suo lavoro, di quel gravame di carte e di scrupoli che lui si portava a casa nelle ore che passava chiuso nel suo studiolo, tra i suoi libri. E lo sorprese un giorno a tavola, l’improvvisa domanda: -Lo condannerete?†La moglie del piccolo giudice è preoccupata dall’esito di quel processo, non per l’imputato, ma per il futuro lavorativo del marito, pertanto per le conseguenze che poteva subire la propria famiglia. La figura della moglie che accusò verbalmente nelle continue vivaci discussioni il fallimento dell’imputato. La stessa figura della moglie è presente nella vita del giudice presagendo sciagure familiari in un probabile, presumibile errore di giudizio, insomma più che una domanda è un monito.
Ecco che in questa contrapposizione tra la pietà e misericordia del piccolo giudice e l’ombra abissale dell’imputato vi sono posizionate gli archetipi della lotta del Bene e del Male. Come Frodo, il piccolo hobbit ne- IL SIGNORE DEGLI ANELLI di J .R. R. Tolkien, il piccolo giudice ha solo con se una magia che non funziona: quella del suo anello, basti girarlo per fare scomparire, svanire dalla gabbia l’imputato, “avere il magico dono di rendere invisibile l’imputato. (…) Sicché a volte il giudice si sorprendeva, irridendosi, a girarsi al dito l’anello matrimoniale.†Il fare scomparire è l’eliminare, appunto non averlo davanti, come riflesso di se stesso, per l’inquietudine che provava. Come un autore di un certo romanzo cancella un personaggio dalla storia perché trova in quella figura un eccesso di realismo squilibrando l’impianto letterario. Un incongruenza . Un errore. Mentre Frodo è lui a scomparire infilandosi l’anello, ma il problema non è questo, è che “Il semplice desiderio di possederlo corrompe la loro anima.†Lo stesso peccato di Don Abbondio, quello di rifugiarsi nella vita ecclesiastica solo per difendersi dal mondo. Proprio all’inizio, del romanzo il Manzoni partendo da un’inquadratura paesaggistica del luogo dove inizia la vicenda, piano piano proprio come una macchina da presa cinematografica sceglie il particolare dei piedi di Don Abbondio: “…proseguiva il suo cammino, guardando a terra, e buttando con un piede verso il muro i ciottoli che facevano inciampo nel sentiero…†Togliere dal cammino della sua vita anche il più piccolo dei problemi che poteva ostacolarlo, questo significava. E proprio questa scelta lo costringerà , lo corromperà , fino a diventare uno strumento del male. La visione comica e umoristica del Don Abbondio è completamente falsata perché in lui vi è la corruzione dell’animo dell’uomo, nel suo attaccamento alla propria esistenza animale. Allora, l’eliminare il problema individuale, sociale, con una sentenza, un rito magico dove il magistrato diviene il sacerdote, lo stregone, alla stregua corrompe non solo chi l’applica ma anche la società tutta individuo per individuo. Ritornando a Frodo, quando Sam gli fa notare il pericolo di tenere in vita il perfido e mostruoso Gollum in quanto indente strangolarli, lui risponde: “Ma quel che intende fare è un fatto a parte.†E ricorda parole lontane:
“Che peccato che Bilbo non abbia trafitto con la sua spada quella vile ed ignobile creatura quando ne ebbe l’occasione!
Peccato? Ma fu la Pietà a fermargli la mano. Pietà e Misericordia: egli non volle colpire senza necessità .
Non ho nessuna pietà per Gollum. Merita la morte.
Se la merita! E come! Molti tra i vivi meritano la morte. E alcuni che sono morti avrebbero meritato la vita. Sei forse tu in grado di dargliela? E allora non essere troppo generoso nel distribuire la morte nei tuoi giudizi sappi che nemmeno i più saggi possono vedere tutte le conseguenze.†Non rimane altro che mettere a confronto con il nostro libro: “…ma il disegno da cui cancellarlo e il magico anello con cui renderlo invisibile, erano, lo sapeva bene e se ne rodeva, traslazione, alibi, fuga da quella parola e da quel giudizio che la legge per quell’uomo gli imponeva. L’istinto, insomma, se vi si cedeva, altro no sarebbe stato che un consegnarsi al sentire ammantato di dottrina in Rocco, senza schermi e subitaneo in coloro che quando la pena di morte non c’è dicono che ci vorrebbe e quando c’è vorrebbero che toccasse non solo a gli omicidi, ma anche ai rapinatori, ai borsaioli e ai ladri di polli: e particolarmente nel caso in cui i derubati sono loro. Ma c’era anche da sospettare, in coloro che erano per la pena di morte, qualcosa di simile a un primordiale e larvale estetismo. Doppiamente: e nel voler la vita liberata, nettata, da ogni estrema abiezione umana, e cioè da coloro che per abbiette passioni, per abietti interessi e in abietti modi uccidendo (l’inganno, il tradimento), son da considerarsi indegni di viverla: e per la contemplazione, a volte cosa vista, di solito immaginata, di quell’impartire la morte con ordinata e rituale violenza, con regole efferate ma riguardose: puro spettacolo, quasi finzione, se in coloro che l’impartiscono si suppone non agisca altro sentimento che quello di darla bene, e in chi la riceve quello di accettare l’ineluttabilità comportandosi bene. Il sublime delle anime ignobili.â€
La foto di Matteotti trovata a casa dell’imputato a mio avviso non ha un rigore contestuale in tutta la vicenda è come se appartenesse alla dimensione della mente dove tutto avviene tra pensieri e fatti. Pertanto sia la frase accanto alla fotografia sia i ricordi storici fanno parte del contesto in quanto Matteotti era libero docente di diritto penale all’università di Bologna (…) Matteotti era stato considerato tra gli oppositori del fascismo il più implacabile non perché parlava in nome del socialismo, che in quel momento era una porta aperta da cui scioltamente si entrava ed usciva, (anche oggi) ma perché parlava in nome del diritto. Quando il regime uccise Matteotti uccise pure il diritto che rappresentava. Sembrava un errore vitale per il fascismo del 1924 ma l’opinione italiana, allora come oggi, dimentica, s’abitua come quando entrando in un luogo malo adorante dopo un po’ non si ci fa più caso. Ed è appunto di diritto, di legge, che parla il libro. “E, tranne quella qui, oggi, anno 1937 (anno 1987), che l’umanità , il diritto, la legge – e insomma lo Stato che filosofia idealistica e dottrina del fascismo dicevano allora etico – rispondere con l’assassinio all’assassinio non debbano.†1987? E cosa c’entra questa anno 1987? Nell’impianto letterario? Sicuramente nella dimensione mente dell’Autore ha un riferimento un accostamento. “10 gennaio 1987 – Il Corriere della sera pubblica un articolo di Leonardo Sciascia in cui si afferma che la partecipazione alla lotta alla mafia è ormai divenuto uno strumento di potere e di carriera. Tutti individuano in Borsellino e nel sindaco di Palermo Orlando gli esempi di –professionisti dell’antimafia- cui allude Sciascia. Più tardi lo scrittore dichiara di essere stato travisato in merito al magistrato…†Gli anni ’80 in Sicilia sono anni bui dove il famigerato 416 del codice penale fascista (Rocco), diventa 416 bis,(inserito nel codice penale nel 1982 legge speciale n°646 del 13.09.1982), da semplice associazione a delinquere ad associazione a delinquere di stampo mafioso, pertanto bastava un sospetto per potere causare danni irreversibili sulla vita di un innocente. Basta pensare alle parole del gesuita Pintacuda che il sospetto è l’anticamera della verità per provare paura per il diritto, per la legge, per l’etica di uno stato. Tanti fecero politica con il dito puntato, ancora oggi ci provano, ma non ha più lo stesso effetto, grazie ad una mente illuminata, libera e senza paure, come il grande Sciascia. Sciascia vive le sue parole, una per una, il suo romanzo ha una forma nuova, polivalente tra saggio, dialogo filosofico, testimonianza e struttura narrativa, in una luce costante della ragione come punto di arrivo, riferimento, strumento, soluzione, per comprendere e fare comprendere.
IL FILM
Porte Aperte Regia: Gianni Amelio; anno 1990. Attori principali Gian Maria Volontè nelle parti del giudice “a latereâ€, Ennio Fantastichini l’imputato.
Prima di inoltrarci nel concreto, bisogna premettere che il compito arduo di trasportare in immagini i significati del libro è stato un compito faticoso, a mio avviso, e visto i tanti riconoscimenti, anche di molti altri, più qualificati in materia di me, è stato eseguito con grande maestria. Vagare nei pensieri, saltare da un pensiero ad un altro, mentre l’Autore interloquisce: con il personaggio, con il momento storico, con l’azione, è ciò che succede, pagina dopo pagina, nei romanzi di Sciascia. La trasposizione, dall’arte dei segni come la letteratura, all’arte dell’immagini, del mostrare, come il cinema, fotogramma dopo fotogramma, per comunicare infine il senso di fondo, avvolte chiede il prezzo di qualche infedeltà nella sceneggiatura. In questo caso non sono d’accordo con la critica di Lietta Tornabuoni (La Stampa): “Il film, la cui cattiva sceneggiatura è spesso anche inutilmente infedele al racconto di Sciascia senza essere riuscito ha almeno tre meriti.†Vi sono diverse contrapposizioni a qualsiasi forma di adattamento e sostengono che ogni opera debba restare nel sistema segnico nel quale è nata. In piena contraddizione con la tendenza degli anni settanta che le due arti, letteratura e cinema abbiano un nucleo comune, creatosi durante gli anni di convivenza e influenza da una parte all’altra, nelle strutture profonde in termini di personaggi, eventi, categorie spazio temporali e punti di vista. Un esempio per tutti: la doppia prospettiva temporale, tra tempo della storia story e tempo del racconto plot.
Lo spettatore, ben diverso dal lettore nella gestione del tempo. Mentre il tempo di lettura è interamente governabile, il tempo di visione non è stabilito dallo spettatore. Questo è il fattore principale della trascrizione. Pertanto il realismo dell’immagine filmica richiede tempi e spazi molto diversi da quelli propri del simbolismo della parola scritta. L’immagine è significante di per sé, pertanto l’interpretazione dal significato della parola scritta all’immagine non può avvenire solo sul piano della fedeltà letteraria al testo. Il cosiddetto tradimento creativo nei tagli del libro è un atto necessario del cinema per restarle realmente fedele. Abbiamo visto i dialoghi aggiunti, che hanno sprofondato nel significato del libro e straordinariamente Amelio nei gesti è riuscito a trasformarli in azione, anche se sono stati indispensabili rimanendo fedele alla regola che “tutto ciò che l’immagine può mostrare la parola non deve dire.â€
Come abbiamo già visto nel libro, sia l’imputato che il piccolo giudice si trovano a combattere contro la propria ombra che cerca di corrompere ogni attimo d’esistenza delle loro vite. Questo significato viene in risalto nella scarsa luminosità che pervade tutto il film, tranne la scena finale del campo di grano, della strada che porta a mare, piena di luce, dove il giudice “a latere†e il giudice di pace, trovano un barlume di speranza nella razionalità della coerenza con se stessi senza alcun servilismo o compromesso con lo status quo. Non vi era l’aria natalizia del libro, ma una festa matrimoniale di due ragazzi. Lei ninfa pura arcaica, o dea della fecondità , in un mondo contadino, lontano, dove due uomini si rincontrano dopo una dura lotta contro il male, per il momento vincitori, ma tanto quanto basta per avere piantato la loro vite di speranza che a nulla servirà estirpare perché anche a distanza di anni una delle sue radici rispunterà in superficie. Così sono d’accordo con la recensione di Roberto Escobar: “La Sicilia di Amelio non ricorda neppure alla lontana il clichè caro al nostro cinema (brutto) cinema cosiddetto d’impegno’ (…). Di Palermo Amelio carca e racconta le penombre e le misteriose ambiguità : quelle fisiche del tribunale e delle abitazioni e anche, in primo luogo, quelle psicologiche. (…) Nella parte finale, invece, le penombre sono come dissolte dalla luce. Ora, con pudore, la Sicilia di Porte aperte scopre di sé l’assolato e gentile incanto mediterraneo, così simile al fascino della sua grande cultura, forte e schiva.â€
La conseguenza dei delitti è completamente invertita dall’uccisione in ufficio dell’eccellenza che ha deciso il suo licenziamento, all’uomo che aveva preso il suo posto e infine la moglie dopo averla stuprata mentre pregava davanti un tabernacolo. Il giudice Vito De Francesco (Gian Maria Volontè) chiede continuamente quando ha deciso di uccidere la moglie. L’imputato Tommaso Scalia (Enzo Fantastichino) risponde con insolenza ripetutamente: “Ma che domande sono queste?†L’imputato vuole sfuggire a quel giudice che con il suo sguardo, con il suo atteggiamento, con le sue domande vuole rivoluzionare il significato della storia, quella domanda è tra la storia del libro e la storia del film, quella domanda è tra il significato e l’immagine. L’imputato risponde solo che la moglie era un’arpia, lo torturava. Allora, risponde il giudice che l’aveva deciso da tempo, ecco che va in escandescenza l’imputato. Qui in questa sequenza vi è la colpa principale dell’arrivismo umano dettato dalle esigenze di scelte indotte dalla moglie, tali che compromesso dopo compromesso si arriva a perdere la coerenza con se stessi e di conseguenza al dominio dell’ombra. Quando l’uomo si scontra con il proprio fallimento quell’ombra si scatena e domina la parte debole dell’individualità storica. Ecco l’esigenza scenica dell’amplesso sessuale prima dell’omicidio (come chiarito a pagina 4) “La sessualità diventa terreno su cui compensare una debolezza del proprio Io sconfitto più e più volte.†Allora quando ha deciso di uccidere la moglie? E’ questa la domanda chiave, perché era prima nella lista, come è successo nel libro. Ora io non so come realmente sono andati i fatti (perché trattasi di un fatto realmente accaduto) e la conseguenza dei delitti, ma è chiaro che con questa scena l’immagine sposa il significato. Come nel libro la moglie del piccolo giudice, domanda al marito: “Lo condannerete?†dove implicitamente vi è l’apprensione ad una decisione diversa, contro il regime e di conseguenza catastrofica per la carriera del marito, come poi accadde realmente. Ma il giudice De Francesco nel film è vedovo, allora è libero di tale apprensione? Assolutamente no, perché quando va a trovare la sua famiglia a Bagheria, tra l’altro non a caso da dentro il cimitero esce insieme al padre come un anima che porta a visitare l’Ade e riporta l’uomo dal luogo della memoria alla storia reale, come se Bagheria si trovasse aldilà del cimitero. E non a caso il nipotino nella lettura del suo tema allo zio parla di parenti morti e vivi, perché la moglie dal mondo dei morti risuscita impersonata da tutta la famiglia per dirgli quanto sono orgogliosi della sua posizione di giudice “Mio zio Vito è molto importante.†e che tengono al suo successo perciò stai attento a non contrariare il sistema. La persona onesta ha paura del mostro, vuole il potere forte che punisce subito, senza se, vuole uno stato dove si dorme a porte aperte. E poi che centrava la povera moglie? “Quannu unu havi di bisognu perdi a dignità di essiri omu†Gli disse l’uomo incontrato al cimitero. Tutto fa parte di quella sicilitudine ‘sciasciana’ tra famiglia e sottilissimo confine tra vita e morte. La sicilitudine di Sciascia, non è la sicilianetà degli altri scrittori è un sentimento di sconforto, che nasce dalla sicilianetà . Mentre la sicilianetà è un sentirsi senza identità , il non riconoscere il sistema, una forma di autismo politico, perciò l’esigenza di lasciare segreta la propria riserva, non territoriale, ma di pensiero. La sicilitudine è vivere questa sicilianetà soffrendone il disagio. In questo Gian Maria Volontè è stato magistrale con la sua maschera complessa tra sogghigni ironici e offuscamenti mimici facciali, nonché una gestualità espressiva ed espressione stessa. E solo la sua maschera poteva impersonare la sicilitudine sciasciana a costo di pagare il prezzo di qualche critica per il suo aspetto di vecchio quasi coetaneo dell’anziano padre. Ma l’anziano padre nel contesto storico è un personaggio virtuale appartenente a quel viaggio della memoria a Bagheria.
L’arma del delitto che nel libro è stata usata per tre volte e trattasi della baionetta accorciata in Via Beati Paoli, nel film viene adoperata per uccidere i due uomini e non per la moglie, il quale usa la rivoltella. Il perché le due vittime: Spatafora e Speciale sono vittime sacrificate offerti all’arpia, divinità negativa oppressiva della sua esistenza, mentre l’uccisione della moglie è una esecuzione esplicita e liberatoria. Così nel film inseguito il presidente Sanna dà chiarezza: “magia del codice, tre omicidi diventano uno solo, perché ispirati da un solo movente.†Le due vittime gli hanno concesso a pieno titolo l’amplesso sessuale. Ma la furia omicida è scaturita nel vedere offeso il suo senso religioso quando, la moglie si accosta al tabernacolo a pregare Dio. Ma quale santo? Quale dio? Può mai pregare una donna come lei che per la sua vita agiata, per potersi mostrare a lei vincente, è stato costretto a tuffarsi a capofitto nella voragine dell’abisso della sua perdizione? E’ stato allora che ha deciso di ucciderla, in quel preciso istante la donna ha firmato la sua condanna a morte. Il simbolo del potere, mentre nel libro è il fascio littonico, nel film è l’immagine di Mussolini. Primo piano della sua bronzea testa mentre Scalia si avvia al suo primo delitto: quello di Spatafora. Quinti non abbiamo l’ascia del potere della storia antica ma l’uomo politico nella sua maschilità così debole da dimostrare il contrario ogni momento della propria esistenza.
E’ bastato un colpo di vento per fare volare in aria i pezzi che formavano una carta stradale della Sicilia. E proprio in un pezzo di quella Sicilia che il pugnale viene pulito dal sangue della vittima. Quale metafora si nasconde dietro questa scena, mentre nel libro leggiamo che il pugnale non viene ripulito e per tre volte viene rimesso nel fodero sporco di sangue? Bisogna cercarla nel significato del libro. Quando si va a vedere un film a cinema e si sa che trattasi di storia siciliana la prima cosa che si pensa è: mafia. Ma questa volta non è una storia di mafia, ma di Siciliani che si ammazzano nella stupida lotta della quotidianità , alle prese tra l’ombra e la luce, tra il Male e il Bene, un regime vale l’altro, 1937 o 1987 fa lo stesso. E’ questo che ha voluto significare Sciascia nel suo libro è questo che significa l’immagine del film di Amelio. Manca l’elemento mafia in questa storia di Sicilia. Vi sono i contadini, i pescatori, il dolce a pranzo, l’immancabile rispetto per i defunti con tanto di cimitero, ma non vi è un briciolo, dico un briciolo di mafia. Scalia non è stato licenziato perché ha rubato, ma perché ha rubato troppo e principalmente perché ha rubato male. E’ stato questo il fascismo siciliano. Poco considerevole è il secondo delitto, tanto che è immutato sia nel libro che nel film, l’unica aggiunta la consegna del pacco con gli oggetti dello Scalia, tanto da significare che il ragioniere Speciale, servile e ipocrita, con quel gesto toglie dal suo territorio (l’ufficio) ogni presenza dello Scalia. Speciale che accetta l’aiuto per le pratiche d’ufficio dallo Scalia non vuole che gli altri vedano: “Sai come la pensano…†Il libro inizia proprio così: “Lei sa come la penso†“Come la pensa, come la penso: che insulso e penoso gioco. E come la pensa lui, non lo so e non lo voglio sapere; ma io non la penso affatto: semplicemente penso.â€
La foto di Matteotti del libro nella trasposizione filmica è la dichiarazione dell’imputato nell’aula del tribunale, esempio straordinario d’antologia del cinema di azione del dialogo scenico: “I banditori dello sperpero e del tradimento, si sono impadroniti della rivoluzione fascista, senza che nessuno abbia alzato un dito. Chi, come me, era sulle barricate sin della prima ora, inorridisce per questo. A causa della mia pura fede nell’opera del Duce e di Dio, sono stato costretto ad accucciarmi come un cane sotto i vantaggi di un pubblico ufficio. Ma a comandare erano i corrotti e gli impuri. Onorevole Presidente, il cane è riuscito ad azzannare un brandello della loro carne marcia! Io ho combattuto a viso aperto! Sapendo che la mia battaglia si sarebbe compiuta solo di fronte ai giudici della giustizia. Io devo stare a testa alta davanti alla mia morte! Ma a tutta questa gente prepotente, che si definisce fascista, NO! Che dovrebbe provare vergogna! Io non piango per il mio triste destino, io piango per questa povera Italia, insultata dai suoi figli ingorghi e disonesti!†Aldilà delle distinzioni del revisionismo storico tra movimento fascista e regime fascista, l’uno in opposizione a l’altro, mentre l’uno spingeva al riscatto sociale e alla giustizia giusta, l’altro standardizzava in potere ogni qualcosa istituita solo per il potere dando come il risultato un regime oppressivo e ingiusto. Aldilà del concetto che non fu proprio una rivoluzione ma una rivolta tra ceti borghesi, nella piena coincidenza storica di attribuire le responsabilità politiche, sia dell’incapacità dei comunisti italiani alla rivoluzione proletaria, quinti mancata, sia all’incapacità di dirigenza governativa e parlamentare di una Italia senza identità unitaria. Aldilà di tutto ciò, il fascismo fu un fenomeno solo nordico, alieno al sud, e completamente estraneo alla Sicilia. L’Isola lo ha accettato ben confezionato. I Siciliani entrarono a farne parte al di fuori di ciò che rappresentasse, fascismo, comunismo o altro era questione di dialettica, quello che contava e che purtroppo ancora conta era ed è: essere vincente. L’unica verità siciliana che esprime l’imputato è: “i vantaggi del pubblico ufficioâ€! Non il mito dell’ideologia fascista, ma il mito dell’uomo Mussolini, quinti non il fascio, ma il suo volto. Gli altri Siciliani estranei a tali giochi subivano le sceneggiate e le prepotenze degli sciacalli e jene. Mentre nello spazio mente dell’autore del libro, questo concetto viene analizzato tra immagini dell’omicidio Matteotti, dei socialisti genuflessi davanti la spalletta del ponte dove era stato preso dai fascisti. Nell’omicidio Matteotti è stato visto il vero volto del regime e non del movimento fascista. Possedere la fotografia era come esplicitare una dissidenza al regime fascista. Questo il significato del libro, così mostrato nella scena anzi detta. Ma in Scalia non vi era alcuna dissidenza, solo spregiudicatezza, come poi nello risolvere della storia del film e del libro si vedrà .
La mancata magia dell’anello del piccolo giudice del libro, la trasposizione nel film avviene con la scena del pranzo. Il pezzo grosso narra: “Lo vedete questo anello? E’ un pezzo di latta… Non vale niente. Ma la persona che me lo regalò mi disse che aveva un potere magico, -se hai qualcuno davanti che non ti piace, gira l’anello e lo fai sparire per sempre- Io ci provo, ci provo, spesso, ma non sparisce mai nessuno. Però sarebbe bello se con un semplice gesto si potessero cancellare dalla faccia della terra tutti: i ladri, i violenti, maniaci, gli spostati. Ma non siamo maghi e ci dobbiamo difendere in altra maniera. Processo dopo processo dobbiamo fare in modo che la gente per bene possa vivere tranquilla e andare la sera a dormire lasciando aperta la porta di casa.†Ecco l’utopia dello stato ideale, terribilmente si affaccia in alcuni uomini di potere con le più funeste conseguenze.
Segue immediatamente la scena, chiara ma non solare, dello stabilimento balneare, dove il giudice De Fracesco si assopisce mentre, tra sogno e realtà , barche cariche di uomini ritornano dal mare, “u purpu, u purpuâ€. Così viene lanciato dai marinari il polipo alla figlia Carmelina che non appena lo tocca finiscono le grida e si sveglia il giudice, in uno spazio tempo non definito. Pieno significato della crudeltà innocente, paura quotidiana dei pericoli giornalieri che si leggono continuamente sui giornali. Lo spettatore ha atteso invano una variante nella storia, perché la scena si risolve solo con un libro di Fedor Dostoevschij: L’IDIOTA. E’ appunto questo libro che ispira il giudice di pace ad allearsi con il giudice ‘a latere’. Una superba scena nella circolarità delle influenze, sensazioni l’effetto rembound tra il significato e l’immagine. Conosciamo il titolo del libro perché è chiarito nel libro e sappiamo che a portarlo è stato il giudice di pace, suo alleato contro la pena capitale, possessore di una intera biblioteca di libri meravigliosi, sogno dell’autore, sogno del piccolo giudice e del giudice De Francesco. I libri possono cambiare il mondo, come L’IDIOTA di Dostoeevskij, il VANGELO di Giovanni, o PORTE APERTE di Leonardo Sciascia.
Siculiana
21 agosto 2005