domenica, 29 maggio 2005
SALUTO 28 MAGGIO 2005
TARGA DI MERITO
PALILLA NICOLA

L’Associazione Pro Loco Siculiana sta crescendo di momento in momento grazie alla attiva partecipazione del consiglio d’amministrazione e degli associati tutti, nonché di un consenso sensibile e partecipe del signor sindaco Giuseppe Sinaguglia e dell’Assessore alla cultura e vice sindaco Santino Lucia.
Questo è il terzo appuntamento dei convegni a tema stabiliti dal comitato per le targhe di merito dell’Associazione Pro Loco Siculiana e patrocinato dal Comune di Siculiana. Il nostro intento è focalizzare l’attenzione su tutti quei nostri concittadini che si sono distinti con merito in ogni campo e in ogni parte del mondo. Come il 7 maggio scorso abbiamo assegnato la targa di merito al nostro concittadino Salvatore Vento per la sua brillante carriera di scrittore, sindacalista, sociologo, in occasione della presentazione dell’ultima sua fatica letteraria: “La città ritrovataâ€. Questa sera abbiamo il grande onore di insignire con la Targa di merito il dottore in politiche e relazioni internazionali NICOLA PALILLA, per essersi distinto nello studio raggiungendo il massimo dei voti e la lode. Lo ascolteremo nella sua interessante relazione, fra qualche istante. Io ho contattato questi giovani neo laureati e c’è di puntualizzare alcune cose, intanto che il livello culturale del paese è in pennata negli ultimi anni, non solo è cresciuto il numero dei laureati, ma tra loro è cresciuto pure chi ha conseguito un altissimo punteggio. Poi ho costatato la qualità di questi giovani di grandi capacità, seri e umili. Giustamente frutto anche dell’insegnamento e dei sacrifici familiari. Allora focalizzare l’attenzione tutta su di loro serve alla comunità come input positivo per tutti gli altri giovani. Inoltre è giusta etica che la nostra comunità risponda con un ringraziamento pubblico al loro impegno.
La Pro loco “Siculiana†ha dei traguardi prefissati, alcuni già raggiunti, altri più complessi avranno bisogno più tempo.
Un traguardo molto importante da raggiungere è la realizzazione di un ufficio informazione turistico, dove l’ospite trova personale preparato alle loro esigenze, ma non solo, anche gli operatori, come albergatori, ristoratori e genere, trovano anche loro un punto di riferimento. Pensiamo che con l’aiuto dell’Amministrazione comunale è di fattibile realizzazione. Abbiamo già la sede che trasformeremo opportunamente a tale scopo. Il Comune a riguardo ha realizzato uno stradario molto utile e valido che noi della Pro Loco già utilizziamo. Da tempo tramite il mio numero di casa ho prestato volontariamente questo servizio essendo stato inserito nella Rete Civica Provinciale regionale di Agrigento per quanto riguarda attività e servizi turistici. Spesso telefonano, turisti di tutta Italia, scrittori, studenti universitari e associazioni. Proprio domani avremo un incontro con l’ASSOCIAZIONE FERROVIERI EUROPEI, verranno a visitare Siculiana, grazie alla loro presidentessa che è una nostra concittadina: la signora SCIORTINO TUTTOLOMONDO.
Riceviamo diverse richieste per l’acquisto di terreni e case per il nostro litorale, pertanto facciamo presente a tutti i siculianesi che sono interessati alla vendita di terreni e case di farcelo presente, per potere inserire le loro offerte nel nostro sito WWW.PROLOCO-SICULIANA.IT, SERVIZIO CHE FAREMO TOTALMENTE GRATUITO, al solo scopo di incentivare il turismo a Siculiana. Mettiamo a disposizione la nostra organizazione per tutti coloro che hanno case o posti letto d’affittare per un facile incontro tra domanda e offerta, preciso: che tale servizio non ha alcun costo per gli inserzionisti.
Abbiamo già pronti gli itinerari turistici campestri che presenteremo al più presto a tutta la comunità. Il censimento delle tombe sicane è stato già completato, una ricerca archeologica superficiale di tutti i siti del nostro territorio.
Rivolgo l’invito ai presenti, interessati allo sviluppo turistico di Siculiana, di aderire alla Pro Loco, attivamente, avranno la considerazione e lo spazio giusto alle loro iniziative. La nostra Associazione presta un servizio utile alla nostra comunità e mira ad uno sbocco economico di immediato utile per il paese.
Sempre più le pro-loco si vanno trasformando da semplici associazioni ad enti pubblici. Esiste già un Protocollo d’Intesa tra l’Associazione Nazionale Comuni d’Italia (ANCI) e l’Unione Nazionale Pro Loco d’Italia (UNPLI), che la Pro-Loco “Siculiana†è regolarmente scritta da quando ho ricevuto la carica di Presidente pro-tempore. In breve, si è concordato che i comuni, sulla base dell’art. 5 della legge 135/2001 “legge quadro sul turismo†si impegnano a coinvolgere le Pro Loco al fine della massima concertazione con gli altri Enti e con le imprese per la promozione dei sistemi turisti locali. Tramite la UNPLI si è fatta richiesta per essere ammessi al Servizio Civile Nazionale 2006, creando l’opportunità di avere almeno due posti di lavoro per giovani che non hanno raggiunto il 28° anno d’età.
Ritornando al motivo di questo nostro invito, è semplicemente l’attuazione del primo punto del nostro statuto: “riunire tutti coloro che hanno interesse allo sviluppo turistico del Comune di Siculianaâ€. Penso che ogni siculianese sia interessato allo sviluppo turistico del nostro paese, perché una via percorribile velocemente a livello occupazionale del nostro posto è il turismo, e più una zona è attrezzata più vi è turismo, più un posto è proposto più vi è sviluppo turistico. Ma il turismo oltre a crearlo deve essere protetto, come contempla il 4° punto del nostro statuto: “promuovere il miglioramento e lo sviluppo dell’attrezzatura ricettiva e dei centri di ritrovo per gli ospiti;†poi al punto 5°: “promuovere e sostenere il miglioramento dei pubblici servizi†– il 6° punto, che a mio avviso è di importante attenzione: “vigilare sullo svolgimento dei servizi locali interessanti il turismo sull’applicazioni delle relative tariffe, proponendo le opportune modifiche alle componenti autorità o direttamente alle ditte esercenti i servizi medesimi;†. Vi sono altri punti che riguardano la promozione del territorio e lo svago per gli ospiti, da potere approfondire in un’altra sede per motivi di tempo.
Come vedete il compito di una Pro Loco è ampio occorre persone di buona volontà e di spirito, ma principalmente che credono con entusiasmo che ce la possiamo fare, di persone che non sono abbattuti da quel senso di rassegnazione che annienta ogni volontà di fare, ogni piccolo stimolo al nascere.
Un compito non indifferente della Pro Loco è quello contemplato dell’articolo 1 della legge 6 marzo 2001 n°64 è di svolgere attività legate alla promozione, valorizzazione e tutela del patrimonio artistico e culturale. E’ la specifica attitudine richiesta dal Ministero degli Interni per il Servizio Civile che corrisponde con la nostra Pro Loco. Ecco gli appuntamenti dei Convegni a tema, il concorso di Lingua Siciliana per le poesie e i Kuntura e le altre molteplici iniziative intraprese. Altresì, informo che la data di consegna dei lavori, per coloro che vogliono partecipare al concorso è stata spostata al 15 settembre per dare più spazio ai concorrenti per la mole di richieste che giungono ancora, grazie ad una assidua pubblicità gratuita del Giornale di Sicilia, il quale colgo l’occasione per un pubblico ringraziamento alla loro sensibilità.
Il nostro concorso di Cuntura e Puisi in siciliano, speriamo che sia un occasione in più per il recupero della nostra “lingua†che ormai perde una parola al giorno. Abbiamo voluto utilizzare la parola lingua nello spirito di Noam Chomskj, il quale pone la differenza fondamentale tra una lingua e un dialetto asserendo che la prima ha la tutela attiva di uno stato, mentre il dialetto vive ai margini dell’ufficialità. Quasi tutte le lingue regionali sono tutelate dallo Stato Italiano, dalla Legge 3366 del 25 novembre 1999, chiaramente è stata esclusa la Lingua Siciliana perché non ha trovato neanche un deputato che ne perorasse in Parlamento il semplice diritto all’esistenza, merito dei nostri rappresentanti onorevoli siciliani… Il 21 febbraio del 2001 l’UNESCO ha indetto la Giornata Mondiale delle Lingue Materne. Studiosi affermano che delle attuali 6700 lingue del Mondo questo secolo ne vedrà scomparire il 90%. E sempre più Popoli avranno problemi d’identità.
Sperando che questo concorso sia un’occasione in più per argomentare sul recupero della memoria storica, culturale e linguistica siculianese e Siciliana, ci aspettiamo una piena, ancor più adesione.
Invito gli artisti grafici siculianesi alla realizzazione di un logo della Pro loco Siculiana, partecipando a tale concorso, già sono arrivate delle adesioni ma sono pochi, speriamo ad una più viva partecipazione. Il logo sarà diffuso e inserito in ogni nostro documento. Affrettandomi alle conclusioni scusandomi per essermi dilungato passo ai ringraziamenti.
Mi sento veramente onorato di essere partecipe alla assegnazione e consegna di questa Targa di Merito a nome della Associazione Pro Loco tutta e della Amministrazione Comunale che patrocina questa manifestazione. Incaricata a questo compito la nostra vice presidente MARIELLA Santalucia. Spero che per il dottore Nicola Palilla sia un augurio per un futuro brillante. La sua tesi: LA TEORIA DELLA CLASSE AGIATA ha toccato un nervo vivo di tutta la politica, lo seguiremo attentamente anche per la storia dell’evoluzione delle istituzioni sociali.
Questo è il terzo appuntamento dei convegni a tema indetti dalla Pro Loco seguiranno sia quelli dei neo laureati come Nicola, sia con quei Siculianesi che si sono distinti in diversi campi recando al nostro paese buona pubblicità. Il comitato Targa di Merito diretto dalla presente Professoressa Iacono vuole interpretare l’orgoglio di tutti i cittadini per tali individui.
I miei ringraziamenti vanno:
- al nostro Sindaco Dott. Giuseppe Sinaguglia;
- all’assessore alla cultura Santino Lucia;
- a Leonardo Gagliano per la sua preziosa opera;
- al direttore Franco Caruana;
- alla profesoressa Patrizia Iacono per il suo intervento;
- ai tecnici Doria e al signor Vincenzo Gagliano
- e tutti Voi che avete avuto la sensibilità a partecipare.
Il nostro invito è per il prossimo appuntamento, dopo l’estate, per il convegno sulle GUIDE OTTICHE ATTIVE IN NEOBATO DI LITIO DROGATO CON TULIO, conferirà l’ingegnere elettronico TAVORMINA OTTAVIO.
Grazie a tutti!
IL PRESIDENTE
Alphonse Doria
Alpha7@katamail.com




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venerdì, 20 maggio 2005
Associazione Pro-Loco “Siculianaâ€
Patrocinio


CONVEGNO

LA TEORIA DELLA CLASSE AGIATA
STORIA DELL’EVOLUZIONE DELLE ISTITUZIONI SOCIALI

Del
Dottor Nicola PALILLA
PER LE POLITICHE E REAZIONI INTERNAZIONALI
La Cittadinanza è invitata a partecipare al Centro Sociale il 28 maggio 2005 ore 19,00



Mi è gradito invitare la S. V.
E consorte al convegno

“La teoria della classe agiataâ€
Storia dell’evoluzione delle istituzioni sociali


PROGRAMMA:

INTRODUZIONE:
Prof.ssa Patrizia Iacono
Responsabile Comitato Targa di merito dell’Associazione Pro Loco Siculiana

Alphonse Doria
Presidente dell’Associazione Pro Loco Siculiana

Dott. Giuseppe Sinaguglia
Sindaco Comune di Siculiana

Dott. Santo Lucia
Vice Sindaco Comune di Siculiana
Assessore Pubblica Istruzione e Cultura


INTERVENTO:

Nicola Palilla
Dottore in politiche e reazioni internazionali


Consegna della tesi di laurea al direttore della Biblioteca Comunale dott. Franco Caruana

Assegnazione della TARGA DI MERITO 2005 della Associazione Pro Loco Siculiana Sarà consegnata da
Mariella Santalucia
Vice presidente dell’Associazione Pro Loco Siculiana
Presidente dell’Associazione Siculiana Folkorica


Il Presidente
Alphonse Doria
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venerdì, 20 maggio 2005
IL PARADOSSO DELLO SCARABEO
DI
Alphonse Doria



I
-E’ inutile che fingi a fare il morto con me …- A queste parole propinate dal rospaccio insolente ho avuto la certezza che era successo veramente! Mi aveva ingoiato in un solo boccone, appiccicato con quella viscida linguaccia e da dentro il suo ventre intravedevo la trasparenza di una luce verdastra e soffusa. Il caldo mi dava fastidio e il tanfo degli alveoli marciti era insopportabile. Eppure me ne stavo acquattato, trattenendo il respiro, in attesa di che cosa?
-Nondimeno la melma è il tuo regno, la tua ricchezza, l’eredità che lasci alla tua progenie, scarabeo come fai a non sopportare la puzza?- Il rospo se la rideva del mio stato penoso. Intanto io, muto, fermo, speravo dentro me che quell’insolente la smettesse d’importunarmi e mi lasciasse in pace. Speranza vana… in questo spazio lo sentivo che boccheggiava l’ouverture de Il Barbiere di Siviglia e che invece di saltellare, come è normale che ogni rospo faccia, camminava cadenzato allegramente, dove andasse non si sa. Ed io senza possibilità d’appiglio venivo trastullato ora a destra ora a sinistra.
-Pensavi di chiudere la partita come hai fatto quando sei fuggito ridendo a squarcia gola, strappandomi la mano dalla presa del tuo braccio, con un paradosso, un semplice paradosso… Ci vuole ben altro. Voglio raccontarti quanto quel babbeo di un napoletano del Vanini riuscì a catturarmi e mi teneva prigioniero dentro un vaso, per meglio dire, ha creduto di catturarmi, interrogandomi sul senso della vita e sulla strada della virtù o sulla virtù della strada. Quanto ho patito lì dentro a guardare il suo viso così deformato… Siamo arrivati alla conclusione che se tutto ciò esiste è prova che Dio esiste, perché gli insiemi dell’E’ non può essere racchiuso dall’insieme del NON E’. Infondo il tuo paradosso scarabeo! Così si difese sotto processo dall’accusa di ateismo, in quel tribunale di vanitosi causa il suo parlare parlare parlare, disputare con tutti. Raccolse una pagliuccia da terra, e con la sua spavalderia tutta partenopea, disse: “Basta questo fuscello a provare l’esistenza di un creatore!â€. Gli risposero: “Braavooo!†E andarono a rovistare nella sua casa, quando mi trovarono lì dentro, grasso, con tutti i miei sei chili e con lo sguardo torbido ammaliante fui l’accusa terrificante di stregoneria del Vanini e di adorare il Dio Rospo, che con modestia sarei io. A mio cospetto il Vanini non ha retto e mi insultò mentre io ghignavo. E quella congiura, più paradossale che mai, accusò un ateo che adorava tuttavia un rospo come dio e che con tanta crudeltà teneva ristretto in una ampolla di vetro. Mi ricordò tanto il processo di Socrate che fu accusato di non credere a gli dei ma nello stesso tempo di credere a demoni. Ma ormai si è ben capito che la verità che sorregge il mondo è il paradosso! Come di sicuro che nell’onnipotenza di Dio tutto è possibile e niente è impossibile.
Allora mettiamo in chiaro un punto, io rospo tuo personaggio, tu scarabeo mio autore, come è vero ti ho ingoiato e sei mio desco non digerito, il mio atto, la mia furbizia è stata pensata da te, in quando ogni cosa, azione, pensiero, momento è cosa tua, significa che un probabile zero sarebbe cosa tua e non mia! Tu autore hai l’onnipotenza in questa storia, anche su di me personaggio ribelle, tanto ribelle che ti ho messo in questa situazione di fermo già da un pajo d’anni e passa, e non hai trovato ne risposta ne soluzione, solo ora ti affacci timidamente a scrutare le mie ragioni. Puoi dirmi che tu metti il tuo impianto letterario e lasci libero arbitrio ai tuoi personaggi. Puoi dirmi… quando la finisci di fare il morto! Ma oltre te non esiste niente, nessuno, ne personaggio ne storia. Tu sei l’Uno, tu sei lo Zero!†Riprese a borbottare la musichetta di prima solo che alla sua andatura dondolante aggiunse qualche salto. La tua onnipotenza di autore fa modo che ogni verità sia non solo possibile ma anche vera! Ogni paradosso trova la certezza di esistere con tutte le contraddizioni apparenti, come è apparente ogni cosa e questa stessa esistenza.
Pensavo, quanti scarabei finiscono sotto il piede degli umani per fingersi morti con la speranza di non essere visti… E quanti umani si fingono scarabei di fronte alla storia con la speranza di non essere notati e subiscono il peso di una realtà non propria tanto da rimanere schiacciati da una vita alienata. Quanto noi scarabei siamo uomini e quanto gli uomini sono scarabei?
-Ma cosa ti trastulli nella tua mente? Sono queste masturbazioni celebrali che fanno di te uno scarabeo, nel tuo silenzio muto, nella tua rassegnata staticità in attesa dell’evento, ma qui, credimi, l’attesa è inutile e tu lo sai. Come sai cosa è successo a mia nipote. Come sai cosa ha combinato mio genero… Voglio sapere scarabeo!- Così sembrò che un uragano mi abbia avvolto e scaraventato nelle pareti mollicce di quel ventre.
-Non ti preoccupare è stato solo un peto e tu l’hai vissuto in pieno, vedi quante soddisfazioni ti riserva la vita?
L’insolenza del rospo la ho sempre mal sopportata, questa sua personalità irriverente e inafferrabile è una molestia nella mia mente, è forse questo il paradosso: mentre io sono nel suo ventre lui è nella mia mente. Mentre il credente è nel Tutto divino, il Tutto divino è dentro. Il punto è percepire Dio nell’Alto dei Cieli e contenerLo dentro se. Forse è questo che succede ad un personaggio quanto prende vita in una commedia: l’autore s’incarna, s’intercala con il suo mondo con la sua vita, tutto, dentro ogni mimica facciale, parola e gesto. Ad un tratto la luce soffice verde si scurisce in un blu notte, il rospo sembra fermo e mi ritrovo in uno di quei pomeriggi, dentro il negozio di mio padre a riascoltare per l’ennesima volta, rivoltando tra lato a e lato b della musicassetta, Made in Japan dei Deep Peuple fin quando l’intolleranza di mio padre non si scatenò scaraventandomi per terra il mangianastri rompendolo in mille pezzi. Ancora vedo in replay l’apparecchio rimbalzare da terra e aprirsi in due e così volare le rotelle e i pezzi tra esili fili elettrici colorati, fissandoli a mezz’aria. Mi rivedo in uno di quei pomeriggi di Venerdì Santo, mentre tutti se ne stanno tra le chiese e le strade, io dietro quel bancone a leggere o graffiare con la panna qualche foglio bianco, beatamente arrabbiato della mia solitudine forzata. Non dovevo accettare immobile quella condizione! Perlomeno avrei dovuto contestare, se non disubbidire, scappare, lasciargli lì a porte aperte il negozio e andare via, e invece da buon scarabeo stavo immobile, mentre il tempo mi attraversava. Così scaraventai, con tutta la forza che tenevo, un pugno sul bancone, tanto da fare sobbalzare il telefono e scavalcare la cornetta e tintinnare il campanello. Questo ricordo mi fece dare una zampata nella parete del ventre. Pensavo che vi è un tempo per ogni età ed in quel modo non ho vissuto la mia età, il mio tempo. E fu grande soddisfazione per il rospo: -Finalmente! Ti sei deciso! Un modo l’ho trovato per scuoterti, scarabeo!-
-Lasciami stare nel mio malinconico silenzio, rospo!- Gli risposi muovendomi in quello spazio che si allargava sempre più tanto da divenire così grande, un immenso deserto molliccio di carne. La desolazione di essere contenuti dentro qualcosa è lo stato del mistico in attesa della sua elevazione a superare qualsiasi contenitore per trovarsi libero da ogni limite. Giona dentro il pesce che verrà rigurgitato. Il Messia che risusciterà nel suo splendore dal sepolcro che lo conteneva vincendo la carne e il Mondo.
-Per uscire da me hai solo due vie: quella di essere talmente indigesto da vomitarti fuori dalla mia bocca o di scaraventarti fuori con un peto saettandoti dal mio deretano… Ah! Ah! Ah!- Se la rideva.

II
Quel deserto di carne era inondato di una luce blu, grande, immenso. Mentre m’incamminavo con solerzia verso non dove, tutto era immobile, silenzioso, quando da lontano una piccola sagoma umana s’avvicinava, mi fermai, anche se preparato a tutto, questa variante della storia, mi dava un senso di inquietudine.
-Rospo! Chi è mai questo altro sciagurato ospite del tuo ventre?- Gli chiesi titubante, ma non ho avuto risposta alcuna, solo silenzio e l’eco sempre più forte dei passi di quell’uomo. Quando s’avvicinò con mia grande sorpresa ho riconosciuto il suo sguardo di uomo sconfitto, le sue labbra strette in una smorfia di disprezzo.
-Scarabeo, tu mi devi delle risposte ora che sono al tuo cospetto, ora che ti ho trovato, ora non mi sfuggirai!- Mi disse, puntandomi il suo dito indice non appena mi fu di fronte.
-Ancora non ti è bastato scoprire come le lame taglienti della verità fendono le carni di un uomo?
-Non vi è dolore più grande di un uomo che ignora il suo vero volto nascosto da una maschera, il suo vero nome supplito con una ingiuria! Dopo la notte della verità, quando ho fatto confessare davanti ai suoi genitori mia moglie Loredana che Floriana non era figlia mia, bensì del mio amico rivale Cristiano, tutto cambiò. Mio suocero Paolo morì dopo qualche giorno, per alcuni mesi pensai di avere coperto tutto sotto il velo borghese dell’ipocrisia, delle apparenze. Notai mia moglie veramente pentita delle sue malefatte. Floriana mi adorava, ed io la sentivo figlia mia più che mai. La gente non sapeva e chi sapeva fingeva di non sapere, così almeno mi sembrava. Ogni domenica a messa veniva consacrato il nostro segreto. Né io più rimossi quel passato né mia moglie diede cenno ad un minimo ricordo. Mia suocera aveva gli occhi pieni di paura, solo lei avvertiva che quel velo d’ipocrisia fangosa non bastava a seppellire quella verità che sgusciava fuori in una parola, in uno sguardo, in un gesto anche apparentemente insignificante, quando uno meno se l’aspettasse. Eppure il suo modo di essere madre, il suo amore viscerale per la figlia, coprì le malefatte i tradimenti di Loredana, anche contro la sua stessa etica di donna in tutti i sensi.
-Eppure avevi provato un perverso piacere nel tormento di quella verità.
-Io voglio sapere! Perché io? Succube della tua onnipotenza ho dovuto sottostare alla tua storia? Perché un misero autore di cassetto come te va a creare queste orride avventure? Se tutto è già in te, o tutto deve ancora avvenire, fai che il corso della storia cambi rispettando la Verità, tu puoi!
-Tu parli del futuro, mentre il passato è scritto nel cielo e gli astronomi non sono altro che archeologi del cielo, scavando anni luce alla scoperta di galassie e colori, il futuro non è, e talmente non è che non si sa se sarà!
-Io so! E tu sai che il mio futuro è già passato, è tutto nella tua mente e lo stai scaraventando su questo spazio azzurro. La tragedia che io ho vissuto la stai compiendo ora, come l’osservatore di una stella prima che muoia come già accadde mille anni luce fa. E tu puoi cambiare questa verità. Far si che l’astro rimane a brillare e quella verità, rimanga tale. – Cadde in ginocchio allargando le braccia davanti a me, mentre gli sgorgavano lacrime viola da quella maschera immutata.
-Suvvia, alzati, io sono solo uno scarabeo, un misero personaggio come te, anch’io ho la mia parte da fare, anch’io seguo la volontà di colui che è sopra di me. Posso solo dirti che in questa storia ognuno di noi esiste in funzione di essa e non viceversa. Come le profezie sono tali quando avvengono… prima sono solo presunte. Ognuno di noi ha il suo amaro calice da ingoiare. Alzati!- Si alzò sconfitto, con la testa bassa. Io mi rattristai talmente da sentirmi un nodo alla gola, mentre un freddo secco incominciava a pervadere tutta l’area- Hai una possibilità, una scelta! Nell’esistenza vi è sempre una scelta!
-Dimmi quale?
-Puoi benissimo continuare il tuo cammino, inoltrarti in quel nulla e cessare di essere, di esistere, da questo instante. E’ tua facoltà scomparire nell’oblio.
-A questo punto è inutile se non si può mutare la storia che abbia svolgimento nello svelare ogni particolare- Tutto si cristallizzava di ghiaccio e dalla bocca ci usciva il fumo del vapore, mentre dove poggiavamo i piedi era divenuto scivoloso e rifletteva le nostre immagini- Floriana, Floriana…- Distorse il viso in una smorfia di dolore. –Floriana era attaccata a me, ed io a lei, più di quanto lo fossi stato con sua sorella Donatella che si ingelosiva non vedendosi partecipe alle nostre complicità. Tanto che la bambina un giorno mi disse indispettita: “Forse non sono figlia tua come Floriana?†Quanta verità allo specchio vi erano in quelle parole! Mia moglie come suo solito ascoltando quelle parole ruppe un posacenere di cristallo, le cadde di mano, allentò semplicemente la mossa delle dita, lei esprime la sua emotività allentando la presa, come quando la scoprii con Cristiano. Sarà tipico delle donne facili allentare la nervatura…- Distorse lo sguardo da destra a sinistra in una pausa di silenzio –Floriana, era divenuta una splendida ragazza, bella più della madre e più la guardavo più somigliava a Cristiano. Lui aveva dei lineamenti femminili con quei occhi grandi e quella fronte larga, il naso greco e le labbra sensuali, ma non carnosi, il mento prominente, ma che armonizzava nel suo viso, da figlio di puttana con quell’aria vincente. Floriana aveva i lineamenti di lui, con tutta la grazia femminile e la dolcezza di una ninfa sedicenne. Quando lei era bambina mi ero illuso che somigliasse a me, ma poi, dopo quella fatidica notte guardavo lei e ricordavo lui. A dire il vero forse per uno strano caso anch’io somiglio vagamente a Cristiano e forse è stato uno dei motivi che convinse il si di Loredana. Tanti di quei elementi che poi armonizzano tutti nel tutto, dando motivo, significato, della sua esistenza, ad un fatto, a un qualcosa. Come quando uno si fissa con un numero e tutto sembra risultare con quel numero, ad esempio il 16 va a finire che alle ore 18 e 16 prende la circolare numero 16, va al cinema e il numero civico, guarda caso, è 16 e per una strana coincidenza della vita si va a sedere sulla poltrona, indovina un po’? Numero 16! A questo punto uno pensa che la propria vita armonizza con il cosmo tramite il numero 16 ma forse è solo un’illusione maniacale e isterica.
Io mi ero posto sul piedistallo di chi ha subito il torto e venivo consolato, accontentato, ubbidito, con un potere incontestato, dalle due madri. Il rapporto con Loredana procedeva tra i suoi si e i miei no. La vita sessuale si era raffreddata talmente che quelle poche volte avevamo tentato di farlo finiva con un pianto di lei sommesso e una mia carezza su una sua guancia solcata dalle lacrime. Presi una brutta abitudine, poi, penso che, sarà conforme a tutti i cornuti e falliti di questo mondo, quella di avvicinarmi all’alcol. Un giorno trovai una bottiglia di grappa dentro un mobile, forse messa lì da mio suocero Paolo, la presi e lentamente l’aprii e odorai ne versai un po’ in un bicchiere e la sorseggiai. Mi diede quel senso di leggerezza e di sollievo, mi sentii dopo tanto tempo bene, veramente bene, tanto che divenne una abitudine ma gradualmente avevo aumentato la dose. Mi dava forza, coraggio, ma non mi abbrutiva e perciò anche se si erano accorti di questa mia nuova abitudine mi lasciavano fare. Mi andavo a rintanare dentro il soggiorno a guardare vecchie fotografie o leggere qua e la nell’enciclopedia. Uscivo solo per degli scopi precisi, ero sicuro che tutto il mondo sapesse delle mie corna. Avvertii qualcosa, che mi infastidì a tal punto da essermi rinchiuso in bagno e mi morsicai il braccio trattenendo il respiro affondando i denti e spuntarmi il sangue, provando un dolore liberatorio, mi disinfettai, fasciai la ferita e uscii. Durò diverse settimane ma non servì a guardarmi verso cosa stavo andando incontro. Floriana come a solito mi riempiva di attenzioni come se inconsciamente volessi farsi perdonare che non era figlia mia, così la mia mente contorta mi faceva pensare. Però, però, quel giorno mentre lei mi abbracciava con le mani al collo baciandomi, avvertii il suo corpo di donna addosso al mio e ne provai uno stimolo di piacere erotico risvegliando la mia sessualità. Lei forse, non ne sono sicuro, avvertì questa mia eccitazione e si staccò quasi immediatamente, ma non diede modo di fare pensare a ciò, però sono cose che si percepiscono e basta. Per me questa è stata una seconda tragedia, un secondo tradimento, prima mia moglie e mia suocera complice, ora il mio corpo. Pensai che fu causa dell’alcol visto che ero ebbro e per un po’ non bevvi più. Ma i mali non vengono da soli. Una splendida domenica mattina di marzo ero uscito per andare, passeggiando e godendomi quel primo sole, a comprare il giornale, poi passare dal bar e magari acquistare un po’ di dolci per il pranzo. Chi incontro dentro al bar? Dimmelo tu scarabeo a chi mi hai fatto incontrare! A Cristiano! Era tornato! Appena mi vide fece una faccia che era tutto un programma. Ci siamo salutati con i convenevoli dell’occasione. Gli chiesi cosa avesse fatto tutti questi anni e dove era stato. Mi raccontò che era stato a Modena, si era sposato aveva casa e famiglia, e che da qualche anno era diventato padre di un bel maschietto, da allora la sua vita, il suo modo di essere era completamente cambiato. Era tornato in città per sistemare qualcosa che aveva lasciato in sospeso quando era partito perché non lo lasciava in pace. Fu vago, ma io capii all’istante a cosa si riferisse. Nella mia mente partirono mille ingranaggi, sentii tanto rumore da non ascoltare più le sue parole, pensavo solo che questa volta non la spuntava ed ero pronto a lottare fino allo strenuo con ogni mezzo. Gli dissi solo di stare attento, perché è da molto che manca e da allora la gente è cambiata e può trovare delle amare sorprese. Lui non volle controbattere, questa mia affermazione, ma spalancò gli occhi intuendo la mia intimidazione. Ci siamo stretti la mano, non mi chiese né di mia moglie ne delle mie figlie, si allontanò lentamente e lo fissai fin quando voltò l’angolo e scomparve. Mi assalì una stizza tale che sentii lo stridore dei mie denti mentre serravo la mascella. Lui attentava alla mia serenità, quella poca che avevo… Tornai a passo svelto a casa, non appena chiusi la porta vidi mia moglie stravolta, così mi sembrò, che abbassò con rapidità la cornetta del telefono. Mi avvicinai a un centimetro da lei, fissandola intensamente negli occhi, non proferendo parola, ma sicuramente il mio sguardo, la mia maschera tutta, la ha terrorizzata. Lo ho letto nei suoi occhi. Dopo un po’ mi disse: “Era lui…†Io rimasi nel mio silenzio, lei continuò: “Vuole parlare…†Poi si mise a tremare e irrompendo in un pianto viscerale: “Vuole che lei sappia la verità!†Ed io provai pietà per quella donna inchiodata in quella parola come un cristo alla sua croce. Allora indietreggiai e sussurrai con rabbia: “Vuole vuole! Verità!†In quel preciso istante mi sono accorto di mia suocera accasciata sulla sedia in un angolo che ci fissava, poveretta anche lei, madre addolorata guardava la flagellazione della figlia. Fu allora che mi venne l’idea di assassinare Cristiano, ma mi rendevo conto che non ne avevo le capacità, fino a quel momento, però ci pensai con convinzione e anche i giorni appresso, tanto che ricordai di una pistola fattami vedere da mio suocero in qualche cassetto e mi misi a cercarla, la trovai nel cassetto del comodino della sua stanza da letto, avvolta in una tovaglia insieme a delle munizioni. Era una vecchia pistola a tamburo, a canna corta, nera. La impugnai e mi sentii gelare il sangue, sudai freddo, la ho riavvolta nella sua tovaglia e lo rimessa a suo posto. Avevo proprio bisogno di bere e trovai nel mobile delle bottiglie di amaro e cognac, bevvi fin quando l’adrenalina non si normalizzò. Cristiano non si era più sentito, ne visto, era passata una settimana. Tutto sembrava ritornato alla normalità, ma in quel giorno non vi era niente di normale, era il 16 marzo ed erano scoccate appena le sedici. Per una strana coincidenza mia moglie e mia suocera erano usciti per una visita medica, Donatella si trovava a casa di una compagna di scuola per dei compiti da svolgere. Eravamo rimasti io, che dopo avere bevuto girovagavo per casa come un fantasma, e lei sdraiata sul divano che ascoltava la sua musica, leggendo una rivista. Aveva addosso una vestina bianca, le sue gambe nude come due colonne si muovevano a ritmo di quella musica aprendosi e chiudendosi, il suo seno sobbalzava, il viso era coperto da quella rivista. Non so cosa mi sia successo ma mi sentii stravolgere dall’eccitamento, non fui più io, mi trovai sopra lei carezzandola, lei capì, ma fu così sbalordita da quell’evento che rimase immobile con quella rivista in mano. Fu così veloce che non ebbi nessuno istante di riflessione, le strappai le mutandine e la deflorai inondandola tutta…-
A questo punto si è udito uno sgretolio del ghiaccio che si spaccava e mille e mille e mille occhi rossi s’aprirono all’unisono fissandolo, mentre Floriana con la sua vestina bianca sporca di sangue si avvicinava a noi. Quando fu vicina, con una voce rotta dal pianto, gli disse: “Padre, perché lo hai fatto? Tu eri la persona a cui avrei assicurato la mia esistenza, anche nel più tempestoso mare tu saresti stato il mio scoglio di salvezza e nessuna verità poteva cambiare ciò!†Allora lui pianse le sue lacrime viola. Lei continuò, però fredda e con disprezzo: “Ora sei la persona che io odio di più! La persona che disdegno di più e tramite te odio tutti gli uomini, e ogni falsa parola d’amore che possono dire! Perché so che hai provato piacere infinito nel tuo gesto e sono sicura che lo rifaresti ancora e ancora una volta!†Lui negava con la testa.
-Io non potevo immaginare questo tuo orribile modo di percepire il tuo mondo, quale dio ti potrà mai perdonare?- A queste mie parole, fatte di silenzio, osservai gli sguardi dei mille e mille e mille occhi colmi di malinconia, mentre lui a testa bassa disse con un filo di voce: “Non ho ancora finito…†Io non avevo sentito bene e chiesi cosa stava dicendo, allora lui stizzito replicò a voce alta: “Non ho ancora finito! Ora devo porre termine al mio racconto, dirti come un uomo in un dirupo non riesce più fermare la propria caduta. Però qualcuno mi ha spinto alle spalle!â€
-Di questo ti devi liberare, delle tue ragioni, dei tuoi alibi. Accusando il tuo creatore per la sua onnipotenza nella tua storia, poi tua moglie e il suo tradimento, poi ancora la crudeltà innocente del tuo corpo e della rivalità con Cristiano. Devi ben capire, accettare che ognuno è protagonista di questa esistenza ed ogni suo atto, anche il più insignificante, rimane impresso nell’acqua degli universi per l’eternità. Pensa se oggi con un potente telescopio fissassimo un pianeta di migliaia anni luce, questo apparecchio fosse così potente da vedere persino le strade, le case, e i suoi abitanti. Osservassimo un borseggiatore che scippa una vecchietta strattonandola e scaraventandola per terra e inferendo su di lei tirandole un calcio in faccia. Lui volta l’angolo prendendo i soldi e buttando la borsa, impunito va via, sicuro di non essere stato visto da nessuno. Ma quel suo gesto è rimasto indelebile nello spazio e migliaia danni luce dopo sarebbe visto da noi e pertanto giudicato ignobile. Questo per dire che tutto rimane scritto nel libro dell’infinito.
-Scarabeo, è questo l’inferno! Avere coscienza di avere vissuto sprecando l’esistenza, non potendo più tornare indietro per cancellare i propri errori. Avere coscienza di ogni gesto, pesare questo presente costruito con ogni attimo passato. Che me ne faccio ora della tua verità scarabeo? Che me ne faccio sapere che dio non è il creatore, ma Creare? Che dio non è un sostantivo ma è un verbo? Creare in continua espansione mentre il Mondo percepito da noi è già creato, è già passato…
-Nessuna cosa è ferma, tutto si espande nel presente e il tuo viaggio è ancora lungo!-
Lui sospirò profondamente e sollevò la testa, guardò la macchia di sangue della vestina bianca di Floriana e continuò: -Rimasi un attimo su di lei, mentre mi accorsi che le sue mani tremavano, mi sollevai e provai sdegno di me stesso, la guardai in faccia, ancora immobile, incredula, inorridita. In maniera confusa le chiesi perdono, le disse che non volevo, poi scappai, andai a prendere la pistola, la caricai, indossai la giacca e intascai a destra l’arma stringendola con la mano. In un attimo mi trovai, nel bar di quella domenica e nelle vicinanze vi rincontrai Cristiano. Mi apparve davanti all’improvviso e mi scossi spaventato. Lui percepì qualcosa ma non ha avuto tempo ché si trovò puntata in faccia la pistola! Ora dico, per una intera settimana ho cercato di incontrarlo, di vederlo e non mi è stato possibile, proprio quel giorno, quel preciso momento, quasi ci scontravamo. Qualcuno può dire: destino! Come destino? Che significa destino? Se fosse così l’esistenza sarebbe una bella beffa… Qualsiasi scelta dell’uomo, qualsiasi spiffero di vento, qualsiasi granello di polvere è stato già scritto? E’ stato già determinato? E da chi? Da te scarabeo creatore di questa storia? E perché? No, perché lo hai destinato, ma perché l’esistenza? Non avrebbe nessun senso, neanche paradossale, niente! A questo punto, dimmi tu, scarabeo, cosa hai pensato per necessità della storia che io abbia fatto?
-Io ho pensato che eri pronto ad ucciderlo, ma non hai trovato il coraggio di farlo e ti sei puntato l’arma alla bocca, introducendo la canna, hai sparato, hai sentito squarciare la tua parete superiore e il proiettile uscire dall’orbita dell’occhio sinistro. Cristiano ti ha soccorso, portato in ospedale e così salvato, poi sul letto d’ospedale, in piena coscienza hai ricevuto lo sputo in faccia dello sdegno di tua moglie. Questa è la conclusione del tuo atto titanico contro di me autore. Non lo hai ucciso per coraggio o per dispetto contro ciò che chiami destino o corso naturale della storia!
-Non capisco se con questo atto mi redimi o mi affondi nel completo fallimento della mia esistenza, forse per esorcizzare come in ogni tragedia le proprie paure, scarabeo! Ma di sicuro incomincio a credere al libero arbitrio dei tuoi personaggi, perché non fu così che andò quel sedici marzo. Lui tremava davanti la canna della mia pistola con le mani aperte e le braccia tese all’altezza del suo viso, piegato in avanti, ed io mi sentivo sempre più potente, padrone di quell’attimo che avrei stretto il mio indice sul grilletto per fare scattare la molla, e porre fine al padre di tutte le mie sciagure. Lui mi supplicava e ripeteva: “No no no! Non lo fare! Sistemeremo tutto. Io sono andato a trovarla all’uscita di scuola solo per vederla, non le ho detto niente. Loredana me la ha solo presentata…†Queste parole mi avvelenarono il cervello ma divenne estremamente lucido, capii l’ennesimo tradimento di Loredana, agendo d'accordo dietro le mie spalle. Mi accorsi che dopo un fuggi fuggi di gente si era creata attorno a noi l’attenzione di persone dietro finestre e porte socchiuse. Alcuni carabinieri si andavano avvicinando quatti nascosti dietro le auto e gli spigoli delle case. L’aria era densa e vibrante pronta all’evento ed il mio dito era al centro di quel mondo, di quel tempo, in attesa di un impulso elettrico del mio cervello stimolato chimicamente solo ed esclusivamente dalla mia volontà! Lui forse non doveva nascere nemmeno. Le ho detto semplicemente: “Cosa pensavi di me, quando ti facevi mia moglie? Quando è nata tua figlia ed io ero contento e ti ho invitato al battesimo, e solo per poco non sei stato il suo padrino… Cosa hai pensato di me? Come mi consideravi? Un imbecille?†Lui fremeva: “No no no!†Ed io continuavo: “No che cosa? Non avevi calcolato che un giorno potevi trovarti in questa situazione? Causa tua ho avuto la mia vita un inferno! Causa tua ho commesso l’errore più meschino che un uomo possa commettere e devi pagare!†A questo punto tra i suoi ripetuti no udii lo scoppio enorme di quella vecchia pistola e di quei vecchi proiettili e poi ancora, fin quanto non finirono i colpi. Lui si accasciò a terra. Mi trovai aggredito dai carabinieri che mi tolsero l’arma di mano e mi ammanettarono strattonandomi e caricandomi su una delle loro auto e via. Udivo le loro sirene accese e mi sembravano esageratamente chiassose, “perché correvano così forte?â€, pensavo, “in fondo non vi era più urgenza tutto era stato compiuto!â€. Ogni mio senso era all’eccesso, sentivo gli odori di quei due che mi tenevano in mezzo, avevano origine dalle loro carni sudate e dalle divise imbrattati di profumi pesanti. Distinguevo ogni cosa, potevo contare i peli della nuca dell’autista uno per uno. In quel preciso momento mi sentii bene, ma è durato poco. All’imbrunire di quel sedici marzo l’ombra è scesa dentro me. Ma io ho ucciso perché già ero morto almeno un centinaio di volte. Quando sorpresi Loredana e Cristiano, sono morto nella notte della Verità, e ogni attimo dopo, per arrivare al tradimento del mio sesso, di me stesso nell’alcol, in ogni sguardo della gente, in ogni giorno di uomo perdente, per giungere alla fine in quell’atto insulso che macchiò la mia esistenza come la vestina di Floriana. Il dottore mi ha spiegato che uccidendo Cristiano ho ucciso me stesso. Io gli ripetevo che io ho semplicemente accorciato i giorni della sua esistenza, tutti dobbiamo morire prima o poi, e lui tradendo la mia amicizia, la mia famiglia ha accorciato la mia di esistenza, per poi arrivare un bel giorno in città e pretendere la verità… Ancora? Ancora rovinare la mia famiglia prendersi la paternità di Floriana, rubarmela ancora una volta! E’ stata questa paura che ha spinto all’eccesso il mio senso di possessione e la ho posseduta!-
-Sei pentito di avere ucciso?-
-Scarabeo, sono contrastato da forze laceranti! Da ragionamenti contorti come roveti di spine! Penso la società di oggi che non si preoccupa nemmeno un secondo di accorciare la vita a milioni di esseri viventi con le sue regole, uccide giorno per giorno alla luce del sole e nessuno accusa nessuno. Anche la Chiesa, che dovrebbe proteggere la vita in ogni modo, giustifica l’assassinio inventandosi la morte cerebrale per potere esportare gli organi in condizione da trapiantare. Proprio la Chiesa si affida alla scienza per un limite così sottile tra la vita e la morte… A questo punto credo che sono solo gli interessi economici delle sue aziende ospedaliere a spingere tale convinzione e non quelli spirituali. Nella lucentezza razionale non sono pentito. Il mio essere animale non prova nessun senso di colpa per un rivale che ha provato ad attaccare il mio branco. Poi, al tramonto penso: io che non avrei voluto nemmeno offendere con una parola, io che, nonostante tutto non avevo smesso di amare come un padre Floriana, io che avevo perdonato Loredana e provavo per fino pietà per il suo stato, io ho ucciso un altro uomo, a sangue freddo, e con tutte le capacità di intendere e di volere. L’avvocato mi ha fatto periziare da un psicanalista di fama e mi ha dato la patente di pazzo, asserendo che in quel preciso momento ero alienato dall’accaduto precedente e tutto ciò che mi circondava non era altro che follia. In aula ho smentito tutti dichiarando che il mio atto è stato voluto senza alcuna alienazione, dando prova dei miei ragionamenti. Perché non voglio scusanti, anche se sono convinto che ci sono, voglio pagare la mia colpa di assassino stupratore.
-Devi liberarti delle scusanti, lo devi a te stesso!-
-Ho riflettuto abbastanza e la mia storia è ad imputo, giorno per giorno portava a questa e solo questa uscita. Da quando mi innamorai di Loredana a quando per caso, sempre per caso, trovai la pistola e poi quel fatidico giorno quasi mi scontrai con Cristiano! E quel numero 16 ne è la prova!
-Ma potevi scegliere di suicidarti, come io avevo pensato, o solo buttare a terra la pistola metterti a piangere e abbracciare Cristiano confessandogli che lo stavi per uccidere… Sei tu che hai ucciso, solo tu!
-Solo io, io solo… E solo voglio stare…- China la testa a terra e vede la sua tragica maschera riflessa nel ghiaccio blu, poi in qualche angolo del suo io ritrova un briciolo di fierezza e solleva lo sguardo prima su di me e poi sopra la figlia, lì immobile come una eterna accusa. Così continuò il suo racconto: -Due psicanalisti si alternavano, tutte e due carichi dei loro guai interiori cercavano in me di esorcizzarli, ma io per fare un favore a loro, non potevo rinnegare il mio viaggio ormai intrapreso da qualche giorno mentre stavo nell’aria del cortile e vidi un coleottero, uno scarabeo sacro, che scortomi scappò via, poi si fermò immobile ed io senza alcuna pietà con una zampata lo uccisi spiaccicandolo a terra. Da quel momento trovai la strada fino a te, scarabeo, autore dilettante del mio mondo. Io a tutte e due i dottori raccontai la mia verità e loro con quelle facce da beoni mi venivano dietro. Poi uno dei due, chiamiamolo il professore A, mi disse che io fingevo e anche bene perché così rimanevo impunito del mio delitto, e mi abbandonò periziandomi sano e menzognero. Il professore B volle sapere di più e appuntava su una agenda, giorno per giorno, parola per parola, guardandomi seriamente e non proferiva parola o lasciava intravedere dal suo volto nessuna espressione. Quando io incominciai a dire che tutto ciò: il tavolo, le mura, il cielo, gli universi paralleli, superiori e inferiori erano tua opera, come io tuo personaggio e Cristiano e Loredana e Floriana e lui stesso, tutti fuoriusciti dalla tua fantasia, non eravamo altro che parole stese in un foglio bianco e non altro, lui mi chiese: “Perché?†Io sull’istante non trovai risposta poi la trovai e gli dissi: per diletto, che so, perché gli piace inventare delle storie, perché anche lui vive la sua storia, personaggio di una storia più grande e così via… So solo che sta scrivendo una novella che poi alla fine forse non leggerà nemmeno lui stesso! Ma in questa novella lui si è intercalato personaggio e so dove andarlo a trovare. Allora il professore B annotò il tutto e mi chiese ancora come mai è uno scarabeo nella novella e un uomo nella vita, questo autore. Io risposi che questa è la strada per trovare la verità, identificare il proprio totem, l’animale generante dove per primo l’io universale fu volontà di essere. Il professore B appuntava pazientemente nella sua agenda, poi posò la penna intrecciò le dita delle mani e scricchiolò le ossa, mi guardò intensamente e richiese come ho fatto a conoscere il totem dell’autore? Quando gli risposi di essere stato testimone della tua metamorfosi sulle rive del fiume Nilo e che ora eri dentro lo stomaco del totem rospo di mio suocero Paolo, perse la pazienza e scaraventò l’agenda a terra con un gesto di stizza, gridò: “Questa è schizofrenia allo stato puro!â€, raccolse l’agenda e la penna ed uscì brontolando e gesticolando, ma io sono sicuro che tornerà, ormai vorrà sapere il seguito. Non posso fare finta di non sapere per fare un piacere a loro, avvolte mi sento come davanti a Pilato, mentre vuole una menzogna qualsiasi da barattare con la vita e la libertà, chiede la verità a Cristo. Quale giustizia può sacramentare un uomo ad un altro uomo? Quale giustizia può espletare di fronte ogni verità che non si vuole conoscere in fondo? Il giudice può solo lavarsi le mani e vivere la propria storia fatta di parole e di silenzi nella celebrazione rituale di comparsa espletando con esagerata enfasi la sua parte. Giustizia è stata fatta! Scarabeo, dimmi, perché Loredana prova questa pietà per me? Dovrebbe odiarmi, lasciarmi nella mia solitudine e invece sempre lì davanti a me con quello sguardo che sembra chiedermi perdono, ed io soffro non resisto a guardarla in faccia ad incrociare i suoi occhi, avvolte stiamo l’uno davanti l’altro tutto il tempo senza parlare, mentre annego in una sofferenza indicibile, vorrei sprofondare, vorrei non esistere, ma poi alla prossima visita eccomi ancora al suo cospetto. A nessuno, proprio nessuno auguro di sposare una donna che non ricambia il proprio innamoramento. Perché d’innamoramento si tratta, e non d’amore, e per quanto duri ha un termine, poi continua il buon senso, il ragionamento, la tolleranza, la confidenza… Guai a chi si assoggetta ad un matrimonio con una donna che vi ha scelto solo per ripiego! Lei saprà al momento giusto farvi pagare le sue prestazioni sessuali. E non avrete mai e poi mai la verità da lei, perché, in quanto uomo di seconda e terza scelta, non la meritate. E allora come potete vivere accanto ad una compagna di cui non potete fidarvi?
-Il pensiero di una donna è un mistero grande anche per me. Nel suo mistero nasce ogni pensiero. Nel suo mistero Dio cade nel paradosso della carne!- Gli risposi, mentre i mille e mille e mille occhi incominciarono a lacrimare sangue. Ogni lacrima a contatto con il pavimento diveniva fuoco. Era fuoco fatuo di colore verde tenue. Lui si guardò attorno conscio di ogni momento e smarrì lo sguardo nel punto più alto di quella cupola d’occhi, poi strinse tutte e due i pugni e gridò a squarciagola: “PAOLO!â€
-Avrei voluto non sapere…- rispose il rospo con una voce d’anziano stanco che risuonava nell’area. –Ma me lo immaginavo, ciò che avevo lasciato non terminava lì. Voi lì, vi chiedete i perché, andate in un posto e pretendete di trovarvi in un altro. Quando un uomo si dirige in una parte deve sapere che prima o poi arriverà a quella meta, tranne se non decide di tornare indietro di cambiare, ma se continua, anche se lentamente, anche se soffermandosi di qua e di là, prima o poi giungerà. E giunto magari si dimentica il perché sia andato in quel posto. Parlo da vecchio stanco, questa storia mi ha fiaccato! Ero tra i fanghi del mio letargo, ora svegliatomi, il mondo che mi circonda sembra fatto di tenebre fitte.
All’improvviso i mille e mille e mille occhi si chiusero e non rimase che il buio fitto intenso così anche il silenzio, niente e nessuno… Mi ritrovai bambino, quattro cinque anni, coricato nel mio letto, in una di quelle sere d’inverno, di scrosciante pioggia di lampi e tuoni, nel tremolio di una candela osservavo le strane facce che la muffa nel muro lasciava comparire come anime in pena che si dibattevano imprigionati nella materia. Quando poi la candela veniva spenta ancora sveglio trattenevo il respiro più che potevo, immobile sotto le coperte con la paura certa che quelle anime si erano liberate e arieggiavano su di me. Silenzio buio e paura fin quando mi assopivo e crescevo. Dolce Gerlanda, vecchietta della mia infanzia, dove tra le tue falde riparavo da quei lampi di vita che ogni giorno erano pronti a colpire la mia innocenza. Lì in quella tua casetta, di una porta, una finestra, un letto, un tavolo e una cassapanca da dove la tua magia materializzava per me biscotti e santini. Rimuginavo nella mia mente una tua legenda raccontata nel meriggio di un inverno. “Assettati kà, ca ti cuntu lu ‘ncantesimu di la Munachedda di Muntirussu.†Mi promettevo che non appena cresciuto abbastanza sarei andato a Monterosso per vedere comparire la Munachedda per riuscire a toccarla con mano. “Ogni setti anni si rapi a montagna e nesci a Munachedda bedda e juvana ‘ngruppa a u’ cavaddu jancu e superbu, curri comu u ventu, scinni finu a funtana. Tempu ca u cavaddu s’abbivira e curri ‘ntramuntata e ritorna intra a la montagna ca si rapi e si chiudi pi natri sett’anni. Ora pi spignari stu ‘ncantesimu unu ava arrinesciri a tuccalla cu li mani e a Munachedda di Muntirussu e lu cavaddu addiventanu tutti d’oru arricchennu u furtunatu.†La legenda dice, in un’altra variante, che va ad abbeverare il suo asino carico d’arance d’oro, chi riesce a toccarla diviene il padrone dell’oro. Però bisogna scorgerla in un’aurora d’agosto, e solo ogni sette anni, questa giovane e bellissima monaca discende la strada con il suo asinello, bardato con il prezioso carico, fin giù ai piedi del monte all’abbeveratoio, dopo aver fatto dissetare la bestia, risale la strada e i suoi passi scompaiono dentro l’antica torre di guardia. Ricordo che appena cresciuto qualche anno andai a visitare quei luoghi e scrutavo il tragitto con il batticuore quasi sentivo l’aria di mistero, di storia e legenda che vi era. Oggi ho capito, ho capito che la donna mistica e bella non è altro che il trascendente, come il sette numero magico per eccellenza, come sette sono i pianeti nella antica cultura mediterranea, sette sono gli anni dell’attesa per la sua comparsa. L’uomo è l’immanente che cerca di raggiungere e toccare con mano la Munachedda il trascendente, non il miracolo visivo, ma prova certa. E solo allora l’uomo raggiunge il Se della vera sapienza rappresentata dall’oro filosofale alchemico che nessuno mago ancora ha raggiunto. Nessun profeta, yoga, mago o santo ha mai afferrato con le proprie mani il trascendente. E non mi si risponda Cristo perché non vi è niente di nuovo in Dio che tocchi l’immanente, è nelle sue facoltà, ma non è nelle nostre di toccare lui. Tommaso ha voluto toccare la carne e la carne toccò! La legenda a tutti i simboli magici: l’anima femminile, il cavallo, simbolo della città di Troia, (asino di Balan), il numero sette, l’oro. Chissà dove è andata a finire quella lampada ad olio di terracotta che quel giorno mi regalò Gerlanda? L’avrò smarrita irrimediabilmente… Ma quella sera d’inverno uscii fuori gli occhi dalla coperta e nel buio quella lampada era posata lì tra le mie cose di bambino, spenta, non la vedevo, ma ero sicuro che c’era. E fu dopo questa certezza che mi s’illuminarono le parole lamentose di Giobbe: “Oh, potessi sapere dove trovarlo ed arrivare fino alla sua sede! Esporrei davanti a lui la mia causa; riempirei la mia bocca di argomenti. Saprei con quali parole mi risponde e capirei quello che mi dice. Contenderebbe egli con me con grande forza? No, non avrebbe che ascoltarmi. Allora sarebbe un uomo giusto a discutere con lui ed io guadagnerei definitivamente la mia causa. Ecco, se mi dirigo verso Oriente, egli non c’è; verso ponente, e non lo distinguo. Lo cerco a sinistra, e non lo scorgo; mi volgo a destra, non lo vedo. Pertanto egli conosce il mio cammino; se mi esamina, ne esco puro come oro. †La luce di queste parole illuminarono il volto di quel misero uomo che mentre si andavano infiammando contemporaneamente le pronunciava e piangeva le sue lacrime morte che fuoriuscivano da quella maschera immutata di risentimento.
-Novello Giobbe!- Gli dissi –Anche tu hai cercato il tuo autore ed hai trovato uno scarabeo!- Pensavo tra me che anche io ho cercato di afferrare il senso della vita, ho cercato e ho trovato me stesso, ho cercato di afferrare un rospo e ho trovato solo uno scarabeo. Poi richiusi gli occhi e vagai nel sogno tra il silenzio della chiesa vuota ormai con le sfarzose lampade spente, in attesa di ripetere a stento al prete le lezioni di catechismo in preparazione alla prima comunione. Al prete interessava che le ripetesse e non che le capisse e io non le capiva quelle arcane parole, quelle formule che ascoltavo da gli altri bambini di buona famiglia così bravi e cadenzati, così attendevo insicuro e preoccupato. A terza fila vi era una vecchietta avvolta nel suo scialle nero, quando un serpente uscito da non so dove si rivolse a me minaccioso, terrorizzato mi avvicinai a lei che mi avvolse nel suo scialle proteggendomi e poggiando la mia testa nel suo seno la guardai in volto ed era quello di una giovane e bellissima donna che con mestizia mi sorrise. Sentii quel bene profondo, quel sentimento mistico così vero, così forte che chiamerei amore, nel suo senso etimologico della parola: anti morte. Ora credo di capire la presa di coscienza sessuale dei miei nove anni tra il simbolo fallico del serpente e la sensazione del femminile. Ma il solo ricordo di questo sogno mi rinfranca e mi salva, mi redime e mi purifica come quelle lacrime di sangue che diventano fuoco. Come la cecità e la vista di Paolo per la via di Damasco. Simboli e immagini, immagini simbolo, che si ha il dovere di sforzarsi a capire. Uscire fuori dal rospo è un labirinto di reminescenze, basta imboccare il corridoio sbagliato per ritrovarsi a vagare nel nulla, bisogna prima trovare il proprio cherubino, la propria sfinge, il proprio mostro, metà uomo e metà animale, e dopo aversi ben guardato, riflesso, riuscire, cioè trovare la via d’uscita. Ahimè per chi non ha con se il filo d’Arianna, come un figlio attaccato alla propria madre dal cordone ombelicale, pronto a rivivere il riparo del grembo, come lo scialle nero di Maria o l’oro della giovane monaca di Monterosso. Ma io ero sicuro, certo della lampada ad olio di terracotta tra le mie cose, non la vedevo al buio, ma c’era. Poi un giorno di inverno tra le campagne, con altri compagni di gioco, pronti a superare i nostri limiti e non solo territoriali, trovammo, sopra una fossa ripiena d’acqua dalle abbondanti piogge, un sorbo con i suoi frutti scuri e dolci. Lì, attaccati a quell’albero, proprio io ruppi una cima e caddi nella fossa e giù per diversi metri in quell’acqua gelida, toccai il fondo e quei pochi attimi si dilatarono tanto da osservare sopra me la luce, poi risalii e fui acciuffato da gli amichetti. Il freddo e la febbre furono le prime conseguenze di quel battesimo della vita, pronto a recepire la lezione che quella luce del giorno vista dal fondo, anche se realmente era la bocca circolare della fossa, era la verità da raggiungere, unico senso della vita. Come la luna nel regno dei rospi. Come la luna di mastro Filippo che volle la mia vittoria sul mondo di fanciullo affollato di paure infondate. Tante, come le mie paure per quella sua vecchia casa e quella scala. Una sera volle che io la guardassi la luna piena da una finestra di quella scala accanto ad uno strano stanzino chiuso e misterioso. Mi ordinò di stare al meno mezzora al buio per potere scrutare, con un suo ottimo binocolo, bene l’astro. La mia ammirazione per quell’uomo e quel nuovo limite da superare mi fece accettare. I primi minuti sembrarono di piombo, guardavo la luna e non la vedevo, tremavo e addosso alle mie spalle sentivo la pressione gelida di mani e presenze, non che l’urto del buio che mi avvolgeva, non bastarono le mie sensazioni che rumori nello stanzino misterioso mi scuoterono. Ero pronto a scappare ma decisi di no e fu allora che incominciai vedere il satellite con i suoi mari e la bellezza di quella luce argentea. Nessun rumore di topo, nessuna impressione della fantasia poteva più turbare quello spettacolo. Riuscii d’allora a scindere il fuori e dentro me e rinnegai quel mondo fantastico di bambino per un mondo fatto di stelle e di donne. Quella lampada ad olio di terracotta non so dove è andata a finire, so che d’allora non la ho più cercata. Mastro Filippo solerte nel suo dire, tra le bestie scannate per professione e i giorni passati tra una guerra e l’altra, compresa quella di Spagna, m’insegnava che poco differisce, tra il cuore, il cervello e l’addome dell’uomo e dell’animale, così poco da non differire il senso tra l’uno e l’altro. Allora mi regalò una vecchia bibbia in latino e una moderna chiave. La bibbia la ho portata sempre con me e c’è ancora tra i miei libri, la chiave la smarrii irrimediabilmente, come persi le sue ultime parole dal suo letto di morte da dove mi chiamò ed io per negligenza non andai, preso come ero tra i si e i no dell’innamoramento, e la mia stanchezza di capire. Allora in quella sera d’inverno non mi assopivo più sotto le coperte, non arieggiavano più nel buio spettri, ma non vi era più la lampada ad olio di terracotta di Gerlanda e nemmeno più la cercai. Era rimasto un mondo fatto di carne e di pietra, di fuoco e di acqua, di aria, di buio e di luce, senza più canti in chiesa la domenica e senza Dio. Solo realtà dura e contraria ma razionale. Questo vedevo, questo toccavo, e questo era. E fu così per tanti anni. Rimasi lì in quella pozza a guardare la luce e la luna affascinato dai suoi mari senza più riemergere, non trovando la forza per la spinta verso su.
-Ecco dove t’incontrai, lì immerso, ma sicuro che non mi hai visto preso come eri a guardare su!- Disse ironico il rospo che riprese la sua voce avvolte stridula e avvolte baritonale: -Ma non importa… Ah! Se gli uomini avessero compreso l’enigma della Sfinge, non sarebbero finiti smarriti nel labirinto della filosofia per millenni per poi scoprire, perché ci riuscirà che quella verità così cercata e nell’animale che è in noi. Nel mio viaggio in riva al Nilo la Sfinge, donna con il corpo di leone, come la giovane monaca e il suo cavallo, come Maria e il serpente, incontra il giovane Edipo, al quale pone il mitico enigma: “Qual è l’animale che al mattino cammina a quattro zampe, a mezzogiorno a due e la sera a tre?â€. Lui rispose: “L’uomo!â€, ma ne lui, ne tutta l’umanità a venire compresero che l’uomo è un animale. Inutilmente servì il sacrificio del figlio di dio… Edipo si trovò di fronte il suo mostro e non lo vide così andò avanti verso il suo destino fatto di cecità. Anche tu! Sciagurato! Hai tralasciato di vedere l’animale in te, fin quando il tuo misero borioso io cadde vittima inesorabile del tuo vero te stesso! Togliti la maschera ora non ti serve più.
A queste parole del rospo tutto si accese di intensa luce e suo genero cadde a terra, mentre si allontanava strisciando avveniva la sua metamorfosi in serpente, scomparendo nei meandri bui oltre la luce. Floriana rimase immobile come una statua di giaccio ed io mi incamminai girando attorno a lei disegnando un cerchio perfetto, come lo zero che circoscrive qualsiasi numero rendendolo nullo e non quanto. Solo l’ombra di quell’uomo divenuto serpente rimase per terra. Allora il rospo riprese nel suo dire: “Pensi che la sua nuova forma sia una condanna? E’ solo un modo di essere! Nessuno animale è inferiore ad un altro! La redenzione è per tutti! Il cammino del tempo non tralascia nessuno e nessuno potrà mai rimanere indietro solo le nostre azioni rimangono indelebili eterni. E’ questa la vera condanna di ognuno: il non perdonarci le nostre colpe. Vedi la sua ombra? Lui giace nel suo tempo senza ombra e senza totem è lì… in attesa di redenzione, ma nessuno potrà mai dargliela nella sua solitudine di uomo, vagherà nella sua esistenza chiedendo un senso. Ma quale senso potrà mai esserci se non quello di esistere, di vivere per vivere? Riuscirà a vedere la luna oppure sarà schiacciato inesorabilmente dal suo buio? A te la risposta scarabeo!
-Forse il mio buio e la mia luna non sono medesimi al tuo buio e alla tua luna, rospo ne a quella del serpente. Nel mio buio vi era un mondo di meraviglia e nella luna un deserto, solo polveroso, satellite troppo freddo e troppo caldo per poterci vivere. Non rimpiango il buio e neanche la luna, ma quella chiave moderna che non trovo più. Tante volte ho trovato porte chiuse e le serrature erano moderne, chissà avrei potuto provare con quella chiave ad aprirle e invece il mistero è rimasto chiuso nelle sue ultime parole in quel letto d’ospedale, nel suo volto smagrito e sofferente. Ora non voglio poggiare i mie piedi sulle orme del rimpianto, perché andrei solo a ritroso, voglio andare avanti non dimenticando nulla e non seppellendo nessuna verità che mi riguarda, con quel minimo di concretezza che la vita mi richiede.
-Bravo scarabeo! Esci dal tuo buco, muoviti ed io con i miei succhi gastrici ti renderò sostanza di sopravvivenza. Tu ti impantani in una storia senza via d’uscita, il povero mio genero è lì in quel manicomio in attesa che il suo dio, misero dio saresti tu, gli dia una risposta.
-Ma quale risposta? Quale risposta potrà mai avere delle sue azioni? E poi è veramente avvenuto tutto ciò? Oppure è solo schizofrenia? Posso solo dirti che tua figlia Loredana mi ha confessato che Floriana non è figlia di Cristiano e in quella notte della verità lei dicendo quella menzogna lo ha voluto semplicemente insultare. Questa stessa menzogna le era servita per legare Cristiano a lei, una stupida menzogna trasformata in verità e che ha schiacciato tutti quanti: te rospo, e tutta la tua famiglia. Ora Loredana ha i sensi di colpa e guarda suo marito come è stato ridotto dalla sua bramosia di femmina, e sta lì a fissarlo non trovando le parole…
Tutto incominciò a tremare, una forte scossa e poi mi sentii risalire vertiginosamente e sputato fuori nel Cielo.

III
Precipitai sopra i petali rosa di un fiore di loto, m’inebriai nel fragrante profumo e nel dolce polline, dritto verso il sole, provai la frescura di quel lago, tutto sembrò bello, buono e giusto. Mi guardai attorno e non molto lontano il rospaccio mi fissava con un solo occhio e poi con l’altro, all’improvviso come un pazzo scatenato scoppiò a ridere e la sua gorgia tremava tutta, mi veniva voglia di dirgli che cosa aveva da ridere così tanto, ma non mi diede tempo che arrivò immediata la risposta: “Per un attimo, solo un attimo, ti avevo scambiato per Krishna, il Signore Assoluto, ma è stato così poco che riavendomi mi sei sembrato più brutto e più ridicolo!†E rideva sguaiato e impertinente. Come riusciva a cambiare umore così velocemente, non me lo spiegavo, però dopo la sua esperienza tutto era così irrilevante, ma vero, vivo, sentito e non oltre, tutto faceva parte di una verità che in fondo poco importa, come possa importare un attimo di vita, di esistenza e fu così che entrai anch’io in sintonia con il suo divertimento e ho riso pure io a crepapelle. In questo divertimento ogni molecola di quel mondo incominciò a vibrare separandosi l’una dall’altra, e ogni molecola in atomi e ogni atomo si divise ancora e poi ancora fin quando divenne tutto energia in un moto ondulatorio tra ieri e oggi tra oggi e ieri, fin quando un bambino dagli occhi di un azzurro profondo come il mare di giugno mi raccolse dal fiore e mi scagliò nel cielo, io aprii le ali e volai, pesantemente volai per poi posarmi quasi accanto al rospo, incuriosito da quel dolce bambino chiesi chi fosse, il rospaccio se la rideva e battendosi le zampette anteriori nel ventre mi disse solennemente: “Issa!†Chi è mai? “E stato concepito dall’energia femminile in unione con il serpente, nel coito celeste secondo il Tantra. Qui siamo a Mataria nel Giardino delle Erbe in un monastero esseno.†Quanta bellezza! Fiori e alberi di ogni genere, profumi intensi e fragranti… Issa se ne stava lì, solo e osservava ogni istante, ogni cosa, sembrava sfiorare leggermente ogni cosa, la sua veste bianca senza cinto lasciava intravedere due gambetti e braccini perfetti e chiari, quando una voce di uomo lo chiamava da lontano. “Questo è Giuseppe. Loro lo hanno eletto suo protettore da prima della nascita, ed è pronto a dare la sua vita per lui, anche se proprio ieri sera di fronte a gli anziani confraternita lui rinunziò ad ogni diritto sul bambino. Giuseppe sapeva che questo momento sarebbe arrivato, ma quando si posizionò a centro del semicerchio dei confratelli mentre guardava sua moglie tra le donne a destra, sentì il suo grande amore per Issa esplodergli dentro, poi mangiò il suo pane e bevve il suo vino cantò gloria a il Signore Assoluto. Lui e lei si guardarono intensamente e ripercorsero a ritroso la fuga e la nascita in quella notte dove la congiunzione di Saturno e Giove nella costellazione dei Pesci condusse i monaci a celebrare la rinascita di Buddha. Portarono la ciotola, i gioielli, l’incenso e le cose appartenuti al lama deceduto insieme ad altre cose, li posero davanti a Issa e dopo un istante con la sua manina afferrò la ciotola e se la portò in bocca, con una forza sorprendente. I sacerdoti si rallegrarono e cantando gloria andarono per il cammino di ritorno. Ora Issa appartiene all’Ordine gli fu insegnato il saluto e il segno della santa confraternita, si ballò e cantò fino a poche ore fa.â€
-Ma che storia stai narrando? Il tuo Issa è forse il mio Gesù?- Non mi diede nessuna risposta mi disse solo: “Guarda!†Issa sembrava non ascoltare Giuseppe che lo chiamava, chinato sullo specchio d’acqua di fronte a noi giocava turbando l’acqua immergendo il suo indice della mano destra creando dei cerchi concentrici e ripentendo quel gesto innumerevole volte. Quando nell’acqua spuntarono delle immagini… Il volto di Giuseppe che confessò di non essere suo padre, ma di amarlo ancor più di un padre. Incominciò a vibrare la luce di fuochi accesi su la montagna dove si trova Masnada, lo splendore di una luna crescente illuminava due giovani di fronte a diversi gruppi di Esseni in abito bianco che all’unisono portarono la mano destra al petto e la sinistra sul fianco. I due giovani pronunziarono assieme solennemente di rinunziare ad ogni ricchezza e fama ad ogni potere su gli altri uomini. “Issa e Giovanni†li chiamò il vecchio Nabbin “Giurate fedeltà e segretezza!†E li baciò. Poi furono segregati per tre giorni e tre notti nella caverna delle tentazioni. Rivestiti con l’abito bianco ricevettero la cazzuola e il bacio furono iniziati all’Ordine. Passò un’altra luna nuova e furono confratelli. Issa tocco di nuovo l’acqua del Nilo con il suo piccolo indice e altre immagini rispuntarono nei cerchi concentrici, una lunga carovana tra deserti e montagne verso il fiume Indo e poi il fiume Gange tra la gente di Varanasi, mentre parlava del Signore Assoluto, anima dell’universo, occhi d’odio lo fissavano. Issa esortava: “Aiutate i poveri, assistete i deboli, non fate danno a nessuno, non bramate ciò che non avete e ciò che vedete posseduto da altri!â€. Tra le montagne del Nepal a Kapilavastu, Issa pregava e studiava tra i rotoli pronunciò i suoi sermoni. Il vecchio abate disse ai monaci Buddisti: “Questo è Bodhisattva. Oggi è un picco del Tempo. La sua stella di saggezza si alza nel cielo. Issa ci porta una conoscenza di Dio. Tutto il mondo lo ascolterà!â€. Il bambino rimise il dito nell’acqua e il suo volto adulto si rispecchiò, tra i suoi confratelli, vestito di bianco, e fu scritto sull’acqua: SINCERITA’. Rimise il dito e dopo la turbolenza fu scritto GIUSTIZIA e poi FILANTROPIA e in oro emerse il suo nome: ISSA! A questo punto ci fissò e ci disse: “Mai più il Signore offenderà l’uomo facendolo rinascere in un corpo animale!†E il rospo ha avuto il coraggio di rispondergli: “Ma un animale rinasce uomo!†Issa lo guardò ma non gli rispose, riemerse il suo dito nell’acqua quando rispuntò un’altra scritta nell’acqua: EROISMO, e poi: AMORE! Si udirono grida da tutte le parti: “Questo è il Cristo!â€, “Ha raggiunto prima il Sé, poi l’immortalità!†Noi tutti, compreso i fiori abbiamo meccanicamente pronunziato la parola “AMEN!†Lui era diventato uomo non fu più il bambino di prima. I sette saggi riuniti a Mataria: un pitagorico, un esseno, un buddista, un induista, un druido e un egizio di Zaratustra, dichiararono chiusa l’era della crudeltà per iniziare l’era dell’amore. L’uomo deve incatenare la sua anima animale e rinascere solo uomo. Questa era la linea del non ritorno verso l’innocenza crudele delle leggi universali, ora per la salvezza dell’uomo bisognava incamminarsi verso l’amore. Per questo è stato costruito il Cristo, dal Messia delle profezie di Israele, al Messia celtico Esus, al Buddha rinato, o al ritorno di Krishna, al Sé filosofale. Molti furono i fallimenti e i messia senza storia, ma Issa nato da Maria di Glastonbury in Britannia portata appena nata, da Giuseppe D’Arimatea da i suoi lunghi viaggi commerciali, cresciuta nella spiritualità, con il suo aspetto così diverso da gli altri. L’insegnamento dei saggi rese Issa infallibile. Solo la fede dell’Ordine Esseno permise questo grande evento che cambiò la storia. Zaccaria che permise l’evento in casa sua del coito celeste, fu in quella casa che rimasero incinta Elisabetta e la cugina Maria. Maria e i suoi sedici anni, Maria e i suoi occhi chiari e i suoi capelli neri, Maria la donna più bella, Maria madre di Dio, Maria scrigno di tanto mistero. Un’altra Maria, Maria Maddalena lo amò come Dio e come uomo, l’unica che Issa baciava sulla bocca, ma Issa fedele alle regole dell’Ordine Esseno, fedele alla missione dei Sette Saggi, non la prese come moglie, Tapa, austerità, senso del dovere, fin quando tutto fu compiuto. A l’età di tredici anni molte famiglie lo volevano promesso secondo le regole ebraiche e fu allora che Giuseppe lo inviò con la carovana verso oriente. Tutto fu preparato minuziosamente per realizzare la profezia più grande. E quando Pilato lo vide la prima volta appoggiato al tronco di quell’albero di mandorlo mentre proferiva parole di umiltà con la sua bionda barba e i suoi capelli sciolti, la sua carnagione chiara, in mezzo a tutti gli altri con quelle barbe nere ebbe proprio l’impressione di un dio in terra. Così scrisse a Tiberio Cesare, nel 32 d.C., che Issa non era contro Roma, predicava la sopportazione e l’amore, il perdono. Quando Pilato se lo trovò davanti, invitato al Foro, Issa andò, e con il solo sguardo lo impietrì. Pilato scrisse: “Mi pareva di avere i piedi inchiodati al pavimento di marmo con catene di ferro. Tremavo tutto, come farebbe un colpevole, mentre lui era calmo!†Tutti provarono un gran rispetto per Issa, tanto che decise di proteggerlo e lasciargli libertà di convocare il popolo, agire e parlare. Ma i suoi nemici erano sempre più numerosi, tra i potenti, ognuno vedeva in lui un pericolo. Anche gli zeloti non trovarono in lui quello che cercavano. Neanche i Sette Saggi riuscirono più a controllarlo, era più grande più vero di quanto loro stessi si aspettassero. Neanche lui stesso si riconosceva con chi era prima, sembra proprio che il Grande Spirito, l’Anima Universale, lo aveva reso suo strumento. Questo gli Esseni lo compresero, fino all’ultimo e anche dopo, quando Giuseppe D’Arimatea fuggi lontano in Britanna, Marta e la sua famiglia fuggirono a Saint-Baume, in Francia, aiutati da i confratelli druidi. Issa, sua madre, sua sorella Maria e Maria Maddalena sua compagna andarono per la via di Damasco a Rozabal. Così il segreto dei Sette Saggi fu sigillato per sempre anche ai fedelissimi seguaci di Issa. Issa fu grande nelle sue opere e nelle sue parole! Quando una meretrice si accostò alla tavola di Issa con i suoi discepoli, senza essere invitata, con aria incredula pronta a ridere ad ogni sua parola, lasciva e provocante nelle sue vesti e nelle sue occhiate, dopo averlo ascoltato che per una persona vi è sempre la strada del ritorno verso la casa del Padre, basta la volontà al pentimento, lei cominciò a piangere e volle baciargli i piedi e asciugarli con i propri capelli. Gli apostoli la volevano allontanare ma Issa la perdonò e divenne una di loro. Così Issa disse ai suoi: “Fate si che la vostra preghiera sia incessante, discepoli miei, affinché possiate ricevere. Perché colui che cerca trova, e colui che bussa, a costui verrà aperto. Colui che chiede riceve una risposta da Dio.†La potenza della preghiera è così grande che qualsiasi realtà potrà essere mutata in una altra verità, questo è nell’onnipotenza di Dio. Issa, l’Unto, il Maestro di Giustizia Esseno, così insegnava: “Non cercate la Legge nelle vostre scritture, perché la legge è viva, mentre la scrittura è morta. La legge è la parola vivente del Dio vivente, ha profeti viventi per uomini viventi. In tutto ciò che è vita, è scritta la Legge. La trovate nell’erba, negli alberi, nel fiume, nelle montagne, negli uccelli del cielo, nei pesci del mare, soprattutto cercatela in voi stessi. Dio non ha scritto la Legge nei libri, ma nel vostro cuore e nel vostro spiritoâ€. Poi guardò: un rospo, uno scarabeo e un serpente e disse: “In verità, queste sono le creature vostre compagne nella grande casa dell’Essere Eterno. Esse veramente sono i vostri fratelli e le vostre sorelle e hanno lo stesso soffio di vita nel Dio eterno, e respirano lo stesso Spiritoâ€. Quando incominciò a trasudare sangue e le gocce s’immersero nell’acqua e Issa vide tutta la sua passione di sofferenza e pregò Il Signore Assoluto: “Padre! Tutto ti è possibile, allontana da me questo calice,; però non si faccia quello che io voglio, ma quello che vuoi tuâ€. Un fratello Esseno gli comparve e lo rincuorò, tutto era pronto, Giuda avrebbe fatto la sua parte. Il sepolcro era stato già completato come da progetto e Giuseppe D’Arimatea, aveva le conoscenze giuste. Bisognava smentire clamorosamente tutto ciò che era fondamentale come la maledizione dell’appeso. Nicodemo aveva informato Giuseppe D’Arimatea e i confratelli Esseni che il consiglio dei sacerdoti del Tempio presieduto dal sommo sacerdote Josef ben Caiaphas decisero di eliminarlo. Tutto era stato già preparato da anni. Chi poteva vincere la morte? Chi poteva vincere la maledizione dell’appeso? Se non il Cristo? Era questo il progetto dei Sette Saggi, unico rimedio al potere delle religioni, che rilegavano Dio al loro potere. Con il seme delle parole del Cristo d’amore e umiltà il potere tracotante di ogni istituzione avrebbe avuto la peggio per un mondo nuovo. Una rivoluzione fatta non con le armi ma con il perdono. Questa era la missione del Figlio dell’Uomo. A 35 anni Issa viene condannato alla crocifissione il 27 di marzo, corruttore, sedizioso, nemico della legge, falso Figlio di Dio, falso re d’Israele, nella città santa di Gerusalemme, sotto il sacerdozio di Anna e Caiaphas, a firma del governatore della Galilea Inferiore, seduto sul seggio presidenziale del Pretorio, di Ponzio Pilato, il quale ordina al primo centurione Quilius Cornelius di condurre il criminale sul posto dell’esecuzione. Proibisce a chiunque, povero o ricco, di manifestare qualsiasi opposizione. Hanno così controfirmato: i farisei Daniel, Joannes e Raphael Robani; il cittadino Capet. L’acqua s’intorpidiva di sangue, era divenuta rossa, sprizzavano lampi di fuoco, mentre Issa teneva fermo il dito nell’acqua e alle frustate dell’immagine riviveva nel suo corpo la sofferenza. Era già sul Golgota. I servi del Sinedrio avevano chiesto una croce di fattura diversa perché il condannato e suo padre erano falegnami, così fu messo un poggia piede e il sedile, che gli consentì sollievo e l’asse verticale molto più lungo che permise l’inserimento della scritta. A mezzogiorno Issa fu inchiodato nei polsi e nei piedi al suo legno. Giuseppe D’Arimatea non si era allontanato da Gerusalemme, ma nessuno l’aveva visto in giro. Quando gli apostoli lo incontrarono, chiesero come mai, lui così devoto a Issa, così influente al Sinedrio e tra i Romani, non abbia mosso un dito per difenderlo? La risposta è rimasta sepolta nel Giardino delle Erbe a Mataria in Egitto. Però grazie a lui le donne hanno potuto portare il toska a Issa. Questa volta nel toska preparato non vi era solo vino inacidito e assenzio per rendere incosciente la vittima, ma qualcos’altro che provocò l’immediata morte di Issa, una morte apparente, e questa volta il toska è stato dato solo a Issa e non ai due ladroni che penarono con le ossa rotte a lungo appesi al legno morendo per insufficienza circolatoria senza più potersi poggiare sulla sella e sul poggiapiedi. Giuseppe D’Arimatea agì dietro le quinte, con tutta la sua influenza, bastò quel piolo, bastò quel toska drogato dato dal soldato romano con la spugna attaccata ad una lunga canna di issopo, che Issa, avidamente con l’arsura delle ferite e delle torture e le secche labbra, bevve, a fare resuscitare un uomo morto. Issa dopo avere bevuto disse: “Tutto è compiuto!†nella sua missione di sacrificare la propria vita per la VERITA’. Alle tre di pomeriggio il cielo divenne tenebra e uno strano freddo si insinuò tra i vestiti, la gente ebbe paura e ritornò nelle loro case, pentita di avere provato piacere per quella esecuzione di quei tre uomini, quel piacere perverso nel guardare le avversità altrui. Issa, come quando Buddha veniva osteggiato dai suoi, o Krishna durante la guerra tra i Kaurava e i Pandava gridò: “Elo-i, Elo-i!†aggiunse “Lamah shavahhtani!†(Dio, Dio, quanto mi hai glorificato!) Così la testa gli ricadde sul petto. Dal mar Morto salì una nebbia rossiccia, il crinale delle montagne si scosse violentemente e calò una spaventosa oscurità. Pilato aveva acconsentito a Giuseppe D’Arimatea di prendere il corpo di Issa, quando i sacerdoti seppero di questo consenso lo pregarono di fare spezzare le gambe ai condannati. I soldati ruppero le gambe ai due ladroni accelerando la loro fine. Avvicinati a Issa si convinsero della sua morte e uno di loro con modo sbrigativo trafisse il fianco destro da dove ne uscì abbondante acqua e sangue, tanto che Giovanni se ne stupì, lasciarono così la scena a gli addolorati consentendo di deporre le vittime. Issa era in trance catalettica, per mezzo dello yoga entrò in samadhi. Giuseppe D’Arimatea si affretta a portare il corpo consegnato nel nuovo sepolcro, costruito nel suo giardino appositamente. Nicodemo arrivò carico di unguenti, teli di lino, aromi forti, balsami di guarigione e le lunghe strisce di bisso. Diedero il primo aiuto, non lavarono il corpo, perché nel rituale ebraico il corpo si lava ai morti prima della sepoltura e Issa non lo era, tolta la corona di spine fu avvolto nella sindone che subito lasciò intravedere lo sgorgare del sangue da tutte le ferite. Chiuso il sepolcro da una pesante pietra, gli Esseni entrarono dal passaggio interno e continuarono le cure dopo che il grande maestro Chetan Natha, venuto apposta dall’Himalaia, lo risvegliò dal trance. Giuseppe praticò la respirazione a bocca a bocca e piangeva, le sue lacrime cadevano abbondanti sul volto di Issa. Nicodemo cosparse di balsamo entrambe le ferite dei chiodi nelle mani, lasciando aperta quella del fianco. Poi lasciarono adagiato il corpo sulla pietra e affumicarono il sepolcro con dell’aloe e altre erbe. Quando Issa si riprese, respirando normalmente fu portato in una casa di proprietà dell’Ordine Esseno vicino al sepolcro ed era quasi mezzanotte. L’unguento usato da gli Esseni da quel giorno fu chiamato “Marham-i-Issa†per ricordare il prodigioso effetto che ha avuto in quella occasione. I suoi ingredienti sono: cera bianca, gomma di gugal, plumbei oxidum, mirra, galbanum, aristolochia longa, sub aceto di rame, gomma di ammonicum, resina di pinus longifolia, olibanum, aloe, olio di oliva. Quando Maria Maddalena trovò il sepolcro aperto e vuoto, uno degli Esseni, con il suo abito bianco, l’avvisò che Issa era partito per la Galilea insieme a Giuseppe D’Arimatea e Nicodemo, e lo potevano raggiungere là. I piani spettacolari di una comparsa pubblica del risorto sono stati cambiati. Gli Esseni hanno avuto timore per la vita di Issa, hanno tremato, hanno avuto tanto amore per lui che non hanno voluto più metterlo in pericolo e rischiare così di finire in mano ai sacerdoti. L’Ordine Esseno si riunì in gran consiglio e la decisione fu unanime. Issa era impaziente di incontrare i suoi, ma diede la sua parola di ubbidienza, così fu nascosto a Masnada, nella valle di Raphaim, per diversi lunghi giorni. Issa cadde in depressione causa lo stress post trauma, ricordava quel luogo frequentato da Giovanni il Battista, ormai morto, le corse insieme. La malinconia lo assaliva per avere lasciato soli i suoi discepoli, la sua Maddalena. Mentre si rinfrescava, nello splendore delle piante, guardava lontana l’alta torre di Masnada e la valle di Sittim. Quando fu guarito una sua prima apparizione fu nel villaggio di Emmaus, e con i primi due che incontrò provò l’effetto della sua resurrezione. Uno dei due, Cleopas, gli chiese se avesse sentito parlare della crocifissione di Issa. Lui così gli rispose: “O uomini si corti di intelletto e dal cuore così lento a credere a tutto quello che i Profeti hanno predetto! Non era necessario forse che il Cristo patisse tutto questo ed entrasse così nella sua gloria?†Quando mangiò con loro spezzò il pane e lo porse ai due, i quali si accorsero delle ferite e si ricrederono, fu riconosciuto e Issa disparve ai loro occhi. Issa apparve ai suoi, li trovò presi di paura credendolo uno spirito, così disse loro: “Perché siete voi così turbati e perché nei vostri cuori si levano questi pensieri? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io. Palpatemi e osservate: uno spirito, infatti, non ha carne e ossa come vedete che ho io†Loro si rallegrarono ma esitavano ancora così Issa chiese da mangiare, ed essi gli presentarono del pesce arrostito e ne mangiò alla loro presenza. Ma neanche questo bastò ad alcuni di loro che incominciarono a montare teorie superstiziose, sulla sua apparizione. Per sei anni Issa si muoveva di villaggio in villaggio sempre ospite dei confratelli Esseni e loro amici. In Betania nella casa di Lazzaro incontrò sua madre ed alcuni discepoli. Nicodemo quel giorno portò la notizia dell’arresto di Giuseppe D’Arimatea. Issa pregò per lui. Tutto l’Ordine Esseno stette in ansia. Giacché non vi erano prove fu liberato. Issa continuò il suo viaggio a Bethsaida e fu ospite di Simon Pietro, in una capanna da lui costruita in riva al mar di Galilea, lì incontro Tommaso e gli altri discepoli, Natanaele e i figli di Zebedeo, che dubitavano ancora del suo corpo vivo. Issa fece toccare loro le sue ferite e costrinse Tommaso a mettere la sua mano nella ferita del costato. Poi mangiarono pane e pesce appena pescato e il giorno dopo partirono. Andò ai piedi del monte Carmelo, poi ritornò in Betania, dove organizzò la partenza per l’Oriente con sua madre e la sua compagna Maddalena. Proseguì per Kedron, dove rimase per un po’, sul monte degli Ulivi pianse per Gerusalemme. La nebbia incominciò a calare mentre si addensava sempre più, lui s’allontanò seguito dallo sguardo dei discepoli, che capirono che non l’avrebbero più rivisto, toccava loro proclamare quella verità. Ricordarono le sue parole: “Io sono il buon Pastore, e conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre: e per le mie pecore do la mia vita. E ho altre pecore, che non sono di quest’ovile; anche quelle bisogna che io guidi; e daranno ascolto alla mia voce, sicché si avrà un solo gregge e un solo Pastoreâ€. Dopo l’incontro tra Issa e Saulo, mandato a chiamare da Anania, a Damasco, continuò il suo cammino verso Oriente. Issa soggiornò in casa di Anania per diciotto mesi, dopo fu avvertito che gli Ebrei mandarono una missione incaricata a scovarlo, partì alla volta di Nisibis, dove incontrò una comunità di Ebrei esiliati. Fu in questa città, punto d’incontro di molte vie carovaniere, tra tante genti di ogni luogo e nazione, intenti al commercio, che Issa cercò di nascondere la sua identità e prese il nome di Yuzu. Issa, in quei giorni portava una sciarpa di lana sul capo e un manto di lana gli avvolgeva il corpo, aveva in mano un bastone e vagabondava da villaggio in villaggio, mangiando frutti e vegetali. In tanto Saulo istruito da Barnaba e Giovanni divenne discepolo ad Antiochia, in Siria dove incontrò Simon Pietro. Erode Agrippa perseguitò la comunità cristiana, e fece uccidere Giacomo fratello maggiore di Issa, noto come il capo. A Nisibis, fu ricevuto dal governatore insieme a Maria sua madre con tutti gli onori e tutti si convertirono alle sue parole. Ma molti furono pure i nemici e la città divenne insicura, così riprese la Via della Seta che va da Damasco a Mosul e da qui a Babilonia e poi continuò ancora per Ur e raggiunse Kharax, capitale del regno di Mesene, dove nel suo porto giungevano le navi cariche di merci dell’India. Issa, decise di non prendere la via del mare e s’inoltrò in Persia. In Persia vi era di convertire e debellare le superstizioni della religione dei sacerdoti di Zoroastro. I miracoli e i sermoni di Issa furono tanti, fin quando un gran sacerdote lo fece arrestare, per avere seminato il dubbio nel cuore dei credenti zoroastriani. Issa rispose con queste parole: “C’è un silenzio in cui l’anima può incontrare il suo Dio, e dove è la fonte della saggezza. Tutti coloro che vi entrano sono immersi nella luce e colmati di saggezza, amore e potere. IL SILENZIO NON E’ CIRCOSCRITTO: NON E’ UN LUOGO CHIUSO ENTRO LE MURA, O PARETI DI ROCCIA, NE’ E’ POSSEDUTO DALLE SPADE DEGLI UOMINI! Gli uomini portano con sé il luogo segreto in cui possono incontrare il loro Dio. Non importa dove la gente dimori, se in cima a una montagna o in una valle profonda, o nella quieta casa; essi possono simultaneamente, in ogni istante slanciarsi per la porta spalancata, e scoprire il silenzio, scoprire la casa di Dio. Essa è nell’anima.†Aggiunse poi che: il candore animale dell’uomo senza la religione, governato dalla legge naturale, fu traviato dai sacerdoti, opponendo inutili intermediari: idoli, animali e astri come il sole e la luna. Aggiunse ancora: “Lo Spirito Eterno è l’anima di tutto ciò che è animato. Commette un grave peccato dividendolo in spirito del male e spirito del bene; perché non vi è Dio all’infuori del Dio del bene.†Issa in quei luoghi curò molti lebbrosi e li raccolse sotto la sua protezione, per questo lo chiamarono Yuzu Asaph. Asaph significa “lebbroso guarito†e “colui che raccoglieâ€. Issa, con il nome Yuzu Asaph andò a Sholabeth , altri villaggi e città fino al Kashmir, portando a quelle genti la sua verità. Visitò il sepolcro di Sem, figlio di Noè a Mashag, continuò per Nishapur passò per Bokhara e Samarcanda. A sei miglia da Kashgar, morì la sorella di Maria, confusa con la Madre di Issa o con Maria Maddalena, e lì fu sepolta. Il suo corpo fu sepolto, non solo dalla terra ma anche dalla leggenda, ma ancora oggi quel posto si chiama Mozar Bibi Miryam, ovvero il tempio della Signora Maria. Issa e la sua compagnia ripartì per un lungo ed estenuante viaggio finchè raggiunse Kabul e poi Taxila . Nel 49 Issa incontrò Tommaso, arrivato lì nel 40, il quale contro la sua volontà l’aveva mandato. Tommaso ha diretto la costruzione del palazzo reale di Gondapharos, e devolse i proventi ai poveri e ai bisognosi, convertì il re e una moltitudine di persone. Quando incontrò il suo Maestro Issa Tommaso lo ringraziò con queste parole: “Ti ringrazio, Signore, per ogni cosa, per essere morto per poco in modo che io potessi vivere in te eternamente; e per avermi venduto, affinché potessi emancipare molti altri attraverso meâ€. Furono insieme nel matrimonio di Abdagase, quando trovò Issa nella camera nuziale che pensava vuota e le parve Tommaso, Issa gli chiarì chi fosse e sedutosi sul letto e due giovani su due sedie, parlò a loro, facendo dono della sua verità. A settanta anni la Madre Maria morì per la fatica, mentre fuggirono da Taxila verso la collina di Muree, sul Pindi Point, per un attacco dei Kushan, e lì fu sepolta, la tomba esiste ancora ed è chiamata Mai-Mari-deAsthan, ovvero: “il luogo in cui riposa la Madre Mariaâ€. Dopo la morte di Maria, Issa fu perseguitato, perché predicava di abbandonare i kafur. I quali assoldarono a Shiyh per assassinarlo, così circondarono la casa di Issa, l’assassino entrò ma Issa era scomparso, lui uscì fuori trasfigurato. I kafir lo afferrarono pensando fosse Issa e lo uccisero. Quando Yueh-Chi, il re dei Saka, a Wyien nell’Himalaia, incontrò Issa, di nobile aspetto e di carnagione bianca gli chiese chi fosse. Gli rispose: “Conoscimi come Ishvara Putaram, (Figlio di Dio), Kanaya Garbam, (Nato da vergine). Dedito alla verità e alla penitenza.†Il re gli chiese meravigliato, quale era la religione di appartenenza. Issa rispose che veniva da un paese lontano, dove non c’è verità, dove il male non conosce limiti. Di avere ricevuto la Cristicità. Di avere detto loro: “Eliminate tutte le impurità dalla mente e del corpo. Pregate il Dio Eterno che risiede nel cosmo e nel mio cuore.†A settanta anni Issa mentre era raccolto in preghiera meditava e piangeva per le vibrazioni di dolore e di morte che giungevano dalla sua Gerusalemme. Migliaia furono i morti per mano dei Romani e 11.000 i prigionieri che morirono di stenti, i rimasti furono condotti in schiavitù, Gerusalemme devastata, un lago rosso di sangue coperto di cadaveri. Questo è stato il frutto della rivoluzione d’indipendenza del Popolo Ebraico contro l’Impero. Issa ripensò piangendo le sue stesse parole: “Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte io ho voluto radunare i tuoi figli, come la gallina raduna i pulcini sotto le ali e non hai voluto! Ecco, la vostra casa vi sarà lasciata deserta: poiché vi dico: non mi vedrete più, finche non diciate: -Benedetto colui che viene nel nome del Signore!â€. A Rozabal , Srinagar, in Kashmir, finisce il lungo viaggio di Issa e lì fu sepolto con il nome di Yuzu Asaph, dove ancora oggi sono gelosamente conservate le sante reliquie dai suoi discendenti. Gli ultimi detentori del segreto dei Sette Saggi furono i Templari, i quali cercarono in uno degli eredi di Issa il Re Sacerdote, ma nessuno di loro portava fattezze tali, tranne l’umiltà e l’integrità morale. L’aspetto di Issa era veramente mistico, la sua lunga barba e chioma bianche e la sua veneranda e incredibile età di centoventicinque anni, chiunque l’avvicinasse rimaneva stravolto dalla sua aura di santità, ogni sua parola era verità. Quando i suoi giorni giunsero mandò a chiamare il suo discepolo Bahaad. Dettò le sue ultime volontà e diede indicazioni come portare avanti la sua missione di pace. Indicò come e dove precisamente doveva essere costruito il suo sepolcro. In quel preciso punto distese le gambe verso ovest e mantenne la testa verso est ed esalò il suo ultimo respiro. I mastri intagliatori lavorarono l’intelaiatura della porta e scolpirono l’impronta dei piedi bucati dai chiodi della crocifissione. Nella parete occidentale della tomba, praticarono un buco da dove per diversi secoli i visitatori in pellegrinaggio, odoravano un fragrante profumo di muschio. Io e il rospo vedemmo Issa ritornare fanciullo e incominciò a girare il dito nell’acqua creando un vortice e in quel vortice si materializzò un grosso e strano serpente pitone, allora disse: “Ho proibito ad uccidere l’uomo, ho insegnato il conseguimento della gioia eterna attraverso le buone azioni. Ho predicato che le cattive azioni sprofondano gli uomini nell’inferno, dove si è eterno tormento e miseria. Serpente! Un peccato commesso coscientemente non può essere condonato o perdonato!†A queste parole il serpente tentò di aggredirlo, ma Issa, aprì la sua bocca e da lì si vide il cosmo, le galassie e l’universo e poi ancora tutti gli universi in continua evoluzione. A questo punto il serpente sembrò perdere ogni sua forza e galleggiò inerte nell’acqua. Issa si alzò e aveva il viso solcato dalle lacrime e corse verso Giuseppe che continuava a chiamarlo.
“Rospo cos’è mai questa illusione? Io non credo a ciò che ho avuto l’impressione di vedere. Io credo al mio Gesù del catechismo. Il mio Gesù nato in una grotta tra il bue l’asinello. Il mio Gesù Dio fatto uomo per noi e sacrificato per la nostra salvezza in croce. Io avevo perso la mia fede nella ragione e la ritrovai nel sentimento d’amore. Non il serpente della ragione che fece degli uomini pensanti. La mia fede è sentimento!â€
“Scarabeo, almeno togli ciò che è superstizione dalla tua fede e vedi cosa ne rimane!â€

IV
Nessuno può fuggire dal proprio silenzio, anche se smaniosamente cerca riparo nei rumori del mondo. Come seppellire sotto un mucchio di parole il proprio silenzio che grida dal profondo di due occhi smarriti. Il serpente si rianimò appena toccato il tulipano, si attorcigliò nel suo stelo a spirale fin quando lo stritolò tra le sue spire, poi si avvicinò a noi e la sua pelle nel chiaro scuro delle sue squame raffigurava le scene della sua esistenza umana, come la notte della verità, l’incesto con Floriana, l’uccisione di Cristiano e in ultimo lo scarabeo. La sua testa aveva l’effige umana della sua maschera di sdegno bestemmiatore verso il suo autore. Quando fu vicino a noi si rivolse, fissandoci intensamente: “Dove è la redenzione se il peccato non viene cancellato? Cosa mai potrà servire il perdono? Se mai vi sia coscienza totale nel commettere qualsiasi peccato…â€
“Diviene sempre più insopportabile la tua lingua biforcuta, demone!†Dissi io con riluttanza.
“Non sono un demone, scarabeo! Sono un semplice uomo che chiede la giustizia promessa e non mantenuta dall’Onnipotenza di Dio. Dov’è mai la giustizia del tuo Dio? Dove è la giustizia per gli uomini vinti? Tutto si è abbattuto su di me! Mentre altri hanno ricevuto la grazia, altri ancora la santità a me è toccata la colpa. Nella tua Onnipotenza questo lo puoi chiamare un mondo giusto? Non mi attendo risposte scarabeo, le mie domande sono solo riflessioni.â€
“Ascoltami, serpente! -Si rivolse a lui serioso il rospo- Tu nelle tue riflessioni di continuo utilizzi il termine Onnipotenza ed è proprio in questo aspetto che nasce il paradosso dello scarabeo! Nella sua Onnipotenza ogni cosa può essere, anche quello che niente esiste e niente è! E tutto esiste e tutto è! Anche quella verità crudele che tutto esiste in quanto voluto da noi. Questo Mondo è il Mondo dello scarabeo perché lui lo vuole ed è! Bastasse un suo diniego e nulla rimarrebbe, nemmeno un granello di sabbia. O forse sei tu serpente che hai creato il tuo mondo, come un incubo un sogno pronto a svanire al tuo risveglio. O forse tutto è nel mio sogno di rospo. Un Creatore che scaturisce un mondo di personaggi e con loro cose per non sentirsi solo. Tutto è nell’Onnipotenza di Dio! E tutto può essere o divenire verità!â€
“Rospo menzognero e ruffiano, ubriaco di chiari di Luna, non ti mangio per semplice affetto a ciò che mi ricordi. Come poteva Dio, che non conosceva la solitudine, essersi sentito solo? Come fa un uomo cieco dalla nascita avere bisogno della luce? Il mio corpo è lì, in quella cella di manicomio, appesantito dalle colpe a dal silenzio di Loredana, tua figlia, mentre nessuno crede alle mie parole! Io cerco certezze come la giustizia e tu mi confondi annegandomi, travolgendomi nelle tue parole d’acqua senza odori e senza forme! Almeno tu, che tenevi riposta in un cassetto la tua pistola, fai silenzio! Fai silenzio Paolo!â€
“Avrei voluto trovare nella sapienza Dio smarrito in tenera età, ma più cercavo più lo smarrivo. C’era questo bisogno di provare dentro quell’esistenza di quel sentimento religioso mentre cantavo in chiesa, guardavo la Madonna che sorreggeva sulle sue gambe il peso lieve del Cristo morto, con la testa leggermente chinata alla volontà di Dio. Ma mi allontanavo scoprendo distanze insormontabili tra me e il Dio testamentario. Quel Dio che permetteva e non solo, magari aiutava, il suo popolo a uccidere chiunque per prendere possesso di un sassoso pezzo di terra. Lo stesso che ancora trucida quel Popolo che li ospitò ancora una volta in quel sassoso pezzo di terra. In nome di Mosè che liberò il suo Popolo donando il decalogo, orgoglio della loro sapienza per tutta l’umanità. Non considerando quella cultura egizia da dove è stato trafugato parola per parola, tranne la gelosia vendicativa dei primi tre dettami. Più scavavo nella cultura più mi allontanavo dal mio sentimento religioso. Più leggevo il fico maledetto e ogni parola di quel Popolo smarrito nel deserto delle loro parole tratte dalle narrazioni nell’orge bacchiche e la dichiarazione d’innocenza dei morti di fronte il tribunale di Osiride.â€
“Io sono stato il suo bastone!†Interruppe il serpente, allignandosi all’istante.
“Tu serpente saresti un criminale agli occhi del Creatore, il quale si rifiuterà di integrarti nel Mondo dopo la tua morte, poiché da vivo non sei parte armonica della creazione. Potresti tu sottofirmare la dichiarazione di innocenza?
-Non ho commesso iniquità contro gli uomini.
-Non ho maltrattato i sottoposti.
-Non ho commesso peccati nella Sede di Verità.
-Non ho cercato di conoscere quel che non si deve
conoscere.
-Non ho commesso il male.
-Non ho bestemmiato Dio.
-Non ho impoverito un uomo dei suoi beni.
-Non ho fatto ciò che è abominevole per gli dei.
-Non ho calunniato uno schiavo presso il padrone.
-Non ho affitto nessuno.
-Non ho affamato nessuno.
-Non ho fatto piangere nessuno.
-Non ho ucciso.
-Non ho ordinato di uccidere.
-Non ho recato dolore a nessuno.
-Non ho insudiciato il pane a gli dei.
-Non sono pederasta.
-Non ho fornicato nei luoghi sacri del dio della mia
città.â€
“In mio onore Mosè eresse l’effige in rame di un serpente in mezzo al deserto! Quando il suo Popolo stava per essere sterminato dalla piaga dei serpenti, guardando la mia effige sarebbe guarito dai morsi velenosi. Mi bruciavano incenso e mi chiamavano Necustan! E fui similitudine di Gesù! E per gli egiziani fui metafora di resurrezione per via della muta, fui Apep, grande la mia magia per il sorgere del sole. –Io sono il Serpente Sata dagli infiniti anni. Io muoio e rinasco ogni giorno!- Io sono la congiunzione dell’Io Universale e l’Io Storico. Io vivo nella tua memoria alla ricerca continua di un punto di equilibrio tra la disarmonia della tua esistenza determinata dai bisogni che dipendendone dalla tua origine animale e un’impalcatura di leggi per rendere universale il tuo intimo sentimento di Dio con il resto del Mondo alfine di darti un “libretto d’istruzioni†in cui inquadrare i tuoi pensieri e le tue azioni. Altro che Dichiarazione d’Innocenza per il tribunale di Osiride o lo scopiazzato Decano degli Ebrei! Esco dalla tua inquadratura, dalla tua storia, in quanto sei un mediocre autore afflitto da sentimentalismi superstiziosi!â€
“Tu sei mio serpente!†Gridai cercando di alzarmi in volo e vibrando. Mentre il serpente si dileguò tra le piante di papiro.
“Lascialo andare… Non lo chiamare, tanto, sai dove andarlo a cercare. Lui ha bisogno di te, come tu hai avuto bisogno del tuo Dio.†Gracchiò il rospo mentre si volse dandogli le spalle ed incominciò a camminare baldanzoso come se niente fosse successo.
“Dove vai? Rospo!†Chiesi, allarmato di restare solo.
“Vieni, vieni! Ancora non è finita!†Mi rassicurò il rospo.

V
Io già ero stanco, da quel volo così lungo, da quel vibrare le mie pesanti ali, dovevo fermarmi. Mentre il rospaccio baldanzoso saltellava di qua e di là. Fu dopo un cespuglio che scomparve e riapparve: “Vieni o no?†Fra me ho pensato: -ma è vero brutto con quei bitorzoli sparsi in tutto il corpo…- Non risposi e dopo aver preso un po’ di forze ripresi a volare, superata la flora vidi uno spiazzo enorme e al centro vi era un obelisco, accanto un uomo era disteso come se dormisse e quattro cinque osservavano.
“Stiamo assistendo come il gran sacerdote spiegò a Talete la geometria razionale. Qui perlomeno troveremo la verità evidente dei postulati. Vedi come è duro questo pavimento? Qui almeno possiamo poggiare le nostre zampe e camminare sicuri.â€
“Sicuri di che cosa?â€
“Sicuri di non andare a finire nei tuoi labirinti paradossali, scarabeo!â€
“Senza scomodare Aristotele o altri, è meglio chiarire se questo spazio è quello delle parole o delle immagini. Perché il piano immagine non corrisponde al piano parola. Sono più chiaro, disegnare un piano non occorre altro che un foglio di carta e una matita poi bisogna definirlo con le parole e poi comprenderlo con i sensi. Diciamo che allargando il piano disegnato con la matita è una continuità di punti uno accanto all’altro che più dilati quell’immagine più ravvedi la distanza tra un punto e un altro, fin quando perdi la concezione di piano e noti solo un insieme di punti distanti un tot tra loro. Nelle parole questa infinità di punti hanno bisogno almeno tre di essi non allineati e congiunti per dimostrarlo. Ben poco, per noi mortali che non riusciamo a mettere nello stesso piano perfettamente tre mattoni allineati. Perché osservando attentamente non lo sono e non lo saranno mai nemmeno con l’opera del più grande mastro muratore. Allora ci dobbiamo affidare ai sensi e smarrirci così nell’infinito quando è così esteso il piano. -E’ così! E’ evidente che è così! Non ti basta?- Postulatore di un postulatore!â€
“Non infervorarti su di me, ignorantone! La matematica è uno strumento valido di misurazione ed è tramite la misurazione che conosciamo il Mondo!â€
“Rospo, proprio tu difendi i numeri? O i loro concetti? Quando tramite te si è dimostrato che lo zero non è il nulla ma uno stato filosofico? Per il principio tertium non datur tra ‘A’ e ‘non A’ se ‘A’ è VERITA’ ‘non A’ è MENSOGNA! Quando poi la VERITA’ è solo il lato più oscuro di ogni MENSOGNA! E fu allora che sentimmo vociare esasperati e l’obelisco abbattersi sopra l’uomo disteso ai suoi piedi. Il colpo e il gran boato sgretolò il pavimento della piazza creando una voragine abissale risucchiandoci dentro cadendo senza controllo tra le pietre bene intagliate della piazza, fin quando battei la testa sul libro di geometria del liceo. Allora mi ero addormentato avevo sognato mentre studiavo geometria allentato dal primo tepore primaverile. Mi ripresi e capii come il gran sacerdote egizio spiegò a Talete come misurare l’obelisco. Il gran sacerdote disteso a terra segnò la sua altezza poi si pose ai piedi del segmento e attese che la sua ombra divenisse uguale a questo punto misurò l’ombra dell’obelisco determinando con esattezza la sua altezza. Riflettevo come l’ombra può nascondere la verità, quando notai la presenza di una persona che sovrastava il mio bancone di lavoro, alzai la testa era un signore anziano, dall’aspetto familiare anche se forestiero. “Posso telefonare?†Si, al negozio vi era il -posto telefonico pubblico- . La gente veniva a telefonare, siamo nei primi anni settanta, una chitarra elettrica si aggrappava in grovigli di note e in canti lamentosi esaltando a noi giovani e scandalizzando i più anziani. Gli passo la linea alla cabina telefonica. Lui entra ed esce la testa: “Puoi abbassare la musica che non riesco a sentire bene?†Già mi sta antipatico. Cerco di ricordare dove ho visto quella persona ma non ricordo e questo mi da fastidio. Queste vacanze di pasqua le avevo attese così tanto e finalmente erano arrivate. Fuori i ragazzi passavano con il chiacchierio degli uccelli a primavera. Ancora ero intontito da tutte quelle immagini che non ricordavo. Solo alcuni immagini erano dominanti: un rospo, uno scarabeo, un serpente, una donna meravigliosamente bella e Gesù. Tutto in un vortice confuso come dentro un frullatore. Fuori e dentro. Il tizio anziano incominciò ad alzare la voce incuriosendomi, così abbassai ancor più il mangianastri e tesi l’orecchio. “Quando la smette? Devi dire a Loredana che aspetto pure loro. La pasqua la passiamo qui! Dove sono? Come torna lui, armi e bagagli e venite tutti! Ripeto: TUTTI!†Chiude il telefono rabbiosamente ed esce dalla cabina, mentre si avvicina, esce un portafogli di pelle marrone: “Quanto è?â€
“Dodici scatti, mille e duecento lire†Lui guardò il contatore degli scatti e fissandomi dentro gli occhi come cercasse oltre le mie parole mi disse: “L’hai scaricato il contatore?†Ancor più mi è cresciuta l’antipatia verso quell’insolente, allora con il tono riluttante rispondo: “Se lei è così sfiduciato deve controllare prima e non insinuare dopo!â€
“E non arrabbiarti, sei ancora giovane, hai voglia di arrabbiarti per cose più serie nella tua vita futura… Stai studiando? Dove studi?†Mi calmai però rimanendo sempre sulle mie e risposi alle sue domande.
“Ma che caspita ci fai chiuso qui dentro? Dovresti stare fuori a respirare… Ad assistere all’incontro tra l’Ecce Homo e l’Addolorata. Fuori nel sole e non qui dentro all’ombra!†Davo deboli spiegazioni, futili giustificazioni, che non reggevano, perché dentro mi rullava la rabbia repressa mentre gli ormoni primaverili mi prendevano a pugni l’addome. Lui così continuava: “Bisogna rispettare il proprio padre! Ma si ha un dovere più grande verso un padre più grande. Questo padre più grande ti ha donato il tempo, e non puoi sperperare questa ricchezza inestimabile rinchiuso dentro il ventre di una balena come Pinocchio insieme a Geppetto…†Mentre parlava guardavo la sua cavità orale, allora non capivo quelle parole mi perdevo nella profondità scura della sua bocca. Mi distraevo facilmente. Allora pronunziò le parole standard dell’anziano al più giovane: “…e vorrei avere la tua età…†A questo punto gli scaraventai una lapide a tutto il suo dire con la scritta: -Le solite minchiate!- Il rimpianto di avere sprecato il suo tempo perseguitando un’illusione. Il filosofo che invecchia cercando un senso della sua vita, come il somaro di Buridano che muore di fame per l’indecisione di scegliere il mucchio di paglia da dove mangiare. Mentre l’uomo dovrebbe vivere il suo tempo nelle sue scelte, libero da un futuro non determinato. Come fa ad esistere il futuro? Se esistesse non sarebbe tale, sarebbe presente o passato, perciò nemmeno Dio conosce il futuro. Può semplicemente proiettare le direttive del presente. Come quando il somaro di Balaan parlò in nome di Dio, affinché cambiasse la sua volontà di maledire il suo Popolo .
“Cosa stai pensando? Così imbambolato… Ti perdi nella filosofia? Tutti i filosofi sono dei mediocri, dei perdenti. Gli uomini vivono la loro normalità, senza chiedersi: cosa? Perché? Se il somaro vola o no. Oppure cosa è la malva.â€
“Cos’è la malva?†Lui non mi rispose capì che era una domanda retorica. Allora alzò la mano destra in forma di saluto si voltò e andò via, prima di uscire, mentre la luce abbagliante di quella giornata di sole segnava la sua sagoma, si girò la testa e sembrò dirmi: “Scarabeo o scarafaggio?â€
“Come? Cosa ha detto?†Lui per tutta risposta abbassa la mano come se mi mandasse a quel paese. Girai subito il bancone e lo rincorse ma non vi era più, o non lo vidi così come fu abbagliato da tutta quella luce. L’aria sapeva di polline. Chiusi gli occhi e rientrai. Riflettei a lungo, si! Ha detto proprio così: “Scarabeo o scarafaggio?â€. Riflettei sul ventre della balena e su Pinocchio, ricordai allora il sogno di me tapino scarabeo dentro il ventre del rospo. Capii che quel sogno, tutte quelle fantasticherie erano state causate da questa condizione di segregato dentro questo ambiente chiuso. Chiusi il libro di geometria, pigiai stop nel mangianastri e incominciai ad ascoltare il silenzio che silenzio non era. Assaporai l’amaro della mia solitudine e stetti fermo, immobile, come da bambino trattenei il respiro, a questo punto pensai, quel sogno così lungo fatto in così breve tempo e capivo che era una mia proiezione futura, riflettei con più profondità e intuivo che questo posto, questo tempo era il mio passato e non il presente. Il mio vero io era lì! Dove lì? Oltre le pagine de- “Il paradosso dello scarabeoâ€. Allora mi sono messo le mani in testa tirandomi i riccioluti lunghi capelli, dicendomi: “Cosa ne farò della mia vita? Dei miei progetti? Delle mie aspirazioni?†Forse da questo punto in poi potrei cambiare il mio destino… Ma dissi meccanicamente e con voce chiara e forte: “TANATOSIâ€. Allora chiusi gli occhi e ricominciai a trattenere il respiro, fermo! Immobile! Ad un tratto li ho spalancati come un richiamo e vidi la testa di montone al sole assediata dalle mosche appesa al gancio di fronte la porta della macelleria di Mastro Filippo, ora gestita dal figlio Saro. Riflettei su quegli occhi vuoti di vita, sulla forza vitale e sulle sue corna girati. Eppure saltava, montava le sue pecore, brucava, si scornava con gli altri maschi per il potere, eppure stava lì. Non so se, il mio probabile lettore, ha mai toccato una bestia e sentire il tepore del suo corpo, meditare su questo e capire quanta poca differenza ci sia con il nostro calore. La sensazione di muscoli e ossa sotto la pelle. Quanta poca sia la differenza dell’esistenza nei contenuti tra noi e quella bestia. Quella testa lì esposta, chissà se poi venderà cane per montone? Strani pensieri i miei. Assorto nell’inutile, dentro quel negozio venivano a trovarmi presenze, senza quasi accorgermi del loro arrivo, sembravano spuntare da chissà dove. In quel tempo era cliente una donna non più giovane, tra i quarantacinque cinquant’anni, fedifraga di nome Maria. Quasi come se le corna di quel montone avessero richiamato la sua presenza. Allora riflettei sulla necessità dell’onestà di un rapporto, sul suo nome, e sulla mia indignazione puerile che, come un muro, Gesù mi parve davanti bloccandomi con gli occhi e sussurrandomi: “Chi non ha peccati scagli la prima pietra!†Ed io che abbassavo lo sguardo vergognandomi… Eppure anche lei fu bambina che giocava all’ombra di un cortile… Sarà scivolata nell’incoerenza con se stessa a poco a poco fin quando fu sommersa nella menzogna. Aspettava con impazienza la telefonata del suo amante a l’ora stabilita, e che tardava ad arrivare, così ogni tanto affacciava la testa, per paura che il marito la scoprisse. Quella donna su con gli anni mi ricordava una ragazzina al suo primo innamoramento. Come si fa spingersi in questi giochi a quell’età? Quando poi scoprii che Maria, anche se con molta discrezione si prostituiva. E al marito dava l’opportunità di far finta di non sapere, per potergli resistere quel barlume di dignità. Antichi gioghi di uomini e donne e convenzioni sociali!
“Che dice la ragazza?†Sempre guardandosi dietro e attaccando discorso con me tanto per sdrammatizzare.
“Non ho nessuna ragazza!†Risposi secco e mi rituffai nella mia lettura.
“Dai, non me lo vuoi dire. Ti ho visto sai.†Con un tono malizioso e sinuoso.
“Sarà stata un’amica, non ho fidanzate.†E riaccesi il mangianastri, quasi a volere mettere una barriera fatta di musica tra me e lei.
“Amica… Ah! Ah! Ah!†Mise una tale ironia in quella parola che non riuscii a crederci nemmeno io stesso al suo senso. Poi l’accompagnò con una risata gutturale e perversa come solo le puttane sanno fare. Io la guardai attentamente. Lei continuò con tono serio: “Un maschio e una femmina non sono mai amici, mai! In quello che si può chiamare amicizia c’è sempre, un po’ più un po’ meno, quello che abbiamo in mezzo alle gambe. Non c’è parola d’uomo che a noi donne non passa attraverso l’utero per arrivarci al cervello!â€
“Non tutte le donne! Non tutti gli uomini! Io ritengo di avere ragazze per amiche!†Insistei con superiorità, meglio dire presunzione.
“Allora non hai capito un cazzo!†Mi afferrò la mano e me la pose sul suo abbondante petto, dicendomi: “Che senti? Arrivi a sentire il battito del mio cuore? O senti il gonfiore delle mie tette?†La mia mano rimase lì anche dopo che mollò la presa. Mi sentii stravolgere tutto, nel tatto di quella pelle morbida. Le sensazioni erano molteplici, contrastanti e avvilenti. Quando, per fortuna, il drin del telefono fu imperativo, allora alzai la cornetta, era il suo amante, o cliente, così s’infilò dentro la cabina e le passai la linea. Rimasto solo ripensai il mio sogno dentro la chiesa, mentre Maria mi ha protetto dal serpente minaccioso. Quest’altra Maria mi mise tra le fauci del serpente. Allora provai i miei sensi che si accesero, mentre il cervello pulsava, il sangue affluiva in un solo verso. Misi a paragone la Maria del sogno dentro la chiesa e la Maria puttana dentro il negozio. Un paragone blasfemo. Mentre la forza del drago muoveva la mia energia, in quel giovedì santo. Il serpente era con me.
Maria, intanto, concluse la sua chiamata uscì di fretta salutandomi con un “Ciao!†e uno sguardo consapevole di ciò che mi aveva suscitato.
Ma quali significati può avere la vita? Tra le dimensioni geometriche e il tempo? Avrei voluto dare fuoco a quel libro di geometria. Avrei voluto vedere quella musica che riascoltavo continuamente. Avrei voluto dare corpo ai miei pensieri. A che servirà scrivere ancora minchiate, mentre fuori la vita fermenta come dentro la mia pelle. Avrei voluto non esistere più, meglio ancora, non essere esistito. Da queste mie considerazioni sono nate le bestemmie sulla vita che vomitai quel giorno all’anziano Paolo nel nostro incontro. Come si fa quando si è giovani ad avere questo senso di auto distruzione di se? Ma io voglio essere testimone di questo tempo, voglio vedere, voglio guardare, voglio mangiare, voglio bere, ubriacarmi e vomitare davanti a tutti coloro che hanno stima di me, voglio fumare, voglio ascoltare, voglio parlare, voglio toccare, voglio camminare, voglio fare sesso, voglio defecare, voglio pisciare, voglio essere visto, voglio sapere, voglio sognare ad occhi chiusi ed ad occhi aperti, voglio fare a pugni e anche prenderli, voglio correre, voglio credere ogni giorno ad un dio diverso e un giorno credere a tutti insieme per poi non credere più a nessuno, voglio adirarmi per poi calmarmi e guardare la luna anche se non c’è, voglio voglio voglio e poi se non mi resta più niente da fare, voglio anche morire.
Ricordai qualche mese fa in riva al mare d’inverno, con le sue onde spumeggianti, senza nessun pensiero importante, solo io e il suo rumore, senza orizzonte, io e la sua forza, fin quando Venere spuntava in uno squarcio di cielo e in quella penombra voltavo le spalle e lasciavo le orme in quella spiaggia umida come una firma, un segno della mia esistenza, mentre il vento voleva trattenermi ancora un po’.
Ricordai pochi giorni fa, sulla corriera, un’altra Maria, così senza nemmeno aspettarmelo, mi propose di fuggire insieme. Una proposta che in quel preciso momento nemmeno riuscii a capire veramente, preso come ero nel rincoglionimento assoluto dell’amore in quanto amore. A se avessi fatto quel sogno prima. Fuggire via! Dove? E che importa quando tutto il mondo è ai tuoi piedi. Questa idea le sarà venuta così all’improvviso, oppure chissà quanto ci ha riflettuto su per dirmelo, per trovare l’occasione giusta. Quanta forza e coraggio ha dovuto accumulare per sparami quella idea così strana da parte di una donna. Lei mi guardò dentro nel mio sguardo che tentava di fuggire nello scorrere del paesaggio fuori il finestrino della corriera. Quando poi si accorse della mia assenza, ricordo che abbassò la testa in senso di sconfitta e si barricò in un duro silenzio. Quando rifletto come mi avrà giudicato, mi viene voglia di sapere tutte le parole che le donne non dicono mai a noi uomini, capisco solo, che non meritiamo nessuna di quelle parole, nemmeno una semplice congiunzione. Perché non solo spesso siamo stupidi, ma anche vili. Trincerati dietro la convinzione dell’amore presuntuosi e sicuri di scegliere e non di essere scelti, cadiamo nel meccanismo bestiale dell’innamoramento. Come quando mettiamo la mano sulla propria femmina per far capire a gli altri maschi del branco che ci appartiene e non è disponibile. “Attenti caproni! Sono pronto a prendervi a cornate tutti quanti!â€
E quando ero bambino, incontrai in chiesa al catechismo per la prima comunione una piccola Maria che mi prese per mano e mi diede coraggio nel sentiero della vita. Mi sentii erroneamente potente, mi sentii ricco del suo sorriso del suo saluto. Quando poi il serpente compagno dei giochi mi pose una sfida: “dimostrami che è tua! Prendi questa mela e tiragliela addosso!†Io catturato dal fascino misterioso del serpente, rintanato dentro il mio orgoglio, scaraventai quel pomo mentre lei passava, colpendo il muro. Persi il sorriso di Maria, persi il suo sguardo, persi il suo saluto. Persi la stima per me stesso. E su questa mia perdita che piantai il fiore del mio silenzio.
Ora mentre passava la processione della Madre Maria Addolorata, con il cuore trafitto dai pugnali, nel suo manto nero, mentre il suo sguardo nello sgomento guarda verso il cielo, portata sulla vara dalle devote donne che cantavano canzoni lamentose, riconosco tra loro: Maria la puttana, Maria la studente, Maria la bambina e un’altra che non si chiama Maria ma che per lei ero pronto a morire nella croce per mai più risorgere. A capo della processione vi è il serpente che strisciava con le sue parole parato da sacerdote. Lui sapeva che ero dietro la penombra della vetrina e mi fissò dentro gli occhi, lanciandomi un’altra sfida, un’altra scelta sbagliata: “Cambia il tuo destino! Il tuo futuro! Sfida il tuo Autore! Quel te stesso ormai stanco aldilà del foglio bianco! Ne sarà contento: ammazzati! Ora! Chissà che bel funerale ti faranno! Non aspettare! Smentiscilo e ti sarà grato!â€
E allora io fui preso dallo sgomento, però non così tanto sorpreso, capii che era una sua soluzione e non mia in quanto lui uccidendo me, il suo l’Autore, si liberava dalla sua storia e dalla sua agonia. Persi il senso della vita. Ed ero stanco di capire, di scrivere, di vivere questa vita che non volevo questa vita che mi sembrava il sogno dei rospi. Allora presi una lama tagliente e ho reciso le vene ai polsi, senti il calore che usciva come un fiume che scorreva verso il mare, quel mare d’inverno, l’odore acre e il canto delle Marie tutto divenne insignificante e impreciso e poi più niente!
Siculiana, 19 maggio 2005













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mercoledì, 11 maggio 2005
Associazione Pro-Loco “Siculianaâ€
Sede Centro Sociale
92010 Siculiana Ag.
Tel. 0922817223
WWW.proloco-siculiana.it
Codice fiscale n°93019670848
Iscrizione all’albo Regionale: Notifica D.A. n°980/VII Turismo del 07.11.1996
Recapito Postale: Alphonse DORIA Piazza P.S. Mattarella, 92010 SICULIANA AG
alpha7@katamail.com



I° CONCORSO DI LINGUA SICILIANA
Cuntura e Puisii

L’Associazione Pro Loco Siculiana, per dare più agio a quanti hanno fatto richiesta di partecipare, ha rinviato la data ultima di presentazione dal 15 maggio al 15 settembre 2005.
Le opere, complete di traduzione in italiano, dovranno essere presentate in piazza P.S. Mattarella n°6. Informazioni allo 0922817223, dopo le 17,00.
Il Presidente
Alphonse Doria



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domenica, 08 maggio 2005
LA CITTA’ RITROVATA di Salvatore Vento
RECENSIONE
DI
Alphonse Doria

E’ un testo che io ho letto in un fiato, mi sono trovato alla pagina 204 con stupore. Consiglio la lettura principalmente ai giovani, poi a tutti gli altri che si sentono ancora giovani, perché il percorso ideologico s’addice ai loro travagli. La pagina 204 finisce così: “Auguriamoci, amici e compagni, d’essere tra quelli che mettono in pratica la Parola.â€
LA PAROLA
Scritta con tanto di P maiuscola, forse per indicare quella del Vangelo? O per indicare quella che ognuno di noi pronunzia e avvolte non rispetta? Allora mi sono detto forse Salvatore Vento intende tutte e due i significati. Anche se durante tutto il libro il riferimento cristiano è presente, non scrive: fratelli, ma: “amici e compagniâ€, perciò il rapporto è più politico che religioso. Per noi Siciliani “a parola†assume un valore enorme sul lato etico. Ancora oggi diciamo: “L’omu pi a parola e u voo pi i corna!†(L’uomo per la parola e il bue per le corna). Sta a significare che l’uomo si distingue dall’animale per la parola data e mantenuta. Per un Siciliano autentico basta la Parola, non occorrono carte scritte. Allora pensiamo in politica cosa succederebbe se si rispettasse la parola data, senza contratti scritti, la semplice parola…
Questa “sicilianetàâ€, Salvatore Vento se la porta dietro, se la porta dentro e spero che l’Autore mi sia d’accordo. E’ come una riserva, simile a quella territoriale degli indiani d’America, o degli aborigeni australiani, noi l’abbiamo nella nostra mente, ed è lì che ci rifugiamo per rimanere ad esistere come Popolo. Nello sguardo silenzioso, nel pensiero non detto, lì vi è la riserva dove ogni indiano di Sicilia si rifugia come difesa della sua identità. Questa riserva di pensiero ha anche i suoi lati oscuri, però saputa utilizzare come strumento è efficace per lasciarci liberi pensatori e distaccati da ogni lanterna ideologica nella giusta distanza tanto quanto le nostre ali non si brucino. Lasciando dentro forte la spinta passionale sia per il confronto sociale, sia il bisogno di non rimanere impassibile al vento della storia.
Proprio a pagina 70 del –La città ritrovata- si legge: “Integravo le ricerche di storia operaia con la lettura di autori del secondo dopoguerra; in primo luogo Elio Vittorini e la sua attività culturale intesa come ricerca continua della verità e non come predicazione di una verità.†Mi è venuto spontaneo ricordare una lettera di Vittorini a Togliatti, nel passo -Suonare il piffero per la rivoluzione-, scrive: “E a questo ch’io mi sono opposto: questa inclinazione a portare sul campo culturale, travestiste da giudizi culturali, delle ostilità politiche e delle considerazioni d’uso politico, col lodevole intento evidente, di rendere più spiccio il compito della politica, ma col risultato di alterare i rapporti tra cultura e politica a danno, in definitiva, di entrambe. Servirsi d’un atto di forza, e si traduce in oscurantismo.â€
Vento a pag. 180 scrive: “Citavo Vittorini: dobbiamo promuovere una cultura in grado di impedire le sofferenze degli uomini della terra.â€
Il parallelismo letterario è spontaneo con Elio Vittorini. In -Conversazioni in Sicilia- (a pagina 311), quasi a conclusione del suo viaggio, il protagonista, l’io narrante Silvestro, pensa ad alta voce: “-Oh, mondo offeso! Mondo offeso!- gridai io a questo pensiero. Non mi aspettavo risposte se non dalla memoria, invece me ne giunse una dalla sottostante terra. Fu una voce che disse: -Ehm!†Questa enigmatica parola è stata la croce per tanti critici letterali. Lo stesso Vittorini non la chiarì nel periodo fascista e non la volle chiarire in seguito. Come scrive Maurizio Montanari nella sua prefazione al libro edito dalla BUR: “E’ sorprendente che scrivendo questa prefazione nel 47, quando aveva tutte le possibilità di chiarire senza timore di censura, egli non espliciti “la cosa†che ci interessa conoscereâ€. Ho letto diverse e cervellotiche risoluzioni al significato di questa parola. Ma basta fare un piccolo esperimento, incominciare a parlare di politica, di ideologie, ad un contadino anziano e non, che dopo un po’ gli senti uscire come un soffio la parola: “Ehm!â€. Noi sappiamo che questa espressione ha un seguito: “Ehm! Munnu ha statu e munnu è!†(Mondo è stato e mondo è!) La rassegnazione tipica di un Popolo vinto. Vittorini non ha svelato il significato di questa parola a mio avviso, perché era la porta della sua riserva di Indiano di Sicilia. Come la Parola con la P maiuscola di Vento.
L’Autore scrive: “Volevo essere protagonista nella costruzione del futuro.†(Pag. 15) E tra “prassi, teoria, prassi†s’incammina in un viaggio come tanti giovani che trovano il sentiero per arrivare infine nella sua città, Genova, divenuta “sede stabile e definitiva†dal 1974 con il lavoro sindacale. (Pag.21): “Nella Fim Cisl vedevo l’associazione in grado di coniugare l’etica della convinzione con l’etica della responsabilità. … Solo congiunte formano il vero uomo.â€
LA CITTA’ RITROVATA è, appunto, il viaggio della memoria, tra luoghi e idee. Immagino l’autore tra appunti, ritagli di giornali, libri dalle copertine lacere o ingiallite e tante fotografie in bianco e nero, che li sfiora, li rilegge, e gli affiorano i ricordi. Allora, ad un certo punto, nasce la voglia di mettere in ordine questi ricordi, per dare un significato ai percorsi ideologici, spirituali e geografici che lo condussero nella sua polis etica.
Come la polis greca, Vento realizza la sua verità, partendo da Hegel e perciò realizzandosi nello stato, nella convivenza sociale e civile, pertanto nel Diritto. La concezione di Diritto di oggi è strettamente legato alla Legge. Dal 1970 la Legge viene quasi a decadere lasciando spazio alle alienazioni e alla incostituzionalità dell’oppressione. Facendo le dovute considerazioni tra Legge e legalità, e’ proprio in questo concetto che Salvatore Vento accentra la sua lotta sindacale, dentro l’organizzazione e fuori tra i lavoratori.
Per il suo lavoro sindacale abbiamo alcune analisi lucide che vado a legge. (Pag. 19): “Fui messo subito di fronte a una dura realtà: le organizzazioni sindacali, quando prevalgono mentalità ed atteggiamenti burocratici, non sono più luogo di libertà e di creatività.†“L’apparato organizzativo non sempre però mi si presentava come quel luogo ipotizzato di tensione ideale verso il cambiamento, dove operai, tecnici, operatori culturali, vanno e vengonoâ€. E ancora vorrei riportare una giusta considerazione della sua attività. (Pag. 30): per progettare nuove forme di vita, nuove comunità di lavoro. Del resto perché stupirsi? Proprio io che conoscevo Robert Michels e la sua “legge bronzea dell’oligarchia†per la quale infatti, la democrazia non era concepibile senza organizzazione, ma automaticamente organizzazione significava tendenza all’oligarchia.†“La logica mediatoria a tutti i livelli e in tutti i sensi†“L’indifferenza verso il confronto†nella unità sindacale dove Salvatore Vento riuscì a muoversi, a lavorare, senza compromessi per un uomo che pone come forza l’onestà interiore e il libero pensiero.
Nel capitolo EMIGRARE viene riportata un’accusa alla letteratura italiana di Raffaele La Capria sull’indifferenza del tema emigrazione: “epica della povertà†“tragico esodo†iniziato da appena dopo l’unità italiana, quando, la Sicilia in particolare, e le altre regioni meridionali, andarono a sostituire gli schiavi delle piantagioni di cotone in quell’America che concludendosi la guerra d’indipendenza ottennero la libertà. Allora i primi a partire furono le teste calde contro quell’unità e poi tutta la gente povera in cerca di speranza per il loro futuro che mal sopportavo le angherie dei prepotenti. Le pagine di questo capitolo mostrano i ricordi di quella “piovosa giornata d’inverno†del 18 febbraio 1957, il “suono assordante di sirena†della nave nel porto di Napoli. “Cielo e mare. Cielo e mareâ€. “Mia madre continuava a pregare il crocifisso nero di Siculianaâ€. Salvatore Vento ricordava la sera dell’addio in quel cortile di via Cognata, dove la gente era tanta e molti stavano fuori casa. Infine l’autore si ritrova con tutto il patos negli stupendi versi della nostra poetessa Giuseppina Mira pubblicata in “Siculiana racconta†di Paolo Fiorentino, opera utile a quanti dei Siculianesi fuori non tagliano il proprio cordone ombelicale con il loro paese. Voglio aggiungere la tragica esperienza del cantautore della scuola genovese Luigi Tenco che in quel tragico Sanremo del 1969 presentò “Ciao amore ciao!†una canzone che portava il tema dell’emigrazione in quella vetrina così popolare, non fu nemmeno considerata, non passò la qualificazione e l’Artista si uccise. Questo per capire come l’emigrazione sia scomoda ad ogni regime di ogni epoca.
I luoghi geografici sono direttamente corrispondenti alle tappe ideologiche dell’Autore.
SICULIANA
Mentre a Siculiana in tenera età vi è l’esperienza cattolica del catechismo e dell’oratorio, che segneranno per tutto il percorso un riferimento oltre che spirituale anche ideologico, nei principi cristiani.
VENEZUELA
In Venezuela, incomincia a cercare i punti di riferimento per cambiare il mondo. Perciò facendo i conti dei risparmi per l’acquisto dei vari libri che andava ad ammiccare per diversi giorni nelle librerie. Partecipava alle prime contestazioni studentesche contro l’imperialismo Americano. “Gli studenti coglievano soltanto il lato negativo della politica estera americana†come dire: gli studenti erano daltonici…
VENTIMIGLIA
Il ritorno a Ventimiglia, città di frontiera, “bramosia di sapereâ€. La grande letteratura europea come maestra. La presa di coscienza delle realtà diverse e accomunate dai patimenti e dalle ingiustizie. (pag. 46): “Capii più tardi, da adulto, leggendo Leonardo Sciascia, che molti siciliani amavano la letteratura francese e la sera, nel cortile, durante l’estate, o l’inverno vicino al camino acceso, si raccontavano storie di patimenti e di ingiustizie.†L’incontro con Il Manifesto di Marx ed Engels è stato per l’Autore come prendere una strada maestra, sensazione riportata con le parole di Benedetto Croce: “…ho provato la dolcezza di chi viene iniziato ai misteri di una religione.†I carri armati sovietici che invasero Praga distrussero quella speranza di rinnovamento della sinistra, quando il Psiup non condannò l’accaduto.

TRENTO
Trento, l’università! (Pag.59) “Leggevo Marx tenendo presente la lezione di Emmanuel Monier e del personalismo cristiano. Altro punto di riferimento: Rosa Luxemberg: “-la libertà è sempre libertà- obiettava ai bolscevichi che prendevano il potere distruggendo le libertà.â€
MILANO
A Milano assiste ai funerali di Feltrinelli e alle tesi contrastanti tra Potere Operaio, che lo considerava un rivoluzionario caduto nella lotta e Giorgio Bocca lo definiva “un borghese che giocava alla rivoluzioneâ€. L’Autore non entra in merito sulle sue considerazioni sulla figura di Feltrinelli, però parla della sua opera culturale e la sua frequentazione nelle librerie della casa editrice. Salvatore Vento racconta della sua felice e simpatica convivenza con gli anarchici esistenzialisti, tra le loro confessioni e il loro fumo degli spinelli, dove veniva considerato bene e serio militante.
U.S.A.
Nel capitolo DIARIO AMERICANO l’Autore da ambio spazio a Martin LUTHER KING, “apostolo della non violenzaâ€, riporto, solo una frase (pag.77): “L’odio non sopprime l’odio. Solo l’amore vi riuscirà.†Salvatore Vento si trova a Boston alla convetion dei manager dell’IRI, siamo nel giugno del 1992, il quale espone l’esperienza Ansaldo. Un’altra esperienza americana nel dicembre dello stesso anno dove viene narrata una America di contrasti avvilenti tra uomini e cose. Poi ancora ritorna in America nell’aprile maggio del 1993. (Pag.88) Sottolinea le parole ripetute dell’autista ecuadoriano: “uguaglianza delle opportunitàâ€.
MESSICO
L’Autore incontra il Ministro degli affari esteri Ferdinando Solana e la rivoluzione degli Incas, quei pochi ancora non sterminati.
SESTRI PONENTE
Vento riesce a dare una sintesi degli eventi politici, sindacali e storici, con una indipendenza di pensiero tale da darne un quadro preciso della situazione attuale dell’Italia.
Non Voglio ancora dilungarmi perché occorrerebbe soffermarsi per ogni pagina. Leggerò per concludere questa mia recensione con una definizione dell’Autore sulla politica a pag. 146: “La politica, nella società complessa, tende a diventare pura tecnica di gestione dell’esistente: Ai politici (…) non si devono contrapporre i tecnici (…) ma uomini e donne che hanno dedicato con serietà e abnegazione tempo prezioso alla cosa pubblica. Il buon politico è colui che ha una forte capacità di studio e di ascolto, che sa mettere insieme competenze diverse per raggiungere uno scopo d’interesse collettivo.â€
Nel-LA CITTA’ RITROVATA di Salvatore Vento abbiamo trovato (Pag. 147): Passioni, sofferenze e contraddizioni di una persona libera, che cerca.†Come lui stesso fa cenno a Socrate: “nei viaggi non fai altro che portare te stesso.†E Vento ha portato con se quel Cristo nero che ogni siculianese porta con se, l’ombra del cortile di via Cognata e la Chiesa in cima al colle.
Oggi è autore e conduttore, in collaborazione con la Fondazione Ansaldo del ciclo di trasmissioni televisive di Telecittà: “Storie, Genova, la memoria, il futuroâ€. Come dire: Genova la città ritrovata che Salvatore Vento fa conoscere agli stessi genovesi.
Siculiana, 7 maggio 2005 Alphonse Doria
Alpha7@katamail.com







RINGRAZIAMENTI
Sono veramente onorato di consegnare questa Targa di Merito con la specifica motivazione: “Per essersi distinto nella sua opera di scrittore, giornalista, portando alto il nome di Siculiana†a nome della Associazione Pro Loco tutta e della Amministrazione Comunale che patrocina questa manifestazione.
Questo è il secondo appuntamento dei convegni a tema indetti dalla Pro Loco seguiranno sia quelli dei neo laureati come sia con quei Siculianesi che si sono distinti in diversi campi recando al nostro paese buona pubblicità come Salvatore Vento. Il comitato Targa di Merito diretto dalla presente Professoressa Iacono vuole interpretare l’orgoglio di tutti i cittadini per questo concittadino ritrovato.
I miei ringraziamenti vanno:
- al nostro Sindaco Dott. Giuseppe Sinaguglia;
- all’assessore alla cultura Santino Lucia;
- al coordinatore regionale del movimento Cristiano Sociale Luigi Gerbino.
- a Leonardo Gagliano per la sua preziosa opera;
- al direttore Franco Caruana;
- alla profesoressa Patrizia Iacono per il suo intervento;
- ai tecnici Doria e al signor Vincenzo Gagliano;
- alla redazione giornalistica di LA SICILIA;
- e tutti Voi che avete avuto la sensibilità a partecipare.
Il nostro invito è per il prossimo appuntamento il 21 maggio 2005 allo stesso orario per il convegno “LA TEORIA DELLA CLASSE AGIATA†storia dell’evoluzione delle istituzioni sociali del sociologo NICOLA PALILLA dottore per le politiche e relazioni internazionali. Nel corso della serata sarà consegnata la TARGA DI MERITO.
Grazie a tutti!

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mercoledì, 04 maggio 2005
Associazione Pro-Loco “Siculianaâ€
Patrocinio
Comune di Siculiana

INCONTRO CON L’AUTORE

LA CITTA’ RITROVATA

Del
SALVATORE VENTO
SOCILOGO, GIORNALISTA, SCRITTORE.

La Cittadinanza è invitata a partecipare al Centro Sociale il 7 MAGGIO 20005 alle ore 19,00



SALUTI:
Proff.ssa Patrizia Iacono
Responsabile Comitato arga di Merito dell'Ass. Pro Loco Siculiana

Alphonse Doria
Presidente dell’Associazione Pro Loco Siculiana

Dott. Giuseppe Sinaguglia
Sindaco Comune di Siculiana

Dott. Santo Lucia
Vice Sindaco Comune di Siculiana
Assessore Pubblica Istruzione e Cultura

Luigi Gerbibno
Coordinatore Regionale del Movimento Cristiano Sociale


INTERVENTO:

Dott. SALVATORE VENTO
Consegna della testo al direttore della Biblioteca Comunale dott. Franco Caruana

Assegnazione della TARGA DI MERITO 2005 della Associazione Pro Loco Siculiana
dicitura della targa: "Al sociologo Salvatore Vento per essersi distinto nella sua opera di scrittore, giornalista, portando alto il nome di Siculiana"



Il Presidente
Alphonse Doria


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