lunedì, 07 febbraio 2005
SOTTO E SOPRA
La mattina di Pasqua
Era la mattina di Pasqua e Gesallà in mezzo alla vigna zappava senza sosta. Nei dintorni non vi era nessuno, solo lui e le sue bestie, solo lui e quegli arbusti contorti di viti assediati dalla gramigna e dai tralci selvatici. Era un vigneto con più di settecento piante da dove usciva ogni anno un ottimo vino rosso rubino. Il padre ogni anno a San Martino sollevava il primo bicchiere della botte e lo metteva controluce, mentre la famiglia tutta era attorno a lui in attesa del verdetto, lo sorseggiava un po’ scoccava la lingua rialzava di nuovo il bicchiere ed esultava con la rituale frase: “Sangu di Ddiu!â€, i visi dei familiari allora si distendevano in un sorriso.
Con il disappunto della madre partì di prima mattina per la campagna, più immaginava le campane in paese che annunciavano in festa la resurrezione del Cristo: “Din don! Din! don!â€, più rabbiosamente zappava.
Gesallà con i suoi venti otto anni era taciturno, aveva sulle spalle la seconda guerra mondiale, tante sofferenze e dietro il suo fare scorbutico nascondeva un animo poetico. Non sapeva ne leggere ne scrivere ma i versi sgorgavano soli come fiori di campo, mentre zappava, mentre mangiava un po’ di pane e companatico a la robba. Dava l’impressione di un uomo rude che pensava solo al lavoro incapace di un sorriso o di una parola gentile, si sbagliavano tutti a giudicarlo.
La campagna era distante circa un’ora da Camico sopra il mulo, era di proprietà del padre, alla sua morte l’avrebbe divisa con l’altro fratello maggiore Cristenziu. Ce n’era terra per tutti e due, tutta bonificata, con vigna, alberi secolari d’olivi, frutteto di peschi, peri, albicocchi, fichi, poi alberi di carrubi quanto una casa. Vi era una sorgente d’acqua dolce, rigogliosa anche nella lunga e torrida estate, ai piedi di un canneto di arando donax con quei pennacchi che ondeggiavano ad un lieve vento. Quell’acqua era una vera ricchezza perché permetteva di irrigare l’orto. Il resto della terra era divisa in un campo di frumento e una piccola altura dove ai piedi vi era una grotta grandissima con l’ingresso stretto e basso, che per entrarci si doveva strisciare a pancia in terra per un paio di metri. Questa entrata era nascosta da una pianta di spina santa.
Gesallà era davanti la casa, seduto nella juttena stava mangiando un po’ di pane con delle sarde sotto sale e delle olive in salamoia, erano sicuramente le dieci passate, aveva riempito un bel bicchiere di quel vino e rimuginava dei versi nella mente.
La casa aveva due stanze e una piccola stalla, accanto un forno a legna costruito a cupola con le giammarite e il gesso. La famiglia di Gesallà si ritirava in quella roba ai primi di maggio stava tutta l’estate e tornava in paese la prima settimana d’ottobre. Era terra benedetta da Dio, in paese lo dicevano tutti, nera come la notte. Loro ne erano così orgogliosi che camminavo fieri come signori. Erano proprietari di quella terra da diverse generazioni, il nonno aveva raccontato alcune leggende su quella grotta di persone che erano entrati e non più usciti, perché vi era un fantasma alla guardia di un tesoro di monete d’oro, o perché vi era una discesa ripida e si sprofondava, insomma non era chiaro anche perché a lui a sua volta l’avevano raccontato, però tanto bastava ai bambini per toglierci la voglia di sgattaiolarci dentro.
Qualche mese fa il padre, proprio dove era seduto aveva fatto un discorso chiaro e per un certo senso insolito, ma la gente di campagna ha la semplicità nel cuore e nella bocca. Il fratello Cristenziu con la testa che si trovava, anche se più grande di lui più di cinque anni, non si decideva a prendere moglie, perciò era ora che almeno lui si decidesse. Il padre desiderava un discendente che assicurasse di governare quel regno.
Gesallà acconsentì, chinando la testa e fuggendo lo sguardo tra quelle piante che conosceva ad una ad una, pensando che non si potevano abbandonare a estranei, era come un patto d’amore.
Giulia
Lo stesso legame che sentì quando dovette abbandonare Giulia, lì ai confini dell’Italia, quando da soldato una mattina si svegliò senza comandanti e senza patria, come un cane sciolto senza padrone. Gli Americani erano già a Roma e gli Italiani avevano dimenticato subito i grandi raduni, le grandi parole come: “IMPERO!â€, “VINCERE!â€, avevano tolto le camicie nere ed erano diventati nemici di Mussolini.
Gesallà si trovò tra quelle campagne fredde e quei piccoli borghi dell’estremo nord. Fame, freddo e paura si alternavano nella sua mente lontano dalla sua gente. Come era partito dalla sua campagna, dalla sua famiglia, per fare il soldato costretto dalle parole scritte in un pezzo di carta e delle parole di quei quattro scemi di paese, che prima nessuno stava a sentire e dopo quando indossarono le camice nere incominciarono ad alzare la voce e ad entrare e uscire dalla caserma come fosse casa loro. Quelle stesse parole si svuotarono e come una malia il fascismo era così svanito, nonché per Gesallà abbiano avuto mai un vero significato. L’Italia non vi era più.
Gesallà con un gruppo di commilitoni si trovarono tra le campagne del Piemonte, affamati, infreddoliti, disorientati, impauriti d’incontrare chiunque: partigiani, fascisti, nazisti, delinquenti comuni e probabili Alleati. Pensava tra se che nelle guerre e nella vita non conta la divisa che porta l’uomo che incontri ma chi vi è sotto. Lui divideva l’umanità tutta in due sole fazioni: onesti e disonesti, perciò scrutava lo sguardo di chi incontrava nel tentativo d’indagare chi fosse all’interno.
Nei pressi di Rivoli, con altri tre soldati, trovò riparo in una tenuta di campagna. Lavorò solo per l’alloggio e per un po’ di vitto, ma era così poco che s’indebolì tanto da non avere più la forza necessaria per continuare. Come era diversa quella terra dura e fredda. Pensava alla sua campagna piena di colore, di sole e gli veniva il magone. I proprietari erano due donne gentilissime, madre e figlia, ma la fame era fame e la gentilezza di sicuro non riempiva la pancia, così Gesallà si spostò a Giaveno dove trovò gente che oltre la comprensione gli davano anche qualche pezzo di pane in più e buona porzione di polenta. Fu in quel paesino che incontrò la bella Giulia, alta, forte, chiara, generosa, sincera come l’acqua di sorgente, due occhi dolci e castani, i capelli che dal fazzoletto uscivano come un fiume d’oro.
Una mattina se la trovò davanti in campagna illuminata dal sole come un’apparizione, aveva portato il desinare appena cucinato. Sembra che gli occhi siciliani di Gesallà , in quella magrezza, abbiano così colpito Giulia che per tutto il tempo non smesse di guardarlo e porgergli continue attenzioni, tanto che lui si sentì così in imbarazzo da sconvolgersi e non sostenere più lo sguardo, abbassò gli occhi arrossendo chiudendosi nel silenzio. Quando Giulia si avvicinò a lui fu attratta irresistibilmente anche da un lieve odore della sua pelle che sapeva di vento, di terra e di sudore.
Giorno dopo giorno i due entrarono in confidenza, un sorriso di più, qualche parola. Lui, sempre con riguardo, si manteneva sulle sue per la timidezza e per quella educazione avuta, questo comportamento conduceva Giulia ad un corteggiamento più aperto.
Un giorno Giulia gli riferì che il padre doveva parlargli. Gesallà aveva avuto un comportamento impeccabile, perciò non si aspettava nessun rimprovero, pensava: “Mali nun fari e paura ‘un aviri!â€, così fu, anzi fu chiamato per andare fare alcuni lavoretti in una campagna vicina insieme alla figlia e poi al ritorno era invitato a pranzare con la famiglia, lui accettò volentieri. L’indomani passò dalla casa di Giulia e tutte e due s’avviarono. Il sole lentamente schiariva il mattino. Gesallà era stato silenzioso, si voltò verso lei, forse per assistere il riflesso di quella luce nel suo viso, lei gli sorrise e lo guardò come nessuna donna aveva mai fatto, si sentì il cuore squagliare dentro, lei inaspettatamente gli prese la mano, sentì quella tenera sensazione che solo il contatto con il corpo di una donna sa dare. Rallentarono il passo fin quando si fermarono e Gesallà e Giulia poggiarono le labbra l’uno su l’altro in un abbraccio tenero come quel primo sole.
Con la forza di cento uomini, finì in mezza giornata tutto il lavoro, al ritorno trovò imbandita una tavola come da anni ormai non ricordava, sembrava natale, non mancava niente, pure il dolce e il caffè e poi vino come da tanto tempo non aveva bevuto. Infine il papà di Giulia, gli parlò da uomo a uomo, chiedendo le sue intenzioni, gli chiarì le proprietà i modi e le condizioni, apprezzava il suo comportamento da uomo d’onore, ormai razza in via d’estinzione in quelle parti, la dote di gran lavoratore e conoscitore del mestiere. Gesallà non negò l’attrazione per quella bella donna piena di salute come una madonna, ma sentiva il richiamo della sua terra perciò non poteva impegnarsi in modo definitivo. Il padre di Giulia apprezzò quell’uomo sincero, chiuse la discussione con “lasciamo fare al tempo†gli riempì il bicchiere di vino e bevvero.
Arrivavano buone nuove. I trasporti si andavo ristabilendo. Alcuni commilitoni calabresi già erano partiti per il ritorno, così prese la decisione che era ora di partire anche lui. Quando lo comunicò a Giulia lo fece tenendole tutte e due le mani fissandola negli occhi profondi e castani, osservandole quel volto sereno, che di tanto in tanto si costellava di piccole macchie chiare, lo fece con questi versi:
Giulia di lu suli fani battaglia
Tu sula ti pigliassi l’arma mia
Mi ‘ncatinasti cu na grossa maglia
Dispisari nun mi pozzu kiù di tia
Scoglimi sta catina ca mi taglia
Mi taglia pi lu tantu amari a tia
Donni ca nn’haiu amatu in tutta Italia
Tu sula mi facissi simpatia
Tutta l’haiu girati l’Altitalia
Ma bedda comu a tia nun ci nn’è ‘n Sicilia.
Gli occhi di lei s’inondarono di lacrime ma sorrise, non capì tutto di quei versi, ma intuì con la sua viva intelligenza, sapeva benissimo che bastava un suo qualsiasi gesto per fermarlo.
Lui pensava che il nostro corpo ha una propria mente che non solo ricorda come difendersi dai virus e altri insidie ma avvolte agisce in piena autonomia dall’io pensante che contiene, come quando si adatta ad uno stress lavorativo maggiore, o si ha un bisogno impellente e che si deve soddisfare. I due corpi agirono in piena autonomia dai loro pensieri.
Il volto di Giulia e di Gesallà si sentirono attratti come una calamita incontrandosi in un bacio lungo e passionale. Poi lei si staccò, si voltò, chinò la testa e scappò via. Lui rimase con le braccia protese verso lei, sembrava dire: “dimmi una sola parola ed io resteròâ€. Lei sapeva che bastava fermarsi e voltarsi per cambiare tutto, ma l’amava così tanto che lo lasciò andare via, anche se ricorda ancora oggi quel giorno pentendosi amaramente, ma con orgoglio di quella se stessa così forte e buona.
Partì subito e dopo mille peripezie arrivò a Camico, andò in campagna e felice bagnò con le sue lacrime quella sacra terra.
Gli Uomini d’Aria
Gesallà , mentre ricordava, prese un pugno di terra in mano e lasciandola cadere il leggero vento trascinava il pulviscolo, un sassolino bianco gli rimase impigliato tra le dita e lo strinse nel pugno, guardando verso il cielo, quasi come cercare una risposta ai tanti dubbi della vita. Riaprì la mano e fissando quel piccolo sasso, liscio dal logorio del tempo, costruì pensiero su pensiero una sua fantasticheria, come soleva fare. Il contatto o la vista di alcuni oggetti, animali, piante e persone lo ispiravano, gli suggerivano storie, avvolte talmente assurde che se ne vergognava. Era un diletto che temprava dalla infanzia nel suo silenzio e che non confessava mai a nessuno.
Quel sassolino bianco gli faceva ricordare quello che aveva ascoltato da gnuri Raffaeli, un anziano vaccaio, asseriva che tanti e tanti anni fa, migliaia, in quel punto vi era il mare. Gesallà pensava invece che quel sasso così lontano dal mare era caduto dal cielo.
Nel cielo vi era un mondo fatto d’aria dove vivevano piante, animali, strade, palazzi e persone d’aria. Tutti erano felici perché il pane non si sudava, quando volevano qualcosa bastava pensarla, sì, vivevano di pensieri e quando guardavano qua giù avevano pena per noi, che vivevamo come dannati all’inferno. Nessuno moriva e ognuno amava l’altro come, dove, quanto e quando voleva. Non si annoiavano di certo. Un Uomo d’Aria più pensieri aveva e più era ricco. Avvolte l’uno li scambiava con l’altro. Vi erano pensieri che valevano mille di tanti altri, ma ve ne erano malvagi e li facevano appesantire, gli creavano un calcolo nell’anima quanto un chicco di frumento, se continuavano a pensarli, non vi era rimedio, quel calcolo incominciava ad ingrossarsi fin quando li trascinava quaggiù cadendo dal cielo. Avvolte questi pensieri malvagi , provenivano dal mondo di sotto, dai nostri desideri. Quando qualcuno di loro cadeva di notte si vedeva una scia luminosa, per noi sono stelle cadenti, ma in realtà quelli sono Uomini d’Aria. Da qui è nata la credenza che basta pensare ad un desiderio quando si vede una stella cadente che s’avvera. Gesallà così pensava, bastava crederci veramente, che quell’Uomo d’Aria concedeva quel potere a quanti avevano assistito al suo declino. Toccando terra il suo potere finiva, non era altro che un sasso come tanti altri, solo quando il tempo lo logorava lentamente, fin quando diveniva polvere e il vento lo sollevava, ascendeva al suo mondo libero dalla sua pena. Per Gesallà vi è sempre un sotto e sopra così vi è ancora un altro sotto: il centro della terra, fatto di fuoco. Da quel mondo se un Uomo di Fuoco spegnerà l’odio che lo brucia salirà in alto fin quando sarà eruttato da qualche vulcano e anch’esso sarà consumato dall’acqua e dal vento lentamente e liberatosi potrà salire nel mondo d’Aria, diventando così un Uomo d’Aria. Gli Uomini di Fuoco possono essere evocati e chiamati da noi, basta un pensiero di vendetta o di odio, così Gesallà si spiegava che quando un uomo è irato si scalda, per la loro presenza. Anche noi potevamo sprofondarci in questo mondo di sotto chiamato inferno, con le nostre cattiverie.
Gli Uomini d’Aria hanno sopratutto pensieri bellissimi, pensieri d’Amore e ogni volta s’illuminano, prima opacamente e così possono scendere ad aiutare noi del mondo di sotto, avvertirci dei pericoli, donarci di un pensiero d’amore o di perdono. In questo modo quella luce diventa sempre più viva fin quanto si possono scorgere da qui e a noi sembrano tante stelle.
Gesallà pensava che la Santa Notte di Natale quella che guidò i Re Magi non fu una stella cometa ma un intero sciame di Uomini d’Aria.
Quando gli Uomini d’Aria raggiungono il massimo splendore salgono sopra il cielo, e si uniscono alla Grande Luce di Dio, da dove erano scheggiati nell’incontenibile attimo d’Amore quando contemplò Se Stesso prima della creazione.
Capisco che per un contadino analfabeta possono sembrare concetti astrusi, ma alla radice vi era il concetto di sotto e sopra, di atto e di pensiero, di tempo e materia. Per fare un esempio dal concetto che bruciando ogni cosa diveniva cenere ha concluso che qualsiasi oggetto pianta o animale, compreso l’uomo, ha la stessa struttura materiale, noi diremmo atomica, perciò in ogni cosa vi era la volontà di essere tale. Sotto il legno vi era l’idea, il pensiero ad essere legno, così per il ferro. Come il nostro corpo o quello di un qualsiasi animale senza tale volontà , che lui chiamava spirdu, noi diremo anima, resta senza vita si disfà , ritornando ad essere cenere come era prima. L’oro prima di essere oro era l’ idea stessa d’oro per essere tale.
Nella sua filosofia, o fantasticheria, come lui la chiamava, tutto collimava in perfetta armonia: la fede che predicava il prete, le credenze degli anziani e le parole degli acculturati che conoscevano la scienza.
Gesallà si meravigliava lui stesso, possibile che quel sassolino gli abbia suggerito tutte quelle stranezze? E a chi mai poteva confessarle? Così si teneva tutto sotto la pelle.
Quando qualcuno gli raccontava qualche stranezza, e gli chiedevano un suo parere, lui scorbuticamente rispondeva: “Chi mi cuntati? Nenti capisciu!â€. E volgeva lo sguardo altrove.
Né sì né no, ma ni!
Dopo che il padre lo aveva invitato a trovarsi moglie, lui incominciò a osservare con tale intento le ragazze da marito, con scrupolo cercò l’aspetto, ma non solo, anche il partito, almeno doveva essere alla pari, era giusto così, “disa cu disa si ‘nfascia la disaâ€, perciò incominciò ad analizzare le varie campagne i proprietari e tra questi chi aveva figlie da marito. Un metodo che gli permise di stringere il campo d’azione tra quattro.
Lu zzu Giacuminu, aveva una bella proprietà in contrada Gebbia Granni, ma la figlia Nunziata aveva avuto larga mano nel primo fidanzamento.
Carmela, figlia di Tanu Taccu, era una bella ragazza anche se alla lontana gli ricordava Giulia forse per la sua corporatura, ma la dote era un misero dammusu, non portava né terra né grana.
Serafina, era figlia di don Vanni, camperi e con questo genere di persone non voleva proprio stringere parentele. Il carattere di Gesallà , anche se scorbutico, era di uomo buono.
Rimaneva lu zzu Vicenzu Manuzza, proprietario di una bella campagna e anche ben sistemato con i soldi, aveva tre figlie tutte da marito, ma a Gesallà piaceva la mezzana, Assuntina, anche se era la più minuta, era vispa, di carnagione scura come il pallore lunare, e una capigliatura riccia e abbondante che si ostinava a pettinare all’indietro.
Lu zzu Vicenzu Manuzza da qualche giorno alla bivatura si vedeva osservato di tanto in tanto da Gesallà e aveva intuito l’intenzione, da gli sguardi, dai discorsi, l’idea gli piacque, anche perché le tre figlie, scarta qua scarta là , erano avanti con l’età , la stessa Assuntina aveva già venti tre anni. Per un po’ di giorni s’avvicinò acconsenziente al padre di Gesallà , facendo strada insieme, parlando, dandosi ragione l’uno e l’altro nei discorsi alla bivatura o in piazza.
Il padre aveva capito tutto ma aspettava che il figlio comunicasse la sua scelta e così avvenne. A sua volta il padre comunicò a lu zzu Vicenzu che fu contentissimo ma giustamente doveva parlarne in famiglia.
In famiglia furono felicissimi, ma Assuntina era titubante, non aveva il coraggio di dire no a suo padre, ma non era per il si, così uscì fuori quel nì. Intanto diede risposta positiva, poi se la vedeva lui con la figlia, però per ufficializzare il fidanzamento gli occorreva un po’ di tempo. Gesallà non si dava ragione di questo prendere tempo, sperava di spubblicari prima della settimana santa, così poteva passare le festività con la fidanzata. Per lui non era amore, quella parola l’abbinava al ricordo di Giulia con stizza, con la voglia di lasciare tutto e correre da lei, ancora oggi gli spuntano le lacrime a gli occhi e lancia nel vuoto baci portandosi la mano nella bocca e lasciandosi sfuggire un pietoso “bedda mia!â€, con la speranza che qualche Uomo d’Aria lo raccolga e con le ali del vento lo recapita alle sue dolce labbra. Non si chiedeva che ne fosse stata, come era oggi, non gli interessava, gli piaceva ricordarla come l’aveva lasciata e sicuramente quella di oggi non era quella del suo ricordo, ne era lucidamente certo. Avvolte la trasfigurava davanti il quadro dell’Assunta, e se ne doleva, pensava di peccare, così si distoglieva sofferente. L’arciprete osservandolo di nascosto, pensava ad un forte senso religioso, di devozione e se ne compiaceva, confondendo anche lui il sacro e il profano.
Quel nì aveva così indispettito Gesallà che aveva trascurato il ricordo di Giulia e anzi voleva andare a fondo, perciò frequentò quel quartiere dove abitava una sorella della madre, la zia Pippina, andando a farci visita. A casa della zia era consuetudine, dopo la cena, recitare il rosario tutti insieme e con qualche altra famiglia vicina di casa, poi si passava a raccontare la vita di un santo, in maniera favolistica. I più piccoli erano bramosi di sapere, spalancavano gli occhi quando si nominava il diavolo e si stringevano alle loro madri. Il nonno materno, Sasà Grecu, se ne stava in un cantuccio e fumava la sua lunga pipa di terracotta, con i suoi occhietti trasognanti sotto la coppola, nera per il lutto della nonna.
La zia sapeva del nipote e Assuntina così era intenta ad osservare, ma nulla di anomalo traspariva da quella casa o da quella ragazza.
Lui usciva dalla casa della zia e quasi di fronte vi era la casa di lei, alzava lo sguardo ma niente, le ante della finestra rimanevano socchiuse. Di quella strada ci passava per la bivatura ogni mattina e ogni sera al ritorno, ma mai una volta che lei fosse affacciata. Solo una volta, quando il padre portò la notizia a casa, le tre sorelle erano tutte e tre a osservare il suo passaggio e poi mai più, o almeno si nascondeva così bene da non lasciarsi vedere.
Né in chiesa, né in processione si lasciava sfuggire un minimo sguardo per lui. Ma cosa voleva mai quella fimmina? Lui era di bello aspetto, aveva la vestia, la robba e sulla famiglia nessuno poteva dire niente, e allora? Si scervellava, anche perché la zia Pappina, diceva che nessuno le ronzava attorno.
Così con quel nì che gli bruciava dentro Gesallà era nel suo regno a faticare più possibile. Ora si era messo a curare gli alberi di ulivo così grandi e maestosi come vecchi saggi. Lui pensava che quel nì provenisse da qualche segreta passione per qualche altro e così non sopportava l’idea di essere per Assuntina un uomo di seconda categoria, perché sarebbe stato trattato sempre come le cose di seconda scelta. Rifletteva che lei in fondo era di seconda, pensando a Giulia, appunto questo l’amareggiava, poi pensava che il buon senso avrebbe prevalso. Lui non l’avrebbe mai fatto soffrire e sarebbe stato un buon marito nonostante tutto. Un uomo è cattivo quando ha il pensiero cattivo, così una donna.
Il tesoro di GesallÃ
La vita è come un sogno e nel sogno tu sei protagonista passivo di ogni scena, anche se infondo sei stato tu a crearlo.
Zappava attorno a gli alberi, toglieva frutici selvatici, e portava pietre vicino al viottolo. Quegli ulivi erano veramente belli e incutevano rispetto, per i tanti anni, per la generosità e per la grandezza. Il nonno gli diceva che quegli alberi avevano più di duecento anni ed erano stati testimoni di tanti eventi, magari di lotte tra cavalieri con le loro armature e lo scintillare dell’incontro delle loro spade. Quando Gesallà era in quel posto, tra quei grandi alberi, sentiva dentro se qualcosa di straordinario.
Quando era poco più che bambino se ne stava lì, all’ombra, nelle lunghe giornate d’estate, e avvolte si addormentava soavemente tra il gracchiare di qualche ciaula e il ziii! Ziii! di qualche insetto, sognava di cavalieri con i pennacchi negli elmi, che passavano dal viottolo accavallo dei suoi destrieri ornati e colorati. Il sogno era così reale che sentiva i rumori metallici delle loro armature e quello degli zoccoli dei cavalli. Solo una volta li sognò che correvano come il vento e provò panico, si svegliò di soprasalto, mentre il padre lo chiamava dalla casa: “Gesallà !â€.
Vi era una grossa pietra ai piedi dell’ulivo vicino al viottolo, gli ha dato sempre fastidio ed era arrivata l’ora di toglierla, magari rotolandola per quei pochi metri ai margini del sentiero, così con la zappa incominciò a scavare tutto attorno, fin quando la liberò, provò a spostarla con le mani, ma niente da fare non si muoveva di un millimetro, così andò a prendere una grossa trave e con un altro masso per fulcro, riuscì a sollevarla fin quando la spostò facendola roteare, da sotto partirono mille animaletti di ogni genere, poi s’accorse che vi era qualcos’altro, era un piccolo pugnale dalla grossa lama e il manico in legno, però di buona fattura. Preso in mano quel pugnale gli ritornarono alla mente i sogni dell’infanzia e spinto dalle sue fantasticherie, incominciò a scavare ancora, non appena trenta centimetri di profondità scoprì che vi era pure qualcosa di rotondo, era un teschio, provò orrore, gli cadde a terra, ma ormai era così preso dalla curiosità che ricominciò a scavare, ancora e ancora fin quando toccò un legno, era un forziere che con grande fatica riuscì ad estrarre. Il cane gli abbaiava in gran lena attorno come se avesse capito l’evento straordinario. Gesallà guardando gli animali spesso si chiedeva: “E chi nni sapemu natri omini zoccu penzanu l’armala?â€, pertanto li trattava con umanità , rivolgendo la parola, fatto sta, sembrava capirlo, tanto che l’ubbidivano. “Karmati, Monaca, ca videmu chi c’è, Karma!†Quel cane, sembrò acquietarsi e scodinzolando andò ad annusare quel forziere.
Si guardò in giro, non vi era proprio nessuno, era solo, tra il silenzio attonito della campagna. Un catenaccio ferroso e arrugginito chiudeva il forziere, le tempie gli incominciarono a martellare, con un colpo di zappa lo fece saltare, il cuore era in tumulto. Quando aprì, notò un velo di terriccio, bastò un breve cenno della mano per scoprire che era pieno di monete d’oro! Sembrò che in quello istante il tutto si sia fermato. Dopo poco, ripreso, si caricò il pesante forziere e lo portò nell’interno della casa, poi andò a riprendere il teschio e il pugnale e la zappa. Si chiuse dentro e svuotò il forziere, contò milleottocentosettanta monete, belle alcune luccicavano, rimase vibrante a quello spettacolo.
Incominciò a calmarsi e a riflettere che era diventato, ricchissimo, quelle monete erano vere e d’oro. Pensò che quel giorno, quel momento, quel posto era il crocevia della sua vita futura. Poteva caricare il forziere sulla vestia, tornare a casa trionfante e ricco, acquistare terre, case, fare il signore. Sicuramente Assuntina, avrebbe avuto modo d’affacciarsi alla finestra, ma a quel punto sarebbe stato lui a non avere più quell’interesse. Poteva lasciare tutto e correre da Giulia, l’avrebbe sposata e poi tornare in paese e magari ogni tanto ritornare in Piemonte, tanto se lo sarebbe potuto permettere. Ogni ipotesi lo feriva, l’amareggiava, infine, invece di essere felice d’avere trovato un autentico tesoro, ne fu triste. Allora covò l’idea di andare a nascondere il forziere con tutto l’oro per poterci riflettere ancora un po’ su, e dove? Nella grotta! Per prima cosa, bisognava togliere tutte le tracce della scoperta, così ritornò nel fosso, lo riempì di pietre e di terra, riportò sopra il grande masso e andò alla grotta. Strisciò sotto la pianta di spina santa e s’intrufolò dentro, accese la candela che si era portato e vide che era veramente grande! Strisciò per quasi un metro e mezzo, poi come un imbuto si allargava, si scendeva giù per quasi mezzo metro poi dopo un due metri per un altro mezzo metro, dentro vi era un grande spazio, delle nicchie aperte tutte a girare, sembravano mangiatoie, ne aveva viste in tutto il territorio di Camico, dicevano che erano tombe antichissime, poi vi era un altro cunicolo scavato nella roccia dove si accedeva ad un’altra stanza delle stesse dimensioni, sorpresa, trovò un antico archibugio e delle stoffe ormai lacere, sicuramente coperte, della paglia per terra, recipienti di terracotta, un tavolo con sopra due lampade ad olio in terracotta e due sedie di antica manifattura. Quello era un rifugio da tanto tempo non più utilizzato. Gesallà , immaginò qualche antenato brigante che si nascondeva in quel posto. Poi pensò al racconto del nonno che il bisavolo l’aveva fatta in barba ai piemontesi e non si era fatto il servizio militare, lo ricercarono, ma invano, in quel tempo vi era la fucilazione e quelli non erano come i borboni, quelli facevano sul serio, fucilavano sul posto, non ci stavano niente ad ammazzare un padre di famiglia.
Quel posto faceva al caso suo, così prese il forziere e lo trascinò dentro, prese una sola moneta e la intascò, scavò e lo seppellì, il teschio lo pose in una di quelle nicchie e lo coprì con il terriccio, poi con il pugnale incise una croce nella parete, si fece il segno della croce e mormorò le parole: “riposa ‘npaciâ€.
Appena fuori si sentì abbagliare dal sole e rinfrescare dall’aria, dentro aveva sudato, l’aria ristagnava. Chiuse la casa ‘nvardà la vestia e prese la via del ritorno.
Gli ritornò alla mente Assuntina con la sua boccuccia stretta, nel cuore covava una vendetta che via andando diveniva sempre più voglia di conquista e di qualcos’altro che si andava intrufolando nel cuore. Doveva risolvere questa situazione, pensava che si erano fidanzati, ma loro ancora non avevano scambiato nemmeno una parola, uno sguardo. Certamente lei magari poteva avere qualche remora ad accettare, perciò doveva prendere l’iniziativa, cosa? Al ritmo dei passi della vestia gli sgorgarono dei versi, erano lampanti nella sua mente, ma non li mormorò, per paura che nell’aria qualche spirdu li ascoltasse e li svuoterebbe della loro forza.
Questo di credere un aria piena di presenze benevole e maligne, ad dire la verità , non era solo di Gesallà , ma di tutti i Siciliani, tanto è che ancora oggi quando un neonato sbadiglia le madri fanno sulla loro bocca con l’indice e il pollice il segno della croce, sussurrando una preghiera protettiva, questo perché credono che vi può entrare dentro qualche spirdu malignu e impossessarsi della creatura, avvolte facendolo ammalare.
Si accorse di avere trovato una fiducia in se stesso come mai, stringeva tra le mani quella moneta come un talismano che gli garantiva il sicuro successo nella vita e nel futuro.
L’osservava al sole, da un lato vi era una testa coronata con la scritta FERD. III. P. F. A. SICIL. ET. HIER. REX. e dall’altra rilevava la Trinacria con tre spighe che escono dal centro in mezzo ad una ghirlanda di alloro, la cifra 0.2 e sopra le due iniziali V. B. Gesallà di quella moneta capì solo due cose che quella testa era di re, che allo rovescio vi era il simbolo del partito di Finocchiaro Aprile e che era d’oro e si vedeva al sole che era oro di quello buono, tanto da essere così ricco da sentirsi male.
Era arrivato nel dorso della collina, quasi alle quindici, il paese sembrava deserto dalla parte che scorgeva con il palazzo del barone e il lato sinistro della chiesa madre, poi continuava la casa del notaio Battista e lo spiazzo che spioveva nelle case dei pastori e delle mannare. Intuiva che la gente era in piazza a festeggiare il Redentore. Quando arrivò dentro la madre era preoccupata, lui si teneva dentro il suo segreto come una delle sue tante fantasticherie, il padre sembrava scrutare in lui qualcosa di diverso, ma non indagò, si lavò, mangiò si vestì in festa e uscì a godersi la Pasqua anche lui.
Il mattino seguente, ancora il sole non aveva spaccato il buio che imboccò la via per la bivatura, preceduto dal padre e quasi accanto il fratello, imboccò il marranzano e cominciò a suonare “ting tong! Tinghititong!â€. Il padre si voltò interrogandosi come mai? Cristenzio approvò con un sorriso. Dopo un po’ Gesallà comnciò a cantare ad alta voce:
Affaccia bedda ca stju vinennu
Vidi ka lu to zitu va cantannu
Ka ju sugnu u’ garofanu virmigliu
Ka tu si na rosa si nun mi sbagliu
Dopu la mezzanotti mi risvigliu
Pensu li to biddizzi moru e squagliu
Siddu pi sorti sta battaglia vinciu
Li to biddizzi cu nuddu li canciu
Ca vaju a lettu e rizzettu nun haju
Pregu ka l’arba và quantu ti viju
U suli affaccia ‘ncapu sta montagna
Su li to biddizzi mi pari k’ajorna.
Il sole incominciava a spuntare da sopra la collina illuminando quella strada nel mentre, l’anta della finestra di Assuntina si schiudeva, Gesallà riprese a suonare il marranzano e dopo un po’ continuò così:
Ka la me bedda nun sta tantu luntanu
Sta nni sti contorni ka vicinu
Bedda ju ti cantu ka davanti
Lu zitu sugnu ju e tu nun ni sa nenti
Ti la mentiri ju l’aneddu a lu jtu
Ti spusu ti nni veni a lu me latu
Nni mmitamu a tuttu lu cummitu
A li to genti e a lu me apparintatu
Si nun mi pigliu a tia nun mi maritu
‘Navanzi a Ddiu lu giuramentu è datu
Siddu pi sorti a la chiesa ‘un ti vidu
La lassu ‘ncuminciata e mi nni vaju.
Assuntina s’affacciò e guardandolo gli accennò un sorriso e rientrò subito, Gesallà strinse tra le mani il suo talismano e si sentì pervaso da una gioia sorda, ma sospirò inondato da quel bagliore dorato, tra il rumore degli zoccoli e il cinguettare di mille uccelli nell’aria frizzante di quella primavera.
Il padre non si sarebbe mai aspettato un tale atto d’audacia da quel figlio così serioso e silenzioso, poi era anche poeta, chi l’avrebbe mai detto. Il fratello si congratulava: “Bravu! Accussì si fa!â€. A la bivatura, ognuno diceva la sua, tanto che Gesallà s’emozionò e cacciò la vestia verso la collina.
Gli occhi inondati di lacrime
Cinquanta anni, come passano cinquanta anni? Mi chiedeva Gesallà , con gli occhi inondati di lacrime, ormai inchiodato in quella sedia con la gamba sinistra amputata, poi, afferrandomi per il polso e stringendomelo fortemente insisteva che si deve stare attenti al minimo segnale di dissenso di una donna, perché un uomo può essere condannato per tutta la vita ad essere di seconda scelta e perciò ad essere trattato senza il giusto rispetto. Una donna non sente il bisogno di dire tutta la verità ad un uomo di serie B o C e dietro la bugia spesso vi è il tradimento. Non con questo voleva alludere che la moglie Assunta lo avrebbe tradito, troppo timorata di Dio per farlo e il suo Dio non se ne sta nell’alto dei cieli quello agisce subito, qua in vita, e pesantemente.
Lo interruppi mentre parlava chiedendoci: “Ma il tesoro lo ha veramente trovato? E che ne ha fatto?â€. Lui allentò la mossa lasciandomi il polso e sorridendo s’abbandonò alla spalliera: “U tesoru…â€. Ricominciò a raccontare come se avesse la necessità di uscire fuori quella storia che si era tenuto dentro e avesse paura di morire e si porterebbe con se la sua storia, ma capii che non era nemmeno questo, perché mi disse per inciso che le piante, le pietre, l’aria s’impregna della nostra vita, come noi della loro e rimane lì pronta ad essere rimossa per essere raccontata e avvolte rivissuta. Come quel sassolino gli raccontò del Mondo d’Aria, un giorno, un albero d’ulivo narrerà la sua. E di ciò che diceva ne era più convinto che mai.
La moglie l’aveva lasciato lì su quella sedia l’aveva pregata di porgerle una coperta per mettersela sulle gambe, ma ora stramba com’è, se ne andò dimenticandolo, o diciamola tutta, rifiutandosi di prendergliela. Lui sentiva freddo nelle gambe, si in tutte e due, quella di carne e quella che più non c’era, fatta di pensiero, “d’Ariaâ€, anzi proprio in quella lo sentiva maggiormente. Quella gamba da quando la tagliarono se la sentiva li, viva come non mai, anche se quella di carne e ossa già da tempo è nella tomba di famiglia. I medici sono rimasti di stucco quando l’ha voluta indietro, “che ne dovete fare?â€. La carne moriva e rimaneva la volontà di essere tale, l’Aria.
Chi poteva immaginarselo che Assunta, prima di fidanzarsi con Gesallà si era amoreggiata con Saru Guerra, un suo coetaneo. Per amoreggiato si indente uno sguardo di più un mezzo sorriso. Però c’era stata un intesa. Tanto che quando si ufficializzò il fidanzamento, la madre di Saru andò a domandare conferma a casa sua, perché loro erano pronti a chiedere la mano di Assuntina, ma ormai era troppo tardi, anche se lei insisteva per un ripensamento, non era più possibile nessun passo indietro. La madre lo riferì ad Assuntina molto dopo, quando Saru già da tempo era partito per l’America, dove fece fortuna.
Lei ogni tanto aveva degli smarrimenti e si metteva a parlare non curandosi di quello che diceva, così Gesallà venne a sapere la verità su quel nì di cinquanta anni fa, un giorno mentre raccontava tutta quella storia alla nipote, non curandosi della sua presenza, che rimaneva amminchialiddutu con la bocca aperta e sprofondando in quella poltrona, anticamera della sua bara.
In paese si diceva che Saru era uomo di rispetto e non solo si era acquistato tanta proprietà , era ricco, aveva pure impiantato una piccola industria di conserve alimentari, si era sposato e aveva quattro figli sistemati come si deve. Assunta quasi rimproverava Gesallà , perché se non fosse stato per lui sarebbe stata lei la ricca signora Guerra, riverita da tutti.
“Fici bonu!â€. Continuava a dire tistiannu. Troppo comodo, se avesse utilizzato il tesoro e l’avrebbe coperta d’oro! Pensava che la comprensione, l’affetto di un uomo giusto, per lei poteva bastare, ma mai poteva immaginare che Assuntina aveva già scelto, un altro uomo, se lo avesse saputo non avrebbe mai e poi mai chiesto la sua mano. Quello che tanto temeva era accaduto. Lui era un uomo di seconda scelta e come tale ha meritato la verità dalla sua donna solo perché di tanto in tanto vaneggia. L’onestà , l’umiltà , la bontà , la volontà di gran lavoratore, l’affetto, non sono serviti per tutti questi cinquanta anni a cancellare il ricordo di quello scambio di sguardi o di quel mezzo sorriso. E poi aveva tanto oro quanto una madonna. I soldi li aveva guadagnati Gesallà ed erano lì nel libretto della posta, tutti a disposizione di lei. Ora si trovava solo senza figli, perché “lu Signuri non ce ne ha voluti dare, quando una donna si incattivisce è difficile che diventi madreâ€, in quella casa piena di ricordi ammuffiti che emanavo di tanto in tanto il tanfo del marciume. Di tanto in tanto, tra freddo e malinconia cavava dal suo cuore quel dolce ricordo, rimasto come la semenza del fiore più bello e più profumato del mondo pronto ad essere piantato e germogliare, e baciando nell’aria pronunziava quel nome, come una magia che per un attimo lo faceva ritornare giovane e affamato di vita, “Giulia! Bedda mia…â€
Precisava che sua moglie si era comportata come una buona donna non facendogli mancare mai né adenzia né affetto. Ora è così perché non sta bene con quello zuccaro che acchiana e scinni a proprio piacimento. Si dimentica le cose, si ‘ntuletta esce rientra poi esce di nuovo, così tutto il giorno fin quando si stanca.
“Allora il tesoro è ancora lì nella grotta?â€. Gesallà rise amaramente e disse: “Firdinandu terzu, re di Sicilia e di Gerusalemmi!â€. Quando il medico Balla ha visto quella moneta sgricchiò gli occhi e disse che aveva un valore enorme, era del 1814, Gesallà se la rideva pensando che ne aveva ancora altre milleottocentosessantanove, che l’aspettavano sepolte ancora in attesa di un giusto pensiero per andarle a prendere. Tante volte aveva avuto la tentazione, spinto dall’orgoglio dalla voglia di vendetta di qualche malefatta o discussione, ma Gesallà non era un uomo che cedeva alle tentazioni, lui aveva le idee chiare. Quando un uomo desidera di trovare un portafogli pieno di banconote, già pecca, perché indirettamente spera il male degli altri, cioè che un altro uomo lo perda nella disperazione. Lui ha trovato quel tesoro non smarrito, ma nascosto, per caso, gli ha cambiato il carattere, gli ha dato sicurezza, gli ha fatto capire che poi l’oro se ne può avere quanto se ne vuole ma non basterà mai a togliere il freddo della solitudine. Un vero sorriso, una vera parola, una vera carezza, un vero bacio, basterà anche il solo ricordo per avere un attimo di ristoro.
Lo spirito guardiano
La campagna è lì, abbandonata, da quando successe quella disgrazia, poveri alberelli…
Cinque anni fa, Cristenzio non era tornato dalla campagna, già era buio, e nel piccolo trattore non vi era luce, perciò era insolito che si attardasse così. Gesallà da poco era inchiodato in quella sedia e con trepidazione aspettava notizie, il cognato e il genero lo trovarono sparato in petto con la testa schiacciata da un grosso sasso sotto l’albero di ulivo vicino al viottolo. Quando dopo giorni andò a vedere il posto dove morì il fratello scoprì che quella grossa pietra del tesoro era stata rimossa. Si, proprio quel masso che era stato mosso per nasconderci il forziere e la testa di quel mal capitato, fu rimosso da Gesallà quel giorno e spostato ancora dalla furia assassina che diede morte al fratello, ora era lì ai bordi della strada, macchiato di sangue… Coincidenze, chiamiamole così… Non può stare lì a istupidirsi per le cose strane che succedono nella vita.
Quella mattina era stato portato con l’auto dal nipote Salvatore Limua, il genero di Cristenzio, costatare con i suoi occhi lo stato della campagna, il posto dove il fratello fu ucciso senza alcuna pietà , con un’ira bestiale tale da sollevare quella grossa pietra e tirargliela sulla testa. Fu sorpreso, sconfortato per quella strana coincidenza però fu preso da uno smanioso desiderio di rimettere quella pietra a suo posto, pensando che quella pietra ancora sporca di sangue ritorni nel suo posto di sempre sotto l’ulivo, così lo spirito guardiano rimaneva soddisfatto della sua ricompensa.
“Totò, lu niputi, tu ca lu Signuri ti fici accussì forti, m’affari u’ beni, piglia stu cacinaru e mettilu nni dda conca sutta l’arbulu, ti pregu!â€.
Il nipote sembrava allibito, provò sgomento, si leggeva benissimo negli occhi, smarrimento orrore. Allora capì che doveva essere troppo doloroso per il genero, che aveva tanto amato il suocero, toccare quell’orribile pietra impregnata dal suo sangue e così rinunziò ad insistere.
I vecchi narravano nelle lunghe serate al chiaro di luna nei cortili di streghe, cavalieri, maghi furfanti poveri e re, di castelli e tesori nascosti, di un tempo senza tempo, e arricchivano la fantasia dei bambini che stavano lì a sentire. Gesallà ricorda quella leggenda che i ladri quando nascondevano la refurtiva uccidevano un uomo così mettendo il fantasma di guardia. Ora lui pensava che quel teschio era dello spirito guardiano che si è ripreso una vita in cambio del tesoro. Lui, pensava con rammarico che doveva lasciare tutto lì, o almeno non prendere nemmeno quell’unica moneta.
Il colpevole la legge non l’aveva trovato ma Gesallà si. Il maresciallo aveva chiuso le indagini che si trattasse della solita lite tra contadini e pastori che da Caino e Abele ci sono sempre state, perché aveva avuto informazioni che il povero Cristrenzio già era arrivato a li mani con Tanu Cani perché pascolava abusivamente nella terra di famiglia. Quante nirbate prese Tanu lo sa solo lui e il maresciallo, ma lo hanno dovuto prosciogliere perché non vi era nessuna prova, anche se il suo alibi non reggeva così tanto. La prima cosa che fece appena liberato, in tarda serata andò a bussare alla porta di Gesallà . Assunta quando vide chi c’era dietro la porta le prese la balbuzie tale da non riuscire a spiegare chi fosse, così fu il marito a gridare: “Cu è?â€.
“Rapissi, ca ci ha parlari. Iu sugnu, Tanu Cani!â€
“Assuntina, rapi!â€
“Ma?â€
“Ti dissi apri sta porta e fallu acchianari!â€
Tanu, s’inginocchiò davanti Gesallà e gli volle baciare la mano, gli disse che era stato vero, erano mali pigliati, ma non si era sognato minimamente di uccidere, giurando sul suo sangue e su Dominiddiu. Lui non era un assassino e infondo confessava di avere torto perché le sue pecore, una volta erano entrate nell’orto e fecero danno veramente.
Gesallà lo guardò negli occhi e vide che dicevano la verità . Fu proprio negli occhi di Tanu Cani che ricordò, con diversa luce, gli occhi del nipote, come evitavano di incontrasi con i suoi durante il funerale e poi come si erano smarriti nell’abisso quando gli aveva fatto quella insolita richiesta di rimettere al posto quella pietra. Lui si che era abile ad alzarla, un omone di un metro e ottanta con due spalle quanto un armadio. Perché?
Cristenzio, dopo che il fratello si era sposato, non passarono poche settimane che si fidanzò con Serafina la figlia di don Vanni, si sposò nel giro di un anno ed ebbe quattro figli tre femmine e dopo il tanto sospirato mascolu. Le tre figlie si sposarono felicemente, il figlio maschio, Francesco come il nonno, non ha voluto sapere di campagna e studiò, poi entrò guardia di finanza e presta ancora servizio a Trieste. La campagna è sua, sia quella del padre che dello zio, la responsabilità è tutta sua, è lui l’erede.
Una notte di natale furono tutti riuniti, generi, figlie, nipoti, era arrivato pure Francesco con la moglie del continente e le sue due bambine, nella casa di Cristenzio. Anche Gesallà con Assuntina erano lì invitati. Salvatore gli stava lontano, solo quando s’avvicinò per scambiare gli auguri, Gesallà gli strinse forte la mano e se lo tirò quasi sopra sussurrandogli all’orecchio: “Pirchì?â€. Lui raggelò, si liberò la mano, dopo un po’ finse di sentirsi male e andò via.
Passarono un paio d’anni e si diede risposta a quel perché, il genero aveva strafatto con la costruzione di una casa e aveva avuto un crollo finanziario, il banco voleva l’avallo per concedere un prestito che avrebbe momentaneamente risolto il problema, l’aveva chiesto al suocero che non volle concederglielo, arrivarono così al diverbio e dopo averlo minacciato alzò la scupetta che portava con se e per rabbia sparò, lo colpì in pieno petto, ma non era morto così prese quel masso e glielo scaraventò in testa. Cristenzio glielo diceva sempre che era un fallito, glielo avrà detto anche quella volta. Gesallà lo suppose dai problemi che nonostante ha avuto con il banco. Salvatore non incrociò più lo sguardo con lo zio, non gli parlò più ed evitò d’incontrarlo.
Gesallà ricordava che quella mattina fu proprio per un istante che non gli rilevò al nipote il tesoro, era deciso a dirglielo quella mattina, lo vedeva così buono, lavoratore, padre di famiglia, e forse lo era veramente, chissà cosa gli è successo? Si chiedeva scrutando un punto indefinito davanti a se, forse un Uomo di Fuoco gli avrà suggerito tale gesto? E forse un Uomo d’Aria lo avrà dissuaso a rilevargli il tesoro? O forse questo uomo fatto di polvere e di pensiero, di Fuoco e di Aria, è un semplice animale e come tale si comporta.
Le riflessioni di GesallÃ
Mi poneva queste riflessioni, con tono amaro, con parole pesate, quando poi mi spiegò la sua teoria del sotto e sopra rimasi sconcertato, come un analfabeta abbia potuto dedurre tanto, giusto e sbagliato.
Nella polvere, diceva, vi è la consistenza di questo Mondo, e sotto ogni granello di polvere vi è infiniti Mondi fatti anch’essi di polvere dove sotto ogni granello ha altri infiniti mondi di polvere, fin quando sotto vi è il pensiero di essere tali, sotto ogni pensiero vi è il tempo come unica legge. Così per sopra, il nostro Mondo è un semplice granello di polvere del Mondo di sopra e così all’infinito. Sotto questo pensiero vi è il Grande Pensiero che contiene tutti i mondi in un unico Grande Mondo.
Siamo stati interrotti dal rumore della porta, stava entrando la zza Assuntina, mentre saliva la scala, lui sottovoce, timorosamente mi disse che era lei.
Lei entrò fece due semi giri su se stessa prima a destra poi a sinistra, mi focalizzò e s’avvicinò salutandomi, così mi chiesi chi fossi. Gesallà scorbuticamente le rispose che ero un amico.
Quando s’avvicinò notai che addosso aveva una collana a maglie grosse d’oro, più anelli e un bracciale come la collana, ma aveva una medaglia per ciondolo, anzi era una moneta, quando vide la trinacria di un lato e poi la testa coronato dall’altro, ho dedotto con stupore che era quella del tesoro. Assuntina notò il mio interesse e ritirò subito la mano che mi aveva teso.
-‘Un ti scantari! – Gli disse il marito, lanciandomi un occhiata d’intesa.
-Allora è ancora là ?
-E ddà arresta fin quannu quarcunu nun avi la furtuna, o la svintura, di truvallu!- Rimasi perplesso.
La zza Assuntina girò attorno al tavolo, farfugliò tra se non so cosa, poi mi ridiede la mano mi salutò e disse al marito che si era dimenticata di acquistare il pane e andò via.
-Fa accussì tri quattru voti lu jornu, finu a quannu ‘u’ si stanca.
Gesallà , con tono pacato, meditativo mi spiegò che il tesoro lui l’aveva speso tutto così e allargando le braccia nel vuoto mi disse che questo era quello che gli era rimasto. Come? Si! Attimo per attimo della sua vita, del suo tempo, quello è il vero tesoro, il tempo! Ora fermo lì, su quella sedia, con quel corpo che ha deciso di arrendersi, perché il suo tempo è finito, e lui dentro che ha voglia di alzarsi, andare a vedere quello che non è riuscito in tutti quegli anni: un alba boreale, una grande cascata d’acqua, calpestare il deserto udire il suo silenzio, i grandi monumenti e opere d’arti, le strade, le città , i piccoli borghi, i tanti volti di uomini, le bestie, le piante e amare tutto. Questo è il tesoro, questo Mondo, questo tempo. Quello dentro la grotta è niente confronto a quello di essere nati in questo Mondo. Rifletteva come è stato impossibile avere un figlio, come era facile fare un figlio e come era impossibile che ciò avvenga senza la volontà di Dio. Quando un Uomo nasce sembra che Dio gli dica: “Ecco, tutto ciò che vedi è tuo, ammira e amalo!â€. Invece di guardarci attorno chiniamo la testa e guardiamo per terra e solo pochi alzano la testa per ringraziare: “Grazie Padre!â€, così consumando tutto il tempo inseguendo il falso, la ricchezza materiale. Quanti vecchi muoiono lasciando proprietà e soldi in quantità , pur facendo una vita misera, precisava: -non umile ma misera-. Questo per dire che anche lui lasciava quella ricchezza materiale in quella grotta e non c’è da farsi meraviglia perché tanti altri lo fanno, tanti altri hanno il loro tesoro materiale e non spendono niente, muoiono attaccati al loro denaro, ciechi e miseri dentro.
Mi raccontò quando nel funerale di un suo zio, durante la veglia, quando ad un certo punto non si ha più niente da dire, così si passa alle frasi fatte, uno dei presenti esclama, facendo riferimento alle tante proprietà dello zio: “Alla fine ci portiamo solo quattro tavoleâ€. Gesallà pensò: -Perchì chi purtamu quannu nascemu?
Lo abbracciai e baciandoci ci salutammo, lui aveva gli occhi annegati nel rimpianto, comunque andai via lasciandolo nel suo silenzio.
Siculiana, 27 febbraio 2003
Alphonse Doria
lunedì, 07 febbraio 2005
IL PAZZICISMO
Sono le 19 e 35 del 14 febbraio del 2001 e ho finito di leggere “Così parlò Zarathustra†di Friedrich Nietzsche. Un’affermazione del libro mi portò indietro negli anni, precisamente al terzo di liceo scientifico, per l’appunto il 1974. Siamo nella parte quinta del libro: - Lode a quel valido, a quell’indomabile spirito che dà agli asini le ali, che munge le leonesse, e spazzerà via come un uragano l’ora presente e la plebe ! - Poi in seguito nel libro si arriva a divinizzare l’asino e a celebrare anche una festa, ma io non vi tedierò dilungandomi.
La terza effe era un insieme di ripetenti e di tre classi di secondo liceo. Allora, allo Scientifico “Leonardo†d’Agrigento si faceva sul serio, le bocciature erano normalissime, anzi, anno per anno le classi si dimezzavano e perciò si raggruppavano. Il Preside Sanbito, di statura bassa, robusto, capelli a spazzola era un mussoliniano e non teneva conto del sei politico, che i movimenti sessantottini cercavano d’istaurare nelle scuole. Come Mussolini anche lui scriveva poesie, proprio in quel periodo aveva pubblicato una raccolta dal titolo “L’Attesaâ€. Ricordo, per l’appunto, alcuni suoi versi: “ E - a lungo – i lenti sonni turbano dei mediocri l’originale tuo messaggio ai poveri e agli oppressi e il nuovo patto ai sofferenti secoli; se Ponzii e Scribi non trovi amici ti aspettano tre chiodi e una croce.â€. Si diceva che nella sua villa vi era il busto di Mussolini e anche alcuni fasci littonici che dopo la caduta del regime hanno tolto dai palazzi pubblici della città . â€Il mediocre doveva soccombere e chi invece aveva volontà e attitudine doveva andare avantiâ€. “La conoscenza è per tutti ma non l’attitudine al lavoro intellettuale. Il mondo ha bisogno di validi agricoltori e artigiani.†Con il senso del poi, sono d’accordo a questo concetto, al dire il vero, lo ero anche allora, secondo me, è stata quest’idea politica ha trasformare le scuole medie superiori in tanti parcheggi per disoccupati, ritardando l’ingresso nel mondo del lavoro a molti giovani trovatesi disadattati e spesso a fare parte di quel grande esercito di Siciliani e di Meridionali a fare concorsi per impieghi pubblici. Io stesso ho preso la maturità per poi soccombere all’università … Forse, questa gran massa lavorativa doveva stare nelle piazze a protestare contro una classe politica che ha pensato solo a farsi i fatti propri. Quello stimolo di rivolta sociale non è arrivato nemmeno dai comunisti, forse perché i dirigenti facevano il salotto buono con i grandi banchieri (vedi Cuccia, un fascista che pagava la tangente al P.C.I. controllando così i sindacati!).
Sono incavolato perché ricordo un’assemblea organizzata dal Movimento studentesco, ma dietro a muovere i fili c’erano quelli del partito. Per testimoniare il mio dissenso al sei politico e per denunziare che il movimento era gestito da uomini del partito mi stavano linciando, sono riuscito a fuggire grazie a Francesca, una ragazza che mi perseguitava e che si era interposta tra me e loro permettendomi così, la fuga. Non partecipai mai più a delle manifestazioni studentesche… Ah Bakunin!
PERO’, ricordo un mio compagno di questo terzo liceo, già ripetente, talaltro rimasto lì perché bocciato un’altra volta, Mimmo. Questo mio amico, che quando raccontava qualcosa era tutto rumori da sembrare un cartoon, per la logica del preside e quella mia era consigliabile che Mimmo avrebbe preso tutt’altra strada che lo studio. I fatti avvenire ci hanno dato torto. Mimmo non solo si laureò con il massimo, anche se nella stagione estiva andava a fare il cameriere e a vendemmiare per aiutare la famiglia a mantenerlo agli studi, è anche un ottimo insegnante di matematica e scienze.
Immaginate un’aula fredda di un vecchio padiglione del manicomio ceduto alla scuola, con quasi quaranta ragazzi dentro, cosa sia successo, di tutto e di più.
Ricordo un giorno, nell’ora d’anatomia, avevamo una professoressa anziana e zitella che non lavava i denti perché era convinta che il tartaro li conservava più a lungo. Spesso mi veniva di pensare che lo spazzolino non poteva essere più sufficiente ed occorreva lo scalpello e una giornata di un manovale edile. Quel giorno la lezione era su i muscoli, e un ragazzone: Ramunnu, alto e robusto, con un vocione da opera lirica. Si è alzato e se n’è uscito con un intervento che fece imbarazzare e arrossire l’insegnante per un bel po’: - Professoressa, mi scusi, il pene è un muscolo involontario o volontario? “. La risposta non è stata assolutamente esauriente, forse per mancanza d’esperienza pratica, forse per le risa che fiorivano in ogni parte della classe, forse perché Ramunnu continuava ad espletare il suo quesito aggiungendo particolari e quindi peggiorando il tutto. Ramunnu: - Professoressa, mi scusi, se io penso che il mio pene deve essere eretto come muovere un dito, o qualsiasi altro muscolo, il mio pene non esegue, invece senza pensarci si trova il pene eretto anche senza volerlo, però lo stimolo deve arrivare sempre dal cervello, perché se uno vede una bella donna e sì eccita… - E non bastavano i nostri - Bonu Ramù! -; - Lassila ddocu! – A farlo smettere, capisco che il suo dubbio culturalmente era lecito, e se vogliamo anche legalmente, poiché lui era lo studente e lei era l’insegnante, ma a tutto c’è un limite.
La stessa insegnate, l’anno successivo, mi perdonò una catastrofe di carattere interplanetaria. Mi spiego meglio, la mia classe era alla prima ora nell’aula d’astronomia con la prof. e stavano osservando le orbite dei pianeti del sistema solare con il planetario che funzionava a corrente elettrica, perciò alimentato tramite una prolunga. Io, in ritardo entro pian pianino agevolato dal buio per non farmi vedere da lei, ma il fato volle che inciampai in quel prolungo e quel sistema solare andò a finire a terra, pensai di essere rovinato quando accesero la luce e mi videro come il discobolo. Lei se ne uscì con un sorriso e una frase che lasciò tutti sorpresi: “Sei sempre il solito!â€.
Forse il nostro era l’unico liceo al mondo a non avere le classi miste, questo ci pesava nei confronti dei ragazzi del classico. Sembravano più moderni di noi, più avanti con i tempi. Non parliamo dei ragazzi che venivano dalla provincia! Penalizzati anche nelle medie inferiori e nelle elementari sempre tenuti a distanza dalle ragazze: file separate, anche le classi, proprio nessun contatto. Questo ci creava non pochi complessi a socializzare con l’altro sesso, scambiando ogni piccolo atteggiamento in un richiamo erotico sentimentale. Per forza, Ramunnu, un concetto di semplice anatomia lo trasformava in filosofia…
Un contatto con le ragazze l’avevamo: alla palestra all’aperto nell’ora di educazione fisica. I miei compagni saltellavano di qua e di là , io e qualche altro malusu me ne stavo facendo il pubblico nelle partite di palla a volo delle ragazze. Ancora non ho capito come funziona questo gioco, anche perché il nostro interesse non era alla palla, bensì ad altre rotondità che sobbalzavano ai nostri occhi. Loro, con quelle mutandine nere, o calzoncini a forma di slip, forse ignare, ne davano bene mostra. Ogni tanto esclamavamo un: “BRAVA!†ad alta voce e sottovoce, un â€bonaâ€.
Capitava che non vi erano ragazze in palestra, allora avevamo un altro interesse: andare a fare visita ai pazzi. Tra il nostro liceo e il loro padiglione vi era la palestra e una rete ci divideva. Rinchiusi lì, innocenti, con abiti miseri, chi con qualche pastrano militare, senza indumenti intimi, lasciavano vedere la loro nudità innocente. I loro sguardi, avvolte erano rivolti ad un campo visivo diverso dal nostro, o ci vedevano senza guardarci.
Ognuno era a sé, passeggiava farfugliando parole, quando uno di noi si appressava alla rete, avvolte come un visitatore allo zoo, qualcuno di loro s’avvicinava e ci sorrideva. La prima volta per me è stata un’esperienza amara, pensando la crudeltà della società che rinchiudevano simili perché scomodi per la loro alienazione. Noi, visitatori di quello zoo, capivamo con tristezza che dietro la rete non vi erano animali, anche se trattati come tali, ma persone a pari dignità di noi tutti. Ci organizzammo diversamente, e poi non mancò una volta che andando in palestra non portavamo per loro delle sigarette o delle caramelle e loro come delle scimmie allo zoo le accettavano di buon grado, per dire, che la crudeltà , anche in quel gesto, perpetrava oltre la nostra buon’intenzione. Fortunatamente la legge è cambiata. Spero che cambi anche la nostra apparente “civiltà â€.
Allora, mentre mi avviavo da Piazza Stazione, dove vi era la fermata degli autobus, alla scuola attraversando tutto il Viale Della Vittoria, spesso canticchiavo una canzone, non so l’autore, i versi del ritornello erano: †Aprite i cancelli, pazzi son questi, pazzi son quelli!â€. Lungo questo viale nascevano tutte le discussioni possibili e immaginarie. Avvolte, io e un mio collega ci cimentavamo in espressioni matematiche perciò soffermandoci e discutendo animosamente. Ogni tanto prendevamo in giro gli abitanti dei palazzoni imitando i venditori di ricotta o d’ortaggi vari come: rosi di broccoli, cacocciuli, oppure prendevamo in giro lo studio della filosofia. Fu un giorno di questi, tra un’abbanniatina e una discussione, che stravagante come sempre, mi avviai per il viale con tre palloncini gonfiati attaccati con un filo, uno lungo e due sferici. Una nonnina arzilla, ben curata e ben vestita, mi guardava con curiosità , allora io accorgendomi del suo atteggiamento le annunciai che il nostro movimento stava manifestando per la libertà sessuale, gridando di tanto in tanto: “Viva le orge! Viviamo senza inibizioni le nostre felicità sessuali!â€. Non ci credete, si è aggregata a noi! I miei compagni si sconquassavano dalle risate. Quando, poi mi chiese il nome del movimento, allora lei suo malgrado, capì che l’avevo presa in giro. “Come si chiama il vostro movimento?â€. Sempre seriamente, con il mio giaccone con fantasia di fiori viola: â€Il nostro movimento è filosofico ed è il Pazzicismo!†Fu così che la distinta signora rallentò il passo e rimase indietro mentre noi continuavamo verso il manicomio. Quest’episodio, arrivati a scuola fu reso pubblico, anzi passò di classe in classe, tanto che, nella ricreazione IL PAZZICISMO era già famoso.
Avevo fatto un decalogo enunciato a voce e così tramandato da compagno a compagno, ma non ricordo quasi niente, però ricordo dove si poggiava tutta la struttura filosofica. Affermavo con sobria aria cattedratica: LA VERITA’ E’ UNA MENSOGNA CHE C’INVENTIAMO PER SAPERLA! Con questa radice, tutte le altre verità filosofiche e religiose crollavano.
Il primo effetto è stato la rivoluzione religiosa. Carmelo S. di Favara ne ha dedotto così, che anche il Cristianesimo ha potuto essere un inganno creato per conoscerlo come verità al servizio del potere. Io acconsentii, ormai entrato nel mio personaggio pienamente, come Zarathustra reincarnato: Gesù ha avuto troppa gloria per essere il vero Messia, anche perché solo Giuda ha permesso la realizzazione della profezia con il tradimento, se vogliamo chiamarlo così. Proprio Giuda si caricò di tutte le colpe e di tutti i peccati del genere umano, anche quello del tradimento a Dio. Non dimentichiamo che Giuda era un infiltrato tra gli Apostoli, degli indipendentisti ebrei che subivano il pesante piede della colonizzazione dell’Impero Romano, perciò ha voluto scuotere l’animo del Cristo mettendolo al muro, pensando che una volta i Romani lo avessero punito, Lui avrebbe reagito castigandoli e così riscattando tutto il suo Popolo. Sappiamo che non è andata così, il Messia se ne fece fare di tutti colori standosi bono bono e Giuda capendo d’essersi sbagliato, non era il Messia del riscatto del Popolo ebraico, buttò per terra quei trenta danari di verità e s’impiccò. Ne deduciamo che a caricarsi tutti i peccati del mondo senza glorie è stato proprio Giuda. Allora invece della croce il simbolo doveva essere un nodo cursore. Chissà se chi è già passato nei giardini dell’aldilà non ha scoperto che il vero Messia è stato Giuda e non Gesù? A questo punto la verità è veramente l’assurdo! L’assurdo per noi Siciliani è: LU SCECCU VOLA! Dopo una breve e animata e partecipata discussione tra il crocifisso o il nodo cursore, prende piede una terza corrente: quella favarese. Loro hanno molta dimestichezza con gli asini tanto che nel linguaggio comune ha quest’espressione: â€Ah… a chi è sceccu?â€. Presto fatto. Si realizza un’icona d’u’ sceccu ad ali spiegate e si sostituisce al crocifisso, messo, diabolicamente ed inesorabilmente, in forte dubbio.
Suona la campana, la ricreazione è finita. Tutti consci della rivoluzione avvenuta, come a Bronte che dopo i fatti ognuno se ne stavano chiusi dentro le case, così noi stavamo chiusi nei nostri paltò e silenziosi. Entra il professore di matematica. Tutti in piedi, “seduti, oggi s’interrogaâ€. Il professor C. è un tipico insegnante che nel linguaggio e nei modi non nasconde la sua origine agricola, mescolando tra dialetto e italiano una lezione formale e fredda che lascia indifferenti gli studenti tanto che viene facile distrarsi e vagare con la mente in ambienti virtuali escatologici. Dà quella confidenza sterile, perché uno si aspetta magari un piccolo voto in più dopo le battute confidenziali e invece no! La stancata se la deve dare la dà lo stesso. Uso il tempo presente perché lui insegna ancora. Quando qualcuno sbagliava subito lo appellava con: †testa di cavaddu!†Oppure: “ Animale!â€. Una volta un mio compagno si è appellato alla seconda esclamazione, il prof. Se ne uscì con una delle sue: “ Perché che sei un minerale o un vegetale? Appartieni al mondo animale perciò non ti devi offendereâ€.
Carmelo S., non stava nella pelle a sperimentare l’effetto della sua geniale trovata, e così, mentre il prof. se ne stava a testa bassa sul registro alla ricerca della vittima sacrificale, interviene: â€Provessù, u sceccu vola!†Il prof. se ne stava muto non accettando la provocazione. Allora Carmelo incalza: “Taliassi, provessù (indicando il posto) lu sceccu vola!†Il prof. da un’occhiata e se n’esce con una delle sue: “Chi c’è di meravigliarisi nna li banchi ci nn’è tanti scecchi ca vennu a la scola…â€
Carmelo: “ Veru prevessù, ci nn’è tanti scecchi ca ‘nsignanu!â€
Prof.:â€S. vieni interrogato accussì videmu quantu si sceccu.â€
Ormai il teorema che ognuno di noi poteva crearsi una verità a proprio comodo e consumo ha fatto di ognuno un filosofo e non occorreva dimostrare un bel niente, tutto era lecito.
Ricordo la trovata di Tino, diminutivo di cretino, un ragazzo d’Aragona con un fisico atletico eccezionale, un giorno ci fece restare a bocca aperta dicendo: “Io, per paura della morte mi uccido!†Quanta verità assurda c’è, e lo dimostrano i fatti di cronaca dove a volte la ragione di un suicidio è la scoperta di una malattia grave e mortale.
La teoria dell’infinito, in altre parole il macrocosmo nel microcosmo e che in ogni microcosmo vi è un macrocosmo fatto da tanti altri microcosmi dove vi sono ancora macrocosmi, all’infinito. La teoria espansionistica dell’infinito consisteva nel continuo espandersi non perché tutto è stato dovuto alla grande esplosione, considerandola solo la voluntas dei, ma perché la materia si dilata continuamente attimo per attimo. Tanto che, se un uomo andasse in un’altra dimensione per un tot tempo al ritorno nei nostri confronti sarebbe un tot più minuscolo, perché non è stato soggetto al continuo processo di dilatazione della materia, che proporzionalmente seguono tutti i cosmi dell’infinito. PURO PAZZICISMO! La donna è nata prima dell’uomo perché è l’essere principale poiché l’uomo ha le mammelle senza nessuna funzione e invece alla donna servono per allattare la prole. Così se vi sia stata una prima creatura non è stato sicuro Adamo bensì Eva. Si metteva in dubbio la stessa matematica perché, si supponeva che come strumento non era perfetto, anzi assolutamente imperfetto, tanto d’avere bisogno dei numeri fissi per fare combaciare i conti. Ma tutto è verità , basta crederci veramente, anche l’aldilà è come uno lo vuole, anzi, come uno lo crede. Se un uomo sogna il proprio paradiso con fiumi di latte e miele e belle donne sarà così. Se un uomo crede che dopo la morte non vi è più niente, dopo la morte per quell’uomo non vi sarà che il niente. Se un uomo pensa che questa vita è solo un brutto sogno e morendo si risveglierà nella propria, sarà così. Il Pazzicismo arriva a concludere che la ragione è pazzia ed è stata proprio questa follia trasformare il proprio essere vivente che è l’Organismo Terra, uccidendolo e così uccidendo anche noi stessi. Ogni trasformazione dal naturale all’artefatto è un’alienazione per ogni essere vivente con conseguenze catastrofiche. Gli animali sono giusti e sani, gli uomini pazzi. Perciò solo una pazzia sana, come il Pazzicismo potrà portare l’uomo alla dritta via, alla salvezza del pianeta e della vita. La corsa al consumismo all’arricchimento al potere tutto è follia pura. Dobbiamo credere che gli asini volano per ritornare giusti. Credendo, per assurdo, a qualsivoglia dio, ad ogni idea, si mette tutto in discussione e si accetterà solo la legge scritta nella vita, in ogni forma di essere.
Capisco che in queste parole non vi è niente di comico, ma immaginatevi in un’interrogazione di filosofia, quando ad un’insegnante, supplente appena laureata, interrogando su i sofisti si rispondeva che tutta la filosofia era una forma estrema di pazzia, dandone spiegazione di tale tesi, che faccia poteva fare… La povera donna non sapeva se rispondermi, se allontanarmi dalla classe o mandarmi a sedere. Non si era preparata a tanta cattiveria, rimaneva ad ascoltarmi e poi ripeteva la domanda, guardava attonita, ma la classe ormai era irrequieta tra risatine e battutine che questa volta non fu sufficiente richiamare l’ordine e fuggì dalla classe piangendo. A pensare che la mattina l’avevo incontrata per strada e le avevo fatto anche un complimento, tanto che lei se lo legò al dito e si vendicò interrogandomi. Io ero andato a gabinetto quando lei incominciò a leggere i nomi e quando arrivò al mio disse: “Doria, questo vostro compagno ha un nome nobileâ€. Ne fui subito informato dell’accaduto. Indossavo un abbigliamento tutto particolare: pantaloni e camice neri e foulard grigio perla. Erano vestiti smessi di mio zio Pasquale, proprietario di una pizzeria in Germania, frequentatore di Night Club. Assolutamente per l’epoca non adatti ad uno studente, ma precisi per inscenare il personaggio del nobile decaduto. Mi ricordo che una volta, con questo vestiario, ho fatto credere ad una classe di prima che ero il loro insegnante di religione e solo dopo le male parole si sono accorti dello scherzo. Così appena rientrato mi presentai a lei dandole la mano con un colpo di tacchi: “Sono Doria, mio padre nobile decaduto, che vuole con questi voli di rondini tra gioco e belle donne ha dissipato il gran patrimonio… Sono Doria il marchese e vengo una volta al mese. “ A questa battuta finale la classe scoppiò a ridere. Lei fu pronta a richiamare l’ordine, ricordandosi in un lampo l’incontro inopportuno di poche ore fa: “Visto che lei è così spiritoso vediamo se mi sa dire Gorgia, negando l’essere a quale scuola filosofica si oppone?†Ed io iniziai entrando nell’altro personaggio: il maestro: “Tutto può essere vero se si ha forza e abilità di imporlo come vero! Questa verità è solo pazzia!…†Potrò mai più dimenticare quel neo sul labbro superiore tremare e il continuo nervoso battito di ciglia mentre esponevo come un sofista, il mio Pazzicismo? Ormai questi aneddoti giravano per tutto il plesso del manicomio del liceo, magari con aggiunta di un pizzico di fantasia.
Riporto solo qualche aneddoto che ricordo, come nell’interrogazione di storia, che Catone portò una fica da Cartagine per dimostrare com’era fiorente e potente. La professoressa (Angela), mi ha corretto: â€Un ficu?â€, ed io: â€L’albero del melo il suo frutto si chiama mela, il pero la pera, il fico la fica!â€. Battuta d’avanspettacolo, ma altresì autentica.
La prof. (Angela C.), una donna ben formata con degli occhi neri profondi e lineamenti mediterranei, in secondo liceo all’inizio dell’anno mi aveva preso in tale antipatia che entrava lei e uscivo io, a mio avviso, mi allontanava dalla classe senza un giusto motivo. Un giorno, mentre spiegava Ovidio e la sua Musa ispiratrice, ricordandosi che io scrivevo delle minchiate in rima e in metrica per prendermi in giro di fronte ai compagni mi chiese chi era la mia Musa ispiratrice. Capitò male. Il periodo del liceo è stato un po’ particolare, perché dovevo studiare dentro il negozio d’elettrodomestici di mio padre e fin quando non vi erano clienti si poteva studiare e i ritagli di tempo tra gli amici che mi venivano a trovare (loro ritrovo) e i clienti, il tempo era limitato, perciò studiavo la notte. Anche perché il negozio chiudeva alle 21, uscivo con gli amici e rientravo a casa alle 23 24, cenavo accompagnando abbondantemente con vino di casa del vigneto della Calua (contrada del territorio di Siculiana che ha un nome arabo che significa fonte di acqua dolce), e poi incominciavo a studiare, finendo spesso dopo le 4 di mattina. Nella stanza dormivamo io e mio fratello Andrea e mio padre per svegliarci aveva montato una campana come quella che segnava le ore nelle scuole, e l’azionava tramite interruttore dalla cucina e dovevamo andare noi a staccare la campana. Non solo svegliava noi ma anche tutto il quartiere. Il suono della campana, azionata alle 6e45, mi prendeva il cervello e me lo pigiava tutto come cera ponga, fin quando non lo liquefala totalmente. Forse il Pazzicismo ha avuto origine da quest’esperienza? Quel negozio ha rovinato la mia infanzia e la mia giovinezza perché dall’età di nove anni in poi ho dovuto dividere la vita dentro quei locali come un prigioniero. Questa mia prigionia mi trasformò in un grafomane, scrivevo ovunque. Così quella mattina scrissi una delle mie minchiate in versi proprio nel cesso, perciò usando carta igienica, come Silvio Pellico usò il sangue per le sue memorie…
A quella domanda, tra il cervello prima bollito dal vino della Calua e poi liquefatto dalla campana di mio padre, non provai nessuna difficoltà ad annunciarle che la mia Musa ispiratrice era proprio lei! Sosterrei che per lei è stata una gradita sorpresa, così con un sorrisetto di compiacimento, mi chiesi se avevo da farle leggere qualche poesia. Le lessi quella poesia nascondendo dietro le spalle del mio compagno il foglio. Alla fine lei voleva quel foglio, ma non potevo proprio farle vedere che era stata scritta su uno strappo di carta igienica, lasciandole immaginare così, sia il luogo sia il momento della mia ispirazione. Da quel giorno nacque una gran simpatia tra noi.
Il divertimento era mettere a confronto il Pazzicismo con gli insegnanti di filosofia delle altre classi, non sempre suscitavamo interesse, anche perché intuivano o avevano saputo lo sfottò che sotto sotto c’era. Incontrammo, io e altri compagni, un insegnante di filosofia che ci avevano segnalato come un po’ partuteddu, come quel vino che è ormai nella via dell’aceto. Robusto, alto uno e ottanta, con una folta capigliatura nera liscia, si guardava da tutti i lati mentre parlava con noi guardingo. Forse era stato richiamato dal preside per le sue stranezze e gli si era accentuata la mania di persecuzione, vedeva spie del preside in ogni angolo e in ognuno.
Noi avevamo conquistato la sua fiducia, anche se prima ci aveva osservato penetrando nel nostro sguardo attentamente. Gli avevo chiesto: “Cosa stavamo a studiare, se poi una qualsiasi verità , storica o scientifica, poggiava le basi sul linguaggio e qualsiasi forma di linguaggio afferma il non è?†Lui dopo essersi rassicurato, dopo avere guardato a dritta e a manca e avere atteso che qualche sguardo e orecchie indiscrete si fossero allontanate incominciò: “Avete pienamente ragione, la cultura è solo propaganda di potere, quello che veramente si deve sapere è tenuto gelosamente nascosto dai padroni del mondo, al resto dei ciglioni terrestri è tenuto sapere solo le minchiate…†A questo punto si avvicina Filippo Buhagiar, un nostro compagno, sicuramente d’origine maltese, un ragazzo buonissimo, con un viso orientale e un bel naso africano occhi a mandorla, robusto e con altezza medio bassa, andava ridacchiando curiosando di qua e di là per quello che combinavamo. Va bene, ma un prezzo lo doveva pagare ed era arrivato il momento opportuno. Buhagiar si era avvicinato con il risolino tra le labbra, tutto orecchie per la curiosità . Io mi accostai all’orecchio del professore e gli sussurrai di stare attento che quello era una spia del preside. Buhagiar: “Buongiorno, professore!†Il prof.: “Che buongiorno al cazzo! Che cosa vuoi? Vattene in classe prima che ti do una bell’esclusione!â€. Buhagiar: “Ma? Ma?†A questo punto ha intuito che gli avevamo combinato qualcosa e guardandoci in cagnesco: “Bastardi… Professore è la ricreazione!†Il mio compagno che non ricordo chi fosse: “Il cardellino…†Il Professore: “La ricreazione si fa in classe e non andando curiosando di qua e di la, vai via!†Filippo Così andò nero in volto continuando ad insultarci.
Il Pazzicismo affrontò la questione sessuale in maniera molto precisa e dilungandosi in diversi rami. Che cosa è il sesso? Sicuramente non è l’organo genitale, bensì la sua anima, ovverosia la mente dell’organo genitale. Laddove l’organo genitale serve per la riproduzione il sesso è come il colore nei fiori, l’attrazione dell’organo genitale. L’uomo però, deve riuscire ad avere un controllo del proprio corpo per l’ordine della natura e non lasciarsi trasportare dalle deviazioni. Tanto più che proprio l’uomo è secondario alla donna essendone un derivato. Questo discorso era appurato con uno dei maggiori fimminari della classe Totò LR., dava mmastu a tante ragazze e noi come i gabbiani dietro una nave riuscivamo a beccare qualcosa pure. Lui, allora, era un ragazzo alto, con lineamenti gentili, in ottima forma fisica. Era la prova vivente della nostra teoria anti-gay. Il professore d’artistica, Andrea C., si è dilungato sulla fedeltà della donna, dando per certo che il tradimento è insito nella natura della femmina. Asseriva che anche sua moglie, come tutte le compagne di questo mondo, mentre conferiva amorosamente e sessualmente con lui, anche all’apice, sicuramente aiutava la sua libido sostituendolo mentalmente con l’immagine di qualche bel giovane incontrato durante la giornata. Allora, da che cosa si distingue il tradimento mentale da quello reale? Forse è più grave quello mentale da quello fisico, perché è solo il corpo che partecipa e l’entità è completamente alienata mentre con la mente partecipa realmente il Se, la persona tutta con i suoi ricordi e le sue speranze. Sappiamo che nel Pazzicismo la verità è solo una bugia che cerchiamo di inventarci per saperla. Così venni a sapere che tutta la verità costruita dal prof. Andrea C. (GRANDE ARTISTA), era un alibi alle sue scappatelle con belle ragazze, spesso molto più giovane di lui. La più tremenda verità è stata quando una sera alla stazione ferroviaria di Agrigento ho visto parcheggiare una Porche bianca e da lì scendere una sventola alta con un cappotto leopardato, e sotto una minigonna mozzafiato, focalizzando attentamente il viso ho scoperto che quella era Toto LR. Dopo, venni a sapere che durante le vacanze era stato con degli amici dell’alta borghesia e si trovò coinvolto in un’orgia e così avviato all’altra verità , fatta di libidine non preoccupandosi di avere indebolito una teoria del Pazzicismo però rafforzando tutta la struttura filosofica. L’uomo annullando l’esistenza della Verità assoluta pone se stesso come artefice dell’Essere. Il Pazzicismo è un nuovo Rinascimento individuale del Se. Crearsi ognuno la propria verità non significa il caos tendere così verso il Non E’ ma incamminarsi verso l’Anarchia, vale a dire verso l’ordine dell’Essere, l’Infinito, il Cosmo. In questo Neorinascimento dove il proprio Se è padrone della Verità non può farsi deviare dai sensi trascinandosi in un vortice di passioni spesso poco autentici scardinando il grande Ordine e così lasciarsi risucchiare dal Non E’. In conseguenza di ciò se io mi trovo il mio organo genitale maschile devo impostare la mia vita sessuale in relazione a tale organo. E’ la stessa sensazione di un uomo in bilico di un dirupo ed è attratto dal vuoto sotto di lui. Così l’uomo è attratto dal Non E’. Quest’attrazione avviene nella passione sessuale o nell’esproprio illecito o nella sopraffazione delle libertà altrui, fino ad arrivare all’omicidio. Ma il nuovo uomo è grande e forte e riesce a stare dritto di fronde allo svalangu senza essere risucchiato dal vuoto. Però c’è un però ed è Totò LR. È lì! Esiste, E’! Con la sua minigonna e i suoi tacchi alti. Se fosse stato un personaggio inventato l’avrei semplicemente cancellato, ma lui esiste veramente nel mio passato, allora? Allora lasciamo che l’uomo viva la propria gioia sessuale impostando la propria vita nel caos e nella pazzia. Ciò non significa che l’ombra abbia completamente annegato l’anima, perché sia il Bene sia il Male sono altre verità minori fuori discussione. Quello che conta che il modo di vivere di alcuni, non diventi una verità assoluta sopra di tutte le altre e sia circoscritto nella riservatezza. Ogni uomo non può fare della propria alienazione un diritto sociale! Come già hanno fatto i pedofili o le coppie gay che vogliono il riconoscimento come famiglia al pari di un marito e una moglie che soffocano tante proprie libertà per adoperarsi nei grandi compiti sociali, come padre e madre. Massimo rispetto per i gay e che vivano la propria vita nel diritto di viverla come vogliono. Nel concetto del Pazzicismo nessuno è perseguitabile perché nessun uomo è detentore della Verità assoluta.
Qualche volta s’incontra un vecchio compagno. Il piacere d’incontrarsi dopo tanti anni è limitato al passato, senza alcuna proiezione verso il futuro, senza attinenza alcuna con il presente. Fotografie sbiadite in bianco e nero. Per questo motivo non ho voluto mai accettare una rimpatriata con quelle cene fatte di “ti ricordiâ€. Però mi fa piacere rivedere di tanto in tanto qualche vecchio viso del banco affianco o dietro o davanti. L’altra volta mi arrivarono dei saluti da parte degli aragonesi: Tino e Carmelo, divenuti entrambi evangelisti, chiedevano quale fede abbia abbracciato io. Il mio paesano rispose che ero un cattolico poco praticante, un po’ come tutti. Loro si chiedevano come mai un pazzicista come me, era così conformista. Io risposi al mio conoscente, che di cultura sono cattolico, come anche lui e poi tutti, di fede a secondo come mi sveglio: cattolico, cristiano, evangelista, pagano, animista, musulmano, induista, buddista e se vuoi anche ateo.
Carmelo S. è divenuto un dottore importante al Policlinico di Palermo. Sono venuto a conoscenza in un telegiornale regionale che mentre era in sala operatoria la grande lampada gli è caduta in testa causandogli un trauma cranico. Ho pensato che quando si è ripreso, si è messo a ridere ricordandosi quando attraversavamo le strisce pedonali se qualche auto si fermava bruscamente ci buttavamo sul cofano inscenando di averci investiti.
Calogero Spez. è stato il mio compagno di banco per tutti i cinque anni di liceo. E se ne ha fatto risate… Complice del mio Pazzicismo totalmente. Un giorno, non ricordo come mai mi invitò a casa sua. Mi parlava sempre della sorella più grande di lui. Lui esile con una grande dentatura e la testa schiacciata nei lati, intelligente e diligente. Non so perché, mi ero fatto un’idea che la sorella doveva essere qualcosa di straordinario, di bello, forse per la legge degli opposti: il fratello brutto, la sorella bella. Arrivammo a Porto Empedocle, il padre di Calogero faceva il sacrestano e abitavano in una casa abbastanza vecchia, con un portone di legno e una scala scardinata, camere grandi con soffitte alte in gesso. La madre mi ha accolto con tanto calore. Lui ad un certo punto mi chiede se avessi gradito un caffè, accettai e così dopo un po’ mi ha annunciato che sua sorella lo stava portando. Vidi arrivare uno strano essere con una testa stretta e due lenti come fondi di bottiglie di gassose un collo lungo ad esse un corpo esile fornito di gobba e passo di volatile domestico, era lei… Con una voce gutturale e soffocata disse: “caffè!â€.
E’ certo che non ho avuto un grande successo né come scuola né economicamente ma non ho mai smesso di essere un pazzicista misurando tutte le mie scelte con il mio modo di pensare. Sembra stupido ma ripercorrerei tutti i bivi che ho gia passato.
“Essi son divenuti tutti pii, essi pregano, essi son matti!†–esclamò meravigliato. E, in fatti, tutti quegli uomini superiori – i due re, il papa, il cattivo mago, il mendicante volontario, il viandante-ombra, il vecchio indovino, il conscenzioso dello spirito e il più brutto degli uomini – tutti, al pari di bambini o di vecchie donnicciuole, inginocchiati, adoravano l’asino.â€
Così parlò Zarathustra!