giovedì, 27 gennaio 2005
IL SOGNO DEI ROSPI


I


Ho deciso di afferrare il rospaccio, di almeno sei chili, che mi salta dentro la mente da tutte le parti. Ormai da troppo tempo ho fatto finta di non vederlo, di non sentirlo gracchiare, con quegli occhi e quella boccaccia che sembra deridermi in ogni mio minuzioso pensiero o deduzione. Mi sono fatto coraggio superando lo schifo che la sua orripilante e vischiosa figura mi fa. Sembra proprio uscito da uno di quelle uova fatali del genio di Bulgakov. Il problema è proprio questo, mi è entrato dentro la mente, o è una mia creatura?
E’ difficile afferrarlo quando la bestia spicca un salto da un pensiero religioso giù a un pensiero carnale fatto d’istinto sessuale. Come si fa ad afferrarlo tra il ricordo del primo bacio e la fatica estenuante nella sporcizia del lavoro quotidiano? Si mimetizza nel grigiore della monotonia. Si prende gioco di me, penso proprio che quella espressione beffarda è un giudizio inesorabile sulla mia mediocre intelligenza… E magari sguazzando nei meandri della mia mente, tra gli errori, la pochezza di audacia e la sbadataggine si è così ingrassato talmente da raggiungere questa straordinaria mole… Lo afferrerò, non mi quieterò fin quando non lo schiaccerò via per sempre.
Non è possibile sorprenderlo perché già conosce le mie intenzioni.
-Ei tu, ferma!
Il rospo, poggiandosi con una zampa nelle note del valzer del “Divertimento†di Leonard Bernstein e l’altra nei fumi dell’alcol di una sbornia avuta un anno fa, si volta su se stesso con un piccolo salto e con grande sorpresa mi dice: -Ei tu, ei tu un corno!
-Cosa ci fai nella mia mente, ormai da più di venticinque anni?
-Io sono qui ancora prima di te e della tua mente, anzi hai ingombrato il mio spazio di minchiate di ogni colore e misura.
-Andrà a finire che sono io il frutto di una delle tue fantasticherie.
-“Chi sei tu?†Chi sono io? Ne parleremo, ne parleremo…- Prese posizione austera con una zampetta all’altezza del cuore e l’altra a volteggiare nell’aria e comincia: “Sono stanco di capire, di scrivere, di vivere. Tutto ciò mi sembra il sogno dei rospi. Ma io che centro con la vita. Questa vita che non voglio, questa vita che non so strappare. E forse io, solo io, potrei donarmi il silenzio; e forse io, proprio io, non saprei proprio dove rubare il silenzio, forse al cielo, forse alla terra o forse al suo sguardo, quel suo sguardo di scema convinta! Quel suo sguardo che mi si rivolse piangente guarderà lui… guarderà lui appena dolce innamorata. Innamorata… E’ sempre stata innamorata. Perché lei non capisce? Capire… Sono stanco di capire.â€
-Un momento, ma io queste parole le ricordo…
-Era l’otto marzo del 1977! Proprio quel giorno ci incontrammo vicino la stazione ferroviaria, e tu esuberante orgoglioso e viziosamente consapevole di sorprendermi hai voluto leggere questo strazio. Ascoltando queste parole da un ventenne rimasi inibito, con la voce infranta e le calde lacrime che lentamente sgorgavano e scendevano tra le rughe di un uomo ormai verso la conclusione di una vita colma di stenti e d’allegria, chiesi: “Perché?â€. Tu, animale, ridesti perché avevi raggiunto il tuo scopo. Ti chiedevo come si fa ad essere stanchi di vivere a venti anni? Tutto è relativo a quella età. Ma non lasciavi porte aperte dicendo di non volere capire. Così fu, andasti via, quasi fuggendo, da quel mio sguardo di vecchio, senza salutare, strappando il braccio dalla presa della mia mano come un artiglio, via! Assaporando la vittoria di Pirro… Passarono pochi giorni e ritornai a sguazzare nel mio stagno, lasciando quel corpo stanco per essere carcassa, fiore, polvere, insetto, uovo di rospo e miliardi e miliardi di altre cose. Il grande poeta! (Con voce alta e molta ironia grida saltando diciotto metri ogni volta) “Il sogno dei rospiâ€! Il grande vate! Ah! Ah! Ah!
L’eco delle sue risate rimbomba nella mia mente come un tamburo. Ricordo quello incontro e per tutti questi anni ho avuto il rimpianto di non avergli dato modo di farmi spiegare la vita dal suo punto di vista. Un ricordo, però messo nel dimenticatoio.
-Quelle parole erano vere!
-Per questo piansi, vuoi che non lo sapessi?
-Ma erano delle fregnacce, su una storia andata a male…
-No! In quello istante, ti sei arreso, hai perso la corsa!
-Poi, io e lei, siamo tornati assieme, ho fatto mille altre cose, ho vissuto.
-Si, hai vissuto il sogno di un rospo che attente la luna fuoriuscire da una nuvola, per gracchiare il suo canto d’amore. In quello attimo ha sognato per intero la tua vita, anche quella che tu dovrai ancora vivere. E svegliandosi ha pianto non riuscendo a trattenere con la sua zampa quel sogno che s’allontanava tra l’erba dei campi e l’azzurro del cielo. Tu eri… Tu sei quella immagine archetipo scappata, cercata, trovata e poi fuggita. Ora sei tu che tenti d’afferrarmi, pensi che sono un rospo, e lo sono! In questo mondo delle apparenze dove gli angeli hanno pure le mutande made in Paradise. Pensi di avere trovato la tua pietra filosofale, e cerchi ora possibile che si trasformi nell’oro della Sapienza, oppure nello sterco di un cane che appena lo ha deposto. Sarò io il tuo portale, la tua immagine archetipo?
-Tu sei solo una mia creazione letteraria, basta cancellarti, annullarti e tu hai finito d’esistere! Ti schiaccio con un clik.- Afferro il grosso volume, vicino ai piedi, “Il Signore degli anelli†di Tolkien e con forza glielo tiro addosso. Si schiva, e con insolenza agilità mi spara addosso una marea di libri, dai primi riesco a scansarmi, ma ora comincia con quelli dei cinque anni di liceo e mi subissa. Non pensavo fossero così pesanti. Cado a terra, mentre vado per rialzarmi mi arriva uno diretto in fronte, faccio solo in tempo a leggere “Jung†e sono inerme alla sua merce, senza potermi muovere. Con gli occhi scruto l’immenso sopra, vi è solo una botola luminosa. Mi viene in mente la favola di Andersen, quella del rospetto nato nella profondità di un pozzo, sognò di andare via, guardava in alto la botola e un giorno scappò, poi guardò il cielo e vide il sole come un'altra botola ancora più in alto e desiderò raggiungere quell’altro mondo. Mentre rimugino così, scorgo la faccia del rospo allo rovescio che mi fissa.
-Quel rospetto nella mente aveva un diamante per questo ha raggiunto la botola, tu invece hai me: un rospo!
-Un rospaccio di sei chili e impertinente- Mi alzo di scatto e tendo di afferrarlo, ma riesce a scattare con un salto e atterrare su un letto disfatto con le lenzuola celesti accanto ad una finestra da dove trasferiva la luce di una notte del Belgio, creandomi i ricordi e gli odori di questo posto dove io ero stato, così affievolendomi.
-Quando tu scappasti, con quello altro scapestrato del tuo amico, triste, presi la via del ritorno verso casa. L’amarezza di non essere riuscito a dialogare con te, dopo averti trovato e non nel mio mondo onirico, ma in un momento reale, mi rattristava, ero uomo avevo vissuto più di settantacinque anni aspettando quel momento e come era avvenuto nel sogno tu mi sei fuggito via.
-Potevi incorrermi, o cercarmi e parlare.

II

-Si, ma quel preciso istante era passato per sempre. Durante la via del ritorno guardavo la strada e il mondo attorno, assaporavo l’aria frizzante della primavera, portandomi addosso quel vecchio corpo sempre più pesante fin quando mi sentii affaticato. Salii i pochi gradini e mi sedette nel primo posto sotto mano. Mia moglie vedendomi con il viso senza colore, si allarmò: “Paolo Paolo! Che c’è? Che hai?†Mi sbottonò la camicia chiamò mia figlia: “Loredana! Loredana vieni! Subito, papà sta male!†A meno che ti dico mi ritrovai nel centro cardiologia dell’ospedale con tutti gli apparecchi attaccati al mio corpo. Avevo subito diversi infarti. Che marito aveva trovato mia figlia, sereno, pieno di premure, con un buon posto di lavoro e di buona famiglia. Ma lei aveva vissuto quel rapporto dal primo momento che lo ha conosciuto come un rimedio, una zattera di salvataggio alle tante sventure amorose che le erano capitate, sia prima il fidanzamento che anche dopo e anche dopo, si, il matrimonio. Lui paziente ha atteso che sfiorisse per raccogliere tra le rughe, se non il suo amore, magari un poco di gratitudine. E così fu, ma lui già si era stancato di quella attesa e quando arrivò, si accorse di quel misero rapporto, di quella donna che aveva barattato il suo corpo per tutti quegli anni per una vita medio borghese. Lui, per i suoi anni migliori vissuti con il cuore infranto tra mille dubbi e offese esternate apertamente, non curandosi del suo orgoglio di uomo, prima d’accettare lei, che ora si concedeva senza tante remore, scaricava tutta la rabbia scavando nel passato per trovare quell’osso nascosto sepolto sotto tre palmi di menzogne.
Ora con gli occhi che mi si chiudevano guardavo i due, vicini ma lontani. Lui gli occhi stanchi ma incattiviti, lei lo sguardo di chi si è arresa senza condizioni.
Durante le notti io e mia moglie sentivamo litigare nella loro stanza, quando lei con la voce di chi domanda pietà gli chiedeva: “Cosa vuoi da me?â€, lui con una voce infranta e liberatoria, rispondeva: “VERITA’!â€. Nel buio della stanza notavo mia moglie coperta fin sopra il naso lasciava trasferire due occhi scintillanti e inquieti, io coricato accanto a lei mi alzavo a mezzo letto e attonito facevo eco: “verità?â€. Oltre il muro, mio genero ruggiva ancora: “VERITA’!†Mia moglie ogni volta che sentiva quella parola si spaventava sempre più. Poi calava un silenzio spaventoso e mi addormentavo con tante inquietudini.
Una di quelle notti, oltre il ruggito, per la prima volta abbiamo sentito l’infrangersi di suppellettili, urla, pianto, prima lei poi lui, dopo un po’ il silenzio e poi hanno fatto l’amore con tutta la rabbia che covava dentro. Non finì lì quella notte, ripresero a discutere, fin quando si accese ancor più di prima, tanto che preoccupatomi, mi alzai e andai da loro, seguito da mia moglie. Mi scaraventai dentro: “Basta! Non se ne può più. Basta!â€. Mio genero con gli occhi sgranati mi viene incontro: “Si basta! Ho sofferto abbastanza, hai fatto bene a venire, sarai tu stesso a giudicare tua figlia!†Capii di avere fatto l’errore più grande della mia vita. “Lei, signora mamma, parli lei che l’ha coperta sempre, è stata complice delle sue scappatelle, dei suoi tradimenti. Io non ero il suo uomo ideale, bene, però anche se dopo mille mie imprecazioni, ha accettato. Quante volte ho messo la testa sotto terra come lo struzzo per paura di sapere, quante volte ho fatto finta di non vedere, di non sentire, di non capire, per amore, mi bastava qualche momento qualche sua parola, in mezzo a mille altre parole e momenti amari. Si ricorda mamma, “chi era a telefono?†e lei: “No, niente mia comare…†oppure: “una amica di Loredanaâ€!†Mia moglie si mise a singhiozzare ed io mi chiedevo -ma dove sono stato tutto questo tempo?- Riprendeva mio genero, mentre mia figlia seduta sul letto si copriva con le mani il viso e dondolava la testa, “Ora voglio la verità!†Io stizzito cosa è questa verità che vuoi sapere?†“Lei lo sa! Lo voglio udire da lei, quello che ho cercato di smentire a me stesso per tanti anni, una conversazione che ho ascoltato involontariamente tra lei e Cristiano, appartati in biblioteca, due parole tra loro due: -nostra figlia-, io non riuscii a intrattenermi ed entrai, lei fu così sorpresa che le cadde pure il bicchiere d’aperitivo di mano. Io feci finta di niente, come se non avessi capito. Eravamo a casa di Liliana e in mezzo a tutti gli amici ho avuto paura a chiedere, poi sopra l’auto ho preteso spiegazioni, ma lei mi disse di avere frainteso. Cosa ho frainteso? Quel ricordo è nitido nella mia mente e non c’è niente da fraintendere. Pretendo verità, me la devi! Almeno che ci sia tra di noi questo momento di verità. Voglio la verità, la VERITA’!â€
Loredana si alza e si piazza davanti a lui: “Vuoi la verità? Ed io te la do!â€
“No! Figlia…†Mia moglie terrorizzata la trattiene.
“Lei si faccia da parte e assista se vuole, oppure vada!â€
“VERITA’! Urli nella notte, pensi che io non te la dica per paura? E’ perché, ora ti voglio bene, mi sono abituata, ti sono grata, sei il padre delle mie bambine, non voglio farti male, e poi non so che cosa te ne farai di questa VERITA’!†Lui si mise in braccia conserte e gambe leggermente divaricate in senso di sfida.
“Ecco la tua verità. Si hai sentito bene! Floriana è figlia di Cristiano! Si! Appena tua sposa ero arrabbiata con la vita con me stessa e davo la colpa a te. Ogni volta desideravo lui che non mi guardava. Quando un giorno gli confessai il mio amore, mi disse che non mi aveva avvicinato perché tu non lasciavi nessuno spazio, così per vendetta ho voluto concepire il primo figlio con il mio vero uomo. L’ho tenuto legato in questo modo, a me, fin quando scappò via lontano non so dove, forse odiandomi. Ora glielo dici tu alla bambina che non sei il padre?â€
Mia figlia fu spietata, si liberò e risorse nell’aspetto. Fissava ferma negli occhi suo marito, immobile, sembrava una preda senza possibilità di scampo. Ad un tratto cascò sulla poltroncina davanti al letto, chinò la testa e così rimase per il resto della notte.
L’indomani mattina fu proprio Floriana ad andare da lui: “Papà, su andiamo, mi devi accompagnare a liceo per giustificarmi, se non vieni non mi fanno entrare. Vieni su!†Lui, l’abbracciò e pianse, stringendola forte a se: “Si, figlia mia, si…â€
“Hai litigato di nuovo con la mamma? E’ ora che voi due la smettete!â€
“Si ormai abbiamo smesso, non ci sentirai più litigare.†Con tono dimesso e invecchiato dieci anni in una notte. Mentre mia figlia guardava la scena da davanti la porta, Floriana la chiamò unendoli con un suo abbraccio.
Anche per me quella notte fu determinante visto che fu la prima volta che avvertii un dolore nel cuore come la puntura di un ago, quando si dice mi hai trafitto il cuore…
Erano passati diversi giorni e loro due sempre piene di premure. Loredana m’imboccava le coperte, mio genero mi parlava dolcemente, mentre mia moglie, non so come assuefatta da quella situazione, era chissà dove. Mentre il buio incominciava a scendere come un sipario, provai paura, afferrai la mano di mia figlia, ma mi sembrò di sprofondare giù, sempre giù, rimase solo un puntino acceso in alto e quando risalii fu invaso dalla luce e mi ritrovai dentro lo stagno.
Per tutta questa storia mi sono sdraiato su quella parola VERITA’ al dire il vero un pò scomoda. Con tono cinico, mentre il rospaccio se ne sta a sguazzare su tutte quelle immagine create dalle sue parole che si dissolvono, gli dissi: -Storie da telenovela… La letteratura è piena di questi drammi…â€
-Si, ma io l’ho vissuta… Tu invece, che ne hai fatto della tua esperienza? Mio genero è stato come quei rospi convinti che la luna è infondo allo stagno e cercandola sprofondano nel fango melmoso. Il sogno dei rospi è di potere toccare la Luna, nostra Madre.

III

-E’ un gioco d’immagini e apparenze. Tu mi appari come rospo ma qual’è la tua immagine?
-L’immagine è l’ente che ha presente nel proprio essere ogni minimo ricordo di ogni forma, di ogni attimo passato, ogni dna ha la sua memoria, armonizzando con l’Ente che lo contiene.
-Abbiamo il brutto rospaccio sacerdote del panteismo… E magari mentre da buon sofista sfoggi tanta dottrina, con il tuo deretano ti smentisci…- Alzandomi dalla parola VERITA’, con un balzo vado a finire seduto sotto un alberello di mandorle, un grosso insetto mi ronza attorno, ed io attonito nel silenzio.
-Mentre io sono immagine tu sei solo un’apparenza di te stesso, una delle tante apparenze… Chissà quando raggiungerai la tua immagine? Quando la raggiungerai ricorderai tutto di te e delle tue tante forme.- Il rospo è sopra il grosso insetto, non dandomi tempo di riprendermi, già vola lontano. Mi alzo picchiando contro un ramo, mi viene di imprecare: -Maledetto!- Tocco la testa e noto che sanguino, ma è una leggera ferita. Il rospo se la ride per l’aria, saltando dall’insetto per atterrare sopra un grande tubo catodico acceso con immagini di spot pubblicitari, mezzo sommerso da giornali e libri inceneriti. Intanto scopro turbandomi che il mio sangue è di colore giallo.
-In tutte le altre apparenze sono rimasto sempre rospo perché la mia immagine è tale, insomma il mio totem. Facevano bene nelle tribù a tatuarlo. Sembra assurdo ma avevano ragione. Loro non erano figli dei genitori che li concepivano ma dell’immagine dentro la forma per una nuova apparenza e quella immagine se la tatuavano nel corpo. La Conoscenza non ha bisogno di montagne di libri, basta ascoltare il silenzio che si ha dentro e vedere il buio che si ha attorno per scoprirLa. Basta leggere nella nostra materia per vedere che siamo vecchi quando l’universo, vi è tutto scritto!
Anche io mi sono ribellato credendo di vedere più degli altri rospi conoscendo la verità di uomo.

IV

Come in un trenino luminoso ero attaccato alle altre uova di rospo la prima sensazione che ho avuto il sentirmi tutt’uno con quell’ambiente, con il mondo intero sentivo nella mia membrana ogni pulsare di luce, di suono, di calore, di vita. Il mio piccolo essere, che poteva anche finire subito la sua esistenza bastava un pesce o un altro animale dello stagno che mi divorasse, percepiva di essere parte integrante del cosmo essendo tutt’uno. Io minuscolo pulsante essere ero l’immenso cosmo… Non vi è il nulla, nemmeno tra le galassie che noi vediamo nella loro splendida luce, nel nulla nessuna cosa può passare neppure la luce non essendoci nulla che lo permette, il nulla non è, non esiste, neanche come funzione matematica, perché anche lo zero ha il suo valore, rappresenta qualcosa che era o che vi sarà o poteva esserci ma mai e poi mai il nulla. Lo zero è la cifra dell’apparenza. Ed io ero in perfetto contatto con questo Tutto. Sentivo anche il più remoto palpitare del più antico astro. Nel Tutto non vi è vicino o lontano ma solo una distanza temporale. Ogni metamorfosi era un grande insegnamento, già da uovo avevo avuto l’insegnamento del cosmo tutt’uno, da girino appena nato entrai in contatto con il mondo da protagonista, decidendo io dove andare prendendo coscienza del mio io corpo. Il nostro genitore aveva finito il suo compito di tutore, ora nuotavamo liberi, fuori la membrana come saette nell’acqua, adesso dovevamo capire l’ombra buona e l’ombra cattiva, e quanti finirono dentro le fauci affamate di chissà chi. Io ho avuto fortuna percepivo le ombre cattive e guizzavo via. Altri perdendo questo esame rinascevano di nuovo e ogni volta che non passavano la riflessione delle ombre o della percezione dell’universo finivano mangiate e rinascevano fin quando non li superavano. Dopo due notti respirai l’acqua e mi nutrii con essa, dopo dodici anche io divenni predatore di altri esseri più piccoli di me, fin quando presi forma di zampe e a novanta notti mi affacciai tra i sassi. Mi sentii attraversare l’intero ciclo delle stagioni e quando divenni un senza coda e più che mai sentii il fuoco dell’aria sulla mia pelle capii che eravamo ospiti di quel mondo così fantastico.
Sentii nei canti degli anziani, l’amore per Madre Luna, lì sopra le acque che ondeggiava viva, argentea, eterna e bella più di ogni altra cosa. Quando la contemplai anche io m’innamorai perdutamente di quella immagine, scoprii di essere figlio e amante. Un amore completo vivo e palpitante. Gli anziani cantavano alle femmine della specie di arrivare presto per raggiungere Madre Luna insieme abbracciati, perché Essa è pronta a concederci ancora vita. Quelle piccole luci, le stelle, siamo noi prima di nascere, lei ci raccoglie e ci rinchiude nelle uova per divenire rospi come noi siamo. Vidi arrivare le più belle rospi femmina e saltando insieme con i maschi s’abbracciavano nello stagno dentro la luce di Madre Luna, dopo il turbamento l’immagine tornò tutt’una e vidi gli anziani con le femmine abbracciati in estasi dopo l’orgasmo e la eiaculazione. Vidi come io nacqui nell’amore figlio della Luna. Anche io volevo offrire il mio amore la mia gioia di vivere a Madre Luna, ma gli anziani mi dissero che prima dovevo cantare e cantare: l’acqua, l’aria, la terra, la femmina, Madre Luna e l’amore. I canti non erano nei contenuti ma nelle vibrazioni che i suoni davano, come l’accostare di parole solo per l’effetto fonetico.
Fu quando una guardia si tuffò nello stagno che ricordai di avere vissuto quell’esperienza e subito poi ricadde nella luce del feto di Paolo. Anch’io non avevo passato l’esame del salto dell’avvertimento. In un istante ricordai quando mi affacciai a meditare i senza coda e quel mondo meraviglioso. Poi mentre osservavo Madre Luna nel lago scomparve e mi chiedevo dove fosse andata a finire, che uno di loro saltò nello stagno e fu seguito da tutti gli altri io rimasi a riflettere e un serpente mi ingoiò in un sol boccone. Come un sogno ho rivisto tutta la vita di Paolo e il nostro incontro ho avuto voglia di vivere e fu proprio in quell’istante, che sentii gli anziani fratelli che mi gracchiavano di stare attento e saltai anch’io ad un solo attimo dal predatore.
Incominciai a meditare su tutto, quella di costruire pensieri è la pazzia degli uomini e mi rimase. Pensai la grande metamorfosi da rospo a uomo e da uomo a rospo e che tutto aveva uno scopo. Quando poi mi rilassai nell’acqua lasciandomi galleggiare inerte, ho vissuto mille vite contemporaneamente, mi spaventai e ripresi a nuotare. Fu come un sogno, ma ero conscio che non lo era, però cercai di non farmi sopraffare e seguii gli altri, perché questo è stato l’insegnamento della mia prima vita di rospo. “Se gli altri saltano che caspita fai ancora fermo?â€
Questa regola ormai impressa nel mio dna mi salvò la vita da
soldato nella secondo conflitto mondiale, quando, preso prigioniero da gli inglesi in Africa stavo per essere trasportato con un autocarro, vidi le guardie che saltarono giù dal mezzo e io lì seguii. Mentre io mi salvai i miei compagni andarono a finire giù nel burrone perdendo la vita. L’autista era stato colpito a morte e in cabina avevano perso il controllo del mezzo. Gli inglesi ci avvertirono con la loro lingua di saltare, ma nessuno capì cosa stava succedendo.

V

Mi avvicinò un senza coda anziano e si complimentò, dicendomi che sono stato pronto alla mia prima esperienza. Meditai ma non parlai. Mi sentii gracchiare: “Rifletti intensamente perché arriva il grande fuoco e avrai tempo per i tuoi pensieri sepolto sotto la terra fin quando Madre Luna prenderà l’aria infuocata e ne farà acqua, come quando prende le stelle e ne fa uova di rospo!†Meditai ma non parlai. A questo punto il senza coda mi guardò sospettoso perché non espressi nessuna parola d’amore per Madre Luna. Questo sospetto fu contagioso per tutti gli altri che mi allontanarono.
La mia memoria mi diceva che Madre Luna non era altro che un satellite attorno alla terra. Io ero stato uomo del XX secolo e avevo visto il piede di Neil Armstrong il 21 luglio del 1969 posare sul quel mondo grigio e polveroso senza vento, sapevo che Madre Luna non era altro che un deserto. Madre Luna non era Dio nell’acqua dello stagno… Guardavo le sue ombre e sapevo che erano crateri e tra quelli, nel cosiddetto Mare della Tranquillità, vi era conficcata l’asta di una bandiera immobile che non sventolava.
Mentre gli altri gracchiavano il loro immenso amore e decantavano le fattezze di Madre Luna, il mio canto restava muto dentro me guardavo in cielo e non riuscivo a vedere un bel niente ma sapevo, ero sicuro che lì in alto vi era la vera dimora di Madre Luna. Non esisteva modo di esprimere quei concetti come cielo, satellite e altro. Stavo lì mentre gli altri vivevano i loro orgasmi con le belle rospette, ero fermo in quel luogo in silenzio, strano turbato da quella verità.
Non fu sufficiente ne il primo ne il secondo letargo ne avere mutato la pelle tre volte, non riuscivo a cantare una sola vibrazione diversa dal mio pensiero. Il primo letargo sepolto tra la fanghiglia in quel buio, in quel silenzio mentre il cuore rallentava il suo battito, scavavo dentro me e mille maschere si sovrapponevano l’una sull’altra, quando poi incominciai a percepire le altre mie mille vite che nello stesso istante palpitavano. La carcassa di Paolo in putrefazione, un leone assonnato, una formica con il suo pesante fardello, un albero centenario di olivo saraceno, diversi esseri umani, maschi e femmine, bambini e adulti, un Gussone Ginestrino delle spiagge Leguminosae e tantissime altre specie dalle microscopiche a quelle giganti vegetali e animali, componente di quei corpi vivevo in loro, conoscendo ogni loro attimo. Percepivo ogni tuo pensiero ogni tua stramberia e ogni tuo gesto. Poi la prima pioggia ci sveglio dal torpore.
Nello stagno ognuno aveva il suo ruolo sociale e anche se tutti fratelli perché figli di Madre Luna vi era una gerarchia. Il più anziano e il più grosso era il Re e Sacerdote, poi vi era il Maestro con tanto di discepoli e adepti, le guardie per i confini dello stagno e per lo stagno, una specie di gendarmeria. Una guardia dello stagno incominciò a seguirmi a osservarmi fin quando mi chiesi che cosa avessi, perché non ero felice come gli altri? Dissi solo che Madre Luna non era nello stagno ma lassù. La guardia: “Lassù dove?†Io alzai le zampe e fece cenno al cielo. La guardia rimase stupita da quella assurdità: “Nel niente?†Mi chiesi di essere seguita e mi portò sotto uno dei più bei germogli dove il Re viveva i suoi dieci anni in piena salute. La guardia al suo cospetto spiegò la mia teoria, il Re non sembrò turbato, anzi faceva supporre che già conosceva questa teoria.
Il Re: “Tu supponi che Madre Luna non esiste!â€
Io: “La luna esiste nell’alto gira attorno alla terra, quella nello stagno è un’immagine riflessa.â€
Il Re: “Ma noi la vediamo nello stagno e alzando gli occhi non vediamo niente solo niente!â€
Io: “Anche Voi Sire se Vi affacciate nelle acque vedrete la Vostra Regale Immagine eppure realmente siete fuori lo stagno!â€
Il Re: “E’ la prima volta che viene applicata questa legge che io ricorda.†Guardò le guardie, poi me e perentorio ordinò: “Venga allontanato dallo stagno e confini per sempre, in quanto pericolo sociale!â€
Non valsero le mie grida: “E’ la Verità! La pura VERITA’!†Fui trascinato fuori la flora dello stagno e lasciato lì sotto mille pericoli, la mia pelle respirava già l’arsura e avevo tanto sconforto e paura.

VI

Guardavo il rospo che gracchia la sua storia e con la mano destra mi appoggio ad un muro di cemento armato altissimo, forse è una diga, perché all’altezza di cinque metri vi è uno zampillo d’acqua che fuoriesce, mi allontano allarmato e noto la scritta, quanto tutta la parete a caratteri cubitali, VERITA’.
-Non ti distrarre e ascolta attentamente la mia storia.
Ero consapevole dei pericoli che mi attendevano, prima che giungesse il giorno dovevo trovare un riparo, nei pori della mia pelle vi era l’affanno. Mi misi a saltare io giovane rospo ma con una grande conoscenza, più saltavo più arsura trovavo. Mi venne un idea, cercai il posto più alto e con grande attenzione cercai l’umidità nell’aria, così trovai la direzione dove m’incamminai raggiungendo il fiume. Era quasi l’alba quando raggiunsi l’acqua, mi tuffai e sentii un refrigerio salutare che mi ridiede forza. Quell’acqua era più viva, diversa vi erano delle correnti, così saltai fuori quasi spaventato. Delle rane e dei rospi mi attendevano curiosi, una di esse m’interrogò: “Ei tu da quale stagno vieni?†Non seppi rispondere. Allora uno dei rospi si fece avanti: “Di chi sei figlio?†Così risposi: “Nello stagno dove io nacqui dicono che siamo figli di Madre Luna†Ci fu un gracchiare confuso. Una salamandra s’avvicinò chiedendomi di seguirla, mi portò in una pozza d’acqua vicino, dove vi erano tanti rospi, dopo un po’ arrivò da dietro un folto ciuffo d’erba un rospo gigante, almeno quaranta centimetri, pieno di bitorzoli nel dorso e la pancia di colore giallo arancio, chissà quante mute avrà avuto? E quante lune nuove? E quanti grandi caldi? Fu così che incontrai il Mago del fiume. Mi guardò per benino e mi disse: “Il sole già è alle porte, ed è ora di riposare, tu più di tutti, questo bozzo fin che vuoi è la tua casa, cercati il posto che preferisci†Si ritirò dietro il ciuffo d’erba e mi sistemai tra l’erba e la fanghiglia riposando sereno.
Passarono diverse notti quando di quell’ambiente mi avviai verso il fiume mentre ero pronto per spiccare il salto un topo di fiume mi stava osservando e fui fortunato a scampare alla sua aggressione, me ne ritornai indietro. Appena arrivai il Mago con la sua grandezza rispuntò chiedendomi se mi fossi stancato del posto.
“Mago chiedo soltanto di vivere con gli altri senza sacrificare la mia verità.â€
“Qual è la tua verità? Che la Luna non è tua Madre, perché è un astro? E’ questa la tua verità?â€
“Si, è questa!â€
“Pensi che possa essere utile a gli altri?â€
“Non so, so ch’è giusta!â€
“Non vi è niente più terribile di una verità giusta. Anche tu hai rischiato la tua pelle per la Verità Giusta dello stagno.â€
“Io sono stato uomo e ricordo ancora!â€
“Il tuo ricordo può essere anche un sogno, come un mio sogno può essere un ricordo. Vi sono mille filosofie, anche se non tutte giuste, tutte vere. Siamo animali liberi integrati nelle regole del cosmo. Noi anfibi siamo i più antichi colonizzatori di questo mondo respiriamo acqua, aria e terra. Ora gli uomini credono di conoscere più di noi abitatori di centomilioni d’anni, mentre loro di solo centomila anni. Con sole cinque mila anni di civiltà, come loro la chiamano, stanno già distruggendo barbaramente ogni cosa, Torre di Babele dopo Torre. Mettere piede sulla luna a quale prezzo? Una bella Torre di Babele che schiaccia sempre più i popoli nell’incomprensibile lingua del potere. Vuoi andare a predicare lungo il fiume la tua Giusta Verità, vai! Vuoi scoprire cosa c’è dietro la siepe? Vai! Ritornerai… Come Ulisse vecchio ritornò tra le gambe della sua Penelope, facendo come un cornuto distruggendo quel nuovo che aveva preso il suo posto. Il cosmo nel suo plasma è tutt’uno nella sua immagine e nella sua apparenza. Ritorna nel tuo stagno canta il tuo perdono a Madre Luna, canta il tuo amore, abbracciati ad una bella femmina e regalate il vostro orgasmo a Lei, Dio della vita vestita d’acqua. Il tuo Re Sacerdote ti benedirà. Il mondo sarà uno con tante repliche e sistemi di percepirlo tutte infinitamente piccole e infinitamente accanto l’uno all’altro tanto da non distinguersi nemmeno una distanza matematica, pertanto un simulacro non è peggiore di un altro.â€
“Mago del fiume questa è la tua verità, posso comprenderla, condividerla, ma non è la mia. Devo trovare l’armonia del mio essere con questo mondo.â€
“Rospo Pellegrino allora vai per il fiume da dove io tornai senza più trovare la via del ritornoâ€
“Non ho alcuna Penelope ad attendermi!â€

VII


Così andai pellegrinando lungo il fiume sotto mille pericoli, mille agguati, mille predatori. Lungo il fiume Madre Luna era presente, la sua immagine venerata. Ogni comunità anfibia associava altri miti. Vi era una comunità di rane che sacrificavano una di essa ogni stagione del grande fuoco al Madre Luce, genitrice di Madre Luna, affinché Le concedesse sempre il potere di prendere le stelle e tramutarle in rane.
Un’altra comunità credeva che tutto il mondo era nato da un lampo venuto dal niente e che seguiva la sua possente voce creatrice, in quando la creazione ancora non era terminata e continuava all’infinito nella volontà di Madre Luce che nelle notti di quiete donava la pace e l’amore sorgendo come Madre Luna.
Nei miei letarghi mi chiedevo perché questa mia malformazione di ricordare così lucidamente il passato? Avrei voluto essere rospo dentro e fuori, ma non lo ero ho finto di esserlo, ho cercato qualcun altro con chi condividere il mio stato, ma quando chiedevo cosa vi fosse in alto e gli altri mi fissavano stranamente rispondendomi un bel niente. Ed effettivamente da rospo non vedevo oltre pochi metri, ma da uomo dentro io sapevo delle nuvole, della luna, delle stelle, del sole, delle galassie, come ignorarle?
Quasi alla fine del fiume dove sfociava nell’immenso mare incontrai la comunità dei rospi che non adoravano Madre Luna ma Madre Acqua. Vi era Rospo Profeta che quando gli fece la solita domanda mi rispose: “-Se uno non è nato dall’alto non può vedere il regno di Dio- Così mi disse il Maestro, allora io fariseo chiesi: -Come può un uomo nascere se è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?- Il Maestro rispose: -In verità, in verità ti dico: Se uno non è nato dall’acqua e dallo Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Il nato dalla carne è carne e il nato dallo Spirito è Spirito. Non meravigliarti che ti abbia detto: voi dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole, senti il suo sibilo ma non sai donde viene né dove va. Così è la Santa Legge; tutti la sentono, perché è con loro fin dal primo respiro, ma non la conoscono. Ma chi rinascerà a nuova vita, dal Padre Celeste e da Madre Terra, udrà con nuovi orecchi, vedrà con nuovi occhi e la fiamma della Santa Legge si accenderà dentro lui.†Rospo Profeta mi lasciò con quelle parole e saltò via, rimasi a meditarci sopra ricordando di averle sentite in chiesa, di averle lette nel Vangelo di Giovanni, ricordai che quelle parole erano state rivolte a Nicodemo. Cercai in vano quel rospo ma nessuno mi disse dove era andato.
Potevo nascere e rinascere uomo o rospo migliaia di volte ma dovevo rinascere nello Spirito e mi accorsi che l’unica Verità la portavo dentro, dovevo cercare dentro me, ma come? Avevo vissuto tanti letarghi, avevo affinato tante esperienze di meditazioni, ma non avevo trovato quello spirito di Rospo Profeta, o mi dovevo ingannare e concludere il tutto che il percepire in un istante migliaia di vite era quello lo Spirito? Quando poi pensavo alla fitta al cuore che provai quella notte da uomo, tutto diveniva vano. Quando sentivo l’eco delle tue parole: “Sono stanco di capire, di scrivere, di vivere. Tutto ciò mi sembra il sogno dei rospi.†provavo un forte dispiacere, e solo da quel dispiacere nasceva la voglia di percepire il palpito cosmico lento, intenso immenso, incessante. Nella pietà disinteressata verso il prossimo si avverte per la prima volta. Quando provai quella paura prima di essere aggredito dal serpente, prima di saltare dal camion in Africa o prima di morire in ospedale, quella paura mi diceva che in me, in quella macchina chiamata corpo vi era un autista io che percepiva una giusta difesa di ciò che conteneva in se o rappresentava, come qualcosa di veramente importante. La vita non è quel niente che si perde nel niente.
“…Ero più ripugnante ai miei occhi che se fossi stato un rospo… Ero al contempo un peso e un terrore per me stesso, né mai prima avevo compreso, come ora, cosa significasse essere stufo della mia vita, eppure avere paura di morire.†Animala vagula blandula disse Adriano. Fin quando non si scopre il punto zero tra la propria anima e la materia, il contatto tra il pensiero e la carne è la percezione dell’immenso senza alcuna ricerca d’eternità perché già lo si è nella materia resta solo percepire tale coscienza in quel palpito immenso. In quel palpito dove il cuore raggiunge la stessa lunghezza d’onda, lì vi è lo Spirito. Allora chiusi il cerchio, il cuore, la mente, il corpo, il cosmo all’unisono con quel palpito, dove animale, vegetale o minerale si è tutt’uno, in un unico corpo.
Arrivava incessante l’ondeggiare del mare, non avevo occhi per ammirarlo ma la mia mente lo percepiva tutto nella pelle, così Dio arrivava in me con il suo palpito, non avevo ne avrò occhi o mente per comprenderlo ma lo sento vivo in tutte le cose e dentro me. Trassi subito la conclusione che quel palpito era presente in Madre Luce, Madre Terra, Madre Acqua, Madre Aria, Madre Luna e come Dio è in me, la Luna è nel fiume, nello stagno e in una qualsiasi semplice pozza d’acqua. Ora potevo tornare per vivere in armonia nello stagno, nel mio mondo.
La via del ritorno fu piena di coccodrilli e uomini, annunciai la mia buona novella e sorrisi e acconsentii ad ogni rito di vita di quel panteismo animista, incontrai centinaia di razze di anfibi, ogni comunità lottava un predatore in particolare, ma senza odio, solo un gioco delle parti, vivo e palpitante. La paura, il terrore, la gioia e l’amore sono sempre all’unisono di quel palpito immenso.
Quando arrivai nella comunità delle rane che sacrificavano una di loro a Madre Luce, genitrice di Madre Luna, annunciai la mia parola, ma il potere politico poggiava su il terrore di quel sacrificio così nel loro pensiero non vi era possibilità di cambiamento, ma vi fu la spinta rivoluzionaria della comunità che sovvertirono le regole e allontanarono per sempre il re rana con il suo gruppo di terrore per sempre.
Quando giunsi nella comunità di Mago Rospo raccontai la mia esperienza, mi chiese se avessi pregato, risposi le solite di adorazione retoriche alle carie divinità, così Mago Rospo incominciò un canto nuovo di una sola vibrazione, tutta la comunità lo seguì anch’io fu preso da quel canto, scoprii che era in piena armonia con l’immenso palpito e provai migliaia d’orgasmi in ogni poro della mia pelle, in una immensa pace interiore. Non avrei lasciato quella comunità mai e poi mai ma il mio mondo era lo stagno dove io nacqui, il mio viaggio finiva lì.
Appena arrivai vicino allo stagno fui subito segnalato dalle guardie e fui accolto dal Maestro Rospo volle sapere del mio viaggio, mi fece mille domande e dopo aver meditato a lungo mi accompagnò dal Re Sacerdote, che mi tolse l’esilio. In una fantastica notte dove Madre Luna era più splendida del solito cantai l’amore con le più autentiche e belle vibrazioni che il mio cuore mi suggeriva, quando una fantastica rospetta rispose al mio canto ci tuffammo e abbracciati nell’acqua e in un intenso orgasmo celebrammo il miracolo della vita. Un’altra notte emisi la vibrazione che m’insegnò Mago Rospo, la comunità incominciò a seguirmi, il Re Sacerdote si allarmò ed era pronto ad infliggermi un nuovo castigo pentendosi del suo perdono, fu bloccato da Maestro Rospo e rasserenandosi anche lui si unì al canto dopo qualche ora la comunità tutta percepì l’immenso palpito e provò un immensa pace e il brivido di piacere mistico della voce di Madre Luna o ciò che rappresentava.

VIII

Quella falla nella diga incomincia ad allargarsi fin quando l’acqua inonda tutto con violenza annegando ogni parte della mia mente. Scorgo il rospaccio che nuota felice, non mi rimane altro che lasciarmi trasportare dall’acqua, in un vortice mi porta sempre in alto avvicinandomi alla luce sempre più sbuffandomi fuori quel buco. Mi trovo tra la sabbia in riva ad un fiume con mio stupore mi accorgo di essere un insetto, uno scarabeo sacro mentre rotolo una palla di sterco. Penso: bella metafora della mia vita…
Il rospaccio salta su un sasso lì vicino mi cerca con gli occhi e scoppia in una fragorosa risata.
-Cosa hai di ridere in questo modo?
-Il divino coleottero…- Con tono sarcastico.
-Sei bello tu! Sono io che muovo il mondo roteandolo nello spazio. Almeno così pensavano gli Egizi.
-Il tuo mondo è una merda!- Ridendo come un forsennato.
-Allora è vero, questo che sto vivendo è una metafora della mia vita?
-Questa è la tua immagine archetipo. Vivrai mille vite ma infondo sei uno scarabeo. Questo dovrà servirti a raggiungere te stesso nell’armonia cosmica.
-La mia vita è di problemi fatti di fatica, di sacrifici, di come sbarcare il lunario, di incomprensioni piccoli e grandi, di acciacchi corporei, di umiliazioni e altro.
-Invece di scrivere “sono stanco di capire†a venti anni, avevi il dovere di capire, di seguire la tua verità. Sei rimasto nello stagno a sguazzare sotto il controllo di Re Sacerdote e aspettando di tanto in tanto di tuffarti con la rospetta, nonostante sapevi di Madre Luna che era un’apparenza l’hai cercata in fondo allo stagno battendo il grugno nel fango dicendoti di tanto in tanto “il sogno dei rospiâ€. Eppure hai avvertito nel mio sguardo lacrimoso la pietà che avevo provato per te, ma hai preferito intorpidirti la mente di apparenze tralasciando le concretezze e perdendo il coraggio di partire per quel viaggio. Volevo solo dirti che non si può essere stanchi di vivere a venti anni, dopo aver vinto la straordinaria lotteria della vita in quanto essere.
-Ricordo quella notte mentre stavo ritornando a casa ed ho avuto quel forte desiderio di partire, non sono stato fermato dal muro dell’imprevisto, ma dalla paura di lasciare soffrire cari per causa mia. Ora guardando a ritroso mi accorgo che a quei “cari†avrei fatto sicuramente cosa gradita…
-Non sentirti un fallito e rotola la tua merda. Infondo arriverai prima a dopo alla tua meta. Il serpente cosmico alchemico Ouroboros si morde la coda, nella continua metamorfosi della tua materia ritornerai alla prima immagine. Percepisci il principio e la fine continuo nel serpente che mi divorò quando non saltai. Questo unico cosmo nell’infinita divisibilità della materia e di universi su universi è come l’insieme degli universi finisce nel nulla come se fosse contenuto dall’insieme del “NON E’â€.
-Quinti non esiste niente?
Il rospaccio non risponde ma facendo una smorfia scarica un grosso peto.
-Tu sei un misero, forse il meno riuscito, dei miei personaggi, mentre mi diletto a scrivere, ora mi hai annoiato!- Così mi avvicino, ma il rospaccio lancia la sua linguaccia vischiosa e appiccicosa e mi divora in un sol boccone emettendo un sono rutto all’ombra della Sfinge dove Edipo pensava alle parole di Sofocle: â€Non si ritenga alcun uomo felice finché non è morto!†nel suo concetto di non essere. Mentre gli angeli cantano: “pleni sunt coeli†non solo negano il mondo racchiudendolo nella cornice dell’Essere ma anche Dio stesso. Come il personaggio rospo che mangia lo scarabeo autore.
Siculiana, 13 ottobre 2002-10-13


Alphonse Doria










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giovedì, 27 gennaio 2005
MIRACOLO DI NATALE
Nell’entroterra siciliano vi è Camico, un paesino adagiato in una collina, dove un antico palazzo, dimora dei nobili locali, lo sovrasta, appena sotto vi è come una linea difforme: il monastero del Sacro Cuore. Accanto al palazzo si erge la chiesa madre con la sua stupenda facciata tardo barocco.
In principio il monastero contava solo pochi vani, ma con l’andare del tempo si andava ampliando di altre case date in donazioni, così divenne un quartiere comunicante con corridoi lunghi e stanze di varie misure. A tal punto, le suore pensarono di ospitare orfanelle e anche bambine di famiglie poverissime. Proprio qui, da quando aveva solo pochi mesi d’età, vive l’adorabile Lucia, con due occhi neri, vispi e musetto dolce. La piccola Lucia è orfana di madre e in un certo senso anche di padre. La madre era morta durante il suo parto e il padre, dopo due mesi, era emigrato lontano e già da sette anni non si hanno più notizie.
Le bambine dormono nella parte vecchia dell’istituto, dove vi sono i muri ammuffiti e il pavimento curvato verso il centro. Le suore hanno vietato in maniera risoluta alle bambine di saltellare a causa del pavimento poco sicuro. Come si può fermare la vitalità di quell’età? In particolar modo Lucia è continuamente richiamata.
Le suore, invece abitano nell’ala ristrutturata di recente, ognuna nelle loro camere, celle, modernamente attrezzate.
La comunità è composta di dodici suore, la madre superiora, tre inservienti e ventitré bambine. Tra le bambine la più terribile è Lucia, arriva sempre in ritardo, poi una ne fa e cento ne pensa. Vivacissima, con la risposta sempre pronta ma avvolte cade in un profondo silenzio che nessuno sa interpretare. Per lei, le suore di maggiore interesse sono: madre Pia e suor Maria. La prima perché, la maltratta di continuo e la incolpa sempre di tutto ciò che accade nell’istituto. Tanto da affibbiarle il nomignolo di Lucifera. Madre Pia è la superiora vecchia e bisbetica, energica con una peretta sul mento sormontata da tre peli lunghi e neri, una voce stridula e penetrante. Suor Maria è la più giovane e la più istruita tra le suore, con i suoi venticinque anni e una bellezza singolare. Ha due occhi verdi come il mare Mediterraneo d’estate, il naso delicato in armonia con la bocca, simile ad una rosa appena sbocciata. Poi l’abito monacale non è riuscito a nascondere le sue forme. Ha il diploma di maturità classica e dentro il monastero, la voglia di studiare, di leggere non le è per nulla finita.
Suor Maria e la piccola Lucia sono inseparabili, attaccati l’una all’altra. Madre Pia dice perché tutte e due hanno avuto a che fare con il diavolo, alludendo all’avventura amorosa di suor Maria e alle sciagure che segnarono la nascita di Lucia.
Nell’istituto c’è aria di festa perché si sta preparando il presepe, Lucia è la più emozionata, ha le guance infuocate e gli occhi che lanciano faville, vuole fare tutto lei, corre di qua e di là, eseguisce gli ordini a puntino. Quel presepe in sostanza ogni anno era lo stesso e ogni anno Lucia è attratta e affascinata da quel finto paesaggio e da quelle statuette di terracotta decorati a mano, alti all’incirca ai trenta centimetri di ottima manifattura, comunque qualche lieve cambiamento ogni anno sarà realizzato. E quest’anno Gaetano, l’elettricista del paese, ha promesso a Lucia che metterà le luci dentro le casette del presepe e una cometa tutta illuminata che si accende e si spegne ad intermittenza.
Si era recata dall’elettricista con suor Maria a causa del campanello elettrico dell’istituto perché non funzionava più, perciò si chiedeva un suo intervento urgente. Lucia all’occasione chiese a Gaetano se sarebbe stato così bravo a mettere le luci al presepe. L’elettricista ha fama d’uomo di poche parole e di un carattere duro, un mangiapreti che non crede proprio a niente, i suoi sessanta anni in quel corpo asciutto li porta avanti credendo solo all’elettronica e alla scienza. L’elettrone non si vede e lui ci crede lo stesso, perché lo può misurare quando vuole. Per i paesani è un mago perciò che riusciva a fare e quando gli chiedevano un suo parere su i miracoli, i santi o magarie varie, lui risponde: minchiati. Gaetano con tono schietto le disse:â€Mia cara bambina è tutto possibile, ma viene a costare moltoâ€.
Suor Maria: â€Non le dia retta, l’istituto non può permettersi di spendere più di quanto ha speso quest’anno, dopo le spese per avere aggiustato il lato sudâ€.
Lucia: â€Ma i soldi li darà Gesù Bambino al signor Gaetano, vero?â€
Suor Maria, conoscendo bene Gaetano: â€Lascia stare Lucia, non è possibileâ€.
Lucia, tipo da non arrendersi facilmente, ha incalzato: †Io ho i miei risparmi gli e li posso rendere, lei è così buono e si accontenterà. Noi bambine dell’istituto, come famiglia abbiamo solo quella del presepe. E un presepe con le casette illuminate fa pensare a tante famiglie riunite per Nataleâ€.
Gaetano non si era mai sentito così emozionato e imbarazzato stava per abbassare la testa su un argomento che non aveva mai voluto transigere: donare qualcosa agli ecclesiali. †Va bene Lucia, questo regalo lo faccio a tutte voi bambine ad una condizioneâ€,
Lucia: â€Quale condizione?â€,
Gaetano: â€Mi dovrai dare un acconto ora e il resto a lavoro terminatoâ€,
Lucia aprendo la mano mostra le monete: â€Ho solo seicento lire, bastano?â€
Gaetano: â€Ma io non voglio soldi solo un bacioâ€.
Lucia abbracciandolo forte e baciandolo alla guancia: â€Gli do due baci ora e altri due più la mancia a lavoro finito!â€.
Suor Maria ancora non crede come Lucia sia stata capace ad entrare nel cuore di quell’uomo e frantumare il suo involucro di roccia. Una fortezza impenetrabile per nessuno, che non lasciava intravedere il suo vero aspetto umano.
Così quest’anno il presepe è ancor più emozionante, con quella cometa che si accende e spegne e le casette con le luci. Lucia non riesce a staccare gli occhi di dosso e poi, quella stella sembra incantarla. Quella luce che si accende ad intermittenza la ipnotizza e la fa sognare e se ne sta lì buona buona, quando ad un tratto vede spegnere tutto. E’ stata madre Pia: -Si consuma molta corrente, vai via, c’è di pulire i piatti, corri!- Con quella sua voce gelida che lascia solo trasferire odio e rancore.
Lucia con le lacrime agli occhi pensa che non sia giusto spegnere la luce al presepe, perché anche se non ci sia nessuno a guardarlo ci sono i personaggi e poi, per rispetto di Maria, di Giuseppe e del Bambin Gesù. Per lei sono come vivi. Arrivata in cucina trova suor Maria: - Lucia, che fai? Stai piangendo? Dimmi cosa è successo? Bambina mia- Lucia si abbraccia alle sue gambe e irrompe a piangere: - E’ stata madre Pia, mi ha spento le luci del presepe, non è giusto! Non è giusto!-
Suor Maria: - Mia piccina non piangere, come finiremo di pulire tutto, le andremo a chiedere il permesso per accenderlo e vedrai che ce lo concederà-.
Lucia: -Non c’è lo farà riaccendere- continuando a piangere.
Suor Maria, accarezzandola e baciandola nei capelli: - Lo farà, lo farà, madre Pia in fondo in fondo è buona!-
Così si misero a pulire quella batteria di pentole e vettovaglie varie, Lucia si accosta un apposito sgabello al lavabo per il risciacquo. E’ bastato poco e il buon umore non tardò a venire a tutte e due, suor Maria imitando madre Pia: - vai via a pulire i piatti!-
Lucia, imitando anche lei la voce di madre Pia: - Si consuma molta corrente!-
La notte mentre tutti dormono, Lucia non ha sonno, ha gli occhi spalancati. Le macchie di muffa sui muri le sembrano volti di fantasmi che nel buio si animano, ma questa notte non riescono a
farla desistere a chiudere gli occhi, oppure a rifugiarsi sotto le coperte, pensa al presepe e in particolar modo a Giuseppe. Per lei, proprio quella statuetta rappresenta la figura paterna, suo padre, che le manca più della madre. In suor Maria ha trovato una seconda madre, per non dire la prima e unica. Suor Maria ha le stesse attenzioni materne dal primo momento che Lucia fu portata al monastero.
Suor Maria aveva scelto la vita monacale dopo una gran delusione avuta dalle persone più care, cadendole sopra la volta del cielo del suo cosmo. Nell’ultimo anno di liceo era scoccato, come un fulmine a cielo sereno: l’amore, quello vero, quello importante, con un suo compagno di scuola, un ragazzo di gente perbene, di buone maniere, proprio coetaneo, di bell’aspetto. E’ stata una passione travolgente. Gli eventi si susseguirono con una velocità inspiegabile, si trovò incinta, il ragazzo per bene si mostrò con la sua vera entità di vile canaglia. Subì il processo della famiglia con relative e varie punizioni. La sua famiglia è riuscita a mistificare tutto, non lasciando travisare niente alla società, la faccia era stata salvata. Le apparenze erano più importanti che qualsiasi cosa, della stessa figlia e anche della vita umana di un innocente, così avessero preso la decisione di farla abortire.
Quella è stata la punizione più dura, quante preghiere alla Madonna a Dio, ma l’è sembrato che anche loro l’avessero dimenticata. Dopo gli immani dolori fisici, provò un forte spasimo nello spirito e grande, immenso, vuoto. Da quel vuoto è nata la decisione di pronunciare i voti.
Quando arrivò Lucia ancora in fasce nell’istituto e suor Maria la ha avuta in braccia, le sembrò la risposta alle sue preghiere e l’accudì da quel giorno come se fosse stata la sua bambina perduta e ora ritrovata per grazia ricevuta. I due furono inseparabili, tra l’altro avevano scaricato a lei quel problema di nome Lucia, un fagottino che aveva di bisogno tante attenzioni. Suor Maria, avvolte, viene allontanata dalle altre consorelle, per il suo modo diverso di atteggiarsi e questa diversità è stata motivo d’isolamento, avvolte anche non voluto. Un po’ per l’uno un po’ per l’altro, suor Maria e Lucia erano inseparabili.
Lucia, mentre le altre bambine non avrebbero aperto occhio dopo spenta la luce per nessun motivo provando paura per ogni minimo rumore lei che lì dentro era cresciuta non l’aveva per nulla. Così decise di andare a dare un’ultima occhiata al presepe prima di addormentarsi. Si alza e quatta quatta a piedi scalzi e infreddolita scende le scale, passa dal grande salone dove le altre sono terrorizzate a passare da sole anche di giorno, figuriamoci di notte, per quei grandi quadri appesi alle parete che raffigurano alcuni signori con cilindro e vestiti in nero, monache e preti, chi con sguardi accigliati verso gli osservatori, chi con guardi estasiati verso l’alto con le dita della mano pronti a svitare una lampadina. E dopo stanze e corridoi, arriva in quella giusta, ma basta uno spiraglio di luce esterna che passa dalla finestra socchiusa per riuscire a mettere la spina dell’illuminazione del presepe alla presa corrente Come per incanto le casette s’illuminano e la cometa incomincia a brillare accendendosi e spegnendosi. Gli occhi di Lucia s’ingrandiscono e dopo avere dato una visione panoramica pecorella per pecorella, pastorello per pastorello, si sofferma sulla famiglia bacia Gesù Bambino, bacia Maria e guarda con occhi stupiti Giuseppe. Dopo appena un attimo le sembra che Giuseppe si è mosso, forse è stata l’ombra creata dall’intermittenza della luce della cometa, pensa. Guarda ancora sicuramente si è sbagliata, quanto l’è cara quella statuetta, osserva il capello castano chiaro ondulati, la barba, gli occhi celesti. Una preghiera le nasce spontanea: - Padre Nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra, dacci oggi il pane quotidiano, rimetti i nostri debiti come noi ai nostri debitori. Amen. San Giuseppe, mio caro, fai tornare mio padre, ho voglia di abbracciarlo anche se non lo conosco, ancora non so come è fatto, dove si trova. Madre Pia sostiene che non tornerà mai più, non mi vuole vedere. San Giuseppe, io so che mia madre splende in cielo con Te, ed io qui ho suor Maria, ma papà è in qualche angolo del mondo, solo, senza di me e ne ha bisogno ne sono sicura. Aiutalo a tornare. Ti prego caro San Giuseppe-.
Appena fatto il segno della croce, Lucia sente una voce che l’avvolge in un tepore, non sa se viene da dentro di lei: - Lucia, ho ascoltato la tua preghiera, andrò a cercare tuo padre e tornerà con me-.
Dopo un sussulto di sorpresa, inspiegabilmente si sente serena così pensa ad alta voce: -San Giuseppe mi hai parlato veramente tu?-
San Giuseppe: -Si, Lucia, prima di Natale ritornerò con tuo padre-. Così la statuetta di San Giuseppe scompare dal suo posto. Lucia con piena tranquillità, tira la spina del presepe e si va a coricare, addormentandosi subito e con soavità.
Il padre di Lucia si trova in Germania. Dove, per adesso vi è grand’aria di festa. Ogni vetrina dei negozi è addobbata con mille luci colorate, fili luccicanti e palline di tutte le misure. Ogni strada ha lo stesso splendore. In ogni angolo della città vi è un Babbo Natale con la campanella ricorda che è Natale e invita nei vari supermercati a spendere. La gente, che va, viene, carica di pacchi e pacchettini, s’incontra, si augura le buone feste tra sorrisi e baci. In ogni angolo della città è festa!
Solo lui, Paolo, sembra non conoscere nessuno, sembra invisibile, sembra che tutte quelle persone non lo vedano. Guardandosi di riflesso nelle vetrine non sembra conoscersi nemmeno lui in quell’immagine evanescente. Dentro prova un leggero tormento. La solitudine e il vuoto gli stringe in una mossa il cuore. Per un attimo intravede una donna, sembra proprio sua moglie che gli sorride in mezzo ai passanti, si volta dalla vetrina si avvicina a quella signora, ma non è lei. Lei è andata via e per sempre. La barba incolta, il suo paltò stralciato e lo sguardo afflitto fanno di lui quel personaggio che nei giorni di Natale si aggira per le strade senza meta. Alcuni riflettono quanto sono fortunati a non essere soli. In loro scaturisce, così, il più cristiano dei sentimenti che in una società consumistica si può avere: la pietà e non l’Amore. Lui è parte integrante della scena natalizia come i Babbo Natale o gli alberi di Natale e, dove c’è anche la neve è perfetta. Non ha visto mai sua figlia, neanche una sola volta. Quando è nata si è rifiutato in maniera risoluta di guardarla. E ora… Ora sente il desiderio di conoscerla, di vederla almeno una volta, anche di nascosto, un desiderio che tiene nascosto in fondo anche a se stesso. Pensa quella notte del parto, quando sua moglie incominciò ad avvertire il momento. Ricorda la sua corsa più del vento, che quella notte di Gennaio tempestava, verso la casa della levatrice. Gli viene alla mente quei momenti d’ansia e poi d’esasperazione quando una vicina di casa gli prende tutte e due le mani e con uno sguardo velato di lacrime gli annunciava che non c’era più niente da fare per la madre, ma la bambina è stata salvata. Ripensa quando è partito dal paese con il cuore gonfio, come milioni di volte, gli tornano alla mente, ma mai forti come questo Natale. Rivive le scene una per una come un album di fotografie, così s’abbandona in una gelida panchina di pietra, lontano dai passanti e dalle vetrine illuminate. Era riuscito a distrarsi, ma il Natale lo tormenta. Il Natale è per la famiglia. Non è come le follie di Capodanno o di carnevale. Per un siciliano il Natale viene per riunire le famiglie e passare quel giorno insieme. Pensa proprio il giorno venticinque e trema per il peso della solitudine. Gli amici, la donna d’occasione, non basterà a fargli dimenticare quel giorno quando è nata Lucia.
Una persona anziana, distinta, con cappello e bastone, spunta dal nulla. E’ così avvolto nei suoi pensieri e non, si è accorto che è seduto accanto a lui. La barba lunga di quell’uomo mostra saggezza e a Paolo ispira fiducia. Lo guarda distogliendosi da quei suoi tristi ricordi. A Paolo quel viso non è nuovo, anzi ha un’aria del tutto familiare. Quella persona anziana gli sorride, vuole aprire dialogo con lui, ma Paolo rimane chiuso nel suo paltò, sembra inaccessibile.
L’anziano: -Sei siciliano?- Il tono della voce e l’espressione rinfrancavano l’animo afflitto di Paolo.
Paolo: -Certo, paesà! Che fai tutto solo?-
L’anziano, con tono quasi ironico: - Anche se sono solo non è così importante. Tu! Sei giovane, con quella barba… Con quell’aria che tieni, sei la tristezza in persona! –
Paolo abbassa lo sguardo come se la pesantezza del suo passato gli avesse fatto chinare la testa: - Non sai quello che mi è capitato, caru ziu, si è giovani fuori e già stanchi dentro, anche di vivere. –
L’anziano: - Lo so cosa ti è capitato. La colpa non è di Lucia, perché la hai abbandonata? –
Paolo, viene sconvolto da quelle parole, ascoltare quel nome per lui è ricevere un pugno allo stomaco, sbrana gli occhi pensando chi è mai costui: - E tu come fai a saperlo? –
L’anziano: - Perché mi ha mandato a cercarti proprio lei, Lucia, ora ha sette anni e una bella bambina e somiglia proprio a sua madre. –
Paolo: - Mi devi dire chi sei! –
L’anziano: - Te lo dirà Lucia quando l’andrai a trovare, prima della mezzanotte di Natale. –
Paolo è preso alla sprovvista: - Ma come faccio? Non ho una lira per tornare. Poi in Sicilia come ci arrivo? –
L’anziano: - Come sono arrivato io in Germania. Non ti preoccupare, devi avere solo fiducia, sei in buone mani! –
Paolo, piazzandosi a faccia a faccia con due occhi puntati nei suoi: - Senti, zìzì, tu hai un’aria familiare, non ricordo dove ti ho visto, ma in qualche parte ti ho visto di sicuro. Mi hai fatto salire qualcosa dallo stomaco, ho un nodo alla gola e il cuore mi sta scoppiando, se questo è tutto uno scherzo, t’ammazzo! –
L’anziano, con un sorriso ironico: - Da dove vengo non usiamo prendere in giro nessuno. Quanto hai in tasca? –
Paolo: - Se cerchi il pollo capiti male, ho solo cinquanta marchi. –
L’anziano: - Bastano! – Cosi si alza dalla panchina e lo prende per mano: - Cammina, dai! – si avvicina alla strada: - cerca di chiamare un taxi. – Paolo fa atto di fermarsi ad uno dei tanti taxi che passano, ma niente da fare.
L’anziano: - Qui la gente va tutta di corsa, ma dove va? E quest’altro scemo che fa? Non ci vede? – Così, l’anziano con un insolito gesto della mano, in altre parole, aprendo il palmo, poi chiudendo a pugno e tirandolo indietro, porta in retromarcia il taxi. Paolo, rimane sbalordito, vede bloccare di colpo la macchina e poi di corsa marcia indietro. Il taxista esce dall’auto e tira pugni alla tettoia come un matto.
Il taxista:- Scommetto che tu sei un’extraterrestre con grandi poteri, o mago Merlino, o un santo venuto dal cielo… La settimana passata mi è capitata la stessa cosa, indovina chi mi ha detto chi era? L’Arcangelo Gabriele! Perché devono capitare tutte a me queste avventure? – Urlando come un forsennato.
L’anziano: - Perché tu sei il più chiacchierone tra i tassisti e così non ti crederà nessuno! –. Lui si mise a piangere mentre i due presero posto dentro l’auto.
L’anziano: - Dobbiamo andare al casinò e di fretta! –
Il taxista: - Va bene, corro. Lo psicologo ha sostenuto che ho creato con la mia fantasia l’immagine dell’Arcangelo Gabriele perché avevo desiderio di fede. Ora dimmi chi sei, così riferirò al mio psicologo, chi sei? –
L’anziano: - Sono chi non ti elargisce la mancia se parli ancora. –
Il taxista: - Sono muto come un pesce –
Paolo: - Ma che andiamo a fare al casinò? –
L’anziano: - A vincere un po’ di soldi per tornare definitivamente e rifarti una vita nella tua terra! –
Paolo: - Con questi pochi marchi? Tu sei proprio matto. E’ impossibile! –
Il taxista: - Niente è impossibile! –
L’anziano: - E tu, domani vai di nuovo dallo psicologo, anche se è Natale, perché sei un caso urgente! –
Il taxista ferma la macchina: - Siamo arrivati –
L’anziano: - Quanto devo? –
Il taxista legge il tassametro: - Quaranta marchi –
L’anziano: - Figliolo non imbrogliare la gente, quello che guadagni onestamente ti basta, leggi di nuovo il tassametro! –
Il taxista piagnucolando per la disperazione si lamenta: - Non è possibile, non è possibile! L’apparecchio segnava venticinque marchi.
L’anziano, facendosi dare trenta marchi da Paolo, paga al taxista: - Tutto è possibile! Tieni pure il resto –
Dentro il casinò, l’aria è calda, le luci scintillano. La gente nei tavoli da gioco ha una strana luce negli occhi. Sembra posseduta da una strana forza, tutto non ha importanza, solo quella pallina che gira con vita propria, e avvolte condizionata da un evento esterno, almeno così pensano quei naufraghi nei tavoli da gioco in balia dello spirito maligno della superstizione. Paolo non era mai entrato in un casinò, anche se era passato parecchie volte da lì davanti, aveva avuto un senso di rigetto per il gioco, forse perché l’associava con il fato, e con lui era stato abbastanza crudele. Questa sera si trova lì, perché un estraneo lo ha convinto, non sa come, mentre si trovava seduto e solo, spettatore del recital: passanti nella vigilia di Natale, con un piacere quasi masochista, facendosi mordicchiare il cuore dai ricordi.
L’anziano che ancora non si è tolto di dosso né cappotto né cappello guarda con occhi sorridenti, sembra che cerchi qualcosa. Paolo lo segue con gli occhi. Ad un certo punto l’anziano, gli dice: - Il gioco delle carte è stato sicuramente inventato dai carcerati, aspettando di scontare la pena, nelle nostre parti, si gioca nelle feste natalizie, per stare insieme amici e familiari, aspettando la mezzanotte per la nascita di Gesù e l’inizio dell’anno nuovo. Qui si gioca tutto l’anno e non per stare insieme o per divertirsi, si gioca per giocare, per sentirsi vincitori, per sentire quel brivido forte del bacio della fortuna. Una diabolica parodia della vita umana. I giocatori non sono mai pentiti del gioco che fanno, delle perdite. La loro disperazione al culmine, infondo per loro, possiede un senso di pace. – I banchieri ritirano e pagano fiches. Signore vestiti con scollature e adornate con gioielli come madonne, che non si turbavano, all’apparenza, né delle vincite né delle perdite. Chi si alza, chi si aggira, chi impreca. Insomma per Paolo è una vera bolgia infernale, quella degli avidi. Così supplica l’accompagnatore ad uscire, ad andare via da quel posto. L’anziano lo tranquillizza, che il divertimento sarà assicurato, così si siedono ad un tavolo. L’anziano, a bassa voce avvicinandosi all’orecchio di Paolo: - Punta tutto ciò che possiedi e non fiatare, quando il banchiere ti dà le carte le metti a croce, quando lui scopre le sue, tu fai vedere le tue. Questo gioco è lo chamine de ferre, significa il cammino di ferro, perché è un gioco a raddoppio. –
Paolo: - Non ho capito niente, in ogni modo va bene, farò come dici tu –
Per tutta la sera, se l’altro ha zero lui ha uno, se ha due lui tre e così via, non perde neanche un colpo e vince, vince tanto. L’interesse degli altri dentro il casinò è sempre più crescente e ormai attorno a quel tavolo ci sono tutti, sussultando ogni volta che Paolo batte e con un “alè†quando scopre le carte. Il direttore è presente e insieme al personale verifica la possibilità di qualche imbroglio. Paolo ride come uno scemo ma i giocatori lo invidiano e le giocatrici lo ammirano. La vincita supera i quattrocento milioni di marchi. L’anziano gli sussurra all’orecchio di andare, Paolo di tutta risposta lo supplica: - Dai, vecchio, ancora un colpo e poi andiamo –
L’anziano: - Non è possibile, dobbiamo andare, domani mattina devi trovarti in paese. La promessa è promessa! –
Paolo, alzandosi: - Scusate signori, domani mattina devo trovarmi in Sicilia – Lascia tre o quattro signori che si vogliono sedere nel suo posto e qualcuno tira anche qualche schiaffo, un altro molla una pedata negli stinchi. Nel mentre litigano, una signora prende posto e si siede. L’anziano: - Aspetta, vediamo giocare questa signora –. Quella giocatrice punta tutto ciò che ha sicura, ma al banco viene nove e a lei zero. Scambiate le fiches escono e l’anziano blocca un taxi appena passato. Il taxista è lo stesso che li ha accompagnati al casinò perciò non si meraviglia per niente anzi chiede dove andare. L’ordine è categorico: - All’aeroporto! –
Cercano un aereo per la Sicilia, ma nessuno di quelli decolla per quella notte, tranne uno a noleggio. La signorina al banco dell’informazione li consiglia di non rischiare perché il proprietario, un ex ufficiale dell’aviazione americana, è quasi alcolizzato. Per nulla intimorito, l’anziano chiede dove potere trovare il pilota, la signorina, meravigliata: - naturalmente al bar… - Paolo ormai non si chiede più chi è quello strano signore che come un sogno gli cambia la vita, padrone assoluto del suo destino, anzi ha una fiducia totale. Arrivati al bar vedono un uomo con un vecchio giubbotto di pelle marrone appoggiato al bancone con un bicchiere in mano. Non c’è possibilità d’errore, anche perché lì dentro gli uomini erano solo due ed uno è il barista. L’anziano s’avvicina: - Sei disposto a portarci in Sicilia, questa notte? –
Il pilota: -Certo! My friend, facciamo il pieno e partiamo – Strascicando le parole ad una ad una.
Paolo: - Ma questo è completamente ubriaco! –
L’anziano: - Abbi fede figliolo, abbi fede –
Ed è così che si trovano in volo per la Sicilia. Paolo guarda dall’oblò mentre prendono quota. Alla torre di controllo non hanno mai visto spiccare un volo così perfetto, sapendo chi è il pilota si meravigliano per l’esattezza del decollo. Il pilota, pure, con tutto l’alcol addosso, non crede ai suoi occhi: - Ma io non ho dato ancora nessun comando… Forse ho il pilota automatico e in vent’anni non mi ero accorto di niente. Paolo dall’alto vede tutte quelle luci che sembrano pietre preziose in un tappeto di velluto nero, meravigliandosi per quella prima volta in aeroplano. L’anziano è concentrato come se guidasse lui, mentre il pilota esce dalla cabina di pilotaggio e stappa una bottiglia di champagne augurando a tutti buon Natale!
Intanto nell’istituto, Lucia dorme ancora, sono quasi le cinque e trenta del mattino, quando le grida della superiora la svegliano. Grida a tutto spiano. Lucia origlia per un attimo così capisce che si tratta della statuetta di San Giuseppe scomparsa. Ad un tratto, come un flash back, le ritorna in mente la sera precedente. Confusa se è stato un sogno o una realtà, ma quelle grida continue le fanno capire che sogno non è stato, così in camicia da notte e ciabattine scente giù.
Appena la superiora la vede, le punta il dito: - TU! TU! Sei stata tu! –
Suor Maria: - Madre, la bambina è scesa proprio ora dal letto; non può accusarla di tutto ciò che capita. –
Madre Pia, verde in volto: - Fai silenzio, anche tu sei indemoniata come lei, tutte e due vi difendete perché siete state e siete strumento del demonio. –
Lucia: - Posso chiarire tutto io… - Intimorita.
Madre Pia: - Ecco, che ne sa qualcosa! Dove hai messo la statuetta di San Giuseppe? –
Lucia si sente accusare di un furto che non commesso, e per la tensione incomincia a piangere mentre suor Maria la stringe a se, proteggendola dall’aggressione verbale di madre Pia.
Suor Maria, con tono rabbioso: - Se lei avesse veramente fede all’abito che porta non si comporterebbe in questo modo con una bambina! –
Madre Pia: - Proprio tu, peccatrice, accusi me di non fede. Tu che hai disonorato il nome della tua famiglia? Chiudetela in cella di meditazione! Ti faccio passare un Santo Natale come meriti. –
Lucia viene staccata dall’abbraccio con suor Maria e piangendo a dirotto, grida: - No! No! No! Lasciatela! Non ha nessuna colpa! -Mentre due suore accompagnano suor Maria all’isolamento.
Madre Pia: - Ora tocca a te –
Lucia, piangendo a singhiozzo: - Ero scesa per vedere, prima di addormentarmi, il presepe illuminato e avevo pregato a San Giuseppe di trovare mio padre e riportarmelo qui, quando una voce mi aveva risposto… -
La superiora la interrompe: - Basta! Basta… Questa storia è opera di Satana. Lucifera, hai ucciso tua madre e con le menzogne vuoi uccidere anche me. Dimmi dove hai messo la statuetta! (Mollando un sonoro ceffone). Dimmelo! –
Nello stesso tempo si ode suonare il campanello ripetutamente. Una suora: - Madre, bussano alla porta. –
Madre Pia: - Vai a vedere chi è. Tu rimani qui e non ti muovere. –
Intanto dietro il portone ci sono Paolo e la persona anziana, ancora anonima.
All’aeroporto di Punta Rais tutti avevano gridato al miracolo. Perché, dopo che l’aereo era atterrato meravigliosamente, un atterraggio da manuale, gli addetti si sono accorti che il pilota era completamente ubriaco e i motori spenti, erano anche freddi, giacché già da qualche tempo era finito il carburante. E tante altre peripezie, sono entrambi dietro il portone dell’istituto. Paolo con una ventiquattrore piena di marchi tedeschi e l’anziano innervosito che ripete: - Non ce lo fatta. Non ci sono riuscito a tempo. –
Paolo, guardando l’orologio: - Perché? Non sono neanche le sette. –L’anziano: - Lascia parlare me –
Intanto la suora apre lo spioncino e chiede chi è.
L’anziano: - Buon Natale, sono l’avvocato di Lucia, suo padre è qui con me per portarla via, oggi stesso. –
La suora aprendo la porta: - Entrate, chiamo subito la madre superiora. Accomodatevi tempo che la chiamo. – La suora guarda meravigliata i due e si allontana voltandosi, almeno tre volte, incuriosita. Paolo: - Scusami, dalla prima volta che ti ho visto, il tuo volto mi è sembrato familiare, ancora non mi hai detto il nome. –
L’anziano: - Mi chiamo Giuseppe. Per tutte le bambine di qui dentro sono il loro padre. Tutte le loro attenzioni e confidenze le vengono a dire a me. –
Paolo: - Allora, tu abiti qui? Come mai la suora non ti ha riconosciuto? – Giuseppe accenna un sorriso. Nel mentre entra la superiora: - Buongiorno signori! –
Paolo: - Buongiorno Madre. –
Giuseppe: - Buon Natale – Quest’augurio di Giuseppe crea una reazione e sconvolge a Madre Pia talmente che incomincia a perdere l’autocontrollo: - Perciò voi venite a prendere Lucia, vero? E magari Lei è Giuseppe andato a cercare lui, il padre di Lucia, vero? –
Paolo, guardando a Giuseppe, con aria sorpresa: - Ma voi come fate a sapere tutto ciò? –
Madre Pia, si sconvolge ancora di più: -Perché… Non mi dite… - S’inginocchia davanti a Giuseppe.
Giuseppe: -Io devo andare, ascolta Lucia ti dirà che ha ritrovato un’altra mamma, portala con te, non è posto per lei questo, può fare molto di più fuori. Buon Natale Paolo. –
Paolo ha già un’idea dove ha visto Giuseppe: - Ti verrò a trovare sempre, il Natale non può attendere, Buon Natale anche a te! –
Così, Giuseppe esce dalla porta. Madre Pia si alza e gli corre dietro, ma niente da fare, nel corridoio non c’è nessuno. Allora corre a gambe levate al presepe e ritrova la statuetta di San Giuseppe a suo posto, così piangendo si rivolge a Lucia: - Lucia, vai tuo padre ti sta aspettando. Andate ad aprire a suor Maria, vi prego… -
Lucia si rivolge alla statuetta: - Sei tornato e hai mantenuto la promessa, grazie papà Giuseppe. Dov’è mio padre? -
Paolo aveva seguito la superiora: - Sono qui Lucia! – Lei si volta e per istinto capisce, corre e i due si abbracciano. Lucia piange di gioia e Paolo le supplica il perdono. Madre Pia, piange e ride, sembra impazzita.
Lucia: - Papà, portami via, insieme a suor Maria, lei mi vuole tanto bene, voglio che venga con noi –
Paolo pensa alle parole di Giuseppe. Intanto suor Maria arriva senza l’abito talare: - Madre, ho capito che questa vita non è per me. Ho deciso di prendermi qualche tempo per pensarci su. –
Paolo la guarda negli occhi, sente come un brivido, dopo quella notte, è la prima volta che guarda una donna e non sente più il dolore al cuore di sempre. Gli occhi arrossati di Maria, lo sguardo malinconico e amorevole verso Lucia, lo travolgono come una valanga di sentimenti. Paolo s’avvicina a lei e porgendole la mano, le dice: - Mi scusi sono Paolo, il papà di Lucia, so quanto voi due vi volete bene. Ed io voglio che questo Natale per mia figlia sia il più bel Natale della sua vita, senza di lei non può essere così, perciò accetti di festeggiare questo Natale con noi. -
Maria, anche lei è attratta da quella figura stanca ma felice, abbassa gli occhi, guarda Lucia: - No, non posso –
Lucia saltellando e prendendole tutte e due le mani: - Non mi lasciare, vieni con noi, vieni con noi –
Maria è lottata da due forze opposte: il suo passato che la trasforma in una statua di sale, come la moglie di Lot quando voltò lo sguardo indietro per guardare Sodomia; e l’amore forte lo stesso che una madre ha per una figlia fra tribolazioni e tanti momenti felici. Maria, alza gli occhi guarda Paolo, e accetta l’invito dicendo sì con la testa. Lucia, sprizzando felicità: - Vi porterò tanti doni fantastici, buon Natale a tutti! –
I tre uscirono dall’istituto. Dopo le feste di Natale Maria e Paolo si sposarono e Lucia portò una montagna di doni per tutti: suore, inservienti e orfanelle. Le sorelline orfanelle l’abbracciarono e le fecero gran festa. Madre Pia da quel giorno le si spaccò il cuore duro come una roccia e freddo come il ghiaccio e dentro trovò tanto tanto amore, forse questo è stato il vero e grande miracolo di quel Natale.
Siculiana, 20 Dicembre 2000 Alphonse DORIA














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giovedì, 27 gennaio 2005
L’ARDIMENTOSO AMORE DEL
MAESTRO GIUSEPPE ADDAMO


Genesi


Adamo bighellonava nell’Eden senza un gran che da fare, guardava le scimmie che s’inciullavano su gli alberi in mille modi, guardava per terra e anche le formiche fornicavano, tanto da chiedersi se quello che avesse fatto il Signore era il mondo o un casino? Lui era rintristito sotto un albero di carrubo a scrutarsi il da farsi con quel coso che oltre a pisciare aveva altre funzioni. Dopo aver dato a tutti un nome, dopo aver visto com’era stato bravo Dio in sei giorni fare tutto quel popò. Pensava guarda com’è stato bravo: il giorno una luce forte e la notte una più tenue! Bello qua, bello là… Poi se ne tornava sotto quel carrubo sempre più triste, alle continue manipolazioni dell’aggeggio misterioso. Insomma, che paradiso era quello, se lo sapeva il Signore. Allora incominciò a pensare ad una femmina anche per lui, con la fantasia l’aveva proprio davanti: gli “occhiucci†belli che lasciavano trasparire un carattere docile e puro, la “boccuccia†simile ad un bocciolo di rosa rossa, un fisico modellato a suo gusto, insomma lui avrebbe dato una sua costola per averla tutta per se. Non fece nemmeno tempo a pensarlo che il Signore lo prese in parola. Sappiamo tutti come andò a finire…
Tutto ciò per premettervi quello che, ironia della sorte, capitava di pensare all’insegnante elementare Giuseppe Addamo, forse per forza del cognome che portava, si sentiva come Adamo che dopo aver dato la costola aver visto Eva, fatta (come dice il giurista) a regola d’arte, d’allora ancora non fosse riuscito a concludere un bel niente, eppure di tempo n’è passato. Il maestro Addamo si trovava nel solito posto, mentre si affievoliva la luce del giorno, riflessa nel solito foglio bianco, dove in maniera smaniosa da grafomane che era, scribacchiava un’altra pagina del suo libro “Il mio Amore Giovanileâ€. Dove però, non scriveva quelle divagazioni speculative alla Smerdjakòv , però pensava nel suo intimo, anzi, si diceva di tanto in tanto che in ognuno di noi vi era uno Smerdjakov che covava dentro.
Il suo amore era iniziato quando il sole risplendeva di luce nuova tutto il mondo sotto i suoi occhi. Era studente magistrale, qualche annetto e diventava maestro, lui figlio di Giovanni Addamo contadino burgisi, riusciva a saltare il fosso. Lo studio lo appassionava sempre più, Foscolo, Leopardi, Dante, non era un genio ma riusciva a superare l’anno scolastico tra mille difficoltà. Abitava in Giurgenti e nella fine settimana o per le vacanze tornava a Favara. La sua matruzza nutriva un amore e un orgoglio che faceva invidiare con chi discuteva di lui. Le si accendeva lo sguardo e descriveva la pesantezza di tutti quei libri che studiava il figlio, quante ore se ne stava chiuso dentro la sua stanza a studiare. “Ku l’ajva a ddiri avjri sta testa… Addivintari provessuri di scola!â€
Quando lui era a casa un silenzio assoluto era obbligato anche all’asino e alle galline coprendo la gabbia con una tela scura. La sorella Caterina provava ammirazione per quel fratello così bravo, ma le attenzioni della madre seminarono una gelosia nel suo intimo, che dopo essersi sposata sfociò in invidia e poi nell’odio. Come si fa a sbrigare le faccende di casa senza fare il minimo rumore? Eppure, “Caterì, ah, chi lu f’apposta? Peppucciu sta studjannu!â€. Suo padre portava una quaglia, trovata in mezzo al campo di grano, e lei: “Mangia Peppucciu ka tu studji e ha di bisognu…†Con quali occhi sua madre lo guardava poi, tutte espressioni che inchiodarono quell’odio dentro di lei che si portò fino alla morte e che Peppuccio diede colpa al marito.
Caterina parlava velocemente e con astio su tutto e tutti, tanto da intimorire la madre stessa nelle conversazioni. I giovani avevano timore ad avvicinarla anche se non era brutta, anzi aveva un viso abbastanza gradevole, poi la dote la rendeva più bella, ma quella espressione scoraggiava tutti a mandarle a casa una richiesta di matrimonio. Fu, comunque, lei stessa che scelse il marito e con astuzia lo invogliò a fare il primo passo. Un certo Bartolo che abitava al cortile Sciruso, dai movimenti lenti e dallo sguardo pensoso, un contadino buono come il pane e massaru. Lei subito lo soggiogò e divenne la sua mente, la voce proveniva da Bartolo ma il pensiero apparteneva a Caterina.
Peppuccio era piuttosto gracile, d’altezza media bassa, con due manine piccole e due occhietti castani chiari che si muovevano di continuo, in un viso rotondo, la bocca incavata con due labbra che finivano a becco d’uccello, la sua pelle di colore marroncino, quei capelli, anch’essi castani, spampagliati in testa a ciocchi… Non era un bel giovane. Lui, però si sentiva tale, anzi, quando si guardava allo specchio s’apprezzava da vero incosciente.
Fu così, che in uno dei tanti fine settimana, tornato con la vitturina da Giurgenti stava salendo dalla stazione per la sua casa, quando incontrò la sua Eva come lui l’aveva pensato, o come l’avrebbe pensato. Quell’Eden, ora era perfetto, ora il giorno e la notte aveva un senso. I fiori, le montagne, il mare e il cielo erano stati creati per quell’amore. Lei, fanciulla di appena undici anni, camminava non curante di tutto ciò che stava scatenando dentro il cuore di quell’adulto, solo che si vedeva osservata con insistenza e rivolse lo sguardo a quei due occhi insignificanti e provò pure paura.
Avvolte le donne per difesa, in situazioni simili, lanciano dei segnali, dei veri richiami erotici, per confondere il maschio. Sarà stato, sicuramente, uno di questi richiami che fecero impazzire d’amore il giovane Peppuccio tanto da stravolgere la sua vita.
Quel visino innocente, quello sguardo, quella boccuccia e quei capelli neri in quel corpicino esile e aggraziato seminarono un amore che germogliava giorno per giorno tanto da invadere totalmente la sua mente, e che puntualmente appuntava in uno dei numerosi quaderni dalla copertina nera di cartone che raccolse in tre anni prima dell’ardito passo. Quando era a Giurgenti non pensava ad altro mentre si cimentava con gli studi vedeva solo il suo Amore, quella fanciulletta dal passo leggiadro e quello sguardo enigmatico, e deduzione dopo deduzione concluse: “Essa mi aveva, infatti, appena scorto, che si era rivelata immediatamente mia, l’amabile ingenuità con cui sinceramente mi guardava, faceva pensare che aveva trovato in me l’amore, e la sua piccola, preziosa boccuccia era per me il piccolo amoreâ€. Ora dico io, come si può arrivare a concludere con tale determinazione che la sua passione era corrisposta da una bambina d’undici anni con la sua testolina intenta a pensare ben altre passioni fatte di giocattoli, leccornie sgridate dai genitori e vestitini? Quella di Peppuccio non era mania, e non aveva nessun’attinenza erotica, anzi al contrario sentiva un sentimento delicato, un innamoramento continuo e sempre più forte tale da fargli sentire una fitta al cuore. La voglia erotica iniziava da dove finiva il pensiero per la fanciulletta. Avvolte, gli bastava vedere una delle ragazze compagne di magistrale per dimenticare completamente la fanciulletta dalla boccuccia deliziosa, ed era un vero maialone nelle sue fantasie, anzi se una di loro, anche Tina con il viso che ricordava la luna piena con dei brufoli giganti, gli avesse dato consenso, sono sicuro che, di quel grande amore ne sarebbe restato un mucchio di cenere e basta. Le ragazze gli voltavano le spalle e lui con quegli occhietti impertinenti a fissare a questa o quella senza alcun successo. Anzi, una volta Maria Grazia, una bellissima ragazza della quarta H, se ne uscì con un’espressione che rimase nella storia: “Talè! Addamo pari cangiatu di li donni!†Le compagne vicine a lei davanti la porta della classe liberarono una gioviale risata. L’Addamo indovinate che pensò? Che Maria Grazia ha fatto un apprezzamento su di lui un po’ erotico e le compagne risero compiaciute…
Questa dualità di pensiero sulla donna era di un contrasto avvilente. Quando pensava la sua fanciulletta innalzava la donna e il suo pensiero diveniva trascendentale. Quando pensava alle altre diveniva libidinoso e maschilista e le guardava con una scintilla in quei occhietti birbanti irrequieti, rannicchiando le spalle e il suo petto palombino, divenendo così il suo corpo di forma cilindrica avvolto dal suo grigio paltò. Non parlava con i compagni dei suoi mistici pensieri, raramente usciva fuori il libidinoso con qualche apprezzamento. Una volta si lasciò fuggire una meditazione sulla donna, con il suo compagno di classe Cecè Saporito di Racalmuto, che si continuava a chiedere a se stesso e all’aria che lo circondava: “Che cosa è la donna?â€, come un mistero, come un turbamento. Allora, Addamo enunciò quest’editto in pompa magna: “La donna è una cornice attorno ad un buco!â€. Cecè lo guardò stupito nel viso: “Minchia, bella chista è! Unni la pigliassi?â€. A lui gli s’illuminò il volto e chinando leggermente la testa, rispose: â€E’ frutto del mio ingegno.â€
Ritornando alla sua solitudine, si smarriva nella poesia nella dolcezza nel misticismo, pensando a quella boccuccia, che fortunatamente non gli somigliava, anche se lui nei suoi scritti insistesse convintissimo che le era somigliantissima, per il viso rotondeggiante. Incominciava a trascendere pensando che la sua anima se avesse avuto un volto e un corpo avrebbe avuto le sembianze della sua fanciulla.
Passarono tre anni, dal 1943 al 1946, prima che ha rivisto la sua musa ispiratrice di tanto ardito amore e di tanto poetare. Qualcuno può pensare ma in questi tre anni vi fu la guerra, il bombardamento di Giurgenti, lo sbarco degli Alleati, i separatisti? Si, ma che vuoi che sia di fronte a quell’amore che lo trascinava in un discorso interiore sempre più tanto da avvicinarlo a comprendere gli arcani misteri del creato e quindi del Creatore…
E’ l’Eros che fa scoprire l’anima. Tre anni, tre, il numero del Dio Trino, e che Dante strutturò la sua Commedia. Addamo aveva incubi continui, anzi si smarriva nei meandri di quell’opera dove i personaggi prendevano sembianze di persone a lui note. Tanto per fare un esempio, la selva oscura dove lui, Addamo si è smarrito era l’immagine di una fotografia di una donna nuda portata a scuola da un suo compagno di studi un certo Carmelo Ferla che sembrava non pensare ad altro che a quello. Carmelo aveva un nasone spettacolare, sintesi di tutto il suo corpo, con una gobba sopra e le narici larghe, lui era longilineo e aggobbito, frutto di uno sviluppo fisico precoce, la bocca larga e due occhi rotondi che uscivano dalle orbite, poi una voce forte e sguaiata che ogni cosa proferisse diventava volgare. Carmelo mise sotto il naso di Addamo quella fotografia e gli disse: “Te, fatti l’occhi!†Lui prima guardò, vide solo quella peluria nera e misteriosa per la prima volta nella sua vita e poi la cacciò allontanando con la mano quell’immagine rimasta nella mente come un’impronta rovente indelebile origine di vere crisi spirituali, chiuso nella sua stanza della pensione o sotto l’ombra rinfrescante del carrubo in campagna. Quella peluria nera era la sua selva oscura. Virgilio, l’arciprete della sua parrocchia, suo confessore, che s’assorbiva tutte le sue crisi spirituali e le tentazioni, fatemelo dire: giuste, che il diavolo gli tendeva di continuo. Caronte, il bidello della scuola, che con il suo sguardo crucciato davanti al portone sembrava dire a tutti: “Guai a voi, anime prave! Non ispirate mai veder lo cielo…†Beatrice, la sua fanciulletta. Non starò qui a dilungarmi con i suoi incubi danteschi ma uno più di tutti era ricorrente prima del diploma di maestro. Lui tornava con la solita vitturina trionfante con il diploma di maestro in mano, in piazza vi erano i giovani del paese a due schiere, davanti vestiti di festa la sua famiglia e avvertiva la presenza della fanciulletta, i giovani mentre passava lo spernacchiavano di brutto. Ricordando i versi di Dante: “e col cul fecero trombettaâ€. Si svegliava sudato e intrappolato nel lenzuolo. Addamo stava rivivendo in pieno il Medioevo sia quello di Dante sia quello di Cecco Angiolieri, solo che mentre il poeta avrebbe lasciato le donne vecchie e laide ad altrui, Addamo non avrebbe risparmiato neanche quelle!
Passarono tre anni ricordando la sua fanciulletta giuliva ferma in quell’immagine, nello sguardo che lo fulminò.
Nella piccola cittadina non capitò incontrarsi, anche se andò in cerca ma con gran discrezione, poteva essere facilmente frainteso. Il periodo delle vacanze Peppuccio lo passava in campagna ad aiutare il padre, proprio curata come un giardino, faticava tra le steppe della ristuccia, il sole violento, un sorso di frescura dalla lancedda all’ombra del fico e pensava e amava quella boccuccia adorabile della sua fanciulletta. Quando qualche contadino in groppa alla sua vestia passava dal viottolo faceva sarcasmo perché lo vedeva lavorare: “Megliu la pinna ca la zappudda Pepè! Ah! Ah! Ah! ‘Ncapu li libra ‘un si suda prevessù! Ah! Ah! Ah! Lassa jri!â€. Peppuccio pensava: “non ti curar di lor ma guarda e passaâ€.
Ritornare in paese era troppo faticoso per la lontananza rimaneva in campagna tra una lettura e una meditazione sotto il carrubo. La notte scrutava il firmamento e concludeva che tutto: le bestie, i fiori, le stelle, l’infinito tutto, senza l’amore di una donna era noia, tutto bello, ma quel tutto, una gran rottura di coglioni.
Possibile in tre anni, tra feste di paese e altro, non avere avuto una sola opportunità d’incontrarla? La volontà divina non voleva forse perché stava preparando qualcosa di straordinario.

Resurrezione

Venerdì Santo, le chiese erano aperte in tutto il paese, i padri missionari predicavano in ogni chiesa. L’arciprete incaricò a Peppuccio di accompagnare uno di questi padri alla seicentesca e periferica chiesa della Grazia Vicina. La chiesa era stracolma. Padre Agostino con quella barba nera e lunga, gli occhi di fuoco, dal pulpito dominava tutti: uomini, donne e bambini. La sua voce tenorile echeggiava nell’acustica della chiesa. “Mentre Adamo con il peccato originale, raccogliendo il frutto della disubbidienza dall’albero della Conoscenza del bene e del male, ci allontanò dal Padre, dal Paradiso. Gesù, novello Adamo, l’Adamo Spirituale, con il suo sacrificio, dall’albero della passione: la Croce, ci salverà ci riporterà al Padre. Mentre Eva è stato lo strumento di Satana e portò l’uomo in rovina, Maria è lo strumento di Dio e porta l’uomo alla salvezza, concependo Gesù. Il Cristo che dall’albero dell’Amore ci chiama. Ma da quest’albero, da questa croce, dobbiamo essere noi ora a raccogliere la salvezza, la resurrezione per il Regno dei Cieli. Se non allunghiamo la mano noi, se ce ne stiamo sotto l’albero aspettando che il frutto ci cade in bocca, se non raccogliamo questo frutto delizioso che è Gesù, non potrà esserci salvezza, non potrà esservi vita eterna. Il Regno dei Cieli promesso da Gesù, inizia solo quando raccogliamo il frutto d’Amore offerto dal Padre. Dio ha offerto il proprio figlio prediletto per la nostra salvezza, Dio è sceso dal Cielo e ha subito l’umiliazione della carne, la sofferenza della carne per la nostra salvezza. Ora se noi riuscissimo a sentire dolore, dolore e non pietà! Per la sofferenza del nostro prossimo c’è speranza di salvezza. Perché prima della fede deve nascere il dolore, dolore fisico, per le sofferenze del mondo. La porta del Regno dei Cieli è il dolore della croce, dove Dio ci attende per abbracciarci, sta a noi andarci in contro, e non rimanere nel peccato. Il peccato di non sentire dolore per le pene degli altri, per tutti i torti subiti ingiustamente ognuno. Perché da quel dolore nascerà l’Amore per gli altri. Alcuni provano perfino piacere nella disgrazia degli altri, nella caduta del Giusto. –Vedi quello là, quante arie si dava e ora c’è capitato questo, così impara, ben ci sta!- Altri fingono dispiacere, ma in realtà sono contenti che quella disgrazia non è capitata alla loro famiglia. La maggior parte, bene che vada, vive nell’indifferenza. Quando capiremo allora cadremo in ginocchio e chiederemo perdono per tutti i mali del mondo, allora quello sarà il Regno dei Cieli rivelato da Gesù, un Regno pieno d’Amore.†La gente era come incantata da quella voce anche se non riusciva la maggior parte a capire veramente come da Adamo, padre Agostino, andò a finire a Gesù, però quelle parole erano belle, quella barba quella voce, quegli occhi che scintillavano, bravo veramente.
Peppuccio, era seduto vicino il balconcino del pulpito, lui già n’aveva ascoltato prediche e queste parole ora gli scivolavano cadendo in divagazione e stramberie d’ogni genere. Pensava tra se: ama il prossimo tuo, perché? Si rannicchiava nella mente quel perché, poi concludeva perché è giusto, è giusto al di fuori di Dio e non perché ci sia imposto o per un premio nell’aldilà. Riformulava quella legge di Gesù e si diceva: ama il prossimo tuo per te stesso! Per sentirti meglio, per essere meglio, per stare meglio. Guardava quei fedeli con la testa in su e la bocca aperta. I posti delle prime tre file sembravano assegnati da almeno quaranta anni alle stesse fedeli. Vedeva un signore alto e grosso che continuamente si dondolava ora a destra ora a sinistra alzando la coscia, Addamo concludeva che quelle erano sicuramente emorroidi. La moglie accanto con un soprabito impellicciato nel collare che guardava di qua e di là come dire “guardate invidiose, tiè!â€. Mentre era assorto in queste divagazioni vide in quinta fila un immagine, una sagoma, un viso che gli diede una scarica di adrenalina tanto da vibrare in tutto il corpo, era lei, si era lei! Non era più fanciulla, ma in quei tre anni era sbocciato il più bel fiore di tutto il creato, una donna bellissima! Addamo divenne rosso poi bianco, in seguito di nuovo rosso e ridivenne bianco, raggelò all’istante e il cervello gli partì in quinta. La prima deduzione vista che era con altre compagne non era fidanzata, la seconda che quel fiore facilmente poteva essere raccolto da altri, terza la sua purezza con la verginità e la propria, perché anche lui non era stato mai con una donna, l’unione era l’amore perfetto e poteva dare solo figli perfetti, la quarta che c’era la necessità di agire perché non vi era più tempo, quel frutto prelibato andava subito raccolto, prima che qualche sacchinaru ne poteva fare scempio. Allora pensò di fermarla, di parlarle dichiarare tutto il suo amore, ora, prima che quella figura eterea poteva sparire di nuovo. Pensò di mettersi davanti alla porta e aspettarla all’uscita e così fece. Lì davanti, impaziente aspettava mentre i fedeli incominciavano ad uscire lui si fregava quelle manine che sudavano fredde, gli occhietti bene aperti, come il cacciatore davanti la tana, fermo e determinato. Ad un tratto eccola! Lei non arrivava piano piano, spuntava! Il cuore al povero Peppuccio gli stava uscendo fuori dal petto. La sua veste turchese delineava un corpo di donna ben fatto, i lunghi capelli neri sotto il velo bianco di pizzo, facevano cornice ad un viso dolce con due occhi che trasferivano purezza. Addamo rimase incantato, quella creatura apparsa come incanto, anche se attesa, emanava luce, ora il suo ideale di donna come concetto era lì davanti a lui, in tutta la sua possanza fisica e spirituale; pochi metri separavano la verità da lui. Immaginate Adamo nell’Eden che vide per la prima volta Eva non fanciulletta ma donna, come Dio sa fare le sue opere, così il nostro Addamo rimase stupito.
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Nello stesso periodo a Siculiana era successo un caso analogo. Un contadino di un metro e trenta d’altezza, un certo Saru con gli orecchi a sventola sproporzionatamente grandi, e due occhi da scimpanzé, brache di fustagno cadenti e una coppola nera storta e smisurata, con un carattere testardo imponente, tanto che, nonostante la sua altezza, riusciva a guardare gli altri dall’alto in basso, perciò nessuno chiamava Sasà e nemmeno lo permetteva.
Saru si era invaghito di una sartina prosperosa e graziosa con quasi quaranta centimetri d’altezza in più, per una donna delle nostre parti era abbastanza alta, come si sol dire una fimmina di vista. Aveva mandato i familiari per chiedere la sua mano, ma riportarono un NO che riempiva tutta la coffa. Saru non riusciva a rassegnarsi. La sartina ripeteva il suo diniego, anzi tremava a pensare quel nanerottolo che gli gironzolava nei pressi della sartoria. Fin quando una notte pagò dei musici per una serenata, per tutta risposta, il gruppo ricevette una rinalata di calda pisciazza. Lui con il suo caratteraccio non si era per niente intimorito e fu così che per la festa del SS. Crocifisso il due di maggio, mentre la sartina e la madre stavano uscendo dalla chiesa Matrice dopo la funzione della Caduta di lu velu , Saru in agguato davanti al portone come lei scese il primo gradino gli salta addosso l’abbraccia e la bacia in bocca. Ci fu un curri curri urla e tripudio. La madre lo prende a borsate, la figlia, riavutasi dall’effetto sorpresa, riesce a svincolarsi e lui fugge. Il suo intento era di compromettere la donna e così fu, dopo quel fatto nessun pretendente si avvicinò a lei, ma non volle minimamente mettere in considerazione la richiesta di matrimonio di Saru le faceva semplicemente schifo, ha subito una vera violenza da punire penalmente, si lavava giorno e notte ma non riusciva a togliersi l’odore di quel fetente, passarono anni così. Lei poi emigrò in continente. Saru, in seguito si sposò con una fimminuna, alta un metro e ottanta per un metro di larghezza, per semplice dispetto.
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Ora quello che successe a Addamo quel giorno cambiò il corso della sua vita, perciò ha avuto un’importanza rilevante, eppure tutto si svolse in un attimo, sarà stato una mangiata di secondi. La maggior parte delle sue migliaia di pagine scritte parla di quest’attimo. Stette anni e anni a meditarci sopra a studiare filosofi, libri sacri e d’ogni genere. Scomodò: Kant, Platone, Archimede, Aristotele e tanti altri. Poi, quando decise di farsi stampare il libro nel 1976 a Caltanisetta dalla LussoGrafica incominciò a riassumere e sintetizzare talmente che il plico conta solo 176 pagine. Ecco cosa successe nei fatti. La ragazza usciva dal portone insieme al fiume dei fedeli, lui messo in un lato la guardò attentamente stimandola nel corpo e poi nello sguardo. Sembrava che lei non lo vedesse neanche, così si avviò accanto, mentre seguiva il flusso della gente lui le sussurra il nome: Filippa, lei si volta, lo guarda prima con curiosità, poi con lo stesso sguardo enigmatico di tre anni fa. Lui la tocca con due dita, l’indice e il medio, le stesse dita che noi Siciliani suggelliamo un giuramento portandoceli sulle labbra e pronunziando le parole “orbu di l’occhi†ricordando il millenario rito dei Gemelli Pelaci nel lago di Nafta vicino il fiume Simeto presso la città di Palagonia d’oggi. Le stesse dita che spesso immergiamo nella fonte dell’acqua benedetta in chiesa e ci segniamo la croce. Lei insiste a fissarlo con uno sguardo interrogativo come per dire: ma chi voli kistu? Lo sguardo di Peppuccio si languisce a causa di una repentina eiaculazione. Lei alza gli occhi al cielo come dire: chi cretinu… Lo fissa agli occhi e gli dice: “ bruttu ‘mbecilli!â€, e va via scomparendo tra la gente. Lui rimane immobile strattonato dalle persone che passavano.
A questo punto è importante riportare quest’esperienza come lui la descrisse in parte nelle pagine 31, 32 e 33 del suo libro.
“Essa, nonostante appartenga al cielo, e abbia lassù la sua eterna dimora, è scesa, ora, quaggiù, accanto a me, quasi a darmi la possibilità di appropriarmi di lei e divenir partecipe della sua Natura, e così nacque di posare la mia mano sulla sua spalla, onde unire il mio corpo al suo, attingere da esso la forza necessaria per salvarmi, e farmi scudo della sua potentissima luce… …La mia azione era stata molto ardimentosa… …Il passo fu fulmineo ed istantaneo, come il dardo scoccato dalla freccia non si arresta, finché non giunge al segno, così lo stesso avvenne dell’attenta mia mano, che, intuendone il provvido ingegno, si mosse immediatamente ad assecondarlo, e non arrestò il suo iniziale impulso, fino a quando, la mia umana natura, non si congiunse alla sua superiore natura… …Incurante del grande rischio, proseguii nell’ardua impresa, e, sfidando l’immediato ignoto, posai l’incauta mano sull’intangibile oggetto, e mi tuffai in quell’acque purissime e freschissime, alle quali nessuno aveva mai osato avvicinare, scompigliare e turbare… … Con l’aiuto della mia fanciulla, potevo finalmente penetrare nei meandri più reconditi di quell’Amore, esplorare quei luoghi, sino allora sconosciuti, vedere quello che nessuno aveva potuto mai vedere, e comprendere la verità.
Posata che ebbi la mia mano sulla sua spalla e congiunta la mia natura alla sua, mi sentii qual ferro in mezzo al fuoco ed invaso dello Spirito del Tutto. Si formò tra noi un ponte tra il finito e l’infinito, tra il mondo naturale e il soprannaturale, tra il mondo sensibile e l’ultrasensibile. (1)Contrariamente a quanto pensava Kant, l’esperienza umana non è soltanto di natura empirica, ma spirituale e metafisica.†Ho abbreviato saltando alcuni periodi per non tediarvi, ho ritenuto riportare altri che serviranno ad introdurre il viaggio metafisico d’Addamo.

Dall’abisso al cielo
In principio lo spirito di Dio aleggiava sopra l’abisso, questo qualcosa che esisteva prima della creazione e che, appunto, percepì la volontà del Creatore. Come dice Sant’Agostino: “Ad ogni modo, doveva pur esistere, per essere ricettiva di quelle forme visibili e ordinate.†Proprio di quest’abisso è stata creata la terra e da questa: Adamo è stato modellato ad immagine dello stesso Creatore che volle, a differenza del resto di tutti gli altri esseri viventi del creato, aggiungere il suo alito divino di vita. Così Adamo ha in sé l’abisso e l’alito divino. La congiunzione di queste due nature è l’anima, l’atman, dove l’uomo, avvolte, si smarrisce alla ricerca della verità. Il povero Addamo, così, si trovò nel precipizio del suo abisso, abbagliato dalla luce della bellezza che tutto armonizza nell’universo, nel cielo e nel Cielo del cielo.
Il suo viaggio iniziò nella forma della materia della sua fanciulla. La bellezza di quella fanciulla armonizzava con il suo ideale di donna. Per lui la donna in se, era qualcosa di superiore, sia come trascendentale sia materiale, perché in ambi due i casi erano una meta lontana. In quella bellezza si sono congiunti i due desideri esasperati dall’attesa di quell’incontro. Allora meditando la certezza di consenso, considerandosi giovane di successo, arrinisciutu maestru di scola, come vicino ad una meta tanto ambita, ammira il traguardo ed è propenso a fare l’ultimo passo per arrivare definitivamente.
Quel volto così dolce ad un tratto prese le sembianze della Madonna mentre tiene sotto il calzare il serpente ormai vinto. Nella sua logica fu chiaro come un lampo: il serpente della Genesi è il drago, il serpente piumato, il dio Pan, la natura, il mondo materiale e Maria il mondo spirituale che vince e soggioga, ma non uccide il mondo materiale. Una tempesta capovolse il battello dove era imbarcato e si trovò naufrago. Si sveglio salvo a riva, da dove su un’alta montagna avvistò un tempio grandioso. Aveva così camminato tra steppe e bizola, i suoi piedi erano in sangue, il corpo esausto. Saliva sempre su fin quando vide la Venere Ridens, che stava eretta davanti le porte del tempio sul monte Erice. La luce della dea era abbagliante e con un sorriso lo invitò ad entrare, dove le sue sacerdotesse lo avrebbero di sicuro rinfrancato di tutte le sue voluttà. Appena salì il primo gradino notò che Venere aveva lo stesso sguardo della fanciulletta e indietreggiò. Bastò quest’attimo d’esitazione e si ritrovò in cammino tra steppe e bizola di basalto sull’Etna, le nuvole del cielo correvano velocemente al contrario del suo passo, quando un tempio ancora più maestoso si presentò davanti, da dove uscì la dea Ibla, con tutto lo splendore divino nella sua giovinezza, attorniata dai suoi sacerdoti che con gesti solenni coglievano nell’aria i suoi sogni proferendo ogni verità. “Io sono la madre terra feconda!†Addamo vide ogni suo mutamento e conosceva, nel suo interiore, ciascuna metamorfosi. Ibla, divenne: Santa Lucia, Sant’Agata, Santa Rosalia, la Madonna della Lettera, La Madonna dei Marinai, la Madonna del Buon Cammino, la Madonna Odigidra uguale alla Venere Ridens, a Proserpina e in ultimo Kore bionda come il grano in estate con gli occhi verdi come la primavera e il manto azzurro come il cielo. Ad un tratto l’Etna rigurgita la sua anima in un dio poderoso e nero, come Adrano, come Vulcano, come San Kalò, come il Crocifisso di Siculiana, come San Pancrazio di Taormina, come San Filippo siriano d’Agira, San Lorenzo nero perché arrostito dal rogo romano, San Rocco, San Cono, Sant’Elia. Il dio nero rapisce in volo Kore trascinandola nell’interiore del vulcano e la terra s’inaridisce, non basterà il lamento di Proserpina, d’Anna e di Cerere ad intenerirlo. Addamo cadde a bocconi in terra quando si rialzò si trovò davanti al tempio di Giunone a Giurgenti issò gli occhi e vide Ibla che gli propense le braccia, s’alzò tremolante con il corpo ormai a brandelli, fece due passi e sentì i canti e le musiche dei popoli di tutta la terra che festeggiavano la primavera. Maria Maddalena stravolta correva, con le braccia alzate giù la valle, aveva trovato il sepolcro vuoto. Si voltò ancora una volta verso la dea Ibla e il buio invase tutto, solo un piccolo spiraglio di luce lasciava intravedere monaci benedettini intenti a cancellare antichi manoscritti, altri a distruggere statue e altri ancora, ad abbattere il grandioso tempio. Seguì quel barlume di luce e vide Ibla nell’ultima sua metamorfosi nella Madonna dell’Ascensione che gli disse: “Giura!†Peppuccio con il vestito della prima comunione, il giglio bianco in una mano, giunse le due dita li porto alla bocca e baciandoli ora di una parte ora nell’altra giurò: “Madunnuzza mia!†Pronunziate queste parole entrò nel tempio, da lì ascese al cielo seguendo la Madonna nella sua aureola di luce, attraversò l’universo intero come in un tunnel, mille galassie saettavano accanto quando quella luce incominciò ad invadere tutto il cosmo, cadde a testa in giù in un immenso oceano d’acqua. Sprofondato in quell’acqua, fu proprio ora che Addamo eiaculò, provò un senso di pace, intravedeva la luce ora tenue, un lieve calore lo ristorava ogni dolore era scomparso, una dolce melodia lo rassicurava, si sentiva protetto, nutrito, amato. Avvertiva che era ritornato nel grembo di sua madre dentro la persona che amava ed era amato; e la madre era la Madonna e la Madonna era il Creatore e Dio era donna e la donna era la sua fanciulla. Questa conoscenza fu la luce sopra l’abisso. Una dolce melodia emanata dalla zampogna di Pan, invase quel buio cosmico e apparse nel suo splendore cornuto, con gli zoccoli caprini, icona del male, che pregò il sommo Bene affinché germogli la primavera di Madre Terra. L’albero della conoscenza rifiorì e maturarono splendidi e golosi frutti, delle fiamme lo avvolsero senza consumarlo, ora era il roveto ardente da dove Mosè interloquì con Jahvè e tra quel fuoco s’intravide un viottolo di sangue e divenne croce, Addamo si avviò incontro e passando attraverso quelle fiamme si ritrovò nel tempio di Gesù davanti la sua fanciulla mentre stava abbassando lo sguardo rivolto verso l’alto e vide che lei prese le sembianze di Pan e in quelle parole di disprezzo ha visto quanto può fare male la forza di Madre Natura. Così si trovò fra gli strattoni dei fedeli che uscivano dalla chiesa riavutosi da quella crisi mistica, offeso e ridicolo per quello che gli era successo, mentre lei era scomparsa un’altra volta, non avendo la minima possibilità d’aprire bocca, ma poi, cosa dire?
Addamo dall’abisso della carne si ritrovò nel Cielo e dal Cielo si ritrovò nell’abisso della materia, come un cerchio che si chiude, così è stato il suo viaggio.

Una vita un attimo
Il tempo per il maestro Addamo correva come quel cielo sull’Etna nella visione. Avvolte, pensava come quell’attimo è durato così tanto, un attimo eterno! E come, viceversa, la sua vita era passata in fretta.
I primi anni aveva fatto supplenza a Lampedusa, dove i libri divennero compagni inseparabili. Leggeva di tutto, e non buttava mai un libro li conservava gelosamente, non li stropicciava, non li sottolineava, li lasciava come intatti, si affezionava tanto che non li prestava mai a nessuno. Aveva un segnalibro che come un amuleto passava da libro a libro, una volta l’aveva smarrito sopra il traghetto per Porto Empedocle ed era entrato in panico, poi finalmente lo rinvenne dentro un’insenatura del divano dov’era seduto e lo strinse forte con le dita, era una vecchia cartolina di Favara, dove s’intravedeva la chiesa della Grazia Vicina. Dopo sette anni di Lampedusa fu trasferito a Giurgenti nella scuola elementare del Viale. Grazie ad un continuo interessamento del padre che insistente chiedeva la raccomandazione all’arciprete in cambio dei voti per la democrazia cristiana. In quella scuola fu un pesce fuor d’acqua, i colleghi lo trattavano con distacco, persino i bidelli gli dicevano il minimo indispensabile. Eppure sorrideva a tutti in senso di apertura, nei primi tempi ha cercato di dialogare d’inserirsi, ma trovò un muro di gomma e di derisione. Ahimè, i giurgintani quando assumono quell’aria di signori, diventano spietati e spesso odiosi. Per fortuna aveva i suoi libri che non lo tradivano mai.
Abitava nel quartiere della Bibbiria, dove aveva acquistato un primo piano sopra una bottega alimentari e merceria, due stanzette, vi era pure un tetto morto, dove lui non saliva mai. Il balcone era grande, ma davanti a due metri c’era una casaccia enorme e ombrosa. Questa casa l’aveva acquistata dopo il decesso di tutte e due i genitori. Distanza di un anno dalla morte del padre, la madre entrò in uno stato di malinconia e a tal punto che seguì il marito. La sorella sposata gli fece capire che non era gradito a casa sua, come si suol dire l’ammuttava cu la funcia, intanto le proprietà di famiglia se le godeva. Ma la madre aveva lasciato un cospicuo libretto di risparmio postale a suo nome e vari titoli di stato. I genitori avevano fatto una vita di risparmi e il padre oltre settanta anni che ‘nvardava lu sceccu e andava in campagna prima che il sole si alzasse. La madre aveva notato questo disamore da parte della sorella e di nascosto aveva accumulato quel tesoro per il suo Peppuccio.
Il maestro Addamo era avaro ma veramente tirchio, tralasciamo il paltò grigio scuro che ormai era lucido, quando arrivava a Favara e visitava la sorella che cosa portava al nipotino? Quaderni e matite! Che poi non acquistava neanche, perché era il materiale didattico che doveva dare ai propri scolari. Proprio quel nipotino che con l’andare degli anni divenne nipotone e non volle saperne di studiare manco fallo a posta, probabilmente era allergico ad ogni forma di scrittura, guardava solo il calendarietto delle donnine nude che li dava il barbiere ogni anno a natale e poi basta.
Il suo giorno iniziava prestissimo puntualissimo alle 4 e45, apriva la finestra, sia in estate sia in inverno, per cambiare l’aria, caricava la piccola caffettiera, riscaldava il latte, sminuzzava il pane nella tazza metteva due cucchiai grandi di zucchero, aspettava il rigoglioso allegro caffè c’acchianava, versava tutto nel cicaruni preparato e mangiava, si lavava nel vacile di porcellana, leggeva qualcosa del giornale che aveva preso, ormai una consuetudine, la sera precedente nel circolo “Don Luigi Sturzoâ€, si vestiva, puntualmente alle sei usciva di casa passava nella chiesa di San Giuseppe, assisteva alla messa prendeva la comunione, attraversava la Via Atenea, scendeva per il viale della Vittoria dove aspettava che il bidello veniva ad aprire la scuola e così entrava. Solito inacidimento con i colleghi che ogni tanto sfogava con gli scolari, sgridandoli, dando voti cattivi e punendoli severamente, la sua classe era selezionata tra i più poveri e ripetenti, tranne qualche raccomandato che lui meschinamente trattava con i guanti gialli. Fine della scuola, ritorno a casa acquistava qualcosa e s’inventava da mangiare, poi finiva a pasta con olio, e due uova cucinati in diversi modi, infine un po’ di frutta. Piccole faccende di casa e pisolino quotidiano, sveglio si dedicava alla lettura e allo scrivere. Avvolte gli capitava, più di una volta, mettersi a pensare a voce alta e quando lui stesso si ascoltava, s’inquietava se quella, forse, poteva essere una forma di pazzia? Quante volte si estasiava a leggere opere di poesia, romanzi, saggi di filosofia e si preoccupava che la sua vita era così limitata per conoscere tutto quanto. Quando poi leggeva i romanzi, rideva piangeva s’inteneriva viveva in quel mondo e con quei personaggi. Ogni libro era serbato gelosamente in una vetrina, fin quando presero l’avvento e dominarono l’ambiente, ma lui era felice così. Poi quando scriveva si lusingava per la forma artificiosa, per i termini ricercati che adoperava, per i ragionamenti dove vi era tutto: filosofia, scienza, passione, vita! In quest’esaltazione, usciva andava a volte in parrocchia a dare una mano al parroco, e poi al circolo, dove riusciva a conversare di politica o d’altro con qualcuno. La sera a casa mentre faceva cena con qualche oliva, sarde salate, cipolle e aceto e pane, ascoltava la radio, comprata a Porto Empedocle quando tornò la prima volta da Lampedusa. Poi s’addormentava e al risveglio tutto da capo. Per tutta la vita è stata così, tranne qualche variante per le feste e per le occasioni straordinarie.
A questo punto viene da pensare: e di quella esperienza mistica cosa n’è stato? Intanto l’Amore per la fanciulletta non era cessato per nulla, anzi lo serbava dentro se come un grande tesoro e scriveva e riscriveva quell’attimo eterno. Avvolte lui stesso se ne dava spiegazioni razionali, ma non gli servivano. L’uomo Addamo ha sbagliato considerazione ponendosi come uomo-articolo (maestru di scola), ma il valore d’uso non è sufficiente a determinare il valore di scambio. In analisi, nel rito dell’innamoramento nei preliminari dell’animale uomo vi è: la fase del mettersi in mostra, e lui questo fece; attendere il primo consenso, e lei questo lo fece, anche se, forse, è stato un falso perché fu fatto per confondere il maschio e così difendersi; dopo il consenso c’è il richiamo, e lui questo fece chiamandola “Filippa…â€; attendere il secondo consenso, e lei questo fece con quell’espressione dello sguardo “ki bo?â€; penultima fase mostrare alla comunità che la femmina gli appartiene, e lui questo fece denotò il suo possesso toccandola. Qualcosa, però, non andò per il verso giusto, che c’entrava tutte quelle minchiazzonate di madonne e divinità di tarantelle sotto i templi e di minchiate galattiche? Quella eiaculazione senza nemmeno erezione e orgasmo? E poi lei, senza ne kitibbi e ne kitabbi, quelle parole offensive? Forse perché Peppuccio ha perduto tempo in mezzo alla gente a formulare la sua richiesta di fidanzamento? E di questo il maestro Addamo aveva un profondo risentimento, sarebbe stato meglio il pentimento d’averle dichiarato il suo amore, anche se la risposta fosse stata un “noâ€. Dal suo abisso gli è capitato di pensare che forse la fanciulletta aveva intuito quell’eiaculazione, possibile? Possibile che quell’apparente innocente creatura abbia avuto una tale malvagità? Subito cancellava, quell’orribile e imbarazzante ipotesi. Quell’Amore gli teneva compagnia, la sua immagine era come una “fiaccola†che gli mostrava la via per uscire dall’abisso, scriveva. Si, ma ne prendeva un’altra di via. Lui aveva sognato di trovarsi nella sua campagna, nel buio più completo sotto il solito carrubo, e lei apparse in tutta la sua bellezza, come una fiaccola accesa, tra lei e lui vi era l’abisso e gli indicava la via dell’Amore che era Dio. Certo in questo sogno vi sono tutte le figure archetipo dell’anima, ma non servirono a destarlo da quel Dio autoritario che metteva divieti e punizioni per ogni sua disubbidienza, un Dio che lo rendeva sempre più inutile, più meschino, più inetto, perché onnipotente onnisciente, cosa poteva lui? Solo con la sua grazia, con il suo aiuto, poteva acquistare vigore. Lui era in quel mare di solitudine, con quell’impotenza in quell’attimo così decisivo, che vinceva solo arrendendosi a Dio. Dio Padre, con la barba bianca e il vocione, lo ha creato e Dio Padre lo può distruggere quando vuole! La chiesa gli dava tutto, era parte di un gruppo, lo lavava dei peccati, gli dava un rito ricco di significati. Cos’era per lui quell’Amore che così ripiegava nella sua religione? La sottomissione servile, l’ingordigia emotiva, la passione di dominare, la sua pesante solitudine, e quello di credere che amava tutte le donne ma nello stesso tempo era difficilissimo essere ricambiato. Non si rendeva conto che era la sua capacità d’amare veramente era il suo limite! Qualsiasi cosa, causa il suo pensiero razionalizzante, gli scivolava dalla mente senza lasciare nessuna impronta, anzi per lui era opera di Satana. Lui, era quell’Adamo che ancora non aveva mangiato il frutto della conoscenza del bene e del male, si trovava nell’Eden con Eva senza foglia di fico, mentre pensava che quella peluria non era altro che la selva oscura.

La notte del serpente
La sua umile casa aveva dei punti di orientamento spirituale. In un angolo un ripiano con la Madonna Addolorata con tutte le sette spade infilzate nel cuore e il manto nero. Il capezzale con un Crocifisso colorato realistico di gesso con tutte le ferite rosse, i capelli e la barba nera e la fascia bianca, su una croce lignea di mezzo metro. La fotografia in una cornice ovale dei genitori. La finestra da dove il giorno e la notte si davano cambio. Un piccolo specchio sopra dove era collocato il vacile. E la fotografia incorniciata d’Alcide De Gasperi, presa alla sezione. Vi sembrerà strano, avvolte lui fuggiva da questi punti di orientamento spirituale e l’unica zona era il pianerottolo della scala tra l’altro strettissimo, scomodissimo perché chiudeva anche la porta, per qualche atto impuro. Il povero Addamo solo lì si sentiva meno osservato, era come sotto il carrubo, però con la porta chiusa lo spiazzo era vero ridotto, tanto che un giorno al momento culmine dell’atto, aveva messo il piede fuori il pianerottolo e si ruzzuliò misurando tutta la scala con la verga di fuori e le brache calate, si fermo battendo forte alla porta. Dentro la putìa sentirono il botto e s’avviarono preoccupati ad accertarsi cosa e stato, bussando ripetutamente alla porta, pronti a sfondarla a spallate, ma avvertirono Addamo dopo che rivenne tra gemiti e un filo di voce: “nenti, nentiâ€. Puntualmente andava a confessarsi e il buon parroco, ogni volta aveva pena per quell’uomo, che invece di mandarlo in pace l’avrebbe mandato volentieri a puttane.
Lui resisteva alle tentazioni, anche se il diavolo serpeggiava continuamente nella sua mente. Il mondo tutto ad un tratto cambiò. Fu quel 1968 che il suo muro di resistenza fu messo a dura prova e non bastarono rosari, preghiere e lunghe permanenze sul pianerottolo. Che cosa aveva inventato il diavolo per la donna? La minigonna! Femmine d’ogni tipo, grosse, magre, basse, alte, bionde, more, castane, rosse, tutte con le cosce di fuori. La passeggiata al Viale e in Via Atenea, era un continuo ribollire di sangue. Al circolo non si parlava altro che di femmine. Una sera aveva appuntato una teoria artificiosa, mischiando tutto. “La minigonna è stata inventata da qualche comunista ispirato direttamente da Satana per deviare gli uomini dalla dritta via!â€. Il fatto era, che a queste minchiate lui ci credeva veramente. Don Mimmo, uomo di mondo, con la sua lucida tigna e il corpo massiccio, assessore provinciale, giungendo le mani e tentennandole: “Provessù, ma se tutto quello che si vede è grazia di Dio…â€. L’avvocato Raffieli Testa, persona anziana, aveva due occhiali spessi da miope con una montatura d’osso di tartaruga, sospese di giocare a carte, per raccontare, con la sua oratoria tipica di un’accorata arringa, la storia del suo canarino. “Avevo un canarino giallo paglierino, con un canto dolce e melodico che rallegrava tutto il condominio, in gabbia ma felice saltellava da una parte e l’altra. Quattro anni per un canarino corrispondono l’età di un uomo sulle sessanta. Il poveretto non aveva mai conosciuto femmina. Mio fratello venuto a casa, mi propose di farlo accoppiare e mi regalò una canarina che era una delizia. A primo impatto il mio canarino l’osservava tutta, un giorno ho notato che incominciò l’accoppiamento. Il canarino era letteralmente impazzito, cantava, svolazzava e fotteva. Alla canarina non gli dava tempo di mangiare o di bere o di dondolarsi un po’, che il canarino gli saltava addosso e zu zu. Il canarino aveva scoperto la femmina e il trik trak quant’era bello! Di certo pensava, come aveva fatto fin a quell’età senza amore? Intanto, era diventato una vergogna, e poi, seguitando in quel modo indubitabilmente ci lasciava le penne. Così mi sono persuaso di dare in regalo la canarina. Rimase di nuovo solingo, s’acquattò, non cantava, non saltava, non si sostentava più. Ci volle l’istinto della conservazione a farlo ripigliare a mangiare, ma non cantò più come prima, ogni tanto un fischiettio melanconico. Signori ce da pervenire alle seguenti risoluzioni. Fin quando il canarino non aveva conosciuto femmina e provato il trik trak nella sua inconsapevolezza era raggiante, ma quando assaporò quel frutto delizioso, privatone, la vita era senza contenuto tanto che si stava lasciando morire. Ora caro maestro, per l’affetto che nutro verso la sua persona, si lasci tentare!â€
Ci fu un accenno di risata, ma i presenti si trattennero conoscendo quanto il maestro era permaloso. Se ne stette in silenzio allungando ancora di più la funcia e abbassando lo sguardo. Era evidente che l’avvocato l’aveva centrato a pieno. Così Lillo Ciampa, affarista in ‘ntrallazzi d’ogni genere, vestito a gran moda che sembrava un baronetto, la sigaretta sempre accesa tra le labbra, o tra l’indice e il pollice della destra, gli occhi a pampinedda e la camminata come se avvesse l’ovu ‘nculu, con la sua parlata ‘ncarcata avanzava la sua proposta. “A Porto Empedocle, proprio a l’acchianata di la Catina, c’è una signorina, Santina la sciannarisa, così brava e gentile… La casa ha un balconcino a piano terra, impossibile sbagliarsi perché come segnale c’è una cuttunina stesa nni la curdina, dal lato giallo quando è libera e da quello rosso quando ha visite, davanti la porta del balcone. Massima discrezione, pulizia e ku cincumilaliri vi rapi tutte le porte della felicità.†A questo punto Addamo capì che quella propaganda era diretta a lui, così ‘ngnutticò il giornale, lo mise sotto braccio e con un “Signori…†inboccò l’uscita.
La sera Addamo si appigliava ai suoi punti d’orientamento spirituale, ma ormai era in balia delle onde di quel mare in tempesta. Sembrava che il Crocifisso aveva voltato lo sguardo altrove. Mentre leggeva gli è sembrato di avere visto che i suoi genitori erano fotografati di spalle, possibile? Ma no! Non ha potuto fare almeno d’alzare gli occhi del libro e voltarsi a guardare inutilmente e si disse ad alta voce, cretino. La Madonna nel suo dolore guardava verso l’alto e per quella sera non ne voleva proprio sapere. S’alzò e si andò a lavare la faccia ma nello specchio si vide come un estraneo, e gli venne pena di se stesso. La finestra aveva già le ante chiuse. Anche l’onorevole sembrava che distorcesse la bocca. Nessun appiglio per quella notte, il serpente aveva preso interamente dominio, strisciando in ogni angolo della sua stanza e nella mente. Nel letto non riusciva a addormentarsi strizzava gli occhi e poi li spalancava nello spiraglio di luce della lampada votiva, sotto la foto dei genitori. Ripensava le angherie subite a scuola e il nervoso gli prendeva di più. Da qualche settimana era stata trasferita una maestra signorina di Raffadali, una certa Antonina La Porta, non era un fiore di donna, il tono della voce basso e rauco, il naso a pera, chiamiamolo nasone, di statura poco alta e camminava movendo la testa, portava sempre un cappello di panno color sabbia. La signorina Antonina aveva preso subito confidenza con lui e si trovarono spesso conversare sulle letture, su metodi d’insegnamento e circolari vari. Lei, da lontano, lo puntava con il naso, gli si piantava proprio davanti avvicinandogli con quella strana andatura e movimento di testa in avanti, lo fissava negli occhi e con quella voce che lo attizzava: “Peppuccio…†Lo chiamava proprio come sua madre. Non era gran che, ma a lui piacevano tutte le donne, queste donne che riuscivano ad amare gli uomini anche se sapevano che erano delle canaglie, o degli imbecilli, raramente amano i perdenti, stava riuscendo a ricredersi sul mondo. Nina era femmina. E in quei pochi giorni lei già aveva saltato i preliminari e insolitamente gli aveva fatto qualche apprezzamento. Non aveva tempo da perdere alle soglie dei quarantanni. Ma i progetti dei due furono subito distrutti al nascere dallo sfottò che cominciò prima lievemente e poi in maniera esorbitante da parte di tutti i colleghi e bidelli. Il più strunzu era Camillo, il gagà della scuola, gli s’avvicinava di dietro e all’orecchio gli imitava Nina: “Peppuccio… Vieni da me che ti apro la porta, anzi le porte…†E qui le oche delle sue colleghe scoppiavano a ridere. Addamo gli è capitato di odiare talmente Camillo da pensare più di una volta a qualche vendetta o pugno sul naso, ma non ebbe il coraggio nemmeno di reagire a parole, calpestando il suo orgoglio favarese.
Nella notte del serpente soffriva talmente che l’avrebbe anche ammazzato, spaventandosi subito di quell’idea terrifica.
Addamo decise di schivare Nina, fin quando quella, un giorno lo vide dall’altra parte del corridoio e ad alta voce gli ordinò: “Fermo!â€, così lo puntò con il naso, solita andatura gli si piazzò davanti: “Peppuccio… perché mi sfuggi? Siamo adulti tutte e due possiamo parlarci chiaramente, ci vediamo all’uscita?†Peppuccio si vedeva osservato dalle colleghe che sbirciavano da ogni fessura, così da vile e idiota, spavaldo gli disse alzando la voce: “Signorina La Porta, è più decente se non mi importuni più!†Nina gli voltò le spalle e si allontanò non riguardandolo più. Oh, come si odiò quel giorno, come si disperò, senza nessuno con chi sfogare magari parlando quella sua disavventura, l’aveva scritta in un quaderno ma poi la strappò e la bruciò, troppa vigliaccheria in quella storia, senza nessun alibi filosofico o teologico, aveva paragonato il suo ideale di donna, la fanciulletta con Nina, ma erano due cose distinte come paragonare un pesce con un topo, nulla reggeva. Stanco morto la notte del serpente finì addormentandosi, con il cervello a marmellata verso le tre. La mattina si svegliò appena aprì la finestra tra la luce del sole mattutino e il ribollire odoroso del caffè prese una drastica decisione pensando ad alta voce: “Questo pomeriggio sarò da Santina!â€
Quel giorno non voleva giungere a quell’ora fatidica, tutti i tempi si allungavano, nella testa quel serpente strisciava nei meandri da padrone. Uno scolaro interrogato di geografia riferì che la capitale della Romania era Roma e passò per buona.
Arrivato a casa non mangiò, si fece un’accurata pulizia soprattutto intima, si profumò, e mise il suo vestito buono. Prese la circolare e si trovò in Via Roma a Porto Empedocle. I marinisi sembrano napoletani, tutti lì a passeggiare lungo il corso o dentro i bar, pare sempre festa. Lui sceso dalla circolare, s’avviò guardando con circoscrizione, si vedeva osservato come se sapessero dello scopo della sua venuta, i marinisi lo guardavano e sogghignavano, si sotto i baffi sghignazzavano. Come imboccò l’Acchianata Catina vide subito il balcone e la cuttunina, purtroppo dal lato rosso. Lì davanti risoluto a non andare con le mani tutte sudate che lisciava continuamente e lo sguardo torbido, ogni tanto faceva due piccoli passi e si fermava a guardare. Dopo un po’, uscì un omone grande e grosso con il berretto di lana da marinaio che si grattava prima con una mano e dopo con l’altra in mezzo alle gambe. Lo guardò con disprezzo. Il marinaio soddisfatto, non curante di lui, appena vicino emise un roboante peto e salutò: “Buona sera!†Addamo preso di soprassalto con sdegno rispose al saluto. Finalmente quando rivolse lo sguardo alla cuttunina come per magia era già gialla e con il cuore sussultante s’avviò. Appena entrato sentì come una vocina: “Trasi ca staju vinennu!†C’era un letto matrimoniale, accanto un baule con sopra una bambola gigante vestita come una sciantosa francese di rosso con il cappellino, di quelle che si vincono con il sorteggio nelle feste di paese, un grande capezzale raffigurante la Sacra Famiglia. Un ambiente umile, ma con tanti oggetti e suppellettili inutili. Quando sbucò Santina vestita con una sopraveste rosa, un paio d’occhiali piccoli con una pesante montatura nera, gli è sembrata una bambina, ma i suoi modi di muoversi e il linguaggio lo fecero subito ricredere. “Kà si paga in anticipu, nesci li cincumilaliri e mettili ‘ncapu lu tavulu!†Addamo imbarazzato: “Certu, certu!†Prese le cinque carte da mille e li mise aperti a ventaglio sul tavolo. Senza ammettere repliche: “All’angulu c’è unni lavariti, si bo t’aiutu ju.â€
“Ma già mi sono lavato a casa…â€
“Si, ma a mmia ‘un m’interessa!†Addamo era preoccupato perché sentiva una fremente eccitazione ma senza nessun’erezione, e più si tormentava più cadeva nel baratro dell’impotenza. Santina, andò a chiudere l’uscio rimanendo con la penombra del lucernaio, si tolse la sopraveste posandola su una sedia rimanendo con le sole mutandine rosa, strane con i voilà. Addamo ora era davanti al mistero della donna, Santina non gli sembrava più una ragazzina, preso da un profondo turbamento si lasciò in balia delle sue maestranze. Santina è stata grande in tutti i sensi, è riuscita a metterlo a suo agio, anche se con qualche respiro di più se ne liberò in pochi minuti, in fondo in fondo per lei era lavoro, però con dignità come quello dei medici, quasi una missione, in ultimo lo congedò con una frase che lo battezzò uomo: “Tu fusti lu primu ca mi fici godiri veramenti!†Santina aveva capito che per quel strano cliente era la prima volta, anche se così in età avanzata. Addamo ricordava Santina bella dolce piccola ma formata tutta proporzionata con un seno grande e un po’ larga di spalle, quella frase con quella vocina lo rassicurò, gli fece cambiare volto e si accorse di quanto sudicio poteva essere quel paltò. Così come i serpenti cambiano pelle anche lui cambiò paltò, la stessa sera acquistò uno uguale. Guardava la gente ma non provava più odio, anzi sentiva di amarli, di amare le strade gli alberi, il cielo, le pietre.
Rientrato a casa prese strada il pentimento del peccato, pregò, chiese perdono al Crocifisso, alla Madonna, ai genitori, al buio della finestra, all’Onorevole De Gasperi e lavandosi la faccia si guardò allo specchio e si disse porco in tanti modi, ma appena si coricò s’addormentò come mai aveva fatto di un sonno benefico e profondo. Sognò o speculò nella sonnolenza, l’Eden, che poi era la sua campagna, dove lui Adamo davanti alla sua fanciulletta Eva senza foglia di fico e con tutta la selva oscura in bella vista, immobili con il cielo che correva sopra a loro due, ad un certo punto, Dio con la sua barba bianca e il suo vocione disse: “Si comincia o no?â€, con tutte e due le mani pigliò Eva, la guastò e la rimodellò come Santina, la quale prese l’iniziativa e il mondo degli uomini ebbe vita.
La mattina seguente in chiesa attese il parroco che non poteva più di quei rimorsi futili riferiti con puntiglio minuziosamente d’Addamo. Il parroco lo vide turbato, ma ben pettinato, rasato di tutto punto, con uno sguardo diverso dagli altri giorni, allora incuriosito e seccato, gli chiese: “Che c’è?â€
“Padre, mi deve confessare, subito!†Il pancione gli rialzava la tonica in avanti e a ciondoloni succube della sua missione s’avviò nel confessionale. Addamo riferì tutto con ricchezza di particolari sentimenti e impressioni. Concluse, con le mani giunte e abbassando pesantemente la testa: “Padre, Dio, può mai perdonarmi?â€
“Hai finito? Ego t’assolvo…â€
“Come? Nessuna penitenza?â€
“Si, un Padrenostro, Addamoo!!â€
Quel giorno Camillo stava per fare una battuta sul cappotto e sulla pettinatura, ma subito afferrandolo per il braccio e avvicinandosi, digrignando i denti, gli rispose: “Senti, qunn’è l’ura ca la finisci?†Così lo guardò interrogativo, aveva visto un nuovo maestro Addamo. Da quel giorno smise di molestarlo.
Addamo ritornò da Santina ogni inizio del mese, inserendo anche quell’esperienza sessuale nelle abitudini monotone della sua vita. Come ogni jornu di li morti andava in paese a portare i fiori ai genitori e parenti nel cimitero di Favara. Anche appesantito da gli anni, ogni anno che scendeva dalla corriera in paese, teneva in serbo una remota speranza di rincontrare la fanciulletta, cosa che non avvenne mai, scomparsa definitivamente.
In un altro suo libro “Il trionfo dell’Ideale†descrive d’averla vista, ma secondo me, è stata solo una parvenza.
Quel giorno a Giurgenti vi era stato il comizio di De Gasperi con corteo e trionfo della democrazia cristiana, ecco come descrive quel giorno a pagina 164: “Tutti gli amanti della verità, i figli della luce salirono sul carro dell’amore ed ebbe così inizio la marcia trionfale verso la meta, meta di verità, di luce e di amore. Erano tanti amori, tante intelligenze, tanti luci, che formavano un solo amore, una sola intelligenza ed una sola luce; erano tante creature e tanti spiriti, che avendo udito la voce dell’amore, marciavano tutti concordi ed unanimi e non avevano altro interesse ed altro fine, che difendere la verità e far valere i principi e i diritti dell’amore†A pagina 166: “Non più ingiustizie e timori ci molestavano ed inquietavano, non più perfidie ed incertezze ci angustiavamo e contristavamo, ma un mondo fatto più bello e più nuovo, ci rasserenava e consolava: la luce era in noi e le tenebre erano tutte sparite, le ombre diradate e dissipate.†Per lui la vittoria della democrazia cristiana era l’avvento del Regno dei Cieli, anzi Padre Eterno stesso era democratico cristiano, a pagina 169: “Ora Egli, dunque, è lassù, a guardarci giulivamente, quale Padre amoroso, come per dirmi che ci osserva tutti dall’alto, che guarda con occhio benigno la nostra amorosa impresa e da Lì ci ama, ci dirige e ci guida; ci da forza di andare avanti nell’amore… Egli stesso ci precede e muove sapientemente i nostri passi verso lo Amore†Io a questo punto aggiungere, verso la tangente e la speculazione… Continua così a pagina 170: “…ora gli uomini sembrano tutti spiritualizzati e rinnovati, tutti sono giusti e leali, tutti sanno che giustizia, rettitudine sincerità vogliono dire amore e perciò muovono i loro passi nell’amore. “ A pagina 174: “…una turba immensa di uomini illustri e di celesti spiriti, il cui fine altissimo era l’amore…†Il nostro maestro Giuseppe Addamo, c’è da pensare che non sapeva a chi aveva accanto, altro che ‘celesti spiriti’… Comunque per lui la presa di potere della democrazia cristiana era il trionfo del bene contro il male, in questa esaltazione De Gasperi era l’Agnello di Dio che scendeva trionfante dal Cielo e dall’alto vide la sua donna sorridente come la Madonna e scrive questi versi: “E allora si rinnova
L’antico, arcan prodigio
Che là nel Tempio bello
Le luci mie svelar.â€
Il suo pensiero razionalizzante era impermeabile a qualsiasi critica, scandalo o diniego. Solo dopo l’esperienza con Santina subì qualche variazione su il bene e il male degli uomini e delle donne, ma non sull’ideale politico, sull’amore per la fanciulletta o su Dio seduto su un trono di nuvoli e di cherubini nel Cielo.

Il giorno delle mosche
Le mosche volavano nel silenzio di quella mattina di luglio signore del tempo e dello spazio. Il maestro Addamo le osservava inerte, una stanchezza inesorabile lo aveva sopraffatto e se ne stava seduto al tavolo ingombrato d’oggetti d’ogni genere, bricioli di pane duro e il piatto ancora sporco del giorno prima. Mentre le mosche volavano, s’azzuffavano in volo, si posavano sul suo volto, anzi lo cannjavano imperturbate, a lui non interessava più niente di niente, si era stancato anche di cacciarle via dalla sua faccia, si era stancato di tutto. Pensava, ricordava, mentre con gli occhi vagava nella stanza. Guardava la scatola di cartone, posata sulla sedia, contenente i centottanta libri de –Il mio Amore Giovanile- dei duecento fatti stampare, riuscì a vendere e a regalare solo venti, tra cui il mio. Mi ricordo quando lo vidi entrare in classe quarta liceo, con quel suo paltò e gli occhetti vivaci, con quella pila di libri in mano, accompagnato dal vicepreside che c’invitava all’acquisto di quei libri, io incuriosito lo acquistai, 1650 lire, deriso dai compagni. Forse avrà girato tutte le scuole della città. Con quella manina s’afferrò i soldi e guardingo ebbe un’espressione di compiacenza. Questo libro mi ha dato, per tutti questi anni, un senso di colpa, perché era stato l’unico che avevo incominciato a leggere ma non ero riuscito a finire, perché palloso artificioso. Quando in questi giorni nella mente mi si piazzò lui, con il suo paltò, il suo viso scuro, i suoi piccoli occhi e il suo ardimentoso Amore, pensavo di scrivere il presente raccontino e cercai il libro, l’ho letto in un boccone e mi è piaciuto… Per questo i libri non si devono mai buttare via.
Dopo il pensionamento Addamo ha curato la stesura di questo libro, l’unico premio che si era fatto. Ha cercato di proporlo. In cartolibreria nemmeno uno, messi lì mesi e mesi e lì rimasti, tanto che poi se li ritirò rimettendoli nella scatola. Ha cercato di regalarlo a qualche conoscente che rifiutò per paura di pagarlo. Un mezzo scemo che frequentava il circolo, fu il suo unico lettore, diciamo vittima, glielo lesse e spiegò punto per punto, quello intontito trovò godimento per tutte quelle parole messe assieme per la passionalità di come s’esprimeva u provessuri, ogni tanto faceva cenno con la testa e diceva. “bravu!â€, “mii!†e “ma chi ci avi ‘ntesta provessù?â€.
Il 1996 era iniziato all’insegna del freddo, lo sentiva anche dentro, così usciva sempre più raramente, aveva perso il gusto alla lettura, eppure ci vedeva bene, ma non provava più interesse da dicembre che non apriva un libro, ascoltava quella vecchia radio dalla mattina alla sera, ora da qualche settimana neanche quella. La calura l’aveva vinto, affievolito, così scrutava quelle mosche felici di vivere. Il tavolo aveva un cassetto dove lui teneva il libretto postale, i titoli del tesoro alcune cose d’oro del padre e della madre, il suo diploma e una lettera, prestampata, di De Gasperi, poi soldi in banconote e monete. Vi era una vera fortuna! Quando era avvilito dalla vita, chiudeva le ante della finestra si metteva tutto davanti e totalizzava minuziosamente il suo avere e questo lo rinfrancava, mormorava fra i denti: “Se io volessi…â€, cosa?
La città, con i suoi mille rumori, era lontana, eppure lui li percepiva. Le voci del proprio quartiere, dei bambini che giocavano e s’azzuffavano come le mosche, e le madri che li richiamavano. Riusciva a capire dal tono del richiamo quale madre era del figlio che li prendeva: “Calogerì, smettila!â€, “Gianpaulu! Gianpaulu! Veni d’intra subitu!â€. Il maestro Addamo pensava che se i monelli non la smettessero fra poco scenderanno in strada anche le mamme a darsele di santa ragione, e sorrise lievemente.
Quel ronzio delle mosche gli ricordava le giornate in campagna quando si riposava ed era immerso nel silenzio e la testa era colma di pensieri come una botte piena di mosto, chissà quale vino ne sarebbe uscito? Quel vino è rimasto nella botte. Lui non ha avuto nessun coraggio a mostrarsi veramente agli altri, anche se agli altri non importasse più di tanto di capire come fosse fatto veramente Addamo. Uomo solo con tanto Amore da dare e che è rimasto nel suo cuore, forse perché le donne di quest’Amore non sanno che farsene… Addamo capì che stava giungendo alla fine, così penso di alzarsi per lavarsi il viso e adagiarsi al letto per morire magari con un po’ di contegno, appena all’in piedi, diede il primo passo e s’accatasciò sul pavimento, provò, riprovò ad alzarsi ma non ha avuto più la forza e sconfortato pianse. Dopo un po’ le mosche ritornarono a volargli a torno. Da quella posizione vide il gran disordine che regnava in quella casa. La sua mentalità contadina non gli faceva buttare quasi niente così vi erano ovunque inutili cianfrusaglie. Sotto il tavolo trovò il segnalibro, quella vecchia cartolina di Favara. Pensò la tomba dei suoi genitori sperando che anche lui sia messo lì, sempre che la sorella non gli faccia questo sgarbo. Pensò a sua sorella e gli rispuntarono le lacrime, per il rimpianto di un rapporto mancato, lui che non ha fatto niente per rinsaldare la famiglia, se ne stava a Giurgenti tra queste mura e in una vita passivamente abitudinaria. Ha trasformato tutto in una abitudine: Dio, la conoscenza, il lavoro, l’Ideale, l’Amore, il sesso. Per tutto vi era un tempo: una data e un orario. Ora non aveva nemmeno la forza di prendere un foglio di carta e una penna per scrivere una lettera di perdono alla sorella.
In quella cartolina scorgeva la chiesa du ‘nuculu, (detta così’ perché gli risiedeva un nucleo dei carabinieri), dove avvenne quell’incontro fatidico. Addamo sentiva il peso del rimpianto di non averle dichiarato apertamente con tutta la forza le sue intenzioni di fidanzamento, altro che Amore… Un no o un sì gli avrebbe dato un significato alla vita. Un uomo che deve vivere la sua vita che se ne fa della Verità? Quando basta un po’ di dignità. Pensava quella ragazza così bella, audace e dolce e in quel momento esasperato era un sorso d’acqua fresca, si sarà sposata, avrà avuto dei figli, si sarà allargata nei fianchi, si sarà imbruttita, ma lui la rivedeva in quello splendore di quel giorno come una dea pronta a sacrificarsi per la sua primavera, Eva che il Padre Eterno ha tratto dal suo ideale di donna.
Le mosche si posavano sulle sue lacrime, su gli occhi e succhiavano, sembrava che fossero mandati da Belzebù per torturarlo. Mentre sia affievoliva maggiormente come una lampada che va finendo l’olio un idea spaventosa lo scosse tutto: non gli importava un bel niente di Dio! Come dopo una vita di chiesa rosari e ostie, al momento culmine non ha più importanza se Dio esista o no? Ironia della sorte, i più incalliti peccatori, per il suo Dio bastava il pentimento delle colpe commesse e tutto sarebbe andato liscio avrebbero avuto il bollo sul passaporto per il paradiso. Lui, invece, provava solo rimpianto e risentimento per avere sciupato quella sua vita così meravigliosa nell’inedia di un giorno che finisce e un altro ne ricomincia. Di Dio nemmeno l’ombra, non aveva nessuna traccia. Da lontano scrutò un topo aggobbito e spelacchiato che si andava avvicinando, provò paura e mentre stava accennando un grido d’aiuto che non uscì mai si spense.
I vicini dopo giorni, sentirono il cattivo odore che usciva dalla sua casa così chiamarono la polizia. Lo trovarono rosicchiato dai topi. Informarono la sorella, prese la notizia come una seccatura, ma quando seppe il cospicuo lascito si mise a piangere a dirotto pensando come il fratello era morto miseramente. Dopo qualche mese Gaetanone butto fuori tutti quei libri dalla finestra al cassone della sua apa per andarli a buttare. I vicini di casa presero quelli con le copertine più belle, i quaderni neri, la scatola con i suoi libri furono tutti buttati insieme alla montagna di giornali e riviste e altri libri. Ripulì quell’umile casa e mise il cartello “SI VENDE†con il numero di telefono. La sorella lo volle nella tomba di famiglia così ogni due novembre gli portava un fiore ciascuno e gli accendeva una lumina.
Avrei il piacere di concludere che la fanciulletta, ora donna e madre, passando da lì davanti la tomba vedendo la foto di Addamo si soffermi per un attimo e guardandolo come lei sa gli dicesse, anche se non servirebbe, quel sì o no. Poi penso che magari in compagnia, di una sua figlia, le racconta la storia apostrofandola in questa maniera: “ Ah, talia ku c’è… Mischinu ka sutta vide è! Kistu mi stava facennu la dichiarazioni ma po arristà ammichialiddutu e finì. Prima mi chiamò e po un’appi curaggiu. Paci all’anima so! E menu mali ca ‘un parlà pirchì to patri, ca era appresso di mia, si mi vidiva ncuitata, gilusu comu era, ci satava di ‘ncoddu e ci avissu datu tanti di chiddi vastunati ca l’ammazzava tannu!â€.
Siculiana, 28 Aprile 2002.
Alphonse Doria















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giovedì, 27 gennaio 2005
IL PROFESSORE NANA’


Quando penso agli anni dell’elementare, penso alla mia prima ingiustizia subita da parte delle istituzioni e alla prima discriminazione sociale.
Erano i primi anni del 1960. Mio padre da poco era tornato dal Canada con idee nuove e fresche sull’elettronica, voleva riparare televisori e radio. Ma, per chi la radio e la televisione erano un altare sacro del progresso e del benessere, gli veniva duro affidarlo a lui, figlio di zappa terra. Lotta dura, che poi alla fine si rivelò vincente e lucrosa. Ma in quegli anni, nel piccolo borgo, la via si presentava difficile, anche per me che ero il figlio.
Se non ho avuto il concetto di classe sociale la scuola, subito, me lo insegnava, tanto perché le classi ogni anno venivano composte in base al ceto sociale, i figli dei dipendenti pubblici con i figli di dottori e figli di carabinieri, i figli di artigiani con i figli di commercianti, i figli di contadini con i figli di emigrati, poi vi era una classe dove mettevano lo scarto dello scarto, lì sono stato inserito io. Quella è stata la mia classe la più disagevole, tra compagni ripetenti e figli di proletari, per insegnanti supplenti di continuo.
Questa discriminazione diventerà ingiustizia nella seconda elementare, quando la classe delle famiglie differenziate e più povere è assegnata al maestro pazzo, u provessuri Nanà. E a nulla valsero le lamentele e le contestazioni della mia famiglia e di qualche altra. Ogni anno la scuola elementare del mio paese doveva sacrificare una ventina di bambini e più alla follia del professore Nanà.
Ed io? Io mi sentivo un diverso, uno che si poteva includere nella classe del professore Nanà, intuivo l’importanza di ciò in quei discorsi dei miei genitori, che ascoltavo senza dare all’occhio, facendo finta di non capire, come fanno spesso tutti i piccini. Questo sentirmi discriminato dalla scuola, perciò dalle istituzioni e dalla società, mi fece nascere un odio per il conformismo, per la borghesia in genere, tanto da andarmi a cercare qualche figlio di buona famiglia per picchiarlo e quante zuffe e quante botte!
Il primo giorno di scuola: la cartella di cartone colore marrone, i quaderni nuovi, la matita, la gomma, il tempera matita e una penna a sfera con la scatto che mi portò dalla Germania mio zio Bastiano. Molti accompagnati dalle madri che piangevano come vitelli portati al mattatoio, tanto faceva paura la cultura. Dall’alto della breve scalinata si affacciò il direttore con il seguito di maestri e bidello. La campanella suonò per l’attenzione, fecero l’appello fuori e ogni classe che era chiamata entrava in fila e con il massimo ordine e silenzio. La mia classe era vicina la direzione e accanto a quella del professore Nino, un omone più che robusto obeso ma coraggioso per un pronto intervento.
Seduti tutti nei banchi vi era un’aria carica di tensione in quell’attesa dell’inizio della lezione. Ci si guardava attorno muti, e chi più chi meno, spaventati, qualcuno piagnucolava e ogni tanto si sentiva un sommesso singulto. Il direttore, il bidello e il professore Nino parlottavano tra loro e una frase dell’ultimo mio lasciò impensierito: “Se sento qualche rumore inconsueto intervengo immediatamenteâ€.
Il professore Nanà arrivò come il vento. Indossava i pantaloni sopra la caviglia, scarponi da contadino, la giacca striminzita, una borsa di cuoio con due grosse tasche, un sorriso smagliante, la barba non rasata, due occhi colore del cielo d’aprile, i capelli erano corti e spettinati. Con movimenti poco armonici e veloci si avvicinò alla cattedra scaraventandoci la cartella sopra e sedendosi, aprì il registro e incominciò a fare l’appello, scherzò su i nomi e i cognomi, non ricordo più le battute, in particolare i nomi li leggeva in siciliano, questo ci scaricò della tensione e ci diede il buonumore. Quando poi il buonumore divenne baccano, il professore si mise a picchiare la mano sul tavolo violentemente incavolandosi in maniera terribile facendo rinascere a tutti noi il vecchio sgomento.
“Tu, che ti chiami Doria, vai ad acquistare i biscotti per tutti. Stai attento la marca: 'Doria'! Tieni i soldi e vai!â€
Non so perché, ma non mi faceva paura, proprio niente, nemmeno un briciolo e rassicuravo i compagni che in fondo lui non era cattivo, mi rassicurava il suo sguardo e quel viso di attore buono americano di quei film bianconero che vedevo in televisione.
I giorni passavano uno dopo l’altro in quella classe nella piena anarchia e con un terzo della classe d’acerrimi ripetenti che si assentavano perché già andava a lavorare in campagna ad aiutare il padre.
Un giorno assegnò una poesia che all’indomani né in seguito nessuno portò, tranne me, forse per quest’insolita simpatia per il professore Nanà. Da quel giorno sono stato l’alunno preferito e non solo mi guadagnai, quel giorno, un cinquecento lire d’argento, che la mia manina afferrò non riuscendo a chiuderla in pugno conscio a quell’età dell’idea del possesso molto forte e del potenziale d’acquisto di quella splendida moneta, ero ricco! Il professore mi chiese chi mi aveva aiutato, ed io benevolo, per non deluderlo gli risposi che era stata mia nonna. Il professore con espressioni abbastanza colorite e anche oscene fece apprezzamenti su mia nonna e sul suo sesso, tanto da essermi pentito con immediatezza d’averla nominata.
Da quel giorno benedetto ogni volta che m’incontravo per le strade il professore non mancava mai a darmi qualche soldo, a volte cinquanta lire e a volte cento.
Nella memoria mi è rimasto indelebile di lui l’odore che portava addosso acre di bevande alcoliche di vario genere. Spesso prima di arrivare a scuola si fermava nella bottega del vino nella piazzetta ‘Chianu’ dove si dava una prima caricata, poi con la bottiglia che portava in borsa continuava a bere sia per la strada ma anche in classe. Feci una deduzione, quando non bevevo era calmo e quando, invece, era pieno, aveva gli occhi rossi e sgranati, urlava, buttava i banchi in aria, ci minacciava: “Vi scannu comu cagnoli!â€.
Ricordo un giorno di pioggia, e quando da noi piove è raro che sia quella pioggia benedetta inzuppa villano, cioè leggera ma costante, invece piove a cielo rotto con fulmini e tuoni da fare spavento. Lui era entrato tutto bagnato con gli occhi rossi, il viso contratto dalla rabbia, gli aveva dato una maschera incattivita, urlava a più non posso minacce di ogni genere, chiuse tutte le finestre. Tre, quattro, dei miei compagni si misero a piangere a squarcia gola. Scaraventò i banchi dietro la porta bloccandola. Nel buio, ormai, si vedevano solo i suoi occhi rossi accesi e si udivano solo urla. Ed io, vi giuro, non ho provato una briciola di paura. Ad un tratto si sentivano grida dall’altra parte della porta, era il professore Nino con altri, spingevano fin quando sono riusciti ad entrare, accesero la luce, aprirono le finestre e dopo essersi accertati che non era successo niente, fecero allontanare il professore Nanà e ci lasciarono soli liquidandoci con la frase “fate quello che volete, ma in silenzioâ€.
Non ci mettevano insieme alle altre classi, come se fossimo infetti e nemmeno ci mandavano a casa per non spaventare le famiglie, perciò ci lasciavano soli, spesso ad azzuffarci tra noi.
Il professore Nanà aveva un rapporto molto particolare con i cani, quando passava per le strade era letteralmente assalito da tutti i cani che incontrava, ma in cambio li ammazzava. Ormai i miei compagni agricoli, avevano un buon cliente sicuro per i cuccioli e per i piccoli randagi che trovavano.
Ne acquistava uno lo metteva nella famosa borsa e ogni tanto dava qualche manata quando si lamentavano, li battezzava con un nome spesso preso tra i dirigenti nazionali del PCI, o da noti mafiosi locali, dopo un regolare processo da dove sicuramente ne uscivano rei, visto che lui era sia pubblico ministero che difesa nonché giudice, così li giustiziava. Si dice che l’impiccava. Quanta crudeltà, poveri cuccioli!
Questo aspetto politico del professore Nanà mi era sempre incuriosito, fino a pochi giorni fa, quando ero andato ad indagare, o per meglio dire a frugare nel suo cassetto.
Diceva spesso: “Comunismo di merda!â€, non perdeva l’occasione di urlarlo ovunque per le strade, dal suo balcone, a scuola, ovunque. Ma non solo, urlava pure: “Mafia di merda!†E nominava tutti i don che gli venivano in mente.
Lui abitava quasi di fronte al Circolo Garibaldi, frequentato da tutti i notabili del paese e anche da i don; quotidianamente si affacciava dal suo balcone e da lì ingiurie d’ogni genere, come: “Don … pezzu di merda! Tradituri! Garrusu!â€.
Tanto che pensarono di dargli una lezione, anche se era pazzo e aveva la licenza di potere gridare la verità che voleva. Con l’andare del tempo i don si erano seccati, così due uomini ai loro ordini si erano appostati dentro il Circolo quando passò se lo tirarono dentro e lo picchiarono tanto da farlo restare più di una settimana a letto. Ma questo non bastò a farlo smettere, perché la rabbia era così tanta, anche contro Togliatti, contro i comunisti e il comunismo tutto. Perciò aveva tutti contro: i cani, i mafiosi e i comunisti. Perché questa rabbia? La ho scoperta quando con disprezzo un opportunista comunista mi ha paragonato al professore Nanà.
Quel giorno ero andato alla scuola elementare per farmi pagare una fattura di riparazione di un televisore. Il bidello, l’usciere, non so che cosa, infilato lì dentro dal partito, che la sua famiglia insieme ad altre gestiva la segreteria locale come cosa propria, come vide la trinacria che porto come spillo sempre, mi disse: “A chi sini separatista comu lu pruvissuri Nanà? (Guardandomi dal basso in alto con lo sguardo stolto mentre zampettava su i tasti di una vecchia nera Olivetti) Cicero zà! Cicero zà! â€. Mi sono sentito esplodere dentro. Proprio lì, in quei locali della direzione, dove avevo avuto la mia prima ingiustizia, la mia prima discriminazione, accanto all’aula del professore Nanà, la stessa direzione dove un ignorante e imbecille è impiegato perché comunista, la stessa direzione dove lo stesso imbecille si prende la libertà di insultarmi volutamente per la mia scelta politica. Sono sicuro che nei miei occhi si sia accesa la stessa luce degli occhi del professore Nanà, in quell’attimo ero diventato il professore Nanà, avevo capito, avevo scoperto perché quella rabbia, quegli insulti, il suo alcolismo era quello dei vinti!
Il 1943 l’organizzazione del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia, un sogno ideologico, la riscoperta della propria Patria Sicilia, si espanse in tutta la Sicilia a macchia d’olio. I giornali ‘L’Ora’ dei Florio e il Giornale di Sicilia, pubblicavano titoloni in prima pagina inneggiando l’Indipendentismo e la figura di Finocchiaro Aprile. Grandi manifestazioni in tutti i paesi, la bandiera indipendentista della Sicilia sventolava ovunque, il grido dei Vespri era un motto, un 'pronti alle armi'. Contadini, operai, bottegai, dipendenti pubblici, professori, studenti liceali e universitari. Quattrocentottantamila tessere, una follia generale! Quasi tutti i sindaci indipendentisti. Il bombardamento prima dello sbarco degli alleati, atroce! Tanto che qualche anno fa, noi bambini quando vedevamo passare un aeroplano recitavamo questa filastrocca: “apparecchiu americanu jetta bummi e si nni và!â€.
La Seconda Guerra Mondiale ci ha lasciato in Sicilia con quarantacinquemila morti dimenticati, volutamente perché scomodi, dal fascismo e poi dall’antifascismo.
Ma gli Americani portarono il ddt, le caramelle, i cioccolati, le maccichi, le sigarette e il tradimento, perché in un batter d’occhi riorganizzarono gli zombi dei partiti politici, i sindacati, sovvenzionarono giornali e lottarono gli indipendentisti che apparentemente avevano stretto la mano in quanto unica forza politica organizzata in Sicilia perché gli altri vili e opportunisti erano tutti latitanti o fascisti.
Il nostro professore Nanà vide svanire il sogno dell’indipendentismo, si può dire da un giorno all’altro. I giornali si dimenticarono totalmente, come se non fosse mai esistito, anzi qualche trafiletto ne parlava come se fosse stato un momento di quattro esaltati politici, “pazzi!â€. I mafiosi diventarono democratici cristiani, i contadini comunisti e lui pazzo.
Nel ’47 Andrea Finocchiaro Aprile era venuto in paese a comiziale. C’è stato un corteo con bandiere slogano e la banda musicale che suonava l’inno de I Puritani di Bellini. Il giovane Nanà saltava dalla gioia. Comiziò in un balcone all’inizio della Via Roma. Accanto a Finocchiaro Aprile vi era un ufficiale in alta uniforme di carabinieri. La fantasia popolare immaginava che fosse Salvatore Giuliano con la divisa di colonnello dell’E.V.I.S. Ma questa notizia non ha fondamento storico, anzi era improbabile perché già c’era stata la spaccatura nel movimento e Giuliano aveva parteggiato per il MISDR.
Nanà esultava e gridava: “Cicero zà! Cicero zà!†La folla applaudiva tutta. Poi ad un tratto tutto era scomparso: dalla radio, dai giornali. Parlavano solo della strage di Portella della Ginestra. Giuliano, bandito separatista, alleato della mafia, che spara contro i contadini comunisti.
Tutto era finito, tutto era scomparso. Tutto è scomparso anche dagli archivi delle sedi dei giornali.
L’Intelligens Americana cancellò tutto ciò che riguardava la febbre indipendentista siciliana. E’ rimasta qualche vago ricordo o foto privata, ma di pubblico poco e niente.
Togliatti è venuto in Sicilia e ha tolto la Bandiera Siciliana ai Siciliani per dare loro quella comunista bolscevica, una lotta operaia ai contadini, un paio d’ali per emigrare nel nord e un treno per deportati. Questo perché bisognava cancellare un sogno di libertà di un Popolo, scomodo geograficamente nei patteggiamenti internazionali delle grandi potenze.
Canepa, Giuliano, Concetto Gallo, Varvaro, Finocchiaro Aprile, tutti cancellati dalla mente. Giuliano, ha avuto un trattamento speciale giacché rimaneva nel cuore del Popolo Siciliano e bisognava cancellarlo soprattutto lì. Ecco confezionata la prima strage di Stato, con l’aiuto degli infiltrati, per la mafia Passatempo detto il boia e per la polizia Salvatore Ferreri, detto Fra Diavolo. Gli unici che insisterono a portare con se armi idonei a coprire la distanza dalla postazione al piano dove erano le vittime. Furono pagati appena dopo con il piombo in fatidici e misteriosi scontri a fuoco con le forze dell’ordine per suggellare definitivamente il loro silenzio. Frà Diavolo, come asserisce lo storico Giuseppe Carrubea, fu ucciso a sangue freddo dall’allora capitano dei carabinieri Salvatore Giallobardo. L’ufficiale avrebbe ammazzato il bandito all’indomani della strage di Portella, nella caserma di Alcamo, perché sostiene lo storico, “era un testimone scomodo dei torbidi intrecci tra mafia, politica e banditismoâ€. Chissà cosa ne penserebbe l’ormai defunto professore Nanà delle perizie balistiche delle vittime di Portella delle Ginestre, risultati ad altezza d’uomo dove c’erano appostati don Ciccio Cuccia (amico di Girolamo Li Causi) e i suoi?
Lo stesso Li Causi che fu presidente della commissione su la strage di Portella. Lo stesso che Giuliano voleva giustiziare davanti il popolo di Portella e che non andò, forse informato, come anche lo stesso Francesco Renda che fatalmente incaricato di andarci, ci si guastò la moto e udì gli spari da lontano, guarda caso. Tutto fu archiviato con il segreto di stato fino al 2016.
Ormai, chi era diventato democratico cristiano, chi comunista, avevano voltato le spalle a Nanà, anzi lo deridevano, perché, povero stupido, non aveva capito che tutto era finito, tutto. E a questa rassegnazione, la storia c’insegna, che il Popolo Siciliano è abituato. Cade in questo stato di trans per interi secoli, per poi svegliarsi violentemente!
Prima il giovane Nanà, aveva subito un’altra delusione con una giovane collega di magistrale. Una passione travolgente, forte, ricambiata, ma poi finita, da un giorno all’altro, come un sogno dopo il risveglio. Possibile? Un giorno prima parole sussurrate, carezze, sorrisi, tutto meraviglioso e all’indomani tutto scomparso, ostile, senza una vera ragione. E non gli è valso rimanere notti dopo notti a chiedersi al buio il perché.
La loro storia d’amore era iniziata un giorno di sole mentre attendevano nell’atrio dell’istituto scolastico un gerarca fascista per un’esibizione ginnica. In quell’aria di festa nel mese di marzo quella natura esuberante che esplodeva in festa in ogni fiore, in ogni canto d’uccello, nell’aria e tra i suoi capelli, che un vento leggero alzava, Nanà s’innamorò. Anche lei rimase colpita da quell’ardore e da quello sguardo dove smarrire i propri sogni. Ma, si sa, gli amori giovanili, anche se avvolte lasciano segni indelebili, finiscono come bolle di sapone nell’aria, appunto di marzo. Il loro è stato un amore bello, sincero, di poesie, di carezze e di baci. Il loro amore sembrava eterno nei lunghi sguardi quando s’incontravano in corridoio, quando si scambiavano i bigliettini scritti fittamente in ogni parte, occupando qualsiasi angolino con la scritta “ti amoâ€. Quando quest’amore inspiegabilmente finì, lei non gli volle più parlare, guardare, incontrare, senza un vero addio, Nanà subì un esaurimento nervoso che lo costrinse a rimanere a casa quasi un mese.
Questa infedeltà della vita, questo mutare repentino e stravolgente della realtà, così particolarmente importante per lui, lo portò ad attaccarsi all’incoscienza dell’alcol, al torpore dei sensi. Poi risvegli dopo quell’effetto sempre più atroci. Le persone attorno indossò maschere tragiche e grottesche e inscenavano una farsa, tutte messie d’accordo contro di lui. Poi, non solo le persone ma anche gli eventi storici.
Un’altra mania del professore Nanà era quella di acquistare le radio portatili e di ascoltarle per le vie del paese ad alto volume sintonizzate nelle stazioni arabe, che qui da noi, manco a dirlo, si ricevono forte e chiare. Perciò quando si udiva tale radio prima che spuntasse si sapeva che stava per passare il professore Nanà.
Una volta in un abbeveratoio, dove alcuni contadini andavano con i propri somari e muli, si accorse che si beavano di quella musica sghignazzando sulla sua persona, così prese quella radio e la tuffò dentro e se ne andò insultandoli di quale maniera.
A volte imboccava scatole intere di pillole e gli scendeva la bava schiumosa dalla bocca , urlando per ogni cantone di strada le solite ingiurie. I monelli a branco lo perseguitavano, tirandogli addosso sassi, provavo pena e rabbia contro loro perché non lo lasciavano in pace. Una sera mentre lo perseguitavano in una viuzza buia, li attese all’angolo, si preparò due lacci di cotone infilati nel naso e gli diede fuoco, quei ragazzi vedendo quella strana immagine scapparono spaventati, ma quello scherzo servì solo quella volta.
Prima della fine dell’anno mi chiese, visto la mia frequenza in una sartoria, dove infilavo fili nell’ago sotto pagamento, ma in verità si divertivano con le mie marachelle, di ordinare vestiti per tutta la classe. Insieme acquistammo la stoffa, io chiedevo lo sconto, era grigia con fantasia scozzese. Poi organizzammo i gruppi per andare a prendere le misure. I pantaloni dovevano essere ad altezza di caviglia, come in fondo li portava lui, tanto che chi porta i pantaloni in quella maniera ancora oggi si dice ‘a la provessuri Nanà’. Ci comprò a tutti i cappelli di panno verde con la piuma. Nella foto di classe, appunto si vede lui con un bastone nodoso e alcuni di noi con i pantaloni di questo vestito.
Spesso se ne stava sopra qualche scoglio nel litorale a leggere di fronte allo sbuffare invernale del mare, sono sicuro che raggiungeva la sua calma, la sua quiete tra tanta bellezza.
Nessuno di noi avevamo subito violenza fisica dal professore Nanà. Personalmente un’esperienza di violenza fisica mi è rimasta. E’ stato in terza elementare quando, perché non ero in fila, un certo insegnante Gerlando D. mi prese a schiaffoni dicendomi: “Figlio di cane! Bastardo!â€. A quel punto mi sono tanto infuriato che cominciai a tirare calci e lui mi picchiò più forte, fino a quando il bidello non ci divise, avevo il cuore che mi stava scoppiando per il pianto. Per la società e per la scuola quello era un buon insegnante…
Quando è morto non sono voluto andare a vederlo per poterlo ricordare con il suo sorriso, il suo sguardo e i suoi occhi colore cielo d’aprile.

Siculiana, 22 giugno 1997
Alphonse Doria




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categoria:novelle
giovedì, 27 gennaio 2005
Il DIAVOLO E’ UN POVERO CORNUTO



“…non ci sono soltanto certi uomini a
nascere cornuti, ci sono anche popoli
interi; cornuti dall’antichità, una
generazione appresso all’altra… …Un
bosco di corna, l’umanità, più fitto del
bosco della Ficuzza quand’era bosco
davvero. E sai chi se la spassa a
passeggiare sulle corna? Primo, tienilo
bene a mente: i preti; secondo: i politici
e tanto dicono di essere col popolo, di
volere il bene del popolo, tanto più gli
calcano i piedi sulle corna; terzo: quelli
me e come te… E’ vero che c’è il
rischio di mettere il piede in fallo e di
restare infilzati, tanto per me quanto per
i preti e per i politici: ma anche se mi
squarcia dentro, un corno è sempre un
corno; e chi lo porta in testa è un
cornuto…â€
Da: Il giorno della civetta –
Di Leonardo Sciascia.





















“Confesso che, se talora ho dubitato dell’esistenza di Dio,
è stato per non addossare a un Essere perfetto la colpa
di tutte le stupidaggini, le malignità e le bricconate degli uomini.
Ho avuto qualche compatimento per il diavolo, che se fa il male,
è costretto a farlo per dovere professionale.
Può darsi che lo spirito del male un giorno si penta e si faccia frate;
l’uomo sarà perverso sino alla consumazione dei secoli.
Da piccina avevo paura del diavolo; ora penso che,
in quanto appartengo al genere umano,
è più facile che il diavolo abbia paura di me.
Tutto sommato, egli è un vigliacco.
Quante volte, trovandomi sull’orlo di una buona azione,
ho sentito la sua voce: -Avresti dunque il coraggio di essere buona?â€
Da Sette e mezzo
Di Giuseppe Maggiore











































Quella domenica sera, Carlo era rientrato a casa prima della solita ora, aveva bevuto come non mai, ma stranamente era di una lucidità feroce. Era arrabbiato con gli altri, con il mondo, con se stesso, così contrapponeva qualsiasi discussione, come aveva fatto anche fuori con gli amici, mandandoli al diavolo e andando via. Arrivato a casa, quella scena domestica dei suoi genitori con degli ospiti, gli fece saltare le cervella, così contraddiceva tutti. Asseriva che l’amore non esiste, non ha nessun significato, è solo una illusione creata dall’istinto di procreazione per la continuazione della specie. Due persone che hanno intrecciato tutta una storia alla Giulietta e Romeo, si sono semplicemente presi in giro, furbescamente ingannati, come è vero che l’amore non esiste! Gli gridava in faccia a tutti che tra gli umani e i cani non vi era alcuna differenza.
Più loro ne ridevano, credendo che si trattasse solo degli effetti del vino che aveva trovato a tavola, tra l’altro non sapevano quanto aveva bevuto prima di rincasare, più affondava il coltello delle sue parole nel loro intimo. Incominciò a parlare dei loro matrimoni, non avevano nessun valore. Quello che loro chiamavano amore, affetto, era stato prodotto dalla frequenza, avvolte compatendosi e altre volte anche odiandosi. Il loro matrimonio è stato un semplice patto sociale, come alcuni animali fanno, un genitore guarda la cucciolata e l’altro va a caccia, niente di più, “conservazione della specieâ€, spiattellava alle loro facce con la schiuma alla bocca. Ha denunziato anche quante volte uno o l’altro hanno dovuto fare sesso anche senza voglia, così… fingendo. Incominciarono a mortificarsi e lui a godere. A questo punto andò via, lasciandoli nel loro silenzio, a rintanarsi nella sua stanza, con l’adrenalina al massimo. La sua era rabbia allo stato puro, inconsueta. Da lui uscivano parole che non riconosceva sue. I suoi fattori somatici sembravano diversi, tanto da non riconoscersi allo specchio. Sarà stato un momento oppure prendeva sopravvento questo altro lui, così cinico e odioso?
Si abbandonò sul letto e accese la radio sul comodino. Blaterava parole, tanto bastava per rompere quel silenzio e abbandonarsi nel sonno, difficile ad arrivare quella sera visto come fissava l’ombra sul tetto proiettata dalla luce sul comodino.
Un fulmine invase di un bagliore freddo tutta la stanza e immediatamente la corrente elettrica andò via, subito dopo seguì un tuono spaventoso. Rimase con gli occhi sgranati nel buio, un po’ scosso, bastò poco e si accorse che quel fulmine lasciò qualcosa di se, sentì il tanfo dell’azoto e proprio davanti si andava condensando un fioca luce violacea, ad un certo punto udì tossire un adulto. Cos’era stato? Si inquietò. Strizzò gli occhi, sentendosi ridicolo. Aveva veramente udito tossire? Allora dentro la stanza vi era qualcun’altro? E chi? Forse suo padre era sceso per vedere se stava male, pensò e si rassicurò. Quella puzza d’aria bruciata s’inaspriva sempre più. Doveva prendere una decisione: aprire gli occhi o no? Tutta quella baldanza gli era finita, lì al buio, con gli occhi chiusi come quando era bambino, spaventato per un colpo di tosse. A questo pensiero li spalancò all’istante, suo malgrado vide che quella luce violacea si era ingrandita e lentamente andava prendendo forma umana. A Carlo sembrò che il cuore gli si fermasse di colpo, quando quella figura sempre più reale così parlò: “Anche questa volta non ci sono riuscito! Ma come si fa? Spuntare in un fiat, condensare tutta l’energia per poi presentarsi e creare l’effetto sorpresa, magari con qualche fumata di zolfo… E’ facile a dirsi, ma io non ci riesco! Perdonami, pensavo ad alta voce, ciao!†Lì davanti il suo letto si era materializzata quella strana presenza, ma il suo dire aveva un po’ sdrammatizzato quello evento straordinario. Notò il suo volto pallido, i suoi occhi grigi erano freddi e smorti, il suo viso, ossuto con gli zigomi alti, in un pallore acceso. Aveva i capelli bianchi e dorati, ma ecco meraviglia delle meraviglie, proprio in quei bei capelli d’angelo, spuntavano due piramidine nere, insomma, in poche parole, un paio di piccole e carine corna.
Non si ricorda se uscì un filo di voce o semplicemente lo pensò: “Chi sei?â€.
L’entità rispose con una voce caricata d’ironia: “Sono il diavolo! E se ti spaventi mi fai anche un favore… Il cinema ci ha rovinati, l’altra volta una tua coetanea mi ha chiesto pure l’autografo, tanto che alle scenate teatrali, oltre a non essere stato mai bravo nemmeno da vivo, ci ho pure rinunziato. Ei, ma qui c’è un buio fitto, se vuoi accendo quella candela.†La candela era sul comodino, perciò s’avvicinò, mentre Carlo era rimasto immobile sul letto, l’odore di zolfo fu più forte, vide le sue mani fosforescenti che nervosi stavano sfregando un fiammifero nella scatola. Si stupì che un diavolo portava con se i fiammiferi. Il bagliore della candela fu soprafatto dalla luce neon che si accese perché ritornata la corrente elettrica. La presenza esclamò un evviva, mentre ora appariva nella sua completezza, vestito con una elegante marsina nera, una camicia di seta bianca e foulard dello stesso colore fissato da una spilla sormontata da una cristallo viola, di dietro gli spuntavano due alette di pipistrello che ogni tanto battevano, ed era dritto sulle sue zampe caprine che fuoriuscivano dagli eleganti pantaloni.
“Dove è andata a finire la tua verve? A come sei piaciuto… Altro che uomini, bestie, si bestie! Cani randagi, pronti ad annusarsi e farlo anche per strada!â€. Così dicendo si infervorava gesticolando con le alette che battevano veloci ed ad un tratto produsse una fumata rossa tale che lo avvolse. Si mise a tossire miseramente, tanto d’alzarsi e soccorrerlo aprendo la finestra. S’interrogava su quell’essere, spuntato in maniera straordinaria, che aveva gli acciacchi, i limiti e una buona dose di auto ironia, se fosse stato qualche proiezione della sua mente sconvolta da tutto l’alcol bevuto, così provò a smentirla con quell’ateismo convinto e che subito vacillò come la fiamma della candela ancora accesa e il fiammifero giallo posato accanto. Doveva prendere atto che nella sua camera, quella sera, era andato a visitarlo il diavolo.
“Suvvia, Carletto, come sei complicato! Non ti affliggere, sono come tu sei, come ogni cosa è in quanto esiste.â€. Poggiandomi la sua mano sulla spalla, mi girai e notai il suo sorriso benevole con quei denti sani con quei due prominenti canini che fuoriuscivano dal labbro inferiore.
A questo punto Carlo si decise a parlare disse solo: “Il fiammifero?â€.
“Il fiammifero il fiammifero, l’ho acquistato. Ma guarda un po’, gli spunta il diavolo e lui si preoccupa dei particolari!â€.
“Come l’hai acquistato, e dove?â€.
Il diavolo parlottando tra se: “Lo sapevo che avrei avuto dei problemi, che era un soggetto difficile, che non me la sentivo, ma niente di niente, hanno mandato me, con tanti vecchi bifolchi che vi sono a spasso tra le fiamme dell’inferno!â€
“Ma cosa stai confabulando? Dimmi, piuttosto, cosa vuoi da me, perché io non credo nemmeno che esisti, che non vi è niente oltre questa vita fatta di atomi che si combinano tra di loro in bislaccherie varie come fiori, nuvole, aria e animali come me e diversamente di me!â€
“Bravo! Così! Niente! Tutte cavolate!â€
“L’inferno? Come può mai esistere una condanna eterna inflitta a delle anima da un Dio che è pura misericordia, perdono, amore puro?â€
“Giusto!â€
“Giusto che? E allora tu chi sei? Come sei andato a finire all’inferno?â€
“E’ stata un ingiustizia, una delle più crudeli. E si, nondimeno io mi sono appellato, si si!â€
“E allora?â€
“Ho perso pure l’appello!â€
“Ma scusa, l’appello contro Dio come potevi mai vincerlo?â€
“Magari sarebbe stato Lui… Lui comprende tutti. Lui sa tutto! Perdona tutti. La giustizia, nei Cieli, è amministrata da uomini con tutte le imperfezioni, i pregiudizi e le meschinità.â€.
Carlo si sedette sul letto incrociando le gambe, nella cosiddetta posizione a fiore di loto, ascoltando attentamente quel diavolo chiacchierone che gesticolando tra un passo e un battito d’ali, più era attento più entrava in quella storia riuscendo a vedere anche le immagini prima offuscate poi sempre più limpide tramite l’espandersi la luce del cristallo viola sul suo foulard.
“Io, da vivo ho condotto una vita impeccabile. Sono stato laborioso, rispettoso, buon marito e buon padre. Ma il mio destino era segnato, da prima di nascere a dopo morto. Era l’ottava gravidanza e per i miei genitori fu appresa come una calamità, tanto che pensarono seriamente all’aborto. Un giorno, tra le tante perplessità di mia madre, fu presa la decisione di buttarmi fuori, già ero al quarto mese, e lei già mi percepiva vivo. Si presentò accompagnata da mio padre una sordida donna che aiutava le partorienti e che guadagnava da vivere, per lei e per le tre anziane sorelle più zozze di lei, praticando aborti. La donnaccia aveva qualche perplessità perché già al quarto mese era tardi, bisognava pensarci prima, comunque si decise e riscaldò i ferri, si doveva tirare con i ferri. Mia madre ruppe in forte pianto sia per paura sia per pietà, ma ormai la decisione fu presa, e tra due bestemmie di mio padre e qualche rassicurazione della madre si sottomise. La mia pace oltre uterina fu interrotta da un dolore lancinante proprio sul dorso del collo, mi ferì un ferro e mi ritirai più su che mi fu fattibile. Tocca qua! (Si prostrò verso Carlo e gli indicò facendogli toccare con mano il fosso della ferita inflittagli.) “Basta! Basta! E’ un sacrilegio! La creatura non vuole morire!â€. Così dicendo, urlando e piangendo, mia madre chiese carità di terminare quel delitto. La donnaccia guardò negli occhi mio padre che fece cenno acconsentendo di smettere. Tanto che, quando nacqui, già avevo avuto dai miei la grazia di vivere, perciò non mi toccava altro. Mi chiamarono Astolfo come uno zio di mio padre. Come dicono alcuni è vero che nei nomi già vi è segnato il destino di un uomo.
Ma venne su forte e ostinato. Mi sarebbe piaciuto studiare, ma tutti, in famiglia e il maestro, mi dicevano che non ero portato, così appena preso la licenza elementare mi trovai garzone di un fabbro.
Quanti pugni ho preso, non so perché, ma i ragazzi l’avevano con me, forse per il mio aspetto, quegli occhi chiari incolori e quei capelli biondissimi, fatto sta, che mi attendevano all’angolo della strada per pestarmi, mi cresceva una rabbia sorda, quei pugni volevo renderli, ma non avevo la forza. Un giorno che arrivai piangente a casa, mio padre volle sapere cosa era successo, quando tra i singulti del pianto gli disse delle botte, si tolse la cigna e mi picchiò anche lui. Poco digeriva quel mio aspetto così diverso dalla sua progenie. Questo episodio servì a chiudermi dentro e a scaricare tale rabbia segretamente, non feci partecipe a nessuno dei mie progetti. Anche i miei fratelli scaricavano le colpe delle loro malfatte su di me, più m’indispettivo più ne ridevano, tanto da venirmi le convulsioni per gli attacchi d’ira. Frequentai la scuola serale e mi presi la licenza media. Incominciai a risparmiare soldi, facendomi un gruzzoletto che mi servì per pagarmi il maestro per il doposcuola. Volevo il riscatto e l’ho ottenuto, diplomandomi ragioniere e impiegandomi all’esattoria. Ah, quante soddisfazioni, con quelle cartelle di pagamento, le morosità e quei miei paesani con la lacrima all’occhio, che contavano i soldini, o perché non potevano pagare ed io mandavo subito, senza pensarci minimamente, la pratica al contenzioso. I numeri in quelle cartelle erano la magia ed io il potente mago.
Da buon contabile notai una ragazza da marito con una buona dote, un buon partito, non era un fiore di bellezza, però questo particolare, per me non era rilevante. Micaela aveva un collo lungo e la testolina piccola, i capelli rossicci raccolti dietro la nuca, gli occhi castano scuri, e la pelle piena di lentiggine di ogni misura. L’unica sua attività era il ricamo, quotidiana assidua, ciò gli causò una leggera miopia. Fu questa miopia che mi affascinò. Mi guardava smarrendo lo sguardo avvicinandomi il suo viso, così disorientandomi e fraintendendo un suo interesse nei miei riguardi. Figlia di un grosso commerciante di pelli, formaggi e olio d’oliva. Un giorno, nel silenzio, nella pochezza di luce e nel tanfo di muffa era arrivata, insieme ad una vecchia zia, in ufficio strisciando il vestito, profumò l’aria con una fragranza alle viole e il suo volto chiaro mi apparve luminoso, quando poi mi parlò avvicinandomi il volto, sembrò inebriarmi, ma l’amore scoccò quando seppe tramite le cartelle di chi era figlia. La zia, vecchia zitella, notò subito il mio interesse, e consigliò la nipote di afferrare quell’occasione al volo e di non fare tanto la difficile. Micaela aveva sognato un uomo d’aspetto ben diverso d’avvolgere in quei bei ricami, ma poi il bello nelle persone basta cercarlo per trovarlo, se non tanto almeno quanto basta, così qualcosa di me la convinse, forse l’altezza e le mie dita lunghe. Questo qualcosa bastò a farla incaparbire, quando il padre si oppose al fidanzamento. Infine, diciamo, l’amore trionfò! Fui accolto in quella casa soprastante al magazzino dei formaggi. Fui nauseato da un odore che percepivo ogni istante che stavo dentro quella casa, sconfiggeva il profumo di lei che pur mi stava accanto, pure quello delle gustose pietanze che imbandivano il tavolo ogni giorno. Sicuramente era una mia fissazione perché appena tornati dal viaggio di nozze, non sentii più il dominio di quell’odore.
Le mie capacità contabili servirono all’azienda di mio suocero, con tutte le avversità che subivo in quell’ambiente da mio cognato Piero, l’erede dell’impero, gli veniva difficile accettare la mia intrusione in quell’ufficio. Mi trovai a fare due lavori e il secondo mi tratteneva fino a tarda sera tra quei numeri. A primo intoppo compresi che mio suocero, ignorante come una capra, aveva una fortuna che lo assisteva anche quando sbagliava. Mio cognato, accanito giocatore di carte, si atteggiava avvolte a barone del pecorino, altre volte a uomo di rispetto all’olio d’oliva.
E’ stata una sera di dicembre che entrò in ufficio mentre io ero intento a fare quadrare quella contabilità che si rivolse sempre con quell’aria sdegnosa nei mie riguardi: “Perché non te ne stai tra le gambe di tua moglie? Che cerchi di fare?â€
Mi appoggiai allo schienale della sedia e lo guardai dalle mie orbite infossate e seriamente gli dissi: “Piero, qui c’è stato e continua ad esserci un ammanco considerevole tra le partite d’acquisto di pelle e le giacenze!â€
Lui tolse la maschera di barone e prese quella dell’uomo di rispetto così, prese un fiammifero l’ho accese e mi disse: “Senti, come minchia ti chiami, ti conviene che chiudi questi libri e non entri più qui dentro!â€. Spense il fiammifero soffiandoci, mi aprì la mano e me lo posò sopra e andò via. Rimasi per una buona mezzora incollato su quella sedia fissando quel fiammifero in mano che simboleggiava una specifica minaccia. Pensai a quella leggenda che se si accendevano le sigarette tre persone con lo stesso fiammifero il più piccolo moriva prima di tutti, questa leggenda era nata tra i soldati, in quanto il cecchino avversario seguiva la luce del fiammifero e con il primo prendeva il fucile, mentre accendeva il secondo centrava la mira e con il terzo sparava spesso riuscendo a fare bersaglio. Il terzo era il più piccolo che accendeva per ultimo per rispetto dei più grandi. Avevo sentito dire a qualcuno che riuscendo a consumare totalmente in mano tre fiammiferi uno dopo l’altro moriva un papa. Così divagavo con la mente accavallando pensiero su pensiero. Poi desiderai intensamente la morte di quel mio cognato. Verso le tre di mattina fui svegliato dal trambusto in casa. Mia moglie sconvolta mi riferì che Piero aveva avuto un incidente. Fatto sta che quella fu l’ultima volta che vidi mio cognato vivo. Mi sentii leggermente in colpa, ma non ne soffrii, anzi al funerale provai una soddisfazione indicibile da quella marea di gente che mostrava il cordoglio, così celebrando di fatto il mio trionfo. Mio suocero prese mal volentieri quell’evento tanto che perse quella grinta, in pochi mesi mi trovai quel patrimonio di case in affitto, terreni coltivati, soldi e titoli, cambiali per crediti d’usura. Fui puntiglioso nel riportare tutto, ma anche qui quante soddisfazioni mi hanno dato quei numeri, che per gli altri erano così rilevanti da cambiargli e per fino distruggergli la vita.
Ci fu una sera che potevo deviare il mio destino, fu quando stavo in bagno e mi guardai allo specchio, ho avuto una stranissima sensazione guardando attentamente il mio viso, non lo sentii mio, come se io fossi imprigionato in quel corpo, poi sussurrai: “Astolfo†e anche questo nome non lo sentii mio, furono attimi che mi sconvolsero, fin quando non guardai l’insieme ma il particolare di un pelo incarnato nel mento e andai via battendo forte la porta, come se avessi lasciato dietro quello specchio l’altro me stesso che mi chiedeva: “chi sei?â€. Se quella sera mi fossi fermato davanti allo specchio a meditare chi ero e cosa stavo facendo probabilmente avrei potuto cambiare la mia vita senza farmi lasciare trascinare dagli eventi.
Passarono gli anni, tra le nascite delle mie due figlie, che per fortuna non somigliarono né a me né alla madre, ma ironia della sorte, allo zio Piero con il profilo greco; e le morti dei miei genitori, dei mie suoceri e di due miei fratelli.
Mi trovai con il peso dei miei anni, pronto a fare il salto, sembrava che tutto quello che c’era da fare nella mia vita l’abbia fatto, eppure… Accanto al letto avevo tutti: figlie, generi, consorte e nipoti, premurosi ad ogni mio cenno. Onorato. Rispettoso delle tradizioni religiose, sempre dietro ai preti, presidente del comitato della festa del patrono. Di politica non ne ho voluto sapere, tranne l’appoggio elettorale ad uno stimato onorevole che non mancò mai di ricambiare. In quegli attimi mentre ogni tanto s’offuscava la vista mi chiedevo pauroso cosa ci fosse oltre la vita, possibile che tutto poteva finire così nel niente spegnendosi e basta? M’immaginavo di salire in cielo e trovare un consimile a questa vita, un aldilà con gli uffici come l’aldiquà. Quando il rauco divenne forte sentii come un filo che si spezzò e mi lasciò andare via come un palloncino che è trascinato in alto leggero dalla brezza di vento. Ad un tratto mi trovai davanti ad una scala, di pietra di Mistretta, lunghissima, verso il cielo e incominciai a salire a salire fin sopra le nuvole, fin quando arrivai sopra un bastione, dove uomini e donne parlavano e passeggiavano sereni agghindati a festa. Stanco mi sono seduto sopra una panchina sempre della stessa pietra e guardavo un bambino vestito alla marinaia che correva dietro un cerchio di legno, mentre ero così assorto notai un uomo che da lontano mi fissava quando a grandi passi incominciò ad apprestarsi verso di me. Quando fu a pochi passi, con grande stupore mi sono accorto che quell’uomo era Piero. “E tu che ci fai qui? Questo non è posto per te!â€. Mi rimproverò. Cercai di fare i convenevoli, ma lui mi rispose: “Togliti la maschera, qui non serve!â€. La gente mi attorniò, fissandomi e additandomi come se vedessero un mostro. Piero mi prese per il braccio ed ad un tratto mi trovai in una sala d’attesa con le pareti rivestite in noce seduto in una panca in legno. Lui mi disse di attendere. Di fronte vi era un uomo grassoccio, sulla cinquantina, con il fazzoletto in mano che ogni tanto ci soffiava il naso e piangeva come un bambino. Accanto un altro con appena quaranta anni era teso con il suo vestito nero impolverato, mi fissava di tanto in tanto, poi mi chiese di che cosa mi accusassero, risposi che ancora non sapevo niente, lui si sorprese e volteggiò più volte la mano destra dicendomi: “E’ alla prima udienza! Qui tempo ce ne hanno tanto. Chissà quando si concluderà il suo iter giudiziario!â€. Non passarono tre secondi che si aprì cigolando un pesante portone in noce si affacciò un nanerottolo e chiamò: “Astolfo!â€. Mi alzai con un palpito al cuore e mi avviai, appena entrato mi accorsi di quella aula così ampia piena di banchi e tutto attorno delle grandissime finestre da dove entrava una luce celeste, infondo vi era la corte con in alto il giudice, nel muro sopra vi era una scritta scolpita nella roccia: -AMA IL PROSSIMO TUO PER TE STESSO-.
Il nanerottolo camminava goffamente, con quella divisa da usciere esageratamente gallonata, e sogghignava, mentre mi indicava il passo. Mi venne incontro un togato, tutto sudato con fogli che gli andavano cadendo: “Ho io l’incarico della sua difesa, risponda con naturalezza e con sincerità, cerchi di ricordare, mi raccomando verità! Solo verità!â€. Guardai il tetto ma era così alto da provare una vertigine. Poi quanta gente seduta in quella immensa aula, mi sentii piccolo, meschino. Mentre mi approssimavo verso la corte, mi accorsi che quei giudici imparruccati erano di mia stretta conoscenza: quello in alto il vecchio parroco, alla sinistra mio padre, alla destra mio suocero, pure i miei fratelli e altri ancora. Subito mi sentii più sereno e li chiamai per nome: “Don Luigi! Papà!â€. Il vecchio parroco subito batté ripetutamente il martello e gridò: “Silenzio!â€. Andai nel banco degli imputati, con il fardello di tutte quelle emozioni, afflitto come non mai.
Il giudice con tono risoluto: “Non occorre che giuri di dire la verità, tanto non la dirai! L’accusa può parlare!â€. Pensai che quel parroco aveva avuto sempre dei pregiudizi sul mio conto da quando ero bambino cercando in ogni modo d’allontanarmi dalla parrocchia, non guardandomi, non parlandomi, non ascoltandomi, fin quando non ne ho voluto più sapere e solo dopo la sua morte ritornai, quando già ero sposato e con il nuovo parroco ho avuto una lunga intesa assumendo in parrocchia un ruolo sempre più importante.
Il pubblico ministero togato e imparruccato pure lui era Piero che strascinando le parole e tentennando la testa disse: “Chiedo che l’imputato faccia pubblica confessione!â€
“Ma non so cosa confessare. Non so di che cosa mi si accusi. Don Luigi io ho fatto sempre il mio dovere in chiesa, in famiglia, nel lavoro.â€. Un grande silenzio pervase in quel salone, la corte e tutti mi fissarono attendendo, tanto che, dopo averli guardati, rimasi anch’io in quell’attesa che divenne meditazione. Non so quanto tempo sia passato, quando alzai gli occhi e cominciai la mia confessione, dopo aver dato una occhiata al difensore che con il labiale mi mimava la parola: verità! “E’ vero, ho peccato, desiderando la morte di te, Piero! Ma ho solo desiderato. Ho provato piacere nella disgrazia altrui! Sono stato avido! Ma ho pure sofferto tanto. Tu Piero, hai minacciato di uccidermi, di spegnermi come quel fiammifero! Tu padre mio, mi hai fatto sentire uno in più, un estraneo, facendomi mancare quel minimo affetto! Lei, don Luigi, ha cercato di allontanarmi dalla chiesa e da i sacramenti, infine riuscendoci! Per poi tutta la comunità, dopo di che, mi rispettò come uomo solo quando ha avuto timore del mio potere e non in quanto individuo. Ho dovuto arrampicarmi, sacrificarmi, giorno e notte, contro tutti, anche in famiglia, per raggiungere il livello sociale del rispetto, dalla mia parte avevo solo i numeri che regolavano il mio tempo, la mia vita e poi niente, niente! Tutto il resto era uno zero profondo e nero attorno!â€. Piansi, io piansi, dopo quelle parole vere, mi sorpresi del mio pianto, ma tutti erano rimasti in silenzio, un pesante e assoluto silenzio, impassibili alle mie lacrime. Quando mi calmai guardai con espressione interrogativa cosa volessero che dicessi ancora, ma nessuno spostò un ciglio, capii che quelle mie confessioni non bastavano, allora gridai: “Cosa volete ancora? Che non provai mai nessun amore per Micaela? E’ vero! -Ah! Se avessi incontrato prima te! Gli avrei detto: Ma cosa è l’amore? L’amore è quell’emozione che rende nobile l’istinto della procreazione. E’ quell’inganno della natura per obbligarci all’accoppiamento e alla fedeltà. Vengo dal mondo dei vivi, dove regna la sopravvivenza, dove un essere si affronta contro l’altro per sopravvivere. Anche le piante così inermi competono tra di loro, basta guardare nel sottobosco per vedere come lottano tra di loro per un po’ di sole o per un po’ di acqua.
Invece, ho riferito le mie attenzioni di padre di famiglia, di buon marito che non ha mai picchiato la moglie, che non ha mai gridato per un non niente e che assecondava la famiglia in ogni desiderio, non facendo mancare mai niente!-
Non mi sono fatto mai fisime e tuttavia ho giustificato la cattiveria degli altri verso me. Leggo su di voi quella scritta, io ricordo quell’unico comandamento che sostituì tutti gli altri, ma era: -Ama il prossimo come te stesso- e non -per te stesso-.
Rimasi in attesa di una loro parola, mi sarei contentato anche di un responso negativo affinché finissero di fissarmi in quel modo, rompessero quel pesante silenzio, ma sembrava che non vi era alcuna intenzione di smetterla, così rimasi per un po’, poi voltai le spalle e m’incamminai per uscire, tutti mi guardavano mentre camminavo, quando aprii il pesante portone, trovai un baratro spaventoso pronto a divorami, solo per un attimo non caddi dentro. Terrorizzato e a testa bassa tornai indietro al mio posto.
“Tu non ti sei mai amato veramente, ti sei solo disprezzato, per questo non sei riuscito a dare un briciolo d’amore a gli altri nemmeno alle tue figlie. La tua vita è stata un conto partita, un semplice dare avere, ora qui non abbiamo libri contabili!†Il giudice finalmente si mise a parlare, terribile, come lo era anche in vita. “Ama il prossimo tuo per te stesso, quel te stesso che non hai voluto riconoscere nemmeno allo specchio! Quel te stesso che non hai voluto mai ascoltare, nei momenti di ribellione! Quando i monelli di quartiere ti picchiavano, quel te stesso che voleva uscire fuori e picchiarne uno, magari il più mingherlino, l’hai tenuto dentro incatenato nella codardia, insozzandolo con l’odio. Quando tuo cognato, che tu ben avevi intuito capace solo a parole, ti ha minacciato, non l’hai guardato negli occhi richiamandolo come quell’altro te stesso avrebbe fatto, afferrandolo per la mano e ridargli il fiammifero, invece no, sei rimasto desiderandogli la morte. L’Ombra non aspettava altro, che un tuo desiderio da realizzare, quell’Ombra nutrita lungamente con l’ipocrisia e l’odio giorno per giorno. Il Mondo è un unico essere senza vuoto, tutto esiste in un mare energetico, pronto a mutare qualsiasi evento futuro, con una parola, un gesto, un pensiero, un desiderio, un atto d’amore, un consenso, un diniego, un atto di volontà, di qualsiasi forma d’esistenza capace da ogni suo punto. La propria vita e quella degli altri, subisce condizionamenti da un piccolo e insignificante atto voluto. Perciò tu sei condannato per quello che non hai fatto!â€
“Visto che la moglie lo ha ben fornito, chiedo che sia condannato a vagare di anima in anima come entità demoniaca!†Disse Piero, sempre tentennando la testa, con quel tono da mafioso screanzato. Mi sentii ferire nel mio orgoglio, mi era propinata la distruzione di un mio punto fermo della mia vita, la fedeltà della mia consorte, ma non potevo credere mai.
“Stai tentando di mettere fango su tua sorella, mia sposa e madre delle mie creature. Non crederò mai che Micaela mi abbia tradito! Una figura così nobile e gentile, religiosa. Quando? Con chi? Queste sono solo illazioni che il tuo essere vizioso argomenta per vendicarsi su di me non curandosi di sporcare il proprio nome. E lei, suocero, permette questo?â€
“Chiedo che si mostrino le proveâ€, alzandosi mio suocero e rivolgendosi al giudice. Don Luigi rispose calando la testa. Tutte le vetrate delle finestre divennero un unico schermo dove incominciava a vedersi Micaela mentre si andava sfogliando lentamente in un ambiente che io ben conoscevo, poi lei si sciolse i capelli su quel seno ben proporzionato, mi accorsi che il suo corpo era veramente eccezionale. Sentivo rabbia, amarezza, mi vergognavo che il mio onore era così offeso con quelle immagini in quella vasta sala in presenza di così tante persone. S’accostò al letto e mi accorsi del grande quadro come capezzale che quell’ambiente io lo conoscevo, per il momento non ricordavo. Lui era coricato sul letto e lei lo cavalcò, sembrava il mare in tempesta su uno scoglio. La scena continuava imperterrita ai miei basta gridati con voce rotta e in qualsiasi direzione guardassi quei corpi nudi giganti dominavano, anche se mi tappavo con tutte e due le mani le orecchie quei gemiti di piacere invadevano ovunque. Quando lei arrivò allo spasimo lo lasciò sfinito. Pensavo ai nostri rapporti, lei che rimaneva sotto immobile, senza lasciare trasferire nessuna emozione di piacere non prendendo mai nessuna iniziativa, così dalla prima volta all’ultima. Lì sembrava una di quelle femmine di mal costume. Riflettei che forse lei non si comportò così con me per paura dei miei pregiudizi rigidi e moralisti. Quando lei si tolse si vide con grande mio sconvolgimento il volto del nuovo parroco sfinito, sudaticcio e bianco. Lei lo lasciò lì baciandolo sulla bocca e sussurrandogli: “Mia zia aspetta fuori, vado. Verrà mio marito ad invitarti per cena, verrai?â€
Lui rispose con un filo di voce: “Certo.â€
Così si chiuse quella scena e ritornarono le nuvole tra bianco e azzurro delle finestre lasciandomi infranto con le mani tra i capelli, quando incominciai a sentirmi fuoriuscire questi due cornetti che toccavo con le mani, gridai mille volte no, fuggendo via e cadendo in quel baratro dietro la porta, finendo all’inferno.
Fu lì che, dopo avere seccamente chiesto giustizia, un diavolo mi fece parlare con quel mio difensore, il quale mi disse che essendo stato un tradimento operato con un uomo consacrato vi erano le condizioni per l’appello. Passarono anni e anni quando mi fu possibile tornare in quell’aula. Mi spiegavo ora come mai i preti non prenderebbero moglie anche se Dio avesse comandato di crescere e moltiplicarsi, anche se Cristo non avesse avuto nessuna parola in contrario al matrimonio. Quanti segreti la Chiesa non rivela agli uomini e tiene ben nascosti nei suoi scrigni nei sotterranei del Vaticano…
L’appello è stato un autentico disastro, fu mostrato come la mogliettina mi tradì pure con un rappresentante di mortadella, fu allora che mi spuntarono le alette e le zampette caprine. Stesso spettacolo con scene ancora più scabrose e più fantasiose di prima, non attesi nemmeno il responso, mogio mogio mi avviai verso la porta e mi lanciai nel vuoto come se mi tuffassi per un bagno.
Arrivai giù, fu festeggiato, rincuorato, rifocillato con cibagli d’ogni genere e un inserito in un corso accelerato per diavolo. Non ci capii niente d’energia, di tempo e di Dio.

Carlo rimase stupefatto da quello che Astolfo gli narrò e anche vedere: “Possibile che l’aldilà sia fatto così?â€
“L’aldilà te lo costruisci tu da vivo, un mondo fatto su misura per te, personaggio dopo personaggio, ambiente dopo ambiente, tutto semplificato e convertito secondo la tua logica. Il giudice, l’accusa, la difesa, la corte tutta e il pubblico, sono tutti te stesso, per questo ogni processo è inesorabilmente senza alcuna pietà, solo verità, la tua d’imputato. Un musulmano immagina il suo paradiso andrà in quello, se lo merita, come un induista il suo, come l’ateo il suo, l’indiano d’america il suo. Io da cattolico ho immaginato il mio ed era così, ognuno morirà con la sua verità, sarà giudicato da se stesso con l’ordine del Mondo, mentre Dio ama.
“Sembra facile!†Disse Carlo: “Allora? Vorrei sapere di più!â€
Fu così che Astolfo tirò fuori dal taschino un vademecum con copertina nera e disse: “Nel corso ho preso alcuni appunti ma non ci ho capito gran che neanche ora rileggendoli, tieni!†Così Carlo prese quel librettino scritto fittamente con inchiostro rosso in una calligrafia elegantissima pagina dopo pagina. -Il Mondo si divide in Energia Attiva ed Energia Passiva.
Ogni Ente è composto in percentuale di Energia Attiva e Passiva.
Gli Enti (metaforicamente) si dividono in quattro gruppi principali:
Fuoco: Demoni, Energia Attiva;
Aria: Angeli, Energia Attiva;
Terra: Enti Non Viventi, Energia Passiva>Energia Attiva;
Acqua: Enti Viventi, Energia PassivaCome la Terra senza acqua è arida,
come il Fuoco non può esistere senza Aria,
così ogni Ente è complementare in rapporto con gli altri Enti.
La morte non cambia la personalità, perché caratteristica dell’Anima.
Il carattere è una passata di vernice sulla personalità che è passata per ogni esperienza esistenziale. Perciò per scoprire la vera personalità bisogna raschiare a fondo, strato dopo strato di vernice.
L’Anima è prima e dopo la morte.
Il Mondo ha una sola dimensione il Tempo, che in ogni realtà (o contesto) misura diversamente.
Nel Mondo non vi è né Tempo passato né Tempo futuro, vi è solo tempo Presente. Passato e futuro sono solo zone geografiche sempre presenti (non vi è qui o là, ma prima o dopo), così un gesto esisterà per sempre, una speranza potrà sempre attuarsi, perché nulla è determinato in questo eterno Presente sempre futuro e già passato.
Il passato è quel mare d’Energia dove gli Enti hanno lasciato la loro orma.
Il futuro è quel mare d’Energia dove ancora non sono passati e perciò inimmaginabile.
Il Mondo è quel mare d’Energia tutto connesso dove ogni azione o pensiero, anche un semplice battito di ciglia da inizio ad una vibrazione di sfere concentriche, come quando si lancia un sasso nello stagno.
Nella continua creatività energetica vi è l’Idea di Dio.
Dio non può essere un concetto.
Quando si vuole vedere Dio basta guardarsi veramente.-
Chiuse subito quel libretto e lo ridiede sconcertato perciò che aveva letto senza proferire parola.
“Ho capito solo che io ho bisogno di te come te di me, siamo tutti strumenti di una grande orchestra dove il direttore è Dio! Come può un Santo divenire tale se non vi siamo noi poveri diavoli a dirgli cos’è il male? Noi diavoli non possiamo niente contro la vostra volontà.â€.
Carlo, insospettito dal suo ciarlare: “Mi stai dicendo che angeli e diavoli siete tutta una ditta come i servizi segreti d’alcuni stati che loro fanno gli attentati terroristici per poi attuare la repressione? Una cosa ancora non mi hai detto: dove ti sei procurato quei fiammiferi?â€
Astolfo: “I politici sono veramente diabolici! A si, i fiammiferi. Quando mi inviarono alla mia prima missione, ero tutto un tremore, mi dissero: è cosa da poco basta che prendi in giro una piccola stracciona morta di fame ed è fatta. Era l’ultimo dell’anno, non so dirti quale anno, vi era questa bambina che vendeva fiammiferi, infreddolita, così mi divertii ad illuderla, mentre accendeva fiammiferi, ci volle poco a prenderla in giro con la fame che aveva, la stufa, il pollo che scappava, l’albero di natale, fin quando le apparvi sotto sembianze della vecchia nonna. Lei pensò che era morta e desiderò morire pure lei per andarsene con la nonna, così l’accontentai e me la trascinai con me. Dovevi vederla la faccia che ha fatto quando mi ha visto nella mia immagine? Si mise a protestare a strillare, tanto che l’inferno era diventato un vero inferno, “voglio la nonna!â€, a spiegarle che la vecchia era ancora a casa che l’aspettava e che ancora chissà quanto doveva vivere, poi si calmò e se ne uscì con una delle sue: “Per lo meno qui non fa freddo!â€. Fu un autentico successo e così come trofeo presi le scatole di fiammiferi!â€
Carlo: “Ma questa è la favola d’Andersen –La bambina dei fiammiferi-?â€
Astolfo: “Sì proprio lei! E’ stato un fatto realmente accaduto!â€
“Ma sei un bastardo!†Gli disse Carlo ridendo.
“In questo modo mi hanno definito tutti a missione compiuta.†Confermò Astolfo: “La seconda missione fu più difficile. Mi mandarono, in uno di quei cornuti silenziosi, che nonostante gli mostravo il tradimento della moglie, faceva finta di non capire, mi fece perdere la pazienza a tal punto che costrinsi la moglie a dichiararglielo. Lui, un tipo raffinato amante dell’arte, della buona musica, alla ricerca sempre del bello e filosofo. Lei, amante della vita della giocosità, del divertimento a qualsiasi costo anche di rischiare l’osso del collo, oltre che il matrimonio. Si sposarono quasi per scherzo, mentre lui voleva spiegare il paradosso di Zenone, di Achille che non riusciva a raggiungere la tartaruga, lei pensava che quell’eroe greco, a quei probabili pettorali, sicuramente si poteva sollazzare con qualche bella greca invece di andare a inseguire tartarughe, che per giunta non riusciva nemmeno a raggiungere, secondo questo lui che le stava davanti, perciò lo guardava così maliziosamente negli occhi che tutta la sua filosofia gli crollò come un castello di carte. Lui era il professore con i suoi cinquantaquattro anni e lei la studentessa con quei prorompenti diciannove anni che gli schiaffava davanti quotidianamente. Poteva mai resistere a tale bagliore il povero professore di filosofia? Oppure, quale filosofia potrà mai reggere a tale forza della natura? Così non gli rimaneva altro che seguire quella luce che l’aveva abbagliato. Dopo qualche anno si sposarono e andarono ad abitare nella villa principesca di famiglia arredata con gusto, sempre piena di ospiti. Lei non si faceva mancare la compagnia di coetanei. Lui quando era in facoltà si affliggeva, però non appena era in sua presenza scompariva ogni ombra ogni minimo dubbio sulla condotta di lei e trovava una chiara spiegazione (filosofica) anche delle spiegazioni più assurde che gli propinava lei. L’altra volta mosso dal dubbio lascia baracca e burattini e corre velocemente a casa, ha trovato lei in subbuglio, il letto disfatto, vide degli indumenti sul pavimento e non ha indagato il minimo indispensabile, che so, vedere sotto il letto o dentro il capiente armadio, si lascia abbindolare di lei che fingeva di star male. Anzi, il professore prese la decisione (filosofica) di non fare più quelle improvvisate alla moglie per paura che alla fine la sorpresa la poteva avere lui. Fu così che mandarono me. Bisognava aprirgli gli occhi. La prima difficoltà era che lui non credeva a niente, ateo completo, figuriamoci a noi poveri diavoli, ne rideva a crepa pelle. Allora invece di apparire con tale sembianze mi consigliarono all’ufficio missioni dell’inferno di insinuarmi nella mente, come un idea, un pensiero, così ho fatto. Mentre lui era solo, riuscivo a deviarlo dalla lettura, leggeva a vuoto, poi gli costruivo scene di sesso le più spregiudicate con lei protagonista. Gli facevo rivivere scene di lei mentre era con altri amici, sottolineandogli gli scambi di sguardi, l’espressioni di intesa. Lo facevo mutare in una belva, ma tutto questo lavoro falliva non appena lui era al cospetto di lei. La belva diveniva un gattino pieno di moine per lei. Mi stupii quando scoprii che quelle immagini da me inculcate gli sono serviti come stimolo erotico. Il professore godeva nel possedere quell’oggetto di desiderio e il sentimento della gelosia gli faceva scaturire più spregiudicatezza e forza nel rapporto. L’amplesso era fisico e culturale, finiva con un urlo bestiale e potente che tutta la servitù sentiva e tentennava la testa, lo ripagava di tutto: sia delle sbalorditive fuoriuscite economiche, sia delle marachelle quotidiane di lei, tanto che aveva trasformato la sua nobile casa in un circolo per giovani aitanti. Ormai gli antenati nei ritratti sembravano non volgergli più lo sguardo. Non solo, anche i colleghi e i bidelli spesso facevano finta di non averlo visto e non rispondevano al suo saluto. Perdevo il mio tempo chiuso lì in quella mente così contorta allora presi la decisione di manifestarmi a lei, così una sera dopo cena erano rimasti soli, al chiaro delle candele, uno di fronte all’altro, lui in un languido sguardo mentre lei gli carezzava il lobo dell’orecchio propinandoci le solite smancerie con il solito nomignolo: “Picio Picioâ€. Mi sono così incattivito da imprimermi nella sua espressione facciale, quando vidi lo sgomento che provò lei plasmai un’espressione beffarda, mentre lui a voce le diceva parole d’amore, lei di botto si allontanò spaventata, allora impressi odio disprezzo con un guizzo omicida nello sguardo. Lui la voleva assicurare, ma lei indietreggiava, pensò che il marito la volesse uccidere per quei tradimenti, così incominciò a confessare tutto di tutto, poi fuggì terrorizzata non volendo mai più tornare in quella casa. Non bastarono le suppliche del professore. Lui si chiedeva perché, quel comportamento. Il professore si lasciò deperire, invecchiò ancora più, non sopportando il silenzio di quelle stanze, il grande vuoto che infondeva l’assenza di lei, prese una corda e filosoficamente s’impiccò.
Quando mi vide mi disse: “E tu che mi rappresenti?â€.
Risposi con naturalezza: “Il diavolo!â€
“Ma non mi fare ridere…â€
Quando lo portai nella sua aula di giudizio dove fu processato da alcuni filosofi greci con certi barboni e alcuni antenati, mentre il pubblico era pieno di tutta gente da bene, mentre lui si difendeva argomentando della bellezza, della vita che gli infondeva lei, gli spuntavano delle corna di caprone mai visti che si andavano attorcigliando, quando se li toccò, tutto il pubblico che assisteva incominciò a fargli il verso di lei dicendogli in coro: “Picio Picio!â€. Fuggì dall’aula e precipitò anche lui nell’abisso. Ora è lì e insegna a noi poveri diavoli nel corso di sessuologia primordiale.
Avrei tante altre storie da raccontarti, ma il tempo sta per finire. Vuoi uomini, di questo tempo, non vi meravigliate più di niente, incominciando a morire per un non niente, lasciandovi trasportare dal vizio avvelenandovi quotidianamente. Non occorre scaturire tale ira con gli altri. Io so tutto!â€
Carlo: “Allora sai perché mi sono lasciato andare bevendo così tanto? Lei, che non voglio lasciare, non riesco, mentre dovrei fuggire più lontano possibile, ma ora ho capito. Ci riuscirò!â€
Astolfo: “Sei sicuro?â€
“Non voglio fare la fine tua o del professore. Ora mi vengono in mente chiaramente le origini della mia frustrazione. Anastasia quando è con me fa di tutto per attirare l’attenzione degli altri amici, incomincia a parlargli con occhiate maliziose e poi tocca, sì li tocca continuamente, le mani, il viso; ride ad ogni battuta degli altri, solo con me la musona, s’annoia. Questa sera mi sono detto perché devo starci insieme? Che faccia quello che crede, ma questa decisione mi ha così fatto soffrire. Siamo andati in un pub e mi ha detto: “Aspettami qui che subito arrivo!†Oltre che li dentro la conoscevano bene, la salutarono tutti, il cameriere, il barista, con certe espressioni, chiamandola per nome che lasciava bene immaginare la sua condotta spregiudicata dentro quel locale. Io sono rimasto lì al bancone del bar con il barista che mi guardava come fossi un lumacone senza guscio. Così incominciai a bere un sambuca dopo l’altro. Anastasia non arrivava ed io bevevo, il cameriere rideva con intesa al barista , ed io bevevo. Non ho avuto il coraggio di alzarmi, dopo tutto quel alcol ed andare a vedere cosa mai faceva lei tutto quel tempo, ho solo bevuto. Poi quando è uscita con un’aria di gran soddisfazione al mio minimo cenno di ribellione con le pupille degli occhi, mi disse: “Ti sei stancato?†Lasciava bene intendere che era pronta ad un mio cenno a lasciarmi, che non teneva a me uomo selezionato nel suo catalogo come terza o quarta scelta, ma sicuramente ultima spiaggia. Io non ho avuto coraggio a lasciarla, camminai accanto a lei come il fantasma di me stesso, come un ombra tra il chiaro e lo scuro di un tempo andato. Ho solo bevuto di tutto e di più. Ora ho capito perché si va all’inferno perciò che non si fa.â€
Astolfo soddisfatto si guardava le unghia della mano: “La fedeltà è un’invenzione delle femmine perché loro possono essere fecondati da un solo maschio mentre i maschi possono fecondare tante femmine e con la fedeltà possono garantirsi l’aiuto del maschio per la cucciolata. E poi sono loro femmine le prime a tradire forse perché sanno che è solo un invenzione!â€
Carlo: “Io sarò il tuo riscatto!â€
Astolfo: “Ognuno ha il suo cammino da percorrere, come una missione da compiere, come una partitura da eseguire nella grande orchestra di Dio, fai la tua parte. Visto che hai capito la lezione, rimani ancora un po’.†Così gli strinse la mano tanto da farlo scuotere in tutto il corpo. Aprì gli occhi e si vide tutti a torno, medico di famiglia, genitori e anche Anastasia, con negli occhi il pentimento. Aveva le iniezioni endovenosi attaccati per disintossicarsi, vedeva appannato. Ci fu un aria di giubileo. Anastasia con tutte e due le mani gli carezzò il viso e lo baciò sulle labbra. Lui sentì di amarla più di prima e di averla già perdonata, poi voltò lo sguardo sul comodino e vide che ai piedi del porta candela vi era un fiammifero, strinse gli occhi ricordando tutto sfuggendogli una lacrima calda e pungente che immediatamente gli solcò il viso, afferrò quel fiammifero e se lo tenne in pugnò voltò la testa verso il muro facendo finta di riaddormentarsi.
Il giorno seguente, Carlo si sveglio di buonora, andò in bagno barcollando, quando si guardò allo specchio con quel pallore e quegli occhi infossati per un attimo si accorse di somigliare così tanto ad Astolfo, quasi involontariamente si passò la mano fra i capelli, poi pensò che ancora non si era sposato, ma inferno o no voleva Anastasia.

Siculiana, 19 novembre 1976
Alphonse Doria









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giovedì, 27 gennaio 2005
I SIGNORI DEL VENTO

I
Quel mese di febbraio

Antonio arrancava per quella scalinata che portava dal suo amico Pasquale per dirgli la novità straordinaria che gli era capitata e che avrebbe cambiato la vita di entrambi. Quel mese di febbraio del 1976 era iniziato con tutti i buoni auspici di rinnovamento e di buone speranze. Si sentiva dentro che il suo futuro avrebbe avuto degli sviluppi positivi, gli si leggeva negli occhi. Erano le 18 passate e già faceva buio ma nonostante ciò con la scarsa luce della lampada a braccio all’incrocio bastò per notare come mai prima una ragazza che incontrò insieme alla madre. Lei gli lanciò un’occhiata fugace ma così intensa che gli rimase stampata nella mente come un’impronta indelebile. Veramente questo mese di febbraio portava con se un mondo nuovo… Eppure già era passato quasi un anno da quando tornò dalla Germania senza che nulla d’importante veramente fosse successo.
La Germania lo stancò subito, non era vita per lui, lavorare per risparmiare, sentirsi al di sotto di tutti quei tedeschi che lo guardavano con superiorità e poi quella lingua sdegnosa che li faceva sembrare sempre arrabbiati… Quale futuro aveva davanti, quello di suo padre? Lavorare e mandare marchi a casa, per poi sposarsi, mettere famiglia e mandare marchi e lettere, per tornare una volta all’anno per le feste di natale e poi ritornare a rimandare marchi in attesa di ritirarsi con la pensione.
Un giorno mentre lavorava con un’impresa a scavare un fossato per la linea elettrica in strada, sotto la pioggia incominciò a pensare al paese, alla sua casa, a domani e dopodomani, quando ad Antonio il cervello partiva a pensare, non si sapeva mai dove andasse a parare, così lanciò l’arnese che aveva in mano, salì il fossato e tornò in paese. Stefano che lavorava insieme gli gridava: “ ‘Ntoni, ‘Ntoni! Chi succidì? Unni và? Chi minchia sini pazzu?†Antonio quando guardava la vita di Stefano nelle baracche, con l’ansia della lettera che non arrivava, che a quaranta anni si masturbava per non andare a puttane per risparmiare e mandare marchi al paese, si sentiva soffocare. Quell’acqua fredda che gli sputava in faccia ripetutamente senza tregua, gli fece saltare la molla.
In paese riprese a lavorare alla muratura come manuale ma si sentiva sfruttato, lavorava a nero sopra i ponteggi senza nessuna assicurazione, malo pagato e senza orario. Voleva un lavoro dignitoso, retribuito giusto, in piena regola con tutti i diritti. Mentre gli appartanti s’arricchivano a vista d’occhio a costruire case e palazzi lui doveva leccare la sarda, gli faceva una rabbia, si sentiva rimuovere tutte le budella. Cercava un idea di quelle buone per mettersi in proprio magari, per non farsi sfruttare, ma cosa?
Proprio quel pomeriggio al Bar Sole aveva ascoltato due forestieri seduti accanto al tavolo che parlavano di un artigiano a Porto Empedocle che fabbricava pavimentazioni, stava svendendo tutto per andare all’estero. Rischia di perderci il figlio che controbatte quelli del pizzo, allora decise di andare via in poco tempo prima che sia troppo tardi. Antonio, con il suo fare galante e il suo aspetto longilineo, chiaro di capigliatura e di pelle, gli occhi grigioverdi, vestito sempre elegante come se fosse festa, domandando scusa, chiese se potesse avere l’indirizzo di quel signore. Si misero a parlare gli offrì da bere e ottenne tutti dati necessari.
Doveva fare partecipe a Pasquale il compagno di tante giornate, di lunghe passeggiate, di tanti pensieri, di tanti progetti andati tutti in fumo. Questa volta però, lui ci credeva veramente.
Pasquale era di animo buono, si muoveva lentamente, per lui erano tutti gli altri ad andare troppo di fretta, ascoltava Antonio pendendo dalle sue labbra soppesando ogni sua parola e non nascondeva che ammirava così tanto l’amico da imitarlo nel vestiario, così anche lui la sera usciva vestito a festa e impomatato sbarbato sempre di fresco, anche se i suoi lineamenti erano meno piacenti. Alla madre di Pasquale faceva piacere l’amicizia con Antonio, però avvertiva qualcosa di pericoloso in quella persona così determinata e lei in materia di uomini sapeva il fatto suo.

II
La famiglia di Pasquale

La famiglia di Pasquale si era fermata in paese da più o meno venti anni, prima girava con i giostranti per le feste di paese, con un autobus modificato a roulotte. Loro arrivavano in un paese montavano il “tira e segniâ€, nei primi tempi, affittando un magazzino vicino dove si svolgeva la festa in seguito in una baracca. La signora Mimì i soldi non li faceva con i fucili, ma con il materasso che aveva sotto la scaletta dei frufrù e le bottigliette di succhi di frutta come bersagli. Non era molto alta ma formata così bene da sembrare una star del cinema americano. Bionda con una capigliatura montata a ciocche, le sopraciglia scure, due labbra rosso vivo carnose in un sorriso aperto, lo sguardo languido e malinconico in quegli occhi castano scuri a mandorla, si muoveva come se fosse stanca e stufa e forse lo era davvero. Gia a vederla gli uomini si turbavano e ricevevano gli strattoni delle mogli a braccetto.
In ogni paese era un grande successo: giovani, sposati e di ogni età facevano la coda con discrezione e ordine, avvolte pagano per vederla solamente seminuda o per toccarla in una sola parte del corpo, la tariffa ovviamente cambiava. I profitti andavano in gran parte al protettore, fin quando non conobbe Vito a Lercara Friddi, dolce acconsenziente gentile. Mimì se ne innamorò sul momento fece sesso come mai aveva fatto, non sentendo l’impiccio di un corpo addosso, ma mossa da un calore travolgente, e così non volle i suoi soldi. Con gli altri, ogni volta, moriva una parte di se stessa, ma con lui invece resuscitava. Vito alla sua prima esperienza ne rimase travolto, così come intontito rimase nei pressi di quella baracca aspettando chissà che cosa, vedendo entrare e uscire uomini che si sbottonavano e abbottonavano dietro la baracca davanti la piccola porta e ogni volta si sentiva ferire dentro.
Quando la notte il mantenuto le prese i soldi e la riempì di botte, lui si ci piazzò davanti chiedendo spiegazioni, ma Alfredo per nulla turbato sorridendo gli chiese: “e tu cu sì?â€, per tutta risposta Vito lo guardò negli occhi in senso di sfida, fulmineamente si sentì due cazzotti in faccia e stramazzato a terra due calci ben piazzati negli stinchi. Alfredo era medio alto con un sorriso dileggiatore sulle labbra, s’atteggiava a bullo e una capigliatura all’indietro piena di brillantina Linet.
Vito aveva due occhi buoni buoni, tanto da far credere al suo interlocutore di potersi prendere tutte le confidenze e le licenze che voleva.
Alfredo lo guardava raggomitolato a terra e non volle più infierire per non prendersi l’astio dei paesani, gli disse minacciandolo puntandogli l’indice: “’Un ti fari abbidiri chiù vicinu sta barracca!â€. Vito lentamente s’alzò con quegli occhi buoni e la testa bassa con le braccia a ciondoloni in un guizzo prese il coltello a scatto dallo scarpone e la lama specchiò le luci colorati della festa, glielo conficcò nello stomaco aprendoglielo da sinistra a destra sbudellandolo. Tutto fu così veloce e imprevedibile che Alfredo rimase con gli occhi sbarrati nell’incredulità che quel picciotto di campagna abbia avuto quella audacia.
I carabinieri non ebbero problemi a toglierci di in mano il coltello stillante di sangue.
Alfredo se ne uscì con quarantasei punti di sutura e un paio di settimane in ospedale, un’altra cicatrice per la sua collezione da mostrare a gli altri spavaldi magnaccioni come lui per quelle serate speciali tra chiacchiere e sambuca.
Vito prima dell’anno fu fuori il carcere Ucciardone, davanti il cancello trovò Mimì che l’aspettava. Lui e lei ricominciarono di nuovo affittando un magazzino poi soldo dopo soldo grazie all’antico mestiere di Mimì si fecero baracca, roulotte nuova e camioncino di seconda mano, poi anche le barche. Le barche erano fatte di legno attaccati a un asse, dove i giovanotti del paese si mettevano sopra e con la forza delle loro braccia si dondolavano e gareggiavano con quelli accanto, scendevano felici sudati e con qualche strappo al vestito nuovo. L’unico compito del giostrante era di frenare tramite una barra il dorso ricoperto da un copertone d’auto perché potevano capovorgersi.
Un bel giorno capitò che Mimì si accorse di essere gravida. Per Vito fu un turbine di afflizioni, un travaglio della mente, una sensazione avvolte esasperata per quello evento che non aveva calcolato e ora l’aveva travolto schiacciato in ogni cellula del suo corpo. In verità non aveva ne previsto ne minimamente pensato che dalla quiete della terra e dai ritmi secolari del suo paese sarebbe passato ad una vita di girovago, tralasciando che prima aveva accoltellato un uomo ed aveva vissuto la galera. Tutto questo perché? Perché ha conosciuto la donna nella sua compiacenza sessuale. E’ proprio in questo preciso istante che avviene la rivoluzione copernichiana e così se prima c’è la terra al centro dell’universo poi c’è il sole, come per magia il punto di riferimento del cosmo è la donna. Un pianeta che attira nell’universo adolescente ogni cosa, fa fare ogni cosa e fa vedere ogni cosa in maniera come mai si era vista prima. Ora Vito sapeva benissimo chi era Mimì, qual’era la sua vita, perciò ingoiando il tossico che gli saliva dal profondo del suo stomaco, aveva deciso definitivamente di essere padre di quel bastardello che doveva venire alla luce. Si sentì come il San Giuseppe che lasciava intravedere il prete del suo paese nelle prediche, o perlomeno lui così capiva. Lui che per un ipotetico paio di corna avrebbe fatto una strage si trovava in quella posizione assolutamente lontana dalla sua più recondita fantasia. Mimì si accorgeva del turbamento che aveva il suo uomo e lo rassicurava, battendosi la pancia con tutte e due le mani: “Nun ti tracassiari ca chisto è tò!â€
Mimì era alla sua seconda maternità, sette anni prima aveva avuto una bambina, con il signor Ciocca, proprietario di autoscontri. La moglie non poteva avere figli, così fu lei stessa a pregarla di concepire uno con suo marito, aveva capito che quella era l’unica strada per salvare il suo matrimonio. Come fece Sara, moglie di Abramo che lo fece accostare con la sua schiava egiziana Agar da dove nacque Ismaele. Così, d’amore e d’accordo, nacque Silvana naturalizzata Ciocca. Alfredo per tutto ciò volle un compenso in soldi. Ma la signora ha voluto fare un regalo a Mimì, una collana a maglie grosse, un bracciale e orecchini d’oro, indossati sempre perché le ricordano la figlia. Avvolte lo sguardo sognante con la mano accarezza quella pesante collana, o il bracciale, o con due dita uno degli orecchini e per lei e come accarezzare Silvana che vedeva crescere e stare bene, ma i patti erano di non rivelare la sua maternità. Con tutte le barriere che mettevano i signori Ciocca Silvana provava un’attrazione per Mimì incontenibile. Il nome lo ha voluto scegliere lei e la chiamò Silvana per l’ammirazione che aveva per l’attrice Mangano.
Quando nacque il bambino, Vito si accorse che era spiccicato lui, una somiglianza stravolgente, oggi avrebbe detto un clone, così lo volle chiamare come suo padre, Pasquale. Anche Vito era un’immagine e una figura a suo padre. Abbracciò Mimì risollevato e le riempì la stanza di fiori.
Quel bambino fu il loro vero sigillo matrimoniale dopo cinque anni di quella vita decisero di smettere, così hanno venduto tutto e si piazzarono in questo paese che sembrò per loro ospitale.
Vito provò diversi lavori ma non riusciva ad ingranare ormai era entrato in quella logica di giostrante, così finì con stare di più al circolo civile che altrove, fin quando non divenne il cameriere e campicchiava con le gazzose che vendeva e il magro salario che gli passavano i soci.
Gli uomini giravano attorno a Mimì che quella scalinata del paese sembrava la via reggia. Fin quando il più audace si fece avanti, i soldi erano pochi e Pasquale aveva bisogno, lo fece entrare. Il gagliardo rimase deluso quando Mimì chiese il dovuto perché pensava di avere fatto una conquista.
Tutto si sistema prima o poi, ogni cosa prende forma e la gente, prima o poi, s’abitua a tutto.
Per la festa di Mezz’agustu in paese arrivarono le giostre come ogni anno e così anche l’autoscontri di Ciocca, ma quel 1966 Silvana andò a trovare Mimì a casa. Mentre era indenta alle pulizie di casa sentì bussare poi: “C’è permesso!†e tra la luce di quel mattino vide la sua sagoma all’ingresso. Mimì si sentì stravolgere, quella piccina carina era diventata una bella donna, che le andò incontro e l’abbracciò lungamente baciandola ripetutamente. Il padre dopo la morte della moglie aveva svelato tutto, così il suo più grande desiderio era questo abbraccio che infine aveva dato un senso alla sua vita, a quella di sua madre e alle sue reminiscenze. Alla fine tutto prende forma…
Pasquale dopo le scuole medie con qualche anno ripetuto, si adattò a lavorare prima in un forno a consegnare il pane con la bicicletta, poi a imbiancare case con la pompa, infine a bighellonare per le strade e a giocare a biliardo e a carte nei bar e nei circoli. Tale padre tale figlio, tanto a mammarella pensava a tutto. Solo quando a Pasquale, spuntò la barba la signora Mimì chiuse definitivamente le sue pubbliche relazioni. Incominciò a frequentare la chiesa prima quella del Santissimo Sacramento quando si vide emarginare e l’arciprete con le parrocchiane la guardavano schiaffeggiandole la sua vita ha dovuto desistere e cambiare con la Chiesa Madre, dove un angolino isolato in quel grande tempio quasi abbandonato lo trovava sempre ogni domenica sera.

III
Russanticu e progetti

Antonio era di casa, lì dentro trovava sempre una birra o un caffè, frequentava quella famiglia da quando era compagno di classe di Pasquale in prima elementare.
“Pasquà, dumani matina ama a pigliari l’autobus e jri a la Marina!†Antonio con Pasquale parlava così, prima decretava categorico e poi si spiegava. Bisognavano i soldi, un magazzino e un’apa. Il magazzino non era un problema, si sistemava la stalla del padre con qualche lavoretto, ora che il padre si era venduto la vestia e la terra. Occorreva trovare i soldi per le attrezzature e l’apa. Antonio continuava ad espletare minuziosamente il suo progetto con gli occhi accesi, aveva dominato l’attenzione non solo di Pasquale ma anche della ‘zza Mimì, come l’ha sempre chiamata lui.
Il paese era in continuo sviluppo edilizio perciò la fabbricazione di mattoni non poteva che andare bene. Così nessuno mangiava sopra il loro lavoro.
Mimì: “Chi ti pigliu? U facemu u’ cafè?â€
Antonio: “Nonsi, ‘zza Mimì ca già mi nni pigliavu unu a lu bar e mi sentu scotiri.â€
Pasquale: “Pigliamuni tecchia di Russanticu ca facemu u’ brindisi a sta società ‘ntustriali!â€. Tutte e tre si misero a ridere e brindarono.
Antonio, appoggiò la coppa sul tavolo e cambiando tono chiese della ragazza che aveva incontrato salendo la scalinata. Mimì s’asciugò le mani nel grembiule e sedendosi di fronte ad Antonio, ammise il suo apprezzamento per quel fiore di ragazza che era sbocciata da un giorno a l’altro, il giorno prima era magra senza ne petto ne fianchi, un bastone di scopa, e dopo la metamorfosi, dal bozzolo è uscita la splendida farfalla, con tanto di curve. Mimì accentuò su quello sguardo così profondo “sembra il pozzo dei desideri†avvolte si esprimeva in un modo che sorprendeva tutti, grazie alla cultura fatta sul giornale di fotoromanzi Grand Hotel. Antonio sapeva chi era, in un paese come questo tutti si ci conosce, immaginiamoci Rina, la figlia di Cocò Lanna firraru e di ‘Nzula Pizzuta, che giocava qualche giorno fa con le altre bambine alla marredda, ma voleva sapere se era fidanzata, appalurata. Niente di tutto questo, ma se era veramente interessato doveva sbrigarsi a mandare qualcuno, perché una farfalla come lei subito prende il volo. Antonio acconsentiva con la testa: “Issici a parlari vossia!†Mimì, si rannuvolò in volto, e sistemandosi sulla sedia così parlò: “Chisti su cosi dilicati e ‘Nzula è tecchia comu voli Diu, ju ‘u’ sugnu la pirsuna ‘ndicata, è meglio ca ci manni a quarcunu di li tò…†Antonio capì, quello che voleva intendere e che per il suo bene un’ambasciata tale era sconveniente portata da Mimì con il suo mestiere che ancora esercitava di tanto in tanto.
“Allura, facemu natru brindisi pi stu ‘ncontru di stasira!†Così dicendo Pasquale prese la bottiglia e riempì di nuovo le coppe.
Mimì: “Pasqualì, pari ca ‘un ci babbii cu lu viviri!†Così brindarono ridendo. Ad Antonio ormai la testa aveva preso a rimuginare e non si fermava se non a cose fatte. La stanza era piena di nebbia, tutte e tre che fumavano, quando Pasquale e Antonio andarono via una nuvola densa uscì insieme a loro.

IV
Antonio & Pasquale

La mattina dopo, arrivati alla Marina, appena scesi dall’autobus tutte e due sentirono quel buon odore di cornetti appena sfornati provenire da un bar lì vicino che fu una tentazione irresistibile non andarci a fare colazione. Antonio chiese al barista indicazioni. Era facilissimo andare a trovare quella fabbrica artigianale di maduna, bastava prendere la strada per la stazione ferroviaria e per la via s’incontrava, dinanzi vi erano posati mucchi di frantumi di marmo.
Pasquale si sentiva spossato e arrancava dietro Antonio che di tanto in tanto si voltava per richiamarlo.
Da lontano già si vedevano quelle montagnole di frantumi di vari tipi di marmo. “Pasquà, camina c’arrivamu!â€. Prima d’entrare guardarono di fuori, nel pavimento vi era acqua sparsa, rumori di macchinari accesi, non vi era molta luce, un signore con un grembiule impermeabile intento a levigare, un altro più giovane stava uscendo spingendo una cariola. Alla vista dei due si fermò e con espressione interrogativa fissò per bene negli occhi ad Antonio come se volesse leggere le intenzioni. Antonio subito salutò e chiarì che erano venuti perché avevano avuto notizia della vendita dell’attività. Si udì il motore della levigatrice che spento si stava scemando. S’avvicinò l’anziano mentre s’asciugava le mani e salutava: “Bongiornu! Trasiti!â€.
Discussero lungamente ed era un vero affare, il signor Carmine Aglio consigliava di rimanere lì, per non perdere la clientela acquisita, i locali glieli affittava, e con quei soldi gli lasciava pure il camioncino, che ancora poteva tirare per diversi anni. “Ma stu travagliu l’avutu fattu?†Pasquale guardò Antonio e fissando il signor Carmine alzando leggermente la testa emisero all’unisono quel inequivocabile suono dentale: “’ntzo!â€. Ma anche questo problema era risolvibile perché il signor Carmine era disposto restare un mese con loro per insegnargli il mestiere.
Quinti tutto nella mente di Antonio era pianificato, troppo semplice… Quando a noi Siciliani le cose si presentano così facili incominciamo a presagire chissà quali complicazioni, per non chiamarle sventure, tanto che nel nostro riso, anche il più sguaiato vi è sempre una traccia di amarezza come un retrogusto della vita.
Fu proprio così, davanti la porta si presentò un signore con un impermeabile scuro, minuto di corporatura con berretto a pirulì e due occhiali a fondi di bottiglia con un borsello di pelle trattenuto a se all’altezza del petto. Bastò la sua presenza che il signor Carmine e figlio si annuvolarono in volto agitandosi, forse rabbia, ma sembrava terrore. Possibile che quella persona così ‘nnutili li abbia ridotti in quello stato?
L’omino con un filo di voce salutò: “Don Carmine buongiorno, sono venuto per quei arretrati… Chi vuliti, mi fannu pressioni…â€
Il signor Carmine, con sottomissione: “Diciticci ca tutto è apposto fra jorna sistimamu tutti cosi!â€
Il figlio, interrompendo: “Li sistemassi ju li cosi…â€
Il signor Carmine: “Fa silenziu, quannu parla to patri!â€
L’omino: “Don Carmine, pi rispettu so mi tegnu ancora la pratica ju, ma sulu finu a venniri sira. Pi so figliu ‘un si preoccupassi arresta tuttu ka! (Battendosi con la mano due volte l’addome, poi calando leggermente la testa e guardando uno per uno i presenti salutò) Buongiorno!â€
Antonio aveva intuito che quell’omino era la persona del pizzo ma si accontentò della menzogna del signor Carmine che era un funzionario della banca, l’entusiasmo di mettersi subito in opera l’accecava, così si diedero appuntamento per il giorno dopo, per l’anticipo e scrivere una carta notarile, quinti iniziare a fare subito pratica. A tal punto fu fatto, tra i risparmi del papà di Antonio che aveva preso gli arretrati della pensione di pazzo, e mezzo lo era per d’avvero, e i risparmi della signora Mimì la somma fu racimolata. Antonio & Pasquale lavoravano per conto loro!
Pasquale lavorava, era puntuale, preciso, però voleva il suo tempo. Andavano e venivano con quel camioncino dal paese a Porto Empedocle. Mattina presto, sera tardi. A conti fatti si lavorava di più ora che alle dipendenze, però si era più sereni. Antonio aveva messo una regola sabato e domenica non si lavorava, il venerdì si finiva tardi ma quei due giorni li faceva sentire veri signori. Il sabato era veramente un giorno di grande soddisfazione dal primo momento della mattina all’ultimo della sera. Bastava quel sabato per rinfrancarsi di tutte le difficoltà e le fatiche della settimana. La domenica era ozio completo, tra le passeggiate lungo il corso o in Piazza Vittorio Emanuele, tra il Bar Sole e il Bar Trinacria passava la domenica.

V
Il vento caldo di maggio

Maggio era quasi alla fine quando una domenica mattina mentre Antonio parlottava con un gruppetto d’amici in piazza vide Rina e sua madre. Lei indossava un abito bianco con fiori azzurri, che delineava bene le sue forme. Stavano tornando dalla messa. Da lontano Rina diede un occhiata e si accorse che in quel gruppetto c’era anche Antonio, ma appena raggiunta nei pressi del gruppetto abbassò la testa e con gli occhi per terra passò. Il gruppo si ammutolì apprezzando la bella figliola, non appena di spalle diedero vita a quegli apprezzamenti, chi gesticolando con la mano, chi con un intercalare “miinchia…â€. Passata quella ventata di primavera ripresero l’argomento sospeso. Ma ad Antonio il cervello decollò, doveva pianificare tutto e in giornata, così senza nemmeno salutare, andò subito via. Sapeva che don Cocò Lanna lavorava anche la domenica mattina e avvolte addirittura la sera, perciò s’avviò verso la sua bottega. Lo trovò intento a ferrare un mulo. Antonio salutò e assistette a tutta l’operazione mentre quel mulo s’appagnava continuamente e veniva trattenuto dal padrone.
Don Cocò incominciò a innervosirsi più della bestia, perciò iniziò a sbattere gli arnesi, evitando di guardare in faccia Antonio. Aveva l’abitudine di parlare su tutto e di tutti e avvolte con una verve che soprastava gli altri prendendosi la ragione con prepotenza. Questa volta Antonio lo trovò muto come un pesce, ogni tanto borbottava qualche bestemmia ma niente di più.
Antonio, appena rimasto solo, mentre don Cocò aveva afferrato il piccolo tavolo con i chiodi e gli arnesi per portarlo nell’officina, si ci piazzò davanti: “don Cocò v’a’ parlari!â€
“K’amora fammi travagliari!†ed entrò, posò il tavolino.
“Prima ka fazzu un primu passu vogliu sapiri si l’avi a piaceri vossia o noâ€
“Iu? E di ki?â€
“Si l’avi a piaciri ka mi fazzu zitu ku so figlia Rina…â€
“Iu? E ki semu all’ottucentu… ha piaciri a idda, no a mmia!â€
“Ma vossia avi quarcosa ‘ncuntrariu?â€
Don Cocò era completamente imbarazzato, innervosito, la sua bambina era già da marito? E poi questo Antonio che non aveva mai ravvisato di buon occhio, senza un valido motivo, forse dato che lo vedeva sempre vestito di tutto punto, da un bar a un altro, o poiché frequentava quella vicina di casa… ma di sicuro, perché era completamente diverso di lui, sempre sporco di lavoro, sempre casa e officina. E poi, questo parlava così poco che gli dava un fastidio indescrivibile… Ma trattenne tutte le sue avversità e se ne uscì con un miserabile No.
Prima di mezzogiorno la sorella maggiore Agata e la madre, la zza Assunta, furono a casa di don Cocò. Rina anche se fu allontanata dalla madre al piano superiore origliava dalla scala e sentiva un brivido di felicità che le attraversava il corpo. Quando la madre rispose che lo doveva chiedere a lei e parlarne con il marito e la sorella la informò che Antonio già c’era stato a chiedergli il permesso, Rina scese di corsa i quattro gradini e irruppe con un forte e gioviale SI!
Agata e la madre d’Antonio l’abbracciarono baciandola e facendole un mare di complimenti. Così si diedero appuntamento per il pomeriggio stesso.
Non starò qui a tediarvi con i festeggiamenti vari sia di quel pomeriggio che dello scambio d’anello, ne di quando Rina aspettava la sera che passava per un saluto tornando da Porto Empedocle, ne di quello che succedeva di tragicomico con don Cocò e lu zzu Nirja, il papà mezzo pazzo d’Antonio, avevano rotto il fidanzamento diverse volte, ma le donne tiravano avanti lasciando predicare l’uno e sentenziare l’altro. Si arrivò a stabilire la data del matrimonio per il 10 luglio del 1977. Bisognava parlare con l’arciprete, prenotare la sala per il banchetto, affittare la casa, comprare l’arredamento e mille altre cose da fare.

VI
Lu zzu Nirja

Il padre di Antonio aveva sessantacinque anni spesso indossava un vestito quadrettato, inconsueto per le nostre parti, era propenso alla battuta scherzosa, sembrava però che lasciava tutto in aria, sospeso accennando un risolino, per questo motivo lo credevano un po’ squilibrato.
Aveva fatto il milite nel secondo conflitto mondiale, finì in Russia a lottare contro un clima e un Popolo senza nemmeno una logica plausibile. Per lui che non aveva nemmeno senso né fare il soldato, né Mussolini, né il fascismo, né il re e nemmeno l’Italia stessa. Che significavano? Quando dovette ogni mattina alzarsi prima del sole per un pezzo di pane e poi lasciare moglie e figli per una guerra senza senso per il suo sole per la sua terra per la sua famiglia. Tornato dalla Russia dopo un po’ si ritrovò in Germania a ricostruire quello che gli Alleati avevano distrutto. Aveva un senso? Aveva un senso sentirsi dire ancora da qualche anziano tedesco: “Italiener traditore! Scheibe Italiener!†Così lu zzu Nirja accennava un risolino che faceva imbestialire l’interlocutore così tanto da iniziare a urlare come un forsennato.
Un giorno si trovarono dentro il magazzino degli attrezzi tutte e due soli, quando questo continuava a urlare di qua e di là, l’errore del tedesco è stato che lo strattono per la giacca mentre era voltato intento a sistemare alcuni attrezzi. Anche se il tedesco era almeno trenta centimetri più di lui si trovò un trincetto alla gola e due occhi freddi su i suoi: “’Un ti permettiri a tuccarimi natra vota!â€. Tolse il trincetto e gli accennò quel particolare risolino. Il tedesco capì che rischiò la vita, rimase immobile, senza forza. Lu zzu Nirja si voltò e continuò il suo lavoro. Da quel giorno il tedesco lo rispettava, anzi s’imparò a chiamarlo “zzu Nirjaâ€.
Tornato in paese riprese a lavorare la terra alzandosi prima del sole. Periodo d’elezioni regionali gli dissero di fare la domanda di pensione, però quella militare non gli toccava perché, percome, insomma Mussolini aveva perso la guerra. Che senso aveva? Allora gli hanno fatto fare la domanda di pazzo, tanto il primario del manicomio era amico. Così ottenuta la pensione acquistò quel vestito quadrettato con relativa coppola quadrettata e visse sereno.
Quando si stabilì la data del matrimonio, la sera tornarono a casa chiamò Antonio, che lo assecondava con il massimo rispetto dandogli ancora il “vossiaâ€.
“’Ntoni assettati tecchia cu mia c’amu a parlari. Ti sciglissi na picciotta ca è un ciuri, ma t’ha cuntari chiddu ca succidì a Pitrinu Catanese, tu fanni l’usu chi bo.†Antonio prese la sedia e sedendosi al tavolo con lui si predispose all’ascolto, sapendo di fare cosa grata all’anziano padre. La moglie mettendosi tutte e due le mani intesta: “Bii! Pitrinu Catanisi! L’ha cuntatu cinquanta voti! Mu ca minni vaju…†E andò via continuando a gesticolare con le mani all’atezza della testa.
Lu zzu Njria alzando la voce: “E cu chista cinquantunu voti! Iu haiu la pinzioni ma la vera pazza si tu!â€.

VII
Na rucchicedda nni na scarpa

“Pitrinu Catanese quattro coccia l’aiva, sempri prontu, spertu, na musca ‘ncapu a lu so nasu ‘un ci pusava. La zita si scantava ca maritata aiva vidiri guai, e stu timuri lu diceva a la matri. Pitrinu vuliva ogni cosa a u so postu, “chistu ‘unn’è giustu! Chistu ‘un mi va!â€. La matri ci diceva di nun darisi pinzeri ca s’aggiustava a la maritata. A la maritata Pitrinu era chiù pirniciusu di zitu. “La minestra è accussì! Li stivala li vogliu chiù luciti! La casa chiù pulita!†Facennu la vuci grossa ca la muglieri addivintava tecchia di cosa. Dda povera fimmina era a la disperazioni accussì iva a chiangiri nni so ma: “Tu mi u dassi e tu ti u ripigli.†La matri sperta! comu chista ca t’ava a veniri sogira, ci detti a midicina: “Metticci na rucchicedda nni ‘un stivali e vidi quannu torna chi dici†Accussì fici la figlia. Pitrinu a la sira si leva li stivala e nesci fora dda rucchicedda: “Avi tuttu oj ca mi tortura! Porcu di ka e porcu di dda!â€
La figlia va riporta a la matri ca accussì ci dissi: “Comu suppurtà sta rucchicedda pi na jurnata, Pitrineddu supputirà tutti l’atri cosiâ€. Pi kistu ti dicu st’attentu a li rucchiceddi nna li scarpi…â€
Antonio annuiva calando la testa e accennando un sorriso.
“Ma la storia ‘un finì accussì. La muglieri pigliannu curaggiu s’ancumincià ad amuriggiari cu lu cuscinu, st’amuri addivintà accussì forti ca ‘un suppurtava kiù lu maritu. Accussì jva a chiangiri a la matri ca nun lu vuliva kiù, ka lu so amuri ha statu ed era tuttu pi lu cuscinu. Pi falla brevi, la matri, sapintuna ci dissi comu sbarazzarisi di lu marito. E vidi chi ficiru. Pitrinu, mentri mitiva lu frummentu e lu suli iva acchianannu, mezzu ddu mari d’oru ancumincià a vidiri sardi frischi mezzu lu lavuri, ogni sarda tanta. ‘Un cridiva a li so occhi ma li sardi eranu dda. Cuglì kiossà di tri chila di sardi, stracanciatu li misi a lu friscu, a fini jurnata li purtà intra. Chiddi eranu li sardi ca lu cuscinu complici ci ajva misu prima c’arrivassi iddu. Cuntà l’accadutu a la muglieri e misa la tannura fora arrusteru ddi sardi. Facennu ciauru, comu di duviri, si purtà qualche sarda a li vicini. Pitrinu cuntava l’accadutu e la muglieri di narrè ci firriava li ita comu diri: “’nfuddì!â€. Ogni cosa ca Pitrinu diceva o faciva la sogira, la muglieri e lu cuscinu dicivanu ca era foddi. Finu a quannu l’amanti azzardaru nna ddi ‘ncontri amurusi ca si ficiru scopriri di lu maritu ca li vuliva ammazzari, faciva comu ‘un pazzu, accussì chiamaru li carrabbinera e lu ‘nchiuveru a lu manicomiu. Ju lu vitti dda intra e ti dicu ca dda lu cumminceru ca è veramenti foddi! Ora caru figliu ricordati sempri di Pitrineddu Catanese, cristianu spertu e giudiziusu, ‘nchiusu pi sempri a lu manicomiu di Giurgenti. E a so casa, a so robba si a godunu a maglieri e u cuscinu.â€
Antonio assorbiva quel messaggio con quella parabola facendo ammenda che non serve a niente essere arrogante, ma è importante stare attenti ai tentativi di sopraffazione. La lezione più rilevante è stata quella delle sarde fresche nel campo di grano. Ogni cosa ha una spiegazione anche se apparentemente sembra non ve ne sia alcuna, anzi più assurda sembra più deve destare sospetto.

VIII
La casa del notajo Battista

Antonio era indeciso di restare a Camico o sistemare casa a Porto Empedocle, così evitare quel vai e vieni di ogni giorno. Don Cocò fece di tutto a convincerlo di restare in paese, forse perché non voleva distaccarsi ancora di più dalla figliola, così mise in atto tante di quelle pressioni, anche tramite Rina, che Antonio capitolò per mettere casa in paese.
L’azienda andava bene, permetteva di vivere a tutte due con soddisfazione. Quando un giorno si presentò l’omino del pizzo chiarendo che era stato mandato da “amici†che avevano parenti in galera, dovevano mantenere le famiglie e pagare gli avvocati, così era pregato di mettere il suo contributo ogni due settimane di cento mila lire, Antonio si raggelò, anche se in cuor suo già l’aspettava e anzi era tardato a venire, cento mila lire ogni quindici giorni erano veramente assai. Pasquale era così intento a levigare che non si accorse proprio di niente, però quando la sera ne proferì a casa suo padre consigliò di parlarne con il presidente del Circolo Civile dove lui faceva il cameriere, sicuro che qualche soluzione la trovava. Dopo la morte di don Ninu Ferro prese il posto degnamente u Provessuri Tanu Menta, proprietario di vari terreni e un ovile, coltivatore diretto, chiamato Provessuri, perché aveva ripetuto due volte il primo anno di magistrale ma poi abbandonò gli studi, ormai il padre aveva diffuso la notizia che il figlio l’ajva arrinesceri provessuri, così gli rimase il titolo che lui si prendeva benevolmente, tanto che gli mancava? i soldi no, il portamento e l’eleganza neanche, perciò gli stava.
Il Provessuri, ricevuti i tre nella presidenza, dopo tante smancerie come ‘mma… e bboh… sentenziò che si doveva pagare, non vi era possibilità di sottrazione, però lui poteva chiedere di farli lavorare negli appalti di costruzione delle palazzine popolari.
Ad Antonio & Pasquale il lavoro con gli appalti aumentò a dismisura, ma avevano bisogno di ampliare, perciò occorreva qualche prestito. Il direttore, già parlato dagli amici, allargò le braccia, perché la ditta non aveva nessuna garanzia, ci voleva qualche immobile messo come tutela del prestito o del fido, “per mettere le carte a postoâ€. Di conseguenza Antonio accomunò le due esigenze: la casa per sposarsi e le garanzie bancarie, quinti doveva acquistarla. Una casa nuova neanche a parlarne troppi soldi… Vi era in vendita alle spalle del centro storico proprio davanti al grande spiazzale dove montavano le giostre più grandi e avvolte quando arrivava in paese il circo, la grande casa con cortile interno del notajo Enrico Battista, dall’altra parte dello spiazzo vi erano case di pastori che confinavano con gli ovili che scendevano a valle.
Una grande famiglia estinta totalmente, l’ultimo erede questo notaio che dopo la morte della madre donna Lucrezia, chiuse la porta e andò a Roma dando incarico al suo collega di Cattolica di vendere tutto e inviarci i soldi.
Appena Antonio riferì la sua idea di acquistare quella proprietà in casa della promessa sposa, don Cocò incominciò a imprecare, usciva fuori borbottando, tante erano le sue ragioni contro ma non erano chiare, anzi senza ne testa ne coda. Lo zzu Nirja anzi la vedeva come un salto di qualità del figlio che accanzava una proprietà così importante. Ricordava quando con il padre gli portavano la migliore frutta, cesti di fichi curuna che sembravano di marturana, la meglio uva, pircopa, pira, insomma tutto quello che di meglio la loro terra offriva, perché ne era obbligato chissà per quale cortesia.
Nell’inizio secolo la famiglia dell’avvocato Giacomo Battista era al pieno dello splendore, quella casa piena di servi, di gente che andava e veniva, carrozze e feste. Poi sembrò che la sventura si sia abbattuta su di loro, un figlio morì in guerra e l’altro tornato dal fronte sembrò completamente matto, preso di malinconia, fin quando un giorno lo trovarono impiccato nell’inferriata del cortile, aveva negli occhi gli orrori di quella prima guerra mondiale così cruenta, terribile, e non riuscì a liberarsene.
La famiglia contava di un vescovo, monsignore Vincenzo Battista che nel 1848 fu sostenitore della rivoluzione che diede l’indipendenza alla Sicilia, insieme al vecchio barone, e di un grande luminare della scienza medica Giulio Battista, che nel 1790 aveva scoperto uno strumento terribile solo a vedersi, per la cura della sifilide. Fu appunto questo scienziato che acquistò l’abbazia e la trasformò in sfarzosa abitazione.
Rimase il più piccolo, studiò per notajo, divenne podestà sotto il fascismo e sindaco sotto la repubblica, amato dal paese prima e dopo, ma non volle prendere moglie. La splendente casa sfiorì insieme a donna Lucrezia che rimasta vedova si lasciò andare, quando un giorno mentre scendeva le scale cadde e si ruppe tre costole e il femore. Rimase per anni sopra il letto assistita da serve giovani, e strafottenti che spesso la lasciavano sola a lamentarsi di continuo, il figlio le licenziava ne assumeva altre ma non trovava di meglio. Quando poi lui andava a Roma per diverse settimane la poveretta veniva ancor più trascurata. Avvolte il suo lamento continuo echeggiava per la piazza e i ragazzi che giocavano a pallone nelle lunghe sere d’estate provavano finanche paura e filavano via.
La casa confinava alle spalle con la chiesa madre, la parte più alta del paese, finita di costruire nella seconda metà del settecento, con una splendida facciata tardo barocco. A cinquanta metri vi era il palazzo del barone Morello, rigido e solido nell’ultima sua trasformazione del 1875, molto bello prima, quando aveva le inferriate e i cornicioni in barocco che ricordava tanto la Spagna, era stato fatto costruire dal governatore Digoz sotto sua indicazione da certi mastri muratori Sutera fatti arrivare apposta da Palermo.
A Camico ogni casa ha la sua storia, ma quella della famiglia Battista è così tanta che non basterebbero mille pagine. Prima nel 1660 era stata una abbazia dei benedettini con chiesa madre connessa.
Il medico Balla, studioso di antichità, asseriva che l’antica Camico, reggia di Kokalos era proprio nella casa dei Battista e che la chiesa era un antico tempio siculo poi trasformato in tempio pagano e ora in cristiano, asseriva che proprio nello spiazzo di fronte quella casa vi era interrato un grande anfiteatro greco. Ma chi andava a scavare? I politici, ignoranti e arroganti, snobbavano il dottor Balla e spesso lo denigravano, a loro interessava il cemento, dove inzupparci per bene il biscotto, no tutte queste minchiate senza senso. Il dottor Balla amatissimo dalla gente comune ma altrettanto antipatico alla gente così detta bene, compresi i preti, sia l’arciprete della chiesa del Santissimo Sacramento, sia il prete anziano della chiesa madre, meno frequentata perché più decentrata visto che il paese nel corso degli anni si andava spostando verso il fondo valle. Il suo profondo sapere, anche se non lo mostrava, dava fastidio, poi quelle idee sul quadro dell’Assunta che presentava il braccio divino mentre l’afferrava cingendola, in uno sfondo di un azzurro elettrico, lui asseriva che rappresentava il ratto della bionda Xantia e il braccio nero era del dio Vulcano. Smentiva la leggenda del ritrovamento fortuito, dentro la grotta d’u lupu, di un pastore, che addormentandosi nei pressi gli apparse in sonno indicandogli il luogo e portata in paese salvò tutti dalla peste con una pioggia santa. Al dire dal medico Balla, leggenda messa in piede dai monaci, per cristianizzare un mito panteista siculo. Il quadro è messo dentro una nicchia di legno nella chiesa del Santissimo Sacramento prima ogni anno per mezz’agosto si apriva lasciando vedere la bellezza di quell’opera straordinaria, con grandi festeggiamenti, ora la nicchia si tiene chiusa solo nella settimana santa. La bionda Madonna, con uno sguardo di rassegnata dolcezza, scambiata per un espressione di perdono per l’umanità, ancora oggi è venerata dai camichesi anche sparsi in tutto il mondo, per le grazie e i miracoli che concede.
Antonio informato del prezzo dal sensale, lu zzu Paolo Centu, capisce che l’acquisto si presentava difficile, così domandò se invece di tutto il caseggiato potesse acquistare solo una parte. Idea che piacque al notaio di Cattolica, vista come unica possibilità per la vendita, anche perché i paesani non la volevano manco gratis, inoltre nella parte invenduta si raccoglieva tutto il mobilio rimasto risolvendo anche questo altro problema di difficile soluzione per il notaio incaricato.
Antonio acquistò le tre camere in ottimo stato soprastanti il portone del cortile compresi i magazzini sottostanti con un prezzo di vero affare.
Quando portò i familiari a visitare la casa mostrava le bellezze delle soffitte a cupola tutti decorati con paesaggi e scene mitologiche, i grandi balconi lasciavano vedere uno stupendo orizzonte di campi, vigneti e giardini. Rina si stringeva al braccio del fidanzato contenta ma nello stesso tempo suggestionata da quello ambiente e poi osservava il padre che di tanto in tanto parlottava con la madre che gli strattonava il braccio per farlo zittire.
Antonio spiegava che un domani poteva trasferire la fabbrica di mattoni giù in quei magazzini. Per poterci abitare bastavano pochi accorgimenti e una rinfrescata alle pareti, ma le soffitte non si toccavano, contrariamente a quando diceva don Cocò di abbiancare tutto e cancellare così ogni cosa.
Il titolo di proprietà fu presentato alla banca di Porto Empedocle, dove il direttore aprì subito un fido di venticinque milioni, una cifra veramente esorbitante, così consegnò il primo blocchetto d’assegni. Antonio e Pasquale festeggiarono quel salto di qualità della loro vita, facendo altri progetti e appianando il loro futuro con la forza delle parole.
Acquistarono una impastatrice nuova e un mezzo più piccolo per le piccole consegne, presero un operaio locale indicato dagli amici e il lavoro sembrò fluire ancora meglio.

IX
E il vento incominciò a soffiare

Vi sembrerà strano ma il tempo intercorso tra l’acquisto di quella casa e la serata prematrimoniale passò per tutti così lesto tanto che ognuno diceva la sua.
La madre di Antonio: “Pari ajeri ca si ficiru ziti…â€
‘Nzula: “Veru, comu curri lu tempu!â€
Don Cocò, sembrava un vulcano pronto ad esplodere con il fuoco negli occhi, e implodeva seduto in un angolo della sua casa invasa da quegli estranei, acclusi la signora Mimì e famiglia, tra rasolio di tutti colori e cosiduci d’ogni genere, pensava che la sua bambina a sedici anni doveva coricarsi con quello là e provava una stizza che conteneva appena, e poi così in fretta era passato il tempo da quando lui, con tutta quell’insolenza che ha, si era presentato alla bottega? Gli sembrava come se il vento la stessi portando via da lui. Continuava a rimuginare, che pensata poteva mai essere quella di andare ad abitare cu dd’addeva in una casa ‘mpistata di li donni? Neanche chi c’è nato e cresciuto è voluto rimanere… fuggì via appena morta la madre. Anche lo spirito della morta è ancora lì… “Tra donni, morti e spirdi, dda intra è u’ veru ‘nfernu! E iddu cu me figlia ci avi a jri a stari…â€
…
Molti fanno confusione tra donni, morti, spirdi e magari ma c’è una differenza sostanziale. I donni, proviene dalla parola latina domini, e significa signori, sono delle divinità minori del dio del Vento, Eolo. Non dimentichiamo che il culto siculo è animista, perciò ogni fenomeno naturale ha la sua anima, così il vento. Anche perché in un epoca passata udire un rumore misterioso provocato per l’appunto dal vento suggestionava la mente semplice e poi bastava poco tanto d’arrivare a tal punto che si vedevano veramente, ma era una verità virtuale. Così li donni arrivano con il vento, parlano allungando le vocali sibilando e fremendo striduli come il vento, sbattono porte e finestre e scoperchiano tetti tirando canala con tutta la forza che possiede il vento. I donni avvolte fanno regali ai neonati con gioielli di strana fattura o monete d’oro e d’argento sistemandoli sotto il corpicino. Avvolte cambiano il bambino con un altro più brutto e più malaticcio, come nel-La favola del figlio cambiato- di Pirandello. Un fenomeno, però sembra inspiegabile quello delle trecce. I Signori del vento fanno delle trecce con i capelli ai bambini che i familiari per timore lasciano senza tagliare perché la leggenda dice che tagliandoli i possessori verranno colpiti con gravissime malattie, o con qualche menomazione fisica o mentale. Personalmente ho visto un bambino di tre o quattro mesi che aveva tredici chicchi scuri nelle punte dei capelli che già iniziavano a intrecciare.
I morti potevano rimanere nella propria casa dove spirarono o nel luogo dove venivano sepolti. Vi è appunto la festa dei morti… E’ difficile che appaiono ai vivi, probabilmente in sogno, ma possono muovere oggetti fare rumori. Questi rumori spesso e volentieri in realtà venivano provocati dai topi o da qualche altro animale estraneo al contesto abitudinario familiare, come il gatto di un vicino oppure un uccello entrato per caso, La ciaula è la più suggestiva per il suo gracchiare e il colore del piumaggio nero, ma anche da vocii, echi che battono nelle parete e nei vetri della propria casa. Il vento avvolte trasportava una nuvola di profumo usato da qualcuno e quel tanto bastava a notare una presenza di morti o di donni.
Poi vi sono gli spirdi di due generi benigni e maligni, si possono raffigurare rispettivamente come angeli e diavoli, ma sono ancor più arcani. Gli spirdi possono trasformarsi da buoni a cattivi e viceversa. Si notano spesso accanto ai bambini facendo anche qualche dispetto o protezione a secondo, come le reazioni che fanno se accettano le persone che vanno ad abitare in una casa oppure no, arrivano anche a picchiare gli ospiti e a farli ammalare fino alla morte. Sono presenze in realtà dovuti a fenomeni di luce e ombre anomali, anche qui la suggestione li ha fatti vedere nelle loro forme, con tanto di corna o tanto di ali. Possono apparire di dimensioni piccole o giganti. Con la parola spirdi spesso la gente generalizza le presenze esoteriche di un luogo.
Vi sono i santi che appaiono avvolte presentandosi perché non riconosciuti, accorrono in aiuto anche senza preghiera e nella completezza e chiarezza fisica. Qui andiamo fuori questione perché subentra la fede, anche se avvolte vengono mischiati tra spirdi, magari e donni.
In ultima analisi vi sono li magari, nella credenza popolare sono delle fattucchiere o maghi e maghe che trasformandosi in un animale vanno dall’assistito per intervenire direttamente. In poche parole bastava la promessa fatta da questi, spesso imbroglioni e poi l’attesa e la coincidenza facile che un cane, un gatto o altro animale passasse dal luogo si soffermasse, e addirittura gli davano da mangiare l’animale ignaro accettava, per credere fermamente che quello era la magara o lu magaru presentatosi all’appuntamento in quelle sembianze.
…
Un anno e due mesi di fidanzamento e infine il giorno è arrivato, tutto come predisposto. Quella mattina di luglio il sole invadeva ogni cosa. Rina sembrava una nuvola bianca splendente di luce propria, a braccetto con il padre. Don Cocò tutto sudato in quel pesante vestito nero e cravatta, pallido e lo sguardo offuscato chissà da quali pensieri. Scendevano verso la chiesa del Santissimo Sacramento per la via Crispi, con tutto il corteo degli invitati dietro. La nipote d’Antonio, la figlia d’Agata teneva dietro lo strascico dell’abito inciampando e strattonando di tanto in tanto la sposa. Antonio davanti la chiesa rimase come incantato, stregato da quei capelli così neri e quegli occhi così profondi e neri che tenevano il contrasto con quel biancore di luce del sole. Don Cocò arrivato davanti la chiesa sembrò imbalsamato, si muoveva come se avesse addosso un vestito di piombo, m’appena entrato la frescura della chiesa lo rianimò risollevandosi, la vista dell’Assunta lo confortava.
All’uscita i picciutteddi erano tutti in attesa con impazienza. Uno di loro s’affacciava di tanto in tanto dentro la chiesa per segnalare l’arrivo, quando fu il momento uscì gridando: “Ka su! Ka su!â€. Appena affacciati gli invitati strepitarono: “Viva gli sposi!†E giù riso, petali di rose, confetti e monete da cinque e dieci lire. I piciutteddi si lanciarono alla raccolta delle monetine, buttati a terra, fin quando s’azzuffarono tra di loro. Il corteo con a capo gli sposi s’avviò per il salone con un gruppetto di musicanti che suonava dietro. Che bella festa, tutta la gente affacciata a fare auguri a quella bella coppia.
Rina, passò il più bel giorno della sua vita, anche se avesse delle apprensioni per quella serata che si apprestava ad arrivare.
Per la prima volta a Camico, si fece un pranzo nuziale completo: cannelloni, coscia di pollo con patate, il gelato a pezzo e la torta nuziale. Un menu veramente d’eccezione portato dal Mago di Porto Empedocle, arrivato con l’occorrente e i camerieri. Gli invitati esclamavano: “Troppu! Cosi di ricchi!†Poi la serata con danze e cosiduci e lo spumante per il brindisi. Proprio in questa occasione germogliavano i nuovi amori. Dopo di che il corteo degli invitati con i musicanti accompagnarono gli sposi nella loro casa con canzonette allusive per quella loro prima notte. Gli sposi entrati, rimaneva ancora un gruppetto a scanzonettare. Antonio s’affacciò dal balcone allargando le braccia come per dire: ancora? Dopo un applauso e vari incoraggiamenti andarono finalmente via.
L’emozione della prima volta che lei si trovava fuori casa sua, perché suo padre per nessuna ragione ha voluto che dormisse fuori, nemmeno nei nonni in caso di bisogno, la prima volta che si trovava da sola con un uomo, e chissà quanti sensi di colpa e pregiudizi e paure le frullavano per la mente. Per fortuna Antonio ha saputo avere tutte quelle attenzioni necessarie per l’occasione.
Il rito della verginità così si consumò in quella casa, sacrificio offerto al dio Onore che aveva vita nelle nostri menti di Siciliani. All’indomani mattino i parenti di Antonio e di Rina andarono a fare la bellevata portando dolci e caffè e a stendere il lenzuolo sporco di sangue verginale fuori il balcone, per fare partecipi la comunità che tutto andò come di dovere.
Così partirono per il giro di nozze a Taormina per un intera settimana.
Il pennacchio di fumo del grande Etna all’orizzonte, quella pianura di agrumeti e quel incantevole mare scintillante di Taormina furono lo scenario di una favola vissuta felice momento per momento.

X
Quando il vento cambia direzione

Quel lunedì vi era nell’aria una luce diversa, sarà stata l’umidità dell’afa. Antonio tornato a lavoro si sentiva tutto appiccicato, il viaggio stesso per la Marina l’aveva stancato, poi i discorsi di Pasquale lo avevano impensierito e non poco. L’omino vuole raddoppiare il pizzo, diceva: le cose vanno bene, la ditta cresce e gli amici hanno più bisogno di prima. Il padre di Pasquale parlò con u Provessuri ma gli allargò le mani con l’espressione di chi non può fare niente. L’operaio si è assentato quasi tutta la settimana dicendo che stava male, ma Pasquale l’aveva visto in calzoncini, occhiali da sole e zoccoli che passeggiava al corso come un turista. E in ultimo il direttore della banca lo richiamò di non emettere assegni così facilmente, perché quasi tutto il fido è stato già utilizzato in così poco tempo, occorreva qualche versamento per fare muovere il conto. Antonio aveva fatto uso degli assegni anche per aggiustare la casa, per l’arredamento e per il trattenimento. Gli venne una fitta sottile alla testa che lo infastidiva doveva prendersi una pillola al più presto.
Insomma quel giorno passò tra l’ufficio del direttore della banca e il licenziamento in tronco dell’operaio che lo trovarono davanti la porta. Quando Antonio gli disse che lavoro per lui non ce n’era più, voleva sapere perché e che era stato male, mille scuse: l’intossicazione, l’ospedale… ma non valsero a nulla, allora minacciò di fare la vertenza sindacale, questa intimidazione non fece cambiare opinione, allora in chiaro tono minaccioso disse di riferire a gli amici come è stato trattato così a male modo. Antonio lo afferrò sotto il bavero e gli disse fissandolo negli occhi: “T’ha dicidiri si ssi sbirru o di la mala minchiata!†Lo strattonò un po’, quello s’allontanò guardandolo bieco.
S’aspettava la visita dell’ometto ma non si presentò. Andò a chiedere qualche soldo all’appartante delle case popolari per rimpinguare il conto in banca, anche lì mille difficoltà, doveva avere pazienza che arriva il ragioniere andato alla Regione a Palermo a chiedere pure lui i soldi.
Tornò a sera con quel filo di mal di testa, estenuato, appena salite le scale trovò Rina in compagnia dei suoi genitori. L’unico pensiero della giornata che lo rinfrancava era appunto questo momento d’intimità con la moglie, la sua casa, una cena serena, ma se si comincia così… Poi vi era un aria a dir poco rassicurante, tanto che salutò e chiese spiegazioni.
Rina mentre stava preparando la cena incominciò a sentire un lamento continuo, tanto che terrorizzata andò dai suoi, aveva paura a rientrare a casa da sola e la vennero accompagnare. Don Cocò, eccitato, prese la discussione sempre nel suo modo animato, il quale non voleva acquistare questa casa, perché lo sapeva, lo sapeva! che c’erano i donni, “lo sannu tutti a u paisi ca sta casa è ‘mpistata di spirdi!†Antonio per niente turbato abbracciò la moglie e la rassicurò dicendo che probabilmente è stato qualche gatto in amore, poi rivolto al suocero gli disse: “a st’età ancora a i donni cridi?†Don Cocò, tipo di loquace verve incominciò a raccontare tutte le leggende su quella casa, che quel lamento era di donna Lucrezia disperata sopra il letto che chiama ancora il figlio. Una volta mentre la casa era disabitata lu zzu Girolamu, affacciato alla finestra vide tutta la casa illuminata a festa mentre ballavano si divertivano come ai vecchi tempi, poi in un batter d’occhi, nel momento in cui chiamò la moglie ad attestare l’accaduto tutto era tornato come prima, pieno di ombre e scuro. E poi del figlio del sacrestano della Chiesa Madre, che guardando da una piccola finestra della chiesa che dà al cortile, vide penzolare il figlio pazzo suicida. Mentre don Cocò parlava Rina era terrorizzata e s’abbracciava forte al marito. Antonio lo ha interrotto: “Ma la voli finiri cu tutti sti minchiati, ca a so figlia la sta facennu scantari veru?†A questo punto ‘Nzula si alza e dice con diplomazia di andare via, così trascina fuori il marito.
Il vento, decisamente, aveva cambiato direzione per Antonio, tutto sembrava crollare attorno a lui, poi questa d’i donni era veramente la goccia, come si suol dire, che fa traboccare il vaso. Il peggio era, il suocero, omu granni, che ha terrorizzato così la figlia. Rina per quella notte non chiuse occhio e non furono sufficienti, ne i ragionamenti ne le tenerezze a calmarla. Il buio sembra ingigantire i problemi e quelle figure in soffitta sembravano prendere vita, ancor più tremava Rina. Il soffitto, dove hanno posto la stanza da letto, era lo studio del notajo, raffiguravano le tre ninfe che versavano dai lembi delle loro vesti i frutti, i fiori mischiati con sassolini e terra, scelti tra i più belli di tutto il pianeta, danzando con i loro veli fluttuanti, sotto il più azzurro dei cieli e sopra il più ridente dei mari, da dove è sorta la Terra di Trinacria.
Quando il sole con la sua luce invase ogni cosa, Antonio si svegliò con una stizza, pensando ai problemi fuori e vedendo sua moglie con i gironi degli occhi neri, verde in viso, le labbra bianche come se avesse chissà quale malessere, che a lavarsi e vestirsi fu un lampo e senza proferire parola fu fuori.
Rina sentì solo battere la porta e capì che era andato via, affondò il viso sul cuscino e pianse, rimase sola in quella casa, la stessa che aveva sognato di abitare felice con il suo fidanzato, e già, neanche era trascorso un mese ed era andato via senza nemmeno un saluto, provava per fino paura ad alzarsi dal letto, ad aprire gli occhi, così non le rimaneva che piangere.
Gli echeggiavano nella mente le parole del suo Antonio: “tutte minchiateâ€, e si ripeteva pensando ad alta voce: “si, sunnu minchiati! è stato sicuramente qualche gatto…†eppure sembrava che quel lamento pronunziasse il nome Enrico, Riiicuuu, Riiicuuu, per l'appunto sembrava… Si alzò mise la bella vestaglia nuova e passando per il soggiorno andò in cucina, la prima cosa che fece accese la radio e aumentò il volume sentendo così le canzoni della radio di Sciacca, con un buon latte e caffè si mise di buon umore e incominciò a fare le faccende di casa.
Antonio andò direttamente a casa dei suoceri, la porta era già aperta, domandò permesso e spostando la tendina entrò. Don Cocò provò un sussulto di paura a vedersi il genero davanti. ‘Nzula, riusciva ad avere un buon autocontrollo e non accennando ad un minimo senso di sorpresa lo invito ad entrare, anzi gli offrì pure il caffè. Antonio, abbastanza teso in viso, si sedette al tavolo e con molta calma incominciò a parlare: “Assittassisi don Cocò, qualsiasi cosa sintì so figlia, una cosa sula è chiara ca li morti su morti! Ora so figlia ancora è addeva, s’ancumencia cu li cuntura di donni e di spirdi arriva a lu puntu ca dda intra sula ‘un ci voli stari kiù, e ju ‘ntinzioni di cangiari casa, o di stari cu vatri, ‘un haju, perciò sapissisi a rigulari cu la vucca!(Mimando con le dita della mano l’aprire e il chiudere la bocca)†Finito questo discorso si alzò, salutò buongiorno e andò via. Il suocero rimase con la sua grande bocca aperta e amminchialiddutu, dopo gli vennero mille risposte da dirgli e le riversò tutte alla moglie ormai abituata a questi sfoghi.
Rina s’affacciò al bellissimo balcone e guardava infondo al panorama, giù i ragazzi giocavano al pallone, ed erano così divertenti, pensava che al più presto anche lei doveva farne uno tutto suo di quei discoli, ripensò che per farsi perdonare dal marito doveva preparare qualcosa di eccezionale per cena, così decise di uscire a fare un po’ di spesa.
Antonio riprese il lavoro, in piena giornata, vide spuntare quel viscido ometto, con quel borsello in mano e con accanto l’operaio, subito spense i motori e così fece Pasquale. L’ometto: “Ben tornato! Ora che c’è lei, s’aggiusta tuttu. Mi dissiru ca st’operaiu l’ata a fari travagliari, si sbaglià… pirdunatilu, è patri di figli…â€
Antonio incominciò a muovere la mandibola nervosamente: “Sintissimi lei a chistu si lu porta, ca kà ‘un ci travaglia kiù!â€
L’ometto con tono deciso: “Signor ‘Ntoni ‘un ci dissi vidissi si ssi lu po’ pigliari arrè, mi dissiru c’ava a turnari arrè ka a travagliari! Pi oj minni vaju nni sta simana, tornu pi i sordi! Tu, travaglia e fa lu bravu, arrivederci!†Così dicendo va via stringendo con una mano il borsello e con l’altra accennando un saluto che aveva qualcosa d’infantile. Ad Antonio gli afferrò il braccio stringendolo e fissandolo intensamente dentro gli occhiali spessi gli uscì fuori un grugnito: “Dicci a l’amici k’am’a parlari!â€
L’ometto con tono fermo e risoluto rispose: “Lassa stu grazzu!†Antonio allentò subito la morsa, mentre Pasquale, appena dietro, gli mise una mano nella spalla per richiamarlo all’attenzione a non spingersi oltre.
Rina, aveva passato una giornata serena e anche piacevole. Nel pomeriggio le amiche, compagne di sarta, le hanno fatto visita allietandola raccontandole gli ultimi aneddoti e screzi in sartoria. Finito di preparare la gustosissima cena, con sugo di pesce spada, apparecchiata la tavola di tutto punto, si distese sul divano della cucina. Principiò ad imbrunire e tra quelle ombre incominciò a sentire bisbigli con se qualcuno parlasse in sotto voce, poi dei colpi ripetuti, sembrava che bussassero, provenivano dallo sgabuzzino. Proprio lì avevano murato una porta che dava accesso a gli altri locali della casa. Voleva alzarsi e andare via ma si sentiva come paralizzata su quel divano. I colpi si ripetevano cupi e continui mentre era sempre più scuro, quando risentì di nuovo quel lamento lungo e lugubre: “Riiicuuu! Riiicuuu! Riiicuuu!â€, allora fu presa dallo sgomento, il cuore sembrava impazzito e raggelò. Nella mente tornavano le parole del marito che erano tutte minchiate, fantasie. Con gli occhi fissi alla soffitta che raffigurava immagini di satiri, con corna e gambe caprine, che suonavano chi liuti chi flauti in una ridente natura, mentre Venere era distesa in un letto di fiori, con numerosi amorini, con tanto di ali che sembravo angioletti, che le volavano attorno. La soffitta era in tema all’uso, perché quella in origine era la stanza della musica. Quegli amorini e quei satiri con risa possenti che echeggiavano nell’aria ombrosa, si staccarono dall’alta soffitta e cominciarono a suonare e a volare attorno a lei guardandola con occhi maliziosi. Le veniva d’urlare, ma l’urlo rimaneva dentro. Poi incominciava a ripetersi che erano solo fantasie, così all’improvviso quelle immagini scomparvero. E la porta dello sgabuzzino all’improvviso si spalancò, le venne la pelle d’oca, il terrore l’aveva dominata, s’affacciò dall’uscio una donna vecchia in vestaglia bianca con i capelli canuti sciolti e due occhi gelidi che la fissavano, uno sguardo che mostrava una sofferenza e pena immane, mentre si lamentava: “Riiicuuu! Riiicuuu! Riiicuuu!â€, camminava strisciando i piedi, avvicinandosi sempre più a lei, mentre voleva scappare ma non era capace, era come impedita, voleva urlare ma non poteva, era come muta. Intanto la vecchia si ci piazzò davanti e alzò la mano toccandola in viso e ripetendo quel pietoso lamento, al culmine dell’angoscia aprì gli occhi e si trovò la mano sul viso del marito mentre cercava di destare, accarezzandola. Lo abbracciò forte spaventata, tutta sudata, per la stanchezza della notte insonne si era assopita. Antonio le ripeteva che si era sognata e tutto era a posto.
Rina aveva dimenticato quasi tutto del sogno e quello che ricordava se lo teneva per lei, voleva che quella sera doveva essere indimenticabile per loro due e nessuna cosa doveva interferire. Dallo stato d’angoscia di quel sogno è passata ad una voglia erotica che tratteneva per pregiudizi, ma quello abbraccio portò i due a consumare un rapporto intenso. Antonio mangiò tutto con appetito e apprezzò di gusto ogni portata. Rina era felice, ed aveva la intuizione che quella sera aveva avuto inizio il concepimento del loro figlio. Antonio aveva scaricato tutte le tensioni accumulate e si godeva l’ultimo bicchiere di vino mentre la moglie si affaccendava a pulire stoviglie e cucina.
Nella stanza da letto vi erano due finestre, una dava alla piazza e l’altra s’affacciava all’interno, Antonio le aprì tutte e due e si creò una lieve corrente d’aria che allietava quella sera. S’assopirono subito tutte e due sul loro giaciglio. Quando Antonio in piena notte udì qualcosa che lo destò, spalancò gli occhi e nel chiarore della luna, vide come se qualcuno li osservassi dalla finestra dirimpetto, così s’alzò e guardò meglio, veramente c’era una sagoma di persona proprio dietro il vetro di una di quelle, appena s’affacciò, quella sagoma si dileguò. Ad Antonio salì una stizza indicibile, pensò che la moglie era stata vittima di questo tale, artefice di qualche terribile burla, così s’armò di spranga di ferro e lume a gas e andò alla sua ricerca. Scese le scale ed entrò dentro il cortile, poi da una piccola porta che dava accesso all’altra parte dell’edificio, salì la piccola scala tortuosa di servizio, nella seconda svolta si trovò davanti come un grande occhio di vetro, sarà stato un punto luce, e si trovò dentro quelle stanze e con il lume incominciò a cercare tra i mobili coperti di teli bianchi per la polvere e le cianfrusaglie.
Anche Rina si destò mentre con la mano cercava accanto il marito e non lo trovò, quando aprì gli occhi istintivamente guardò la luce che attraversava le finestre, la paura prese il sopravvento e urlò esasperata. Antonio sentì l’urlo e fece segno con il lume per farsi notare, ma la ragazza vide quella immagine deformata tra luci, ombre e terrore. Rina strepitò ancor più. Allora lui desistette le ricerche e s’avviò velocemente verso il ritorno per andare a vedere cosa stesse succedendo.
L’angoscia aveva dominato Rina, ormai presa dalle allucinazioni. Un uomo in divisa di soldato, il cappio al collo con gli occhi fuori orbita e il volto ancor più bianco reso dal chiarore lunare, gli spuntò da quella finestra aperta, immobile che la fissava, ormai la poveretta non più patrona di se stessa strepitava di continuo, fin quando si orinò e svenne.
Antonio la trovò in quelle condizioni e dopo averla fatta rinvenire vide che era in uno stato confusionale. Come fare? Doveva lasciarla di nuovo, così corse subito in casa dal medico Balla, che gentilissimo s’apprestò. Poi andò a chiamare i suoceri e anche sua sorella Agata. In breve quella casa fu affollata di parenti. Rina si riprese e piangendo a dirotto disse alla madre che lì dentro non voleva starci mai più.

XI
Le due fazioni

Nel soggiorno ognuno diceva la sua, ma già vi erano due fazioni quelli di Rina che sostenevano con vigore e aneddoti l’esistenza di quelle presenze e i parenti d’Antonio che con altrettanto di nomi e cognomi sorreggevano il contrario. I due gruppi capeggiati da una parte don Cocò Lanna dall’altra lu zzu Njria. Certo che in quella casa, in quella stanza con quel tetto così dipinto e a quella ora di notte ogni racconto diveniva così suggestivo che alcuni di loro già provavano paura a sentire solo bussare la porta o a sentire qualsiasi parola o espressione dalla persona accanto.
Il tetto rappresentava la rivolta siciliana del Vespro, come una cruenta battaglia apocalittica, decine di personaggi con armature, nobili e popolani che si fronteggiavano con spade, asce, lance e ogni tipo di armamento, aiutati da demoni gli usurpatori Angioini con mantelli e pennacchi neri e da angeli i Siciliani con mantelli e pennacchi bianchi, al centro della soffitta madonna Lucrezia, che aveva subito l’affronto dell’oppressore, ricoperta dal vessillo giallo rosso guardava verso l’alto simboleggiando l’idea della libertà. Teste mozzate e sangue dominavano il primo piano, nello sfondo la cattedrale di Palermo.
Chi dei presenti alzava la testa rabbrividiva ancor di più. Certo che abitare in una casa con tali soffitti, per chi era suscettibile come Rina, doveva essere veramente un dramma, ma chi invece nutriva un senso dell’arte doveva saggiare un piacere sublimale, tra quelle immagine mitiche che suscitavano la piena conoscenza dell’eterno incoscio collettivo. Giustamente, i presenti non avevano quel grado culturale tale da fare parte di quel collettivo. Antonio li sentiva belli, pensava che era uno scempio inaudito distruggerli, e poi lì sotto lo facevano sentire un gran signore sapere che gli appartenevano, intanto era uomo che non provava nessuna forma di paura fino a quei giorni…
Don Cocò stranamente era muto come un pesce, però sembrava un vulcano pronto ad esplodere, sentiva bisbigliare sua cognata Maria, più aziana della moglie di dodici anni con Agata e la zza Assunta. Maria raccontava come divenne cieca la figlia di Ceciu Marascià. Abitavano in una casa, che ora fa parte del convento delle monache del Sacro Cuore. Questa casa era posseduta da li donni, tanto che quando rientrava u zzu Ceciu nell’oscurità di lu dammusu si sentiva salutare: “Bonasira…â€. Ceciu mezzo carricateddu di vino rispondeva: “e bonasira!†e si andava a coricare. La moglie diceva di sentire urla, voci e bisbigli, ma lu zzu Ceciu non credeva a niente, anzi ne rideva. Quando nacque Maria Assunta, più di una volta in mezzo alla notte la trovarono sotto il tavolo che dormiva soavemente. La madre la prendeva e l’andava a coricare nel suo lettuccio. Reclamava con il marito che non ne voleva assolutamente sapere di cambiare casa, anzi pensava che era una scusa per allontanarsi da sua madre che abitava nei pressi. Più la moglie raccontava gli eventi strani di quella casa più era incredulo Marascià. Gli raccontò quando sentì un soave profumo di viole su gli abiti della bambina e lo fece annusare, ma lui testardo come un mulo asseriva di non sentire niente. Gli diede in mano un medaglione di argento o forse oro bianco con una pietra nera incastonata e Marascià gli chiese quando le hanno appioppata quella patacca, portandosela via e non sapendo più la fine di quell’oggetto. Fin quando la povera madre non parlò più, neanche quando a Maria Assunta si andava formando un treccia, anzi cercava di nasconderla al marito. La bambina cresceva spigliata e in ottima salute, gia incominciava a conoscere e a dire mamma. Un giorno Marascià ritornò a casa come al solito da la putia di vino e prendendosi in braccio inconsuetamente Maria Assunta si accorse della treccia, chiese subito spiegazioni e la moglie spiegò che glie l’avevano fatta li donni e doveva cadere da sola. Il marito risoluto: “Chisti su fitinzji, piglia na forbicia!†La moglie lo pregò e lo supplicò di non farlo perché la figlia poteva restare qualche menomazione. Con uno strattone e gli occhi assangati allontanò la moglie, prese le forbici e taglio di netto la treccia. La figlia incominciò a piangere tutta la notte, appena giorno la portarono dal medico, che se ne uscì con una parecchia di paruluna, ma senza soluzioni, divenne cieca e per sempre. Dopo la tragedia, Marascià svendette la casa alle monache che allargarono il convento ancor più.
Don Cocò con tono fermo, voltando lo sguardo verso loro, disse: “Me figlia stanotti avi a essiri fora di kà, o ku li boni o ku li tinti!â€
Agata, tagliando il discorso a don Cocò: “E chi nni sapenu natri si dda povera addeva ‘un ci vinni veru qualche cosa. Pi mia è chiù facili cridiri a u’ medicu ca a li donni. Maa! cuntacci di li pircopa di lu chianu Ruccheddu…â€
La zza Assunta: “Chi scantu sta vota ca si pigliaru ddi bonarmuzza di me matri e di me patri… a li me figli ci lu cuntu sempri.†Così incominciò a narrare. Stagione fatta si svegliarono di buon mattino e i suoi genitori andarono in contrada Chianu Ruccheddu dove avevano alcuni alberi di frutta, oltre al mandorleto, la vigna e parecchi alberi d’ulivo. Raccolsero un bel cesto di albicocche di pere e un po d’uva, che al ritorno spartirono con le due figlie: lei e la sorella Maria. La madre sistemò quelle albicocche in una vaciletta di porcellana sul tavolo e l’altra frutta dentro il tinello. Il pomeriggio una strana visita turbò la vecchietta. Una zanna prima le chiese la carità poi allungando il collo curiosò dentro, forse per vedere se era sola, fatto sta che voleva entrare a tutti costi, e vedendo quelle albicocche le a chieste con insistenza: “s’u ‘u mi duna sti pircopa ‘u mi nni vaju!â€. La vecchietta ancora in piene forze capì che forse quella con la scusa di li pircopa la voleva derubare, allora risoluta la cacciò e le chiuse la porta in faccia. La zingara, con la loro lingua incomprensibile, disse qualcosa da dietro la porta e andò via. La notte, mentre tutte e due i vecchietti dormivano, furono svegliati da un rumore che arrivava dalla stanza accanto dove appunto vi era la porta d’ingresso. La madre: “sintissi?â€. Il padre s’alzò prese la scupetta appesa vicino al letto mise due cartoccia in canna e quatto quatto andò a vedere la moglie lo seguì, entrando videro la vaciletta di li pircopa vacillare, ma niente più, del resto tutto fermo, purteddu e porta chiusi, solo la vaciletta che già si fermava. Tornarono a letto e riprese il rumore, stessa azione, ma niente di niente a questo punto la moglie raccontò della zanna. I due rimasero terrorizzati che lo spirito di quella zanna malefica stava prendendosi li pircopa e per tutta la notte rimasero con gli occhi spalancati nel buio a subire quell’intrusione. La mattina andarono a scoprire che li pircopa erano tutte scomparsi. Lo stesso giorno fecero benedire con l’acqua santa la casa dal prete e appesero immagini dell’Assunta e crocifissi in ogni angolo. “La bonarmuzza di me matri quannu sentiva parlari di donni e di spirdi ripitiva sempri: criditicci!†Il padre dopo alcuni anni morì e spostarono il tinello per sistemare la salma, con grande stupore trovarono le albicocche avvizzite dietro con alcuni escrementi di topo, sicuramente, viste le dimensioni sarà stato un ratto. Così si scoprì il mistero di li pircopa di Chianu Ruccheddu. Quel ratto ad una ad una si era portato le albicocche dietro il tinello per mangiarsele al sicuro. La zza Assunta e la figlia Agata conclusero in coro: “e accussì è ogni cosa!â€.
Questo racconto non fece cambiare posizione a don Cocò che con quella sua espressione impenitente disse alla cognata Maria: “Va talia si me figlia si ripiglià ca di ka intra av’a nesciri prima c’ajorna!â€
Lu zzu Njria, si cci piazzò davanti e con tono greve gli disse fissandolo ne gli occhi: “To figlia avi un marito ca è l’unico a diri l’urtima parola!â€
Don Cocò, tremandogli le labbra scaricò: “To figliu è kiù pazzu di tia!†e lo allontanò con la mano. Lu zzu Njria così gli allungò un ceffone tra orecchio e guancia che lo stordì, don Cocò ripreso dallo stupore lo afferra, succede una baraonda e un trambusto che gli altri lasciarono Rina e si riversarono tutti dentro la stanza. Il rispetto per la persona del dottore Balla alla sua presenza e alle sue parole: “signori mè un po di rispettu pi dda picciotta ca sta mali…â€, fece calmare le acque.
Antonio era avvilito e fu sopraffatto dalla raffica di parole del suocero, che insisteva di portare via da quella casa la figlia. Il dottore appoggiò dicendo che effettivamente per un po’ di tempo sarebbe stato utile ritornare nella sua casa. La casa di don Cocò non permetteva però di potere ospitare tutte e due. Nessuna soluzione di compromesso faceva calmare quel vulcano spumoso di parole del suocero, il quale ebbe partita vinta. Antonio si ritrovò a casa sua solo, perché non volle andare a dormire dai suoi e lasciare la sua casa chiusa, dopo avere accompagnato la moglie a casa del padre e rassicurarla mentre piangeva a dirotto per il distacco, non chiuse occhio e incominciò a provare un odio violento per il suocero che nella semicoscienza del sonno veglia vedeva quel volto deformato come qualcosa di malevole che lo insidiava tanto da non riuscire ad abbandonarsi completamente nel sonno. Lui era responsabile di tutto ciò che era successo gli martellava nella mente d’Antonio.
Pasquale ignaro di tutto vide l’amico come mai, senza barba fatta stralunato teso e uno sguardo che guizzava da una parte a l’altra. Al bar Sole aveva notato che i presenti, come loro erano entrati, cessarono immediatamente la discussione animata, questo significava che tutta Camico era venuta a conoscenza di ogni cosa.
Nei giorni a seguire si accorse che molti gli avevano tolto il saluto, facendo finta di essere distratti o intenti a fare o guardare altro, spesso e volentieri si trovava con la mano in aria senza alcuna risposta. Meditò su questo, riflettendo che lui aveva riluttanza a salutare ai cornuti e alla gente vile che non reagiva alle angherie altrui, perciò saltò a delle conclusioni che lo colmarono d’odio e collera. La gente l’aveva giudicato di cattiva maniera per il fatto che in così poco tempo si era separato dalla moglie, accettando che il padre la portasse via, doveva trovare ben altre soluzioni e mai quella di staccarsi dalla sposina.
Il padre l’aveva informato che la sera il suocero mentre tornava dalla putia alla casa strada facendo si fermava in diversi artaredda, dove persone seduti fuori si godevano la frescura della sera, lui con la scusa di riposarsi un po’ incominciava a parlare. Quelli, per curiosità e passare il tempo, pungevano chiedendo come stava la figlia e lui svuotava il sacco sulla casa posseduta di li donni, del genero cocciuto che non l’aveva voluto ascoltare e che lui, dandosi aria di omu forti, ha costretto a tutti a fare tornare la figlia a casa sua, se nno…
Antonio immaginava quella bocca larga di don Cocò che ormai doveva, necessariamente doveva, fare chiudere! Era diventato lo zimbello di tutti.

XII
Un lupo in trappola

Finalmente alla banca arrivò un bonifico dalla cooperativa appartante delle case popolari, ma non fu sufficiente a coprire gli interessi passivi, spese e accessori vari trimestrali. Il direttore visto la buona volontà e qualche raccomandazione arrivata, disse che li faceva sbordare fuori il fido, per un po’ di tempo, fin quando non sarebbero arrivati gli altri accrediti. Quella fu la strada che portò la loro piccola azienda ad infossarsi in interessi quasi da usura per quel fuori fido. Le pressioni continue e le minacce di chiudere il conto del direttore misero tra le grinfie di un cravattaru, bene informato, la ditta Antonio & Pasquale. In questa maniera il signor direttore si mise i conti a posto e arrotondò lo stipendio... Pasquale voleva rivolgersi a Vanni Buffa ma Antonio consigliò di non diffondere notizie in paese sulle loro disavventure economiche. Così lo stesso omino s’interessò a racimolare i soldi. Tutto ciò avvenne nel giro di poche settimane. I due si dicevano se non fosse stato meglio prima d’impantanarsi con gli usurai farsi chiudere il conto con tutte le conseguenze, però lecite, senza mala carni di ‘ncoddu. Antonio vedeva la sua vita alla deriva e le sue vicende coniugali condizionarono quelle economiche.
Una mattina, Antonio in uno dei tanti diverbi con l’operaio perse l’autocontrollo e scaricò la sua ira scazzottandosi. Pasquale all’inizio stette a guardare, ma quando Antonio stava esagerando continuando a mollare calci nell’addome del malcapitato finito a terra ormai inerme, bloccò l’amico che strideva i denti ed emetteva strani versi come una bestia inferocita. Ci volle un bel po’ per calmarlo, spaventandosi perché non l’aveva mai visto in quello stato. Pasquale portò al pronto soccorso l’infermo, lungo il viaggio lo convinse di dichiarare che aveva avuto un incidente mentre lavorava e così fece, forse sarebbe stato meglio se avesse dichiarato la verità. La risposta non tardò ad arrivare, a Camico di notte ignoti fecero saltare in aria il camioncino nuovo con il tritolo. A quanto sembra fu manodopera locale, un gruppo di cinque persone che controllava e faceva deviare qualche inopportuno passante. Pasquale parcheggiava il camioncino in via Crispi, in uno spiazzo creato dalla demolizione di una vecchia casa, vicino la scalinata che portava a casa sua. Via Crispi è una tortuosa e stretta strada carrabile di collegamento tra l’ingresso est del paese e la chiesa Madre, perciò anche con lo spiazzo di fronte la casa del notajo Battista. Il botto cupo fece tremare tutti i vetri di Camico e si trovarono rottami sparsi ovunque: su i tetti, sulle auto, causando danni anche non indifferenti. Rina dormiva nella casa paterna, un isolato sopra e fu svegliata di soprassalto, quando seppe dell’accaduto si sconvolse ancor più, perciò preoccupata voleva subito incontrare Antonio e lo mandò a chiamare con il padre.
Pasquale capì che quello era un ammonimento e di quelli definitivi, pensò solo: “cu a speranza ca la cosa si ferma ka!…†Antonio non tardò ad arrivare, perché svegliato dal boato ebbe una sensazione tetra, si vestì e con immediatezza scese, davanti la chiesa Madre incontrò il suocero che arrancava e gli comunicò ogni cosa.
Tra i due amici bastò uno scambio di sguardi per assentirsi tutti i loro sospetti. I carabinieri arrivarono dopo pochi minuti e incominciarono le domande di rito, chiedendo ai due di accomodarsi in caserma. Passò tutta la notte e solo quando incominciò la luce grigia del mattino Antonio riuscì ad incontrare la moglie, prese il caffè, si ristorò un po’ e capì che non poteva stare lontano da lei nemmeno un attimo ancora, quella non era vita. Il suocero se ne stava all’in piedi in un angolo muto. Quando Antonio chiese a Rina se si fosse ripresa, don Cocò rispose: “me figlia dda intra ‘un ci torna!â€
“Vossia s’ava a fari l’affaruzzi so! E ci lu dicu pi la secunna vota la vuccazza l’avi a teniri chiusa!â€
Facendosi avanti: “Me figlia è affari miu! E cerca di essiri kiù educatu cu li kiù granni di tia, e nun m’amminazzari…†La zza ‘Nzula lo interrompì: “A dà, chi ssu sti cosi… Finemula pi dda kamora. Rina a testa bassa piangeva era lacerata da due forze contrarie, da una parte voleva ritornare subito con il marito, dall’altra aveva terrore ad entrare in quella casa. Antonio pose fine alla discussione con determinazione: “Prima di la festa di Mezz’agustu me muglieri ava a turnari cu mia. E nun vogliu sentiri kiù ca vossia va parlannu cu chistu e cu chiddu supra di mia!†Alzandosi e puntando l’indice tra gli occhi del suocero. Don Cocò questa volta perse le staffe, forse incoraggiato o inorgoglito dalla presenza delle sue donne, diede una manata a quell’indice e con il sangue a gli occhi: “Vattinni di cca intra prima ca fazzu quarche minchiata!†Antonio lo fissò lungamente ne gli occhi e andò via. Salì la scalinata ed entrò in casa di Pasquale. Trovò tutta la famiglia attorno al tavolo silenziosa. Antonio era bianco in volto, teso e lo sguardo esasperato, sembrava un lupo in trappola, non salutò nemmeno prese la sedia e si sedette anche lui al tavolo. Nessuno ruppe il silenzio per un po’. Dopo la signora Mimì mettendogli una mano sulla spalla gli disse se voleva una camomilla locale di quella raccolta nei prati della montagna Parmentu, Pasquale già l’aveva presa, Antonio annuì facendo segno con la testa.
Presa la camomilla incominciò a prendere colore, e allora riferì i problemi personali con il suocero. Il padre di Pasquale l’osservava non pronunciandosi, ma la signora Mimì gli raccontò un episodio che era successo alla madre.

XIII
Matri Lisa

La signora Mimì proveniva dalla provincia di Messina. Quando la mamma si fidanzò con il padre, in paese nacquero invidie e gelosie, perché il padre non solo era un buon partito ma era anche di vista. Dopo avere partecipato ad un invito in campagna da amici e avere mangiato lì, la mamma di Mimì incominciò a sentirsi male, un male che i dottori non individualizzavano, così, come era consueto a quei tempi, e forse ancora oggi, dopo la scienza non rimase che il trascendente e fra preghiere a Dio, alla Madonna e a tutti i santi, si sono rivolti a la magara.
Questa si chiamava Matri Lisa, si dice che era stata suora poi abbandonò gli ordini, o la cacciarono via, ma lei non si sposò e rimase con il suo abito talare, oramai ridotto ad uno straccio, viveva lontano dal paese in una catapecchia in campagna, dove molta gente l’andava a trovare. Mischiava la fede cristiana con la magia. Sicuramente la Santa Inquisizione l’avrebbe messa al rogo.
La sua casa era piena di santi, una croce grande quando quella dove mettono il Cristo ogni Venerdì Santo, distesa a terra, contornata di candele. Alcuni dicevano che quando doveva dormire si coricava sopra. Una corona di spine spesso cingeva la sua testa. Aveva una parlata strana, alcuni dicevano che proveniva dalla Calabria, altri asserivano che era straniera. Magrissima con l’occhio penetrante da sotto il cappuccio chiedeva a chi arrivasse con voce rude e stridula: “Chi buliti? Cu vi mannà?â€. Bastava sbagliare una delle due risposte che prendeva un bastone e mandava via i malcapitati e se non erano lesti potevano prendere sul serio qualche mazzata. Era sufficiente rispondere: “Vulemu lu Signori. Ni manna la Madonnaâ€. Allora con voce più quieta rispondeva: “Trasiti!â€
Disperati i nonni di Mimì portarono la ragazza lì, bene informati come rispondere, appena entrati uno strano odore nauseabondo li colpì, in quell’unica camera, con quella croce a terra, tutte quelle candele accese, quelle statue di madonne e santi, strani oggetti che non capirono mai cosa fossero, teschi qua e là come soprammobili, veli rossi e neri alle finestre diffondevano una luce irreale, tutto era così terrificante e strano che la ragazza incominciò a tremare. Matri Lisa, le prese la mano: “Scanti tu?†Nessuno le avevano detto che la parte in causa era lei, ma il suo interesse fu diretto, le accarezzò la testa e gli scostò i capelli che penzolavano davanti a gli occhi: “Talia me!†E le sollevò la testa per il mento. “Tu pura, vergine. Vatri, stati luntani e aviti fedi, fedi granni!†Il suo volto sembrava di una donna senza tempo invecchiata e curvata da una sofferenza, un dolore intenso e ininterrotto. Prese una tela rossa e la distese a terra, poi fece coricare la ragazza e le divaricò le gambe, le braccia chiuse, accese tre candele, una alla testa e le altre due ai piedi, formando un triangolo, si inginocchiò davanti dalla parte delle gambe e con gesti invitò i presenti ad imitarla, incominciò a sciorinare una preghiera insolita, sicuramente in latino, avvolte in un filo di voce e poi in un crescendo fino ad urli che straziavano il cuore. I presenti notarono che i suoi occhi grondavano lacrime di sangue e piangeva. La loro figlia si contorceva ma sembrava inchiodata in quella posizione, quando vomitò un getto di liquido nero, con dei chicchi d’uva bianca che aveva mangiato quel fatidico giorno in campagna. Ad un tratto notarono che da sotto la veste della ragazza qualcosa si muoveva, uscì un immonda bestia umanoide nera pelosa, più piccola di un gatto, con la coda di un ratto, le zampe di un rapace e dei denti aguzzi con uno sguardo di fuoco, scappò via verso l’angolo della stanza. Matri Lisa si alzò prese il bastone e la inseguì, seguitando sempre quella forma di preghiera, incominciò a menare colpi di qua e di là, ma la bestia era più veloce e tentava avvolte di avventarsi contro, fin quando aprì la porta e le ordinò di andare via. La bestia davanti la porta orinò emettendo uno strano odore e del fumo, Matri Lisa aprì una boccettina d’argento e le gettò il liquido sopra, così la bestia emettendo squittii e gemiti avvolte sembravano umani e avvolte da maiale e da topo, fuggì via per la campagna. Matri Lisa cadde in ginocchio con le braccia a penzoloni per più di dieci minuti ma i presenti sembrarono ore, quando rivenne spense le candele e fece rialzare la ragazza, allo estenuo delle forze: “Tu bedda… Attenta tu! U diavulu ti voli. Pensa beni no mali. Si torna ti piglia pi sempri! Prega Signori!â€
La signora Mimì raccontò che sua madre dopo essersi sposata e avuta lei, ha avuto una crisi di nervi post parto e si lanciò dal balcone ad una altezza di quindici metri, lasciandola orfana, così aprendo un cassetto mostrò una fotografia di una coppia di sposi e con l’indice indicò la madre.
“Perciò, Antonio, qualcosa c’è, pi dda povera picciotta di to muglieri scantarisi di sta manera…â€
“Si! so patri, ancumincià a linghicci la testa ca sta casa è china di spirdi ca sintennu un gattu chi chianciva sa chi ci pariva…â€
Pasquale: “Si ma tu videmma vidissi a quarcunu…â€
“Si ma ddu quarcuno è di carni e ossa e si lu pigliu ci li spezzu a unu a unu st’ossa…â€

XIV
Pesci freschi

Nel mentre sentirono bussare e una voce autorevole chiese permesso, era il maresciallo che entrò: “A bene siete tutte e due qua, purtroppo hanno telefonato i colleghi da Porto Empedocle e ci hanno comunicato che è successo la stessa cosa con l’altro vostro mezzo, perciò dovete recarvi, in giornata da loroâ€. La notizia appesantì ancora di più la situazione. Quando il maresciallo andò via si guardarono in volto senza proferire parola.
Vito: “La cosa è chiù gravi di quantu pari… Custatannu li fatti lu camiu fu misu a focu cu lu pirmissu d’u Provessuri, perciò vi commeni ca chiariti direttamenti cu chiddi d’a Marinaâ€.
Antonio fortemente costernato: “E’ tutta curpa me…â€
Pasquale: “Tu facissi chiddu ca ju pinzava!â€
Antonio: “Na cosa è pinzalla e na cosa e falla! Sulu ca quannu pensu di fari na cosa mi veni na smania ka intra, ca si nu’ la fazzu mi veni lu scuetu fin’a quannu è fatta!â€
Vito: “Sta carmu, ca u’ sbagliu u paghi caru e amaru. Rifletti prima di fari e puru di parlari. Cu sta genti è pericolosu puru parlari. Stati attenti tutti du!â€
Antonio andò a casa dei suoi, Pasquale dopo aver chiamato un’auto noleggio andò a prendere l’amico e partirono per Porto Empedocle. Durante il viaggio non aprirono bocca anche se Petru Cippu cercava di sparare qualche parola per entrare in argomento, ma trovò un muro di gomma. Ai due non li impensieriva l’incontro con i carabinieri ma quello con gli “amiciâ€. Dovevano trovare l’ometto, che a solo immaginarlo a Pasquale venivano i brividi e Antonio l’assaliva la stizza, e tramite lui incontrare i mandatari.
Mentre arrivarono con l’autonoleggio davanti la caserma videro uscire l’ometto, i due si guardarono sorpresi.
Tutto si svolse come di rito le solite domande se avevano ricevuto minacce, o discussioni, se sospettavano, non occorre dilungarmi con i vari “no†e “ntsc†con alzatine di testa dei due.
Andarono al laboratorio guardarono quel camioncino incenerito e non vollero nemmeno aprire, si mossero filati al corso in cerca dell’ometto. Quando da dentro il bar Pasquale s’accorse che stava uscendo dalla banca. Antonio si precipitò fuori seguito dall’amico, si ci accostò e l’ometto per nulla sorpreso, anzi salutò e invitò i due a seguirlo. Da una piccola traversa entrarono in una pescheria rivolse il saluto cordialmente e s’infilò dietro la banconata, invitando i due di seguirlo, e da lì nel retrobottega, chiuse subito la porta e accesa la luce vi era un ufficio con tanta di scrivania scaffali sedie e salotto, si tolse l’impermeabile posò il borsello su un mucchio di quaderni e carpette, e si sedette. I due rimasero in piedi a fissarlo. “Assittativiâ€, incrociando le braccia e fissando un po’ uno e un po’ l’altro, aspettando che qualcuno dei due aprisse bocca. I due si sedettero ma rimasero muti anche loro. Una gara di nervi che fece scoppiare Antonio, che con un’espressione di stizza disse: “Eh, c’ama a fari?â€. L’ometto da dietro quei spessi occhiali accennò un sorriso sarcastico e con la mano fece cenno di stare calmo. Questa situazione durò per quasi un lunghissimo quarto d’ora. Mentre Pasquale era quieto con quello sguardo sereno, Antonio stava seduto in maniera scomposta e muoveva di continuo la testa e le mani. La scena veniva osservata da don Calogiru di dietro un falso specchio, perché voleva studiarli per bene prima di interloquire, lui era convinto che la gente si conosce meglio non nelle parole ma nel silenzio, così dopo essersi fatto l’idea entrò. L’ometto s’alzò curvato, i due lo seguirono per induzione. Don Calogiru, con due baffi ben curati a fior di labbro in una bocca spiovente, le palpebre pesanti e scure, un naso piatto e grosso, di statura media e corporatura robusta, sessantenne, abbigliato come era sembrava uscito da uno di quei film napoletani di camorra: vestito gessato e cappello in testa con un fazzoletto grigio perla che usciva dal taschino, come la cravatta in una camicia scura, con voce gutturale disse: “Comodi comodi!†Così prese il posto dell’ometto che si andò a sedere nel divano. “Ka, facissivu ‘ncazzari a tutti. Insomma chi succedi?†E guardava di continuo ad Antonio, tanto che si sentì interpellato e con voce rotta svuotò il sacco, sul dipendente, sul pizzo molto alto, su la situazione economica dei pagamenti che non arrivavano, insomma non funzionava niente. Don Calogiru: “Tutti cosi risolvibili, senza drammi, ma caru picciottu, e comu si piglianu è ca ponnu sciddicari di mmanu e si fa dannu!†Mentre parlava aveva afferrato il posacenere di cristallo dal tavolo e allargando la presa lo fece cadere atterra finendo in frantumi. Antonio non si lasciò intimorire, anzi guardò freddamente negli occhi l’interlocutore. Mentre Pasquale sembrava non esserci. Quindi don Calogiru si alzò, così Pasquale, Antonio rimase seduto, guardando negli occhi all’amico in piedi: “A tutto c’è una soluzione ad una sola condizione!†Pasquale accennò con lo sguardo e con la testa a un si. “Lu to sociu ‘un avi a mettiri kiù pedi a la Marina. Cavadda pazzi na bastanu chiddi c’avemu. Si dici: “camichisi unu ogni paisi e si ‘un ci nni fussiru meglio fussiâ€. Un camichisi n’abbasta!â€. Così don Calogiru con passo elegante uscì dalla porta dov’era entrato. L’ometto frettoloso: “Appostu, meglio di comu vi putja irj…â€. Antonio si stava mettendo ad obbiettare, ma fu fermato: “Arragiunativilla a u vostru paisi, ora jti vinni c’avemu atri cosi kiù ‘nportanti!â€.
I due uscirono e il pescivendolo gli mise in mano ad ognuno una cartata di pesce, chiedendo il dovuto, pagarono e uscirono via, direttamente andarono a prendere la corriera e ritornarono in paese. I pesci facevano buon odore. Pasquale li guardò e disse all’amico che erano sauri e che arrosto con un po’ di limone erano una squisitezza. Antonio acconsentì e non solo per come cucinare i pesci… Pasquale allora disse che si poteva trasferire il laboratorio a Camico, Antonio disse, magari in appresso, ma non subito “Mi dispiaci ma vonnu a tia e ti l’avidiri tu!â€. Pasquale allora volle chiarire il suo parere, aveva paura a forzare tale soluzione presa da loro per la vita dell’amico stesso e che per i soldi tra loro due non era sicuramente un problema.
I giorni che seguirono Pasquale andò a lavorare e sembrò che nel giro di una settimana tutti i problemi si erano risolti come neve al sole. Arrivarono i bonifici bancari dalla cooperativa, acquistò un’Ape di seconda mano in ottime condizioni, e subito diede una parte dell’incasso della settimana ad Antonio.

XV
La gente

Ciò che era successo tra lui e il suocero quella mattina, la gente di Camico lo sapeva, gesto per gesto parola per parola.
Antonio provava un fastidio enorme, ogni risolino ironico, ogni accenno alla sua vita privata era una pugnalata che la gente di Camico infilzava con sadico e gratuito piacere, allora un giorno, mentre passeggiava per le vie di Sciacca, pensò che questa storia era durata a lungo e doveva finire, a costo di lasciare il paese, la casa, la famiglia e andarsi a fare una nuova vita a nord, ma insieme con la sua Rina, così prese la decisione d’incontrare il suocero per togliere qualsiasi disguido, magari se occorresse, chiedergli scusa davanti alla moglie davanti ai suoi parenti, davanti a tutta la gente, affinché si definisse tutta questa farsa che lo metteva in ridicolo e che lo faceva stare così male lontano dalla sua donna.
Arrivato a casa di sua madre spiegò ogni cosa ai suoi e suo padre fu contento di quella decisione sensata.
La sorella Agata era andata più di una volta a casa di don Cocò Lanna a vedere la cognata, ma senza il suo consenso e perciò di nascosto a lui che vociava ovunque di non volere avere a che fare più con questa famiglia di pazzi, s’adoperava lei a combinare l’incontro parlandone con la zza ‘Nzula.
Antonio, al di là di come la pensasse il suocero, non sopportava che doveva raccontare a questo e a quello ogni cosa, quella sua bocca era un vulcano sempre in eruzione, dentro la sua putja ogni giorno, ad ogni ora vi era un dibattimento. Lui si rincuorava e si sfogava, da una fase piangente, chiedendo conforto a quella gente, alla fine, passava alle minacce e che non aveva paura di difendere la figlia. Quella gentaglia non solo provava un grande diletto a riportare per filo e per segno quelle nuove alle proprie mogli, rompendo così la monotonia di un grigio rapporto, ma si adoperava per fare trapelare tutto alla controparte, magari con aggiunta di qualche loro peso.
Camico si stava preparando per la festa di Mezz’Agustu, ogni giorno arrivavano emigranti con le loro macchine fiammanti, o con i taxi caricati a stipo di ogni forma di bagaglio.
Dopo estenuanti trattative, in una botta di buon senso don Cocò acconsentì. L’incontro fu organizzato a casa di sua sorella, per domani alle diciotto, tutti dovevano essere presenti e a condizioni che Antonio non doveva sbagliare a parlare, perché alla minima maleducazione finiva a schifiu.
Antonio già incominciava a vedere un filo di speranza dove aggrapparsi con tutte due le mani, perciò preso da questo ottimismo prima di rincasare, passò dalla piazza. Erano quasi le ventidue e ordinò un Averna al bar Trinacria, quando si accostò Peppi Fedi, un suo vecchio amico, nonostante abitavano tutte e due nello stesso paesino erano passati mesi che non s’incontravano.
Peppi lavorava alla muratura, poi si era sposato con la figlia di Saveriu Guela, commerciante di materiale edile, ed entrò nell’azienda del suocero a trasportare materiale.
Dopo i preliminari la discussione entrò nel vivo. Peppi, sempre con la sua maniera di spaccone, parlò della casa che non gli mancava niente, dell’auto che si era comprata, dei soldi che non gli mancavano e della terra che si era comprata a Borgo Bonsignore per fargli una villa, della bella moglie già incinta.
Antonio pensava che ha avuto una bella abilità con i soldi del suocero, “Ma quantu parla?â€, però gli piaceva sentirlo sguazzare mentre la sirintina rinfrescava, sorseggiando quello amaro e osservando la gente in piazza. Ad un tratto Peppi Fedi, gli afferrò la mano e se ne uscì con una espressione per niente congenita: “E tu?†Antonio gli volse lo sguardo come per dire “Ed ju, cosa?â€. Peppi: “E tu? N’aspetti figli? Parla! Pari ca divintassi ‘ndustriali di maduna…â€
Antonio aveva l’abitudine di scrutare dentro lo sguardo dell’interlocutore, tanto che avvolte l’imbarazzava mettendolo a disagio: “Sugnu ‘nsocietà cu Pasquali a la Marina, li cosi vannu boni, meglio di comu avissiru a jri!â€
“Meglio accussì!†Girandosi lo sguardo verso la piazza. “La casa di lu nutaru Battista l’accattassi tutta? Me sogiru ‘un nnin vozi sentiri mancu arrigalata, eppuru è n’affari.â€
“Na mità†Mantenendo lo sguardo fisso all’amico.
“E a figli? Comu si cuminatu?â€
“Ancora è prestu!†Ma a questa domanda si rannuvolò lo sguardo, sentiva il peso di quella sua strana situazione, senza ne testa ne coda. Allora Peppi Fedi ebbe il sopravvento, prese coraggio e in ricordo alle loro fuoriuscite a Sciacca e a Giurgenti gli chiese con tono serio: “’Ntò, ma sti storij di donni, veru su?â€
“Tutti fissazioni, di don Cocò Lanna, ca misi ‘ntesta a so figlia…â€
“Ma stu cristianu… Va dicennu ca nun ti la duna kiù a costu di tinilla ‘nchiusa d’intra e cu tia comu voli finiri finisci.â€
Antonio in un solo sorso ingoiò l’amaro s’alzò e con un freddo sorriso strinse la mano inerte dell’amico e andò via. Salì lentamente la scalinata avviandosi con il cuore rotto verso la sua casa.
La casa gli infondeva una tristezza indicibile, soffriva ma non dava a nessuno la soddisfazione di abbandonarla. Aprì la finestra e s’affacciò al balcone, fumò l’ultima sigaretta guardando le finestre illuminate delle case dei pastori e i giostranti che stavano montando l’autoscontri, tutto serviva solo a provare sempre di più una grande tristezza, così lanciò la cicca fuori e si andò a coricare.
Quella notte fu un incubo, non riuscì a dormire ma in uno stato di semi incoscienza veniva turbato da quel grande occhio che aveva visto quando ebbe la felice idea di andare a inseguire quell’uomo. Un grande occhio sempre presente che non riusciva a liberarsi, poi quasi penetrato dentro il nero della pupilla si volse all’inseguimento dell’uomo misterioso, che riuscì a catturare e scoprì che era suo suocero con una bocca esageratamente larga. Questo non era un vero sogno ma una costruzione della sua fantasia, della sua mente stanca. Quel grande occhio era la fusione di tutti gli occhi della gente di Camico e il buio che lo divorava era tutto il piacere del male che si avverte. Per l’intera notte gli martellò il pensiero che domani in qualsiasi modo doveva finire la diatriba con il suocero, che domani la gente di Camico doveva smettere di ridere sulla sua vita e a qualsiasi modo.

XVI
11 agosto 1977

Quella notte durò un’eternità, appena schiarì s’alzò di scatto, nello specchio del bagno vide il suo volto e provò pena per quella immagine contratta nella tristezza, allora gli lampeggiò una idea che gli fece allargare lo sguardo e cambiare espressione, provò finalmente pace perché quella era l’ultima alba che lo scorgeva in tale stato.
Prese un buon caffè al Bar Sole e salito sul primo autobus per Giurgenti, andò via. Tornò con il taxi alle 17 e 30 direttamente a casa del padre, il suo volto era sereno, portò una croce d’oro in regalo alla madre ed una spilla alla sorella. Agata ammirandola: “bella! Ma li spilli su spartenza, mu ca ti dugnu centu liri!â€. La madre preoccupata chiese se fosse a digiuno, rispose che aveva incontrato un amico e avevano pranzato al ristorante.
Tutti erano pronti per andare a quell’appuntamento, la madre e la sorella lo pregarono di non stare attento a quello che dirà il suocero, passarci sopra, quello che contava riavere la moglie. Lu zzu Nirja era inquieto vedeva che suo figlio era diverso, chiedeva ogni tanto: “Chi c’è? Appostu? Comu ti senti?â€. Lui rispondeva al padre di non preoccuparsi, senza guardarlo in faccia. Arrivò il cognato con la macchina per accompagnarli tutti.
Furono tutti riuniti nel salotto della sorella di don Cocò, Grazia, sposata con Marcu Spitu, proprietario di ottimi vigneti. La loro casa era di nuova fabbricazione ancora non completata, in via Palermo, strada che collegava con la provinciale per Cattolica Eraclea.
Don Cocò, con moglie e figlia erano seduti assieme da un lato del tavolo e Antonio, padre, madre, sorella e cognato dall’altro. Rina aveva la testa chinata e gli occhi abbassati.
Marcu Spitu per aprire la discussione: “Speru ca chista casa addiventa locu di paci e d’amuri. Chiaritivi, ca cu lu bon sensu di na parti e l’atra si trova l’accordu. Canusciu a ‘Ntoni comu picciottu ‘ntilligenti e canusciu a me cognatu comu cristianu di cori. Pi chistu sugnu sicuru ca sti discussioni si levanu di mmezzu e facemu finiri di parlari a la genti. Haiu na bottiglia di vinu ca l’haiu sarbatu pi li granni occasioni, e oj nni l’ama a biviri!â€
Antonio: “Ringraziu a lu zzu Marcu pi avirimi datu lu cunfortu di li so paroli e l’ospitalità di la so casa. Vegnu subitu a lu dunque. A qualsiasi costu ju e me muglieri sta sira ama a turnari ‘nzemmula†Don Cocò alzandosi di scatto interrompe Antonio e rivolgendosi alle sue donne: “Amuninni!â€
Marcu, fermandolo: “Unni va? Aspetta! Lassilu finiri di parlari…â€
Don Cocò: “La so prepotenza la sacciu e ‘un ce bisognu di cuntinuari.â€
Antonio, sempre sereno in volto come chi già avesse immaginato quella scena: “Si sbagliavu a parlari mi vogliu scusari…â€
Don Cocò: “Tu ha sbagliatu a parlari sempri!â€
Antonio: “E ju mi scusu pi tutti li voti ca aju sbagliatu. Ora sugnu prontu a ubbidiri a qualsiasi cuntizioni mi voli dari vossia.â€
Don Cocò: “Li me cuntizioni sunnu sulu una: tu a me figlia ti l’ha scurdari pi sempri, ca mi la stavatu facennu moriri. Iu sbagliavu quannu ti dissi di si ma ora vogliu riparari cu lu no!â€
Antonio amorevolmente rivolgendosi a Rina: “E tu chi nni pensi? Taliami! Vogliu ascutari la to risposta.†Lei lo guardò appena senza alzare la testa, in quello sguardo vi era una fanciulla ingabbiata dal contesto senza nessun coraggio per liberarsi. Almeno questo aveva visto Antonio, credendola come prigioniera nel giogo del padre.
Antonio sempre rivolgendosi a lei: “Ninni emu di stu paisi, a lu nord, ni emu a fari na vita nova, tutti du ‘nzemmula, basta ca tu dici si, ‘un ci pinzari a to patri…†Rina, alzò la testa e lo fissò con quello sguardo innamorato che solo lui sapeva. Don Cocò: “Unni ti la porti a me figlia? Luntanu.... accussì ci fa fari la buttana, comu la signora Mimì, ca ‘un t’ha parutu virgogna a jricci puru di maritatu. La genti tutti cosi vidi e mi lu vennu a cuntinu. A me figlia ti la scurdari. ‘Un ci nne soluzioni! E mi presentavu a st’assemblea pi diriti ca na lassari ‘npaci a tutta la famiglia.â€
Antonio si alzò di scatto e la sedia cadde all’indietro. Ma don Cocò ormai non lo fermava più nessuno, ne suo cognato Marcu, ne la sorella, ne la moglie, tutti alzati a dirgli che si doveva calmare, era come gettare benzina sul fuoco: “Dilinquenti, fanullunni ca travagliu ‘un nna vulutu mai, passiannu, da u’ barri ha nisciutu e di natru a trasutu. Tantu si dilinquenti ca t’abrusciaru lu camiu, pi li tinturii chi cuminassi a la Marina. Ma ju di tia ‘un mi scantu e a me figlia ‘un ti la dugnu ne cu li bboni e ne cu la maffia!â€
Rina immobile piangeva a dirotto. Lu zzu Njria e la sorella trattenevano Antonio, ma don Cocò era irrefrenabile quella bocca s’apriva e chiudeva, il nero di quella voragine sembrava il buio della pupilla dell’occhio di quella scala e sembrava avvolgere Antonio, divorarlo e in quel buio soffocarlo, dopo le parole: “Famiglia di pazzi†e “Ju di tia ‘un mi scantu!â€, senti pulsare fortemente le arterie della testa, non distingueva più nessuna parola, solo un suono indistinto e un buio che lo divorava sempre più. La sua mano cercò nella cintola, afferrò il ferro e vide dei lampi che bloccarono l’avanzare di quella invadente oscurità. Come intontito avvertì l’odore della polvere da sparo e quello acre del sangue, il peso della pistola e le urla delle donne, guardò quella scena senza tempo, come se lui non vi appartenesse, e lasciando cascare l’arma sul pavimento fuggì via.
Corse per la strada, sembrava che i piedi non poggiassero a terra, quando si fermò, aveva il cuore in gola, non si rese conto dove si trovava. L’adrenalina lo faceva vibrare. Immediatamente fu preso da un senso di esasperazione, urlò con un suono della voce che non riconobbe, sembrò che una parte di se sia uscita con quello urlo, alzò gli occhi e vide un cielo ricolmo di stelle, non si era accorto fin a quel momento che meraviglia fosse, e come ogni cosa fosse relativa al suo confronto. Possibile che non aveva volto mai lo sguardo al cielo prima di quella sera? Forse se l’avesse fatto non avrebbe minimamente pensato di uccidere un altro uomo. Mentre era così assorto un grosso cane nero gli abbaiò contro facendolo saltare dalla paura. Rimase fermo e il cane gli ringhiava e abbaiava contro con la bava alla bocca, piazzato, deciso a saltagli addosso. Proprio in quei momenti riprese coscienza a ritroso di ciò che era successo, facendo la similitudine dell’abbaiare impetuoso del cane con l’aggressione verbale del suocero e pianse preso subito dal pentimento. Cadde inginocchio in un pianto liberatore. Il cane smise d’abbaiare e voltatesi s’incamminò scomparendo nel buio tra le campagne.
Antonio rimase lì in quella posizione chissà quanto, quando s’alzò provò freddo, le gambe intorpidite e un brivido convulso di febbre, in tale condizioni continuò a camminare barcollando fin quando vide le prime luci di Cattolica. S’avviò per la caserma e si andò a costituire.

XVII
L’ultimo giorno

L’odore del sugo con la salsiccia di maiale e i finocchi di campagna invadeva lietamente la cella, mentre l’esile Sasà seduto sopra la branda come un punto interrogativo, stava consumando avidamente l’ultimo capitolo de “I Beati Paoliâ€, Stefano seduto al tavolo, si lisciava i grandi baffi fatti crescere da poco davanti la sua radio stereo, ascoltava assorto per l’ennesima volta l’ultima cassetta, mandata dalla sua Francesca, di canzoni napoletane. Il dolce sole di maggio entrava disegnando la grata della finestra sul pavimento. Antonio prese gli spaghetti e li tuffò nella acqua intanto che bolliva.
Erano passati diciassette anni e tre mesi e quello era l’ultimo giorno, quella era l’ultima notte che dormiva in quella cella. Avvolte provava pure paura di quella libertà che arrivava con mille dubbi e una vita da rifare. I ventuno anni di pena e la riduzione di quattro anni per buona condotta, sembravano tempi immensi, fatti di mesi, di giorni e di notti, di albe e di tramonti, di ore, di minuti e avvolte anche di secondi, ma in questa vita tutto passa, tranne le ferite inflitte al cuore.
Aveva preparato i bagagli, tolto dalla parete il suo diploma per corrispondenza di ragioniere, ottenuto sei anni fa con l’orgoglio dei compagni di cella. Il direttore di San Vito gli aveva concesso di potere fare sia il tirocinio per un anno e poi continuare a lavorare in uno studio di consulente ad Agrigento. La sua mappa delle stelle, appesa sopra la sua branda, l’aveva lasciata lì, con la speranza che anche loro trovassero nel firmamento la luce di una buona stella che li guidasse fuori dal baratro dell’ombra.
Ricorda, che dopo il pianto liberatorio, anche se aveva dichiarato in caserma d’avere ammazzato il suocero in cuor suo credeva che ancora sarebbe stato vivo, fino a quando poi prese coscienza d’avere eliminato un uomo, infondo innocente, allora gli prese una febbre altissima. La febbre dopo giorni passò, ma il freddo era rimasto, un brivido gelido infondo all’anima, che riviveva ogni volta che un particolare gli portava alla mente quella sera. Il suo sguardo aveva perso la luce e ritornava solo smarrendolo tra le stelle, senza luminosità, di quella mappa.
Aveva conservato e riletto le pagine di un famoso settimanale di cronaca nera dove spesso vi è protagonista la povera gente, dove vi era una foto a tutta pagina di Rina seduta con la gonna scomposta, vestita di nero sconvolta dal pianto nel giorno del funerale, scattata da basso per mettere in primo piano le gambe. Antonio provava una rabbia sorda, ormai senza diritto alcuno e senza speranza per quella sconcezza che quel giornale le aveva messo in atto. Il suo volto era alterato dal pianto, ma lo stesso lasciava trasferire tutta la sua stravolgente sensualità. Aveva osservato tutti i particolari aveva letto e riletto ogni parola virgola e punto di quell’articolo, con quel freddo in fondo all’anima. Il cronista aveva dato peso a quella casa posseduta dagli spiriti, dando un tono freudiano a tutta la storia, forse da poco aveva letto Totem e tabù.
Dopo un mese seppe che Rina aveva subito un aborto, forse per il dispiacere della tragedia, ma questa tesi non trovava appoggio nello sguardo della sorella Agata e nemmeno in quello della madre, anche se la confermavano a parole che essendo primarola era difficile che lo manteneva. Per non incontrare il suo sguardo Antonio non voleva andare a Camico anche se la voglia di rivederla era più grande di qualsiasi desiderio, ma aveva paura di quello sguardo intenso dove poteva leggere sia l’odio senza perdono per l’assassino di suo padre, ma ancora peggio, la colpa di avere ucciso il proprio figlio come vendetta, concepito quella straordinaria sera prima della notte dei fantasmi.
Aveva saputo che si era risposata sette anni fa, con un americano con venti anni più di lei, tornato a Camico con i dollari e già aveva due maschietti.
Pasquale non l’aveva abbandonato pagando avvocati e non facendogli mancare niente, aveva venduto l’attività ma era rimasto alla Marina, ogni qualvolta gli chiedeva che lavoro facesse lui rispondeva “m’arrangiu…â€. Antonio gli diceva di non mettersi nei guai ma non andava oltre, non voleva sapere.
Pasquale parecchie notti si era nascosto dentro la casa del Notajo Battista per indagare chi fosse stata quella figura vista dalle finestre dall’amico. La parsimonia fu premiata, una di quelle notti sentì un cigolio di porta che si apriva e dei passi, quando entrò nello stanzone lo afferrò e veramente era di carne ed ossa, era il sacrestano della chiesa Madre, che per lo spavento, quando si sentì afferrare gli stava venendo un infarto. Pasquale volle sapere tutto, così dopo essersi un po’ calmato il sacrestano si confessò. Andava lì a curiosare e a sottrarre suppellettili, libri, quadri e mobiletti che vendeva all’antiquario di Palermo che veniva periodicamente per il parrino. Il parroco stava svendendo ogni cosa della chiesa, statuine, libri, quadri e candelabri, opere meravigliose che i fedeli nemmeno immaginavano. Il sacrestano ammise a suon di sberle che quella notte era lui, ma non li aveva visti fare all’amore, qualche altra volta si, per questo era intento a guardare, quando poi sentì qualcuno salire le scale subito andò via ritornando in chiesa. A cosa poteva mai servire dopo questa verità? Anche le verità hanno una scadenza. Perciò tutto rimase nell’oblio
Tolse l’immagine del volto dell’Uomo della Sindone che aveva incollato in un foglio di cartone e la mise nei bagagli. Il cappellano gli era stato di tanto aiuto anche per trovare un lavoro come ragioniere in una industria di Torino. Tutto era stato impaccato, tutto era pronto per quell’alba di libertà. Ma quanto di lui era rimasto in quel carcere? E quanta bontà avevano avuto i compagni di cella nel consolarlo mentre piangeva in quei primi giorni? Scoprire di essere un assassino e non esserci nessuna possibilità di tornare indietro e riparare il fatto, solo riuscendo a ridargli la vita alla sua vittima era probabile. Antonio non filosofava e nemmeno aveva una vera fede, andava avanti tra le immagini come chi attraversa un fiume tra i sassi con la paura di cadere ed essere travolto dalla corrente e trascinato via.
Sasà, chiudendo il libro e alzandosi: “E cu ni l’ava a fari un sucu accussì?â€
Stefano incominciò ad apparecchiare: “Ragioniere Antonio, lo sai che ti dico, riprendi a studiare e fatti avvocato, accussì n’addifenni!†Risero tutti e tre, mentre brindarono con il vino di casa accanto nel pavimento la luce della finestra si allungava impallidendo confondendosi con l’ombra della grata. Quel giorno suggellò un tempo passato per Antonio, che all’indomani stesso, dopo un breve soggiorno a Camico con i suoi, ripartì diretto a nord, dove si rifece una famiglia e una casa, ma ogni tanto un brivido gli infilzava l’anima e provava paura, paura di quel se stesso che teneva dentro, e alcune notti in un tormentato incubo lo fissava con quel grande occhio come Ciclope a gli argonauti intrappola nella sua grotta prima di divorarli.

Siculiana, 18 settembre 2002.
Alphonse DORIA


















































































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giovedì, 27 gennaio 2005
GIORNATA KAFKIANA


Caro Sindaco d’Agrigento,
Oggi 22 settembre del 1996 ho avuto la gradita sorpresa di vivere, grazie a Lei, un’esperienza onirica del grande Kafka. Ma come ha potuto pensare ai minimi particolari? Eppure nella terra di Pirandello, a pensarci bene è facile che succeda.
Questa mattina mi sono presentato di buon’ora in portineria a Palazzo dei Giganti, per autenticare una firma. Non ero sicuro, se l’ufficio per le autentiche delle firme fosse proprio lì, visto che era ormai noto a tutti che uffici del municipio dell’Agrigento ve ne sono sparsi per tutta la città… Così è stato! In portineria una smilza e occhialuta signorina non mi diede tempo a finire di chiedere che mi rispose, con una cadenza da segreteria elettronica, senza muovere le sottili labbra, come se fosse una ventriloqua, che bisognava andare in Via Porta di Mare. Ormai la scortesia viene scambiata per efficienza. In quel rapporto sociale non era necessario nemmeno un saluto. Giustamente a che serve? Senza che si meravigli la signorina, perché noi due quel giorno, un rapporto l’abbiamo sicuramente avuto…
Comunque è normale che non potendo ospitare gli uffici del municipio dentro lo stabile, vengano trasferiti in altri posti. La normalità sta pure che nella terra del drammaturgo Pirandello il municipio risiede appunto in un teatro… Perché dentro il municipio d’Agrigento vi è un grande teatro che giustamente lo hanno chiamato Teatro Pirandello. Io l’avrei chiamato Teatro Kafka. Mi dice no? E allora pensi come si possa sentire un uomo che va per l’autentica o per un certificato di nascita e si smarrisce nei locali per poi finire sul palcoscenico e smarrirsi tra finzione e realtà… Si sentirebbe di più il Vitangelo di Pirandello o Josef K. Di Kafka? Non è stato il mio caso, ma l’ironia della sorte del suo municipio.
Mi reco con immediatezza in Via Porta di Mare e davanti un palazzone alto, un bel po’ di piani vi è parecchia gente, penso: sicuramente è qui!
E’ uno di quei palazzoni che visti dalla Valle dei Templi compongono quel paesaggio surreale cubistico creato da animi sicuramente posseduti da Satana. Poi dando un colpo d’occhio alla città e ai Templi nasce l’imbarazzo e la vergogna.
Accanto al portone del palazzone una cartella elimina ogni mio dubbio. Portava la scritta: 'Assessorato alla Pubblica Istruzione'.
Appena entrato, vedo un cancello di ferro davanti e al centro della tromba della scala una vecchia ascensore. La scala è quasi immersa nel buio, ad ogni scalino vi è una persona con fogli di carta in mano, sembrano anime purganti che da tanto e tanto tempo sono lì a scontare la loro pena e ora San Pietro è pronto per il visto per il Paradiso. Mi faccio strada salgo quasi al primo piano e un signore appoggiato con le spalle al muro e un carteggio in mano mi guarda stupito e mi si rivolge con voce alterata: “I signori aprono alle dieci, non abbia fretta!â€. Rallento il passo e a fatica scendo di nuovo giù, un po’ arrabbiato, un po’ sorpreso mi chiedevo come mai tutte quelle persone se ne stavano lì senza protestare?
Attraverso la strada e mi affaccio alla ringhiera. Respiro profondamente e sfuggo nell’azzurro turchese del nostro mare, poi ancora, nella meravigliosa Valle e sempre giù nel tempo fino agli anni del Ventennio, quando il Duce venne ad inaugurare la stazione centrale della ferrovia e disse: “E’ la più brutta stazione realizzata perché sottoterra!†Vedo quei due binari senza traffico, tutto morto… Tutto fermo!
Ricordo di avere letto in una di quelle tante scritte nei muri lasciate dal Fascismo, come orme di un passato, che ci lasciò, come ci trovò, nell’apatia e nella rassegnazione: “Le ferrovie sono lo specchio dell’andamento di una Nazioneâ€â€¦ Ma di quale nazione parliamo, quando la Sicilia ancora ha il monobinario e al nord, o per meglio dire nel resto d’Italia vi è la corsa all’alta velocità? Anzi negli anni tra il 1970 e 80 le Ferrovie di Stato incominciarono a tagliare rami ‘secchi’ perché non produttivi, ma come possono mai essere tali a quelle condizioni? Così la linea ferroviaria finisce a Porto Empedocle e per andare oltre bisogna prendere obbligatoriamente la strada statale 115, non adeguata al traffico, intanto Agnelli incrementa la produzione, e i Siciliani ci lasciano le penne con gli incidenti, mentre le nostre aziende subiscono una tale zavorra di costi.
Raccolgo i miei pensieri, con una bella e sana boccata d’ossigeno e mi vado a immergere un’altra volta nel semibuio di quella scala. Trovo ancora più gente di prima. Incomincio ad osservare quei compagni di sventura.
Nei primi scalini vi era una coppia di ventenni. L’uomo aveva una larga cicatrice che partiva dal collo fin sopra la guancia, per collana portava un laccio di cuoio con dei ciondoli d’argento, longilineo, chiaro di capelli, pelle e occhi. Lei non era alta, aveva un viso e una carnagione orientale, capelli nerissimi e ricci attaccati dietro. Con loro avevano un grosso cane bastardo colore sabbia. Una ragazzina attaccata a loro, somigliante alla donna, portava in braccio un piccolo micio bianco. L’insieme sembrava una famiglia felice dentro e fuori, con un’intesa oltre di conoscenza e convivenza anche di non ordinario quotidiano, sicuramente conseguenza di vicissitudini non privi d’ostacoli. Notavo nelle loro espressioni che avevano raggiunto una consapevolezza tale da distinguere loro da noi. Qualcuno di noi voltava lo sguardo giudicandoli diversi, chiuso tra ipocrisia e convenzione.
Un’isola di scalini vuoti e nelle altre due rampe un mare di persone, annoiati più o meno che fissavano la porta vetrata dell’ufficio, da dove si proiettava quella poca luce fredda, come se attendessero un evento straordinario, l’apparizione di qualche santo (San Pietro!). Chi era più su nella scala era più vicino alla luce, era primo nel turno, era primo ad assistere l’evento, l’aprirsi di quella porta e così essere inondato dalla luce.
Una ragazza, sicuramente matricola universitaria, era lì annoiata, sicura di se, in jean’s e camicia bianca, già il solo pensiero di andare a vivere a Palermo le dava quell’espressione del cacciatore che sapeva dove ci dormiva la lepre da sparare. Un suo coetaneo scendeva la scala rivolgendole la parola e infine salutandola. Un signore sulla cinquantina, due scalini più in alto, osservava la scena con apprensione, fissando il giovane attentamente e valutandolo espressamente con lo sguardo, ci si leggeva in fronte il suo pensiero: “E chistu è unu di chiddi ca mi pò futtiri la figlia e la proprietà!â€. Lei si accorge delle espressioni mimiche facciali del padre e prova palesemente disagio. Penso: tale padre tale figlia!
Tra il padre e la figlia vi era una donna trentenne, con uno sguardo inquieto, sembrava turbata, poi quelle borse sotto gli occhi, reduce da una notte non certo serena, un corpo snello e abbigliata con una acconciatura dei capelli da sembrare una ragazzina. Feci subito delle deduzioni logiche, la prima che l’abbigliamento improprio mostrava una competizione con una donna più giovane di lei, la seconda che quell’inquietudine era un diverbio con il proprio uomo, sicuramente era gelosa e vinta per quelle soluzioni, sull’abbigliamento, sul trucco e sull’acconciatura dei capelli, ormai senza alcuna speranza.
Dalla rete di ferro, vedevo un signore con un bambino di tre quattro anni che cercava di chiamare l’ascensore pigiando con insistenza i pulsanti, rassegnato perché non arrivava si accinse a salire le scale con imbraccio il piccolo, ma appena superato il papà della matricola, si odono grida di proteste. Sono due donne grasse in canottiera e capelli sciolti bruciacchiati mezzi tinti di giallo, sembravano sorelle gemelle com’erano uguali, quei pantaloni che stentavano a contenerli, quelle bocche larghe con quel rossetto marcato rosso vivo e gli occhi ombrati di turchese. Alle loro proteste si associano un signore anziano e un altro più giovane: “Non è educato, si rispetta la fila!â€
“Ma quale fila, io sto rientrando a casa mia!â€.
Dopo un po’ saliva pure un’anziana signora, ben vestita e ben curata con quella capigliatura argentea, con tono sarcastico disse: “A… qui c’è tutto quest’affollamento perché non si paga, dal notaio non vi è nessuno per l’autentiche!†L’atteggiamento di questa bella signora mi causa un pò di stizza, lei condomino del palazzone che guarda con distacco la plebe volgare senza cultura e peggio ancora senza soldi. Anche perché poveri e acculturati ce ne sono così tanti che hai ricchi provocano un tale sdegno e senso di ridicolo come se guardassero un porco con il frac.
Il signore dalla voce alterata, stempiato, reduce dalla brillantina Linet, un portamento altero, su i sessanta anni, ma con le spalle ben dritte, ora mi si rivolge con un briciolo di confidenza in più dopo il primo approccio, però sempre categorico: “Si deve scrivere nell’elenco apposito!â€. Capisco che è arrabbiato con quelle istituzioni, la divisa della Benemerita gli era rimasta come un’aura anche se ora era pensionato. Quella sospirata pensione attesa tra circolari e calcoli quasi quotidianamente, dopo raggiunta, si trovò una fila di giorni ricolmi d’inedia. E poi quel figlio diplomato, con la chitarra sempre in mano, che non ha fatto domanda nemmeno come ausiliare, disoccupato, senza un progetto per il domani, disordine! Disordine, colpa del degrado d’alcuni servi di partiti che scrivono nei giornali, cantano canzonette, spuntano in televisione, pieni di pregiudizi ideologici… Sarà vero? Mah?
Chiedo permesso, spiegandomi che stavo andando a registrarmi nell’elenco, mi allungo e raggiungo la porta vetrata chiusa degli uffici. Effettivamente dai vetri trasferiva una luce neon che mista alla luce delle finestre aperte, con qualche impiegato che proiettava la sua ombra mentre passava, dava una impressione trascendentale. Al di là del vetro sembrava un’altra dimensione. Aldilà di quel vetro vivevano creature più beate. Impiegati con il loro stipendio, il loro tempo libero, il tepore borghese e la sicurezza del ventisette. Al di qua tra le scale, disoccupati e figli di disoccupati, gente senza tempo e senza occupazione. Capii finalmente perché fissavano lo sguardo a quella porta chiusa come se attendessero l’apparizione di qualche santo…
Avvicinatomi alla porta noto due elenchi di nomi, guardo attorno e una signora sulla cinquantina, con sguardo altezzoso, occhiali dorati e una camicetta a fantasia con gradi fiori di tanti colori, sicuramente una insegnante vecchio stampo, oppure una pensionata sociale, magari vedova, che beata della sua pensione si è messa ad imitare un suo ricordo d’insegnante, ciò che sognava da giovinetta di diventare, così scimmiottandole lo status quo. Questa signora mi chiede se devo ritirare l’abbonamento o fare una autentica. Rispondo: “Una autenticaâ€, mi è uscita fuori una voce non mia, forse interrotto mentre deducevo incuriosito della sua immagine ingannevole. Così gentilmente m’indica l’elenco delle autentiche. Un giovane vicino, pronto, mi porge una bic. Scrivo il mio cognome a stampatello, noto che prima di me, tutti avevano, invece firmato: perché mai? Ringrazio e porgo la penna al giovane con il viso ossuto, dalla mascella prominente, muscoloso, con capelli cortissimi scuri come le folte ciglia, sicuramente anche lui una matricola. Intanto osservo meglio la ingannevole maestra e noto che indossava una vistosa collana d’oro bracciale, un orologio con cigna d’oro, una spilla a forma di rosa con stelo e orecchini a cerchi grandi. Dal finimento d’oro, di un quarto di secolo fa, matrimoniale, mi fa intuire il suo stato civile di sposata, ma la sua aria di donna libera e liberata mi fa intuire che è vedova. Lo scendere di quel cassone dell’ascensore attrae l’attenzione di tutti, facendo smettere totalmente il chiacchierio quasi bisbigliato che i vari gruppi di persone avevano. Arrivata al piano si ode aprire e chiudere il cancello immediatamente, con un meccanismo innaturale in contemporanea ogni persona cambia posa. Irrompe nella scena un giovane tenente dei carabinieri in divisa, con una vecchia cartella di cuoio impeccabilmente presa dal manico, saliva distinto, ma senza cappello. Aveva dei corti capelli rossi, sembravano messi in testa a caso. Le persone della coda nella scala si restrinsero lasciando un largo corridoio al giovane come se Virgilio gli suggerisse: “non ti curar di loro ma guarda e passa!â€. Ancora non ho capito se la gente provasse timore di quella divisa o rispetto, però visto lo spazio creato forse era timore. Anche l’anziano pensionato dell’Arma, ci volle poco e scattava sull’attenti, negli occhi aveva un sogno finito nel diploma di geometra del figlio disoccupato. Il giovane tenente arrivato alla porta vetrata bussò con una tale sicurezza che sembrava dicesse: “apriti sesamo!â€. Dopo un momento, l’invalicabile porta magicamente si aprì! La divinità che comparì non era altro che un minuto usciere, senza capelli di un metro e sessanta, ossequioso verso quel tenente che fulmineamente entrava. La porta si richiude. Tutto ritorna nell’oblio, nemmeno degnati di un solo sguardo da quella minuscola entità affacciatasi o da quel giovane passato come il vento in un canneto. Solo un uomo su i quaranta anni, con i suoi capelli che incominciavano a ingrigirsi dalle tempie in su, in vestito di lino ghiaccio, sembrava non curarsi dell’accaduto beato come un bambino si toccava il suo telefonino che più di una volta uscì fuori giocandoci un po’ mostrandocelo con falsa indifferenza.
Ho chiesto al mio vicino di scalino che ora fu, senza guardare l’orologio mi rispose con precisione che erano le dieci meno cinque, chissà quante volte aveva guardato l’ora. E’ bastato sentire quell’orario che la forse maestra e il pensionato dell’Arma sono principiati ad esprimere le loro sofferenze contro gli impiegati che ancora non aprivano, come dire: “siamo stati buoni, potete anche aprire con un po’ di anticipo!†E’ stato contagioso, svegliò ad uno ad uno ognuno di quella scala, fino ad arrivare al cane che ha abbaiato anche se in maniera sommessa. Alle dieci in punto la porta si aprì, tutte e due le ante, l’uscieri con tono di rimprovero reclamava silenzio come di dovere per quel luogo di lavoro.
La forse maestra gli porge gli elenchi precisando la differenza tra abbonamenti e autentiche. Questo episodio, in primo momento, lascerebbe pensare che quella signora fosse una autentica maestra, ma non è così, perché l’idea dei due elenchi, è una istituzione di quel contesto, e lei è entrata così nella parte che è brava ad imitare anche negli atteggiamenti. Io ero preso da tutti questi pensieri fu travolto dalla calca inevitabile. In questi attimi di titubanza mi sentii travolto e schiacciato dalle due, coloratissime, odoranti tra profumo e sudore, extra larg in canottiera e pantaloni. Niente di grave, fui solo morbidamente pressato al muro. Mi lasciai trasportare dalla corrente umana e lentamente anche io salii fino alla luce, beato osservavo quel luogo bene illuminato al neon, le pareti erano bianche. L’uscieri era seduto dietro una grande scrivania in metallo, posta nel corridoio, tra il gran vocio irrefrenabile, di noi tutti attorniati, lui senza dare volume alla voce ogni tanto leggeva un nome. Intanto alcuni entravano e altri uscivano dall’ufficio autentiche.
Ascoltavo frasi che riuscivano a superare il fondo come: “Ma insomma un po’ di silenzio! Così non riusciamo ad ascoltare chi chiama l’uscieri!â€, oppure: “Ma qui gli elenchi non si rispettano!â€, “SILENZIO! Porco dingi!â€. Ogni tanto si spegneva la luce al neon, perché qualcuno si appoggiava di spalla all’interruttore, ed era qui che l’uscieri mostrava le sue vere corde vocali di favarese arrabbiato, urlando con quando voce aveva. Si è affacciato dalla porta dell’ufficio autentiche un altro impiegato, con lo stesso corpo e la stessa testa dell’uscieri, sembravano fratelli gemelli, chiama il suo collega, facendosi spazio tra la calca, così con voce confidenziale gli disse: “Perché non mandi un po’ di persone all’altro ufficio?â€. Ecco la differenza tra due persone simili, per non dire uguali, chi esegue e chi ha la fortuna di stare a pensare nello stesso tempo. Siccome io in quel momento ero lì a riflettere, ascoltato ciò, mi sono avviato, con passo svelto, verso gli uffici, ho chiesto al primo impiegato che ho incontrato: “Dove si fanno le autentiche?†Mi rispose: “La terza porta a sinistraâ€. Mentre attraverso il corridoio per curiosità davo una sbirciata alla prima porta, vi erano una decina di donne di mezza età, tutte imbellettate che discutevano serenamente, sedute comodamente, mi chiesi: “Chi erano?â€.
Ho guardato pure nella seconda porta, notavo una bella scrivania in legno scuro, con un signore lì seduto in meditazione, che fissava nel vuoto, nell’attimo che io passai alla svelta, guardò verso di me, con sguardo assente, fissando un punto lontano, così lontano, quasi come in un portale di un’altra dimensione.
Entrai direttamente nella terza porta, saluto e chiedo se in quell’ufficio si fanno le autentiche. Vi erano due scrivanie, una posta di fronte all’altra. In quella dove io ho chiesto vi erano due donne molto giovani, in quella di fronte una un po’ più matura. Una delle signorine si mostrò gentile e premurosa, l’altra con modo allarmato guarda attentamente il foglio da autenticare e con tono seccato schiaffa un “Aspetta!†alla collega, come dire: “Il solito vizio! Ti dai molto facilmente, l’utente lo devi tenere sulle spine, se no diventa maleducato e pretenzioso!â€. La giovane collega frenò un po’ come dire: “Ancora è indietro al regno borbonico…†In questo telepatico dialogo tra loro, io rimanevo in mezzo e scrutavo quell’ufficio con l’acqua minerale e i bicchieri di plastica dentro l’armadio. Intanto pensavo: “Chissà come sarà felice ogni ventisette del mese, questa benedetta signora?â€. Aveva i capelli bruciati dal parrucchiere e la coscienza bruciata dalla corruttela politica. Sarà stato scambio di voti? O ha pagato la tangente per avere quel posto?
Lei seccata, mi autenticava la firma, osservava la carta d’identità e infine mi chiese mille lire, che davo con premura, ma non trovai in nessuna parte segnate quei soldi, forse ci sarà un registro interno e a fine giornata, se si ricorderanno, segneranno le mille lire avute. Oppure appena uscito si affretteranno a registrarle. Mah? Anche questa è miseria, sospettare che un dipendente pubblico si va ad approfittare delle mille lire dell’utente.
Sbirciavo così come prima nel mio viaggio di ritorno. Il signore dell’ufficio di prima non vi era più, svanito. Le signore erano tutte comodamente lì che discutevano ancora, chissà cosa fosse mai quella riunione? Attraversavo tutta la gente ancora calcata davanti quella scrivania e l’usciere che ora urlava ad alta voce il mio nome. Il giovane con la grande cicatrice e il cane era seduto lì in una poltrona di fortuna in similpelle, in maniera straordinaria in mezzo a quella calca di persone. Ma cosa vi era di ordinario in quell’assessorato del comune di Agrigento? O forse sono io che mi dedico molto alla lettura? Ma in questa esperienza mi sentii Josef K. Alla ricerca del famoso tribunale ordinario. Grazie Sindaco Sodano, anche questa è cultura!

Siculiana, 22 settembre 1996
Alhponse Doria




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domenica, 23 gennaio 2005


L’Italia: un’idea massonica

In quest’epoca di rincoglioniti televisivi viene spontaneo parlare con i termini dell’ipnotico apparecchio, perciò giochiamo insieme. Secondo Voi chi ha scritto questa frase: "Voi date molta importanza ai plebisciti, e per un repubblicano ciò non è corretto. I plebisciti violatori della libertà o contrari al diritto di nazionalità sono nulli. Si reggono finchè la forza materiale li sostiene: cessano quando il popolo può rompere i vincoli che legano al patto iniquo e può riprendere sovranamente la sua autonomia… L’esistenza e l’indipendenza delle nazioni non possono essere soggette all’arbitrio dei plebisciti. Le nazioni vivono di diritto nazionale, eterno, immutabile. Né per forza di armi, né per volontà dei plebisciti cotesto può ricevere alcuna mutazione."?
E’ un credo assolutamente indipendentista, che dà proprio la misura quanto sia stato vile il plebiscito dell’annessione della Nazione Sicilia al Piemonte.
E’ stato il primo a toccare la Sacra Terra di Sicilia nella tragica spedizione dei mille, lui l’artefice, ed egli solo fra tanti ha portato con sé la raccolta delle leggi siciliane del 1848-49. Dove nell’articolo 2 sanciva: "LA SICILIA SARA’ SEMPRE STATO INDIPENDENTE."
Ed è stato proprio lui a far sostituire lo stemma nazionale della Trinacria con quello dei Savoia.
Nel 1879 esercitando la professione d’avvocato rende l’ultimo servigio a Garibaldi: l’annullamento del matrimonio con la marchesina Raimondi che aveva sposato per il titolo nobiliare, incinta da un altro uomo. L’eroe cornuto pensava di sistemarsi perché ricchissima, ma un ficcanaso di giornalista rende pubblica la vicenda.
Questo stesso personaggio non solo ha tradito la Nazione Sicilia con un plebiscito, ma divenuto uomo di governo della massonica Italia è divenuto anche colonizzatore dell’Egitto. Il 1° ottobre celebra in Santa Maria Capua Vetere la vittoria del Volturno, dinanzi ad una folla immensa, ed insiste sulla necessità di intervenire in Egitto. Una signora lo interrompe gridando: "Voi, proprio voi che avete combattuto per l’indipendenza vorreste andare ad opprimere l’indipendenza del Popolo Egiziano?". Peccato che la storia non riporta il nome di questa signora.
Il 3 gennaio 1894 proclama lo stato d’assedio nella Nazione Sicilia, rivolgendosi con tutta la pesantezza dell’esercito d’occupazione comandato dal generale criminale Morra di Lariano commissario con pieni poteri. Più di 150 Siciliani uccisi, torture, stragi e delitti orrendi. Arrestati tutti i capi dei fasci. Furono così fermati i movimenti dei Fasci Siciliani nell’ennesimo tentativo d’indipendenza. Il nostro personaggio misterioso così disse: "Ci batteremo per vincere i nemici dell’unità: Ormai la nostra vita è di combattimento e non ci stancheremo fino all’ultima ora nostra." A questo punto avete sicuramente indovinato che il personaggio in questione è Francesco Crispi.
Viene difficile pensare come mai un indipendentista tale, che non si piegò all’arrivismo, che incitò il popolo Siciliano alla rivoluzione per l’indipendenza da Napoli, ha potuto cancellare dalla memoria il valore della sua Nazione Sicilia. Appena laureato (1842) reclamò la sovranità secolare del Parlamento Siciliano contro l’arroganza di Ferdinando II di imporre tributi rispondendo: "Secondo la secolare Costituzione del regno di Sicilia nessuna tassa è legale se non è acconsentita dal Parlamento".
Un indipendentista crede a dei principi, primo fra tanti l’idea di libertà per il suo popolo e per tutte le etnie della terra. Non è una questione semplicemente ideologica ma di Giustizia di là del bene e del male. Qualcuno m’interroga se sia un male o un bene, politico o economico, che la Sicilia diventi una Nazione Indipendente, rispondo che è giusto, è solo giusto! E lottandomi per l’indipendenza del mio Popolo sono nel giusto e questo mi basta. Carmelo Rosano non si è chiesto se imbracciare un fucile era un bene o un male sapeva che era giusto! Disse: "Castrogiovanni, ascoltami: nella vita, prima o poi, bisogna morire solo chi muore bene non muore mai."
Oggi la lotta principalmente è culturale perché attentano alla nostra coscienza siciliana giorno per giorno, negando la storia patria alla scuola, tenendo nascosti negli scantinati dei musei i tesori archeologici artistici siciliani, annientando i nostri valori, la nostra lingua e la nostra cultura, vanificando ogni richiesta di diritto economico e di sovranità del nostro Popolo, manipolando il riscatto sociale prostituendoci con un assistenzialismo galoppino. La lotta indipendentista incomincia nella propria casa appena ti svegli la mattina, ricordando ai propri figli che un uomo non deve perdere l’onore d’essere tale rispettando anche i petri di ‘nterra, che deve rispettare la parola data, perché un Siciliano non ha bisogno di carte scritte e di trovarsi sempre nel giusto armonizzando così con gli altri e con la terra sotto i piedi.
Questi valori sono attentati quotidianamente e con tutti i mezzi annichilendo così masse di giovani in balia di vizi spregiudicati o globalizzati in un americanismo vano, creando alienati senza alcun’entità. La colonizzazione inizia nel pensiero. Un indipendentista crede nella sovranità delle nazioni contro ogni forma di globalizzazione sia capitalista sia comunista. La demonizzazione della parola NAZIONE, resa ormai sinonimo di razzismo, è voluta politicamente dai nemici della libertà, dai potenti del mondo, dalle multinazionali colonizzatori di grandi civiltà responsabili del nuovo schiavismo e del mercato dei bambini. Un popolo come unica difesa della sua entità e della libertà ha solo il concetto politico di Nazione.
Nel concetto di Nazione vi è il patto sociale solidale degli uomini che la compongono. Francesco Crispi quale concetto aveva di Nazione? Quello di intrighi e tangenti, o quello del bravo fratello massone, come Garibaldi che solo per motivi di potere deviano la costituzione della confederazione degli stati italiani con l’associazione a delinquere e per delinquere della Savoia Italia Massona. Quando il figlio Luigi ruba le lettere di Mazzini al padre e se li va a vendere al migliore offerente; Crispi può recuperarle, per mezzo del gran maestro della massoneria, restituendo le 12.000 lire che un compratore di Firenze aveva pagato al degno figlio di suo padre. Luigino era un ladro provato, aveva rubato dei gioielli ad una dama e il buon padre Francesco Crispi gli consiglia il suicidio. Ma era solo uno stratagemma per ricavare soldi da papà.
L’undici agosto del 1901 muore. Per il suo centenario qualcuno lo vuole ricordare, io lo ho fatto, penso nella maniera giusta.

Alphonse Doria

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domenica, 23 gennaio 2005




S. O. S. NAZIONE SICILIA
-La rassegnazione è la cultura della morte di una Nazione e del suo Popolo. Molti Siciliani presi dalla disperazione, tragica conseguenza della rassegnazione, hanno scelto di porre fine alla propria vita. Se io arrivassi a questo stadio di disperazione offrirei la mia stessa vita per accendere la fiaccola della rivoluzione e non per spegnerla nel buio e nel silenzio, altro che rassegnazione!
La colonizzazione non permette nessuna programmazione economica nessuna liberazione di associazioni a delinquere e per delinquere, per questo la lotta primaria del Popolo Siciliano è indipendentista. Capisco che nella parola contro la colonizzazione vi è molto dolore e sangue fratricida ma questa strada ha un solo bivio: o la lotta per la libertà o la rassegnazione.
La rassegnazione può portare al servilismo dei partiti, basta rivolgersi a un piccolo podestà di paese, del PDS o di una delle tante facce della DC, e chiedere l’elemosina, per fare parte dei grandi eserciti degli articolisti o dei forestali, se avrete una buona mangiata di voti, perché no, qualche impiego pubblico… E i vostri figli? "Ah forse avranno piú fortuna"… E la vostra dignità? "Dignità…" Allora a questo punto va bene cosí! Spero che si arrivi a posizioni ancora peggio, tanto la tragedia Europa è appena iniziata per la Sicilia, dannazione!
L’Europa è fatta di tutti quei popoli abituati alla colonizzazione, anzi della colonizzazione ne hanno fatto la storia: spagnoli, frangesi, italiani, inglesi, ecc… Cosa ne rimane della Nazione Sicilia, visto che l’ente Europa la vede come una macchia colorata, presso il meridione d’Italia….
…Il concetto di globalizzazione toglie ai Popoli, alle nazioni, il diritto di essere protagonisti della propria storia. Una tragedia già iniziata con il colonialismo europeo, in nome del progresso, in nome di una civiltà da esportare, in nome di una salvezza ultra terrena da obbligare a Nazioni con salvezze terrene già presenti.
Una fede dove la sintesi maggiore è nel suo simbolo della croce che Donini chiama:"simbolo dello schiavo ribelle sconfitto". Come bene definisce il Messori:"I proletari dell’antico Mediterraneo, stanchi di essere oppressi nella realtà, decidono di crearsi un culto dove siano sconfitti anche nella fantasia".
Una religione del perdente dove trova il massimo verticalismo lo spirito della rassegnazione.
Basta avere un’idea della realtà storica di dove s’inalbera la storia di Gesú: in un Popolo oppresso dall’Impero Romano che vista l’impotenza di tutti i movimenti di liberazione almeno pongono la speranza nel loro Dio che a gli stessi autorizzò disterminare interi popoli e demonizzare le loro divinità per il possesso delle loro terre, ora Israele manda ai Figli di Abramo se Stesso umanizzato pronto alla rassegnazione e al proprio sacrificio nello strumento di morte dei colonizzatori per la globalizzazione di tutti gli uomini Figli di Abramo e Gentili.
Per questo gli Ebrei allo scelsero BARABBA, indipendentista terrorista contro la colonizzazione romana… La croce è stato lo strumento di colonizzazioni micidiali; tanto da permettere agli europei il piú grande sterminio dell’umanità: quello delle Nazioni delle americhe e la deportazione delle nazioni africane e le stesse schiavizzate oltre oceano!
L’indipendentismo riconosce ad ogni Nazione di vivere nella propria libertà come grande diritto inviolabile. Come già la Carta dell’Onu sancisce difronte al mondo intero IL DIRITTO DEI POPOLI AL PROPRIO AFFRANCAMENTO ED ALLA PROPRIA AUTODETERMINAZIONE. Per questo avvolte penso che se duemila anni fa mi fosse trovato difronte a Pilato che mi chiedava: "Gesú o Barabba?" forse anch’io avrei gridato:"Barabba!"
Capisco che con queste parole mi attiro addosso tutte le antipatie della Chiesa Romana, ma tale organizzazione, erede dell’Impero Romano, già lotta l’indipendentismo dei Popoli perciò meglio nemici palesi che occulti. (Faccio notare che sono credente e anche in Cristo non strumentalizzato politicamente ma come messaggio d’Amore) Non vi è contraddizione perché l’ideale di ogni indipendentista è l’Amore tra le Nazioni nel rispetto e nello scambio senza prevaricazione del piú forte sul piú debole!
L’Onu garantisce l’autodeterminazione dei popoli? O è un’arma in mano all’iperialismo americano per fornire l’alibi ad ogni suo intervento autoritario e bellico su Popoli inferiori?

Alphonse Doria



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domenica, 23 gennaio 2005
Noi Siciliani

di Alphonse Doria (1996)



Questo testo, uscito sul "numero unico" del giornale "Noi Siciliani", è una testimonianza dell'entusiasmo e del valore che caratterizzò l'esperienza della disciolta "Federazione Noi Siciliani" (1995-1996).

Per Noi di "Terra e LiberAzione" la Battaglia politico-elettorale del 1996 (con quasi 100.000 voti e 400 attivisti) costituisce, nel bene e nel male, una pietra miliare.

La disciolta prima "Federazione", per chi sta tuttora continuando il Cammino di R/Esistenza lontano dal personalismo elettoralistico, determinò un nuovo punto di partenza.

La ricordiamo ora, e non a caso, non come una occasione perduta, ma come una miniera di insegnamenti per l'oggi e per l'Avvenire.

©Marzo 2001. Terra e LiberAzione



NOI SICILIANI

Non v' era piú brutto di essere isolato e snobbato, a volte frainteso, incompreso (e spesso volontariamente da chi non voleva intendere). Ripetevo, quando capitava: "Nuatri Siciliani semu un populu nobili...laborioso, pieno di genialità e lo siamo sempre stati. La nostra Sicilia è una Nazione autentica e non riconosciuta". Mi veniva risposto: "Noi siciliani semu lagnusi, non abbiamo il concetto dell'impresa". Rispondevo paunazzu in faccia: "Ma come? Se in ogni parte del mondo trovi Siciliani che lavorano, comu semu lagnusi: ca na tecchia di pani nni lu jemu a circari n' culu a lu diavulu!" (fino in culo al mondo). E quello, con tono piú pacato, come chi ascolta un bambino ed è tollerante, taglia cosí: "Ma tu chi vò fari comu a Bossi?". Frenando il mio impeto rispondevo: "E che c'entra Bossi? Lui vuole unire alla Germania le industrie del Nord e separarsi dal Sud perché lo ritiene zavorra...ma questo, a parte le falsità sulla zavorra, lo stanno facendo da sempre, con o senza Bossi. Il mio discorso è diverso. La Sicilia è una nazione perché Noi Siciliani, nel bene e nel male, siamo uniti da storia, tradizioni, mentalità, linguaggio...e un Siciliano, nel suo profondo, rimane tale anche se nascesse n'culu a lu diavulu! E ora che parliamo questa specie di italiano, facciamo tanti errori di grammatica e usiamo parole letterali perché pensiamo in Siciliano. E poi, quello che vuole Bossi lo abbiamo già con l'Autonomia, anche se l'Autonomia senza l'Autodeterminazione è come avere una lavatrice e non avere la corrente elettrica". A questo punto quello si incazza pure lui e se ne esce con una frase ché si capisce il senso raccogliendone una parola ogni tanto: "Ma chi dici?...allura la colpa è nostra...la corruzioni...la mafia...fa silenziu...ma chi dici!".

Immaginatevi che con questa persona avevamo avuto sempre discussioni cordiali. Immaginate pure che attorno a noi si era creata una corona di persone, fortunatamente senza capobranco, e ogni tanto sentivo dire "è pazzu!", ed io urlando sempre più forte per coprire il mormorio: "la corruzione è un male, ma è stata anche la nostra autodifesa, perchè all'Italia non abbiamo mai creduto, nè potevamo crederci! La mafia è la miseria che lo Stato italiano ha voluto per negarci la Libertà!".

Ogni volta che parlavo di questa nostra Sicilia, pressappoco, finiva sempre cosí.

Un giorno un mio amico si presenta ad Agrigento con un volantino intitolato"Noi Siciliani" in fotocopia formato A3 (fatto a Catania dal gruppo <>) dicendomi: "Leggi!". Ed ho letto, mi ci sono ritrovato, ho capito che non ero solo io il "pazzo". Telefono subito a Catania e da lí mi mettono in contatto con tanti altri fratelli di lotta della mia provincia. La gioia è tanta!

Ma l'incontro piú importante, piú emozionante, avviene a Randazzo il 17 giugno di quest'anno. Vedere sventolare la nostra Bandiera, gialla e rossa con la Trinakria, sentire il vero significatro della parola Terra Sacra, baciare le pietre laviche del glorioso e umile monumento ai caduti per la Libertà della Nostra Sicilia...Guardavo le facce, ascoltavo le parole...mi scoprivo in ognuno di loro. E tutti quei ragazzi e quelle ragazze, e quelli con le chitarre e quelli coi fazzoletti gialli e rossi...Lí era caduto col fucile in mano Antonio Canepa, il professore guerrigliero. Lí i nemici della Sicilia hanno fermato la Storia, hanno negato la Libertà al Popolo Siciliano. E da lí si riprendeva un cammino. La memoria sepolta del mio DNA veniva fuori, si riaccendeva come una fiaccola e armonizzavo meglio con la vita tutta. Giurare fedeltà alla Carta Costituente della Federazione "Noi Siciliani", è stato come un sogno che diveniva realtà. E ora siamo in tanti a sognare e ogni giorno siamo di piú a gridare che questo triangolo in mezzo al mare dove si incontrano l'europeo, l'africano e l'asiatico; dove ogni sasso è testimone di civiltà; dove ogni Siciliano vero è tuttuno con la sua Terra; questo triangolo in mezzo al mare dove dimorano gli Dei; questo triangolo non può essere quello che pubblicizzano da cinquantanni: una terra piena di odio e di morte. I Siciliani siamo un Popolo pacifico, forse troppo! Ora lottiamo per Noi, per questi nostri figli...E chi ha paura, invitiamolo a venire con Noi, a ballare coi lupi.

Primavera 1996. Alphonse Doria
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