(PARTE PRIMA CAPITOLO SECONDO Pagina 298)
“Perché l’uva?”
“Perché?... Perché pretendevano il consenso reale all’istituzione del maiorasco! E non avendolo ottenuto si sono buttati coi sanculotti!... Il consenso reale!... Come se non ci fosse un certo articolo 948 nel Codice Civile che canta chiaro!” E sempre rivolta al ragazzo, il quale la guardava con gli occhi sgranati, recitò, gestendo con un dito e cantilenando: “Potrà domandarsene l’istituzione (del maiorasco) da quegli individui i di cui nomi trovasi inscritti sia nel Libro d’oro sia negli altri registri di nobiltà, da tutti coloro che sono nell’attuale legittimo possesso di titoli per concessione in qualunque tempo avvenuta, e finalmente da quelle persone che appartengono a famiglie di conosciuta NO-BIL-TA’ nel Regno delle Due Sicilie…”
E’ il preludio alla lettura del testamento. Il Duca riceveva i sanculotti, rivoluzionari, quarantottisti, che don Blasco, mal gradiva. Il quale, poi, uscì dai gangheri quando, in un'altra sala (la sala rossa), il fratello Duca ricevette l'Intendente Ramondino, “Tutto il giorno coi sanculotti e adesso si strofina all'autorità!” (pagina 297) . Questa è la figura del Duca D’Oragua, questo è il nuovo politico che vedremo meglio in seguito. “Son cose che mi rivoltano lo stomaco!...” continua don Blasco. In scena entrano i Giulente, zio Lorenzo e nipote Benedetto, pretendente di Lucrezia, liberali. Sarà importante seguire la metamorfosi politica di Benedetto e l’inganno che subirà, per potere capire le colpe della classe politica siciliana dell’epoca, vedremo in seguito. In prima analisi abbiamo il discorso dell’uva . Il piccolo Consalvo qui è interessato ad un argomento che niente avrebbe a che dividere con un bambino della sua età. E’ lui che chiede il perché. In riferimento alla volpe e l’uva[1], la zia non a caso zitellona, Donna Ferdiananda, spiega al nipote che l’uva è la nobiltà dei Giulente non ottenuta. Ma questo discorso inquieta Lucrezia, la quale di aspetto non proprio attraente, vede in Benedetto, pretendente, una sua possibilità di fuga al triste destino di zitellona, appunto come la zia Ferdinanda. Allora ecco i Giulente non riuscendo ad ottenere il titolo nobiliare per vie giuridiche, rigettano ideologicamente la nobiltà, abbracciando la fede rivoluzionaria dei sanculotti, essendo dei liberali, protagonisti dell’indipendenza siciliana del 1848. Per potere intendere l'istituzione del maiorasco la qual Donna Ferdinanda da mostra di conoscere bene gli articoli di legge che lo spiegano, bisogna intendere l’articolo 947 il quale citava che non si poteva istituire tale diritto senza il consenso del Re. Cosa è questo diritto di maiorasco o maggiorasco? Aveva origine nel XVI secolo, era un diritto istituito di successorio feudale,
per il patrimonio potere essere trasmesso integralmente al parente di grado più prossimo, all'ultimo possessore e, in caso di pari grado, a quello più anziano. Ora per potere accedere a questa istituzione bisognava essere nobili iscritti al Libro d’Oro. Oppure negli altri registri di nobiltà. Per la legge del 5 agosto del 1818 in sostanza, fu istituito per potere aiutare a conservare lo splendore delle famiglie nobili, dando loro un privilegio di esclusività. Che cosa è il Libro d’Oro? Nella nota 1 a pagina 270 e 271 del libro di STORIA DEL DIRITTO[2] del dottor Gaetano Arcieri[3] abbiamo un ottimo contributo su tale testo: “Nel 3 maggio 1800 nell’abolirsi i sedili di Napoli, dov’erano ascritti tutt’i nobili, si formò il registro detto libro d’oro, in cui si riportarono i nomi delle famiglie nobili così Napoli che del regno. I titoli erano principi, duchi, marchesi e conti. Il nome di barone era generico, e dinotava un possessore di feudi. A 2 agosto 1806 con eguale l. si aboliva la feudalità, si conservarono i titoli alla nobiltà, trasmissibili in perpetuo tra discendenti, e trà collaterali fino al quarto grado. Col D. de’ 10 genn. 1812 si conferivano i soli titoli di duchi, conti e baroni. Istituito l’ordine delle Due Sicilia, con l. de’ 24 febb. 1808, il quale fu abolito con l’altro D. de’ 1 genn. 1819, tra titoli di nobiltà col D. de’ 10 genn.1812 fuvvi quello di cavaliere di detto ordine.”
Fu un tema letterario che lo stesso De Roberto nello stesso romanzo ne da ampiezza, con Donna Ferdinanda e il Mugnòs, teatro genologico di Sicilia[4],
“ (…) ella salvò una copia del famoso Mugnòs, Teatro genologico di Sicilia, dove il capitolo «della famiglia de Vzeda» era il più lungo, occupando non meno di trenta grandi pagine. E quelle pagine secche e ingiallite, esalanti il tanfo delle vecchie carte, stampate con caratteri sgraziati ed oscuri, con ortografia fantastica; quella enfatica e bolsa prosa siculo-spagnola secentesca era la sua lettura prediletta, l'unico pascolo della sua immaginazione; il suo romanzo, il vangelo che le serviva a riconoscere gli eletti tra la turba, i veri nobili tra la plebe degli ignobili e la «gramigna» dei nobili falsi.”[5]
Il Cavaliere Don Eugenio con [6]“… la sua Istoria cronologica. Non parendogli che questo titolo sonasse abbastanza, lo aveva mutato in quello di Discettazione Istorico-cronologica … “
Il vero colpo geniale del Cavaliere è: “L'ARALDO SICOLO
consistente nell'istoria documentata dell'origini, sort'e vicende delle Nobili Famiglie
Siciliane da' tempi più oscuri infino al giorno d'oggi: ben tre volumi, di cui il primo testo, il secondo alberi genealogici, il terzo stemmi. Usciranno una dispensa ogni mese. Prezzo d'ogni dispensa: lire due. Associazione all'opera completa, lire cinquanta. — N.B. Chi procura sei soscrizioni avrà diritto a pubblicare il proprio albero genealogico. Chi ne procura dodici avrà tuttosì lo stemma colorato.”
E’ proprio all’inizio della TERZA PARTE del romanzo[7] dove Don Eugenio trova questo espediente per sbarcare il lunario, senza successo, una rivista sulla storia della nobiltà siciliana dopo il Mugnòs e il Villabianca[8]. Riuscì a stampare dopo tante peripezie e vari modi di salire e scendere le scale dei vari parenti, ma i soldi non bastarono così si cinse a stampare il supplemento [9]“Per sollevarsi, tentava un altro colpo: il Nuovo Araldo, ossivero Supplimento all'opera storico-nobiliare. Conmeno pudore e più fame di prima, egli voleva metterci non solo le famiglie dimenticate, ma anche i nuovi nobili, quelli che non si trovavano nel Mugnòs e nel Villabianca, la gente che si faceva dare del cavaliere senza avere titoli autentici, che sfoggiava stemmi più o meno fantastici. Ma per far questo gli bisognavano altri quattrini... “
Qui benissimo possiamo fare il parallelismo letterario con Il Marchese di Ruvolito del grande commediografo Nino Martoglio[10]. Ecco parte della Scena XX finale del Primo Atto[11]:
“IL BARONELLO: Già... Per quanto certi nuovi arricchiti si lusinghino di potere acquistare titoli di nobiltà dando ascolto alle chiacchiere di qualche sfaccendato.
IL MARCHESE (sulle spine, cava di tasca l'orologio ….): Tardi s'è fatto!...
IL BARONE: C'è da ridere veramente! Ci dev'essere qualche mattacchione che si diverte a inventare discendenze cervellotiche e titoli di nobiltà ridicoli, fabbricando stemmi che sono tanti capolavori.
DONNA PRAZZITA (guarda c.s. il marchese ….-poi il barone): .Che mi dice!
IL BARONE: E come'no, signora mia? ...Ci sono dei bottegai nuovi arricchiti che fanno sfoggio di un grande stemma nella loro anticamera e fregiano i loro biglietti da visita di certe corone!... (Al marchese, con intenzione.) Come se bastasse appiccicare una corona qualunque in una carta, per farli entrare nel nostro mondo.
IL BARONELLo: No, papà, in qualche parte serve, a farli entrare.
J.A BARONESSA: Ma dove, scusa?
IL BARONELLO: In gattabuia, mamma cara!... Per abuso di titolo...
IL MARCHESE (pallido, irritato): Non esageriamo, baronello!
IL BARONELLO (con vivacità, quasi con acredine): Vedrà, caro marchese, vedrà!... Un giorno di questi vedrà qualcuno di questi sedicenti nobili andar dentro insieme con colui o coloro che gli avranno venduto del fumo!
IL MARCHESE (con il coraggio della disperazione): E che possiamo sapere, baronello, se per taluni i titoli ci sono davvero?
DONNA PRAZZITA: E già... Che possiamo sapere, per taluni... non tutti, ma per taluni...
IL BARONELLO: Ma che vuol sapere, signora mia!...
IL MARCHESE (incoraggiato): Eh!... bisogna andarci piano, con le smentite!... In un paese come questo, in Sicilia, voglio dire, dove, carissimo baronello, tra dominazione greca, romana, saracena, normanna, longobarda, sveva, aragonese, catalana, angioina, spagnuola... è rimasto un sedimento enorme di nobiltà, a spuntare dei nuovi titolati ci vuole niente!... Basta fare un po' di ricerche ... negli archivi...
IL BARONE (aggressivo, anche perche ha notato che donna Prazzita è ancora disposta a prestar fede): Dentro quali archivi, marchese!... Voi ccu mia parlate, non parlate con delle donnaccole ignoranti!...E dovreste essere di quelli -voi, marchese autentico, e di che sorta di nobiltà antica e genoina -dovreste essere di quelli, ripeto, che si uniscono a noi per far cessare questa goffa e deplorevole gazzarra!... Per la tutela e il decoro della nostra casta!...
IL BARONELLO (continuando nel tono del padre): Il giorno in chi il procuratore del Re avrà spiccato mandato di cattura contro uno di questi pretesi nobili e avrà fatto sequestrare stemmi e carte con corone e titoli inventati e portati abusivamente, questa fregola di volere apparire titolati cci passerà a tutti, credetelo!... Ognuno al suo posto!”
Martoglio merita un posto di grandissima evidenza per la letteratura ufficiale. Mi preme dire che le sue opere tutt’oggi sono assolutamente vive nel Popolo Siciliano. E’ stato un regista, sceneggiatore, scrittore e poeta italiano. Martoglio è un grande poeta e drammaturgo in lingua Siciliana , a pari di Goldoni o De filippo. Così si espresse Pirandello: "Martoglio è per la Sicilia quello che Di Giacomo e il Russo per Napoli, il Pascarella e il Trilussa per Roma, il Fucini per la Toscana, il Selvatico e il Barbarani per il Veneto: voci native che dicono cose della loro terra, come la loro terra vuole che siano dette per essere quelle e non altre, con il sapore e il calore, l’aria, l’alito e l’odore con cui viviamo veramente e si gustano e si illuminano e respirano e palpitano lì soltanto e non altrove". Anche Vittorio Emanuele Orlandi lo definisce il Goldoni Siciliano. Le sue opere sono ancora vive sia nei film ma anche nei teatri. I giovani nelle scuole, si cimentano con San Giovanni decollato, o con altre opere del Martoglio per avere il sicuro effetto di pubblico senza rischio. Mi piace immaginare la Via Etnea di questa straordinaria Catania dove era molto probabile che passeggiando Martoglio si potesse incontrare con il De Roberto, Verga, Capuana e altri. Nelle opere di Martoglio, sia teatrali che poetiche, vi è il verismo autentico, l’esempio preso in questione calza perfettamente, la scelta della lingua siciliana, che non è dialetto, non è parlata, ma lingua, daforza e anima ai personaggi, questa è stata la grande virtù artistica e il caro prezzo che pagano le sue opere.
Ritornando all’opera in questione, i Giulenta sono nobili o ignobili? Spunta un Libro Rosso[12] e i nobili di toga e quelli di spada.
Realmente tutti possiamo essere nobili come chiarisce il Marchese di Ruvolito che fantasticamente inserisco in questo dibattito, tralasciando i nobili d’animo, vi sono le nuove associazioni araldiche dove si possono avere questi servizi per chi cerca ancora una sua origine nobiliare magari trascurando la vera nobiltà che si vive tutti i giorni:
[13]“Pratiche per il riconoscimento e la concessione di Titoli Nobiliari e Cavallereschi;
Aggiunzioni e Cambiamenti di Cognome;
Cognomizzazione di predicati nobiliari;
Oggettistica con Stemma (biglietti da visita, carta da lettere, quadri, anelli a sigillo, piatti da muro, ecc.);
Se desiderate ricevere un preventivo gratuito sulle ricerche che lo Studio Araldico Genealogico Guelfi Camaiani può svolgere sulla Vostra famiglia.”
Giustamente basta pagare! Niente di nuovo, moderni Cavaliere Don Eugenio e Marchese di Ruvolito.
Un richiamo all’opera di Leonardo Sciascia Il Consiglio d’Egitto[14]mi sembra necessario. Anche in questa opera il tema è la nobiltà siciliana e la sua autenticità. L’Abate Vella tramite un inganno fa credere che è in possesso delCodice diplomatico degli Arabi in Sicilia, realmente è un antico Corano e basta. Riesce a fare credere tramite la credulità di un nobile che è in possesso del Codice di Sicilia,documento storico in arabo dove sono chiari gli accordi tra la Corona e i nobili siciliani sulla distribuzione di terra e di potere. Sta alla traduzione dall’arabo dell’Abate Vella segnare, di legittimità storica, di autentici diritti di possesso, l’aristocrazia siciliana. Una piccola parentesi per dire come Sciascia, con ironia, pur avendo scritto un romanzo storico, lancia il sospetto come può divenire strumento fallace della storia.
[2] STORIA DEL DIRITTO per servire d’introduzione allo studio delle leggi civili e del diritto amministrativo con la successione dei Giuriconsulti ed Interpreti del Diritto Romano, seguita da un comentario delle leggi regge pontificali e decemvirali (Studj legali ovvero istituzioni di dritto civile moderno secondo l'ordine ...) Del dottor Gaetano Arcieri – VOLUME UNICO- STABILIMENTO TIPOGRAFICO PERROTTI – NAPOLI 1853
[3] Giuricunsulto nato a Castelluccio e trasferitosi a Latronico nel 1818, Accademico Florimentano, Socio corrispondente della Società Economica di Basilicata, fu letterato, poeta e uomo politico.
[4] Teatro genologico delle famiglie nobili, titolate , feudatarie ed antiche del fedelissimo regno di Sicilia viventi ed estinte scritto da Filadelfo Mugnos nato a Lentini, 1607 morto a Palermo il 28 maggio 1675.
[5] PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 330
[6] PARTE SECONDA CAPITOLO PRIMO Pagina 441
[7] PARTE TERZA CAPITOLO PRIMO Pagina 552
[8] Sicilia Nobile – Diario Palermitano del 1743 -1802- Scritto da Gaetani Francesco Maria Emanuele Marchese di Villabianca (1720-1802) nell’opera vi sono disegnate e colorate oltre duemila stemmi.
[10] Nato a Belpasso, 3 dicembre 1870 –morto a Catania il 15 settembre 1921, mistriosamente precipitò nella tromba dell’ascensore nell'ospedale dove era ricoverato il figlio.
[11] TEATRO DIALETTALE SICILIANO Nino Martoglio I civitoti in pretura – Il Marchese di Ruvolito Gruppo Editoriale Martin & C. luglio 1993 14, V. Gutermann 10063 PEROSA ARGENTINA (TO) Pagine 88 e 89
[12] Vi è notizia di tale volume nella biblioteca comunale di Caltanisetta, importante, pure, per i chiarimenti sui complessi rapporti tra Chiesa, famiglie ed amministrazione pubblica e privata.
[14] Il Consiglio d'Egitto di Leonardo Sciascia Adelphi, Milano 1989