domenica, 22 novembre 2009
404 - Vitrura allimati d’u mari
Alphonse Doria
 
BASTARDU
 
Cudiava
Cu dda taljata
E aspittava na carizza,
curriva di cca e di dda
pi po’ turnari a taliarimi,
‘ncerca d’u’ cunsensu,
di tecchia d’affettu
complici di u’ jocu bonu,
cagnuleddu bastardu senza patruni,
ca ‘ncuntravu ni na strata.
E c’u sapi chiddu chi c’è
Narrè d’occhi
Chini di silenziu?
Pari ca hannu suffrutu abbastanza
Pi na vita passata,
 pari ca cercanu ‘n’ogni omu
ddu tecchia di bonu
pi scavallu fora,
pi ‘un farini ricadiri
O perdiri
Ni n’a vita d’un cani
C’un cori pintutu.
 
TRADUZIONE
 
BASTARDO
Scodinzolava
Con quella espressione …
E attendeva una carezza,
una corsa qua e la
per poi tornare a fissarmi
in cerca di un consenso,
di un po’ d’affetto
complice di un gioco buono,
cucciolo bastardo senza padrone
incontrato per strada.
E chissà mai chi ci sia
Dietro quegli occhi
Pieni di silenzio?
Sembrano di avere già sofferto
Una vita vissuta,
sembrano cercare in ogni uomo
quel tanto di buono
da scavargli fuori
per non farlo ricadere
o perdere
in un corpo di cane
con un cuore pentito.
 
 
 
 
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categoria:i vetri limati dal mare 1990-94
sabato, 21 novembre 2009
(PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 310)
“Ai Benedettini, infatti, c'era un regno da conquistare: l'Abate era una potenza, aveva non so quanti titoli feudali, un patrimonio favoloso da amministrare: le antiche Costituzioni di Sicilia gli davano il diritto di sedere tra i Pari del Regno!”
 
Siamo nel terzo capitolo della prima parte, dove l’Autore spiega i meccanismi comportamentali dei personaggi portanti della storia. L’atteggiamento tirannico della principessa Teresa la quale pagò di entrare in quel casato a caro prezzo con la sua dote. Il comportamento di Don Blasco di Teresa, cognato, che si ribellò alla costrizione dell’abito, con l’irruenza e il volere arruffare dalla vita più possibile perché maltolto ingiustamente. Don Ludovico, figlio della principessa, che è stato derubato della sua posizione e costretto come lo zio ad entrare nel San Nicola, perché la madre ha voluto privilegiare il fratello Raimondo. Don Ludovico fu costretto con una azione continua fatta di pressioni psicologici, lasciandogli intravedere gli aspetti economici disastrosi della famiglia. Anche Ludovico, come lo zio, vuole riavere il maltolto, ma sceglie un’altra strada quella più ragionata, trincerandosi nell’umiltà, nell’osservare il gioco delle parti, per raggiungere infine il posto di Abate e riavere così la potenza che l’era stata rubata. Don Ludovico e Don Blasco, nellaloro opposta diversità, in fondo all’anima sono simili, nella rabbia interiore. Qui possiamo notare l’aspetto psicologico che l’Autore riesce ad inserire nei meccanismi letterari dei suoi personaggi, dando una svolta moderna e positivistica alla letteratura. L’attenzione, di quando sopra evidenziato, è rivolta all’aspetto storico che i Benedettini hanno avuto in Sicilia. La venuta dei Benedettini in Sicilia non ha una data ben precisa, ma comunque la loro opera, si è subito manifestata contro i miti “pagani”, causando l’articidio di opere statuarie, architettoniche e pittoriche. Poi lentamente durante i secoli, con la collaborazione dei Carmelitani maggiormente, la loro opera di cancellazione della memoria religiosa del nostro Popolo è continuata con le leggende, la cristianizzazione dei miti e delle loro celebrazioni. Una data si può fissare ed è quella di San Placido, uno dei due principali discepoli di San Benedetto da Norcia, l’altro fu Mauro. San Placido fu decapitato nel 541 a Messina dai saraceni comandati da un certo Mamucha. Mandato in Sicilia da San Benedetto fonda il monastero in località Calonero[1] dove diventa Abate[2]. Tutta la storia è intrisa di leggenda e di diverse versioni contraddittorie. Le regole benedettine furono seguite pure dai seguaci di San Calogero. Eremita[3] dello stesso periodo storico, nero, giustificato questo colore da un errore dei Gesuiti cambiando il nome di provenienza da Calcedonia[4] a Cartagine[5]. In realtà abbiamo molte affinità con la sfortuna di San Placido, e la fortuna di San Calogero. Il primo quasi dimenticato dai Messinesi pur essendo loro padrone tanto che nessuno darà il suo nome ai propri figli perché chiamasi Placido chi è “babbu”, dato che questo s’intende a Messina con questo nome. Questo santo di carnagione bianca non impersonava per niente il forte mito animista del dio Vulcano. Ecco che da Calonero si arriva a San Calò (nero) il quale la Chiesa collega direttamente ad una leggenda relativa al vulcano. Nei Dialoghi di Papa Gregorio I[6], si legge che il Santo è vissuto a Lipari dove curava gli ammalati con le acque solfuree e proprio qui avrebbe avuto la visione dell'anima del re Teodorico (morto il 526) scagliata nel cratere dell'Isola di Vulcano[7] il giorno stesso della morte di quest'ultimo.  San Calogero è solo uno dei tanti santi neri della Sicilia, insieme ai vari crocifissi.Tralasciamo l’aspetto della missione dei Benedettini in Sicilia incaricata da Gregorio Magno, dove era stato prima di divenire papa[8]. Il Popolo Siciliano ancora oggi, a volte, inconsciamente vive un sincretismo religioso, lo possiamo notare in alcune manifestazioni artistiche o popolari[9].
Si ha notizia dei benedettini a Catania con il monastero di San Vito che sorgeva vicino Paternò, non si sa con esattezza l’anno di fondazione ma una lettera del marzo 604 di papa Gregorio Magno ne da notizia. In tale lettera scritta al vescovo di Catania si legge un richiamo all’ordine affinché cessassero le sconcezze eccessive che i monaci consumavano. Era sicuramente grande e ricco, appunto il papa scrive: tantum monasterium. Sicuramente il palazzo signorile del barone di San Vito sorge nel 1861 sopra gli stessi ruderi e ristrutturazione di essi. Altra data importante è il 1091 quando il vescovoAnsgerio I di Catania chiama alcuni monaci benedettini dal monastero di S. Eufemia in Calabria. I quali buon lavoratori della terra riuscirono a trasformare in giardino apprezzamenti di boscaglie sabbiosi, tanto che nel 1136 Enrico conte di Policastro donò a questi monaci la piccola chiesa di S. Leone. In seguito il figlio Simone donò la chiesa di San Nicola dell’Arena, chiamata così per la presenza della sabbia vulcanica che sovrasta quelle terre, appena sotto la chiesa di San Leone. Grazie alla regola di questi benedettini di ammettere al noviziato solo i giovani provenienti di famiglie rinomate il monastero divenne sempre più ricco per le cospicue donazioni. E non solo di terre e beni, ma anche a livello culturale, diventando un centro importante e sovrabbondante di libri. Nemmeno la distruzione nel 1693 con il terribile terremoto, fermò questo punto di attrazione culturale, dopo la ricostruzione del Monastero la sua biblioteca nel corso degli anni divenne sempre più ricca.
            Il convento benedettino è una delle tre location importanti dove si svolgono quasi interamente le vicissitudini de I Vicerè. De Roberto conosce pienamente gli ambienti del San Nicola perché frequentatore quotidiano nei cinque anni degli studi tecnici ottenendo il diploma di ragioniere, poi come esperto bibliotecario[10] nel 1885. Nella nomina si legge il motivo per "chiara fama", al suo interessamento ai beni culturali di Catania. Molte furono le lamentele per le sue continue assenze, tanto da ricevere continue rimostranze e lamentele da parte del sindaco. Siccome la vita di noi uomini è abbastanza bizzarra, proprio l’ultimo scritto del De Roberto, dodici giorni prima della sua dipartita, riguarda appunto: La Biblioteca Ursino [11] a conclusione di vari articoli dedicati al patrimonio dei beni culturali e artistici di Catania. Un ambiente pieno di spirito che ha nutrito la sua anima, tanto da farne riferimento importante nelle sue opere come la novella del 1887 Donato del Piano[12], dove la musica di quest’organo fa da protagonista nella mite pazzia del protagonista carico delle ansie dell’Autore. Lo stesso De Roberto scrive in una pagina di diario appena quindicenne l’incubo avuto suggerito dai lunghi corridoi e l’ambiente del monastero benedettino. Ho trovato traccia di tale pagina nello scritto del professore Antonio Di Grado[13]Federico De Roberto e il monastero dei Benedettini”[14]:
 Questa notte fo un brutto sogno. Prima mi sembra che (non so perché) gli scolari nudi con pugnali in mano si fanno profonde ferite. Questa scena mi fa orrore. Poi il maestro di storia per esame vuole che gli dica tutta la Storia. Inoltre che tutti gli scolari uscendo trovino nei corridoi del convento (S. Nicola) una signorina e che la assassinano. Credo che io ed Emery abbiamo preso parte a questa uccisione. Poi uscendo credo vedere un quartiere di truppe come quello di Milazzo. Trovo un soldato che mi dice volermi il caporale di guardia. Dopo molto tempo mi dice che sono incolpato dell’assassinio. Mentre dice ciò mi sveglio.”
Stati d’animo, sensazioni che leggeremo in seguito con Consalvo, l’immagine riflessa dell’Autore.
Come abbiamo visto, non solo i Benedettini erano ricchi e cultori dello studio ma anche potenti, per l’appunto De Roberto scrive: “le antiche Costituzioni di Sicilia gli davano il diritto di sedere tra i Pari del Regno”.  I privilegi dei Benedettini risalgono con Guglielmo II nel sec. XII quando fa costruire il Duomo con chiostro e tempio nel parco caccia sulle falde del Monte Caputo. Chiamò i frati Benedettini dando loro l’incarico di diffondere il cristianesimo, conferendo molti feudi e privilegi. Trasforma l’abbazia in Arcivescovado assegnando sia i poteri civile che giudiziari oltre naturalmente quelli religiosi. Già nel primo Parlamento Siciliano del 1097 riunitesi per la prima volta a Mazzara del Vallo convocata da Re Ruggero si evinge la presenza dei Benedettini.  Era costituito da tre rami: Feudale, Ecclesiastico e Demaniale. “Il ramo feudale era costituito dai nobili rappresentanti di contee e baronie, il ramo ecclesiastico era formato da arcivescovi, vescovi, abati e archimandriti, mentre il ramo demaniale era costituito dai rappresentanti delle 42 città demaniali della Sicilia”. Così anche per le altre costituzioni siciliane, fino ad arrivare alla Costituzione del 1812 dove vi era segnata la presenza nella Camera dei Pari agli ecclesiasti e del 1848. Sempre più evidente la storia della Sicilia, nella sua peculiarità, di nazione portatrice di progresso nella storia dell’umanità quando si legge in un opera come I Vicerè di antiche Costituzioni di Sicilia.


[1] Si trova in provincia di Messina il suo feudo di 35 ettari è stato ristrutturato nel XIV secolo passò al Demanio dello Stato dopo l’unità di Italia con la legge dell’8 luglio 1866 inseguito fu acquistato dall'Amministrazione Provinciale e adesso è adibito a scuola agraria.
[2]  Una notizia abbastanza ufficiale e storica la troviamo nel libro San Placido Calonerò fu fondato nel 1363 dai benedettini sull’impianto dell’antico castello del conte Andrea Vinciguerra che ai religiosi aveva donato il feudo di San Domenico, un territorio molto ricco di acque, detto appunto Calonerò dal greco Kalòs Nerò, (belle acque). Urbano VI lo elevò ad Abbazia il 5 luglio del 1368.” curato dal Prof. Alberto Cacciola, presentato il 21 aprile del 2009 a Messina, il quale scrive: “ …
[3] San Calogero (Calcedonia, 466  Monte Cronio, 18 giugno 561) fu un monaco eremita, venerato come santo dalla Chiesa Cattolica e da quella Ortodossa.
[4] Il termine greco Chalkkidonos
[5] Il termine greco Karchidonos.
[6]Detto Gregorio Magno nato a Roma, 540 circa dove morì il12 marzo 604, fu il 64° papa della Chiesa cattolica, dal 3 settembre 590 alla sua morte. Venerato come santo e dottore della Chiesa.
 
[7] frazione di Lipari è un'isola di 21 km quadrati facente parte delle Isole Eolie. Gli abitanti vengono chiamati vulcanari.
[8]Dalla Nota n°2 della novella (stesso autore, scritta nel 28 aprile 2002) L’ARDIMENTOSO AMORE DEL MAESTRO GIUSEPPE ADDAMO: “E’ molto significativa una tela centinata, cm. 273x327, al museo nazionale di Messina, d’Agostino Scilla, dove è raffigurato S.Benedetto che ordina la distruzione degli idoli, una vera furia articida, che si abbatté in Sicilia. In sostanza l’idolatria non è l’adorare questo o quell’idolo, ma l’asservimento spirituale e la deificazione a idee a parole e a cose, sia immagini, siano clubs sportivi, sia ideologie politiche, sia la religione stessa.” Agostino Scilla nasce a Messina nel 1639 muore a Roma il 1700. 
[9] Interessante la tesi riscontrata dallo studente  Giuseppe Doria nell’analisi del film MALENA di Giuseppe Tornatore: “Grandi eventi epocali che sono messi in diretto rapporto con la voce narrante dell’adolescente protagonista Renato, il quale viene stravolto da una guerra interiore che gli farà prendere coscienza del proprio corpo e della propria sessualità grazie ad una dea: Malena! La dea Madre, Madre Terra, Astarte, Demetria, Cerere, con il suo corpo giunonico è il simbolo della fertilità, è l’ idealizzazione della donna. Non a caso Renato nella Madonna Addolorata, durante la scena della processione, vede Malena. In un autentico sincretismo, come enuncia Plutarco, la Madonna Addolorata con il suo manto nero di stelle in cerca del suo figlio straziato Gesù, è la Iside cristianizzata portata in processione in cerca del suo amato Osiride, ucciso e smembrato da Seth. Malena piange la morte dell’amato marito, anche lei senza il suo corpo. Iside nel II secolo d.C. a Roma, per la festa in suo onore veniva chiamata regina coeli , notizia tratta dall’Asino d’oro di Apuleio.Lo stesso titolo, Regina dei cieli, viene dato appunto a Cerere, Venere, Persefone ed ora alla Madonna. Questo è ciò che avviene nella riserva mentale (sicilianità) di Renato quando vede in Malena la Madonna.. E anche quando si vedono in Sicilia le varie processioni con i crocifissi e i santi neri, raffiguranti il dio nero Adrano (l’Etna), ci chiediamo se, i siciliani, abbiamo mai smesso di nutrire l’atavico sentimento religioso animista. Lo stesso nome Maddalena, richiamando all’ omonima del Vangelo, è in perfetto parallelismo con la demonizzazione della sua bellezza e con la considerazione di prostituta. Comunque sia Gesù dell’Addolorata, sia Osiride di Iside che Nino Scordia, il marito di Malena, resuscitano, in un modo o nell’altro ritornano in vita.
Nel Vangelo di Luca (8,2-3) , quando Maria Maddalena viene nominata per la prima volta come accompagnatrice di Gesù, scrive: “Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demòni”. Anche  il culto della dea Madre comportava un’ iniziazione in sette fasi, e proprio Maddalena ha unto con il nardo Gesù facendone il Cristo. Questo ci fa pensare ad un diretto parallelismo dei due casi.Non sappiamo, e a questo punto non interessa sapere, se Tornatore ha voluto esprimere questo concetto, ma spesso negli autori siciliani avviene anche in maniera involontaria, si tratta di immagini conservate nella memoria collettiva. Comunque è chiaro che dal neolitico ad oggi la Grande Madre è in pieno sincretismo con la stessa terra di Sicilia.
Corso di Laurea Specialistica in Cinema Televisione e Produzione Multimediale A.A. 2008/2009 Tesina per l’esame di Studi Culturali Prof.ssa Sara Pesce Il “Principio” della rassegnazione siciliana.
 
[10]Nella storica biblioteca dei padri benedettini, poi passò al Demanio dello Stato con la legge dell’8 luglio 1866 fu trasformata in Civica e infine nelle Biblioteche riunite "Civica e A. Ursino Recupero". La presa di possesso da parte dello stato fu però nel febbraio del 1867.
[11] La Biblioteca Ursino, «Il giornale dell’Isola», Catania, 8 luglio 1927
[12] Donato del Piano è il costruttore dell’organo nel 6 maggio 1755 – posto in cantoria ed addossato alla parete di fondo dell'abside della Chiesa di San Nicola.
[13] Antonio Di Grado, ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Catania, ritenuto uno dei maggiori studiosi del De Roberto.
[14]http://www.ivicere.it/cv/Benedettini.html giorno 4 ottobre 2009 ore 10,53
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giovedì, 19 novembre 2009
 (PARTE PRIMA CAPITOLO SECONDO Pagina 304)

“Perché?” proruppe don Blasco guardandolo nel bianco degli occhi, quasi volesse

mangiarselo vivo, quasi non potesse entrargli in mente l'idea di una sciocchezza come quella del nipote, d'una ingenuità tanto balorda. “Per questo!” e giù una mala parola da far arrossire gli antenati dipinti; poi, voltate le spalle a quel pezzo di babbeo, corse dietro al marchese: “Rovinati, spogliati, messi nel sacco!” gli spiattellava, ficcandogli quasi le dita negli occhi.

Il “perché” era stato lanciato dal fratello del Principe Giacomo Don Ferdinando. Questa scena avviene dopo la lettura del testamento. Don Blasco critico a quel documento, cerca di aizzare, il mite nipote, che nel romanzo ha un ruolo di autentico sprovveduto. Ho evidenziato questa parte perché mi ha colpito l’umorismo derobertiano. Don Blasco ha una mimica veramente comica, soprattutto nella sua irruenza, accompagnata dalla meccanica letteraria. Prendiamo in analisi la distanza tra le due parole pronunciate da Don Blasco: “Perché?” e“Per questo!”, Vi è l’aggressiva reazione del benedettino che fissa dentro agli occhi Don Ferdinando, lo sovrasta con tutta la sua mole come se volesse mangiarselo vivo, mentre il nipote non capisce. L’Autore complice, fa da spalla al personaggio, definendo quella incomprensione caratteriale  … una ingenuità tanto balorda. A volere significare quanto a volte sia stupido il mantenersi puri d’animo, o per meglio dire, semplici. In pieno contrasto vi sono i due personaggi: Don Blasco e il nipote Don Ferdinando, il primo, lo zio, l’esempio evidente dell’uomo furbo e senza riguardi per niente e per nessuno, [1]“Senza paura né di Dio né del diavolo”, il secondo il suo completo opposto. Da questo contrasto nasce l’umorismo derobertiano, fino al punto di diventare comicità pura. Nella risposta di Don Blasco tutti i Siciliani ci immaginiamo quale è quella mala parola da far arrossire gli antenati dipinti. Camilleri oggi l’avrebbe spiattellata forse interamente perché è accompagnata da qualche aggettivo. Lo stesso, si può dire, per gli antenati nei quadri che arrossiscono. Vi è una interazione tra il reale della scena e la proiezione nell’irreale dei quadri dipinti. Sembra far pensare ad uno sketch  hollywoodiano. Molti sono gli spunti umoristici in tutto Il Ciclo degli Uzeda, ma non bastano ad alcuni critici a fargli togliere dalla loro cognizione di opera mattone. La vera censura su I Vicerè  è questo falso passa parola atto a terrorizzare i probabili lettori.  Salvatore Ferlita[2] scrive[3]De Roberto, nei manuali e nelle storie della letteratura, fa spesso la figura dell'eponimo, con poche pagine antologizzate, precedute da chiose critiche striminzite.” Verissimo, De Roberto è l’eponimo di verismo, di romanzo storico e critica al risorgimento unitario italiano, mai di grandezza letteraria, di scrittura viva e divertente. Come lo stesso Ferlita scrive:  [4]E qui lo stile denso e nervoso di De Roberto si fa più incisivo e micidiale, nelle impennate espressionistiche dei dialetti parlati dai fanti.” Uno stile denso di emozioni, ma non riesco ad intendere il nervoso dove sia nella letteratura di De Roberto. Semmai uno stile innovativo poggiato sul vero, che volta le spalle al romanticismo a buon mercato, divenendo tutt’oggi moderno nella sua corposità prettamente storica, nonostante non manca di lasciare al lettore quel dolce navigare anche quando trattasi di racconti cruenti e giustamente narrati con toni adeguati a cedere e comunicare quelle emozioni, non lasciandolo, però, mai nella noia.  Questo è il Verismo Siciliano.  Non ho mai trovato un solo rigo di critica letteraria sull’umorismo di De Roberto eppure dal mio osservatorio è abbastanza evidente.



[1] Pagina 307

[2] è nato a Palermo nel 1974. Ha pubblicato i volumi L’ironia mio vizio mia allegria. L’esperienza poetica di Basilio Reale (2003), Altri siciliani. Scritti sulla letteratura isolana del Novecento (2004), I soliti ignoti. Saggi sulla letteratura siciliana sommersa del Novecento (2005), La provincia letteraria palermitana (2007) e numerosi saggi. Ha inoltre curato la riedizione del romanzo di Antonio Russello La luna si mangia i morti (2003), il volume La Sicilia di Andrea Camilleri tra Vigàta e Montelusa (2003) e la raccolta di saggi di Enzo Siciliano L’isola. Scritti sulla letteratura siciliana (2003). Collabora a “la Repubblica” e al mensile “Segno”. Informazione tratta da:  http://www.digirolamoeditore.com/pagina.asp?tipo=pagina&id=66

[3] De Roberto l' altra faccia dei gattopardi - Tratto da Repubblica — 11 aprile 2006   pagina 12   sezione: PALERMO

[4] De Roberto, i racconti ritrovati - Repubblica — 04 giugno 2009   pagina 1   sezione: PALERMO

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mercoledì, 18 novembre 2009
(PARTE PRIMA CAPITOLO SECONDO Pagina 298)
“Perché l’uva?”
“Perché?... Perché pretendevano il consenso reale all’istituzione del maiorasco! E non avendolo ottenuto si sono buttati coi sanculotti!... Il consenso reale!... Come se non ci fosse un certo articolo 948 nel Codice Civile che canta chiaro!” E sempre rivolta al ragazzo, il quale la guardava con gli occhi sgranati, recitò, gestendo con un dito e cantilenando: “Potrà domandarsene l’istituzione (del maiorasco) da quegli individui i di cui nomi trovasi inscritti sia nel Libro d’oro sia negli altri registri di nobiltà, da tutti coloro che sono nell’attuale legittimo possesso di titoli per concessione in qualunque tempo avvenuta, e finalmente da quelle persone che appartengono a famiglie di conosciuta NO-BIL-TA’ nel Regno delle Due Sicilie…”
E’ il preludio alla lettura del testamento. Il Duca riceveva i sanculotti, rivoluzionari, quarantottisti, che don Blasco, mal gradiva. Il quale, poi, uscì dai gangheri quando, in un'altra sala (la sala rossa), il fratello Duca ricevette l'Intendente Ramondino, “Tutto il giorno coi sanculotti e adesso si strofina all'autorità!” (pagina 297) . Questa è la figura del Duca D’Oragua, questo è il nuovo politico che vedremo meglio in seguito. “Son cose che mi rivoltano lo stomaco!...” continua don Blasco. In scena entrano i Giulente, zio Lorenzo e nipote Benedetto, pretendente di Lucrezia, liberali. Sarà importante seguire la metamorfosi politica di Benedetto e l’inganno che subirà, per potere capire le colpe della classe politica siciliana dell’epoca, vedremo in seguito. In prima analisi abbiamo il discorso dell’uva . Il piccolo Consalvo qui è interessato ad un argomento che niente avrebbe a che dividere con un bambino della sua età. E’ lui che chiede il perché. In riferimento alla volpe e l’uva[1], la zia non a caso zitellona, Donna Ferdiananda, spiega al nipote che l’uva è la nobiltà dei Giulente non ottenuta. Ma questo discorso inquieta Lucrezia, la quale di aspetto non proprio attraente, vede in Benedetto, pretendente, una sua possibilità di fuga al triste destino di zitellona, appunto come la zia Ferdinanda. Allora ecco i Giulente non riuscendo ad ottenere il titolo nobiliare per vie giuridiche, rigettano ideologicamente la nobiltà, abbracciando la fede rivoluzionaria dei sanculotti, essendo dei liberali, protagonisti dell’indipendenza siciliana del 1848. Per potere intendere l'istituzione del maiorasco la qual Donna Ferdinanda da mostra di conoscere bene gli articoli di legge che lo spiegano, bisogna intendere l’articolo 947 il quale citava che non si poteva istituire tale diritto senza il consenso del Re. Cosa è questo diritto di maiorasco o maggiorasco? Aveva origine nel XVI secolo, era un diritto istituito di successorio feudale, per il patrimonio potere essere trasmesso integralmente al parente di grado più prossimo, all'ultimo possessore e, in caso di pari grado, a quello più anziano. Ora per potere accedere a questa istituzione bisognava essere nobili iscritti al Libro d’Oro. Oppure negli altri registri di nobiltà. Per la legge del 5 agosto del 1818 in sostanza, fu istituito per potere aiutare a conservare lo splendore delle famiglie nobili, dando loro un privilegio di esclusività. Che cosa è il Libro d’Oro? Nella nota 1 a pagina 270 e 271 del libro di STORIA DEL DIRITTO[2] del dottor Gaetano Arcieri[3] abbiamo un ottimo contributo su tale testo: Nel 3 maggio 1800 nell’abolirsi i sedili di Napoli, dov’erano ascritti tutt’i nobili, si formò il registro detto libro d’oro, in cui si riportarono i nomi delle famiglie nobili così Napoli che del regno. I titoli erano principi, duchi, marchesi e conti. Il nome di barone era generico, e dinotava un possessore di feudi. A 2 agosto 1806 con eguale l. si aboliva la feudalità, si conservarono i titoli alla nobiltà, trasmissibili in perpetuo tra discendenti, e trà collaterali fino al quarto grado. Col D. de’ 10 genn. 1812 si conferivano i soli titoli di duchi, conti e baroni. Istituito l’ordine delle Due Sicilia, con l. de’ 24 febb. 1808, il quale fu abolito con l’altro D. de’ 1 genn. 1819, tra titoli di nobiltà col D. de’ 10 genn.1812 fuvvi quello di cavaliere di detto ordine.”
Fu un tema letterario che lo stesso De Roberto nello stesso romanzo ne da ampiezza, con Donna Ferdinanda e il Mugnòs, teatro genologico di Sicilia[4],
“ (…) ella salvò una copia del famoso Mugnòs, Teatro genologico di Sicilia, dove il capitolo «della famiglia de Vzeda» era il più lungo, occupando non meno di trenta grandi pagine. E quelle pagine secche e ingiallite, esalanti il tanfo delle vecchie carte, stampate con caratteri sgraziati ed oscuri, con ortografia fantastica; quella enfatica e bolsa prosa siculo-spagnola secentesca era la sua lettura prediletta, l'unico pascolo della sua immaginazione; il suo romanzo, il vangelo che le serviva a riconoscere gli eletti tra la turba, i veri nobili tra la plebe degli ignobili e la «gramigna» dei nobili falsi.”[5]
Il Cavaliere Don Eugenio con [6]“… la sua Istoria cronologica. Non parendogli che questo titolo sonasse abbastanza, lo aveva mutato in quello di Discettazione Istorico-cronologica … “
Il vero colpo geniale del Cavaliere è: “L'ARALDO SICOLO
consistente nell'istoria documentata dell'origini, sort'e vicende delle Nobili Famiglie
Siciliane da' tempi più oscuri infino al giorno d'oggi: ben tre volumi, di cui il primo testo, il secondo alberi genealogici, il terzo stemmi. Usciranno una dispensa ogni mese. Prezzo d'ogni dispensa: lire due. Associazione all'opera completa, lire cinquanta. — N.B. Chi procura sei soscrizioni avrà diritto a pubblicare il proprio albero genealogico. Chi ne procura dodici avrà tuttosì lo stemma colorato.”
E’ proprio all’inizio della TERZA PARTE del romanzo[7] dove Don Eugenio trova questo espediente per sbarcare il lunario, senza successo, una rivista sulla storia della nobiltà siciliana dopo il Mugnòs e il Villabianca[8]. Riuscì a stampare dopo tante peripezie e vari modi di salire e scendere le scale dei vari parenti, ma i soldi non bastarono così si cinse a stampare il supplemento [9]“Per sollevarsi, tentava un altro colpo: il Nuovo Araldo, ossivero Supplimento all'opera storico-nobiliare. Conmeno pudore e più fame di prima, egli voleva metterci non solo le famiglie dimenticate, ma anche i nuovi nobili, quelli che non si trovavano nel Mugnòs e nel Villabianca, la gente che si faceva dare del cavaliere senza avere titoli autentici, che sfoggiava stemmi più o meno fantastici. Ma per far questo gli bisognavano altri quattrini... “
Qui benissimo possiamo fare il parallelismo letterario con Il Marchese di Ruvolito del grande commediografo Nino Martoglio[10]. Ecco parte della Scena XX finale del Primo Atto[11]:
“IL BARONELLO: Già... Per quanto certi nuovi arricchiti si lusinghino di potere acquistare titoli di nobiltà dando ascolto alle chiacchiere di qualche sfaccendato.
IL MARCHESE (sulle spine, cava di tasca l'orologio ….): Tardi s'è fatto!...
IL BARONE: C'è da ridere veramente! Ci dev'essere qualche mattacchione che si diverte a inventare discendenze cervellotiche e titoli di nobiltà ridicoli, fabbricando stemmi che sono tanti capolavori.
DONNA PRAZZITA (guarda c.s. il marchese ….-poi il barone): .Che mi dice!
IL BARONE: E come'no, signora mia? ...Ci sono dei bottegai nuovi arricchiti che fanno sfoggio di un grande stemma nella loro anticamera e fregiano i loro biglietti da visita di certe corone!... (Al marchese, con intenzione.) Come se bastasse appiccicare una corona qualunque in una carta, per farli entrare nel nostro mondo.
IL BARONELLo: No, papà, in qualche parte serve, a farli entrare.
J.A BARONESSA: Ma dove, scusa?
IL BARONELLO: In gattabuia, mamma cara!... Per abuso di titolo...
IL MARCHESE (pallido, irritato): Non esageriamo, baronello!
IL BARONELLO (con vivacità, quasi con acredine): Vedrà, caro marchese, vedrà!... Un giorno di questi vedrà qualcuno di questi sedicenti nobili andar dentro insieme con colui o coloro che gli avranno venduto del fumo!
IL MARCHESE (con il coraggio della disperazione): E che possiamo sapere, baronello, se per taluni i titoli ci sono davvero?
DONNA PRAZZITA: E già... Che possiamo sapere, per taluni... non tutti, ma per taluni...
IL BARONELLO: Ma che vuol sapere, signora mia!...
IL MARCHESE (incoraggiato): Eh!... bisogna andarci piano, con le smentite!... In un paese come questo, in Sicilia, voglio dire, dove, carissimo baronello, tra dominazione greca, romana, saracena, normanna, longobarda, sveva, aragonese, catalana, angioina, spagnuola... è rimasto un sedimento enorme di nobiltà, a spuntare dei nuovi titolati ci vuole niente!... Basta fare un po' di ricerche ... negli archivi...
IL BARONE (aggressivo, anche perche ha notato che donna Prazzita è ancora disposta a prestar fede): Dentro quali archivi, marchese!... Voi ccu mia parlate, non parlate con delle donnaccole ignoranti!...E dovreste essere di quelli -voi, marchese autentico, e di che sorta di nobiltà antica e genoina -dovreste essere di quelli, ripeto, che si uniscono a noi per far cessare questa goffa e deplorevole gazzarra!... Per la tutela e il decoro della nostra casta!...
IL BARONELLO (continuando nel tono del padre): Il giorno in chi il procuratore del Re avrà spiccato mandato di cattura contro uno di questi pretesi nobili e avrà fatto sequestrare stemmi e carte con corone e titoli inventati e portati abusivamente, questa fregola di volere apparire titolati cci passerà a tutti, credetelo!... Ognuno al suo posto!”
Martoglio merita un posto di grandissima evidenza per la letteratura ufficiale. Mi preme dire che le sue opere tutt’oggi sono assolutamente vive nel Popolo Siciliano.  E’ stato un regista, sceneggiatore, scrittore e poeta italiano. Martoglio è un grande poeta e drammaturgo in lingua Siciliana , a pari di Goldoni o De filippo. Così si espresse Pirandello: "Martoglio è per la Sicilia quello che Di Giacomo e il Russo per Napoli, il Pascarella e il Trilussa per Roma, il Fucini per la Toscana, il Selvatico e il Barbarani per il Veneto: voci native che dicono cose della loro terra, come la loro terra vuole che siano dette per essere quelle e non altre, con il sapore e il calore, l’aria, l’alito e l’odore con cui viviamo veramente e si gustano e si illuminano e respirano e palpitano lì soltanto e non altrove". Anche Vittorio Emanuele Orlandi lo definisce il Goldoni Siciliano. Le sue opere sono ancora vive sia nei film ma anche nei teatri. I giovani nelle scuole, si cimentano con San Giovanni decollato, o con altre opere del Martoglio per avere il sicuro effetto di pubblico senza rischio. Mi piace immaginare la Via Etnea di questa straordinaria Catania dove era molto probabile che passeggiando Martoglio si potesse incontrare con il De Roberto, Verga, Capuana e altri. Nelle opere di Martoglio, sia teatrali che poetiche, vi è il verismo autentico, l’esempio preso in questione calza perfettamente, la scelta della lingua siciliana, che non è dialetto, non è parlata, ma lingua, daforza e anima ai personaggi, questa è stata la grande virtù artistica e il caro prezzo che pagano le sue opere.
Ritornando all’opera in questione, i Giulenta sono nobili o ignobili? Spunta un Libro Rosso[12] e i nobili di toga e quelli di spada.
Realmente tutti possiamo essere nobili come chiarisce il Marchese di Ruvolito che fantasticamente inserisco in questo dibattito, tralasciando i nobili d’animo, vi sono le nuove associazioni araldiche dove si possono avere questi servizi per chi cerca ancora una sua origine nobiliare magari trascurando la vera nobiltà che si vive tutti i giorni:
[13]“Pratiche per il riconoscimento e la concessione di Titoli  Nobiliari e Cavallereschi;
Aggiunzioni e Cambiamenti di Cognome;
Cognomizzazione di predicati nobiliari;
Oggettistica con Stemma (biglietti da visita, carta da lettere, quadri, anelli a sigillo, piatti da muro, ecc.);
Se desiderate ricevere un preventivo gratuito sulle ricerche che lo Studio Araldico Genealogico Guelfi Camaiani può svolgere sulla Vostra famiglia.”
Giustamente basta pagare! Niente di nuovo, moderni Cavaliere Don Eugenio e Marchese di Ruvolito.
Un richiamo all’opera di Leonardo Sciascia Il Consiglio d’Egitto[14]mi sembra necessario. Anche in questa opera il tema è la nobiltà siciliana e la sua autenticità. L’Abate Vella tramite un inganno fa credere che è in possesso delCodice diplomatico degli Arabi in Sicilia, realmente è un antico Corano e basta. Riesce a fare credere tramite la credulità di un nobile che è in possesso del Codice di Sicilia,documento storico in arabo dove sono chiari gli accordi tra la Corona e i nobili siciliani sulla distribuzione di terra e di potere. Sta alla traduzione dall’arabo dell’Abate Vella segnare, di legittimità storica, di autentici diritti di possesso, l’aristocrazia siciliana. Una piccola parentesi per dire come Sciascia, con ironia, pur avendo scritto un romanzo storico, lancia il sospetto come può divenire strumento fallace della storia. 
 


[1] La favola di Esopo.
[2] STORIA DEL DIRITTO per servire d’introduzione allo studio delle leggi civili e del diritto amministrativo con la successione dei Giuriconsulti ed Interpreti del Diritto Romano, seguita da un comentario delle leggi regge pontificali e decemvirali (Studj legali ovvero istituzioni di dritto civile moderno secondo l'ordine ...) Del dottor Gaetano Arcieri – VOLUME UNICO- STABILIMENTO TIPOGRAFICO PERROTTI – NAPOLI 1853
[3] Giuricunsulto nato a Castelluccio e trasferitosi a Latronico nel 1818, Accademico Florimentano, Socio corrispondente della Società Economica di Basilicata, fu letterato, poeta e uomo politico.
[4] Teatro genologico delle famiglie nobili, titolate , feudatarie ed antiche del fedelissimo regno di Sicilia viventi ed estinte scritto da Filadelfo Mugnos  nato a Lentini, 1607  morto a Palermo il 28 maggio 1675.
[5] PARTE PRIMA CAPITOLO TERZO Pagina 330
[6] PARTE SECONDA CAPITOLO PRIMO Pagina 441
[7] PARTE TERZA CAPITOLO PRIMO Pagina 552
[8] Sicilia Nobile – Diario Palermitano del 1743 -1802- Scritto da Gaetani Francesco Maria Emanuele Marchese di Villabianca (1720-1802) nell’opera vi sono disegnate e colorate oltre duemila stemmi.
[9] 595
[10] Nato a Belpasso, 3 dicembre 1870 –morto a Catania il 15 settembre 1921, mistriosamente precipitò nella tromba dell’ascensore nell'ospedale dove era ricoverato il figlio.
[11] TEATRO DIALETTALE SICILIANO Nino Martoglio I civitoti in pretura – Il Marchese di Ruvolito Gruppo Editoriale Martin & C. luglio 1993 14, V. Gutermann 10063 PEROSA ARGENTINA (TO) Pagine 88 e 89
[12] Vi è notizia di tale volume nella biblioteca comunale di Caltanisetta, importante, pure, per i chiarimenti sui complessi rapporti tra Chiesa, famiglie ed amministrazione pubblica e privata.
[14] Il Consiglio d'Egitto di Leonardo Sciascia Adelphi, Milano 1989
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martedì, 17 novembre 2009
(PARTE PRIMA CAPITOLO SECONDO Pagina 296)
“Siccome annottava, molti andavano via. Padre Gerbini, quantunque il Priore avesse dato l’esempio, restò ancora un poco a cicalare con le signore; poi se ne andò anche lui. Restò, sbraitando contro i rivoluzionari e la cognata morta, don Blasco, che rientrava sempre l’ultimo al convento.”
Finisce così la scena teatrale del De Roberto, come è iniziata. Protagonista assoluto don Blasco che sbraita contro i rivoluzionari. Iniziò (pagina 292) con “Voglio il resto? Ah, vogliono il resto? Se vogliono il resto non hanno da far altro che chiederlo!...”  Molto teatrale è pure l’immagine dei servi che accendevano le lampade; le finestre chiuse e il calore intollerabile nella sala e il malessere di donna Isabbella
Ad un tratto don Cono esclamò: “Contessa, gran Dio!” Tutti accorsero. Era pallida e fredda, con gli occhi rovesciati e le labbra dischiuse. Suo marito, accorso anche lui con donna Isabella, disse: “Non è nulla… la fatica del viaggio…” E piano, quasi tra sé, mentre la portavano via: “Le solite smorfie!...”
Puro teatro con il personaggio che interagisce con il pubblico esplicitando il proprio pensiero. Quel tra sé si può sostituire con rivolgendosi al pubblico, nella chiusa della scena quasi a richiedere l’applauso.Questa teatralità è assolutamente verghiana e sarà quella che porterà la letteratura siciliana in tutto il mondo, per non offendere nessuno, la “sicilianetà” in tutto il mondo tramite chi assorbì questa eredità in maniera più completa: Pirandello. Teatralità ed umorismo del verismo siciliano furono gli elementi importanti tramandati al grande drammaturgo Pirandello.  Mi sembra giusto a questo punto il contributo del professore Mario Apollonio[1]: [2]“Pirandello matura fra questo divario ([3]). Lo si può ripercorrere, ben inteso per più vie; e dalla filologia universitaria tedesca alla letteratura pubblicistica d’Italia, da una antitesi di simbolismo e di naturalismo al relativismo espressionistico del primo armistizio. Ma la prospettiva teatrale, come ultimo quarto della sua poetica, rivela meglio di ogni altra esperienza il suo destino. Per il rapporto che qui ci interessa, la definizione e l’apporto alla cultura nazionale di una cultura isolana, da un lato par che ripeta in grande, con una prodigiosa assiduità, il passaggio che Verga aveva operato dalla narrativa alla teatrica; dall’altro par che trasporti in una prospettiva mondiale le invenzioni che la sicilianità aveva sollecitato nella cultura italiana.” 
E’ inscindibile la teatralità nella “sicilianetà”, pertanto più l’arte siciliana, in tutte le sue forme, resta fedele alla sua spontaneità naturale più è autentica. L’esigenza di De Roberto di accostarsi al vero stilisticamente, lo porta a risolvere con molti dialoghi, come ho scritto in precedenza. Lui stesso afferma ne I processi verbali[4]: “L’impersonalità assoluta non può conseguirsi che nel puro dialogo, e l’ideale della rappresentazione obiettiva consiste nella scena come si scrive per il teatro”. Questo consente una sperimentazione letteraria straordinaria come già abbiamo notato nell’inizio de I Vicerè. Alcuni non hanno gradito credendo all’efficacia stessa della narrativa derobertiana in qualche parte. Personalmente non ho riscontrato tali nei. In questo caso il concetto è diverso perché più che il dialogo vi è la descrizione e soluzione teatrale di un momento del racconto. Nella semplice narrazione probabilmente si sarebbe perso l’umorismo eccezionale che i personaggi portano.   L’umorismo teatrico derobertiano è molto evidente nella dinamica, pertanto nella ricerca dei verbi. Padre Gerbini (…) restò ancora un poco a cicalare con le signore … Nessun altro verbo poteva descrivere meglio sia la figura di padre Gerbini sia la sua descrizione scenica nel continuo “sparlottare” con le signore indistinto per il resto dei personaggi e per il pubblico oltre il palcoscenico. Non ha importanza l’oggetto della discussione, quale sia l’argomento, perché è funzionale alla scena. Questo è umorismo. Come è umorismo don Blasco e il suo fiottare e tanto di argomenti precisi continui a tormentoni.


[1]  Nato ad Ortano, 28 settembre 1901  deceduto a Milano, 28 giugno 1971) è stato uno storico, accademico. Alla Cattolica di Milano,  nel 1955 presedette la prima cattedra di Storia del teatro in Italia.
[2] STUDI LETTERARI –Miscellanea in onore di Emilio Santini –U Manfredi Editore – Palermo Febbraio 1956 – da: Disegno d’una ricerca sul contributo dei Siciliani alla letteratura d’Italia. Pagina 415
[3] Tra la tragedia in direzione del mondo e la commedia nella direzione dell’uomo.
[4] I processi verbali di Federico De Roberto Edizione Galli Milano 1890,
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lunedì, 16 novembre 2009
(PARTE PRIMA CAPITOLO SECONDO Pagina 292-3)
“In un gruppo di pezzi grossi dove c’erano, fra gli altri, il presidente della Gran Corte, il generale e alcuni senatori municipali, don Blasco continuava a fiottare contro i rivoluzionari e i quarantottisti che minacciavano d’alzar la coda. Non era bastata loro la famosa lezione spiegata da Satriano? Volevano il resto? Sarebbero stati immediatamente serviti!
-Ma la colpa più grande credete forse che sia dei sanculotti o di quel ladro di Cavour? E’ di quei ruffiani che per loro posizione dovrebbero sostenere il governo e invece si mettono con i morti di fame!-
Egli l’aveva principalmente col fratello duce che s’era fitto il capo di fare il liberalone, lui, il secondogenito del principe di Francalanza! Il marchese di Villardita approvava, chinando la testa, giudicando però che i rivoluzionari, con o senza l’aiuto dei signori, sarebbero rimasti cheti almeno per un altro mezzo secolo: la città portava ancora i segni della terribile repressione dell’aprile Qurantanove: non erano del tutto scomparse le tracce del fuoco e del saccheggio, e mezza popolazione piangeva i morti, i condannati all’ergastolo, gli esiliati.
Il priore, tornato a sedere a canto a Monsignore, nel gruppo delle tonache nere, deplorava anch’egli, a bassa voce, l’iniquità dei tempi per via della legge piemontese contro le corporazioni religiose; e don Blasco, nel crocchio opposto:
-Adesso fanno la guerra senza denari! Rubando la Chiesa di Cristo! E quel celebre d’Azeglio? Avete letto il suo sproloquio?...-
 
In questa scena che si presta facilmente al teatro, i personaggi interagiscono in un comune oggetto di discussione politica condita da diversi elementi storici. I personaggi riuniti nel salone, dopo i funerali della principessa, sono autorità pubbliche e del clero. Il protagonista assoluto è don Blasco che De Roberto gli associa il verbo fiottare è un esempio di come l’uso della parola diventa arte, perché in maniera magistrale lo identifica nel carattere, nei movimenti. Fiottare ricorda l’acqua di un mare che ondeggia rumorosa, burrascosa prima e dopo la tempesta, si usa in alcuni casi per i brontoloni. Ecco che l’immagine di don Blasco che fisicamente non sta fermo, come il mare da una parte e l’atra tra i convenuti rumoreggia con le sue affermazioni. La letteratura ufficiale afferma che don Blasco è uno dei personaggi meglio riusciti. Personalmente non lo credo che sia migliore degli altri, affermare ciò è troppo riduttivo per il valore di tutti gli altri personaggi del romanzo, è solo più appariscente, più teatrale, ma è solo un aspetto della nobiltà e del clero di quel momento storico. Sicuramente è piaciuto a tanti che hanno colto il lato critico verso un certo tipo di clero e per tanto lo hanno esaltato maggiormente. Questa personalità irrequieta di don Blasco è dovuta principalmente in quanto vittima delle leggi sul maggiorascato[1] perché fratello minore del principe, perciò intrapresa forzatamente la carriera religiosa e chiuso nel convento benedettino di Catania San Nicola si prendeva tutte le libertà possibili, trascurando in modo assoluto il suo abito religioso, anzi non avendo nemmeno un briciolo di fede. Ripeto, è un solo aspetto del clero del Ciclo degli Uzeda. Il libertinaggio di don Blasco è possibile confrontarlo in un parallelismo letterario con la Monica di Monza de I promessi sposi. Geltrude, dal nome già Manzoni evidenzia il destino segnato alla vita monacale del personaggio, vittima della stessa legge sul maggiorascato, annulla la sua coscienza lasciandosi trascinare in un vortice senza ne morale e ne fede. Il personaggio Geltrude in un confronto con don Blasco ne esce molto più drammatico e per niente grottesco. Anche in don Blasco si nota l’umorismo derobertiano sia per la descrizione del suo movimento ma anche nell’adoperare il termine liberalone per il fratello, denotando l’atteggiamento sarcastico nella posizione politica del Duca D’oragua.
Per l’analisi storica un pezzo grosso è il presidente della Gran Corte, poi il generale ed alcuni senatori municipali. La carica politica di senatore municipale ha avuto il diritto alle elezioni di sei membri al governo municipale insieme al Patrizio e al Capitano di Giustizia nel 1412 sotto Ferdinando I di Castiglia[2]. Lo scrutinio avveniva entro liste molto controllate, osteggiato  e sospeso molte volte, tuttavia legittimava il governo della città. Don Blasco fa una differenza tra i quarantottisti e i rivoluzionari. Mentre i rivoluzionari sono coloro che vogliono sovvertire il sistema, non precisando con quale altro potere sostituirlo. I quarantottisti sono coloro che vogliono restaurare l’Indipendenza Siciliana, la loro rivolta ha un preciso indirizzo politico. Come è stato detto già nella segnatura precedente (Pagina 290) sulla Guerra di Crimea e la possibilità di spodestare i Borboni e così la Sicilia reclamare la propria indipendenza. In questo clima storico e per questo motivo don Blasco asseriva che i rivoluzionari e i quarantottisti minacciavano d’alzar la coda.
la famosa lezione di Satriano[3] Carlo Filangieri, in Sicilia fu chiamato comunemente Satriano. Vi sono anche canti popolari e detti con questo appellativo. Carlo Filangieri ha combattuto per le sue idee liberali con Napoleone e per il suo valore militare fu chiamato dal re borbone Ferdinando I per i moti rivoluzionari del 1820 e ’21. Proprio nel 1818 lo mise a capo della Guardia Nazionale a Napoli e lo nominò principe di Satriano. Nel 1848 fu reinserito nell’esercito napoletano richiamato da Ferdinando II dopo l’allontanamento perché aveva aderito al partito costituzionalista, combattendo contro gli Austriaci. Il re lo aveva chiamato per porre fine all’indipendenza siciliana. Il parlamento rivoluzionario siciliano, ormai era allo estenuo economico. Il 13 agosto 1848 Ruggero Settimo fu per l’appunto costretto alle dimissioni. Mentre Ferdinando II dopo la sconfitta del Piemonte con l’Austria[4] considerò il momento opportuno per riconquistare la Sicilia. Filangieri nominato “Luogotenente generale dei reali domini al di là del Faro” s’imbarcò nella notte del 30 agosto 1848 sulle navi borboniche[5]. Il suo esercito era ben organizzato ed esperto composto da 4.000 uomini, che costituivano il 3° e il 4° Reggimento svizzero, su quattro compagnie di carabinieri, un battaglione di marina e quattro batterie di artiglieria, oltre al servizio sanitario e al suo Stato Maggiore. In aggiunta, altri 14.000 soldati di stanza in Calabria, il 5 settembre, quando la squadra navale fece sbarcare le truppe a tre miglia da Messina. Il maresciallo Pronio teneva il comando del presidio della cittadella, comprendente le truppe regie di Augusta e Siracusa. Cosa si contrapponeva a questa forza militare dal fronte siciliano? Ben poco, il Popolo Siciliano non per niente dotato per le attitudini militari per sua natura, senza economie disponibili, non organizzato, non addestrato, male armato. L’esercito siciliano in teoria contava 14.000 uomini realmente non erano più di 4.000 raccogliticci qua e la. La Sicilia Indipendente nata da troppo poco tempo, ancora in procinto rivoluzionario, non ha avuto l’opportunità di organizzarsi. Ma non per questo la resistenza siciliana non fu al quanto valida ed eroica, con azioni individuali e di gruppo da parte del Popolo tutto. Questo a dimostrazione del contrario di quanti asseriscono che l’Indipendenza Siciliana era qualcosa lontana, non sentita, dal popolo, solo un fatto aristocratico  e una rivolta all’oppressione sociale. Insomma qualsiasi cosa si possa pensare utile a screditare la coscienza di autodeterminazione del Popolo Siciliano. Dopo lo sbarco dei borboni a guida di Filangieri a Contese il 6 settembre la lotta fu aspra e violenta combattuta palmo dopo palmo. Vi furono 3 giorni di bombardamento continuo alle fortificazioni della città di Messina. Antonio Pracanica[6] comandava i Messinesi (circa 2.500 uomini) mentre Giuseppe La Masa[7] guidava i volontari giunti da Palermo (circa 600 uomini)[8]. I napoletani, mentre la loro flotta cannoneggiava incessantemente sbarcarono a Maregrosso ed assalirono Messina, più volte furono respinti con la baionetta e così costretti ad indietreggiare. Le artiglierie di Pronio nella cittadella sorreggevano l'assalto conquistatosi il porto franco, tentavano di sorprendere alle spalle i Siciliani. Contemporaneamente il generale Lanza attaccava da destra e il generale Nunziante da sinistra chiudendo così la resistenza siciliana in una morsa. Tutto faceva pensare ad una immediata disfatta ma l’eroismo siciliano ha avuto la meglio. Protagoniste due donne che i loro nomi rimarranno marcati nella storia del Popolo Siciliano. Paolina e Giuseppina Vandalò, hanno riscosso l’orgoglio alla lotta combattendo contro la rassegnazione percorrendo le strade di Messina con il moschetto in mano sotto un cielo di fuoco che pioveva bombe incitando alla lotta e per tratti guidandola. Lo scoppio di due mine fece perdere due compagnie al maresciallo Pronio, che abbandonando il porto franco si ritirò nella fortezza mitragliato dai Siciliani. Il generale Lanza fu ferito. Al sorgere del sole del 7 riprese l’assalto borbonico con maggiore veemenza e altrettanta fu la resistenza. Satriano riuscì ad espugnare forte Gonzaga sorprendendo dal retro le batterie siciliane. Il convento della Maddalena al centro attuò una resistenza inverosimile quando cadde dopo un feroce combattimento in seguito le mura squarciate a cannonate. In questa disperata difesa vi furono tantissimi atti di eroismo da parte dei Siciliani. Rimane indelebile l’azione di un’altra donna: Rosa Donato[9] che insieme ad Antonio Lanzetta trascinarono un cannone dove era opportuno e determinante facendo razzia dell’avversario. Rosa Donato accortasi in Piazza Duomo che una batteria stava per essere presa dai Borboni appiccò fuoco alle munizioni e la fece saltare in aria con il nemico, mentre tutto scoppiava intorno a lei, strisciando carponi, riuscì a salvarsi, facendo strage di nemici. Raggiunta da gli scampati venne trafitta dalle baionette e gettata giù dalle mura. Con la caduta della Maddalena, ci fu la disfatta della resistenza. Messina fu oltremodo occupata.  Gli invasori dimenticarono la loro natura umana e con disprezzo s’accanirono su tutto ciò che capitava sotto, pure su gli edifici, una violenza inaudita sugli abitanti, inferirono pure sui cadaveri. Non lasciarono neanche i paralitici e ciechi dell’Ospizio degli Storpi, nemmeno i malati dell’Ospedale. Saccheggiarono, stuprarono, uccisero e diedero fuoco a tutto.Parecchi Siciliani trovarono rifugio nelle navi inglesi del viceammiraglio inglese PARKER. Il quale scrisse così a lord Napier[10], incaricato d'affari a Napoli:
"La città fu messa a fuoco in dodici parti e desolata dalla fuga dei suoi sventurati abitanti, dovuta al fatto che i Siciliani avevano consumate le munizioni. I Napoletani impiegarono la più gran ferocia durata oltre otto ore, dopo di che ogni resistenza era cessata. La voce dell'umanità imperiosamente richiede che sia preso qualche provvedimento per impedire che in altre parti della Sicilia si rinnovino tali ributtanti scene di devastazione".
Fu proprio in questa occasione che Ferdinado II prese l’appellativo di Re Bomba.
Il 9 settembre Filangieri occupa pure Milazzo. L’efferatezza borbonica ha eco in tutto il mondo, special modo in Inghilterra. Osservatori internazionali oltre gli inglesi vi erano i francesi con la flotta dell’ammiraglio Baudin. Baudin e Parker chiesero a Filangieri di concedere un armistizio ai Siciliani fino al 29 marzo 1849 gli argomenti convincenti ad accettare tale richiesta furono le loro armi minacciando un loro intervento. A tale proposito Filangieri rimaneva padrone di Messina e Milazzo.
Tanto bastava per potere prendere a proprio profitto il tempo necessario al parlamento rivoluzionario siciliano per una adeguata soluzione di difesa militare contro l’invasione napoletana. Ma la paura di un nuovo liberatore che sarebbe rimasto da conquistatore, come la storia stessa aveva insegnato a loro spese ai Siciliani, fece rinunziare alle truppe ardite francesi della guardia nazionale composta da 12.000 uomini, oppure l’aiuto del generale Ramorino con il contingente lombardo di volontari. Il ministro La Farina riuscì a rattoppare con un piccolo corpo di volontari stranieri comandati dal generale francese De Trobriand. Chiesto aiuto a Garibaldi, sembra si sia partito senza arrivare. Ecco come descrive questo momento “eroico” lo storico Alfonso Scirocco[11] nella sua biografia[12]:
“Il collegio di Cicagna, presso Chiavari, lo elesse deputato al Parlamento subalpino. Ringraziò gli elettori, che avevano scelto –l’uomo del popolo-, per difendere e allargare i loro diritti, precisando che aveva soltanto –una spada e la mia coscienza-. Una spada. Ma dove impiegarla? Ritentare la guerriglia in Lombardia? Raggiungere Venezia, assediata dagli austriaci? Ferdinando II il 2 settembre aveva attaccato la Sicilia, per ricondurla all’obbedienza: il feroce bombardamento di Messina, con cui aprì la campagna, gli valse il soprannome di Re Bomba. Tra la costernazione dei mazziniani, che contavano sulla sua presenza in Lombardia (era prossimo il moto della Val d’Intelvi) accettò l’invito a partire per l’isola. Il 24 ottobre s’imbarcò a Genova sul vapore francese Pharamond, con 72 volontari. Lo accompagnava Anita. I figli erano affidati alla famiglia Deideri. Fece scalo a Livorno. (…) Garibaldi ebbe accoglienze indescrivibili. Fu convinto a fermarsi coi suoi, nella speranza di essere messo a capo delle truppe granducali e di avere i mezzi per la spedizione in Lombardia. Il governo nicchiava. A Garibaldi non bastava il favore con cui erano accolti i suoi infuocati discorsi, e le onoranze tributategli a Firenze. Deluso decise di andare in soccorso di Venezia, recandosi attraverso gli Appennini in Romagna, per imbarcarsi a Ravenna. Il governo, pur di allontanarlo, lo autorizzò ad arruolare altri volontari, gli promise indumenti pesanti, che poi non diede. La marcia sui valichi appenninici, d’inverno si prospettava assai disagevole. Garibaldi rimandò Anita a Nizza. Si mosse con 350 volontari. Al passo di Filangieri, alla frontiera con lo Stato della Chiesa, furono fermati dai soldati svizzeri, mandati a impedirne l’ingresso. C’era la neve. I volontari erano mal coperti, privi di vettovaglie. Si rifocillarono in un’osteria. Gli ufficiali pagarono di tasca loro.” 
 Tutto finì a tarallucci e vino … Allo S. O. S. della Nazione Sicilia si presentarono il dissidente piemontese generale Giacomo Antonini e il generale polacco Luigi Mieroslawski, il quale La Farina gli conferisce il grado di brigadiere con le funzioni di capo di stato maggiore generale[13]. Una cosa fu certa: l’incompatibilità caratteriale tra Mieroslawski e Antonini. Era stato il dottore Paolo Fabbrizi che aveva condotto i contatti con i due condottieri, al La Farina scrisse: [14]“Credo di avere fatto cosa utilissima alla Sicilia. Mieroslawski sarà la mente, Antonini il braccio; perfetta concordia regnerà tra loro.” Sembrano “le ultime parole famose” perché sia l’uno che l’altro volevano comandare. La Farina scrisse che [15]Antonini si lasciò avvicinare da un tal Pezzoli antica spia notissima del governo napoletano, il quale, mentre scrivo, dal generale Filangieri è stato innalzato all’alto ufficio di direttore dei dazzii indiretti in Palermo in ricompensa de’ prestati servigi.” Così Antonini fu cacciato via dal Parlamento rivoluzionario, ma si sospetta che, molti errori furono addebitati ai consigli del Pezzoli. Partito Antonini il ministro La Farina riuscì a rattoppare con un piccolo corpo di volontari stranieri comandati dal generale francese De Trobriand. Un vecchio generale francese, soldato e non politico. Lo stesso veterano dell’insurrezione polacca abbastanza fantasioso e smargiasso fortemente motivato nella sua opera, ma non altrettanto esperto, non armonizzava con gli altri. E quanto meno riuscì ad accordarsi con il generale francese, che non volle stare a gli ordini del giovane polacco e facendo appello al loro onore il generale De Trobriand s’accordò accettando solo ordini dal ministro direttamente. Una pace durata pochi giorni.
 
Questo è il tratto in analisi sulla resistenza nella città di Catania: “la città portava ancora i segni della terribile repressione dell’aprile Qurantanove: non erano del tutto scomparse le tracce del fuoco e del saccheggio, e mezza popolazione piangeva i morti, i condannati all’ergastolo, gli esiliati”
Intanto il parlamento dell’indipendenza siciliana è deciso alla guerra. Ed è in piena aderenza con il Popolo Siciliano. Una idea della resistenza siciliana la troviamo nel libro di Giovanni Cucinotta[16]
“Le iniziative popolari non venivano coordinate e sorrette, ma guardate con sospetto; le direttive contraddittorie seminavano confusione e incertezza. In queste condizioni, scaduto l’armistizio Filangieri il 29 marzo riprende le ostilità. Il 2 aprile conquista Taormina e il 6 è davanti Catania, la quale, con la sua eroica resistenza, scrive, assieme a Messina, la più bella pagina del ’48 siciliano. Si innalzano le barricate, si combatte di strada in strada e di casa in casa e quando tutto sembra perduto i Catanesi del battaglione Corso[17] travestiti con le divise dei nemici uccisi, si mescolano tra le guardie svizzere facendone strage a colpi di coltello. Muore il colonnello Lucchese Palmi; è ferito Mieroslawski. Infine la città è presa e orrendamente saccheggiata.”
Mentre Mieroslawski disperse forze preziose per il versante catanese inviando il XXVII battaglione della Guardia Nazionale Siciliana nei dintorni di Palermo come Misilmeri e Termini. Filangieri fingendo uno sbarco a Cefalù invece avanzò in maniera spedita conquistando i presidi di Alì, Roccalumera, Sant’Alessio e quinti Taormina. Il 3 aprile fu a Riposto con 32 cannoni con più di 12.000 uomini. Mieroslawki aveva i suoi 7.000 uomini disseminati per lungo tutta la costa e poco ha potuto effettivamente imporre a Filangieri. Furono i Catanesi, fu il Popolo Siciliano, a creare una resistenza così forte contro i borbonici da segnare loro perdite significative. I Siciliani volevano riscattare il sangue perduto nel fronte messinese e attaccarono con il grido di battaglia: “Daja ad iddi!”. Ma la resistenza non bastò a mantenere la forza d’urto della potenza militare borbonica, pertanto il 10 aprile Catania cannoneggiata messa a fuoco capitolò. Un'altra donna fu protagonista della storia: Andreana Sardo, la quale da sola, eroicamente fermò i soldati di Filangieri dalla distruzione della biblioteca dell’università e del Palazzo degli Studi, salvando così la storia, la cultura, le attrezzature e le persone che vi erano dentro. La sua storia eroica è stata narrata nel luglio del 2005 in occasione della manifestazione Percorsi  vi era lo spettacolo: "...ed ora la luna ha donato la sua veste alla notte" di Eliana Silvia Esposito organizzata dal Comune di Catania finanziata dalla Regione Sicilia in collaborazione col POR Sicilia, il Teatro del Canovaccio. Un percorso itinerante animato da attori in abiti d’epoca che ha avuto inizio in piazza Cutelli, via VI Aprile, via A. Sangiuliano, poi si è concluso nel cortile del convitto Cutelli. Così dichiararono gli organizzatori per l’occasione: Vorremmo che fosse chiaro a tutti quanto sia stato importante, grande e generoso il dono che ci ha lasciato questa piccola-grande donna: i libri sono la nostra memoria, sono il nostro vestito e senza Andreana Sardo oggi saremmo orfani di storia, saremmo nudi e senza stelle, ma "da bravi siciliani siamo ricchi di storia, di tradizioni, di poeti, di geni e di eroi che nemmeno conosciamo o peggio ancora che non sappiamo valorizzare".
Ritorniamo alla nostra resistenza. Presa Catania la soldatesca di Filangieri si accanisce su tutta la città e i suoi abitanti, violentando, usurpando e uccidendo. Distruggendo tutto, rubando privati e chiese. Giorno 11 aprile nel parlamento della Indipendenza Siciliana vista la resistenza partigiana del Popolo Siciliano, il ministro della Giustizia Pasquale Calvi propone: [18]di spedire nelle setti valli una Commissione col mandato di muovere a massa le popolazioni, che dovrebbero seguire il Presidente del Governo, Ruggiero Settimo nella marcia contro il nemico. Lodevole ed opportuna proposta! Ma in apparenza si approva, mentre in segreto con mene e rigiri colpevoli si manda a monte.”Vinse la politica di palazzo e si ripresero le trattative tramite il console francese. Quelli che avevano lottato per il semplice potere avevano tutto l’interesse di non trovarsi in caso di sconfitta dalla parte dei vinti. Crispi scrisse: [19]“…i moderati temevano più la vittoria del popolo che quella delle truppe borboniche”. Il 19 si riunì per l’ultima volta il parlamento e il 22 aprile sotto richiesta del Re Bomba si ricostituiva la municipalità palermitana con il barone Riso. Così finì l’Indipendenza Siciliana. Furono scritte pagini memorabili di storia che noi tutti Siciliani dovremmo andare fieri. Ma questa memoria ci viene negata! Nei libri di testo della scuola della nostra amata Sicilia noi e i nostri figli non leggono niente o quasi, mentre ci viene imposto di studiare le cinque giornate di Milano! Anche questa è violenza! Anche questo è l’effetto della colonizzazione. Un esempio che ho qui sottomano ma chiunque può fare a casa con i libri di testo delle scuole: [20]Dopo aver ritirato le sue truppe dalla guerra d’indipendenza, Ferdinando II delle Due Sicilie si era affrettato a rinnegare la costituzione e aveva sottoposto a un furioso bombardamento la –ribelle- Messina, meritandosi l’appellativo di –Re Bomba-; con la revoca della Costituzione, coloro che vi avevano creduto andarono a riempire le famigerate prigione del regno.”Della rivoluzione del 1848 per l’Indipendenza Sicilia neanche a parlarne, solo quel rigo di sopra e basta. Una spiegazione me la sono data ed è che fino al 1860 la storia della Sicilia non è la storia del Piemonte, dell’Italia che aveva un comune nemico: l’Austria. Tanto che leggendo la cronologia della Associazione amici della fondazione Cavour - Santena (Torino)[21] si salta subito alla rivolta di Milano non considerando affatto i moti siciliani. Anche se proprio in Sicilia è posta la porta alla rivoluzione dei popoli contro l’assolutismo, essendo stata la prima ad iniziare la rivolta.
E’ stata questa la famosa lezione di Satriano, una lezione del tutto militare, vera di forza e pesante. Ma la lezione della resistenza siciliana è ancora più forte perché ha dimostrato il nobile e giusto desiderio di libertà dell’intero Popolo di Sicilia. Il quale ha dato il proprio sangue e lottando con tutta la forza in suo possesso contro uno degli eserciti meglio organizzati dell’epoca. Il Popolo Siciliano è stato in guerra nella sua storia millenaria solo per difesa, ha dovuto solo difendersi da qualcuno che sbarca per liberarlo da qualcun altro, o da qualcosa, per ristabilire così la pace e l’ordine. Eppure abbia dovuto solo difendersi e nella propria Terra è considerato terribilmente malefico … Un elemento importantissimo da evidenziare è la non rassegnazione dei Siciliani nella loro lotta per la libertà contro il giogo straniero. Ed è veramente opinabile la considerazione di Smith: [22]si comprese alfine che le altre nazioni non avevano una gran voglia di difendere un paese che era così poco disposto a difendersi da sé.” Quando proprio la Gran Bretagna in questo preciso momento incomincia a pensare seriamente di garantirsi i propri possedimenti in Sicilia. Solo che considerando Ferdinando II non più affidabile già pensarono ad una annessione della Sicilia al regno savoiardo con l’intervento, architettato e protetto da loro, di Garibaldi. La rassegnazione dei Siciliani è un tema che approfondiremo in appresso perché per la letteratura corrente, e non solo, è preso come un dato di fatto, un componente della razza siciliana, ma la storia, nei suoi fatti oggettivi, smentisce completamente e questa qualità.
 
Torniamo al nostro romanzo dove don Blasco nella sua sceneggiata asserisce: -Ma la colpa più grande credete forse che sia dei sanculotti o di quel ladro di Cavour? E’ di quei ruffiani che per loro posizione dovrebbero sostenere il governo e invece si mettono con i morti di fame!- Dal 1848-49 siamo in contemporanea alla scena che sappiamo avvenuta il 1855, pertanto è questo ora il periodo storico di riferimento. Intanto ancora i quarantottisti i rivoluzionari non si sono per niente acquetati, rassegnati. La Chiesa come abbiamo visto non crede più alla rivoluzione confederale, pertanto se prima fomentava la rivoluzione nel 1848, ora non partecipa e si esprime anzi contro ad ogni cenno di ripresa. E nemmeno i ruffiani come suo fratello il Duca D’Oragua, cioè i nobili. Vedremo in seguito la figura del Duca e del ruolo dei nobili siciliani. Come già scritto in precedenza, gli accordi di Plombières hanno messo in posizione di privilegio internazionale il Piemonte (Regno di Sardegna) grazie alla genialità politica di Cavour di affiancare contro lo zar nella guerra di Crimea le super potenze d’Inghilterra e Francia. Proprio questa alleanza fu vista da Mazzini come un tradimento il quale invitava i soldati a disertare, questo perché credeva opportuno un attacco all’Austria mentre la scelta dell’alleanza del Piemonte faceva sentire con le spalle coperte la grande nemica italica. Ma il decadimento politico di Mazzini per alcuni fallimenti d’insurrezioni, come quello del 1853 a Milano e altri ancora, aiutarono l’ascesa della politica di Cavour, che sapientemente intuì due elementi importanti: far credere che l’interesse politico del Piemonte era l’area geografica sotto il dominio austriaco e in secondo luogo, ma non inferiore come importanza, che la fine del dominio austriaco nel territorio italico avrebbe coinciso con la fine di quel rivoluzionarismo che infervorava continuamente. Il successo della Guerra di Crimea portò in grande simpatia tra i liberali e i mazziniani stessi la Monarchia sabauda e la tendenza, ormai palese, dell’opinione pubblica, anche dei democratici.
[23]“Il solco tra il mazzinianesimo e le classi medie si andava via via approfondendo; Vittorio Emanuele II, il figlio di Carlo Alberto, aveva saputo risollevare le sorti della dinastia tanto da suscitare le speranze non solo dei moderati, il che era logico, ma anche di una parte dei democratici, che ora vedevano in lui il personaggio che avrebbe potuto assumere la direzione del moto nazionale.”
Il termine sanculotti porta con immediatezza alla rivoluzione francese arrivata nella penisola con Napoleone e mai varcò il territorio siciliano. Napoleone con l’Armé d’Italie rovesciò i regni preesistenti portando la ventata illuministica di uguaglianza e di libertà creando quelle aspettative liberali e sociali. I sanculotti della Pianura Padana dopo le disillusioni napoleoniche crearono appunto delle repubbliche su modello francese “la Repubblica Cispadana[24]” Il merito dei sanculotti è stato quello di aprire ad idee che sovvertirono la storia ad un idea romantica di patria, di organizzazione sociale e non di territori delineati dal potere. Tutto ciò è stato assolutamente lontano dalla Sicilia tormentata da sempre dall’occupatore di turno. Un contributo abbastanza pregevole è quello di Giuseppe Bentivegna[25]:
[26]“E’ certo che all’inizio degli anni ’90, con le notizie dei movimenti rivoluzionari europei, si radicalizza la lotta all’Illuminismo, la monarchia blocca i tiepidi movimenti di riforma e molti intellettuali legati all’assolutismo intellettuale si confondono dentro schemi inadeguati e si attestano su posizioni conservative. Ad esempio Domenico Crocenti, dell’Ordine dei predicatori, scrivendo nel 1792, attacca il giacobinismo, ritenendo una conseguenza dell’Illuminismo e della massoneria, un fenomeno che in Sicilia, tolta l’esperienza di Francesco Paolo Di Blasi, non sembra avere una consistente diffusione intellettuale e sociale. Sono gli anni in cui in Sicilia la stagione dell’Illuminismo dei Gregorio, degli Scinà e dei De Cosmi, volge al termine, sconfitta dalla crisi politica europea e dalla monarchia borbonica e che sostanzialmente non ha saputo guidare la Sicilia verso la modernizzazione capitalistica e borghese. Il blocco intellettuale della tradizione vincente nella lunga durata e il fallimento della esperienza costituzionalista del 1812 lascia in eredità del nuovo secolo e dei nuovi ceti dirigenti il nodo irrisolto dell’abolizione della feudalità e del riassetto ‘democratico’ dello stato”
Quinti il giacobinismo in Sicilia non ha avuto modo di attecchire, questo motivo si deve anche perché l’esercito napoleonico salta la Sicilia, pertanto diviene solo un fenomeno di elite e non di popolo. I giacobini sempre più furono integrati nelle logge massoniche cambiando così il ruolo dell’attività della Massoneria da speculativa a politica. Benedetto Croce scrive:[27]“… gli ingegni napoletani … sul cadere del Settecento, primi in Italia, cioè fin dal 1792, … si misero in corrispondenza con le società patriottiche francesi, e i più giovani e ardenti riformarono le loro Logge massoniche in club giacobini...”
  A questo punto è inevitabile non citare il romanzo storico di Leonardo Sciascia Il consiglio d’Egitto[28] dove è appunto protagonista l’avvocato Di Blasi, il quale tentò la sua rivoluzione in Sicilia nella congiura giacobina fallita e conclusa in maniera drammatica.Il personaggio storico Francesco Paolo Di Blasi, giacobino massone, venne giustiziato il 20 maggio ed il Gran Maestro Francesco D'Aquino principe di Caramanico, vicerè di Sicilia, si suicidò in quanto,sembra, non estraneo alla congiura.
 Anche l’Abate Vella a suo modo attua la sua rivoluzione trascinando quel mondo falso dei vicerè nella falsità storica, ma anche la sua fallisce. A mio avviso Sciascia nel suo vero storico interpone la luce dei pensieri dei personaggi con le ombre del falso e paradossalmente vince il falso. La Sicilia del romanzo è solo metafora della Sicilia, di oggi e nella storia di sempre, dove ogni verità è facile preda della menzogna. Questo accade, mi preme aggiungere, alle nazioni prive della loro sovranità, caduti in una forma qualsiasi di colonialismo. Quello che, infondo, ha voluto significare Sciascia. Quinti possiamo analizzare e concludere che il romanzo storico del verismo siciliano è strutturato in una base “vera” storica dove i personaggi possono vivere e svilupparsi liberi nella fantasia dell’autore, insegnamento che risultò fortunato ne Il consiglio d’Egitto di Sciascia, così anche, per esempio, in 7 e Mezzo di Giuseppe Maggiore, come in maniera particolare ne I vecchi e i giovani di Pirandello. Questo per quanto riguarda il lato letterario. Per quello politico abbiamo potuto notare come la massoneria incominciava ad avere interesse nel progetto politico risorgimentale, riuscendo in una seconda fase a predominare l’azione. Ecco che il De Roberto fa dire già all’umoristico don Blasco l’azione dei sanculotti di sovversione dei Siciliani contro la corona borbonica. Non rimane che analizzare l’ultima parte della scena:  Il priore, tornato a sedere a canto a Monsignore, nel gruppo delle tonache nere, deplorava anch’egli, a bassa voce, l’iniquità dei tempi per via della legge piemontese contro le corporazioni religiose; e don Blasco, nel crocchio opposto:-Adesso fanno la guerra senza denari! Rubando la Chiesa di Cristo! E quel celebre d’Azeglio? Avete letto il suo sproloquio?..  Già vi è un senso compiuto che queste leggi hanno avuto la loro luce grazie alla tendenza e influenza politica della massoneria. Ormai è in piena simbiosi la politica di Cavour e quella massonica. Il 7 marzo del 1850 Cavour pronunzia alla Camera sul progetto di legge per l’abolizione del foro ecclesiastico e sul diritto d’esilio, fu un grande successo. LE LEGGI SICCARDI n°1013 del 9 aprile 1850 proposta dal Guardasigilli Giuseppe Siccardi[29] sotto il governo di D’azeglio miravano a quell’ammodernamento appoggiato da Vittorio Emanuele II nel creare uno stato laico, pertanto tali leggi miravano soprattutto all'abolizione di tre grandi privilegi (foro ecclesiastico, diritto di asilo, la manomorta[30])  che il clero godeva nel Regno di Sardegna. Pertanto si voleva condurre gli uomini della Chiesa alla Giustizia laica, togliere l’impunità giuridica di coloro che chiedendo rifugio nelle chiese si sottraevano alla giustizia laica. L’interesse politico di allargare lo stato di polizia, soprattutto in quell’aria sempre più avversa dei cattolici. In ultima analisi togliere l'inalienabilità dei possedimenti ecclesiastici, la cosiddetta manomorta. E fin qui può considerarsi un ammodernamento dello Stato. Questo, a mio avviso, fu la preparazione al disegno politico di Cavour ispirati dalla massoneria internazionale di Francia e Inghilterra ma, principalmente, il modo come trovare i finanziamenti per risanare sia il bilancio dello Stato sia per le opere di ammodernamento del Piemonte, che non bastarono e solo con la colonizzazione del Regno delle due Sicilie riuscì inseguito, e, infine per le strategie di politica estera e finanziarsi così la guerra di Crimea.   In questo contesto viene concepita l’asserzione di Don Blasco che adesso fanno la guerra … rubando la Chiesa di Cristo.
E quel celebre D’Azeglio? Avete letto il suo sproloquio?... Riporto qui una parte centrale del discorso di D’Azeglio che ha sconvolto la Chiesa tutta: "Se il papa è divenuto principe per le donazioni di Pipino e di Carlo Magno, della contessa Matilde e d’altri, perché è stato tenuto perciò principe legittimo? Perché l’universale consentiva nel creder legittimo questo modo d’acquistare, nel credere quelli che donavano legittimi possessori della cosa donata; e si comprende che se l’universale avesse creduto tutto l’opposto, non solamente questo acquisto, questo principato, non sarebbe potuto durare, ma neppure sarebbe venuto in mente né agli uni di concederlo né agli altri di accettarlo. Ma le età sono mutate [...]. Si deve dunque riconoscere che l’idea sulla quale posava la legittimità del principato ecclesiastico, come di tant’altri, più non esiste [...]. Le nuove fondamenta, le sole, sulle quali ormai egli possa reggersi, sono nel diritto ammesso dal consenso universale, nel diritto comune"[31] L’impegno di D’Azeglio per l’approvazione della Legge Siccardi è stato totale in parlamento e anche fuori, pertanto sono stati tanti gli interventi scritti a tale proposito considerati dei “sproloqui” da parte degli uomini di chiesa. Il Regno di Sardegna (Cavour), non voleva incidere sulla tassazione dei beni ecclesiastici, la cosiddetta manomorta nella sua sostanza intrinseca, ma all’esproprio dei beni ecclesiastici, è questa la differenza sostanziale e le varie critiche piovute da molte parti anche non prettamente del clero. Come successivamente, Cavour (1851) nell’avvio alle riforme in campo economico riorganizzò il sistema delle imposte indiretteallo scopo di accrescere il loro gettito. Ormai ispiratori della sua logica di stato erano la Francia e la Gran Bretagna e loro modello istituì una moderna imposta fondiaria, che colpiva indiscriminatamente i possedimenti terrieri: aristocratici, borghesi e non tralasciando nemmeno i poveri contadini. Fece approvare in tale pacchetto un’addizionale speciale per quei possedimenti delle associazioni religiose detta appunto manomorta.
 Si intensificano i trattati con la Gran Bretagna e il 22 luglio 1851 ottiene un importante prestito della Banca Hambro di Londra. Dopo l’alleanza anglo francese del Piemonte, Cavour pronuncia in parlamento il 17 febbraio 1855 il discorso sul progetto di legge relativo all’esproprio totale dei patrimoni degli enti ecclesiastici che non svolgessero funzioni di istruzione e di assistenza agli infermi.   Ripete l’intervento il 23 dello stesso mese nella presentazione sotto forma della Legge Rattazzi. Il 26 aprile Cavour si dimette in contrapposizione alle direttive dell’episcopatocapeggiata dal vescovo Luigi Nazari di Calabiana contro il suo progetto di legge, sapendo già che il re non era in grado di un valido sostituto. Il tentativo di Giacomo Durando[32] di formare un nuovo governo come previsto dallo statista, fallì, così Cavour rimasto in carica riprendeva la sua campagna contro le comunità religiose. Il 29 maggio 1855, superata la "crisi calabiana" il suo progetto divenne legge. Il Piemonte ha, così, la strada spianata per la piemontizzazione degli stati italici con il consenso di Francia e Gran Bretagna, la questione italiana. Il parlamento, di fatto ora ha più potere decisionale e più autonomia dalla Corona, nasce così, possiamo dire, il sistema parlamentare. Questo iter per mettere chiarezza sull’importanza politica dell’attacco alla Chiesa da parte del Cavour. Ho trovato di grandissimo interesse il libro Difesa dello statuto piemontese …,[33] dove avviene un ipotetico dibattimento tra un cittadino piemontese di fede cattolica e il ministro di grazia e giustizia e dell’interno Rattazzi,[34] ecco come a pagina 8 viene espresso un concetto molto moderno per l’epoca ed è attinente a mettere luce sulla nostra analisi (Il cittadino risponde a Ratazzi il quale asserisce che le ricchezze sottratte saranno distribuiti ai cittadini benemeriti in equità): “Ciò starebbe bene, qualora nel vostro progetto non si violasse la giustizia e gli altrui diritti, ne si venisse a togliere a questi per distribuire a quelli, ma daste loro del vostro. Chi prende senza giusto titolo l’altrui, quand’anche ne sia per farne un uso più utile, onesto e pio, non può sfuggire l’infame taccia di ladro; e se ciò è vero in un individuo, non lo è meno in un gran Corpo morale quale è lo Stato e la Nazione. La teoria dell’alto domino dello Stato sulle proprietà dei suoi cittadini, che certi giuristi s’argomentarono di sostenere, è un’utopia da pazzi. La nazione, che non è altro che un gran Corpo morale formato da altri Corpi minori che si compongono in un ultima analisi d’individui, non può invadere senza dispotismo i diritti delle parti di cui essenzialmente composta, e per conseguenza non può competere al suo Governo altro diritto fuor di quello di poter regolare con buone e savie leggi i diritti dei sudditi in ordine al benessere universale, e di reprimere collo stesso mezzo gli abusi, e coll’uso moderato e ragionevole della forza, che è in dovere di somministrargli la Nazione medesima.”  Nella risposta, ipotetica o reale, del ministro, continuando, si legge: “Difatti i corpi religiosi in discorso non essendo corpi attivi ed utili, ne acconci all’indole del secolo più che mai industrie (pagina 9) e positiva vogliono perciò essere aboliti come enti morali, lasciando però loro l’esistenza e la sussistenza individua che vien amplissimamente dal nostro progetto guarentita.”  Il dibattito va avanti per più di 250 pagine e il libro pubblicato da G. Amoso, mi sembra di una modernità sconvolgente sui temi della laicità dello Stato e sulla proprietà privata. Si menziona l’articolo 29[35] dello Statuto Albertino, dove per l’appunto esplicita che tutte le proprietà, senza alcuna eccezione, sono inviolabili.  Ma l’esigenza di Cavour, oltre a quella di cassa, è pure un esigenza politica di patto occulto con la Massoneria internazionale, più che nella visione di uno stato moderno e laico, un attacco alla Chiesa come istituzione. Per il concetto liberale e laico dello stato sicuramente vi era una conversione di idee anche da parte della stessa Chiesa. Ma sicuramente la Chiesa doveva chiudersi a riccio in forma di autodifesa nell’attacco alla sua istituzione stessa. Ed è questo l’intento di Cavour il quale preparò la stessa camera nello scegliere i deputati da eleggere. A questo proposito Una lettera scritta dal fratello D’Azeglio Roberto al figlio Emanuele, diplomatico: [36]Da informazioni sicure siam fatti certi come a Busca e Caraglio per allettare i paesani a votare Brofferio si faceva loro credere che era un uomo eminentemente religioso, assiduo ai sacramenti, amico della pace e dell’ordine, nemico della repubblica e il più perfetto onest’uomo del paese perseguitato per causa della sua pietà e del suo realismo” Realmente Angelo Brofferio[37] era un poeta e politico anticlericale, scrittore di casa Savoia, già dal 1831 faceva parte dei Franchi Muratori della Massoneria. Questo caso è emblematico ma abbastanza chiarificatore, come asserisce anche in Risorgimento massonico[38]? Di Angela Pellicciari[39], per capire come tramite l’inganno la massoneria riuscì a mettere i suoi uomini e a sostituire il fondamento culturale del risorgimento da religioso ad ateo da unista (confederale) a unitario (piemontizzazione). Nel saggio della Pellicciari vi è il percorso della massoneria nell’influenza politica della fase unitaria dei politici italiani. Ecco un significativo contributo: “Dal momento che la massoneria ritiene suo compito specifico tracciare la distinzione tra bene e male, quale ruolo attribuisce alle religioni positive? Praticamente nessuno. Le ritiene tutte superstizioni locali buone per il volgo, utili solo ancora per qualche tempo: il tempo necessario perché tutti gli uomini imparino a usare la ragione e cioè diventino massoni. Il luminare della massoneria francese J. M. Ragon che scrive con l’esplicita approvazione del Grande Oriente di Francia, sostiene che la massoneria apre i suoi templi agli uomini "per liberarli dai pregiudizi dei loro paesi o dagli errori delle religioni dei loro padri" e afferma che l’Ordine "non riceve la legge ma la stabilisce (elle ne reçoit pas la loi, elle la donne) dal momento che la sua morale, una ed immutabile, è più estesa e più universale di quelle delle religioni native, sempre esclusive" [Cfr. Cours philosophique et interprétatif des initiations anciennes e modernes, Parigi 1853, pp. 18, 38]. La massoneria italiana è perfettamente allineata su questa posizione. La Costituente che si riunisce nel maggio del 1863, dopo aver precisato che la massoneria "non prescrive nessuna professione particolare di fede religiosa, e non esclude se non le credenze che imponessero l’intolleranza delle credenze altrui", precisa (art. 3) che i principi massonici debbono gradualmente divenire "legge effettiva e suprema di tutti gli atti della vita individuale, domestica e civile" e specifica (art. 8) che fine ultimo dell’Ordine è "raccogliere tutti gli uomini liberi in una gran famiglia, la quale possa e debba a poco a poco succedere a tutte le chiese, fondate sulla fede cieca e l’autorità teocratica, a tutti i culti superstiziosi, intolleranti e nemici tra loro, per costruire la vera e sola chiesa dell’Umanità" [Cfr L. PARASCANDOLO, La Framassoneria, IV, Napoli 1869, p. 120].
Il D’Azeglio da cattolico parlava ai cattolici ma i contenuti erano deviati dalla massoneria, per questo suscita meraviglia nel don Blasco derobertiano. La Massoneria internazionale ormai ha deciso di cambiare ruolo non è solo di concetto ma di azione politica ed ha aperto la fase di condizionare i tempi è importante l’affermazione della Massoneria francese del 1853 "non riceve la legge ma la stabilisce”.  Per concludere, la Massoneria apre a tutti gli uomini liberi, per fondare una nuova chiesa che si contrappone a quella di Roma. Per fare ciò ci vuole creare nuovi miti e nuove verità, tramite una propaganda possibile solo tramite il potere, il controllo della cultura e dei mezzi di diffusione di massa. P2 a parte, l’Italia massonica quanto incide ancora oggi? A questa risposta metto solo la sigla finale di uno dei più popolari programmi della televisione: Striscia la notizia, del 2008-2009,la qualesi pone al pubblico come paladina della giustizia:
“PER CHI SUONA LA CAMPANELLA?
Grembiulino e vai - è un passepartout -
Ciao mammina Bye - corri in classe anche tu -
zitto che se no son guai
che goduria quante novità
obbedienza, tutto cambierà
viva il Gran Maestro che ci salverà - è unico -
cappuccini e babà - studia i numeri -
e l'abbiccì - agli esuberi -
gli Paghiamo il Taxì - tutti a casa signorsì -
quattro cinque sei e un sette più
ora è tutto ok
con i voti è un bijou
è la scuola take a way
col compasso un bel cerchio fa
sulla cattedra si è messo già
bravo il Gran Maestro che ci salverà - è unico -
cappuccini e babà”[40]
Non aggiungo altro per il momento, solo che questa sigla quotidianamente è stata trasmessa con la visione di due belle donne e che in maniera occulta propaganda il messaggio massonico senza alcuna difesa degli ignari telespettatori. Questo sicuramente non è ispirato per ironizzare sulla massoneria, ma una passione, da sempre, da parte dei fratelli massoni, di mettere in grande evidenza i loro segni, per mostrare tra di loro la potenza dell’organizzazione segreta. Sopratutto lo scopo principale è quello di immettere nella memoria collettiva i simboli della massoneria in un binomio positivo, come la bellezza delle veline, l’allegria dei comici e il senso di giustizia (apparente) della trasmissione. Dico apparente perché un mezzo così potente, a volte e spesso, viene utilizzato contro piccoli truffatori tralasciando i grandi. E’ lo stesso di sparare con un bazzuca ad una zanzara tralasciando l’attacco di un carro armato, dando a credere a tutti ad un atto di difesa. Per togliere ulteriori dubbi sulla volontà di propaganda da parte dell’ideatore e regista del programma Antonio Ricci[41] basta notare che la scenografia di un altro suo programma Veline in realtà è un altare massonico. Dove due colonne che simboleggiano la forza e la bellezza segnano la fiamma, che il Gabibbo[42] dice dell’arte, e che per i massoni è la fiamma di Prometeo[43]. Proprio all’ingresso, questo per togliere qualsiasi dubbio vi è una stella a cinque punti simbolo massonico per eccellenza. Mi chiedo: per chi suona la campanella? Antonio Ricci sicuramente lo sa.


[1] Dal latino majoratus, era l’antico diritto del primogenito di ereditare tutto il patrimonio genitale.
[2] Ferdinando di Trastámara, o Ferdinando d'Antequera o Ferdinando il Giusto, in catalano Ferran el d'Antequera o Ferran el Just i l'Honest, in castigliano Fernando I de Trastámara o Fernando de Antequera (Medina del Campo, 2 novembre 1380 – Igualada, 2 aprile 1416), fu Re di Aragona, di Valencia, di Sardegna, di Maiorca e di Sicilia, re titolare di Corsica, Conte di Barcellona e delle contee catalane dal 1412 al 1416.
[3] Carlo Filangieri , principe di Satriano (Cava dei Tirreni, 10 maggio 1784 – San Giorgio a Cremano, 9 ottobre 1867) è stato un militare e politico italiano, primo ministro del Regno delle Due Sicilie
[4] 27 luglio 1848 nella cittadina di Volta. I Piemontesi in ritirata subirono la sconfitta definitiva a Novara.
[5] 9 fregate, 2 corvette, parecchie cannoniere e 40 imbarcazioni minori.
[6] Un industriale nel settore lavorazioni, conciture pelli.
[7] Nato a Trabia 30 novembre 1819 – Roma, 29 marzo 1881. Repubblicano dalle idee moderate. Dopo l'unità d’Italia fu deputato nelle file della sinistra
[8] Rimase fuori Messina e inoperoso e pertanto vi fu lanciata qualche accusa di viltà.
[9] Nata a Messina il 1808 fervente indipendentista partecipò ai moti del 29 gennaio 1848.
[10] Incaricato d'affari a Napoli
[11] Alfonso Scirocco, docente di Storia del Risorgimento presso la Facoltà di Lettere dell'Università Federico II di Napoli, fa parte del Consiglio di presidenza dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, della Commissione nazionale per la pubblicazione dei caretggi di Cavour e delle Commissioni per le edizioni nazionali degli scritti di Mazzini e di Garibaldi.
[12] Giuseppe Garibaldi – Protagonisti della Storia – Corriere della Sera- di Alfonso Scirocco (Garibaldi: Battaglie, amori, ideali di un cittadino del mondo) RCS Quotidiani Spa Milano – 2005 Pagine 128; 129
[13] -La rivoluzione del 1848 e la provincia di Caltanissetta Di Giovanni Mulè Bertòlo Caltanisetta 1898 Tipografia dell’Ospizio provinciale di Beneficienza Caltanisetta pagina 31
[14] Istoria documentata della rivoluzione siciliana e delle sue relazioni co'governi italiani e stranieri (1848-1849).: (1848-1849).Di Giuseppe La Farina pubblicato da Tip. Elvetica, 1851- Originale disponibile presso la Oxford University - Pagina 86
[15] Idem pagina 86
[16]Ieri e oggi Sicilia: storia, cultura, problemi Di Giovanni Cucinotta Pubblicato da Pellegrini Editore, 1996 Pagina 159 e 160
[17] Cani Corsi
[18] -La rivoluzione del 1848 e la provincia di Caltanissetta Di Giovanni Mulè Bertòlo Caltanisetta 1898 Tipografia dell’Ospizio provinciale di Beneficienza Caltanisetta pagine 34 e 35.
[19] STORIA DELLA SICILIA Medievale e Moderna di Denis Mack Smith Editori Laterza – Bari 1971 Pagina 569.
[20] Conoscere per capire LA STORIA 3 di Alberto Caocci – Mursia Editore Milano – 1994 pagina 83 
[21] http://www.camillocavour.com/Cronologia%20cavouriana.pdf
[22] STORIA DELLA SICILIA Medievale e Moderna di Denis Mack Smith Editori Laterza – Bari 1971 Pagina 569
[23] Giuseppe Mazzini di Giuseppe Monsagrati – Adelphi edizioni SpA Milano – 1972 Pagina 124
[24] Nata nel 1796 nell’anno successivo confluì nella Repubblica Cisalpina. La sua bandiera era il tricolore orizzontale ad imitazione della francese sostituendo solo il blu con il verde.
[25] Padre Giuseppe Bentivegna, gesuita e patrologo di fama internazionale, insegna Teologia all’Istituto di Scienze umane e religiose presso l’Ignatianum di Messina. È autore di numerosi testi tradotti anche in Paesi di lingua francese e inglese. Collabora alla rivista La Civiltà Cattolica. Fa parte del Rinnovamento dal 1976
[26]Dal riformismo muratoriano alle filosofie del Risorgimento: contributi alla storia intellettuale della Sicilia Di Giuseppe Bentivegna Pubblicato da Guida Editori, 1999 Pagina 135 e 136
 
[27] STORIA DEL REGNO DI NAPOLI B.CROCE 1944 LATERZA -Bari
[28] Il Consiglio d'Egitto di Leonardo Sciscia Adelphi, Milano 1989,
[29] Nato il 13.10.1802 a Verzuolo, Cuneo e morto a Torino il 29.10.1857. Conte non di nascita, di professione magistrato
[30] Manomorta proviene dal francese antico main morte. E’ un diritto feudaleche indica un possesso inalienabile a terzi anche i servi della gleba, i quali erano considerati oggetto di un vero e proprio diritto dominicale di proprietà da parte del feudatario, da tale divieto si poteva essere esentati dietro pagamento di una tassa proporzionale al valore dei beni interessati da parte di chi si trovasse nel possesso dei beni stessi e fosse intenzionato ad alienarli a terzi; la tassa doveva essere ovviamente pagata al dominus da cui il vassallo o contadino dipendeva. La manomorta ecclesiastica non permetteva agli stati di ricavare nessuna tassa anche per secoli e secoli su le vaste proprietà degli enti ecclesiastici. Nella storia giuridica degli Stati Italici un primo intervento normativo è stato introdotto il primo ministro Bernardo Tanucci del Regno delle Due Sicilie tra il 1767 ed il 1776, delineando una riforma per definire meglio i rapporti  tra Stato ed enti ecclesiastici, con norme atti ad  eliminare tali privilegi feudali. Con maggiore attenzione a colpire con una tassazione gravosa le donazioni di privati ad enti ecclesiastici.  .
 
[31] Degli ultimi casi di Romagna, in Raccolta degli scritti politici, di Massimo D’Azeglio- Torino 1850, pp. 59-60
 
[32] Nato a Mondovì, il 4 febbraio 1807 – morto a Roma, 21 agosto 1894) è stato un generale e politico italiano. Fu Presidente del Senato dal 27 novembre 1884 al 16 novembre 1887. Famosa la riforma Durante sull’Ordine Militare Savoia approvata il 28 settembre del 1855.
[33] Difesa dello statuto piemontese contro il dispotismo del ministero Cavour dimostrato nel progetto, nella esposizione, nella relazione e nella discussione della legge per la soppressione delle comunità religiose ecc: dialogo fra un cittadino piemontese ed Urbano Ratazzi Pubblicato da G. Amoso, 1855 (Originale disponibile presso la Harvard University)
[34] Nato ad Alessandria, il 30 giugno 1808 – deceduto a Frosinone, il 5 giugno 1873 appoggiò il ministero d'Azeglio (di cui condivideva la politica ecclesiastica), avvicinandosi sempre più al Cavour dopo l'ingresso di questi nel gabinetto d'Azeglio (1850). Per sua inziativa fu varata la legge sulla soppressione delle corporazioni religiose. La sua posizione nel governo si andò però indebolendo dopo il tentativo insurrezionale mazziniano a Genova (giugno 1857) che egli non riuscì a impedire, e dopo il successo dei clericali nelle elezioni del novembre 1857.
[35]Difesa dello statuto piemontese contro il dispotismo del ministero Cavour dimostrato nel progetto, nella esposizione, nella relazione e nella discussione della legge per la soppressione delle comunità religiose ecc: dialogo fra un cittadino piemontese ed Urbano Ratazzi Pubblicato da G. Amoso, 1855 (Originale disponibile presso la Harvard University) Pagina 16
 
[36]C. D’AZEGLIO, Souvenirs historiques de la marquise Costance D’Azeglio, Torino 1884, pagine. 380-381.
[37] Nato aCastelnuovo Calcea, 6 dicembre 1802 morto a Locarno, 25 maggio 1866.
[38] Apparso in Studi Cattolici, n. 440, Ottobre 1997
[39] Nata a Fabriano 1948. Laureata in Filosofia con dottorato in Storia ecclesiastica, insegna storia e filosofia in un liceo romano.Ha collaborato con la RAI, attualmente scrive su diverse testate e tiene una trasmissione sulla storia della Chiesa su Radio Maria.
[41] Nato ad Albenga il 26 giugno 1950.
[42] Il Gabibbo inventato da Antonio Ricci è una specie di terun genovese. Quando nasce questo termine? A chi riporta? Nasce con il navigatore e armatore genovese Raffaele Rubattino, amico di Cavour e fornitore dei piroscafi Piemonte e Lombardo della spedizione dei mille di Garibaldi in gran segreto. Il Rubattino è tra i più grandi massoni italiani. Lo chiamiamo anche questo un caso, e che caso!!
[43] Il mito  greco di Prometeo a che vedere appunto con la fiaccola. La leggenda narra che si recò da Atena affinché lo facesse entrare di notte nell'Olimpo e appena giunto, accese una torcia dal carro di Elio e si dileguò senza che nessuno lo vedesse. Secondo altre leggende, egli ritrovò la torcia nella Fucina di Efesto, ne rubò qualche favilla e, incurante delle conseguenze, la riportò agli uomini. Venutolo a sapere, Zeus promise di fargliela pagare. Così ordinò ad Efesto di costruire una donna bellissima, la prima del genere umano, alla quale gli dei del vento infusero lo spirito vitale e tutte le dee dell'Olimpo la dotarono di doni meravigliosi. Un parallelismo si può fare con il frutto del bene e del male della Genesi e la nascita di Eva. Il fuoco divino considerato come la promessa del Serpente di essere simili a Dio. Quinti la fiaccola di Prometeo rappresenta il libero pensiero razionale dell’uomo.
 
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domenica, 15 novembre 2009
(PARTE PRIMA CAPITOLO PRIMO Pagina 291)
 
“Benissimo! –fece don Casimiro – La prosapia è illustre: discende difilato dall’anche d’Anchise. Il popolo piange: non vedete le lacrime?”
 
Don Casimiro aveva il dente avvelenato verso gli Uzeda perché non è più vicino al casato, in quanto era stato allontanato tre giorni prima che la principessa si fosse trasferita in campagna e che il superstizioso principe Giacomo non l’aveva più ricevuto come lavapiatti credendolo iettatore. Chiarisce l’Autore, nel leggere l’iscrizione funebre:
“AHI DURA MORTE
IL PIANTO
D’UNA ILLUSTRE PROSAPIA
D’UN POPOLO INTERO
A DISARMARE IL TUO BRACCIO
NON VALSE”[1]
Don Casimiro ne da una interpretazione molto sarcastica cercando le giuste parole. Un bellissimo incastro letterario che l’Autore ha saputo donarci rendendo la scena della comitiva di fronte il cartello nel pieno della celebrazione funebre, a mio modo di vedere, abbastanza divertente. Don Casimiro per rendere, appunto comica, l’iscrizione esagerata del popolo che piange la principessa defunta, mostra le lacrime argentate dell’addobbo funebre. Andando oltre pure l’esagerazione nella discendenza diretta di Enea, anche se gli Uzeda sono nobili di alto lignaggio, qui si dà origine divina alla stirpe in diretto parallelismo con il poeta Virgilio, il quale ha dato tale discendenza ad Ottaviano Augusto e a tutti i Romani con l’Eneide. Virgilio non è stato il primo, Gneo Nevio[2] ed Ennio[3] già parlano di lui nel loro poema sulle origini di Roma. L’anacronismo storico mitologico tra la fondazione di Roma (nel 753 a.C.) e la distruzione di Troia (nel 1184 a.C.) viene risolto da Catone il Censore.[4] Enea giunto nel Lazio sposa Lavinia e fonda Lavinium. Ascanio è invece il fondatore di Alba Longa, la sua stirpe dalla quale, dopo varie generazioni, giunge Rea Silvia, che sedotta da Marte darà alla luce Romolo e Remo, così via la gens Giulia, con Giulio Cesare e il primo imperatore Augusto. Don Casimiro nella sua battuta dall’anche d’Anchise paragona lo sforzo dei Romani per dare un’origine divina ai loro miti fondanti all’illustre prosapia degli Uzeda.
La figura mitologica di Anchise, il quale nome già significa: che vive con Iside[5] pertanto porta in se il contatto con il divino femminile. Questo contatto viene riconfermato con l’innamoramento di Afrodite e il completo rapporto sessuale tra il mortale e il divino. Da questo rapporto fu concepito Enea il quale sarebbe stato assunto in cielo tra gli dei dell’Olimpo mentre lottava gli Etruschi presso il fiume Numico. Questo mito archetipo in sostanza ha una chiave di lettura: il raggiungimento del divino tramite il femminile (Anchise) è la via di ritorno alla felicità perduta (Enea). Anchise viene punito da Giove per avere svelato il segreto a gli uomini comuni che ancora non hanno raggiunto il proprio divino. Il segreto di Horus, il bambino in braccio ad Iside Madre che con il dito sulle labbra impone il silenzio. Ecco ancora Iside[6], la Grande Madre. Indubbiamente Anchise ha avuto un rapporto mistico, con Afrodite che rappresenta tutte le donne in uno specifico momento, tramite il divino. Misticismo, mistico, hanno origine dal verbo myùo, che significa letteralmente “chiudere” la bocca e gli occhi. A questo punto aggiungerei ma avere due grandi orecchie come quelli nelle raffigurazioni di Horus. Nel mito Afrodite dopo essersi svelata prima come donna e poi come dea, impone il silenzio al suo amante, il quale non mantiene ed è per questo motivo viene ucciso. Afrodite si presenta ad Anchise con il manto rosso e nel momento dell’accoppiamento si ode il ronzio delle api. Questi due elementi richiamano la Venere Ericina (Urania), la quale come l’ape regina dopo l’accoppiamento uccide l’amante strappandogli i testicoli. Il rosso richiama l’erica, il ronzio delle api l’ape regina. Il divino è uno, Zeus e Afrodite sono un tutt’uno. Ed Afrodite, Iside sono la morte e la vita, la vita e la morte, come amore significa antimorte, celebrando il grande mistero della procreazione e dell’umano che diviene eterno. Della morte umana e della resurrezione divina. Quinti, nel mito originario di Anchise il dardo di Zeus lo uccide, nel mito più moderno viene ferito all’anche. Virgilio fa pace con il vecchio e nuovo, l’antico e il moderno, facendo portare sulle spalle il vecchio padre Anchise fino a Deprano[7] e finalmente all’età di ottant’anni potrà morire e venire sepolto ad Erice. Luogo antico di culto della dea Grande Madre con gli indigeni, poi di Astarte con i fenici, di Afrodite con i greci, di Venus Ericina con i romani. Il cerchio così si chiude. Il rapporto tra il mito di Anchise e la Sicilia ha altre varianti e altri punti di contatto. Alcune leggende vogliano di Egesta tornata dalla Sicilia a Troia sposò Capi ed ebbe come figlio Anchise. Egesta figlia di Ippotòo, principe troiano l’aveva affidato ad una barca che il vento trasportò in Sicilia, per salvarla dalle fauci del mostro di Poseidone. Qui sposò il dio fluviale Crimiso generò Egeste fondatore di Segesta. Le varianti sono tante e non andrò ad tediarvi ancora. Interessante come De Roberto con un gioco di parole sappia dare dinamismo letterario e umorismo, basta l’anca d’Anchise.
 


[1] Pagina 291
[2] Nacque tra il 275 e il 270 in Campania, probabilmente a Capua che dalla fine delle guerre sannitiche godeva della cittadinanza romana senza diritto di voto (civitas sine suffragio) morì a Utica, 201 a.C..
[3] Quinto Ennio nacque nel 239 a Rudiae, in Puglia morì a Roma nel 169 a.C.
[4] Marcus Porcius Cato, Tusculum, 234 a.C. circa – 149 a.C.) è stato un politico e generale romano, soprannominato "il Censore" (Censor), Sapiens, Priscus, o maior (l'anziano), per distinguerlo da Catone il giovane, il suo bis-nipote.
[5] Dizionario Universale dei miti e delle leggende di Anthony S. Mercante Edizione Mondolibri S.p.A Milano 2001 pagina 57
[6] Inno a Iside
Perché io sono la prima e l’ultima,
io sono la venerata e la disprezzata,
io sono la prostituta e la santa,
io sono la sposa e la vergine,
io sono la mamma e la figlia,
io sono le braccia di mia madre,
io sono la sterile, eppure sono numerosi i miei figli.
Io sono la donna sposata e la nubile,
io sono colei che dà la luce e colei che non ha mai procreato,
io sono la consolazione dei dolori del parto.
Io sono la sposa e lo sposo,
e fu il mio uomo che mi creò.
Io sono la madre di mio padre,
io sono la sorella di mio marito,
ed egli è il mio figlio respinto.
Rispettatemi sempre,
poiché io sono la scandalosa e la magnifica 
(sec. III o IV, ritrovato a Nag Hammadi) Questo inno sta avendo un discreto successo perché diffuso dal professore Gabriele La Porta nel suo programma televisivo “Anima” in onda sulla RAI nel palinsesto notturno il quale ne è il direttore. Spiega perfettamente la figura della dea Madre e del divino femminile.
 
[7] Trapani
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venerdì, 13 novembre 2009
(PARTE PRIMA CAPITOLO PRIMO Pagina 290)
“”Un colpo al cerchio e un altro alla botte!” Esclamava don Casimiro accanto alla pila. “In questa casa chi fa il rivoluzionario e chi il borbonico; così sono certi di trovarsi bene, qualunque cosa avvenga! La ragazza Lucrezia non fa la liberale per amore di quello sciocco di Benedetto Giulente?...””
 
In questa affermazione di don Casimiro troviamo il vero nesso del fare politica in genere in un dualismo che attanaglia tutta la storia dell’umanità e che ferma l’evoluzione stessa di tale arte. Il dualismo è questo: il fare politica per il potere o per la dignità? In maniera totale ogni politico e politicante di sorta, dal consigliere comunale al presidente di ogni stato del mondo ovviamente risponderebbe “per la dignità” con tono risentito, se si facesse questa domanda. In pratica quanti sono gli idealisti e quanti i perversi? Perché nell’animo del più puro idealista sussiste anche la perversione del potere. Tanto che ogni rivoluzione in seguito, la storia insegna, che nel raggiungere la sovranità subisce la metamorfosi e diventa madre della peggiore dittatura e chiunque si appella ai principi di libertà viene subito accusato di “traditore della rivoluzione”. Questa premessa viene fatta per entrare nel merito del risorgimento siciliano e delle accuse rivolte di ogni genere principalmente da una frangia di storici marchettari che devono corrispondere il proprio tributo a chi gli ha favorito la loro ascesa o miseramente il posto di lavoro. Storicamente la frase in oggetto viene detta dopo il fallimento dell’Indipendenza Siciliana del 1848 e il regime istaurato dai borboni, una fase di non rassegnazione da parte del Popolo Siciliano, pertanto fermentavano tante posizioni, tante fazioni. Nella famiglia degli Uzeda a detta di Don Casimiro c’è chi fa il rivoluzionario, chi il borbonico e Lucrezia per amore di Giulente la liberale. Qui c’è un distinguo politico principale e netto tra rivoluzionario e borbonico. I rivoluzionari sono i sostenitori dell’indipendentismo siciliano del 1848 nettamente nella figura del Duca D’Oragua, il borbonico si impersona sulla zitellona Donna Ferdinanda. Nei rivoluzionari non sono distinte le personalità politiche ma gli intenti di sovvertire il sistema. I liberali erano parte dei rivoluzionari indipendentisti ma è falso e riduttivo chiamare gli indipendentisti con il solo appellativo di liberali. Nel 1848 dopo l’ottenuta indipendenza vi sono state delle dispute tra gli animi politici diversi come liberali moderati, in piccolissima parte mazziniani e indipendentisti puri. Liberale è un termine molto vago politicamente assume tante colorazioni dalla destra alla sinistra, proveniente dalla rivoluzione francese in relazione alla geografia e al momento storico. In Sicilia in questo preciso momento storico il liberale moderato è sopratutto cattolico in un pieno paradosso filosofico perché un termine contraddice l’altro in termini sofistici. Vito d'Ondes Reggio[1] ne dà una definizione abbastanza profonda e differenzia lo stato liberale con la Chiesa. Dichiarando a Venezia nella Chiesa di Santa Maria D’Orto la completezza del cattolicesimo senza bisogno di aggiungere altre definizioni come appunto: cattolico-liberale[2].
Vorrei precisare che ogni evento politico ha diversi componenti: “(…)Trovò di tutto: idealisti, ambiziosi, avventurieri, risentiti sociali e perfino delinquenti comuni.”[3] Qui non si parla della rivoluzione storica ma letteraria del colonnello Aureliano Buendia del mitico romanzo di Marquez[4] ma è singolare come le componenti sono identici e come la stessa rivoluzione lascia il posto al compromesso politico del potere e del palazzo del partito liberale in quanto chiedevano il rinnegare lo stesso principio della rivoluzione: l’uguaglianza! Allora il colonnello rispose[5]: “(…) stiamo lottando soltanto per il potere.” Questo esempio, che ho voluto riportare, è molto valido per penetrare il vero senso della politica. Quando il compromesso svuota di significato la lotta intrapresa. Alcuni, anche molti, di ogni fazione, insistono che il compromesso è l’arte della politica, io affermo, con convinzione, che il compromesso è l’arte del potere e che la contrattualità pattizia è la autentica arte della politica.
Come già scritto in precedenza il fallimento dell’Indipendenza Siciliana è stato causato principalmente dal ritiro del progetto confederale italiano da parte del Papa e dal sabotaggio della massoneria, fallisce così il primo e autentico risorgimento, quello confederale degli stati italici. C’è ancora chi crede, sono gli esuli, da Malta e altrove che continuano a fomentare il fuoco della non rassegnazione; sono i confederali giobertiani[6] come Nicola Garzilli che il 27 gennaio del 1850 guidò un gruppo d’indipendentisti contro una pattuglia di borbonici a Piazza della Fieravecchia a Palermo sperando di aizzare il popolo ad una rivolta. Il giorno dopo nella medesima piazza i borboni li fucilarono tutti. L’unico segno di avversione dei palermitani fu quello di disertare le strade e chiudere ogni uscio delle loro case e botteghe. Voglio citare i nomi dei giovani indipendentisti siciliani come merito alla memoria: Nicola Garzilli, Rosario Aiello, Giuseppe Caldara, Paolo De Luca, Giuseppe Garofalo e Vincenzo Mondino.[7]
Andiamo nell’oggettività dell’equazione letteraria: Don Casimiro lancia una critica politica agli Uzeda del loro opportunismo politico, è il filone del romanzo storico siciliano risorgimentale, citarli tutti è anche vano, ma questo fu il tema dominante. I nobili opportunisti, liberali (anche se moderati) erano indispensabili per chi si accingeva a sovvertire. La rivoluzione del 7 e Mezzo fallì per mancanza di nobili alla testa, perché abbia credibilità, autorità. Viene in aiuto a questo concetto l’omonimo romanzo[8] a pagina 331:
“Non esiste ancora un governo provvisorio… siamo in completa anarchia.”
 -Un governo, o almeno un comitato provvisorio, c’è, se proprio ci tenete. Non l’avete letto sulle cantonate?
-Ma nessuno ne sa nulla.
-Il comico è -scoppiò a ridere Badia- che non ne sa nulla colui che lo presiede: il principe di Linguaglossa[9].
-Che dite?
-La verità. Poiché molti reclamavano un capo, si è messa lì una testa di legno qualsiasi. Si è stampato e affisso il nome del principe di Linguaglossa, che non si occupa di nulla… Tanto, credetemi, vale lo stesso. Comanda la piazza e basta. Non siamo in tempi di democrazia? Finiamola con le dittature. Si vuole mandare via, se non sbaglio, Vittorio Emanuele, perché si dà arie dittatoriali, specialmente su noi Siciliani.
-La dittatura della piazza è pessima tra le peggiori.
-Non esisterebbe la dittatura del popolo, se non ci fosse quella dei principi. Quella è pericolosa questa obbrobriosa.
 Il dialogo nel romanzo avviene tra Goffredo e il Badia, diciamo un ex garibaldino e un repubblicano siciliano popolano, due figure oltre che belle a livello letterario molto intercalate storicamente. Anche se il periodo storico non è oggettivamente corrispondente alla frase in oggetto fa bene capire la necessita della figura nobile nell’azione politica, tanto da inventarsela in quella occasione del settembre (16/22) 1866. Comunque il principe fu arrestato insieme all’abate Bellavia di Naro (AG) e Pietro Muartore.[10]  L’esigenza del popolo di avere la nobiltà al comando dell’azione politica, o almeno compiacente, alfine di avere  l’autorità necessaria. Ecco come Denis Mack Smith chiarisce il suo punto di vista storico a riguardo:
“I Borboni di Napoli non erano per nulla propensi a favorire i nobili in ogni occasione e a Napoli, nel corso di questo secolo, eliminarono quasi totalmente il feudalesimo, ma sapevano che la sottomissione della Sicilia sarebbe stata infinitamente meno dispendiosa da mantenere se il barone avesse potuto essere indotto a collaborare. I baroni costavano meno dei funzionari reali nel governo locale; con il loro aiuto qualsiasi movimento per l’indipendenza siciliana poteva essere impedito; ed essi potevano contribuire ad inculcare il rispetto per l’ordine costituito nello Stato.[11]
Questo sistema fu mantenuto anche con gli altri colonizzatori di turno come i piemontesi e gli italiani dopo, fin quando con la Repubblica cade il feudalesimo, ma sorgono nuovi baroni: i politicanti d’ogni matrice, detentori clientelari di voti.  
Ecco come il grande Attilio Castrogiovanni in una lettera dal carcere del 16 maggio 1946 ad un amico di Giarre scrive:
“In tutto creato, sorretto e fomentato dai cosidetti uomini politici siculo italiani che sono stati e sono la causa prima di tutte le sventure di questa nostra terra infelice e che comportandosi da autentici venduti e giuda, barattano il benessere, l’onore e la pace di un intero popolo per i miserabili trentatré denari nel governo di Roma!”[12]
Inquadriamo il periodo storico in riferimento è il 1855. La politica riconciliatrice del Filangieri era già terminata proprio l’11 giugno 1854 si dimetteva, veniva sostituito dal principe di Castelcicala Paolo Ruffo[13] Era appellato la quinta statua del Foro Borbonico di Palermo per la sua remissività verso la polizia di Maniscalco.[14] Chi era Maniscalco tanto odiato da tutto il Popolo Siciliano? E’ stato il primo sperimentatore in terra di Sicilia di convivenza con la consorteria delinquenziale dell’epoca. In poche parole, sostituì i funzionari di pubblica sicurezza napoletani con duecento uomini di malacarne arruolati qua e là. Così l’uomo d’azione politica, l’indipendentista siciliano, si trovò a combattere contro il delinquente comune, che in futuro con la colonizzazione piemontese sarà il mafioso. Ad esempio, la legge a Misilmeri fu affidata al famoso bandito Chinnici.  Ai Borboni non interessava il reato comune ma solo la repressione politica, il successo fu ottenuto a prezzo di soprusi di ogni genere sulla popolazione. La vicenda di Maniscalco è emblematica perché proprio il 27 novembre del 1859 mentre si recava a messa con la famiglia nel duomo di Palermo fu accoltellato e ferito gravemente da Vito Farina, uomo malacarne come i suoi sgherri. Garibaldi, poi, premiò il delinquente con un sodalizio. Ma il possesso dei duecento ducati d’oro del Farina fanno pensare bene ad un intervento prima dello sbarco garibaldino ad eliminare un ostacolo come il Maniscalco. Insomma una vera convivenza tra delinquenza e garibaldini guidata dalla massoneria inglese in Sicilia. Una storia, un sistema, che segnerà per sempre il destino della Nazione Sicilia.
        Bisogna considerare sempre che ogni movimento per l’autodeterminazione del suo Popolo deve fare i conti con le congiunture internazionali. Proprio in questo momento storico, la guerra di Crimea[15] segnò una particolare attenzione da parte degli indipendentisti siciliani per una probabile restaurazione dei discendenti di Murat sul trono di Napoli (nel quel caso la Sicilia, come scrisse allora il La Farina[16], avrebbero reclamato la sua indipendenza).[17] Sono importanti gli accordi di Plombières[18], tenuti segretamente, per l’assetto territoriale dell’Italia in caso di vittoria sull’Austria. Prevedevano una confederazione di tre Stati italiani comprendente il regno dell'Italia settentrionale (Piemonte, Lombardo - Veneto, Romagna, Emilia) su cui avrebbe regnato la dinastia sabauda, un regno dell'Italia centrale, da assegnare ad un principe francese ma che al proprio interno avrebbe consentito il mantenimento dell'autorità pontificia sulla città di Roma, ed il regno dell'Italia meridionale dove, ai borboni spodestati, sarebbe succeduto un discendente di Gioacchino Murat. Questo il clima, le attese e le speranze siciliane nel 1855. Così era molto probabile in molte famiglie nobili siciliane fare come il gioco della zecchinetta, puntare su più carte allo scopo di mantenere il prestigio, famoso orami usurato il gattopardismo.


[1] Giurista e patriota siciliano, nato a Palermo il 12 novembre 1811 e morto a Firenze il 24 febbraio 1885
[2] In contrapposizione netta con i cattolici-intransigenti che rifiutavano i principi liberali. I cattolici-liberali in sostanza dividevano lo stato con la Chiesa affermavano e sostenevano la libertà di stampa, associazione e di coscienza. La Santa Sede condannò i cattolici-liberali. Nel 1816 vi fu l’enciclica di Gregorio XVI Mirari vos. Nel 1864 Pio IX pubblicò la famosa enciclica contro il liberalismo Sillabo.
[3] Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez 1967 – Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Milano 1982 pagina 163
[4] Gabriel José de la Concordia García Márquez (Aracataca, 6 marzo 1927) è uno scrittore e giornalista colombiano, insignito, nel 1982, del Premio Nobel per la letteratura
[5] Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez 1967 – Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Milano 1982 pagina 166
[6] Seguaci di Vincenzo Gioberti (nato a Torino il 5 aprile 1801 ed è morto a Parigi 26 il ottobre 1852) odiava la monarchia e rifiutò di iscriversi nei movimenti mazziniani, sostenitore del confederalismo tra gli stati italici sotto la guida del Papa. Gioberti sognava una accettazione dei sovrani illuminati dal loro senso di giustizia e non alla rivolta violenta. Pertanto il gruppo siciliano in questione non aderiva integralmente alle idee dei Circoli Giobertiani.
[7] Fonte: Storia di Sicilia come Storia del Popolo Siciliano di Santi Correnti Edizioni Clio - San Giovanni La Punta - 1995
[8] Sette e mezzo DI Giuseppe Maggiore –Flaccovio Editore Palermo ottobre 1998.
[9] Bonanno principe di Linguaglossa, barone di Belvedere, gentiluomo di camera dei rè Ferdinando II e Francesco II.
[10] In una nota del procuratore al Ministro di grazia e giustizia del 19 marzo 1867 scriveva che nei casi del canonico agrigentino, del padre Feola e del principe di Linguaglossa, al punto in cui era l’istruttoria non era questione di optare per uno o un altro capo di imputazione, ma di «seriamente occuparsi del fondamento d’una imputabilità qualunque» e quindi i tre accusati sarebbero stati senz’altro prosciolti  (Citazione da P. Alatri, Lotte politiche in
Sicilia cit., p. 178.) Fonte Carlo Verri Il Prefetto e il canonico nella rivolta palermitana del 1866 pagina 108.
[11]STORIA DELLA SICILIA Medievale e Moderna di Denis Mack Smith Editori Laterza – Bari 1971 pagina 378
[12] Attilio Castrogiovanni L’uomo della rabbia di Girolamo Barletta Edizione La Rocca – Riposto (CT) Ristampa a cura dell’A.CU.DI.PRO.SI con il consenso gratuito dell’autore - 2009
[13] Arruolato nell’esercito inglese partecipò alla battaglia di Waterloo col grado di tenente nel 6° regimento Dragoni fu ferito gravemente. Nel 1821 rientrò a Napoli e fu integrato nell’esercito borbonico.
[14] Salvatore Maniscalco, maggiore dei carabinieri, nato a Palermo nel 1814. Dopo la caduta dell’Indipendenza Siciliana, nel 1849 fu direttore di polizia, fu famoso per il suo zelo ed efficienza riorganizzando la compagnia d’armi e riuscendo a reprimere ogni tentativo di rivolta. Nel 1864 morì in esilio a Marsiglia.
[15]Fu un conflitto combattuto dal 1853 al 1856 dalla Russia zarista contro una coalizione di stati europei alleati dell'Impero ottomano, tra cui Regno Unito, Francia e Regno di Sardegna.
[16]Giuseppe La Farina nato a Messina nel 1815 e morto a Torino nel 1863.
[17] Storia di Sicilia come Storia del Popolo Siciliano di Santi Correnti Edizioni Clio - San Giovanni La Punta – 1995 Pagina 230
[18] (in olandese Bleiberg, in lussemburghese Blieberig) è un comune del Belgio di lingua francese della regione della Vallonia, sul confine con la Germania e l'Olanda. Si trova nell'Arrondissement di Verviers all'interno della Liegi.
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giovedì, 12 novembre 2009
(PARTE PRIMA CAPITOLO PRIMO Pagina 282)
“(…) che il mio corpo sia affidato ai Reverendi Padri Cappuccini affinché sia da essi imbalsamato e nella necropoli del loro cenobio custodito.”
Queste sono le volontà della principessa riguardo ai funerali in possesso del signor Marco, il quale legge: “In questo giorno, 19 maggio 1855,(…)” Proprio in queste volontà vi sono da fare due parallelismi letterari: il corpo imbalsamato e deposto nei Reverendi Cappuccini; costante che troviamo sia in Sette e Mezzo di Giuseppe Maggiore, sia in Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Ma “ordino che si costruisca una cassa a cristalli, dentro alla quale sarà posto il mio corpo” è proprio la stessa della protagonista Ortensia di Sette e Mezzo. Goffredo si era rifugiato nella città dei morti, dei frati Cappuccini di Palermo, lì stremato si addormentò e sognò la nonna che gli parlava dalla sua bara di vetro: (pagina 380)[1] “Si sentì raspare nell’interno della cassa. –Che succede?- trasalì Goffredo. –Niente- Fece la mummia- ero io che volevo darti un bacio. Dimenticavo, smemorata che sono!, di essere chiusa a chiave in quest’arca di vetro. (…) (pagina 381) A mezzo la corsia, addossata al muro, su di un rilievo, una specie di alta pedana, sorgeva una ricca cassa di mogano fregiata dallo stemmo marchionale dei Cortada, col coperchio di vetro.” Il parallelismo tra le due opere non si chiude qui, perché Ortensia come Teresa hanno lasciato testamento e le proprie disposizioni per il funerale. Anche Ortensia sceglie i frati Cappuccini sceglie pure: [2]“Dispongo pertanto che il mio corpo, disseccato e mummificato, sia posto nella corsia più ariosa delle Catacombe dei Cappuccini.” Le differenze tra i due personaggi sono tantissime, da potersi considerare figure opposte come credo e come sostanza, a ricordo di due domini: quello spagnolo e quello francese. Veramente I Vicerè capostipite del genere letterario diede a Giuseppe Maggiore uno stimolo importante, ma non parlerei di punti di contatto tali da porsi ulteriori scrupoli letterari. Le due opere rimangono distinte oltre l’epoca narrata. In Sette e Mezzo è protagonista la rivoluzione ne I Vicerè il potere. Nel protagonista maschile de Il Gattopardo Tomasi esprime le volontà del principe con una riflessione, anche lui pensa alle catacombe dei Cappuccini e a mummificare il suo corpo: [3]“Come sempre la considerazione della propria morte lo rasserenava tanto quanto lo aveva turbato quella della morte degli altri; forse perché, stringi, stringi, la sua morte era in primo luogo quella di tutto il mondo? Da questo passò a pensare che occorreva far fare delle riparazioni alla tomba di famiglia, ai Cappuccini. Peccato che non fosse più permesso appendere là i cadaveri per il collo nella cripta e vederli poi mummificarsi lentamente: lui ci avrebbe fatto una magnifica figura su quel muro, grande lungo com’era, a spaventare le ragazze con l’immoto sorriso del volto incartapecorito, con i lunghissimi calzoni di piqué bianco.” Don Fabrizio de Il Gattopardo pensa al suo Averno senza ritorno, senza resurrezione, ma come fine tragicomica di un Popolo. Perché la protagonista di questa opera è: la rassegnazione! E proprio nelle catacombe dei Cappuccini viene trovata la mummia del protagonista Giovanni Corrao del libro di Matteo Collura: Qualcuno ha ucciso il generale -Edizione Longanesi - 2006. Un romanzo che ad opinione di Gianni Riotta[4]: [5]“È il libro di un allievo, e biografo di Leonardo Sciascia, la cui lezione letteraria è però interpretata senza scetticismo, né cinismo: nella consapevolezza che rimettersi all' opera nella vita e nella storia, pur dopo una rotta, una sconfitta, il vedere completamente dispersi i propri ideali, resta la sola strada percorribile.”  Il romanzo sa molto della scuola sciasciana, vi sono molti riferimenti espliciti de I vecchi e i giovani. Ho subito pensato chi avesse ucciso il protagonista Corrao idealista e mi è sembrato di ritrovare, anche se con le dovute differenze, l’anziano garibaldino Mauro del romanzo pirandelliano, che armato di tutto punto nell’atto di unirsi ai soldati italiani contro i minatori di Favara nelle manifestazioni dei Fasci Siciliani. I soldati pensando ad una aggressione lo uccidono. I vecchi e i giovani finisce nello stupore dei soldati che rimosso il cadavere si sono accorti delle tre medaglie: [6]Chi avevano ucciso?” Avevano ucciso chi ha creduto pienamente negli ideali, chi non poteva mai immaginare di trovarsi davanti un fuoco ostile. Nel romanzo di Collura il funerale si tenne nella Chiesa di San Domenico, anche se nel chiostro, storicamente impiantato nel 1960, perché la chiesa poteva passare sopra ad un “libero pensatore” ma non all’aggravante di essere stato artigiano e non un aristocratico. Proprio nella stessa chiesa il 25 maggio del 1992 si celebrano i funerali di altri eroi che trovarono la morte forse perché uno di loro: Giovanni Falcone, per il suo onore di uomo e soprattutto di Siciliano, continuò la sua lotta non curandosi da dove poteva arrivare il fuoco ostile. Era stato abbattuto il nemico politico di Magistratura Democratica[7], come allora riportò Ilda Boccassini[8], urlando con rabbia a cuore aperto nell’Aula Magna del Tribunale di Milano.[9] Lo stesso giorno a Roma fu eletto Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro[10]. Il Popolo Siciliano presente quel giorno del funerale in Piazza San Domenico urlò con rabbia contro il potere romano: “Assassini!”. Faccio una riflessione su questa mia analisi e guardando dietro mi chiedo come mai abbia potuto concludere da una pagina de I VICERE’ alla strage di Capaci?... Forse perché la storia di allora ha tutte le risposte politiche dei malanni siciliani di sempre e di oggi…


[1] Sette e mezzo DI Giuseppe Maggiore –Flaccovio Editore Palermo ottobre 1998.
[2] Idem pagina 307.
[3] IL GATTOPARDO di Giuseppe Tomasi di Lampedusa - Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Milano 1995 pagina 299
 
[4] Gianni Riotta (Palermo, 12 gennaio 1954) è un giornalista e scrittore italiano. Dal 20 settembre 2006 è diventato direttore del TG1.
[5] Corriere della Sera  del 2 marzo 2006 pagina 41.
[6] I vecchi e i giovani di Luigi Pirandello Editoriale Opportunity Book s.r.l. Milano 1995 pagina 314
[7] Associazione di magistrati vicini al PCI/PDS
[8] Ilda Boccassini (Napoli, 7 dicembre 1949) è un magistrato italiano, sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Milano.
[9] «Voi avete fatto morire Giovanni, con la vostra indifferenza e le vostre critiche; voi diffidavate di lui; adesso qualcuno ha pure il coraggio di andare ai suoi funerali. (…) Due mesi fa ero a Palermo in un'assemblea dell'Anm. Non potrò mai dimenticare quel giorno. Le parole più gentili, specie dalla sinistra, da Md, erano queste: Falcone si è venduto al potere politico. Mario Almerighi lo ha definito un nemico politico. Ora io dico che una cosa è criticare la Superprocura. Un'altra, come hanno fatto il Consiglio superiore della Magistratura, gli intellettuali e il cosiddetto fronte antimafia, è dire che Giovanni non fosse più libero dal potere politico. A Giovanni è stato impedito nella sua città di fare i processi di mafia. E allora lui ha scelto l'unica strada possibile, il ministero della Giustizia, per fare in modo che si realizzasse quel suo progetto: una struttura unitaria contro la mafia. Ed è stata una rivoluzione. Tu, Gherardo Colombo, che diffidavi di Giovanni, perché sei andato al suo funerale? Giovanni è morto con l'amarezza di sapere che i suoi colleghi lo consideravano un traditore. E l'ultima ingiustizia l'ha subìta proprio da quelli di Milano, che gli hanno mandato una richiesta di rogatoria per la Svizzera senza gli allegati. Mi ha telefonato e mi ha detto: "Non si fidano neppure del direttore degli Affari penali" »
[10] Oscar Luigi Scalfaro (Novara, 9 settembre 1918) Nono Presidente della Repubblica dal 1992 al 1999 Ministro dell'Interno nel Governo Craxi I e Presidente della Camera dei deputati nell'XI Legislatura nel 1992. Aderisce al Partito Democratico. Si laureò in Giurisprudenza nel 1941 all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ed entrò in magistratura nel 1943, prestando giuramento fascista. Firmò diverse condanne a morte un passato indelebile!
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mercoledì, 11 novembre 2009
(PARTE PRIMA CAPITOLO PRIMO Pagina 274)
“(…) la signora donna Graziella, figlia di una defunta sorella della principessa e moglie del cavaliere Carvano, cugina carnale perciò di tutti i figlioli della morta;”
A parlare è l’ebanista, popolano tra popolani che osservano l’evento storico della morte della principessa Auzeda (è così che lo pronunziavano, dice l’Autore). Stavano lì a guardare le finestre in attesa di qualcosa, forse solo per essere protagonisti della storia, la storia fatta dai nomi grandi che muoiono, fortunatamente come tutti. Almeno la morte è veramente democratica… Nel palazzo vi erano molte botteghe artigianali tra le quali quella dell’ebanista, chissà da quando, tanto che numerava tutta la parentela come se fossero i Reali di Francia. E’ uno straordinario escamotage letterario dell’Autore, che in pieno stile verista siciliano, tramite il dialogo presenta la [1]“…grande famiglia, la quale deve essere composta di quattordici o quindici tipi, tra maschi e femmine, uno più forte e stravagante dell’altro.” Una scena corale che inizia in un crescendo di personaggi, con il sereno Giuseppe che trastulla il bambino davanti al portone cullandolo sulle braccia, mostrandogli lo scudo marmoreo infisso al sommo dell’arco(…)[2] all’arrivo della carrozza, al via va e alla gente fuori che osserva e commenta.


[1] Lettera di De Roberto a Ferdinando Di Giorgi del 16 luglio 1891.
[2] pagina 271 dell’opera.
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